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IN MORTE DEL PATRIARCA BERTRANDO
ROGAZIONI E CONFINI DELLE PARROCCHIE di Gianfranco Ellero (Tratto da Sot la Nape, luglio 2001)
Devoti del patriarca Bertrando
a San Giorgio della Richinvelda.
Devoti del patriarca Bertrando
a San Giorgio della Richinvelda.
Non mancano, fra i patriarchi dAquileia, le figure di grande statura intellettuale, morale e politica. Basterebbe ricordare i nomi di Callisto, Paolino, Rodoaldo, Sigeardo, Poppo. Ma nessuno colpì limmaginario collettivo come Bertrand de Saint Geniès. I documenti attestano che Bertrando fu professore di diritto allUniversità di Tolosa e auditore del papa ad Avignone; restauratore dellautorità politica patriarcale e riformatore della Chiesa aquileiese; ideatore di unUniversità per il Friuli ed edificatore del Duomo di Udine. Ma per il popolo, e per gli artisti che ne celebrarono in pittura le gesta, egli fu soprattutto un benefattore, che distribuiva pane ai poveri e soccorreva gli ammalati. La sua popolarità fu talmente grande che egli divenne il protagonista di un gruppo di leggende, di una delle quali, legata alla sua morte per mano omicida, ci occuperemo fra poco. Si spiegherebbe così, secondo lo storico francese Clément Tournier, il trapianto nel friulano di alcune parole della lingua doc, che era materna per il nostro patriarca. Il Tournier, dopo aver dichiarato la sua insuffisance en matière philologique, rimane colpito dal fatto che la pecora sia chiamata feda tanto in Occitania quanto in Carnia; che got de vin (bicchiere di vino) corrisponda al friulano got di vin, espressione usata ancor oggi nella bassa pianura; che nipote suoni nebot in lingua doc e nevot (ma con la o lunga) in friulano, e cosi via per altre decine di casi di identità lessicali o di strette similitudini. Noi non siamo linguisti e non possiamo confermare o smentire la tesi del Tournier. E certo, tuttavia, che il patriarca poteva parlare la sua lingua nativa sapendo di essere compreso dai Friulani senza il tramite degli interpreti, posto che, come è facile verificare, loccitano, il catalano e il friulano sono lingue molto vicine anche ai nostri giorni. Non è escluso, quindi, che alcune espressioni siano passate dalle labbra dellamatissimo patriarca al cuore della gente che lo ascoltava. E invece certo che i servi e i popolani lo chiamavano Beltram, e che beltramins furono immediatamente chiamati i signori della casata di Spilimbergo, responsabili della congiura contro il patriarca e del suo assassinio. Successivamente e, a causa della perdita della memoria storica, ormai solo per consuetudine, lappellativo passò agli abitanti di Spilimbergo. Il Tournier premette alla sua opera una dedica epigrafica che bene rispecchia latmosfera mitica che circonda la figura di Bertrando nella storiografia friulana. Eccola in traduzione dal francese: A quel gigante che fu: Bertrand de Saint Geniès nato a Quercy nel 1260, professore di diritto allUniversità di Tolosa, auditore nel palazzo papale dAvignone, nunzio in Italia e in Ungheria, patriarca dAquileia, principe del Santo Impero, duca del Friuli, marchese dellIstria, generale vincitore dei Veneziani, dei conti di Gorizia e altri grandi signori, salvatore dItalia, consigliere dellimperatore di Germania, saggio amministratore e riformatore, irriducibile difensore dei diritti della Chiesa, pontefice aureolato di ogni virtù, assassinato a cavallo, nel 1350, alletà di novantanni, inumato nella chiesa maggiore di Udine, taumaturgo, proclamato beato, protettore del Friuli, sempre venerato. Alla mitizzazione del patriarca contribui sicuramente la sua età. Entrò in Friuli nel 1334, come successore di Pagano dellaTorre, quando aveva settantaquattro anni. Uscì dalla vita nel 1350, quando ne aveva novanta. Ma in Friuli rimase per sempre. Il suo corpo riposa, infatti, nel Duomo di Udine. E laquila doro in campo azzurro della sua arma nobiliare, diventata simbolo della nostra regione, campeggia al centro della bandiera friulana. Sarebbe meglio dire che quasi tutto il suo corpo riposa nel Duomo della Capitale del Friuli, posto che sul principio degli anni Trenta il radio del braccio sinistro fu prelevato e donato, in artistica teca, allUniversità di Tolosa, che volle celebrare il VII centenario della sua esistenza rendendo omaggio a uno dei docenti più illustri e antichi. Da allora losso del nostro patriarca riposa nella basilica di Saint Sernin a Tolosa.
