Dante Spagnol

Alis di colomba

dramma in tre atti
ambientato in Versutta nel 1350

Edizioni Concordia Sette


Indice

Presentazione di Novella Cantarutti

Introduzione dell'autore

Atto primo
Atto secondo
Atto terzo


Immagini
(cliccare per ingrandire)


O 'a nol vi garbia ch'al dei da vivi...


...a doi mil puarès in dì?


A àn sassinàt il patriarcja Beltrand...

...'ntai pras da la Richinvelda

Presentazione di Novella Cantarutti

Una suggestione di luoghi e gente, arte e storia nutre Alis di colomba (Ali di colomba), il dramma in tre atti che Dante Spagnol ha scritto nel friulano di Casarsa da lui adoperato solitamente in poesia.

A Casarsa e più precisamente a Versutta egli appartiene per esservi nato da famiglia legata alla terra, e per avervi trascorso gli anni primi; e a Versutta, nel sagrato della chiesetta trecentesca di Sant’Antonio abate, si svolge, in prevalenza, il suo dramma.

Penso che, per intendere i perché di questo lavoro, a partire dall’ambientazione, occorra risalire all’infanzia, al tempo di scuola; il cammino di poesia infatti prende avvio dalla stanzetta angusta (non c’erano banchi) dove insegnava ai ragazzi, nel tragico 1944, in piena guerra, Pier Paolo Pasolini sfollato con la madre a Versutta (1). Nella scuoletta di fortuna scrollata non di rado dall’onda dei bombardamenti che si abbattevano su Casarsa, gli allievi di quel singolare maestro erano guidati a sentire la musica del parlare materno ed alla poesia (2), a intravedere i segni dell’arte celati anche sotto l’intonaco della chiesetta quasi domestica di Sant’Antonio (3).

L ‘oasi di Versutta e l’incanto di quella stagione si dilatano nutrendosi dei ricordi nel quadro delle esperienze di don Dante sacerdote e missionario in Africa da ventitre anni. L’incontro e scontro quotidiano con ambienti lontani e diversi non solo mantengono viva la memoria della terra nativa, ma aiutano ad indagarla. Il paesaggio arido e le creature in mezzo a cui il missionario opera incontrando difficoltà facilmente immaginabili, giovano forse ad alimentare l’esigenza di condursi indietro nel tempo non suo, ma della gente da cui trae radici, verso la storia della sua terra, la condizione delle plebi friulane soggette, nel medio evo e oltre, a feudatari e padroni, vittime di arbìtri e calamità, dai terremoti alle invasioni.

Alis di colomba è un dramma di colpa, pentimento e riscatto, una vicenda di fantasia inserita nella storia e nel contrastato clima politico del Trecento, alla vigilia dell’uccisione del patriarca Bertrando di Saint Geniès. Di lui che fu uno dei più grandi patriarchi aquileiesi viene illuminata e forse accentuata l’azione di rivendicatore dei diritti delle plebi oppresse contro la prepotenza dei feudatari friulani che lo attendono per colpirlo a morte mentre è in cammino verso Udine.

La fine crudele del patriarca è allo snodo della vicenda di un giovane conte di Mels e di una giovane serva innamorati e divisi dalla disparità della condizione e dalla colpa del padre di lui.

L’autore ricrea il clima di Versutta trecentesca dove, nel quadro limpido di una primavera, si muovono signori e contadini e si propongono incontri, rituali e riti incentrati soprattutto intorno a Domenico di Mels signore di Versutta che si avvia pellegrino e penitente a Roma. La festa per il suo ritorno che dovrebbe preludere al superamento dell’ostacolo che si frapponeva al matrimonio dei due giovani, è interrotta dall’annuncio della morte del patriarca e dalle notizie incerte intorno a Bernardo che faceva parte della scorta.

Viene da dire - e ritengo a proposito - che questo lavoro è nutrito da ". .. lungo studio e ... grande amore” ed è tenuto su un piano di poesia che si fa, a momenti, intensa. Sono continui i ricorsi biblici ai Salmi, al Cantico dei cantici.

Il friulano - come s’è detto - è quello di Casarsa che Dante Spagnol ha sempre parlato e usato scrivendo; si rilevano però alcuni termini arcaici o almeno desueti. La grafia è semplificata e l’abbondanza di accenti risponde forse al proposito di rendere più agevole la lettura e la pronuncia ai possibili attori.

Novella Cantarutti

(1) Il tempo di Versutta (1944 -1945) si ritrova nel volume che raccoglie scritti del periodo friulano di Pasolini, edito da Guanda, P. P. Pasolini, Un paese di temporali e di primule, a cura di N. Naldini, Parma 1993. Ne fanno memoria, in più punti, scolari e amici di Pasolini in Friuli intervistati da G. Mariuz in La meglio gioventù di Pasolini, Udine 1993.

(2) In un quadernetto “1944” che contiene quattordici poesiole dedicate agli scolaretti di Versutta tra i quali è presentato Dante Spagnol: “... Dante / con l’occhio un po’ sognante”, in P. P. Pasolini, op. cit., p. 287.

(3) Pasolini cominciò a scoprire gli affreschi della chiesetta di S. Antonio abate di Versutta che è al centro dell’azione teatrale di don Dante. Il pittore Rico De Rocco ne cominciò il restauro avvalendosi dell’esperienza dell’incisore Virgilio Tramontin. G. Mariuz, op. cit., pp. 109- 113.


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Introduzione

Il perché del dramma

Diverse sono le motivazioni di questo lavoretto in friulano casarsese. Alcune sono culturali (lingua, arte), altre religiose e sociali (rapporto Dio - Uomo, padrone - servo). La tematica ha risvolti anche nel mondo attuale. In essa è riflessa la parabola esistenziale di ciascuno di noi.

Ho scelto l’anno 1350 perché in questo anno muore il patriarca di Aquileia Bertrando di San Genesio, e si celebra il secondo Anno Santo in Roma. Si è pure appena usciti da una peste nera e da un terremoto che ha devastato non solo il Friuli, ma tutta l’Italia.

Ancora, nella prima metà del Trecento, vedo i primi sintomi di una nuova era che tenta di uscire dal Medioevo, il quale però domina ancora in pieno nel nostro Friuli, come afferma il Marchetti: “Particolari eventi e particolari condizioni contraddistinguono la storia del Friuli negli ultimi tempi dell’età di mezzo e ritardano di poco men che due secoli certi processi caratteristici della storia italiana, altri ne limitano o modificano profondamente, altri ne eliminano del tutto”.

La vicenda

Un giovane, figlio dei conti di Mels- Prodolone, vive con la sua famiglia a Versutta, dove i conti possiedono parte del loro feudo.

Laureatosi all’Università di Padova, il giovane si innamora di una plebea che desidera sposare. La ragazza è orfana di madre, morta a causa della peste. Si scopre per la confessione del conte padre, che la ragazza potrebbe essere figlia dello stesso conte a causa di una relazione che costui ebbe con la madre “nuvìssa”, (jus primae noctis?). Così il matrimonio si celebrerà solo se tra i due fidanzati verrà tolto ogni dubbio di impedimento. Il caso potrà essere risolto, ci si augura favorevolmente, dallo stesso patriarca, che a San Vito ha pure una residenza.

Il conte padre, sconvolto, “sconta” il suo peccato andando in pellegrinaggio a Roma per il giubileo dell’Anno Santo, liberando la famiglia della ragazza da ogni vincolo servile. I due giovani hanno tutta la speranza di sposarsi. Si aspetta il ritorno del conte padre da Roma e l’incontro con il patriarca Bertrando che rientra in Friuli da Padova e dal quale si attende la soluzione tanto sperata del caso.

Siamo alla vigilia della morte di Bertrando. Il giovane, informato della congiura preparata dai conti di Spilimbergo, istigati dal conte di Gorizia, con lo scopo di uccidere il patriarca, parte per Sacile per dissuadere il Principe a passare il guado del Tagliamento nei pressi di Spilimbergo. Deviando per San Vito, si eviterebbe l’imboscata. Sarebbe anche un’occasione buona per celebrare il matrimonio, presente il conte padre.

Fervono i preparativi a Versutta per l’accoglienza di questi due personaggi. Per questo si allestisce una rappresentazione sacra: il “Planctus Mariae”.

Il padre conte, pellegrino, ritorna a casa verso la sera del 6 di giugno.

Si attende l’arrivo del figlio e del patriarca; invece arriva improvvisamente l’annuncio della fine del Beato e della cattura del giovane, seriamente ferito.

Il dramma finisce con la sceneggiatura del “Planctus Mariae”, le cui attrici - la Madonna e la Maddalena - vengono sostituite dalla fidanzata del giovane e dalla presunta futura suocera.

Celebrando così la passione di Cristo Crocifisso, si celebra anche quella della famiglia e si rinnova ancora una volta il Calvario del Friuli.

Dante Spagnol

Ringrazio amici e cultori di lingua che mi hanno incoraggiato a stendere l’opera. Dicembre 1995

Dante Spagnol

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Alis di colomba

Prin At

“Essi fedéi ai fogolârs dai nustri vècius ‘a no vòul dizi tegni cont la siniza, ma trasmèti la flama”.
Roger Garaudy

‘Se i ti volis essi universal cjacàra dal to borc”.
H. De Balzac

Atours in òrdin di comparsa

BERNARD  - Fj dal cont
CATINA  - Maròsa di Bernard
URSULA - Sòur di Bernard
MESTRI PITOUR  
PIERI  - Pàri di Catinuta
CONT PARI  - Meni di Mels, cont di Prodolon
CONTESSA MARI  - Maria, dai cons Altan di S. Vit
 FLAGELANS  

Versuta cu la so Beòrcja. Sul denànt e viérs il fons, la glisiùta ch’a ven fòur squasi intéra. Il mûr ch’a no si jôt al è chel di tramontana. La Beòrcja al è un triangul di pradùt ch’al finìs a man dreta su la strada di San Zuàn ch’a côr via viérs il Tilimìnt. La fontana a è platàda, e a si jôt apéna ‘ntal cjantòn, dòngja il palàs dai Mels, cons di Prodolòn, che culì a àn un toc dal so feudo. Dal palàs al dà sul vùli il portòn grant, a arc, sempri vièrt, ch’al era in piè fin belzà àins. I sin ‘nta la vièrta dal 1350: un vìnars di plena corèsima. La Patria dal Friul a è incjamò ta la éta di miès, ma che belzà al spia alc di nòuf. In plèna corésima di matina, cun tanta lûs gnènfra il vert ûnar di erba, bars e àrbui. ‘Na armadùra cun imprés’c di pitòur, pojâs sul mûr a sorèli da la glìsia, al sta a di che a son davòur a da dòngia un afresc.

I custùms dai siòrs a no son par nùja cjassòus, dopu li ultimis regulis datis dal patriarcja Bertrand in mérit. A si pol jodi di tant in tant qualchi fémina cui biùns su li spàlis e dòi sélis picias, e s’al ocor, quàlchi s’cjap di frûs in s’cjapinèla ch’a còrin zujant. Volìnt, al si pol fa sinti un sot- fòns di musicùta intonàda al timp, magari coma che di Zeffirelli, ‘nta “Fratello sole e sorella luna”.

Séna prima

Bernard vistit encjamò da viàz cun mantelina, al ven fòur da la glìsia, e in chel a si presénta Catina cu un véil ‘ntal ciâf, bel bèlu direta viers la glìsia . A son segnas doi tròis ch’a parûssin dùcju dòj da la strada un davòur la glìsia e chel altri sul denànt ch’al và di lunc sù la glìsia a tacasi cun chel di prima.

BERNARD - Cui ésia ‘sta zovinùta ch’a ven fòur sìcut l’aurora: bièla tan’ che la luna, lusìnta come il sorèli?

CATINA - E chistu re di gloria cui l’ésia? Ah! Al è lui, il me siòr, len di fuàrsa e di vigòur!

