Carlo H. De' Medici

La Beffa di Richinvelda

da Leggende Friulane

editore Bottega D'Arte
Trieste 1924

 

 

Sul finire del 1350, Bertrando patriarca d'Aquileia era stato assassinato sulla strada di Richinvelda, presso il Tagliamento, mentre tornava dal conciglio di Padova.
La congiura, preparata per istigazione dei due fratelli Alberto IV ed Enrico III di Gorizia, era stata ordita nella casa di un certo Filippo de Portis cividalese, uomo in sottile accorgimento, e noto per la sua astuzia volpina.
La storia tace le cause ed i bassi intrighi che ispirarono la congiura ed il delitto. In quei tempi burra­scosi era un giuoco annegare nel sangue le più insi­gnificanti offese, o saziare col delitto le più sciocche avidità, le più vane ambizioni. E' noto solo che l'ag­guato, tramato dal sagace Filippo de Portis, ebbe il suo sanguinoso epilogo per opera di due vassalli gori­ziani : Arrigo Frangipane e Lapo di Villalta, che il conte Alberto IV aveva saputo corrompere con ricchis­simi doni e promesse di onori e privilegi.

Poche settimane dopo il delitto, il Capitolo aquileiense inalzò al sacro trono patriarcale, Nicolò di Lussemburgo, figlio di Giovanni, re di Boemia, e fra­tello di Carlo IV imperatore.
La storia ce lo dipinge come un uomo piccolo, magro, osseo e dall'aspetto sdegnoso ed arcigno. Tre cose spiccavano in lui: un colorito cereo, quasi cada­verico, che rammentava le pergamene non ancora ingial­lite; delle dita lunghe, bianche ed adunche, deformate, nelle giunture, dal male di pietra, ed uno sguardo indefinibile, penetrante e sfuggente ad un tempo, in perenne contrasto col sorriso enimmatico delle sue labbra.

I conti di Gorizia, all'annunzio della nomina, tremarono: e su tutta la terra friulana, la minaccia di una guerra si addensò.
Nicolò di Lussemburgo, tutti lo sapevano, non era uomo da scordare le offese, e tanto meno da perdo­nare un sacrilegio compiuto, da pugnali mercenari, sulla sacra persona del suo predecessore....

Ma la guerra temuta non scoppiò.
Passarono mesi, anni... e nessuna spada s'incrociò con altre spade, nessuna lancia si spezzò contro altre lance.

Ma una mattina di primavera del 1352, i goriziani ebbero, inattesa, una spaventevole visione, ed impa­rarono a conoscere il terrore che si prova di fronte ad un pericolo nascosto ed imminente, dinanzi ad una minaccia invisibile, velata di mistero, e dalla quale non si sa come difendersi.
Da un palo a forca, piantato fra i merli della torre del Gufo, la torre-spia che si ergeva sulla costruzione maggiore del castello: i cadaveri del Frangipane e del Villalta penzolavano, legati schiena contro schiena, e stretti da un unico laccio strangolatore.

Il pànico, in Gorizia, fu grande, specialmente tra le mura della rocca, inaccessibile forse alle bande nemiche, ma dove la vendetta implacabile era riuscita a penetrare, tacita e furtiva, per rincorrere, e snidare, e certo, un giorno o l'altro, raggiungere i conti di Lùrn e Pusteria.
L'atto temerario era una sfida : una beffa ideata senza dubbio dalla fantasia del patriarca Nicolò per schernire i colpevoli... ed Alberto IV, come suo fra­tello Enrico III, non avevano la coscienza troppo tranquilla.

Per raggiungere la torre del Gufo, i sicari avevano dovuto oltrepassare il ponte levatoio, sul fossato grande, percorrere la maggior parte degli spalti, superare gli ammazzatoi pensili, e traversare la ridotta delle scolte, dissimulata tra le alte merlature.... Eppure nessuna sentinella, nessun uomo di guardia, nessun arciere aveva veduto passare una persona estranea e, tanto meno, il macabro fardello.

I signori di Gorizia non vollero certo confessare la loro paura, ma, per prudenza, si chiusero tra le mura della loro casa, e raddoppiarono i servizi di sorveglianza, nell'attesa angosciosa, spasmodica di altri tragici avvenimenti.
E non ebbero da aspettare molto...