La fine del patriarca Bertrando Visto che la leggenda che ci accingiamo a commentare spiega, per così dire, la morte di Bertrando, dobbiamo brevemente richiamare le circostanze in cui il vecchissimo, ma vitalissimo, patriarca fu ucciso. Si tratta di notizie di agevole reperibilità, basta sfogliare una delle tante storie del Friuli pubblicate fino ad oggi, ma le richiamiamo per comodità dei nostri lettori, che noi vogliamo immaginare in alpe o al mare, intenti alla lettura in giorni caldi, e quindi nellimpossibilità immediata di compiere unincursione in altra fonte. Il dissidio con il Comune di Cividale divampò nel 1346, dodici anni dopo il suo insediamento sulla cattedra di Aquileia, quando il locale consiglio diede mandato ai suoi procuratori di appellarsi alla sede apostolica contro qualsiasi gravame o molestia che il patriarca avesse tentato di infliggere al Comune. Furono poi inviati messi al patriarca per chiedere che nessun vicino di Cividale potesse essere citato in giudizio a Udine da cittadini udinesi. La tensione crebbe tanto che in ottobre il patriarca scagliò la scomunica contro la Città del Natisone. La crisi fra le due Città fu alimentata anche da una contesa fra ludinese Ettore di Savorgnan e il cividalese Ermacora della Torre. Il patriarca si schierò con gli udinesi, o per meglio dire contro il della Torre, che aveva invaso il castello di Varmo, e i cividalesi chiesero aiuto al conte di Gorizia, avvocato della Chiesa aquileiese. Il Friuli fu di nuovo in armi per una guerra feudale interna, quando il 25 gennaio 1348 scoppiò un tremendo terremoto, che danneggiò anche Venezia e la Carinzia. Le scosse si susseguirono per quaranta giorni e danneggiarono anche la basilica di Aquileia. In quello stesso anno scoppiò anche una terribile pestilenza che produsse grandissimo lutto in tutta Europa, ma il morbo e le scosse sismiche non valsero a spegnere il fuoco della discordia. Si arrivò anzi a un attentato contro il patriarca, da parte di Giovanni e Rodolfo de Portis, il 4 agosto. Il patriarca lanciò scomuniche e interdetti, e pose lassedio al castello di Gorizia. La notte di Natale, narrano le cronache, celebrò la messa ai piedi del maniero, indossando la pianeta sopra la corazza! Nel 1349 con il conte di Gorizia si schierarono diverse nobili casate del Friuli, che mal sopportavano la fermezza e il dinamismo del patriarca. I ribelli presero Fagagna, San Daniele, Buja, Tricesimo, terre patriarcali, e ruppero le rogge di Udine, sicché laCittà dovette sopravvivere fra le sue mura con lacqua dei profondi pozzi. Gli udinesi riuscirono allora a concordare una tregua che sarebbe scaduta il 24 giugno 1350. Nel frattempo ci furono numerosi ma inefficaci tentativi per spegnere il fuoco che stava divorando e indebolendo la Patria del Friuli. Bertrando, fenomeno non nuovo nella storia di questa regione, abituata a pensare in piccolo, pagò duramente la sua politica di autentica grandezza. Il suo corteo di ritorno da Padova, infatti, fu assalito dai congiurati, che pugnalarono a morte il patriarca e ne spedirono il suo corpo a Udine su un carro in compagnia di alcune prostitute. Il successore di Bertrando, Nicolò di Lussemburgo, punì gli assassini con rara ferocia - alcuni furono decapitati, altri squartati - ma il popolo emise a sua volta una sentenza in forma di leggenda: quella che ci accingiamo a commentare per illustrare tre aspetti molto interessanti. Da una parte, infatti, emergerà dalla nostra analisi la funzione della leggenda come racconto storico; dallaltra sarà confermata limportanza delle rogazioni, assunte come pretesto narrativo, nella definizione del Lebensraum di una comunità rurale. Last but not least, per chi si occupa di rogazioni, lo stretto legame fra la confinazione delle parrocchie, costruite sul calco dei comuni rustici, e le rogazioni come riti di affermazione del possesso territoriale.
