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Ricerche
Comune di Spilimbergo e Biblioteca Civica 1986
Nel territorio friulano, per decenni ignorato sotto il profilo archeologico (l'attenzione essendo rimasta a lungo polarizzata dai grandi centri romani, e soprattutto da Aquileia), la ricerca ha compiuto in questi ultimi anni rapidi passi avanti ad opera di studiosi appartenenti a musei, soprintendenze, università e di numerosi e talora seri e preparati dilettanti locali, cosicché si comincia oggi ad avvertire la necessità di fare il punto della situazione. Da qualche tempo tra quanti si occupano di storia e archeologia della regione si parla dell'esigenza di redigere carte archeologiche, corredate da esaurienti schede di commento; ma l'impegno è gravoso e difficile da realizzare globalmente, pertanto dei vari progetti finora avanzati nessuno è andato oltre una formulazione più o meno generica di compiti e di scopi. Più modestamente e realisticamente si dovrebbe pensare all'opportunità di dividere la regione in zone da studiare una alla volta, raccogliendo sistematicamente per ciascuna tutto quanto è possibile sapere sulla frequentazione umana nei tempi antichi, al fine di fornire a quanti si accingono a ricerche di carattere storico o archeologico una solida e documentata base di partenza. L'occasione per un lavoro di questo genere si è presentata un paio d'anni fa, quando l'Amministrazione Comunale di Spilimbergo, dimostrando apertura e sensibilità verso i problemi della storia locale, ha proposto di dedicare a ricerche storico-archeologiche il secondo dei «Quaderni spilimberghesi» curati dalla Biblioteca Civica. È nata così, da un incontro nell'Istituto di Archeologia dell'Università di Trieste, l'idea di un primo tentativo di raccolta ragionata di dati per una carta archeologica in questa zona del Friuli occidentale. È iniziata successivamente, ad opera dei giovani studiosi della Cooperativa Archeoproject, la ricerca - sul terreno, in Soprintendenza, nei musei, nelle collezioni private - di tutti quei dati dispersi e in massima parte inediti che potessero testimoniare una presenza antica nell'area considerata. Questo esperimento di indagine sistematica non è stato (né poteva esserlo) una ricerca di scavo. Lo scavo con la relativa documentazione costituisce senza dubbio la parte più importante, ma anche la più delicata e complessa, del lavoro dell'archeologo, difficile da attuare sia per i problemi tecnici e organizzativi che comporta, sia per il costo molto elevato, non solo finanziariamente ma anche in termini di energie e di tempo. A causa di queste e di altre difficoltà si tende oggi a preferire un diverso tipo di ricerca sul terreno, che alcuni considerano addirittura come alternativa allo scavo: la ricognizione in superficie (il survey degl'Inglesi, che ne sono stati gl'iniziatori), in cerca di tutte le possibili tracce - muri o altre strutture di terra o ciottoli, frammenti ceramici, resti di industrie, di pasto, ecc. - che la frequentazione umana ha lasciato sul terreno e che siano rimaste visibili, o che gl'interventi dei moderni mezzi meccanici abbiano fatto riaffiorare. Questa tecnica d'indagine, già applicata con successo in alcune regioni d'Italia (basti ricordare gli esempi delle ville romane dell'Umbria e dell'area di Settefinestre nell Ager Cosanus), permette di riunire e portare a conoscenza degli studiosi un'ampia serie di dati per lo più inediti, e di formulare in base ad essi delle ipotesi sul popolamento, sulle modalità dell'insediamento, sul tipo di utilizzazione del terreno, sulle eventuali attività produttive e, più in generale, sull'economia del territorio considerato nei vari periodi dell'antichità. Gli scopi pratici cui essa mira non sono soltanto specialistici (per esempio stesura di carte archeologiche, individuazione di aree da indagare mediante scavo), ma possono essere di più largo interesse per i Comuni coinvolti (delimitazione di zone da salvaguardare, creazione di parchi archeologici, ecc.). E un lavoro complesso, di raccolta ma anche di interpretazione, sia pure non definitiva e spesso ipotetica, che non guarda tanto alla quantità dei dati, quanto alla loro qualità: ogni reperto va inquadrato per quanto possibile in un contesto e pertanto dev'essere rigorosamente collegato con il sito in cui è apparso; inoltre l'area non va studiata solo sotto l'aspetto storico-archeologico, ma altresì dal punto di vista geologico, paleozoologico, paleoclimatico, ecc., al fine della ricostruzione dell'ambiente antico. Anche per lo studio del territorio occorre dunque usare una metodologia raffinata; non ci si improvvisa surveyors come non ci si improvvisa, in generale, archeologi. Non è verosimile dunque che siano mossi da amore per la scienza (e tanto meno per la loro terra) coloro che vanno in giro per i campi col metaldetector facendo buchi - ancorché piccoli - e così sconvolgendo dei contesti che se lasciati intatti potrebbero essere letti e interpretati correttamente; ma non sono dei benemeriti neppure quanti vanno sistematicamente spogliando il territorio di tutto quanto appare in superficie senza generalmente provvedere a documentare le loro raccolte con piante, schede descrittive, fotografie. Pertanto, per l'esplorazione in superficie oggi necessaria all'archeologia friulana, si sente il bisogno di gruppi locali formati da persone che siano desiderose d'impegnarsi seriamente nella ricerca e che acquistino consapevolezza della propria possibilità di cooperare per fini scientifici, ma anche dei propri limiti. La specificità del contributo che gli appassionati locali sono in grado di dare consiste infatti in una conoscenza del territorio che l'archeologo, costretto per buona parte del suo tempo negli uffici di una soprintendenza o in un museo o in un istituto universitario, di solito non ha né può pretendere di avere. D'altra parte l'occhio che sappia cogliere a distanza tra le zolle il più piccolo reperto e la raffinata sensibilità nell'uso del metaldetector non valgono a sostituire l'esperienza acquisita in decenni di studio e di abitudine alla sistematicità dell'indagine; i primi possono tuttavia affiancarsi alla seconda, e fornire all'archeologo una delle più preziose e raffinate «tecniche ausiliarie». Questa collaborazione, che in alcuni luoghi, anche dello stesso Friuli, è già attuata con ottimi risultati, è ciò che occorre alla ricerca archeologica sul campo: una collaborazione che non è e non deve essere «a senso unico», ma che va correttamente intesa come scambio di esperienze tra persone che lavorano con umiltà e dedizione per raggiungere lo stesso scopo, e cioè la ricostruzione di qualche frammento di storia.
