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DISEGNATORI ITALIANI

ANGIOLO
D'ANDREA
di
R. Fantini
(da Emporium)
Un magnifico fiore di cardo,
oro e argento, mi era molto caro. L'avevo colto in una gita solitaria
pei ridossi della Majella, e contro la parete bianca della mia camera
in Abruzzo per parecchi anni era rimasto sospeso, come un saluto e come
un richiamo. Finalmente scomparve : e nessuno in casa seppe dirmi in qual
modo. Il vento o una mano scortese me l'aveva strappato : ed io ne provai
una gran malinconia, come per la perdita di un piccolo amico silenzioso
e discreto. Non volli cercarne un altro. Della mia malinconia fui compensato
ad usura, visitando, or è un anno, lo studio di Angiolo d'Andrea, in Milano.

Fra un fascio di disegni, di ogni taglio e proporzione, ecco apparire
alcuni cardi, pomposi, trattati con un segno sicuro e vibrato. L'amico,
che mi accompagnava, sorrideva del mio compiacimento. Ma nell'ammirazione
per l'opera d'arte spontanea e gustosa era in gran parte il piacere di
ritrovare l'imagine di un amico. Il fine dell'arte mi compensava del fiore
naturale, conservato con tanta cura e per tanto tempo. Ora, la leggenda
dell'ultimo eremita della Majella poteva ritrovare la sua forma. E io
non posso tacere la mia gratitudine al d'Andrea, per avermi risvegliato
uno dei motivi più cari e malinconici. Pure io conosco i cardi del Palizzi
e del Patini, riflessi più diretti della flora dell'appennino centrale.

Ma questi schizzi a penna, fissati da un friulano, durante la sosta del
servizio militare, sotto il cielo di Sicilia, a pie' del Monte Pellegrino,
hanno per me un nuovo sapore : riflettono la pazienza serena, la sola
vittoriosa, dell'artista. Dal 1904, a Bergamo, imprese una ricerca analitica
di animali e di piante.

Le lumeggiature
a colori su fondo nero rivelano tutto lo studio e la perizia di un paziente
innamorato. Si vede in una tavola la cicala come esce dalla terra, risale
per uno stelo, e poi si ferma quando ha potuto assaporare i primi raggi
del sole. Il Fabre gli era ignoto : ma un editore animoso e non pettegolo
ne trarrebbe un proficuo aiuto a edizioni utili e degne delle nostre migliori
tradizioni, che poi risalgono - con licenza e senza presunzioni fuor di
luogo - alle impronte vinciane. La cicala poi aveva talmente inebriata
la testa e i sogni dell'osservatore che a poco a poco gli si ingigantisce
; e in altra tavola ne vediamo tre in realtà poco più grandi del vero,
ma con aspetto di guerreschi mostri maggiori.

Dalle cicale
alle rane; dalle chiocciole alle lucertole ; dalle amàntidi alle libellule,
alle cavallette : è tutto un mondo domestico che egli intende fissare;
sfumature di verde e accenni grotteschi di sviluppi e di angoli.
Una lunga sosta : il pittore è distratto da altri studii. Ma nel 1916
questa passione gli rifiorisce ; ed ecco un piccolo disegno a penna più
sintetico, in cui la lotta fra due stercorarii è per impegnarsi, e le
rane si rizzano, si atteggiano in movimenti buffoneschi. Riflesso di vita
e di affinamento dello spirito nel motteggiare.

Architettura. La formazione del temperamento artistico del d'Andrea ha
seguito un processo naturale di evoluzione spontanea. Egli si è formato
da sé. Dicianovenne, fu chiamato da Camillo Boito, che aveva notato le
qualità di disegnatore, ed ebbe incarico di rilevare per la grande rivista
Arte italiana decorativa e industriale, i più disparati elementi decorativi,
grappoli, intarsii, maioliche, intere decorazioni di facciate. E fu a
Firenze, a Bologna, a Bergamo, nel Friuli, a Napoli. Basta svolgere 5
annali della Rivista per intendere la somma di lavoro e di esperienza
minuta che egli potè raccogliere.
Io non ne tocco. Lavoro non spontaneo. Ma la passione si venne fomentando.
Il discernimento personale lo portò a rendere quasi immediatamente, con
qualunque mezzo, su qualunque carta, con la penna e col lapis, con qualche
tinta più grassa, delle visioni rustiche e monumentali, in cui oltre il
pittoresco è ricercato, anzi è perseguito il carattere costruttivo peculiare.
Nel 1903 fece un'escursione alpinistica; e dal Gran Paradiso, traverso
il passo di Galisia, scese nel Delfinato. Guardare il paesetto in Val
d'Isère con la sua curiosa tettoia alta e scoperta, portico senza esempio,
sbocciato dalla fantasia di un muratore alpestre, certamente impietosito
dai miserevoli viandanti senza rifugio contro la neve.
Ora che l'arte rustica è oggetto di studii appassionevoli e profondi,
salutiamo questo bel disegno spontaneo di un precursore.
Di parecchi schizzi architettonici dette una vivace notizia l'architetto
G. U. Arata or è qualche anno con la “Vita d'arte”. E il commento dell'artista
tecnico è non solo omaggio all'amicizia, ma un sincero riconoscimento
di qualità negli abbozzi grandiosi di un albergo, di un Pantheon, di una
cattedrale.

