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Francesco Di Manzano

Bertrando
Patriarca di Aquileia
tratto da
Gli Annali del Friuli
1858
L'autore
Francesco di Manzano, nato a San Giovanni al Natisone nel
1801 e morto novantaquattrenne a Udine, è considerato uno dei più importanti
storici del Friuli.
I suoi Annali del Friuli registrano cronologicamente i principali avvenimenti
della storia del Friuli dal 6114 a.C.
Da questa opera è tratto il capitolo che proponiamo sulla vita e morte
di Bertrando da Saint Geniés.
Nel giorno 8 luglio 1334 il papa Giovanni XXII elesse a Patriarca d'Aquileja
Beltrando o Bertrando da S. Ginesio o Genesio già auditore di Rota e decano
della chiesa d'Angoulème, francese d'origine e della famiglia di S. Genesio,
denominata dal castello sito poco lungi da Cahors capitale del Quercy
nella provincia della Guienna.
Vecchio di oltre settantanni fu assunto al patriarcato, durò nella sede
sedici anni meno due giorni, e morì nonagenario. Era Bertrando energico
nella guerra, esperto nella politica, e distinto per integrità di vita
e per eccellenza di dottrina.
Fu zelante conservatore dei diritti della sua chiesa, severo nell'adempimento
della giustizia, e nemico acerrimo della rilassatezza de' costumi, specialmente
nel clero, e della violenza de' laici.
Ma questo suo zelo, che avea a scopo l'attuazione di un saggio regime
a vantaggio de' sudditi, nell'urgente bisogno in cui trovavasi lo stato,
sarà cagione, come diremo, della terribile catastrofe ond'egli restò vittima.
Riflettendo però sugl'importanti avvenimenti accaduti sotto il principato
di Bertrando, come si vedrà, non possiamo a meno di non considerarlo quale
uno dei più distinti patriarchi che ressero la chiesa aquilejese e lo
stato nostro: esso infatti promosse, per quanto poteasi, lo sviluppo ed
il benessere dei sudditi, malgrado le fiere lotte, effetto della licenza
de' costumi, della prepotenza feudale e dei molti dissidii cittadini.
Ma domate queste dalla forza morale, alla fermezza ne' propositi, e dal
coraggio civile del nostro principe patriarca, seppe egli e volle condurre
quelle riforme, che, se non li tolsero affatto, posero freno però ai molti
abusi, introducendo saggie costituzioni ed ottime leggi a miglioramento
de' costumi, ed al buon ordine della cosa pubblica, procurando inoltre
quelle pacificazioni che posero modo ai tristi effetti degl'inveterati
rancori.
Onde rilevasi che il patriarcato di' Bertrando cooperò viemmaggiormente
al progresso civile e morale del popolo friulano.
Frattanto, addì 28 ottobre 1334, il patriarca Bertrando giunse in Aquileja,
mentre alcuni giorni innanzi, per prendere onoratamente possesso del patriarcato,
ebbe danari e favori dal cavaliere Francesco Savorgnano e dai nobili di
Cucagna, che insieme al comune gemonese gli si fecero incontro con molti
cavalli e lo accompagnarono in Udine, ove con grandiosa pompa e viva esultanza
fu accolto dal popolo.
Condusse seco per suo vicario, Guidone Baisio arcidiacono di Bologna,
che poi fu vescovo di Concordia, e per suo maresciallo, o primo ministro,
il francese Bernardo di Foux e qualche altro che qui omettiamo.
Questo zelante patriarca che a prò dello stato avea volto ogni pensier
suo, si diede tosto a correggere i licenziosi costumi del clero, a por
freno alle usure, a proteggere le manomesse proprietà dagli ebrei e le
persone loro, a punire le violenze de' feudatari, a rendere sicure le
vie dai grassatori: e più che altro, a ricuperare alla chiesa di Aquileja
i possedimenti usurpati dai suoi vassalli, particolarmente dai conti di
Gorizia e dai signori da Camino.
Fra i primi atti di Bertrando fu la pace da lui firmata colla contessa
Beatrice di Gorizia, e la congregazione 29 maggio 1335 del suo primo concilio
provinciale in cui riformò le costituzioni emanate dal patriarca Raimondo,
che, dopo mezzo secolo, erano cadute in noncuranza.
