Don Angelo Petracco

Un prete non troppo comodo

 

Don Angelo Petracco, nato nel 1863 e parroco di San Giorgio dal 1894 al 1935, stimatissimo dai suoi compaesani, non fu certo un personaggio accomodante nei confronti della gerarchia ecclesiatica e dei "signori" del paese.

Trascriviamo due contributi che, anche se contrastanti, possono aiutarci a comprendere la forte personalità di "Don Petràc"


 

Arresto del parroco di San Giorgio

da "Vicende di Paesi"
di Vannes Chiandotto
(ottobre 2000)

(...).A margine di queste vicende ecclesiastiche locali merita un cenno l'arresto del parroco di San Giorgio.

Con don Angelo Petracco, nato a Prodolone nel 1863, pievano di San Giorgio dal 1894, si manifestarono ben presto problemi riguardo al beneficio parrocchiale su cui vigilava all'epoca un funzionario statale chiamato sub economo dei benefici vacanti. Questa organizzazione, prevista dalla Legge delle Guarentigie del 1871, era però un residuato del cosiddetto jura majestatica circa sacra dell'epoca assolutistica, fra cui rientrava anche il jus domimi eminentis, in base al quale il sovrano si affermava proprietario eminente di tutto il suolo nazionale e, quindi, anche di tutti i beni ecclesiastici.

Fra don Petracco e il regio sub economo si trascinavano da anni questioni di tasse, di integrazione di congrua e, forse, anche di inimicizia personale. Nel 1907 il pievano venne arrestato, perché condannato dal pretore di Spilimbergo a due mesi di reclusione e a 500 lire di multa. Cosa aveva combinato di tanto grave? Con il fratello e la cognata, don Petracco aveva tagliato abusivamente legna sui fondi del beneficio parrocchiale.

Si può immaginare lo scalpore che suscitò a San Giorgio la notizia dell'incarcerazione del sacerdote (in prigione rimase poco, perché gli venne concessa la grazia sovrana). Appare quindi utile riassumere la vicenda con le parole del vescovo di Concordia Francesco Isola in una relazione per il patriarca di Venezia, al quale si era rivolto lo stesso Petracco.
Il 22 novembre 1907 il presule scrisse che don Angelo Petracco "è un ottimo sacerdote, ma fatalmente molto disgraziato". E spiega subito perché. "A quanto opinano i medici, affetto da pellagra congenita, da qualche anno particolarmente è dominato da una specie di fissazione che gli fa vedere in tutti coloro che maggiormente lo amano e lo stimano, tanti nemici e persecutori". Poi, l'Isola passa a delineare i motivi che avevano condotto il Petracco in questo stato. "Come ebbe conseguito il beneficio parrocchiale di San Giorgio nel mentre disimpegnava sempre con zelo esemplare i suoi doveri di ministero, si fissò in testa di non voler domandare e ricevere le temporalità della prebenda. Contemporaneamente volle godere i frutti dei campi del beneficio. Per questa sua illegale intromissione si aprì una lotta fra lui e il subeconomo e l'economato generale che lo trasse una prima volta sul banco degli accusati; per condannarlo e gli fu applicata la legge del perdono".

Nonostante le insistenze del vescovo e dei suoi più cari amici, il Petracco "persistè nel suo proposito e nei primi mesi del corrente anno [ probabilmente marzo 1907 ] ebbe un secondo processo e una seconda condanna che fatalmente lo trasse nelle carceri di Spilimbergo. Mi adoperai subito, assieme con altre persone influenti per alleggerire la sua triste condizione; gli fu ottenuta anche la grazia, sovrana, ma, poveretto, intestardito nella sua fissazione, egli nei consigli, nelle prestazioni, nelle più caritatevoli insistenze del suo superiore, dei suoi confratelli, dei suoi più intimi amici, non vide mai che prove novelle di persecuzione e di odio".
Mons. Isola così prosegue nella missiva: "Uscito dal carcere e compatito per la sua bontà e per il suo zelo da tutti, anche dai suoi parrocchiani, ritornò in sede e pareva che si fosse persuaso di mettersi in regola, ma purtroppo, dal tenore della lettera di Vostra Eminenza, vengo a capire che egli va escogitando ora qualche altro atto inconsulto. Il Petracco veramente non ebbe mai nessun attrito con la mia Curia e con me, né con i miei antecessori; la controversia si agitò sempre fra lui e gli uffici economali. Io ho naturalmente cercato tutte le vie per indurlo a un compromesso, ho esaurito i mezzi che stavano in mio potere per impedire e alleviare le conseguenze dei suoi spropositi; perciò anche di me egli pensa quello che pensa di tutti coloro che gli sono più affezionati. In tale stato di cose concluse il vescovo io non saprei proprio indicare all'Eminenza Vostra altra via da seguire se non quella della sua grande carità, nella risposta da darsi alla confusa ed informe relazione fatta da quel buono e povero sacerdote".