La vendetta, come serpe che strisci tra i muschi, raggiunse, silenziosa ed inattesa, come sempre, tutti coloro che dovevano essere colpiti.
Oh! Nicolò di Lussemburgo era maestro nell'arte di uccidere! Nessuno, al pari di lui, sapeva tendere, con tanta maestria, l'insidia e preparare la trappola per chiappare le sue vittime.
Ad uno ad uno, tutti coloro che avevano preso parte alla congiura di Richinvelda, ebbero il loro gastigo.
Chi, reduce dalla caccia, era caduto sul limitare del bosco di Panovizza, colpito in fronte da una freccia scoccata da ignota balestra.
Chi era morto, con tutta la sua famiglia, avvelenato da funghi che un pastorello aveva recato in dono.
Un altro, durante un banchetto nel castello di Reifenberg, era stato chiamato da un suo valletto, accorso per rimettergli una missiva urgente. Lo si era visto alzarsi, parlare concitatamente col paggio... Poi era sparito, né mai più si era udito favellare di lui.
Un altro ancora si era, una mattina, trovato chiuso, murato, senza possibile scampo, nel suo castello, ed era dovuto morire di fame, con i suoi servi e la sua gente tutta.

Enrico III ed Alberto IV ebbero serie apprensioni per la loro preziosa pelle, e siccome il coraggio, nel loro casato, non era una delle più spiccate doti, decisero di allontanarsi dai loro domini friulani e di rifugiarsi, insieme al fratello minore Mainardo VII, nella loro rocca di Lienz, sotto alla vigile protezione dei loro scherani di Carinzia.

Ma la vendetta misteriosa non si arrestò per questo. Raggiunti ormai tutti i colpevoli, o quasi, essa si rovesciò con altrettanto accanimento, sulle cose. Animò astj, in­fiammò ribellioni, generò severi provvedimenti imperiali: minò, insomma, dalle fondamenta, la contea goriziana, La storia ce lo conferma.

Un giorno, un editto imperiale tolse, con infamia, la suprema dignità di Capitano Generale del Friuli, al conte di Gorizia. In pochi mesi, distrutte dal fuoco, crollarono tutte le piazze forte edificate per la difesa dello stato: Visnico, Ritisperga, La Groina, Mossa, San Michele al Frigido.
La villa di Pisino scosse il giogo goriziano e passò, come feudo diretto, alla casa d'Austria. Il ter­ritorio dell'alto Carso si ribellò e, cacciato il luogo­tenente della contea, si proclamò indipendente, sotto alla protezione del duca di Corniola.

La rovina definitiva della casa di Lùrn e Punteria si avvicinava a gran passi...
Ma quando il tenore e la disperazione furono all'apice, la quiete, di cui s'era perduta la memoria e la speranza, tornò. Più non s'incendiò alcun castello, più non morì alcun signorotto, più non si ribellò alcun vassallo.

E venne febbraio del 1356.

Nicolò di Lussemburgo si era recato a Cividale, per trascorrervi, nel suo abbandonato palazzo patriarcale, costruito sulle sponde della Natissa, alcuni mesi di quiete e di svago.
Quella visita inattesa, e forse non desiderata, destò stupore ed apprensione, nel cuore dei cividalesi. Il patriarca veniva di rado, da quelle parti... Che cosa poteva dunque cercare?
La gente, che lo conosceva di fama, si chiese naturalmente e non senza timore, quale nuova sanguinosa burla egli stesse macchinando, nel suo cervello diabolico, in danno di Cividale, ed attese alla­mata, sospettosa, un fatto qualunque, impreveduto ed imprevedibile che, nella fissazione popolare, sarebbe inevitabilmente dovuto accadere.

Ma le previsioni furono tutte deluse. L'attesa fu vana.

Nicolò di Lussemburgo si mostrò invece gioviale, buono, allegro, e seppe, con finissima arte, conqui­starsi l'unanime simpatia dei cittadini.
Le cronache narrano infatti come egli beneficasse Cividale, concedendo privilegi grandissimi, e rammentano anche come egli, sovente, all'uscir di chiesa, si soffermasse tra il volgo, a distribuire limosina, a confortare gli infermi e ad ascoltare, benevole, le suppliche e le preghiere che gli si facevano.

L'uomo arcigno e crudele pareva trasformato. Spesso, la sera, in compagnia del suo fido luogotenente, Orso da Centenara, egli amava raccogliere, intorno alla sua mensa, i più briosi e allegri gentiluomini del vic­nato, non disdegnando di alzare il gomito e compiacendosi nelle palestre di motti e frizzi arguti.

E fu appunto in una di queste cene che il patriarca Nicolò, tra risa, scherzi, burle e grassi propositi, compì l'ultima sua vendetta: la più atroce, la più grottesca che mente umana potesse concepire.

Erano adunati alla sua tavola, Giacomo Savorgnan, Jacopo da Sturo, Filippo de Portis - col quale egli si era, da poco, legato d'amicizia - ed alcuni altri cava­lieri, l'un più dell'altro allegro, bevitore e spensierato.
Il pranzo era stato succulento. Si erano mangiati, con formidabile appetito, delle vivande inargentate e dorate, del pesce di fiume sopra spuma d'ova, della carne di bue impastata con formaggio e zucchero, delle cervella di capretto fritte col fior' di farina, e marzapani, e miele, e confetture di zucchero e pinocchi.