BERNARD - Coma chi ti sos biela, amìga me! Coma ch’i ti sos biela! I to vuj a son tant che culumbìns che il to véil al volarés plata!

CATINA - J’ ti sos impiat di sflandòur coma invulussat ‘ta ‘na mantéla di lûs! BERNARD - Ti mi sos zuda al còur, nuvissùta me: j’ ti às robat il me amòur, doma cui lamp dal to vùli!

CATINA - Ch’a gjòldin dùcju i séi, e la cjera ch’a sclopi di ligrìa; ch’a fedin fiésta duciu i lens dal bosc denànt dal me sior ch’al ven!

BERNARD - Ven, la me bièla; venmi dòngja culumbìna; no joditu che da l’unvièr i sin belzà fòur, e il timp da li plòis al é passat? Al é dut in ligrìa il me còur a stà sot li to àlis!

CATINA - Si, tu sior, ti sos la me fuàrsa e il me cjant! BERNARD - Làssimi strènzi la to man (a si strènzin li mans).

CATINA - Bernard, j’ no fali cui disi ch’i ti sos no Diu, ma un so raj: un dut-un cu la so vita e cu la me!

BERNARD - Encja jo, ànima me, jo no cjàti par te peraulis pì biélis di ches dal cjànt di Salomòn. E tu, i ti cjàntis cui salmos tan-che in còru co si meûn adùn par leva a Diu li laudis di matina a bunòra e i jèspui di sotséra.

CATINA - A è ‘ntal còru ch’i podin fa sinti la nustra vòus di sotàns e sclâfs, s’cjafojada da sécui. - Bedalòra che la glìsia ‘a è doventada la nustra peràula, màssima in ta ‘stu timp culì.

BERNARD - A è vèra! Romài la vòus dai fàmui e dai puorès di vila, a si fâ sinti ‘ntal Parlamìnt par gràssia dal nustri lustrissim prìnsip Bertrand. Encja par chel un grum di sorestàns a son cuntra di lui: and’è di chei ch’a volarèssin disfasi dal prìnsip. Ma lui al ten dûr! A no’l mola i dirìz da la puòra zent! I zin viérs timps nòufs, la me ninùta.

CATINA - E è la vièrta, Bernard!‘ Encia il me còur al si viérs par te e par ‘na vita nòva! Ben tornât, dopo tan’ timp ch’j’ ti spetavi.

BERNARD - Gràssis, Catinùta! J’ éri seneòus di jòditi! Adés un’altra éta a si spalànca par me; par te, par ducju nu! Encja il mont furlàn al pol cjantâ! J’ sint ‘nta I’ària alc di nòuf a trimulâ!

CATINA - Sint, Bernard, il “cjarpìt” da la badàscula.

BERNARD - Ch’a pàrta il spin ‘ntal vignàl.

CATINA - I vincjars a bùtin-fòur i gjàtui cui so plumins di arzént.

BERNARD - La vit a à finit di plànzi, e cul clipùt dal soréli a da-fòur i bùtui.

CATINA - E su la stressa la tortoréla a si prepàra il nit.

BERNARD - Belzà l’unviér al è passât! I ‘vin planzut avònda! Malegràssis di ogni fata: invasiòns, paùris dai Venessiàns e dai Turcs, la fan, il sec.. .

CATINA - E il taramòt ch’al à sdrumat cjàsis, cjas’céi e glésiis.. . e tancju muàrs!

BERNARD - E la pestilensa néra, stria malandréta!

CATINA - E a à vut còur di vigni fin culì a semena la muàrt! Puòra me mari ‘nta un blanc ninsòul a ti àn ingulussàda (A taca a planzi. Bernard a la strens ‘ntal so sen e podopo, tignìnghi su il cjaf, al va indenànt cui discors e a la fin a la mòla).

BERNARD - Cul jutòri di Diu, j podìn sempri tacâ da nòuf. Il nustri disûn al è di tribulâ, ma sénsa mai molâ. La man di Diu a impàsta la nustra vita cun sudòur e Iàgrimis, tan- che il fornàr cu la farina di flòur ‘nta la pila ch’al la masèna e la messèda cun levàn a àga fres’cja par fa il pan.

CATINA - ‘Ntal fôr, dulà che il fòuc a lu savòra e al ghi dà il nasa-bòn. (Bernard al ténta di bussala, ma ic ‘a ghi sbrissa via). Bernard, nol è chistu il momènt! (e a ghi strens la man).

BERNARD - Sì, un timp di vita nova al ni spéta. I prepararìn éncja nu il nustri nît! Il studi lu ài finit, il calìgu di Pàdua al si è sfantât, ‘nta l’aria fina e clìpida di Versùta. J’ torni a dilu: par me e cun te un’alba nòva a lûs! Il nustri amòur al è aga fres’cja di risultùm còma l’àga di sta fontàna; sempri antiga e sempri nòva!

CATINA - Bernard, j’ ti domàndi: “A pòssia durâ la nustra passiòn, dal momént che jo no sòi nùja, ‘na puòra fruta j’ soi di me?”

BERNARD - Catina (sériu) no sta fila-su cussì. Diu al ni à fas duciu compàins. La so glìsia a è un coru ch’al cjànta, dulà ch’i sin dùcius fràdis e sòurs; un dut-un cu l’amòur di Crist. Me pàri al si cunvìnsarà da la me decisiòn; e di se ch’a scrupulèin chei altris, jo no ghi bassìli. In zùin, i si sposarìn, sul seselâ dal furmìnt, sot li fièstis di San Zuàn e San Pièri.

CATINA - Il me còur a nol à pâs fin che il predi a nol ni benedirà.

BERNARD - No un predi, ma il patriarcja nustri al vegnarà a lea li nustri nòssis! Catina, a quant la gràssia di pojami sul to sen e sinti a bati dols e cujèt il to còur?

CATINA - J’ bràmi éncja jo chel momènt, Bernard, me ben! Ma adés, làssimi ch’j’ zedi in glìsia. J’ mi soi incjapàda ‘sta matina a zi a cjanta in còru. J’ sòi zuda ‘nta la Viérsa a dàighi ‘na sbatuda ai to nissoi e ‘na smuelada a l’intiméla. Còma mai sotu rivât a cjàsa ‘ntal cricà dal dì?

BERNARD - J’ àj passat la not là dai nònus a Prodolon !

CATINA - Me pàri al mi lu à dita co ti à cjapat il cjavàl; jo di corsa j’ soi zuda là di to màri par daighi ‘na man; ic duta indafaràda par te e jo, cu la scusa di joditi, ma par di bant; parsè che j’ no ti àj cjatât.

BERNARD - Mièi cussì: a no èsia stat biél ‘vèisi saludâs chì bessoi?

CATINA - Adés j’ cùign pròpit lassati (e ‘a va viers la glesia).

BERNARD - Va cui Signòur e làudilu, insiemit a so Mari benedéta e ai ànzui, parsè che chìstu al è il di che Lui al à fat dut par nu, parsè ch’al ni vòul ben! J’ àj enciamò di saluda il mestri ch’al pitùra la nustra glisiuta. I si cugnussìn: al si èra fermat a Padua prin da végni su ‘ntal Friûl (E al va viérs cjàsa).

Séna seconda

Ursula, sòur di Bernard, sùbit a entra prin che Catina a zedi in glisia. A ven fòur di che àltra banda da la glìsia, dulà ch’a si èra platada.

URSULA - Catina, se ròbis sòni chìstis? Par intòp j’ ti àj jodut ch’i ti bussavis me fradi, il sior contin, apena tornât da Padua. Se inûnditu, di sposalu? (e a ghi fà ‘na ridada ciaûva). Làssitilu passà dal ciâf; a no lu sarà mai! Ti bastardarèssis il nustri sanc! Il fasàn a nol fa cubia cu li gialìnis e nèncja l’oru nol si insembra cui fièr! Il nustri sanc di nobii a no lu permet. Encja jo j’ àj un maròus, ma no un da la gleba. Al è un ch’al sta a pâr di nu: un Spilumbèrc, un fi dai pì siòrs dal Friul.

CATINA (maraveada) Siòra contessina, no sta olmami cussì: il to vùli al ti à tradit. Nu i no si ‘vin busât. Jo j’ ghi pàrti rispièt a to fradi. A è véra! Un abìs al sepàra i siòrs dai puorès. Nuàltris sotàns e sclafs no ‘vin vòus: i ‘vin dòma vòus par cjantâ in glìsia li laudis di Diu. Al è un momènt ch’j’ ghi lu ài pandût a to fradi.

URSULA - E lui se ti àial rispundût?

CATINA - Ch’a no è jùsta! J sin dùcju compàins, fradis e sòurs in Crist: una famèa ch’a si dà-adùn ‘nta la santa mari glìsia.

URSULA - Ma nu èncja in glìsia i ‘vin il banc par nustri cont, disfarènt di chei àltris, cun tant di stéma. Il sanc al val pì da la beltât.

Par amòur di Diu, no sta impassati cun nu par fani dopo sbocjassa. Me fradi al à da maridâ Dalgìsa di Maniâ: ‘na me amìga dal timp ch’i stèvin a Sividat, dulà che li mùnis a ni tiràvin- sù cu la creànsa e il timòur di Diu. Chel ch’a l’è capitât stamatina lu savarà sùbit il cont, me pàri... e a saràn robònis! E adès, dòpo li to rissiòns in glìsia, va’ a dàighi sot a li to vòris e cun màncul stupidès pal cjaf. (E si làssin)

Séna terza

CATINA - (In bel ch’a si vissìna a la glìsia) Sbampît e sbòs il me spìrit al pâr, sot il pèis di dùra cròus; sémpri tasi e ingluti amàr! Al vif me pàri da rût sotàn, cussì bastàrt al è il me sanc: j ‘vin sémpri vût chìstu malàn, di tribula, sénsa mai jodi lum! Ben strussias j sin nassûs ‘nta ‘na còva di pàja e fen còma chel puòr Fantulìn ‘ntal patùs par doventa nustra gràssia e nustri ben! (E a va drénti in glìsia).

Séna quarta

Bernard e il mestri pitòur a si fan indenànt viérs la glìsia. Il pitòur cui so impres’c e cjacarànt.

MESTRI PITOUR - Cul baticòur i tos a ti spetàvin e jo cun lòur! Bernard, il to nom al è un spièli di bontât: in dùti li bàndis il to Sant l’è ‘nomenât: i còrus dai monastèris cu la “Salve Regina” da la sera a cjàntin li làudis di san Bernard.

BERNARD - Mestri, j’ ti sòj agrât pal ben ch’i ti mi vòus! J’ gjôlt amòndi che la nustra glìsia di Sant’Antòni abat a dovènti un scrìgnul di art chì ‘ntal Friul di cà da I’aga. A è ben òra ch’i ghi dini snàit e estru a l’art éncja ‘nta la nustra cjèra. La criùra di ‘stu ‘nvièr passât netànt che bisbòva di pestilènsa a ghi làssa il post al clip da la nova stagiòn che belzà a ghi dà gust a la nustra vita.

MESTRI PITOUR - Bernard, il to fevela furlàn al mi maravèa. Di sigûr tal studi di Padua i no ti dopràvis la lénga volgar.

BERNARD - I ti às resòn, mestri! Ma cul me amìgo Pileo di Prata, sempri i fevelàvin ‘nta ta la nustra lènga. I discorèvin èncja di doventa i prins dal patriarcjat. Jo, schersant j’ ghi disévi: “Tu, Pileo, i ti saràs il prìnsip dopo di Bertrand, e jo to segretàri. Ah, sâr mestri, il nustri furlan al mi va al còur, cussì dols e savurît. A mi somèin li robis pì vèris a nominalis cui nom furlàn. Al mi par di creâlis ‘nantra volta tan- he la lûs di ‘sta vièrta ch’a dismòuf il mont, miràcul di Diu!