Alle prime due parti del lavoro, che raccolgono le notizie relative ai periodi protostorico e romano nello Spilimberghese, si è ritenuto opportuno affiancare anche una sezione sul medioevo, epoca che presenta problemi ben diversi in quanto - almeno per la fase più vicina all'età moderna - risulta ben altrimenti nota e documentata rispetto all'antichità. Il contributo di Sandro Piussi è un'acuta analisi della singolare placchetta venuta in luce a Lestans e provvisoriamente conservata presso la Direzione del Museo Archeologico di Aquileia, che ha gentilmente concesso l'autorizzazione allo studio e alla pubblicazione dell'oggetto. La ricerca apre uno spiraglio sul periodo della dominazione carolingia in Friuli, che, almeno per la destra del Tagliamento, è ancora poco noto, come poco noti sono gli aspetti dell'artigianato artistico cui lo studio fa riferimento. L'indagine su Spilimbergo medievale è stata svolta prevalentemente in archivio, ma con frequenti riscontri sul terreno, da parte di due giovani studiosi dell'Istituto di Storia Medievale e Moderna dell'Università di Trieste, sotto la guida di Paolo Cammarosano, che qui ringraziamo cordialmente per l'amichevole collaborazione. Questo lavoro consiste in un nuovo, prudente tentativo di applicare quel metodo regressivo recentemente usato per chiarire una situazione molto diversa, com'è quella di Pozzuolo del Friuli (v. nt. 2 a p. 238) - alla cui povertà di testimonianze di epoca medievale si contrappone la considerevole ricchezza offerta dallo Spilimberghese-. Prendendo le mosse dall'analisi delle tavolette dell'I.G.M. e risalendo all'indietro nel tempo, attraverso i catasti ottocenteschi e i documenti privati, soprattutto ecclesiastici, del '700, '600 e '500, si giunge a raccordare la realtà attuale con quella tardomedievale: ne risulta un quadro non molto profondamente mutato, che attesta una sostanziale continuità delle strutture agrarie. Resta aperto - né si sarebbe certo potuto ambire a risolverlo in questa sede - il problema della grave lacuna che separa la tarda antichità da quella fase del medioevo per la quale disponiamo di documenti (essenzialmente quindi il basso medioevo), lacuna provocata dalle agitate vicende che travagliarono il Friuli per secoli, dall'oscura fase che vide il tramonto dell'Impero d'Occidente, attraverso i secoli del dominio prima longobardo e poi carolingio, fino alle disastrose invasioni che chiudono il primo millennio. Anche per questo periodo una raccolta sistematica di tutti i dati disponibili, sia storici che archeologici, permetterebbe, se non di colmare lo iato, almeno di offrire qualche risposta convincente a numerosi interrogativi. Ma questo potrebbe essere argomento di un altro libro. Paola Càssola Guida Dipartimento di Scienze dell' Antichità - Trieste Micaela Zucconi Galli Fonseca INTRODUZIONE
GEOMORFOLOGICA,
1. Inquadramento geomorfologico-stratigrafico L'area in cui si è svolta la nostra ricerca è limitata a Nord dalle pendici collinari di Lestàns e Sequàls, a Est dal letto del fiume Tagliamento, a Sud, convenzionalmente, dal parallelo passante per S. Giorgio della Richinvelda, a Ovest dal letto del torrente Meduna. Questo territorio approssimativamente rettangolare, che costituisce l'estremo margine settentrionale della pianura alluvionale compresa tra i due fiumi sopramenzionati, rientra nel Foglio 24 (Maniago) dell'I.G.M. (1:100.000) ed è rappresentato nelle tavolette II NE e II SE (1:25.000). In questa zona si distinguono le alture settentrionali di Sequàls e di Lestàns, costituite da litotipi terziari detritici (arenarie grossolane e conglomerati) del Miocene superiore-Pliocene; più a Sud si incontrano prevalentemente alluvioni ghiaiose quaternarie. Come è noto, durante i periodi freddi del Quaternario, i ghiacciai subirono una grande espansione verso la zona subalpina, come è oggi testimoniato in Friuli dall'apparato morenico del fiume Tagliamento e dai numerosi apparati compresi tra Vittorio Veneto e la Val di Susa. In questa sede si farà particolare riferimento alle ultime fasi del Quaternario continentale (dal Würm III in avanti), nel tentativo di delineare, per quanto possibile, l'ambiente antico relativo alle epoche (protostorica, romana e medioevale) considerate nella ricerca. Ai fini di quest'ultima si ritiene opportuno descrivere brevemente le fasi finali del Quaternario stesso, corredate da alcune ricostruzioni paleoclimatiche. Il Quaternario, il cui inizio è convenzionalmente posto da alcuni studiosi circa 1.500.000 anni fa, è suddiviso in due periodi, Pleistocene (1.500.000-8.000 a.C.) e Olocene (8.000 a.C. - epoca attuale). Durante l'ultimo periodo glaciale würmiano (suddiviso in tre fasi, con inizio circa 116.000 anni fa), da singoli settori della fronte dei ghiacciai si svilupparono corsi di fusione glaciale che, nella loro espansione a valle, trasportarono e depositarono enormi quantità di materiali fluvio-glaciali e alluvionali, distribuiti in conoidi, sulla piana alluvionale già in parte preesistente e costituita da conoidi alluvionali pleistocenici ghiaiosi più o meno cementati. Nel periodo immediatamente successivo alla fase glaciale würmiana si produssero una parziale sovrapposizione e saldatura delle varie conoidi di deiezione suddette (Cellina, Meduna, Cosa e Tagliamento) e, successivamente, i fiumi incisero i propri depositi alluvionali alla ricerca di un corso più stabile, in concomitanza con le mutate condizioni climatiche, associate ad accertati movimenti neotettonici. Questi eventi completarono la formazione della pianura conferendole un aspetto simile all'attuale. 2. Idrografia I corsi d'acqua che interessano il nostro territorio sono, come si è detto, il torrente Cellina (pro parte), il torrente Meduna, il torrente Cosa e il fiume Tagliamento: al loro ruolo nella formazione della pianura si è accennato nel paragrafo precedente. Paleoalvei e antiche vie di scorrimento delle acque sono stati messi in evidenza in una ricerca sull'evoluzione neotettonica del Plio-quaternario dell'Italia nord-orientale (3). Questa ricerca costituisce una sintesi dell'indagine condotta dal 1977 al 1980 (4) e conferma - per il Pleistocene e fino ad epoca attuale - i dati ottenuti con misure geodetiche e analisi morfologiche. Da questo studio risulta che la zona in esame è stata interessata da un abbassamento in epoca glaciale e da un sollevamento nel post-glaciale, acceleratesi in epoca attuale a causa di elementi strutturali sepolti al di sotto della piana alluvionale friulana orientale. I caratteri del reticolo idrografico e le mutazioni intervenute nel tempo sono strettamente connessi con i movimenti neotettonici e con le caratteristiche morfostrutturali