Sul finire
del 1350, Bertrando patriarca d'Aquileia era stato assassinato sulla strada
di Richinvelda, presso il Tagliamento, mentre tornava dal conciglio di
Padova. Poche settimane dopo
il delitto, il Capitolo aquileiense inalzò al sacro trono patriarcale,
Nicolò di Lussemburgo, figlio di Giovanni, re di Boemia, e fratello
di Carlo IV imperatore. I conti di Gorizia,
all'annunzio della nomina, tremarono: e su tutta la terra friulana, la
minaccia di una guerra si addensò. Ma la guerra temuta
non scoppiò. Ma una mattina di primavera
del 1352, i goriziani ebbero, inattesa, una spaventevole visione, ed impararono
a conoscere il terrore che si prova di fronte ad un pericolo nascosto
ed imminente, dinanzi ad una minaccia invisibile, velata di mistero, e
dalla quale non si sa come difendersi. Il pànico, in
Gorizia, fu grande, specialmente tra le mura della rocca, inaccessibile
forse alle bande nemiche, ma dove la vendetta implacabile era riuscita
a penetrare, tacita e furtiva, per rincorrere, e snidare, e certo, un
giorno o l'altro, raggiungere i conti di Lùrn e Pusteria. Per raggiungere la torre del Gufo, i sicari avevano dovuto oltrepassare il ponte levatoio, sul fossato grande, percorrere la maggior parte degli spalti, superare gli ammazzatoi pensili, e traversare la ridotta delle scolte, dissimulata tra le alte merlature.... Eppure nessuna sentinella, nessun uomo di guardia, nessun arciere aveva veduto passare una persona estranea e, tanto meno, il macabro fardello. I signori di Gorizia
non vollero certo confessare la loro paura, ma, per prudenza, si chiusero
tra le mura della loro casa, e raddoppiarono i servizi di sorveglianza,
nell'attesa angosciosa, spasmodica di altri tragici avvenimenti. La vendetta, come serpe
che strisci tra i muschi, raggiunse, silenziosa ed inattesa, come sempre,
tutti coloro che dovevano essere colpiti. Enrico III ed Alberto IV ebbero serie apprensioni per la loro preziosa pelle, e siccome il coraggio, nel loro casato, non era una delle più spiccate doti, decisero di allontanarsi dai loro domini friulani e di rifugiarsi, insieme al fratello minore Mainardo VII, nella loro rocca di Lienz, sotto alla vigile protezione dei loro scherani di Carinzia. Ma la vendetta misteriosa non si arrestò per questo. Raggiunti ormai tutti i colpevoli, o quasi, essa si rovesciò con altrettanto accanimento, sulle cose. Animò astj, infiammò ribellioni, generò severi provvedimenti imperiali: minò, insomma, dalle fondamenta, la contea goriziana, La storia ce lo conferma. Un giorno, un editto
imperiale tolse, con infamia, la suprema dignità di Capitano Generale
del Friuli, al conte di Gorizia. In pochi mesi, distrutte dal fuoco, crollarono
tutte le piazze forte edificate per la difesa dello stato: Visnico, Ritisperga,
La Groina, Mossa, San Michele al Frigido. La rovina definitiva
della casa di Lùrn e Punteria si avvicinava a gran passi... E venne febbraio del 1356. Nicolò
di Lussemburgo si era recato a Cividale, per trascorrervi, nel suo
abbandonato palazzo patriarcale, costruito sulle sponde della Natissa,
alcuni mesi di quiete e di svago. Ma le previsioni furono tutte deluse. L'attesa fu vana. Nicolò di Lussemburgo
si mostrò invece gioviale, buono, allegro, e
seppe, con finissima arte, conquistarsi l'unanime simpatia dei
cittadini. L'uomo arcigno e crudele pareva trasformato. Spesso, la sera, in compagnia del suo fido luogotenente, Orso da Centenara, egli amava raccogliere, intorno alla sua mensa, i più briosi e allegri gentiluomini del vicnato, non disdegnando di alzare il gomito e compiacendosi nelle palestre di motti e frizzi arguti. E fu appunto in una di queste cene che il patriarca Nicolò, tra risa, scherzi, burle e grassi propositi, compì l'ultima sua vendetta: la più atroce, la più grottesca che mente umana potesse concepire. Erano adunati alla sua