PIERI - (11 servitòur pì fida& pàri di Catina, svelt al va dòngja dai dòi ch’a pàrlin e al ghi fa di mòtu al contin ch’al Vegni fòur cun lui.

Pièri e il contìn a van e in séna al rèsta il mestri bel sòul).

Séna quinta

Catina a ven fòur di glìsia e ‘a si scòntra cui mestri pitòur zà in lavòur.

MESTRI PITOUR - Bundì, Catinùta, j’ ti jôt suturna, ma mi pâr d’induvinâ il to dolòur.

CATINA - Al è il dolòur da la puòra zent, mai buna di ripilìssi, marturiàda cu ‘na vòra di umiliassiòns.

MESTRI PITOUR - Catinùta, j’ ti voi ben, còma ch’j’ ghi voi ben èncja a Bernàrd.

(E dopo un puc, còma sora pensèir). . .

Jôt mo, fantulìna, la to pèna a mi ispira: i ti sas, ‘sta glisiùta chì j’ la emplarài di un tesàur di art. Davòur I’altàr grant al vignarà piturat il Signòur ch’al coròna la Madòna, nustra màri e regina dal mont.

Lòur sì ch’a son nustri paròns, i nustri siors!

E di sòra, ànzuj lizèirs e squàsi trasparins, ch’a svuàlin.

E sul devànt a man dréta Sant’Antoni vistit di abât còma chel di Sièst: sec sgandit, dut frujât di pinitìnsa; un sant ch’al ghi dà coràgju a la puòra zent. E su chistu mûr, par drénti una schìria di santis, li nustri contadìnis benedètis ch’a cjàntin a Diu. E tu, Catina, j ti saràs in miès di lòur, vistìda di òru, sìcut ‘na Madona cu la musa dulissiòsa, ch’a dà sùbit ‘ntal vùli. Par te i s’crearài i polvarìns apéna ‘rivas da la Grècia.

Coma Madona sot la cròus j’ ti farài in bel chi ti ufrissis a Diu un sìgu! A l’ésia un sìgu di dolòur, di ligrìa?

No lu sai: chist e chel insièmit! Il furlàn in còru al cjanta sémpri la so passiòn: un sìgu ch’al trapana i sécui: e i nevòus dai to nevòus, in tun domàn lontàn, vuardànt ‘stu ‘fres’c a disaràn: “Chista a è la musa di ‘na bisàva che cu la bontât e la so beléssa a à sposat il cont Bernard”. Cròdimi, la me polzéta, jo j’ sai l’indrét da la to pena. Bernard al mi lu à pandût il so amòur par te. Ten dûr! I sin dòngja Pasca, l’An Sant, l’an dal pardòn, e la stagiòn a si inverdis di sperànsa e di amòur.

CATINA - Sâr mestri, ti mi cunfùndis cun chel chi ti dìsis, ’ mi mancja la peràula.

(E a va viérs cjàsa lassant il mestri pitour bessòul ‘nta la séna).

Séna sesta

Il cont pàri e il contin a van viérs il mestri pitòur cjacarànt.

BERNARD - Jo j’ jôt dut nòuf, pari. Se varietât di vert ch’i ‘vin: il vert da la bràida cui so unârs al si fa càrgu, e i tapès di siàla e di furmìnt a son slissâs di un verdulìn lizéir ch’al si disfa ‘nta l’aria.

CONT- PARI - Bernard, i sin furtunas: i ‘vin jodût po i bòus coma ch’a van sot cul vuarzenòn, revoltânt li sòpis pènzis mai tocjàdis dal soréli.

BERNARD - Speràn ch’a vàdi ben l’anàda e che il garbìn nol buti-sù un timp sglonf di tampièsta.

CONT PARI - I sin ‘nta li mans di Diu. Ringrassiànlu! La nustra cjéra a è benedèta dal Signòur. Pensa, Bernard, il vèscul di Cuncuàrdia belzà da l’an passat, al é doventât plevàn di San Zuàn!

BERNARD - Parsè pò?

CONT PARI - Par gjoldi il benefissi. La Bassa romài ‘a è plèna di palûs e a no rint pì squàsi nùja. La Plèif di S. Zuàn a è siòra e a pol mantigni il véscul e il cjapìtul. Adès, zin dòngja dal mestri che, intànt ch’al speta di zi a piturâ il domo di Spilumbèrc, al ghi dà lustri a la nustra glisiùta.

BERNARD - Benòn cussì. Ma, a proposit, il domo di Spilumbèrc l’àni belzà finît?

CONT PARI - Al è grant il domo! A ghi’n vòul par finilu di drénti e di fòur.

BERNARD - Dal sigûr al doventarà un dài pi bièi munumìns da la Patria dal Friul.

CONT PARI - Ma i cons di Spilumberc a no pòssin ‘ve il còur in pss: a si la intìndin cul cont di Gurìssa, cuntri il nustri patriàrcja! Ch’a cròdin di rimedeâ a li malifatis cu ‘n monumint maestòus: a gloria di Diu? Ma par àltri a no si plata la gloria di lòur plens di bòria còma ch’a son.

BERNARD - Par lòur a saràn li piéris a cjantâ la gloria di Diu.

CONT PARI - Cu la vòus fata sanc dai puòrs! E encjamò a dìsin che i Spilumbèrc a àn murât ‘nta ‘na colona un scrìgnul plen di oru.

BERNARD - Ch’a sedi pròpit cussì?

CONT PARI - Mah! La nustra a è ‘na cjéra taramotàda e se la glìsia a vignés sdrumàda, i cons di Spilumbèrc a varéssin encjamò bes par fani-su ‘nantra!

(E rivas dòngja dal pitòur). . . Se disêisu vu, sâr mestri?

MESTRI PITOUR - Il domo di Spilumbèrc a no’l starà al màncul di chel di Venzòn e di Glemòna, e al varà dut il coru piturât a fresc.

BERNARD - I partàis da l’Italia la bugàda di un’art ch’a vòul essi sclèta e vera. Dòma cussì a podarà mostrâ còma chi sin.

MESTRI PITOUR - Al è chel chi si proponin di fâ: ufrî a Diu l’omp tal qual cul so essi ‘mpastât di ben e di mal tan’che la Bìbia a ni lu fà jodi. Vécju e Nòuf Testamìnt a si daràn la man: cu la Madalena ch’a plans a si jodarà la Susàna fasint il bagnu ‘ntal so giardìn, spiàda dai doi vecjòns disdenteas, plens di malìssia.

CONT PARI - Ma no ése un pûc màssa? L’art a no à da impassasi cul pecjât, squasi còma par fâ sbisiâ li nustri vòis. L’art al è il biel ch’al sflandòra, ma sensa gjavaighi l’intènt di daighi lûs al nostri spìrit.

BERNARD - Ma l’omp al è fat éncja di pecjât!

MESTRI PITOUR - Dal pecjât al à di parti l’omp par dassi a Diu.

Si no la cròus di Crist a no à il so parsè di essi! Cussi ‘ntal domo di Spilumberc, sul mur di fons dal coru, dal bas in alt, a vignarà pituràda ‘na cròus e inclaudât il Crist, ch’al mòur cjamât di ducju i pecjâs.

Justa vuèi i ‘vin ‘na cunvìgna di maestrànsis; a è par chel che, cun vustra licénsa, tra un momènt jo j’ vi lassaràj.

E, coma ch’j’ disèvi, i ghi darìn-sot a un Crist ch’al emplarà dut il coru. E in chel senari a vegnarà fòur la Madalena spasemàda che ‘n tun sburt, squàsi sénsa tocjâ cjéra, cun tun éstru vivaròus, pecjât ch’al si fâs prejèra, - j’ mi la jôt belzà denànt i vùi - a si bùta viérs il Signòur a bras spalancâs!

BERNARD - Sicut la òdula ch’a fila dréta su ‘n tal séil, incjocàda di lûs.

CONT PARI - ‘Nta s’cjù timps a pâr che l’art a i dedi un puc massa valòur a l’omp fasìnlu impassâ cu’l pecjât. Sichedùncja l’art a piért la so musa lusìnta, indulà che l’art a à di pàndi sémpri il sacro tanche ‘na icona, sémpri ch’a parti a Diu: un dut-un cun Lui, sìcut un rai di lûs ch’a nol pol dis’cjòisi dal sorèli.

BERNARD: ‘Ntal to lusòur, o Diu, a si cognòs la nustra lûs.

E Diu, rivat al sest dì, al pausà.

Sicut la peràula e al jodè che dut al era bièl, il bièl al era cun Diu. E il biel al èra Diu. Dut al à fât Lui, e sensa di Lui, no è stat fât nùja di chel ch’al è fât. E il bièl al è doventât cjàr e al à plantât la so tènda in miès di nu; e nu i ‘vin gjoldût da la so gloria. ‘Ntal to lusòur, o Diu, si cognôs la nùstra lûs! (Intant il mestri pitòur cui so argàins al lassa pari e fî e al va).

Séna setima

Dòma pari e fi coma prin.

CONT PARI - (Dopo un momént di sìtu) Bernard, j’ ti mi somèis incjantat! Par te, Diu, amòur e biel al è dutun.

BERNARD - Pari, al è chel ch’j’ mi sint drènti di me stamatìna.

A è pròpit véra ch’j’ soi inemorât di Diu. E adès, sicòma ch’i sin bessòi, pari, làssimi ch’i ti cunfìdi: J’ ti lu dîs a riscòus di dùcju: j’ soi inemorat éncja di una frùta: maridâ la nustra Catina, j’ vuèj !

CONT PARI - (Coma di colp cjapat in fal) J’ vuèi, ti dìsis? Ma, sensa di me, tu i no ti vòus nùja! Maridâ, sposâ?. Chistu a nol è encjamò il to timp! La nustra?. . . La me?, La to? Ma se intìnditu di disi? Catina?. . . Ah, po’ no! Numquam fiat! . . . (E squasi sigant) Non fia mai!

BERNARD - (Di stuc) Ma parsè, pari?

CONT PARI - Ma il studiâ, al ti àjal fat zirâ ‘1 zarvièl?. . . Il nustri rangu di nobii.. J’ mi sintarès malimpajât.. . A Padua, se ària respirâisu? Aria grèva di calìgu? Ma chi, a Versùta i sin.. . !

BERNARD - A Versùta a si respira un’arisina ch’a ven su da Cuncuardia, da Aquilèia. E il prinsip Bertrand a ni la manda.

CONT PARI - Se nòvis pàrtitu fòur? Cjòiti dal cjaf ‘stu sum brut e stramp!

BERNARD - No, pari, massima ‘stu an ch’al è l’An Sant, l’an dal perdòn, i ‘vin da vuardâ in là cu la lûs da la fede! Al è un an dulà che il sclâf al dovènta còma il paròn; Iìbar da ògni leàm; dulà che il pecjât al si fas grassia ‘n tal mar da la misericordia di Diu! Sì, pari, i ‘vin di vièrzi ‘na nova èta par la glìsia e pal mont cristiàn. (Il cont pari al fâs sen di essi malcujèt.. .) No stâ malibiâti cussì; qualchidùn al à pur di ròmpi l’anél da li cjadènis. E jo j’ ghi vuèj ben a Catinuta!

CONT PARI - Bernard, fî me, i no ti sas se ch’i ti domàndis! ‘Na gran robòna a stà par colâ ‘nta la nustra cjàsa!

BERNARD - Ma, pàri, j ti lu às sémpri dita, éncja ‘nta li cunvìgnis dai faudatàris, ch’a si cùign ròmpi cul passat. I no podìn zi pì indenànt cussì, sensa daighi bada ai servitòurs e sclâfs. La glìsia e i timps a sburtin pa la libertât. ‘Sta ocasiòn ch’j’ ti daj a sarà ‘na sfida par te e si ti pierdarà, i ti saràs cagnarât un grum. Jo j’ ti palesi il me còur, j’ ti lu dis encjamò ‘n’antra volta: jo j’ soi inemorât di Catina! Jo j’ no bassìli di àltris, néncja da la contessina Dalgisa di Maniâ còma ch’i volaressis. Dùcju i ‘vin il stès sanc ‘nta li vènis, il sanc di Jesu Crist! A é la virtût, il sistin, il bon fâ ch’a fâs doventâ nobil ‘na persòna, e Catina a à dùtis chistis qualitas, par no sfigurâ ‘nta la cjasa dai Mels!