della regione. I paleoalvei identificati sembrano tuttavia riferibili a periodi antecedenti a quelli contemplati dalla ricerca (cfr. § prec.): nel periodo protostorico e in quelli successivi i corsi d'acqua dell'alta pianura occidentale dovevano occupare già gli alvei attuali. L'ipotesi appare abbastanza fondata per il fiume Tagliamento, le cui diversioni si verificarono anche in epoca storica, ma limitatamente alla porzione di corso più meridionale. Questa situazione è confermata dalla posizione del castelliere di Gradisca, sulla destra del Tagliamento nei pressi della confluenza col Cosa. Esso è situato sul terrazzo più elevato del fiume, i cui terreni sono costituiti da alluvioni preglaciali, successivamente incise dal fiume, in «rapido» abbassamento. La presenza del castelliere di Gradisca testimonia che il Tagliamento in epoca protostorica e romana non divagava sulla sua destra e, inoltre, che esistevano presupposti topografici tali da giustificare la scelta del luogo per l'insediamento. La carta delle isopache (o degli spessori) delle ghiaie nell'intervallo 0/- 30 m dal piano di campagna, indica una concentrazione al 100% lungo il tratto di corso di cui ci stiamo occupando, fatto che costituisce un'ulteriore prova a favore dell'ubicazione del letto del fiume. Per quanto riguarda il torrente Cosa (e ciò sembra confermare quanto detto), a giudicare dall'ampio terrazzamento che fiancheggia il letto odierno, il suo corso doveva essere caratterizzato da una portata maggiore dell'attuale; a ponente le sue acque non hanno mai abbandonato il letto principale, ad eccezione, forse, del tratto finale prossimo alla zona di confluenza con il Tagliamento, come è testimoniato anche dalla carta pedologica. Quanto al torrente Meduna, esso appare compresso nel tratto più alto e il suo corso risulta inciso nell'antica conoide preglaciale, mentre, all'altezza di S. Giorgio della Richinvelda e di S. Martino si espande in un ampio letto. I letti dei corsi d'acqua - ad eccezione del Tagliamento - sono asciutti per la maggior parte dell'anno, perdendo la totalità delle portate medie e di magra per permeabilità in tratti a monte della zona in esame. L'unica zona di ristagno d'acqua era rappresentata, sino a bonifica, dalla palude situata tra Sequàls e Lestàns; le acque si raccoglievano nella lieve depressione del terreno e venivano trattenute dal terreno argilloso, dilavato e ruscellato dai rilievi circostanti. 3. Ricostruzione paleoclimatica La ricostruzione dell'evoluzione paleoclimatica di una determinata regione, ove siano compresi siti che costituiscono l'oggetto di un'indagine archeologica e storica, è di particolare interesse per la comprensione e l'inquadramento delle condizioni ambientali antiche. Attualmente ricostruzioni paleoclimatiche estese al passato sino a 40.000 anni dall'epoca attuale sono possibili con sufficiente precisione in quanto le tecniche di datazione con radioisotopi risultano discretamente affinate. In particolari ambienti conservativi quali stagni, torbiere, pianure esondabili, ecc., ove i processi di fossilizzazione rappresentano piuttosto la norma che l'eccezione, è possibile rinvenire, da un lato, particolari indicatori paleoclimatici (spore, pollini, microfossili, ecc.), dall'altro, il Carbonio, in quantità tali da permettere attendibili determinazioni sperimentali. Per tempi abbastanza vicini a noi, alle analisi suddette si affianca lo studio dei reperti archeologici e delle fonti antiche. Per quanto riguarda la situazione nell'epoca postglaciale in Europa, sono state delineate delle fasi climatiche generalmente riconosciute e confermate da diversi studiosi. Qui concentreremo la nostra attenzione sui periodi più recenti dell'Olocene e cioè il Sub-boreale (2500-800 a.C.) e il Sub-atlantico (dall'800 a.C. in poi). Nell'ambito di questi due periodi si verificarono determinati cambiamenti climatici che possono venire così sintetizzati: dopo l'«optimum climatico» postglaciale (periodo Atlantico), la temperatura diminuì alle nostre latitudini, in concomitanza con una riduzione della piovosità media annua. Il Pinna , attraverso lo studio delle fenomenologie glaciali delle valli del Tirolo (ghiacciaio di Fernau) e degli strati di torba della vicina palude del Bunte Moor, ha individuato una notevole avanzata dei ghiacci, collocabile intorno al 1400-1300 a.C., e due espansioni glaciali tra il 900 e il 300 a.C., che provocarono durante tutto il primo millennio a. C. un clima tendenzialmente freddo e, in generale, più fresco e più umido nell'area mediterranea rispetto alle altre regioni europee. Dopo un probabile addolcimento delle condizioni climatiche continentali tra il 300 a.C. e il 300 d.C, si verificò una nuova fase di avanzamento dei ghiacciai (400-800 d.C.), a cui fecero seguito un periodo caldo nel Medioevo (800-1150/1200) e un successivo abbassamento della temperatura che interessò un lungo periodo di tempo dal 1200 al 1400 e dal 1400 al 15 90 circa (rispettivamente, freddo e fresco). Dal 1590 al 1850 il clima subì un incrudimento (questo periodo viene appunto indicato come «piccola età glaciale») la cui acne si pone nel sec. XVIII. * * * Gli episodi climatici sopra esposti e la loro cronologia sono stati confermati da recenti analisi palinologiche in alcune torbiere del Trentino, che, in particolare, hanno permesso di riscontrare come sia avvenuta l'evoluzione forestale e vegetazionale durante i momenti conclusivi dell'Atlantico antico e recente, nel Sub-boreale e nel Sub-atlantico antico. Per gli ultimi 2800 anni un'ulteriore seppure parziale conferma di queste variazioni climatiche proviene dallo studio dell'evoluzione di alcune microfaune di altre aree mediterranee (foraminiferi e ostracodi), tra cui ricordiamo quelle rinvenute in alcune carote, prelevate nel Golfo di Taranto e nel Mediterraneo orientale da ricercatori dell'Istituto di Geologia e Paleontologia dell'Università di Trieste. Per quanto riguarda il territorio interessato alla nostra ricerca, una ricostruzione dell'aspetto vegetazionale richiederebbe studi più approfonditi, sebbene gran parte dell'area sembri essere stata, come si vedrà, ricoperta da praterie. La vegetazione arborea era probabilmente presente in quelle zone che dalla carta pedologica risultano di maggiore fertilità naturale. A questo proposito si può supporre che queste abbiano seguito un iter vegetazionale simile a quello della pianura padano-veneta, dove, in base ai diagrammi elaborati da vari studiosi, è stata stabilita per i periodi glaciale wùrmiano e postglaciale, la seguente successione: a) foresta di pini; b) formazione di passaggio - non sempre rappresentata - con abete, faggio ecc.; e) querceto-carpineto, la cui istallazione non è esattamente databile, ma è sicuramente anteriore a 2500 anni dal presente e supera, forse, i 6000 anni. Questo tipo di successione viene proposta anche dallo studio del Bortolami (et alii), relativo alla ricostruzione paleogeografica dell'area di Venezia, per gli anni dal 7000 al 3000 prima dell'epoca attuale. Nel settore centro-occidentale dell'area interessata alla ricerca, invece, la forte permeabilità dei terreni e la scarsa tendenza a umificare nonostante gli elevati valori pluviometrici, unitamente alle portate di fondo annue dei fiumi, sembrano aver impedito lo sviluppo di un simile tipo di vegetazione, privilegiando associazioni vegetazionali erbacee di tipo steppico. 