La confinazione delle parrocchie Il patriarca, che già in vita aveva conquistato il cuore della gente semplice, dopo la morte fu al centro di un generale compianto e divenne il protagonista di racconti orali. Eccolo in una fiaba del Friuli collinare, che riproduciamo nella traduzione dal friulano di Carlo Sgorlon: Lultimo atto del ministero del patriarca Bertrando fu di andare di persona a segnare i confini tra le parrocchie. Si decise a farlo per finire una buona volta con le tante questioni che nascevano ogni anno, ora qua ora là, in tempo di rogazioni, a causa dei confini. Tutti infatti cercavano di fare il giro più largo possibile, per mostrare ai vicini la grande estensione della loro parrocchia e poi, incontrandosi con quelli di altre, attaccavano a litigare. Spesso passavano dal detto al fatto, dandosele di santa ragione con le croci, le lanterne, gli stendardi (...). Il beato Bertrando, dunque, per mettere fine a questo scandalo, pensò di andare di persona a mettere i confini alle parrocchie. Segnò prima quella di Udine, poi quella di Santa Margherita, di Martignacco, di Moruzzo e di Fagagna. Ma quando stava per mettere le pietre dalle parti di Colloredo, saltarono fuori quelli di Brazzacco e lo presero a sassate, cacciandolo fino al confine di Caporiacco. Allora lo attaccarono quelli di Caporiacco, e lo spinsero fino ad Arcano e a Spilimbergo. Gli spilimberghesi ricominciarono la sassaiola, e non la smisero se non quando videro il povero patriarca in fin di vita. Allora lo abbandonarono senza misericordia, solo come un cane, in mezzo alla vasta pianura. (...) al moribondo si awicinarono alcuni contadini che stavano lavorando nei campi, e gli chiesero se potevano aiutarlo in qualche modo. Nulla, nulla. Lasciate che muoia in pace. Sono contento di aver dato la vita per il mio popolo. E dite loro che li perdono (...) rispose il santuomo. Ma chi sono, uomo di Dio, questi sciagurati? I matti di Brazzacco, i pitocchi di Caporiacco, i tignosi di Arcano, i distruggitori di Spilimbergo.... Queste ultime parole del beato Bertrando furono in seguito conosciute come una profezia, e non come una vendetta, perché lui li aveva perdonati di cuore. Da allora in poi la pazzia fu di casa a Brazzacco, la miseria a Caporiacco, la tigna ad Arcano e la distruzione a Spilimbergo.
La leggenda come documento storico Applicando a questa leggenda i criteri di analisi adoperati da Carlo Guido Mor per un altro racconto, riguardante uno stanziamento longobardo sul lago di Cavazzo, osserviamo che, anche in questo caso, alla base del racconto popolare cè un personaggio e un fatto realmente esistiti: il patriarca Bertrando e la sua morte violenta per mano dei signori di Spilimbergo, avvenuta sulle praterie di San Giorgio della Richinvelda il 6 giugno 1350. La sassaiola dei parrocchiani di Brazzacco, Arcano e Spilimbergo, che appaiono concordi nel respingere il patriarca con la violenza, è una chiara allusione alla congiura realmente ordita dai signori di quei castelli, ma trova un preciso riscontro nellattività di Bertrando come riformatore della Chiesa aquileiese. La definizione certa dei confini delle parrocchie, indicata come causa scatenante della violenza, è uningegnosa mascheratura, che consente di alludere alla congiura senza descriverla e pone laffabulatore al riparo dei rischi derivanti da un racconto realistico. La morte del patriarca, causata a sassate dai parrocchiani di Spilimbergo, è un atto daccusa contro i signori di quel castello, che di fatto con i loro pugnali trafissero il corpo del prelato. Il racconto storico è talmente nitido in filigrana che la leggenda sembra formulata da una mente erudita e molto bene informata sui fatti ai quali allude. La qualifica di beato, infine, attribuita al patriarca, ci indurrebbe a datare la leggenda in un tempo successivo alla sua beatificazione. Ma a nostro giudizio il racconto nacque e si diffuse subito dopo lassassinio di Bertrando perché la verità fu subito nota a tutti. Forse anche prima dellaccertamento dei fatti e della punizione dei colpevoli da parte del suo successore. Il titolo di beato fu naturalmente aggiunto dagli affabulatori, per venerazione e rispetto, più tardi, diciamo nella seconda metà del Settecento, quando il nostro patriarca fu elevato allonore degli altari, come si suol dire, assieme alla beata Elena Valentinis (due zuccherini della Santa Sede alla Chiesa udinese per la soppressione del Patriarcato ecclesiastico aquileiese, smembrato nelle sue diocesi di Udine e Gorizia nel 1751). Naturalmente, questa non è lunica leggenda che ha per protagonista il patriarca Bertrando. Nel patrimonio della cultura orale dei friulani ce nerano molte altre che furono studiate da Anton von Mailly nel volume Sagen aus Friaul und den Julischen Alpen, stampato a Lipsia nel 1922.
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