CONT PARI - Bernard, j’ no ti daj tuàrt in chistu, ma j’ ài li mê resons par dineâti li nòssis cun Catina.

BERNARD - Parla, pari, non stâ fâmi tigni il còur in gòla!

CONT PARI - I ti às dita ben prima, ch’i ‘vin dùcju il sanc compàin. A è pròpit cussì: jo, te, Catina, i ‘vin, al pos essi, il sanc compain!

BERNARD - Par l’amòur di Diu, sclarìssiti, pari, jo j’ no capìs.

CONT PARI - Al mi pesa dîtilu: j’ sai ch’j pièrt la to stima; ma al è pur un dovè di justissia ch’j’ ti lu pândi. Al pos essi che jo, tu e ic i ‘vini il stes sanc; che Catina a sedi to sòur e me fia.

BERNARD (Dut in cunvùls) Se distu mai, pari?. . Jo no pos cròdilu! Jo j’ ghi vuéj massa ben.. . Al sarès un disonòur par la nustra cjàsa.

CONT PARI - Magàri cussì no, ma a è la pura veretât. J’ aj cugnût ditilu ! ‘Stu magòn, j’ mi lu soi sempri partât cun me, e butànlu fòur, culì in plassa, al mi pâr di tacâ a scontalu. Jo j’ lu sai ch’j’ ti fai sufrî, ma no sta condanâmi.. .

BERNARD - (imbrassant so pari) Sì, j’ ti perdòni, pari : . . (Dopo un momènt di comossiòn) Ma a è èncja véra ch’i ‘vedi èncja jo da planzi il me dolòur! (A stan encjamò imbrassas e po dopo Bernard al lassa so pari bessòul).

Séna ottava

CONT PARI - Signòur, fin quant i ti dismintiaràtu di me? Fin quant, i tegnaràtu platàda la to musa? Fin quan j’ mi rosearàju l’anima di avilimint? E jo j’ ‘varàju un grop ‘ntal stòmi ògni dì?

Fin quant al mi tegnaràja- sot il me nimì? Rispùndimi, Signòur! Un sìgu ingropât a è la me anima, ma jo j’ spèri ‘ntal to bon cour!

Il me pecjat al mi sbusìna ‘nta li vénis; drénti di me jo j’ lu ten; al è sémpri denànt di me còma un clapòn che jo j’ no pol s’cjavassa. Fa’ colâ su di me, Signòur, ‘na gota da la to misericordia, ch’a sdrùmi e a consumi ‘stu bocòn di pecjât ‘n tal lac dal to bon còur, sicut ‘na gòta di aséit sora ‘na piàstra in bòra!

Séna nona

A ven in cà la contessa mari cun pas svélt.

CONT PARI - Cui mi vègnial incùntri adès ? Ah, la me dòna!

CONTESSA MARI - Sì, j’ sòj jo, missièr il me paròn! J’ ài apèna lassat Bernard cu la musa planzint e a no’1 volèva fermasi; al si è slontanât par la bràida, còma par platâ il so dolòur. Al mi à fât dòma mòtu di te, tan’che ti fòssis tu la resòn dal so malstà. Al mi à fat dòul, puòr fantât, apéna rivât a cjàsa, cun tant ch’al bramàva di jodini, e ruvinaighi ‘sta prima zornada, cussì bièla par lui! Se vi èsia sussedût?

Nustra fia Ursula a mi à contât da la so passiòn par Catina: e tu, a pol dassi chi ti lu ‘vèdis sconseât!

CONT PARI - Sì, a è véra!

CONTESSA MARI - E parsè? Parsèche a è la fìa dal nustri faméi Pieri Fantìn?

CONT PARI - No, a no è cussì, la me dona! La resòn a è ‘nantra, e che resòn j’ sòi jo, cont di Mels, una da li famèis pi nomenadis da la nustra Patria; vassal fidât dal prìnsip di Aquileia: tignût in bon dal vèscul di Cuncuardia, tra i prins cristiàns di San Vit, partât in palma di man a Prodolon e a San Zuàn! E invéssit, se soju jo? Un puòr omp !

CONTESSA MARI - Jo j’ no ti ài mai sintut a fevelâ cussì! Se distu mai?

CONT PARI - Magàri cussì no! Ma, j’ saj jo se ch’j’ dis, dòna me! Dulà à soni i me propòsis di zoventùt sot la scuela da 1’Abat di Siest? Se soju jo? La me pusissiòn, il non, il podê di dut e par dut, chista a è la me ruvìna! (e coma par sfatasi) La zent ch’encjamò a mi clàma: “Un grum riverît, siòr cont!” Se còntju jo? Un cont cu’na cort di ledàn; ‘na cort di pecjadàs j’ soi jo!

CONTESSA MARI - Ma tu i ti lu sâs che éncja ‘nta la cort al nas un flòur, ‘na spiga... una spiga di òru che sesolàda, a si disfà in grignèi, che cul vint da la gràssia a vègnin buratâs ‘nta l’aval, par fâssi nès, lusìns.

CONT PARI - Ma èncja il furmìnt lusìnt e net dopo mosenât al doventa farina fùmula sporcjada di sémula.

CONTESSA MARI - Ti às resòn, missiér! L’aurora che ogni dì i gjoldìn, vìrgina a somèa, e pur a è encjamò ‘mpastada di scûr. Ma la lûs a la fìn a ‘varà la miei... E adès chi ti ti sos un puc bunît, còntimi il parsè di chistu tormènt !

CONT PARI - Il me fal... Jo j’ ài falât cuntra Diu. Jo j’ ài tradît il nustri non, te, Maria me, e Bernard ch’al vòul che fantulìna, Catina. Si, jo j’ ti confèssi il me pecjat!

CONTESSA MARI (A sec) - Sì, sì, ma no uchì: zin drènti in cjasa che a podarèssin sintîti!

CONT PARI - No, no, adès e uchì j’ ti lu confèssi doventât pì gros parsèche jo j’ lu àj sempri tignût platât, a ti, chi ti sos la me dòna. Vélu chì: “Catìna a è me fia!”

CONTESSA MARI - Ahi! Parsè remenâ ròbi vécjs, ch’a fan dòma pati?

CONT PARI - A è stada cussì: ‘ntal dì da li nòssis di so pàri cun so màri, secònt il dirìt dai feudataris, e li usànsis d’in che vòlta, jo j’ no àj dòma binidit la cova dai nuvìs, o tocjat dòma la gjàmba...

CONTESSA MARI (Strenzìnghi li mans al cont) Tas!... (Un moment di pausa) Sì, al è grânt, al è vergognòus il to pecjât! Diu al ven ufindût, e jo e duta la nustra famèa, la nustra cjasa.

CONT PARI - Jo j’ ti scunzùri, Maria, si ti mi vòus ben, perdònimi!

CONTESSA MARI - Parsè no perdonâti? Jo j’ no ti vòliu ben jo? Il to pecjât no l’èsia éncja me? E il to sufrî, no l’èsia me sufrî? Làssa ch’i ti lu disi, Meni: il to fal al mi lu ‘veva confessat la mari di Catina, Madalena, prin di murî. Ma jo j’ lu ài sémpri tasut! L’amòur al plàta dut!

CONT PARI - Maria, jo j’ no mi stufaràj mai di domandâti pardòn ! Dôs a son li peràulis ch’a no si frùghin mai: “Perdònimi” e “Vòlimi ben!” Pì ch’a si li ripèt, pì nòvis a dovèntin! Perdònimi, dona me, fami chista grassia!

CONTESSA MARI - Meni, j’ ti lu ripèt: “J’ ti vuèi ben, e ti perdòni di còur!

CONT PARI - Jo j’ no pol ‘ve il perdòn di Diu, si no lu ài èncja di te e di dùcju chei ch’j’ ài ufindût. E se adès, èncja àltris a lu sìntin jo j’ no bassìli pi, ànsit, pì a larc jo j’ confessarài il me pecjât pì perdonât j’ mi sintarai. Il me pecjat, coma ch’al mi brusa drénti, sénsa padìma. Quanti vòltis j’ ài sigat a Diu:

“Deliberami di ‘stu gardèi: dàmi àlis di colòmba par ch’j’ pòssi gjòldi dal to séil !” Ma Lui al mi tâs! Jo j’ mi sint cussì imbradeât; còma cjapât da la disperassiòn!

CONTESSA MARI - Sint mo Meni, missier me! A no si ghi dà fòur a la disperassiòn s’a no si riva fin ‘ntal fons; e adès tu ti às tocjât il fons: cunfìda ‘ntal Signòur!

CONT PARI - Ah! Vutu che Diu al sopuarti me, jo ch’j’ no soi bon di sopuartami di bessòul?

CONTESSA MARI - Di bessòul no ti vens a cjaf di nùja! Il còur di Diu al è pì grant dal nustri còur! Al è Lui ch’al ferìs, al è Lui ch’al infassa; al è Lui ch’al ti met a la prova, par jodi si ti ghi vòlis ben, a pat chi no ti reménis pì dut che1 ch’al è passât!

CONT PARI - Al è tant timp ch’j’ mi lu pàrti intor il me gran pecjât, e j’ mi lu sint cainâ salvadi fin da quant che la mari di Catina a ni à lassât. La so muàrt a è il spièli dal me pecjât. J’ mi recuardi sémpri che so musa ‘nta un lamp sfiguràda da la pestilensa, duta sglonfàda a tàcj nèris: jo j’ jodèi lì la me malìssia nuda e fanta. Da me a fo invulussàda che musa cul so cuàrp cu’n nissòul blanc, còma par s’cjafojâ la me trista passiòn di chel dì di nòssis.

E Diu mi fevelà in chel momènt! E Madalena, predi e vitima a si fasè par me, par purgâ il me gran pecjât! E in pì, adès, velu chi ‘nantri sen dal castigu di Diu pal me fal!

Lui al mi parla par bòcja di Bernard ch’al vòul maridasi curi che ch’a pol èssi la fia da la me tristèria. Il pecjat al è sicut un clap cassât ‘nta l’aga, che, a sérclis sempri pì a si s’largja e pì al fons al va ‘nta la cjàr viva dal dolòur!

CONTESSA MARI - Sì, Meni, ti às fat ben a sbrocati! Ma adès a nol zova a nuja a sburigâ ‘nta ‘stu imbròi. Zin incùntra al Signòur in cròus; i cjatarìn la nustra polsa: i platarin lì li nustri plajs in ta li sos! “Lui al è stat travanât daj nustri pecjas, Lui fracajât par via da li nustri tristeriis. Par chel, vuardàn a li ferìdis dalSignòur, risultìva da la nustra salvessa. Ma a la fin un sòul al è il nustri pecjât: chel di no crodi a Crist, par nu muart e risussitât.

CONT PARI - Da la muàrt a nas la vita, dal ledàn al nas un flòur, còma ch’i ti às dita tu, Maria. El mestri stamatìna, squasi scrupulant il me malstâ, al mi tòcja ‘ntal vìf disint: “Dal pecjât al à da parti l’omp”. La grassia a sarà pì preseàda quan’che a si discuvièrs la gravitât dal pecjât!

CONTESSA MARI - Al è par chel che i sans a ghi vòlin un ben da mâs a la grassia, parsè ch’a son lòur ch’a si considerèin i pì grane pecjadòurs. Pì fònda ch’a è la not, pì a lùzin li stèlis di Diu!

CONT PARI - Signòur, fami musulit ‘stu còur di pièra: jo j’ no soi bon di daighi-fòur a la scussa rùspida da la me supèrbia, còma invessi ‘a fa la bacheta tinara dal vìncjâr ‘nta ‘sta stagjòn ‘nta li mans di un frut, par fassi un subulòt par subulâ li laudis da la misericordia di Diu!