4. Pedologia Un quadro della situazione pedologica dell'area indagata è particolarmente utile per lo studio della diffusione degli insediamenti. Come si è detto, l'origine dei terreni è alluvionale. Il materiale ghiaioso, di natura calcareo-dolomitica, deposto nell'alta pianura pedemontana, rallenta l'azione pedogenetica, dato il ridotto contenuto di residuo insolubile (argilla). Si espone una sintesi dei vari tipi di terreno riscontrati nel territorio considerato: 1 ) Terreni di antica alluvione ghiaiosa umiferi in superficie (terre nere xerofile ). Sono terre esclusive del settore occidentale, molto povere a causa dello spessore ridottissimo dell'humus superficiale (generalmente inferiore a cm 10), sotto il quale si riscontrano uno strato di ghiaia e la ghiaia del substrato (a -10/ -30 cm). Originariamente queste aree costituivano (per un'estensione di circa 62 Km2) vastissime praterie dalla sinistra del Meduna, a Sud di S. Urbano di Sequàls, fino al m. Rugo e, più a mezzogiorno, fino ai dintorni di Istrago, Tauriano e Barbeano. Sono terreni di scarsissimo valore agricolo. 2) Terreni di antica alluvione ghiaiosa alterati in superficie per uno spessore medio in genere non superiore a 30 cm. Sono caratterizzati da un colore tendente al rossastro, dovuto ad una maggiore ritenzione dell'umidità e alla decomposizione delle sostanze organiche. Rimangono comunque terreni molto ghiaiosi, anch'essi sede, allo stato naturale, di estese praterie. L'alto grado di permeabilità del substrato non è favorevole all'agricoltura. Sono molto diffusi su tutta l'alta pianura. 3 ) Terreni di antica alluvione ghiaiosa, alterati in superficie, ossia misti a più sottili materiali terrosi, per uno spessore medio in genere non superiore a cm 50. Presentano una notevole decalcificazione (ferretti), ma non tale da sconsigliare l'attività agricola. Si estendono lungo la destra Tagliamento, interessando Spilimbergo, Gradisca, in prossimità del Cosa, Tauriano e Istrago. La sostanza organica è scarsa negli arativi posti da lungo tempo a coltura, più abbondante in corrispondenza delle praterie naturali. 4) Terreni di recente alluvione ghiaiosa leggermente umiferi in superficie. Sono molto simili alle terre nere xerofile, magri, inadatti alle culture allo stato naturale. Particolarmente diffusi sull'ala sinistra delle costruzioni postglaciali del Meduna, in corrispondenza dei magredi di S. Giorgio. 5 ) Terreni prevalentemente ghiaiosi di recente alluvione e terreni ghiaioso-sabbiosi calcareo-dolomitici, o ghiaie ricoperte da sabbie e da limo per uno spessore medio inferiore a 50 cm. Sono terreni di transizione ad alluvioni più ricche di materiali sabbioso-argillosi, migliori dei precedenti dal punto di vista agricolo. Si trovano nelle zone più vicine al letto del Tagliamento e del Meduna. 6) Terreni sabbioso-argillosi variamente misti a ghiaie. Terreni riscontrabili in prossimità del Cosa e del Ruat di Valeriano. Presentano un grado di fertilità discreto grazie alla commistione di materiali argillosi alla ghiaia. 7) Terreni prevalentemente sabbiosi o sabbioso-limosi calcareo-dolomitici. Si tratta di terreni caratterizzati sia da copertura sabbiosa, di varia potenza, che ammanta il substrato ghiaioso o si alterna con esso, sia da cospicui sedimenti sabbioso-limosi, più favorevoli all'agricoltura. Interessano la zona di Lestàns fino a Vacile e Istrago, la destra del Tagliamento all'altezza di Spilimbergo e, in corrispondenza del Meduna, i territori di S. Giorgio della Richinvelda. 8) Terreni prevalentemente argillosi in zona pedecollinare e alluvioni sabbioso-argillose dell'alta pianura, talora commiste a elementi ghiaiosi. Si tratta di terreni poveri di elementi fertilizzanti, che sono stati lasciati a lungo allo stato silvestre. Si osservano nel settore tra il Cosa e il Tagliamento, ai piedi dei colli di Sequàls e di Lestàns. 9) Terreni palustri o originariamente tali. Questo tipo di terreno è presente nell'area nota come «palude di Sequàls», dove la depressione del terreno, costituito da argille, torba, sostanze organiche, favoriva il ristagno delle acque dilavanti dalle colline mioceniche. La fertilità dipende dai lavori di bonifica e dalle tecniche agrarie adottate. 10) Ghiaie, sabbie e limo di recentissima alluvione che accompagnano il deflusso dei principali corsi d'acqua. Terreni a contatto con il normale letto di piena dei principali corsi d'acqua o che sono presenti nella pianura in corrispondenza del deflusso delle acque o di linee di rotta recenti, abbandonate. 5. Conclusioni Osservando la distribuzione spaziale dei terreni e le loro caratteristiche pedologiche, è possibile mettere in rilievo alcuni aspetti del territorio ove la ricerca si è svolta. Sulla sinistra del T. Cosa si riscontrano i suoli più antichi in quanto non alluvionati né erosi in epoca postglaciale, mentre nella porzione centro-occidentale dell'area essi appaiono erosi (letti del T. Cosa e Meduna) o sovralluvionati (conoide Meduna-Cellina). In particolare, i terreni posti sulla sinistra del T. Meduna, attualmente corrispondenti ai magredi di Tauriano, di Barbeano e di S. Giorgio, sembrano, insieme ad alcuni altri, i più giovani; anche se non è possibile stabilire con esattezza il loro periodo di formazione, è presumibile che già nel III-II millennio a.C. si presentassero con caratteristiche simili alle attuali, rimaste pressoché inalterate dato il tipo di economia che vi si praticava, necessariamente molto povera, a causa della loro stessa natura. di interesse archeologico, emerge chiaramente - almeno in base ai dati finora noti - che la scelta delle località ai fini dello stanziamento umano è stata sempre condizionata, dalla preistoria al medioevo, dalla elevata aridità di una parte del territorio, a causa della quale, ancora oggi, i centri abitati si collocano tendenzialmente ai margini dell'area magredile, lungo la linea pedemontana e sui terrazzi elevati del Tagliamento (v. infra contributo specifico).