Se l'architettura
siciliana se ne può dire l'elemento ispiratore, nessuno ha da dolersene.
E mi piace segnalare con l'Arata che il loro « contenuto specificamente
costruttivo è qualche cosa di più sostanziale dei soliti acrobatismi virtuosi
e delle consuete bizzarrie medievali, disegnate quando la noia e la solitudine
fanno navigare lo spirito nelle suggestive acque de! romanticismo ». Ed
anche perché in siffatti tentativi è da notare « un principio di reazione
contro i formalismi pratici di certi architetti che deturpano l'arte con
goffe aspirazioni di accorante prosaicità ». L'idea d'un albergo, esaminata
dall'Arata, è una composizione quadrata, con portico anteriore, che per
ampia scalinata degrada all'imbarco. E' una visione balzata dal mare.

Passano 13 anni, ed eccolo militare a Telve. Con la penna più franca e
quasi impetuosa traccia una baita quasi torreggiante e con la matita grassa
un fantastico insieme di scala e di loggetta di legno. Chi penserebbe
all'umile scopo di questa loggetta staccantesi dal corpo dell'edificio?
La vita ha il suo eterno ricorso. C'è un canale, e sotto il canale del
fimo : la natura si rinnova : gli elementi fecondano i nuovi germi.
Altri disegni, di cui non posso dar saggio ma il cui carattere è in relazione
con questi due, sono ornamento del Museo di Trento. Offerti alla bimba
Amelia Cinotti, furono da questa donati alla città di Trento, pel vivo
interessamento dell'amico Giuseppe Gerola, che fu sorpreso nello scoprirli.
Sempre Telve, superiore e inferiore ; e poi Torcegno : una dozzina di
ampi disegni a penna che hanno valore di ricordo e di documentazione di
edifizi distrutti dagli immani incendi e bombardamenti della guerra. Scarsa
pittoricita : più sentimento di analisi e di costruzione.
Sbalzato in Sicilia, l'analisi e la costruzione si avvivano di chiaroscuro
e la visione s'ingrandisce e si completa in alcune impressioni che posson
dirsi compiutamente pittoriche. San Giovanni degli Eremiti, la Zisa, San
Cataldo sono i principali edifizi che egli studia con passione tale che
ne balza quasi una trasfigurazione.
Ulivi saraceni e fichi montani. Afosa l'estate del 1918, sempre a pie'
del sacro Monte Pellegrino. Non visioni elleniche, né sorrisi irradiati
di grandi occhi vellutati. Lungo la muraglia di tufi, oltre il bel piano
degli ulivi che s'inseguono a squadre rettilinee, una ventina di austeri
personaggi allietano e distraggono il disegnatore.
Sono ombre del passato : fantasmi della spenta dominazione saracena. E
come egli non si appaga di fissarli di fronte, li coglie di fianco, con
ombra proiettata e col rugoso e scontorto tronco austero di crotali immobili.
Li vedete : e vi parlano.
Ma prima, nell'inverno desolato pieno di ansie e di convulsioni belliche,
il suo spirito alpestre (non dimentichiamo che Angiolo d'Andrea è friulano,
nato sotto il Monte Cavallo nel vitifero paese di Rauscedo), aveva sentito
gli stessi contorcimenti in alcuni opulenti fichi, che vediamo staccarsi
in modo evidente contro il massiccio di Cima Undici e Cima Dodici.
Vorrei allietare queste note,
in cui offro ai biografi futuri e spesso anche imminenti uno schema di
analisi per la intelligenza compiuta del pittore e del decoratore, con
qualche aneddoto curioso o per lo meno vivace. Ma non riesco a vincere
la abituale taciturnità dell'artista. Egli è passato dal suo paese, traverso
le scorribande sulla penisola, a Milano con lo stesso bagaglio di idee
e di abitudini. Il duello cotidiano è con se stesso. Escluso tutto quanto
possa apparire laterale, egli prende la natura di fronte. E da ciò nasce
l'interesse principale delle sensazioni intime che lo persegue nei disegni
che presenta.
Il recentissimo suo quadro Orte, derivato - credo per la prima volta -
dalla visione superba della Sicilia, ha un carattere dolomitico. Io non
mi ero mai preoccupato di chiederne titolo. Tanto mi appariva evidente
la visione nordica ispiratrice, che, per vaghezza, si può riscontrare
nel semplicissimo e pure plastico disegno in lapis copiativo sbavato,
di Cima Undici, vista da Torcegno. La guerra già infuriava da due anni.
E il soldato non poteva sottrarsi al desiderio degli avidi commilitoni
che pretendevano delle rappresentazioni dei terribili fatti immediati.
Ma la visione della strage realistica sfuggiva al suo spirito. Noi possiamo
ricercare particolari preziosi e ben resi della vita militare (fasci di
baionette, soldati addormentati, e una curiosa sfilata di basti e di zaini),
ma ci fermeremo solo dinanzi a questa visione complessiva e sintetica.
Già non si potrebbe intenderla senza confrontarla con altri disegni sempre
di Cima Undici, in cui affiora tra i temibili picchi e gli anfratti la
Valanga che sale.
Ma la composizione è compiuta. L'umanità che si solleva contro le forze
stesse umane che vogliono parere orgogliose di vincere l'indomabile, è
tutta in quell'eroe nudo genuflesso che erge ancora la testa ribelle,
mentre contro il fianco del monte l'ombra aduna e protegge un gruppo doloroso.
E per capriccio ne ritroviamo un riflesso - ma per puro caso, e l'artista
ha diritto di valersi di qualunque pretesto - in un acquerello di cinque
morte cinciallegre, disposte come quattro poveri resti umani abbattutisi
a caso.
R. Fantini.
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