CONTESSA MARI - Sì, cu l’umiltât, scuminsiàn ogni dì a domandâ fuàrsa di convertîsi a vita nova. Nustri mert a sarà dòma la misericordia di Diu. (Suna la cjampàna dal misdì). Sint, Meni, i bos da la cjampàna; la vòus di Diu, ch’a suna fin ‘ntal nustri còur. Al è misdì; al è vinars di corèsima, e chistu al è 1’An sant; an di perdòn e di consolassiòn par dùta la cristianetât. Ufrìn a Diu il nustri pecjât; al doventarà ostia blàncja ‘nta li nustri mans, còma ‘nta li mans dal prèdi di domènia a messa granda! E Diu al ni farà cjatâ l’indrèt par podê vivi la so santa pâs! A no è dita che Catina a sedi dal sigûr tò fia; i domandarìn consèi e intànt, insièmit i scontarìn il pecjât.

CONT PARI - Dona me, jo j’ ti ringràssi pal to jutòri. La cjampana a ni invida a preâ:

Jèsu, Jèsu, non dols e gudìbil;
Non di tant cunfuart e di spes beata!
Jèsu, dàighi scolta a la me vòus!
"De profundis clamavi ad te Domine!
Miserere mei, Deus: exaudi orationem meam!”

(Da fòur a si sìnt la vòus di Ursula ch’a clàma)

URSULA - Dòna màri, missier pari, l’è pront il gustâ! (Cont pari e contessa mari,‘ un davòur l’altri a van viérs cjasa)

CONTESSA MARI - Cjaminàn e vuardàn la Cròus cui savòur di vita nòva!

CONT PARI - Ave, crux, dùlcis spes mea!

CONTESSA MARI - Ave, Jèsu, me vita e me possansa.

CONT PARI - Adjutòri par ogni pecjadòur!

CONTESSA MARI - In te lui al vîf e al moûr!

CONT PARI - Sensa di Te la nustra vita a è amara!

CONTESSA MARI - Dòma cun Te l’eternitât a si prepara.

(Si libera la séna).

Séna decima

A si fân jodi i Flagelàns vistîs di capa e capùs blancs. A pàrtin su li spàlis la cròus e ‘nta ‘na man ‘na scòria o stòmbli. A cjamìnin in pussision bièl plancùt, cjantânt li Letanis dai sans.

Kyrie, eleison
Christe, eleison
Kyrie, eleison ecc. . . .

FIN DAL PRIN AT

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Secont At


Atours in òrdin di comparsa
 BERNARD  
PILEO DI PRATA  
 FOREST  
 CONTESSA  
 MARI CATINA  
 SOUR DI CATINA  
 CONT PARI  
 GASTALDU  
 URSULA  
 PIERI, PARI DI CATINA  

17 di avril, doi dis dopo la conzura di Sividât. In cjasa dal cont, sul misdi. Mòbii rustics a la furlàna. ‘Ntal mies ‘na tàula parecjàda par gustâ. ‘Ntal mièz un fogolâr e adalt in fila qualchi séli piciàt ‘ntai trâs. Di front dal fogok e ben in òcju su ‘na tramìsa un altarùt cu ‘na Madona.

Séna prima

Bernard, Pileo di Prata so gran amigu e un forést, parìnt da la stessa cjasa di Mels. Dùcju tre a son sintas ator da la tàula a mangjâ. La contessa e Catina a si mòvin ‘ntal servi e sparecjâ la tàula.

CONTESSA MARI - (Al cont forést) Il nustri gustâ di vuéi al è sclet: pistùm dai nustri prâs e agnèl cul vin da li nustri gràvis.

FOREST - Un plat saurit, nòbil cusìna. Dal to bon còur i ti ringrassiàn.

CONTESSA MARI - Alc j’ lu ten da bànda par il cont e me fradi quàn’che rivaràn da Sassìl. Di sòlit il patriarcja al è puntuàl ‘ntal mandâ indenànt il cunsistori. (E si mòuf)

FOREST - Po’ ben, bièi zòvins sivilìns e ben educâs, sintèit mo, cun gust j’ vi aj scoltât. A mi par di jòdivi cul trot dai cjavài su e jù lunc i remòns dal Tilimìnt, la nustra aga che tant respìru a ni dà: tu, Bernard, a tirâ li slàitris, blancjs coma un dint di cjan, su l’aga verdulìna ch’a si disfànta ‘nta l’aria di arzént lusìnta.
Cussì ben ti dìsis da poèta. Ah! Il nustri Tilimìnt, ch’j’ àj s’cjavassât èncja jo stamatìna.

PILEO - ... Bièl e salvàdi! Ferox et ràpax!

BERNARD - Ben, ch’al sèdi ‘na véna no dòma di àga, ma di sanc ch’al nudrìssi e al tegni unîs ‘ntun sòul cuàrp, e un sòul pòpul!

FOREST - E tu, Pileo, lûs e glòria di Prata, cui èrial a bunòra, pì content di te, a partâ su la spàla il falchèt incapusât? Sintimìns pûrs e ‘nossèns.
I doi zòvins a lu vuàrdin coma par studialu). Su-mo, baratàimi paràula, vuàltris doi frescs di stùdis: dùcju doi dotòurs in dirìt; un bramòus di doventâ nodâr magàri dal nustri patriàrcja, (al si zìra vièrs Bernard) e tu, Piléo chi ti bràmis nuja màncul che di doventa il nustri patriàrcja... J’ schèrsi jo, ma brama il post di vèscul, a nol è un pecjât - cussì San Pauli -. Pobèn adés sclarìn li idèis cul jutòri di Dante. Intant, nòbil cusìn, s’cuàrzimi la bòssa dal vin, ch’j’ mi bàgni la pivìda.

PILEO - (Sot vòus a Bernard) Dulà al vòlia rivâ, stu sior cont?

FOREST - Dante, ch’a la sa lùngja, tan’che al ni à baratât il furlàn cun tun “orribile rutto”, cun decensa j’ lu dîs, ch’a no si par bon in tàula. Dùncja, il gran poeta, al dîs in tal so Purgatòrj: “L’un l’altro ha spento: ed è giunta la spada col pasturale”... e lassàn stâ il rest. Còma disi che il papa Bonifàs al distudà la lûs a l’imperadòur, robànghi il pode ch’al ghi spèta, ‘ntal nustri càsu al sorestànt, cu l’intensiòn di doventâ lui, Bonifàs, papa e imperatòur. Scherzanu? Dulà i zìnu? Quant che il Signòur al impòn: “Reddite ergo quae sunt Caesaris, Caesari, et quae sunt Dei Deo”. Al vi paria just che spada e pastoral a sédin ‘doprâs da la stessa man?

BERNARD - Riverî cusìn, i savìn dulà chi ti vòlis smicjâ: la nustra Patria dal Friûl, indulà che il nustri patriarcja al farès da prìnsip e da vèscul.

FOREST - No èsja cussì?

PILEO - Jo j’ mi permét di presentâ in ‘stu mòut la questiòn: cui vùstri permâs, jo j’ pant il me resonamìnt.
Prin di dût, ‘ntal càsu di cjàsa nustra, Bertrand al redetèa ‘na situassiòn ch’a no l’à voluda lui: al si cjata a vuardâ i dirìs da la glìsia e su un teritori avònda larc; second: la glìsia a no à mai predicjât che il papa o il vèscul al ‘vedi di essi “il detentor delle doppie chiavi”; ters: che l’autoritât dal sorestànt a cjàpi la so lûs dal sorèli, da che dal papa, a no è par nuja fòur di resòn si intindìn che il pode da l’imperadòur o chel dai rès al à di stâ sot dal vùli vigilant da la glìsia, ch’a pol fâssi indenànt quan’che il sorestànt a’l va fòur di scuàra.

FOREST - Ma a è lì ch’j’ ti vuèi. Quant si sâjal che il sorestânt al sbàlia usànt dal so pode?

BERNARD - Sì, se li ròbis a no van ben in Italia e fòur pal mont, a è par mancjansa di òrdin. And’è un grum ch’a àn la spìssa di comandà.

FOREST - E nissùn còma la glìsia...!

PILEO - Vuàltris i la ‘vèis su cu’l nustri prìnsip - chistu al è l’ùltin punto ch’j’ volèvi zontâ - . Il patriarcja a nol comànda di bessòul. Par li decisiòns gràndis al funsiòna il Parlamìnt. (In chel a ven drènta ‘na ninùta sui sinc àins, sòur di Catina cun un macùt di flòurs in man: a si fa dòngja a la fantàta disìnt):

NINUTA - Catina, ‘sta matina a bunòra i ti mi às dit che vuèi còma un an a è muàrta nustra mari, e par chel j’ ti pàrti chì i flòurs pa la Madòna.

CATINA - Gràssis, ma adès, fòur! No sta disturbâ, sansùgula’ chi no ti sos àltri! (La pìssula a ghi fa ‘na smorfia a sô sòur) No sta fa la smorfiòsa, chi no ti pars bon. (La pìssula a va fòur e intànt Catina a pòja i flòurs su l’altarùt da la Madona).

Séna seconda

Là di fòur a si sint a talpignâ i cjavài e dopo un pûc a vègnin drénti il cont e so cugnât, il gastàldu di San Vit.

CONTESSA MARI - Ah! Benedès di Diu, sèisu rivâs?

CONT PARI - Sì, i sin rivâs, i sin uchì. Bundì a dùcju!... E un bocòn par me e pal barba Gastaldu di San Vit. (Viérs Pileo) Ah! Che ben, uchì èncja tu, Pileo, prin amigu di me fi; làudis e onòur pa la to bravùra!

(E viérs’il forèst) E nuàltris, nòbil cusìn, di tant in tant i si jodìn (a si dan la man e cussì éncja il forest cui gastaldu che dopu al si tira in banda cun sô sòur. (E intant a màngin).

CONT PARI - (Al cusìn) Coma mai di chìsti bandis?

FOREST - Par vigni a riveri il barba cont di Prodolon, to pari. E di che stràda a da un cuc chì di vuàltris a Versuta.

CONT PARI - Buni nòvis di là da l’Aga?

FOREST - Par adès, no!

CONT PARI - Se vûtu disi? J’ ti lu dis ben jo in curt: a son dòma dòi dis chi si ‘véis cjatat a Sividât par complotâ cuntra dal patriarcja. (Il forest al resta a bocja vièrta)

I volèis falu fòur: i lu ‘vin savût da la stessa bòcja dal prìnsip ch’al ni lu à pandût!

FOREST - Nuàltris no sin cuntra di lui, dòma i volìn ch’a nol tiri fòur di sot da la gabàna il so spadòn! Il vescul ch’al fasi !

GASTALD - (Ch’al mòla so sòur) Pardòn, si mi met èncja jo di miès! Se teòliga a saltia fòur s’cjù dis ‘nta la nustra Patria?
Un grum i sèis chi la ‘vèis cuntra di lui!

CONT PARI - Se si pòssia utigni pì di cussì dal patriarcja? A ogni livèl e cjantòn al si à dat di fa! 0 ‘a nol vi gàrbia ch’al dèdi da vivi a doimil puorès in dì?

GASTALD - Al è cussì inomenât il so guviâr che la comunitât di Coneàn a à fat domànda di fâ part dal nustri Parlamìnt!

FOREST - Ma i timps a gàmbin. Vuardànsi ator: li sitâs a si dismòvin, encjamò tu, cusìn, chi ti ghi tens a stâ cui timp: i no capissitu che stât e glìsia a son do ròbis disfarèntis, ch’a no pòssin stâ sot di un sôl paròn. E in pì... il patriarcja al è vécju.

CONT PARI - Vécju sì, ma no rimbambit còma ch’i vorèssis falu jodi vuàltris!