Marina Moretti INTRODUZIONE Nella scelta dello Spilimberghese come territorio campione per un'indagine di superficie nel settore preistorico e protostorico il desiderio del committente (Comune di Spilimbergo) ha trovato corrispondenza nell'orientamento degli studi di archeologia regionale, volti ad approfondire le problematiche storiche del Friuli occidentale, fino a dieci anni fa assai poco note. Negli ultimi anni infatti ha preso l'avvio una serie di importanti iniziative scientifiche, che si sono concentrate in particolare su alcuni aspetti della preistoria e protostoria locali: il popolamento nelle zone montane alla fine dell'ultima glaciazione (Epigravettiano finale); la cronologia del Neolitico e l'esistenza in questo periodo di una facies palafitticola; la cronologia dei castellieri e delle sepolture dell'età del bronzo e del ferro (4); gli aspetti culturali del tardo periodo del ferro ed il livello di celtizzazione del territorio al momento della conquista romana (5). Ai ricercatori ufficiali si sono affiancati con fervore di esplorazioni numerosi dilettanti e gruppi archeologici locali. Va comunque sottolineato che un impegno del genere può rivelarsi prezioso solo nei casi in cui delle scoperte venga data opportuna segnalazione e si proceda in collaborazione con gli organi competenti, seguendo la prassi della documentazione scientifica (uso di schede di sito e di materiale, raccolta di tutti i reperti in superficie) ed evitando pratiche empiriche che danneggiano la stratificazione del deposito e rendono impossibile il recupero totale delle informazioni nel corso di successivi sondaggi stratigrafici. I frutti di questo lavoro cominciano ad apparire insieme alle prime risposte ai quesiti posti dalla documentazione. La scoperta dell'importanza rivestita alla fine del Paleolitico superiore dal territorio alpino-orientale; i primi elementi sulla cronologia del Neolitico friulano (di cui si sono posti in luce il ritardo nel momento iniziale rispetto al resto della penisola italiana - conformemente a quanto avviene nell'area padana e pedemontana- e i rapporti con le facies neolitiche della pianura padana e del Carso giuliano); i primi dati relativi all'inquadramento delle fasi cronologiche e culturali a cui vanno riferiti i villaggi fortificati e le necropoli a cremazione: ecco in sintesi i contributi più importanti delle ricerche di questi anni per la regione posta ad Ovest del Tagliamento. Si deve inoltre aggiungere che la recentissima individuazione di reperti riferibili al Paleolitico Medio nell'alto Spilimberghese apre nuove prospettive d'indagine nell'ambito della preistoria più remota dell'area. Manca tuttavia per la zona uno studio topografico di carattere complessivo, che ne possa mettere a fuoco le documentazioni e le problematiche legate alle diverse epoche e in relazione alle caratteristiche del territorio. Una ricerca di questo tipo, sia pure limitatamente ad un ristretto àmbito quale è quello di Spilimbergo e dei suoi dintorni, potrà risultare dunque di qualche utilità come apporto preliminare, in vista di un futuro più ampio lavoro sul Friuli occidentale e della stesura di una carta archeologica regionale. Lo Spilimberghese, nonostante l'assenza di ricerche a carattere ufficiale (se si fa eccezione per quelle sul castelliere di Gradisca), non mancava di informazioni sulla protostoria locale e di materiali inediti presso musei e privati, che costituivano una base documentaria da verificare ed interpretare. Sotto questo profilo un'indagine topografica nell'area, oltre ad offrire una proposta-campione per la ricognizione in superficie e per la registrazione delle evidenze, consentiva di fare il punto sui rinvenimenti noti e di inserirli in una visione unitaria. Una parte importante del nostro lavoro ha riguardato quindi, per le epoche preromane come per il periodo romano, la ricostruzione dei complessi di materiali archeologici attraverso il recupero, ove possibile, dei dati di provenienza dei reperti. Dopo l'obiettivo metodologico, infatti, questa ricerca aveva quello di offrire attraverso uno studio comparato dei siti e dei reperti - ottenuto integrando i vecchi dati con quelli raccolti con la ricognizione di superficie - un quadro aggiornato e formalizzato in modo scientifico di informazioni preliminari, al fine di impostare e chiarire almeno in parte le problematiche storiche dell'area e di orientare la programmazione degli scavi. Esisteva poi una terza finalità: quella cioè di controllare la validità metodologica d'un tipo di ricerca alternativa (la ricognizione in superficie) nei confronti di quella tradizionale (lo scavo), per accertare fino a che punto potesse essere conveniente attuare per determinate aree regionali una fase preparatoria di esplorazioni con il metodo del survey, al fine di circoscrivere i siti da investigare con più approfondite indagini di scavo. Questa verifica era possibile in quanto per la fase protostorica esisteva un panorama di dati e problemi sufficientemente articolato nel Friuli centrale, risultato di oltre un decennio di indagini condotte con i sistemi tradizionali. Un'eventuale corrispondenza nelle problematiche storiche impostate nelle due aree (Friuli occidentale e centrale) con i due differenti metodi d'indagine (survey e scavo) avrebbe costituito infatti la prova della validità di ambedue i metodi; la possibilità inoltre di estendere l'applicabilità dei modelli interpretativi già proposti per il Friuli centrale anche al Friuli occidentale avrebbe offerto