Indi, vista la condizione in cui trovavasi il Friuli pei moti esterni
ed interni, riunì parlamento in Udine, il 4 luglio 1335, nel quale si
deliberò a difesa della patria l'armamento generale degli abitanti sì
liberi che ministeriali, e la divisione della provincia in cinque quartieri
o distretti militari, cioè: Cividale, Aquileja, Udine, Gemona e la destra
del Tagliamento; con un capitano d'armi e due consiglieri per ogni quartiere,
allo scopo di agevolarne la difesa e l'amministrazione.
Quanto provvide fossero le misure prese a difesa del Friuli, ce lo dimostra
il mal talento di Rizzardo Novello da Camino, il quale (né se ne sanno
bene i motivi) rotte le tregue, invase i confini alla destra del Tagliamento
e pose assedio a Sacile. Perciò il patriarca, colle taglie ordinarie,
guidate da Gerardo di Cucagna e da Federico di Savorgnano, mosse tosto
contro il caminese, lo ruppe, e gli tolse la eduna ed altra luoghi che
anteriormente avea occupati.
E mentre il patriarca fu in Lubiana per accomodarsi con Ottone duca d'Austria,
il da Camino, unito al conte di Gorizia, corse di nuovo a' danni del Friuli
e arse i villaggi, fece molti prigonieri, rapì le sostanze, né tralasciò
alcun atto di crudeltà.
Il che risaputosi dal patriarca, tornò immediatamente in patria, e riunito
l'esercito, aumentato da nuova imposizione militare, e così composto di
oltre 500 elmi la cavalleria grave, e di circa 200 la leggiera dei balestrieri,
e 4000 fanti della rovincia e gli aiuti degli alleati, trovossi Bertrando
in istato di far fronte al caminese.
Non lungi da S.Vito fu la battaglia con la peggio di Rizzardo, cui rimasero
vivi pochi soldati, ed egli stesso, poco dopo, ne moriva di cordoglio.
Anche nell'Istria (1335) ebbe guerra Bertrando contro ai Veneziani perché
molti luoghi ed alcune città marittime di quel marchesato eransi volontariamente
assoggettate alla repubblica veneta.
Ma venuti ad accordo, e rimessa la decisione al papa, questi sentenziò
pagassero i Veneti al patriarcato l'annuo tributo delle già indicate 225
marche di danari nuovi per Pola, Valle, Dignano e Regalia.
Fu pure in quest'anno che il patriarca, cogli udinesi, fugò que' masnadieri,
che ricovratisi nella selva verso il fiume Torre non lungi da Udine, scacciandone
gli eremiti che ivi dimoravano, ebbero funestati que' contorni di molti
delitti.
Nel marzo del 1336, i castellani della patria approvarono la lega ed unione
del patriarca Bertrando coi signori della Scala, e dipoi venne approvata
anche dal parlamento e dalle comunità di Udine e di Cividale.
Indi scoppiò la guerra fra il patriarca e la contessa di Gorizia, la quale
avendo negato restituire Venzone, Bertrando mosse contro la terra suddetta,
che capitolò addì 11 agosto di quell'anno, e i due eserciti danneggiata
la provincia, vennero poscia a formare battaglia sul Tagliamento non lungi
da Osoppo.
Vinsero i patriarcali e fugata nel castello di Braulino la nobiltà goriziana
il patriarca ve la assalì tosto, obbligandola alla resa a discrezione.
Nell'anno medesimo (1336) un esercito di 40.000 uomini, capitanato dal
re d'Ungheria ingombra per alcuni giorni il circondario di S. Vito, e
prosegue la sua marcia contro i Veneti.
Se non che in sul finire del 1340, rinasce la guerra fra Bertrando e i
conti di Gorizia per la terra di Venzone che i possessori duchi di Carintia
aveano venduta a quei conti, con danno dei diritti della chiesa d'Aquileja.
Perciò Alberto d'Austria, come duca di Carintia, in appoggio del goriziano,
cerca impossessarsi a forza di quella terra, ma Bertrando, unite le sue
truppe a quelle di Carlo marchese di Moravia, cui avea chiesto aiuto,
si pose in moto onde i nemici, minori di forze ritiraronsi ; ed il patriarca
inseguendoli, saccheggiò Cormons, pose campo sotto Gorizia, ove nella
notte del Natale disse le consuete tre messe, poscia guastato il paese,
passò su Belgrado e la Tisana, castelli del conte, cui assediò sino il
dì dopo l'Epifania; ed il conte si trovò costretto a procurarsi la tregua
d'un anno seguita dalla pace.