La medesima carità venne dimostrata da mons. Isola nella risposta a don Carlo Riva, segretario allora di mons. Zamburlini, arcivescovo di Udine, che prima dell'andata in quell'arcidiocesi era stato vescovo di Concordia (sempre con il Riva segretario). Il 20 marzo 1907, a suo dire per conto della famiglia della signora Camilla Kechler, moglie del professor Domenico Pecile, sindaco di Udine, il Riva ventilò al vescovo Isola l'opportunità di sostituire il parroco Petracco. Era una malcelata interferenza in affari che non lo riguardavano e, perciò, di suo pugno sulla lettera del Riva il vescovo Isola scrisse, piuttosto sul risentito, che "si risponde ringraziando dell'interesse che si prende sia pur di riverbero; ma che persistendo a San Giorgio le cose pur ancor buie non è per ora da preoccuparsi di sostituzioni di sorta". Era un modo come un altro per respingere elegantemente le ingerenze sia della famiglia Pecile che sopportava piuttosto male il Petracco che quelle del segretario arcivescovile forse più preoccupato di tenere buoni rapporti con i Pecile, molto influenti a Udine, che della sorte di un suo sventurato confratello.

Angelo Petracco rimase pievano di San Giorgio della Richinvelda fino al 1935.

L'anno dopo venne mandato con una decisione a dir poco singolare semplice curato a San Francesco di Vito d'Asio, che anche allora era solo un paesino di montagna. Qui passò pene indicibili quando, dal 4 al 6 novembre 1944, i cosacchi lo rinchiusero in chiesa lasciandolo senza mangiare e derubandolo di tutto. Nel maggio 1945 fu nominato cappellano della casa di riposo di Portogruaro. Morì nel 1951.

 


Don Angelo Petracco

Note di Franco Luchini
per un articolo su "Il Popolo"
(giugno 2002)

 

Di don Angelo Petracco, pievano di S.Giorgio della Richinvelda per 41 anni (1894/1935), zio di mia madre, ho un ricordo molto netto, essendo egli morto nell’ ospedale di Portogruaro nel 1951 a 88 anni, quando io ne avevo 10.

Verso la fine degli anni ‘40 parecchie volte mia madre portò me e mio fratello Alberto a Portogruaro “a trovare lo zio” in casa di riposo. Avveniva sempre di domenica. Prendevamo la littorina a S.Giorgio e si cambiava a Casarsa. La cosa più interessante per noi era scorgere dal finestrino il campo di calcio di Cordovado, verde come un biliardo, segnato con la calce e con le porte regolari: una grande emozione per noi, che eravamo abituati a giocare nelle gibbosità delle grave, senza porte e con linee di demarcazione immaginarie.

Appena ci vedeva, lo zio approfittava per uscire con noi “a fare un giretto con i nipotini”, così diceva alla superiora. Ci portava in un’osteria del centro, ci offriva l’aranciata e comperava un fiasco di vino, che, al rientro, celava accuratamente sotto la tonaca. Salivamo in camera e subito cominciava la processione. Mentre lui e mia madre chiacchieravano, uno alla volta entravano i vecchietti ospiti della casa, bevevano tutto d’un fiato il loro bicchiere e uscivano ringraziando. Certamente le suore sapevano, però tolleravano.

Poi ci accompagnava alla stazione e quando ci affacciavamo al finestrino e partiva la littorina, chiedeva a noi due un “Angelo di Dio per me”, correndo per qualche metro lungo il marciapiede.

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Mia madre è cresciuta in canonica a S.Giorgio, con il padre Giuseppe, cinque fratelli e con lo zio prete, don Angelo Petracco, fratello del padre. La mamma morì di parto quando mia madre aveva due anni.