una testimonianza dell'omogeneità culturale di fondo tra i due territori regionali nel corso dell'età protostorica. Il quadro delle documentazioni e delle problematiche note per la pianura friulana si accentrava su una serie di punti specifici, che ritengo opportuno illustrare poiché la loro individuazione per il territorio di Spilimbergo ha costituito appunto l'obiettivo ultimo di questo lavoro. I punti sono i seguenti: l'eventuale esistenza di una «facies poladiana orientale», caratterizzata da abitati palafitticoli o su bonifica, nel Bronzo Antico; i modi dell'insediamento nel corso del Bronzo Medio-Recente (abitati recintati da palizzata lignea, stanziamenti di carattere agricolo-pastorale lungo i fiumi, castellieri, ecc.); il collegamento tra la scomparsa degli abitati non fortificati della bassa pianura e la costruzione dei primi castellieri in zone elevate; la connessione dell'innalzamento degli argini di difesa con un preciso orizzonte cronologico e culturale; la scansione in fasi della vita dei villaggi fortificati delle età protostoriche; la cronologia dei tumuli ed il loro riferimento ai relativi abitati; la definizione dei tratti culturali delle comunità protostoriche nelle fasi matura e tarda dell'età del bronzo e nel periodo del ferro: i loro rapporti nella produzione artigianale, nel tipo dell'abitato, nei riti funebri e nel sistema economico con le genti delle regioni circonvicine (padane, alpine e castricole orientali); le costanti nelle relazioni tra habitat e sistema economico nella protostoria; l'esistenza di una politica territoriale di carattere strategico-commerciale, volta alla difesa del territorio e al controllo delle arterie di traffico; la questione della celtizzazione della regione nel corso della tarda età del ferro ed il problema della continuità degli abitati dalla fase matura dell'età del ferro alla romanizzazione. In tale ottica metodologica si è delimitata come zona-campione una porzione di territorio che offrisse l'opportunità di investigare su differenti tipi di habitat. Si tratta del rettangolo che ha come confini naturali a Nord l'area collinare tra Solimbergo e Sequals, ad Est e ad Ovest rispettivamente i fiumi Tagliamento e Meduna, come limite del tutto convenzionale a Sud la strada provinciale tra S. Giorgio della Richinvelda e Rauscedo. Esso viene a comprendere, da Nord a Sud: 1) la zona pedemontana di Solimbergo; 2) l'area pedecollinare intorno alla depressione di Sequals; 3) la palude stessa di Sequals ora bonificata; 4) l'alta pianura con le sue zone aride (magredi) di alluvione recente lungo il Meduna e i terreni più fertili di antica alluvione lungo i fiumi Cosa e Tagliamento (cfr. carta pedologica regionale). Tale scelta consentiva di seguire le variazioni nei modi dell'insediamento tanto sotto il profilo sincronico-spaziale (differenti tipi di abitato in territori con habitat diverso nel corso della stessa fase cronologica) quanto sotto quello diacronico-areale (cambiamenti nel modo di insediarsi nella stessa area nel corso del tempo).
CATALOGO DEI SITI E DEI MATERIALI Della scheda-tipo adottata per la sezione romana si sono usate le voci significative per una corretta lettura del dato preistorico e si sono eliminate o ridotte quelle scarsamenti rilevanti. Nel caso di rinvenimenti preistorici, ad esempio riveste spesso poco interesse la misurazione dell'entità delle spargimento dei materiali litici, che copre a volte aree molte estese e che si deve considerare effetto d'una frequentazione umana prolungatasi talora per decine di migliala di anni e de carattere nomade dell'attività di caccia e raccolta. Anche l'affiorare di ceramica protostorica in superficie, spia dell'esistenza d'un insediamento, è un fenomeno per lo più occasionale, effimero e difficilmente rilevabile, legato ad eventi particolari (arature profonde, scassi operati nel corso di lavori pubblici o di costruzioni private, ecc.), che può scomparire col modificarsi delle condizioni ambientali. I resti dei villaggi preistorici, per la profondità dei relativi depositi, non costituiscono nella regione quasi mai una traccia evidente in superficie, riscontrabile ad occhio in una perlustrazione, come nel caso delle ville rustiche romane, a meno che non si tratti di abitati fortificati immediatamente riconoscibili dalle sopraelevazioni del terreno dovute alle cinte del vallo periferico. Non si è pertanto ritenuto opportuno allegare alla scheda la rappresentazione grafica o fotografica dell'area di rinvenimento e la riproduzione dell'eventuale mappa catastale, quando non si siano identificate in superficie concentrazioni di resti d'industria collegabili a strutture insediative o tombali o per lo meno a tracce di fuochi e resti di pasto, da connettere con la presenza d'insediamenti umani stabili o stagionali. Nel caso dei tumuli protostorici, elevazioni artificiali ben visibili che costituiscono una chiara impronta nel paesaggio, data la precarietà della loro sopravvivenza continuamente minacciata da spianamenti, è sembrato utile fornire una riproduzione fotografica preventiva, anche nel caso di una loro antichità solo presunta. Per le coordinate geografiche delle località di rinvenimento si è fatto uso della Carta Tecnica Regionale in quanto registra tutti i toponimi delle zone oggetto d'indagine e a questi dati si sono affiancati, dove possibile, quelli dedotti dai fogli I.G.M. Le schede di sito della sezione preistorica sono indicate con numeri progressivi (1-9) e le località sono elencate da Sud a Nord.