Tutta questa grazia di Dio s'era abbondantemente inaffiata con un certo vinetto di Spagna, antico, biondo e frizzante.

Gli animi si erano eccitati e le lingue, incoraggiate dalle libazioni, si erano sciolte in sconclusionati discorsi.

- Io non conosco, al mondo, cosa più squisita del vino di Xeres. -
disse, ad un certo punto, il Savorgnan, chiamando il servo e tendendogli la coppa vuota, perché la ricolmasse.
E, tracannatala, d'un fiato, conchiuse, battendosi la pancia:
- Lo sento frizzare, qui dentro, come dolcissimo fuoco greco. -
- Sei un volgare crapulone! - gli rispose il de' Portis, facendo con la mano un gesto di sdegno:
- Io preferisco la battaglia, dove ciò che frizza non è vino, Sinché n'abbia.il colore, ma sangue... -
- Calmatevi, gente furiosa! Calmatevi... - soggiunse Jacopo da Sturo:
- Se così parlate, vuol dire che non conoscete la cosa più squisita della creazione: la donna. Con essa frizzano i nervi... e la sensazione è ben più dolce di quella che trovate nelle botti o nei carnai. Che ne pensate eminenza?

Nicolò di Lussemburgo sorrise, negli angoli dalla bocca, e rispose piano:

- Io preferisco una buona beffa. Una beffa nella quale si senta frizzare la paura. -

- Avete ragione. A questo modo bisogna sapere gioire delle sensazioni altrui. Udite questa, se vi pare buona. Un giorno, ospite di un certo castellano di Villanova, seppi così ben dargli da bere, un vino Alicante, simile a questo, da sborniarlo come un soldato della val' della Drava... A tal segno da potermi sostituire, non riconosciuto, nel bianco talamo coniugale... —

- É scherzo da bimbi il tuo, amico mio. Ascolta questo, ch'è migliore. Pochi mesi fa, a madonna Jolanda Detalmo, che da molto tempo si dilettava a farmi soffrire d'amore per lei, e si ostinava a non ce­dere alla mia brama, feci un dono: un immenso serto di rose profumate. E quando ella vi tuffò il volto per inondarsi le nari, di profumo, cadde al suolo, morsa da una piccola vipera che io vi avevo nascosto. -

- Sei crudele con le donne, cavaliere! Io invece mi accontentai di burlare il mio paggetto che sac­cheggiava, senza pudore, le mie provviste di leccornie. Saputo che egli aveva un debole per le confetture di miele ed uva-spina, che fanno i montanari, ne feci preparare alcuni vasi, nei quali, abilmente, confusi della radice di sciarappa.
Ah! Ah!... La sciolta fu tale che il meschino crepò in poche ore... -

- E voi, eminenza, non ci raccontate una vostra burla? -
disse Filippo de Portis, rivolgendosi al patriarca:

- Ho udito narrare che voi siete un maestro finissimo di beffe. -

- Hai ragione, de Portis. Ascolta e giudica: la beffa è proprio dedicata a te... Oh ! Non ti spaventare - É uno scherzo innocentissimo, e la tua vita, te lo prometto, non è in pericolo. Dimmi dunque: che cosa ha maggiormente solleticato il tuo palato da buongustaio, durante la cena? Desidero farne le lodi al mio cuciniere. -

- Non saprei... Il pesce... O forse le cervella di capretto... -

- Ecco! Le cervella: piacquero anche a me. E per eternarne la memoria, daremo loro un nome : cervella alla Richinvelda... Ti garba? -

De Portis s'era fatto bianco: ma per non tradire il disagio che s'impossessava di lui, si morse le labbra e rispose con fermezza:
- Certamente. -

- Tanto meglio. Desideravo la tua approvazione, poiché quella pietanza è stata ammannita proprio per te... e con l'aiuto di tua madre... -

Filippo de Portis scattò dalla sua scranna, minaccioso, pronto a difendersi, avendo intuito che qualche cosa di grave si stava macchinando contro di lui.

Ma in quell'istante la porta si aprì, e Nicolò di Lussemburgo, calmo, col suo immutabile sorriso di scherno nell'angolo della bocca, lasciò cadere freddamente queste parole:

- Non ti allarmare, amico mio, Te l' ho promesso, ricordi? La tua vita non teme alcun pericolo... Guarda! -

Quattro sgherri, dalle facce patibolari, erano entrati nella sala, e sorreggevano sulle loro spalle, uno scudo immenso, da combattimento.

E, su quello feudo, la madre del de Portis giaceva, col cranio segato in tondo, aperto e vuoto... col cranio privato della sua materia grigia, e simile ad un cofanetto di gioie, foderato di velluto cremisino.

 

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