GASTALD - (Cu ‘na vena di ironia) O biel nòbil di là da l’Aga, Sint mo se ch’j’ ti vuèi disi: tu, ti tèntu in bon di essi furlan?

FOREST - E còma no? Ma, j’ lu ripèt: nu i no cuntindìn i so dirìz di sorestànt spirituàl, ma ch’al mòli li rèdinis dal guviâr da la Patria. Aria nòva a ven da l’Italia, partada dài marcantìns e dai banchèirs e i cumùns and’àn avònda da la nustra glìsia. Concludìnt: il patriarcja ch’al fédi il predi e no il fant.

GASTALD - I vûtu sdrumâ il nustri stât? Ciòighi li rèdinis al Patriarcja... e dut al zarà in frigùis! Al si romparà il spièli dai Furlàns... Il patriarcja al è un sìmbul e ‘na fuàrsa par tigni-adùn dut il popul furlan!

CONT PARI- Al è nustri dovê di tigni dur la siviltât cristiana.

BERNARD - Sì, pari, i ‘vin di tignîghi a la siviltât cristiana, ma chista ch’a no sèdi tignûda-su dal podê ch’al è sémpri ‘na fuàrsa malandrèta màssima in sèrti mans!

I cristiàns ch’a dòprin il podê dal Vanzèli, par fa ànimi sàntis trasparìntis còma il glas ! . .
No stâ cròdi che jo j’ sèdi cuntra il patriàrcja; par lui j’darès la vita!

CONT PARI - Alc al si pò éncja gambiâ: ma vuàltris (al cusìn forest) i ‘vèis fiât da sblatarâ fòur, e par prin chel mostacìn di Gurìssa... un volpòn, un bàbiu ch’al sa fâ i so cons...

GASTALD - Cui l’èse pò il cont Rico di Gurìssa? Un rabìn di avocàt ch’al scata còma un archèt cu un grum da la so bànda. Cu la lénga ferbìnta ch’al à, al à insiminìt éncja l’imperadour, so fradi, paràltri benefissiât un grum dal nustri patriarcja.

CONT PARI - Alsàit, alsàit la cresta, a no vi passarà lissa!

URSULA - (Apena ‘rivâda cun so mari e Catina, che in timp da la discussiòn a erin zùdis fòur)

No stèit a parlâ cussì, pari!

CONT PARI - (A Ursula) Parsè tant dòul di còur? I àtu magàri qualchi moscardìn di lòur ch’al ti ronzêa atôr? Sta’ in vuàita, sàtu?

CONTESSA MARI - Quant chi burìs ‘stu questionâ! I redeghès a no zòvin a nùja! Finît, par plasê il bocòn!

GASTALD - Sour, làssa ch’j’ mi sbròchi! (vièrs il forest)

J’ ghi ciòj la peràula a me cugnât: vuàltris i ‘vèis còur da dîsi chi stèis spetant il dì, di sbassâighi li àlis da li so aquilis che, còma stéma, a son piturâdis squàsi di pendolòn.

CONT PARI - Bièl rispièt a ‘na figura di vécju di nonànta àins!

GASTALD - Pròpit aljèir cun me, chel sant da venerâ al si cunfidà disînt: ch’al è pront a dâ la vita par il ben da la sô glìsia e dal so pòpul! Preàn la nustra Mari benedéta ch’a fêdi zî pal sô indrèt la cunvìgna di Padua ‘stu mèis chi ven. I véscui e i siors feudataris sot dal gardenâl, legât dal Papa, a si tiraràn dòngja éncja par sclarî li cuestiòns dal Friûl.

CONT PARI (Dant un suspiròn e alsànsi da la cjadrèa cun chei àltris) E adès, par no ròmpi la parintât, un bon got di malvasìa dols e speciàl... Cusìn, i ti ‘varàs timp pierdût, si ti vas a conseâ pal to partìt i feudatàris da la nustra cjèra di San Vit. (Catina a è vignûda cu ‘na bossa di malvasìa: il cont pari al ufrìs a dùcju ch’a bévin e po’a van fòur. A rèstin in séna dòma Ursula e Catina ch’a sparècin la tàula).

Séna terza

URSULA - Dal mòut di fevelâ di me pari e di me barba gastalt, li ròbis a no van ben par il patriàrcja. Un grum di feudataris a ghi son cuntra. Encja la famea dal me maròus di Spilumbèrc ‘a l’à su cun lui.

CATINA - Ma il to maròus al è un bon fantât e a nol s’impàssa cu ‘sti ròbis spòrcis. Bertrand al è un sant’omp. Diu al è cun lui parsèche il nustri prìnsip al jùda i puorès! (Li do’ fantatis a plèin la tavàja, ‘na banda su che altra).

URSULA - La plèa a va fata pa la sô banda jùsta. Duti li ròbis a àn la so plèa. A no si à da pratìndi chel ch’a no si pol ‘vêi!

CATINA - Còma disi: che jo j’ ài da molâ Bernard! Ma al è lui ch’al vòul tigni dur! Il so amòur par me nol à plèa!

URSULA - I si metèis t’un gran lambìc! Ma jo no mi sint di zî cuntra di me fradi. J’ tem pal me maròus e par la sô famèa ('A va fòur).

CATINA - (A finìs e a va viérs l’altarùt da la Madona)

Madonùta dal me còur, tenmi dòngja se no j’ mòur. Ten cun me il me fantât, che il nustri vivi al sei beàt!

Séna quarta

BERNARD - (Entrànt) Sì beàt al sarà sémpri il nustri vivi: tu la me beltât, l’amòur, la pâs, tu la me vòja di vivi, Catina!

CATINA - Vuèi un an me mari mi à lassât e il nustri amòur nol pol essi san par via dal fal tra to pari e me mari.

BERNARD - Ma se Diu al ni met drénti ‘sta flama al vòul disi ch’a è buna. Parsè varèssial di distudâla?

CATINA - Nissùna nova par distrigâ ‘stu gredèi? Il sior cont, to pari, no l’àjal baretât peràula cui patriarcja e il nustri véscul di Cuncuàrdia?

BERNARD - Ròbis massa gràndis e sèriis a ju àn tignus indafarâs ‘nta la cunvìgna. Ma i no ‘vin di disperâ. Jodìnt me pàri, j’ sint alc di nòuf ‘nta l’ària.

Séna quinta

Adés a son dùcju ator la tàula e il cont pari al dòmina dùta la famèa.

CONT PARI - Sintèit-mo dùcju, adès chi sin sidìns. E cun me vierzèit il còur a Diu. Pasca a è belzà flurìda, lassàimi cjantâ di Diu la misericòrdia. Fin quant il me vivi malcuièt al si sprolungiarà ‘nta lòucs forèsc’? Cùi mi daràial àlis di colòmba par svualâ e pausâ ‘nta chel mar grandiòus di lûs e di eternitât beata?

Indiâsi: chista a è la paràula ch’a mi sbusìna ‘ntal cjâf ‘scjù dîs, pur-pur ‘ntal burlâz da la nustra Patria; sìcut ‘na gòta di aga colàda ‘ntal bocàl dal vin ch’a si disfà cjapànt su dal vin il savòur e il colòur!

Ch’a sèdi encjamò cussì la me anima: aria trapanada dai ràis dal sorèli, inciocàda di lûs, lusòur di Diu èncja ic. Sì, un viàs a è la nustra vita, e jo j’ vi làssi. Piligrìn j’ vài a Roma ‘nta ‘stu an di grassia, ‘nta ‘stu an sant.

CONTESSA MARI - Se sintìnu mai? Meni, un gros displasê vûtu tu dâni?

BERNARD E URSULA - (Scuàsi cun so mari) Ah, no, pari, no sta pensâ cussì.

CONT PARI - Còma? Parsè no jo? Al partìs il nustri prìnsip, vècju e martoriât; al partìs cul gardenâl, il legât dal Papa!

GASTALD - Intànt a van viérs Venéssia, e podopu a jodaràn se fâ.

CONT PARI - ‘Encja jo j’ vai cui nòuf abàt di Sièst; a cjavàl, a piè i zarìn!

CONTESSA MARI - Meni, no sta fâni angussiâ: al è un viàs lunc e plènis di brigàns a son li stradis!

CONT PARI - Maria me, j ti mi fâs dòul, ma fastiliànt, a cjâf di nùja ti rivaràs. E po’ Roma a no è Gerusalèm! Pènsa al nustri Durì di Pordenon: quant no l’àja strussiât par mâr e a piè fin ‘ntai cunfins dal mont? E pur al è tornât in ca a fa pausâ i so vuès ‘nta la so e nustra cjèra. (Vuardànt in alt...) No sòtu tu, Signòur, chi ti còntis i me pas? No sta’ fâmi zî pì par tròis sbandâs! Puor mai me, se li tenebris a mi inglutìssin, e il me s’ciampâ al colarà di unvièr o di sabo. Parsè intarzivâ?

CONTESSA MARI - Puòris mai nu, bessòlis i ti vòus lassâni?! .,

CONT PARI - (Vuardànt Bernàrd) No, Bernard al cjaparà sù il me post. I bòus a son ‘nta la stàla, il vignal e il furmìnt a daràn vin e pan: l’eucaristia e il viatic pal nustri piligrinâ.

CONTESSA MARI - Ma, no pòssitu mendâti èncja culì, Meni!

CONT PARI - Maria, crevàda a è la me anima tan’che la statuòna di san Cristòful dal dòmo di Glemòna, cul taramòt. Jo j’ ài di comedâla, fala vignî lustra, tan’che il ram dai nustri sélis, frejâs cul savalòn e aséit 'ntal sabo sant passât. Jo j’ ài di fala doventâ lusinta la me ànima, tan’che la cjadèna dal fogolâr la vèa di Pasca, su e jù pa li s’gjavìnis e pa li stràdis strissinàda dai frûs. A si à da partî dal pecjât, par presseâ la gràssia; al è il meràcul che jo j’ domàndi cui me piligrinâ fintramài a Roma.

BERNARD - Ma, pari, ti sas ben che par lucrâ il pardòn a si cùign fa òparis di caritât!

CONT PARI - Bernard, cun to barba, i ‘vin belzà pensàt alc: intànt Pieri il nustri famèi al sarà manumetût e sfrancât dal dut!

(Al clàma a vòus alta) Pieri!

(Al éntra Pieri cu’n camisòt néri da serimònia)

Grant al è ‘stu dì chì par te, Pièri!

GASTALD - Da chistu momènt, no ti saràs pì leât a la cjéra còma il bo a la vuàrzina.

CONT PARI - Un toc dal pustòt, jo j’ ti regàli e un antri ciàmp a livél. J’ ti làssi un manz e ‘na vàcja, e dùcju i imprese’ par plantâ e rincurâ ‘na vigna e ‘na mitât di furmìnt.

GASTALD - Al cont, ti cugnaràs dòma prestaighi doi dis ‘nta l’an; un ogni vòlta ch’a si varà di viérzi li plàntis dal vignâl e un co' si sesolèa e si bat furmìnt. E tu, fa’ jòdi il to rispièt al paròn, cui partâighi ‘nta li fiestis grandis il prin frutàn da l’ort e dal curtìl. E infin, ‘na volta a l’an, dai Sans, recuarditi di viliâ e di ufrî a la glìsia alt par recuardâ li ànimis dal Purgatòri!

CONT PARI - E adès, Pieri, zin viérs I’altàr da la Madòna: a è ic ch’a ti deliberèa: e tu, Bernard e tu Pileo, i sarèis i testemònis, ‘ntal documìnt dal nodâr.

GASTALD - “Ego Dominicus, Comes de Mels et caetera.. . cussì a tàca la formula e il sfuèj chi ‘vin bel pront ‘ntal palàs dal patriarcja a San Vit.

CONT PARI - E stasèra, jo j’ metarài la firma, prin di parti par Roma.