RAPPRESENTAZIONE FOTOGRAFICA
S. Giorgio della Richinvelda, il presunto tumulo protostorico visto da Sud
RAPPRESENTAZIONE GRAFICA
Castelliere di Gradisca: planimetria Quarina
RAPPRESENTAZIONE FOTOGRAFICA
Il castelliere di Gradisca: veduta dell'angolo Nord-Ovest dell'aggere
MATERIALI Si tratta di frammenti di ceramica e oggetti di bronzo riferibili all'età del bronzo finale e del ferro. I materiali sono stati raccolti occasionalmente nel corso di vari sopralluoghi effettuati tra il 1880 e il 1984. Questa pratica ha contributo alla dispersione dei reperti tra diversi musei del Friuli-Venezia Giulia e collezioni private; inoltre il castelliere è spesso visitato da appassionati locali che, per arricchire le loro raccolte, depauperano quel che resta della struttura e concorrono a frammentare i pochi dati ancora disponibili per uno studio sistematico. Elenchiamo qui i materiali superstiti e i relativi luoghi di consevazione:
Piero Egidi INTRODUZIONE Due indagini topografìche, una realizzata dalla British School nell'Etruria meridionale e l'altra, recentissima, condotta da un'equipe universitaria italiana nell'Ager Cosanus, rappresentano, per metodologia e conclusioni storico-archeologiche modelli di riferimento basilari per lo studio di territori romani per la ricerca topografica in generale. Il nostro lavoro sullo Spilimberghese in epoca romana vuole ricollegarsi, almeno per quanto riguarda le tecniche di rilevamento sul campo e la documentazione delle presenze archeologiche individuate, ai tipi d'indagine sopra mezionati ed in particolare alla seconda esperienza. Uno degli scopi del presente studio, infatti, è proprio quello di fornire, oltre ad una visione unitaria e comparata di dati inediti sul territorio, una proposta, per il Friuli, di metodo organico e sistematico per il rilevamento e la documentazione di siti archeologici. La necessità, nell'ambito della ricerca sul mondo romano, di una metodica ricognitiva e di una conseguente prassi documentativa più puntuali ed approfondite, ha trovato la sua ragione, essenzialmente, in una serie di considerazioni ed esigenze primarie (le stesse che in parte sottostanno alla nostra indagine) evidenziate da alcuni indirizzi di studio di recente rivalutati: definizione dei rapporti città-territorio, individuazione dei modelli di pianificazione e di gestione agraria, ecc. È ben noto che i risultati raggiunti in tale direzione dalle indagini sopra citate sono notevoli: non solo infatti costituiscono campioni attendibilissimi di carta archeologica, ma soprattutto, ed attraverso un processo comparativo, offrono elementi basilari per le proposte ricostruttive del tessuto storico-archeologico e socio-economico delle aree indagate. La nostra ricerca, è bene sottolinearlo, non ha avuto carattere esaustivo, di totale indagine «a tappeto» cioè del territorio delimitato, operazione che, sebbene necessiti di tempi abbastanza lunghi e di mezzi non indifferenti, rientra comunque in programmi futuri. La finalità che ci siamo prefissi con questo lavoro è quella di costituire per ora, tramite uno studio sistematico di siti e reperti romani poco o mal noti della zona, una prima ed organica base documentaria di dati materiali: un supporto per impostare ed avviare a chiarimento tutta una serie di problematiche storiche la cui definizione richiede ovviamente ulteriori indagini ed acquisizioni. Non poche infatti e notevolmente complesse sono le questioni che l'area pone. La romanizzazione della pianura friulana posta sulla Destra Tagliamento ha, come è noto, il suo momento decisivo nella deduzione della colonia romana di Iulia Concordia. Se è possibile attualmente delineare grosso modo le vicende storiche del centro e molto frammentariamente quelle di una parte del suo territorio, nessuno studio sistematico ha mai interessato l'alta pianura ed in particolare la zona da noi indagata. Il numero dei ritrovamenti, anche se non cospicuo, testimonia invece nello Spilimberghese, come vedremo, una presenza romana non trascurabile e comunque da definire. Ma quali sono i tipi d'insediamento e la loro funzione? La dimensione «campagna» che contraddistingue l'area e la localizzazione al suo interno di evidenze insediative sparse pongono come obiettivi primari d'indagine nel territorio, per l'epoca romana, quelli relativi alla sua organizzazione ai fini dello sfruttamento della terra ed ai modelli attraverso i quali lo sfruttamento si è esplicato. E per comprendere tali aspetti cardine del tessuto socioeconomico dell'area nel periodo in esame è importante non solo individuare gli insediamenti, ma anche definire la loro entità (fattorie più o meno grandi o con differenti caratteristiche strutturali che presuppongono fondi e conduzioni agrarie e/o di allevamento diverse), il tipo od i tipi quindi di gestione preminente (piccola, media, grande proprietà terriera) ed i rispettivi orizzonti cronologici. Solamente alla luce di alcun dati materiali sufficientemente definiti e sulla base fondamentale della cartografia e dell'aereofotografia saranno poi possibili serie ed attendibili ipotesi ricostruttive degli eventuali sistemi di pianificazione (centuriazioni) ed in generale dell'intero assetto territoriale. Quello agrario tuttavia, anche se primario, non costituisce l'unico aspetto da chiarire nell'area: la viabilità, la presenza di strutture destinate a produzioni varie (fornaci, manifatture, ecc.) rappresentano altrettanti campi d'indagine, solitamente legati al fattore primario e tra loro interagenti, su cui lavorare. Tali problematiche, più o meno comuni a tutti i territori romanizzati, assumono particolare rilievo nella zona in esame; questione apertissima infatti, e risolvibile esclusivamente tramite indagini sistematiche e comparative da condurre anche in aree limitrofe, è quella relativa alla condizione giuridica di questa porzione settentrionale di pianura: appartenenza all'agro centuriato di Iulia Concordia, zona di assegnazioni viritane, territorio marginale inizialmente riservato alla popolazione indigena, altro? Nell'assenza quasi totale di fonti scritte, come nel nostro caso, ed in vista di una augurabile attività ufficiale di scavi, la ricognizione di superficie rappresenta il mezzo indispensabile per impostare e cominciare a definire gli aspetti di ricerca sopraesposti. La complessità delle problematiche presentate denuncia da sola, però, l'assoluta insufficienza ormai di una semplice localizzazione dei siti sulla carta e la pericolosità delle raccolte indiscriminate dei materiali relativi. Appare chiaro quanto importante possa risultare, quando la situazione lo permette e prima del recupero dei reperti, un'accurata documentazione grafica anche soltanto di spargimenti di materiali per chiarire quanto più possibile la natura e le dimensioni delle evidenze. Quello della raccolta abusiva e non razionalizzata di materiali archeologici, rappresenta in Friuli un fenomeno molto esteso; ne abbiamo rilevato l'ampiezza nei sopralluoghi effettuati. L'assenza quasi totale, se si eccettuano tegole e coppi, di reperti nei siti romani esaminati presuppone, al di là di qualsiasi comprensibile ragione storica, continue «visitazioni» in aree di interesse storico-archeologico. La controprova, tra l'altro, è fornita dall'aspetto indubbiamente più grave di tale situazione: la massiccia «privatizzazione» dei reperti raccolti con l'aggravante, molto spesso, della dispersione dei dati di provenienza. Di fronte ad un contesto così fortemente «lacerato», è sembrato ovvio, innanzitutto e per quanto possibile, un lavoro di recupero. Non solo quindi un tentativo di sfruttare al massimo i pochi elementi di lettura che il terreno ancora offre, ma anche un ricollegamento con alcuni siti dei materiali relativi dispersi in antiquaria locali o presso privati. Un lavoro di base non facile, ma estremamente utile per l'acquisizione di molti dati e di fondamentali concordanze altrimenti ignote.