tavola, Giacomo Savorgnan, Jacopo da Sturo, Filippo de Portis - col quale
egli si era, da poco, legato d'amicizia - ed alcuni altri cavalieri,
l'un più dell'altro allegro, bevitore e spensierato. Tutta questa grazia di Dio s'era abbondantemente inaffiata con un certo vinetto di Spagna, antico, biondo e frizzante. Gli animi si erano eccitati e le lingue, incoraggiate dalle libazioni, si erano sciolte in sconclusionati discorsi. - Io non conosco, al
mondo, cosa più squisita del vino di Xeres. - Nicolò di Lussemburgo sorrise, negli angoli dalla bocca, e rispose piano: - Io preferisco una buona beffa. Una beffa nella quale si senta frizzare la paura. - - Avete ragione. A questo modo bisogna sapere gioire delle sensazioni altrui. Udite questa, se vi pare buona. Un giorno, ospite di un certo castellano di Villanova, seppi così ben dargli da bere, un vino Alicante, simile a questo, da sborniarlo come un soldato della val' della Drava... A tal segno da potermi sostituire, non riconosciuto, nel bianco talamo coniugale... - É scherzo da bimbi il tuo, amico mio. Ascolta questo, ch'è migliore. Pochi mesi fa, a madonna Jolanda Detalmo, che da molto tempo si dilettava a farmi soffrire d'amore per lei, e si ostinava a non cedere alla mia brama, feci un dono: un immenso serto di rose profumate. E quando ella vi tuffò il volto per inondarsi le nari, di profumo, cadde al suolo, morsa da una piccola vipera che io vi avevo nascosto. - - Sei crudele con le
donne, cavaliere! Io invece mi accontentai di burlare il mio paggetto
che saccheggiava, senza pudore, le mie provviste di leccornie. Saputo
che egli aveva un debole per le confetture di miele ed uva-spina, che
fanno i montanari, ne feci
preparare alcuni vasi, nei quali, abilmente, confusi della radice di sciarappa.
- E voi, eminenza, non
ci raccontate una vostra burla? - - Ho udito narrare che voi siete un maestro finissimo di beffe. - - Hai ragione, de Portis. Ascolta e giudica: la beffa è proprio dedicata a te... Oh ! Non ti spaventare - É uno scherzo innocentissimo, e la tua vita, te lo prometto, non è in pericolo. Dimmi dunque: che cosa ha maggiormente solleticato il tuo palato da buongustaio, durante la cena? Desidero farne le lodi al mio cuciniere. - - Non saprei... Il pesce... O forse le cervella di capretto... - - Ecco! Le cervella: piacquero anche a me. E per eternarne la memoria, daremo loro un nome : cervella alla Richinvelda... Ti garba? - De Portis s'era fatto
bianco: ma per non tradire il disagio che s'impossessava di lui, si morse
le labbra e rispose con fermezza: - Tanto meglio. Desideravo la tua approvazione, poiché quella pietanza è stata ammannita proprio per te... e con l'aiuto di tua madre... - Filippo de Portis scattò dalla sua scranna, minaccioso, pronto a difendersi, avendo intuito che qualche cosa di grave si stava macchinando contro di lui. Ma in quell'istante la porta si aprì, e Nicolò di Lussemburgo, calmo, col suo immutabile sorriso di scherno nell'angolo della bocca, lasciò cadere freddamente queste parole: - Non ti allarmare, amico mio, Te l' ho promesso, ricordi? La tua vita non teme alcun pericolo... Guarda! - Quattro sgherri, dalle facce patibolari, erano entrati nella sala, e sorreggevano sulle loro spalle, uno scudo immenso, da combattimento. E, su quello feudo, la madre del de Portis giaceva, col cranio segato in tondo, aperto e vuoto... col cranio privato della sua materia grigia, e simile ad un cofanetto di gioie, foderato di velluto cremisino.
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