Molte volte mi ha raccontato dello zio, della sua grinta nel difendere i diritti della povera gente contro le angherie dei “siori” e dei potenti. Ho letto a mia madre le pagine del volume di Chiandotto che lo riguardano. Mia madre è stata molto attenta. Poi mi ha detto la sua.

La figura dello zio, quale è delineata nella relazione del Vescovo, è -secondo lei- fortemente distorta: lo zio era tenacissimo nel difendere le proprie idee, soprattutto quando era convinto che qualcuno avesse subito un torto da una persona altolocata, ma non era assolutamente un maniaco ossessivo come lo dipinge il Vescovo. La verità, aggiunge mia madre, è che il primo a non dargli la dovuta protezione era proprio Mons. Isola, che, nella decennale controversia che vedeva di fronte casa Pecile e il Pievano, fini per dar retta più alla nobildonna che al suo parroco.

Il vescovo non arrivò a cedere alle pressioni dei Pecile che ne sollecitavano la rimozione, però mantenne un atteggiamento di inerzia. Ciò spiegherebbe - secondo mia madre - l’atteggiamento del Vescovo, che non voleva l’allontanamento del parroco, ma non voleva neppure inimicarsi la Marchesa.

Mia madre cita alcuni episodi che spiegano il clima dei rapporti intercorrenti tra i protagonisti.

La marchesa Camilla, che passava l’inverno nella residenza di Udine, soggiornava a San Giorgio dalla primavera all’autunno. Quando arrivava in paese, ogni anno, malgrado l’inimicizia con il parroco, non si sottraeva al dovere di recarsi a rendergli la dovuta visita di ossequio. Il parroco l’accoglieva nel suo studio e dopo un po’ le voci incominciavano ad alterarsi, finchè si apriva la porta e la marchesa veniva accompagnata fuori dall’uscio in un clima di forte tensione. “Farisei e ipocriti, dala punta dei cavei fin soto i tachi de le scarpe” le urlò dietro una volta.

Mia madre ricorda che, in occasione della visita pastorale di mons. Isola alla parrocchia di San Giorgio, il pievano, per sottolineare la sua contrarietà nei confronti del modo con cui il vescovo seguiva la vicenda che opponeva parrocchia e casa Pecile, ordinò che non fossero suonate le campane e, a pranzo, offrì al vescovo solo un banale piatto di pasta e fagioli, sostenendo che le condizioni di povertà in cui versava la parrocchia non consentivano di offrire altro.

Quando in paese giunse la notizia della morte di mons. Isola, il Pievano si affrettò a radunare tutti i nipotini e attaccò rosario per lui, affermando “E’ per i nemici che bisogna pregare, non basta farlo per gli amici”.

Mia madre mi parla infine delle violenze subite dallo zio prete all’arrivo dei cosacchi in Val d’Arzino. Don Angelo, una mattina presto attraversò la strada e si recò al campanile di S.Francesco per dare l’avviso della Messa. In quel mentre, scendeva dalla sella Chianzutan ed entrava in paese una prima pattuglia di Cosacchi, i quali, credendo di essere stati avvistati, pensarono che la campana venisse suonata per organizzare la resistenza. Presero il parroco e lo rinchiusero nella cella campanaria. Catturarono anche una decina di uomini che erano accorsi e li rinchiusero, insieme con il parroco, in chiesa, dove restarono senza acqua né cibo per tre giorni. Nel frattempo il comando cosacco si era insediato in canonica, dove aveva costretto mia zia Tecla (che accudiva lo zio) a preparare un banchetto con quel poco che aveva in dispensa. Finito il vino, i cosacchi passarono alla grappa; finita anche questa, scolarono una bottiglia di alcool denaturato. Inutile dire che poi furono tutti trasportati all’ospedale di Spilimbergo.

In quei giorni, tutto quello che c’era di utile in casa fu portato via dai cosacchi, che spaccarono anche i pavimenti alla ricerca di denaro e di oro che non c’erano. Il dispiacere più grande per il vecchio prete fu la distruzione di tutti gli spartiti della musica da lui composta lungo tutto l’arco della vita, che conservava in un apposito baule.

 

San Giorgio Insieme