RAPPRESENTAZIONE GRAFICA
RAPPRESENTAZIONE GRAFICA
DESCRIZIONE Nell'area occupata dal Castelliere sono stati individuati due distinti spargimenti di frammenti di tegole e coppi d'epoca romana. La concentrazione di maggior estensione (mq 3200 ca. di max. sparg.) ha rivelato una certa densità di materiale laterizio, mentre l'altra, a Sud rispetto alla prima (mq 750 ca. di max. sparg.), si è presentata piuttosto povera di frammenti. Nel corso del nostro sopralluogo non sono stati raccolti reperti particolar-mente significativi. Alcune indagini, tuttavia, effettuate in vari antiquaria e musei del Friuli, hanno permesso di individuare un discreto numero di materiali provenienti con sicurezza dal sito: Museo di Storia Naturale di Udine (reperti dagli scavi Fornaciari-Caracci del 1965); Museo di San Vito al Tagliamento e Soprintendenza Archeologica (raccolta effettuata nel 1971 dagli insegnanti e dagli allievi della Scuola Media di Castions); Museo Civico di Udine (raccolte effettuate dal sig. A. Candussio di Udine). In base alle caratteristiche degli spargimenti nonché ai materiali che ne provengono si può supporre nell'area la presenza di un insediamento rustico di dimensioni abbastanza ampie al quale ricollegare, probabilmente, una struttura di servizio (stalla? Rimessa per attrezzi?) (V. comunque infra conclusioni della sezione Età romana e contributo specifico «Gradisca romana»).
MATERIALI SIGILLATA ITALICA 1) Frammento di fondo di coppa; breve piede a parete molto svasata; argilla depurata di colore camoscio; tracce di vernice rosso-arancio piuttosto opaca; I sec. d.C.; 5 x 2. Luogo di conservazione: Museo di Storia Naturale di Udine (Inv. Museo n. Q 1078); tav. VI, i. 2)
Frammento di coppa; si conserva parte dell'orlo diritto congiunto alla
parete mediante carenatura (forma Drag. 15/17?); argilla depurata di
color rosato-nocciola; vernice rosso-arancio; I sec. d.C.; 6 x 3,5. CERAMICA COMUNE 3)
Frammento di coppa; orlo a fascia e parete obliqua; argilla depurata
di colore rosato; 12 x 7,5. 4)
Frammento di olla; orlo rientrante a doppio gradino; tacchette diagonali
parallele e incise sulla spalla; argilla rossiccia; 5,3 x 3. 5)
Frammento di ansa, a nastro; argilla depurata di colore arancio;
2x9. 6) Due frammenti riuniti di olla; orlo leggermente everso; breve collo verticale; decorazione a rilievo sulla spalla; argilla di colore grigio scuro in frattura, arancio in superficie; 6,5 x 6. Luogo di conservazione: Soprintendenza Archeologica (Inv. Aq. n. 244009); tav. VI, 3. 7)
Frammento di fondo piano di vaso con attacco della parete obliqua; argilla
rossastra ben depurata; 6,2 x 4,2. 8)
Frammento di orlo estroflesso e leggermente ingrossato di vaso; argilla
porosa di colore rossiccio; 2x4. 9)
Orlo a beccuccio sagomato di brocchetta; argilla depurata di colore
camoscio; 3,2 x 2. 10)
Fusaiola. 11)
Frammento di ansa a bastone; argilla di colore rossiccio-arancio;
11,5 x 4.
ANFORE 12) Due frammenti ricomposti di anfora; si conservano
l'orlo a nastro verticale, minima parte del collo e dell'attacco superiore
dell'ansa (Dressel 6 A?); argilla piuttosto depurata di colore rossiccio;
h. max. 12; diam. collo int. 10; est. 15; h. orlo 4,5. 13) Puntale frammentario d'anfora; a sezione piena di
forma tronco-conica leggermente schiacciata; fondo arrotondato; argilla
di colore beige; h. cons. 11,05. BRONZO 14) Campanella. Frammentaria; rimangono la presa e buona
parte del corpo solcato da scanalature orizzontali e parallele; sulla
presa è inciso il numero XXI; 10,5 x 5,5. PIOMBO 15) Peso. Sono stati inoltre rinvenuti alcuni grumi ferrosi, presumibilente resti di fusione. PIETRA 16) Peso. Integro; di forma circolare leggermente schiacciata
alle estremità. MONETE 17) Faustina: asse di bronzo. Zecca: Roma. Dat. 147-161 d.C. 18) Alessandro Severo: sesterzio di bronzo. 19) Asse di Augusto (?). 20) Piccolo bronzo. Diam. 1,2; peso 0,65 stato di conservazione:
pessimo. MATERIALE ARCHITETTONICO 21) Numerose tessere di mosaico in pietra. Di colore bianco
o con venature più scure; dim. medie 2x1. 22) Cubetti di pavimento in cotto. Argilla di colore
rossiccio; dim. medie 5x3. 23) Mattone. Frammentario; di forma semicircolare; argilla
di colore arancio chiaro; 16x32x8. 24) Mattone. Frammentario; a terzo di cerchio per colonnina;
argilla di color camoscio; 10x10x2,5. 25) Frammento di tegola con solchi circolari impressi;
argilla di color giallognolo; 30 x 17. 27) Tegola bollata. Frammentaria; argilla di colore camoscio;
15x8.
Mappa dei siti nello Spilimberghese
Mappa del castelliere di Gradisca dal Catasto austriaco del 1830
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