GASTALD - (Mostrant a Pieri ‘na grampa di stràm) Pieri, intànt che jo j’ declari la to libertât e il cont al disarà la rissiòn denànt da la Madòna, tu i ti tegnaràs strènta in man ‘sta grampa di patùs, ciòlta jù dal tet dal casòn che il cont di Mels al ti lassarà, coma lòuc dulà che tu e la to famèa i zarèis a sta’. (E ducju a van viérs l’altâr da la Madona).

GASTALD - “Jo Jàcum cont Altàn di Salvaròul, gastald da la cjéra di San Vit, in non dal patriarcja e prinsip di Aquilèja, j’ cjàpi dal cent Meni di Mels, ‘stu servitòur, Pieri Fantin, par liberâlu e mètilu ‘nta li mans da la nustra Patria e par garantîghi cussì ogni libertât e ogni sòrta di dirìt”.

CONT PARI - (Tignìnt cun Pieri la grampa di patùs) “Par l’amòur di nustri Signòur Gesù Crist, pa la salût da la me anima e di che dai nustri muars, pa la remissiòn di ducju i nustri peciâs, jo, Meni, cont di Mels, paròn di Prodolòn e di Versùta, prin di partî par Roma, j’ voj liberâ te, Pieri Fantin, e j’ ti met ‘nta li mans da la Madona, nustra mari, e ‘ntal grim da la nustra mari glìsia di Aquileia. chel che in ‘stu momènt jo j’ àj pandût di me volontât, jo j’ lu fai in nom di Diu. Amen!” . E adès, Pièri zìn fòur, parsèche j’ ti consèj di cjaminâ, no pì dòma par la strada dal to paròn. Quatri a son li stradis: chê dal ben e chê dal mal: chê da la vita e chê da la muârt. Tu sièls che buna! dal dì di vuèi i ti saràs liber tu e la to generassiòn; in saecula saeculorum.

DUCJU - (A vòus àlta a rispùndin) Amen! (E a van fòur lassant soi dòma Bernard e Catina).

Séna sesta

BERNARD - Che gràssia grandona, par te vuèi, Catina! Par te, pa la to famea e par ducju nu. Al à bon còur me pari! A mi à fât colp la so nova peràula: “Indiâsi”, ma par nu doi se’l podaràia fâ e quant i podarìnu disi il nustri amòur a la lûs, còma il sorèli ‘nta l’ària?

CATINA - Ma quant chistu miràcul? San Zuàn e San Pieri a son vissìns; e to pari al va lontàn par scontâ il so pecjât e par cjatâ l’indrèt pa li nustri nòssis!

BERNARD - Cul vescul di Cuncuardia e cul nustri patriarcja dut al vegnarà disgredeât pal mièj. Catina (Strinzìnghi la man) j si volìn massa ben par che dut al si disfànti.

Séna settima

A èntrin ducju cul cont ch’al à metût-sù la mantelìna dai piligrìns.

CONT PARI - E adès jo j’ ài dòma brìa di zî. J’ vi salùdi in nom di Diu: cuàrp e anima ch’a rèstin sémpri in salût, e recuardànsi almancul a ogni sun di cjampàna.

(Viers la contessa mari) E tu, Maria, no sta plànzi, làssa ch’j’ ti imbràssi. Maria, nòn da la Madona, Vergine mari, sòur, resta sémpri cun me e cu la me famèa! Par pûc i starìn lontàns e zòvin di spirt jo j’ tornaràj. (E la strenz fissànla ‘ntai vui). Maria, prin di lassasi spièliti ‘ntai me vui! (A Ursula) Pissula orsa, pelosuta me i ti sôs sèmpri stada. Fàti tìnara cun cui ch’a ti vòul ben... E se ti cjòis un Spilumbèrc, no stâ tradî il nòn da la cjàsa.

CONT PARI - (A Catina) Ninùta, par me tu ti sufrìssis, ma no par tant. J’ spèri di cumbinâ cul vescul e cul patriarcja. Sempri tu ti restaràs di Bernard. (A Bernard) Anima mê, resta nòbil di sanc e di spirt. Impromètimi chi ti saràs just cun Diu e i puorès, denànt il potént e il bacàn. Impromètimi di restâ leàl al nustri prìnsip. Pàrilu sémpri. E se, par lui, speràn di no, i ti cugnaràs doprâ la spada, mièi lassâti copâ che s’cjampâ. E che la to lenga a pàndi sémpri la veretât.

A ti li rèdinis da la nustra cjàsa.

(A Pieri) E tu, Pieri, lìbar ti sos, ma mai no sta rompi il leàm cu la me famèa.

(A ducju) E adès, lassàimi zi viérs la lûs: adès che il timp al è bon, in ‘stu àn di salût par ducju. J’ vi strens un par un.

Insièmit i farìn stràda (e a ju imbràssa ducju).

E, prin di parti, domandàn jutòri a la Madòna cjantânt cun San Bernard:

(E intònin a plena vòus)

Salve Regina...

FIN DAL SECONT AT

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Ters At

Atours in òrdin di comparsa

ZENT
FRÛS
CATINA
URSULA
‘NA NINUTA
CONT PARI
CONTESSA
MARI
UN VECJU
UN ALTRI VECJU
UN TERS VECJU
UN QUART VECJU (sa si vòul)
UN ZOVIN DAL CORU
PERSONAGIUS PAL “PLANCTUS MARIAE”
UN A CJAVAL

A Versuta, còma ‘ntal prin at. In pì a si jôt denànt la glìsia un pàlco pa la rapresentassiòn sacra. Intòr a è ària di fiesta, còma pal Corpus Domini, cun arcs di fras’cis intor la plàssa, e ‘ntal fons, a man sànca da la glìsia, una foghera di lens e stàngis cun cuàlchi colàs di sèif. I sin al sèis di zùign dal 1350, una domènia sotséra dopu ‘na plojada di ches bunis.

Séna prima

Zent in glìsia pai jèspui: un s’cjàp di frûs a si fan indenànt curìnt; a si fèrmin in sercli in miès da la Beorcja. Un a fuàrt al fa la cònta.

Libràn
Ilbràn
Gulpràn
S’culdàs

Patàfs
Scabìn
S’cjapìn
Fòur il prìn’

(I frûs a sìghin e a rìdin a fuàrt. Un omp al ven fòur di glìsia e a ju scòrsa drénti).

Séna seconda

CATINA - (A si fa indenànt vignìnt fòur da man dréta. A si mòuf plan plan e po’ a si sìnta sun tun traf ‘ntal miès da l’erba. Sot vòus, coma cjacarànt bessòla)
“S’al mi bussàs, cun tun bussòn da la so bòcja” Cussì Bernard, sul puntisèl jo e te i pensàvin insièmit sòra sèra aljèir! L’aga da la Vièrsa a ni sbisiàva via cjacarussànt: e nu, còma solevàs parsòra, tra cjèra e séil, lizèirs di pûr volêsi ben! “Il to amòur al è mièi dal vin”, ti mi disèvis sotvòus, e jo cun te. “Se bon ch’a nàsin i to prufûms! Un bon odòur dai pì fins, al è il to nom, Catina”. E jo: “Bernard, a àn resòn li frutis a voleti ben! Tìrimi éncja me davòur di te! Dulà i sòtu? Metìnsi a còri...” (A tâs un puc). Mins e còur a còrin encjamò cun te, ma il me cuàrp al è fer culì, in spéta chi ti tòrnis da Sassil cul patriarcja Bertrand. “Jôt, Bernard, i ‘vin dut pareciât; fin i fòucs da impiâ i arcs di fras’cjs, i ninsòi displeâs ‘ntai balcòns e il breâr, par la sacra representassiòn. Il cent al sta par tornâ: cui sa ch’al ni pàrti la buna nuvitât che nu podìni vivi insiémit e cjantâ il nustri amòur”. Cussì aljèir di sèra i si cunfidàvin!

Séna terza

Ursula a ven fòur a la svelta, còma par zi in glisia e sùbit dopo la ninuta ch’a si sclufa dòngja a Catina. Il discors al à di fa jodi l’ansia da li do fantàtis.

URSULA - Catina, se fatu chì bessòla? A son belzà indenànt cui jèspui!

CATINA - J spèti!....

URSULA - J’ soi in pensèir éncja jo! Madona benedèta, fèini la grassia ch’a ni ‘rìvin sùbit sensa intarsivâ.... (e dopo un puc) Ma, fin un puc di cons: stamatìna la messa granda a Sassil. Un bocòn di gustâ a ghi vòul pu r ... Po’ dopu, tacâ a mòvisi cui trop e i cjavai a no è ròba da puc. E il sbavòn a ju ‘varà fermàs, par parâsi da qualchi banda. . .

CATINA - Ma òra presìnt a ‘varèssin di essi chì parèntri. (Dopo un moment) J’ mi sint ingropàda come ch’j’ no ‘ves pì di jodi il me Bernard...

URSULA - Su, se disitu!...

CATINA - Bernard, lui nol à pòura di bàtisi s’al ocòr; par salvâ il nustri patriàrcja. E forsi èncja il to maròus...

URSULA - A è vera: il me maròus a nol è còma i sôs cuntra dal patriàrcja.

CATINA - (Dopo un pu’ di sito, voltànsi viàrs so sòur ch’a sòmèa indafarâda a cjatâ no-sai-se gnènfra l’erba; còma ‘na ròba perduda). Ma, tu, Ninuta se s’bisiéitu lì?

NINUTA - Jo j’ vai in sèrcja di un quadrisfuèi, si lu cjàti, i sarìn sigùrs chi ‘varìn ducju buna furtùna.

CATINA - No sta bassilâ, e va in glìsia a preâ cun ducju, e prèa éncja tu. (La ninuta a cor viérs la glìsia).

URSULA - Encja nu zìn in glìsia; gran-fati- mo che dut zèdi pal pèzu! No stin fastiliâ dibànt. Domàn al sarà un dì grant: uchì al sarà il patriarcja, uchi il cent pari al pol rivâ a ogni minùt còma ch’al ni à mandàt la nòva. Uchì Bernard e Durì. Adès zin in glìsia a cjantâ l’antifona da la Virgina Maria, prin che la zent a torni fòur! (E a si invìin vièrs la glìsia).

Séna quarta

CONT PARI - (Entrant vistît da piligrin e dant di vuli a Catina e Ursula)

Ehilà! Cuj sèisu? (Catina e Ursula a si vòltin indavour). Ah! Ursula e Catinùta! Doi flòurs di ‘sta me Versuta, doi flòurs di vièrta, che il sbavòn nol è rivât a ruvinâ! (Li do fantatis a ghi van incùntri e a fan par zenoglasi). Ah no, po’ no! Cu la capa dal piligrìn jo j’ vi invulùssi par mètivi sot la protessiòn dai Sans apostui Pièri e Pàuli (Al lèva la càpa e al fa mòtu di invulussalis). Duta chì la me famèa? No vi ‘vèviu mandât a dìsi che vuèi j’sarès rivat? E Mariuta e Bernard?

URSULA - La mari a è in glìsia, ma a stan par vigni fòur!

CATINA - E Bernard i lu spetàn da un momènt par l’altri.

CONT PARI - E indulà l’esiàl?

CATINA - Prin dal cricâ dal dì al è partit par Sassil par sconsea il patriarcja a passà il Tilimìnt sot Spilumbèrc.

URSULA - A volarèssin tìndighi un tramài par cjapâlu!

CONT PARI - J’ sai ben còma ch’a van li ròbis. Sì, il prìnsip al à ‘vût la miéi ‘ntal consei di Padua.

CATINA - Fòur da li mùris di Spilumbèrc a lu spètin, e Bernard al è zût a cunvìnsilu di passâ jù par ca e magàri s’cjavassâ il Tilimìnt pal vât di Rosa.

CONT PARI - E cussì al podarés resta ‘ntal so palàs di San Vit fin che li aghis si sidìnin. J’podarès consegnaighi, ‘vela chi ‘ntal s’carselòn, ‘na létera pal patriàrcja. A saran buni nòvis chi drènti, Catina. A ghi la manda il nustri vescul (còma ch’al parlàs bessòul...) A sarà fìnìda ‘sta passiòn! (E pì a fuart) Ma, adès no stin bassilâ pì di tant. Sacòr la ploja a ju ‘varà intarzivâs. Spetan un puc... (E vuardànsi atôr) I ‘vèis pareciât dut bièl chi parèntri, còma pa la fièsta dal Corpus Domini.

URSULA - Par indalegrasi cun te, pari!

CONT PARI - E là in somp j’ jet un taulât.

URSULA - Al è il breàr mitût-sù pai cjantòurs di Volesòn: i ti ju sintaràs a momèns!

CONT PARI - I mi stéis fasìnt un bièl regâl! Sintèit, a finìssin di cjantâ in glìsia; a son par vigni fòur. (A si sint cjantâ...)

Alma Redemptori mater, quae pervia caeli porta manes et stella maris, succurre cadenti surgere qui curat populo. Tu quae genuisti, natura mirante, tuum Sanctum Genitorem. Virgo prius ac posterius Gabrielis ab ore sumens illud Ave, peccatorum miserere!

CONT PARI - O Diu i ti às cambiât in gjoldi il me planzi; tu, j’ ti mi fâs lassâ il me vistìt di sac e mèti su la muda di fièsta par che il còur sensa padima, al ti cjànti, Signour, Diu me, in eterno jo j’ ti laudaràj.

CONTESSA MARI - Siòr me, san e salf j’ ti cjàti; ma scunît e magri jo j’ ti jôt!

CONT PARI (‘ Mbrassànla...) Ah! Maria me, dona me! Ma ben pì zòvin jo j’ soj doventât. Sinquanta dis, ‘na pentecoste di fòuc al dura il me piligrinâ.

(Viérs i fiòj e li frutis) frûs e frutis, vignèit pì dòngja a riveri il cont. No stèit ‘vê paura! Encja jo j’ stai doventant un frut; parsé che il reàm di Diu al è fat pai pìssuj. (Al tira jù il cjapelòn e al fa jodi i tre simbui ch’a son picjâs ator). Chis’cju a son i tre sìmbui dal nustri piligrinâ cristiàn: vela chì la palma, par chej ch’a s’invìin viérs Gerusalem! Chista a è la capa di mar, par chei ch’a van a san Jacum di Galissia. E no jodéisu chista? a è la Veronica, la vécja icona dal Signour venerada a Roma e da Lui lassada su di un lin, che ‘na busdata a ghi consegnà a Lui par sujasi la musa dal sudòur e dal sanc, in bel ch’al zèva viérs il Calvari. E il Signòur, coma regâl, a ghi à lassât il so letràt. Vegnèit ducju dòngja, bussàit la Verònica. (Il cont a ghi dà da bussâ la Veronica a ducju chei ch’a vòlin). E chistu al è il bardon (e al mostra il bastòn), il me compain di stràda, benedìt dal Véscul di Cuncuàrdia sul prinsìpi dal nustri viàz di piligrìn. E uchì a pendolòn a è la crèpa di sùcja ch’a fa da bòssa par tigni l’àga da distuda la sèit. (Viérs Pieri, apena ‘necuàrt di lui) Ah! Pieri, i sotu chi? Ven dòngja, saluda il vècju paròn. E, par plasê, i vàtu a cjòimi un cop di aga? Vualtris no savèis quanti vòltis ch’j’ ài bramat l’àga di chista fontana! (Al ghi passa la bòssa a Pieri ch’al partìs. Al ghi dis ai frûs e a duta la zent) No stèit a ‘vê rivuàrt di me! Jo j’ no soi l’orcul; vignèit vissìn: domandàimi alc!

CONTESSA MARI - A no àn coràgju: a ti jòdin còma ‘na vòlta; e po’, cussì sacodât...

CONT PARI - (Al ribàt il stes cantìn) “Se i no doventàn coma frûs, no podìn entra ‘ntal reàm di Diu”. (I frûs a si fan dongja e èncja i grànc’ intànt che Pieri al ghi scuàrs l’àga).

Gràssis, Pieri, e mànda cualchidùn di sòra ‘ntal solâr par visami sa jodin cualchi cjaval culi trop dal prìnsip ch’al si fa in cà. (E al béif un glutâr) Limpida a fres’cja àga di Versuta, par la to bontât a ti laudaràn li generassiòns. (E jù ‘nantri glutâr) Limpida, fres’cja aga da li nustri montagnis e planuris dal Frìûl, cui rivaràja a pàssisi? (E dopo un ùltin glutâr) Limpida e fres’cja la me anima piligrìna pal mont, maravèa di Diu. Nova di scrèa i ti mi sos a la fin di un viàs cussì lune. (Viérs la zent). Ma no steit lassâmi bessòul, che fin massa jo j’ soi stât ‘stu timp.

Su, frûs benedês, alc domandàimi e jo j’ vi rispundaràj.

UN VECJU TIMIT - Sior cont, nuàltris i si beàn a jòdivi un grum gambiât. E sicòma che ducju i ‘vin di doventa frûs... jo j’ pensi di domandâvi curiòus di sintivi dal vustri viàs: còma ‘vèisu cjatat li stràdis zint a Roma?

CONT PARI - Tribulâ un mont: sorèli e plòja; fangu e pòlvar, brigàns e pestilènsis par scontâ il pecjât.

UN ALTRI VECJU - E par durmî?

CONT PARI - Sot i puartis dai convèns, o ‘nta li andrònis da li glìsiis, ma, furtunât jo j’ soj stât a zi in cubia cul nustri vèscul. J’ àj sparagnât un grum di perìcuj. J’ ài jodùt robònis, robonònis. J’ vi contaràj pì indenànt.

UN ALTRI VECJU - Sior cont, còma èse Roma?

CONT PARI - Slambrada par drenti e par fòur. A ghi màncja li rèdinis da la glìsia e dal stât. Il papa zaròmài da timp al si è impostât a Davignòn in Fransa e il stât al è sensa sorestânt. Ma pur cussì, ‘na voròna di fede e di divossiòn. Pardabòn j’ vi lu confèssi che, ulì a Roma jo j’ sintèvi a bati il còur di duta la cristianetât.

UN ALTRI VECJU - Roma slambrada éncja di fòur, còma?

CONT PARI - Parvia dal taramòt: rudinàs par dut. Un pecjât a jodi li basìlichis duti scrodeadis!

NINUTA - E and’èria zent a Roma?

CONT PARI - Tantòna, tantòna: éncja se l’Europa intèra a è stada martoriada da la peste nera. E di duti li ràssis e di duti li nassiòns. Ninuta, i zòvins di ducju i pais, biei còma te, anzulùt di Diu. (Al si sbassa par bussala). Un grum di zentòna, e bês a palòtis: cui ris’cèl a ju respàvin- sù a piè dai altàrs e dòngja li tòmbis dai beâs apostui e dai màrtars.

UN ALTRI VECJU - Di chisti vustri piligrinâ, se vi àial plasût di pì?

CONT PARI- chel di essi tornât zòvin! A no vi pàrial stràni, ma a è cussì!....

PI’ DI ‘NA VOUS - Tornâ zòvin, còma? Còma?...

CONTESSA MARI (Malapajàda) Siòr cent, i ti sos stracòn, zin, zin drènta!

CONT PARI - No, no! I ‘vin di torna pìssui pal reàm di Diu! Sì, jo j’ mi sint zòvin e ‘stu miràcul j’ vi lu spièghi jo cun ‘na storiùta imparada lunc il viàs! Savèisu, frûs, se ch’a ghi sussèit a l’àquila ogni passa dèis àins?

I frûs - (A si fan dongja disint) Noooo! Noooo!

CONT PARI - Sierât chel timp, l’àquila a lassa dut e a si met a vuardâ il sorèli; po’di colp a pònta cuntri di lui e a no fa adora di sìntisi scuetada ch’a plòmba jù ‘ntal mâr par sùbit dopo tornâ-su da l’aga, gambiadis li plùmis, zòvina e fres’cja di prìn svuàl. E a mi compàin viérs li stràdis di Diu: in Lui, fòuc di amour e mâr di misericordia, la me anima zòvina e fres’cja a è doventada. (Al pausa un puc). Sintèit mo! Salocòr, jo j’ resòni da matussièl, ma jò stasèra apèna tornât, dut nòuf, jo j’ cjati. Al mi è di spièli ‘stu mont apèna rinfres’cjat da la plòja, sot i ùltins ràis dal sorèli. Dut al mi smicja còma apèna creât da la man di Diu. Dut nòuf: colòurs, lûs, profums di cjèra e di àga. (Al si met in scòlta). Fers-lì! Sintèisu la vòus dal cucùc...? Ah! Còma ch’al mi incjanta in ‘sta òra! Sintèit la vòus lavada da la plòja, sèmpri che, gualìva, vècja di mil àins, ma tant nova par me.... Sì, dut a cjanta nòuf ‘ntal me còur! ‘Encja sa è sèra, in ‘stu momént, par me a tàca ‘na matìna di vita nòva! (Cul parlâ dal Cont, lì ator al si fà dut un sîto)

CONTESSA MARI - (Duta angussiada) Fòur dal timp, fòur di te, i ti jodìn, siòr cent. Ven drènti ‘nta la to cjàsa, ven a pausâ!

CONT PARI - (Dûr e fer...) I ‘vin di doventa frûs e stupidelus, par amòur di Diu! (E dopu un puc) Ehilà, vuàltris, da li barcognèlis dal solàr, butàit jù il vuli da li bandis di Banìa e Pordenòn. No’l si faja nissùn indenànt cui cjaval?

CONTESSA MARI - A fàn mòtu di no!

CONT PARI - Ben, alòra a son romài di là da l’Aga, e Bernard cun lòur viérs Udin! Che Diu ju compagni! E nu, se finu chì. Denànt ch’a végni scûr e prin d’impiâ il pignarûl, metìnsi dongja a sinti il coru.

Séna quinta

Ducju a van viérs il palco.

UN ZOVIN DAL CORU - Siòr cent, Bentornât! Nû i ‘varéssin da dâvi il bon-asset cu ‘na rapresentassiòn fata di ligria. Invèssit, cui vustri permès i tacàn cul “Planctus Mariae” intonât al vinars sant. Al è il plansi da la Madona, da la Madalèna e dai apostui e dissepui. Ma nu i ghi din éncja chista plèa: i volìn mostrâ il còur di ‘nantra Maria, la nustra siòra contessa, co’ si metè a plansi quan’che vu, siòr cent i ghi ‘veis dat la nòva di partî piligrìn par Roma. I finirìn cun l’alleluja di Pasca par indalegrasi cun vu, tornât a cjàsa san e salf. E che Diu séial benedit in sècula!

Séna sesta

A scuminsin la rappresentassiòn. Viérs la metât, ‘na vòus a vèn dal solàr. “A si jot qualchidùn a cjavàl: Fermait!” (La zent a si tira in banda e a fa lare. Al entra un zòvin spiritât ch’al sìga):

UN A CJAVAL - A àn sassinât il patriarcja Bertrand ‘ntai prâs da la Richinvèlda. Bernard al era cun lui!

Il cont pari, la contessa mari, Ursula e Catinuta a si imbràssin e po’ dopo li dos féminis a mòntin sù a partâ indenànt la sacra rapresentassiòn, al post da li atòris.

Il cont pari al sta abas fer e a nol fa ‘na plea. Dopo un altri toc, il còru al càla di ton par fa sintî li ùltimis tre vous:

I VOUS - La passion di Crist a si sprolùngja tai sècui.

II VOUS - E vuei a si cjaparàn-sù éncja la passiòn dal nustri prìnsip Bertrand e di Versùta.

III VOUS - Cussì, éncjamò ‘na volta a si rinòva il Calvàri dal Friùl!

Il còru al cjàpa flât bel che dut al va sierât.

FIN

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