Nel frattempo Bertrando (1341) fortifica nella Carnia la Rocca Moscarda,
ossia la Chiusa, detta anche Bertranda dal nome di lui, castello opportuno
alla difesa del Friuli contro le genti d'oltremonte.
Ma era destinato che tregue e paci in quel tempo fossero illusorie, giacché
nel 1345 si rinnovarono un'altra volta le ostilità tra il conte di Gorizia
ed il patriarca Bertrando.
Ebbero esse a motivo la predilezione di Bertrando per gli udinesi, la
quale gli tornò più tardi fatale, e indusse i feudatarii offesi a rivolgersi
al goriziano che ne accettò l'alleanza. Gemona allora resistette con valore
all'assedio del goriziano che costretto alla ritirata, guastò que' dintorni,
prese S. Daniele ed altri castelli friulani; mentre i patriarcali si impossessarono
di quello di Pers, i cui nobili, con altri, appoggiavano il conte.
Chiesta tregua, venne accettata dal patriarca per non aggravare di più
il pubblico erario, che nel breve tempo di quella guerra si spesero ben
500 ducati d'oro al giorno, cioè 17,250 fiorini di valuta austriaca.
Seguì la pace.
Né solamente in Friuli si esercitò lo spirito guerresco del patriarca
Bertrando. In Cadore nel 1345 aiutò i conti del Tirolo contro il Bavaro,
e furono le truppe friulane che, data rotta ai nemici, occuparono quel
paese.
Anche nel 1347 ebbe Bertrando nuove imprese di guerra, in Cadore a sostegno
di Carlo IV re dei Romani, che tendeva ad impadronirsi del Tirolo: il
patriarca sollecitato dal pontefice, spediva colà le più scelte truppe
friulane.
E fu allora che quel re donò alla chiesa aquilejese la provincia del Cadore
posseduta anche lo innanzi dai patriarchi ai quali i duchi di Baviera
l'aveano usurpata. Frattanto covava l'odio dei partiti in Friuli e qui
scoppiò nel 1349 la guerra civile tra i fedeli al patriarca Bertrando
ed i suoi ribelli appoggiati dal conte di Gorizia, e la si fece nella
primavera e nell'estate con prese e riprese de' castelli di Fagagna, S.
Daniele, Buja e Tricesimo, e con saccheggi e danni soliti di que' tempi.
Il conte tentò di impadronirsi di Udine e di Gemona, ma inutilmente.
Lo stesso legato apostolico, che era in Padova, non potendo ottenere la
pace dal goriziano, procurò una tregua, od armistizio, acciocché si facessero
calmi gli animi inaspriti. Ma nel maggio del 1350 si ridestano le ostilità
con l'occupazione del castello di Torre da parte del capitano di Pordenone
e dei signori di Spilimibergo, mentre gli udinesi prendono la cortina
di Flambro, affamano Buja e se ne impossessano, aiutati da Gemona e da
altre comunità.
Descritti così i fatti di guerra, paci, tregue ed altro, successi sotto
il patriarcato di Bertrando, ci occuperemo ora delle importanti cure del
suo governo, e delle cose interne del Friuli.
Vari parlamenti friulani convocò Bertrando in Udine, in Cividale ed altrove
negli anni 1336, 1341, 1342, 1344 e 1348, oltre quello di cui dicemmo
più sopra, e nei medesimi si deliberò sul non dare a stranieri terre e
luoghi forti del Friuli, sull'elezione di uomini pratici per la ispezione
de' castelli e luoghi dello stato onde rilevare le necessaria riparazioni,
non che sopra le usurpazioni de' beni e diritti del patriarcato, e intorno
a pubblici interessi.
Sull'abuso del lusso emanaronsi leggi suntuarie, e regolamenti sulla giudicatura
del vicario patriarcale, sui creditori e sul lutto.
Anche fuori del parlamento provvedeva Bertrando al buon governo de' suoi
sudditi, al quale giovavano pure le comunità colle loro istituzioni.
Ordinava quindi (1335) fossero rispettate le persone ed i beni degli ebrei;
rifabbricava, a difesa della patria, il castello di Buja diroccato per
antichità, ed il comune di Cividale, a frenare molti delitti che accadevano
per le intestine discordie, istituiva i suoi giudici de' maleficii, mentre
le comunità provvedevano pure alle condotte mediche, ed alle scuole pubbliche
con valenti uomini stipendiati a tale scopo.
Riguardo al commercio, il patriarca ordinava (1337) che le merci che transitavano
per Gemona tener dovessero la via di Aquileja e dava assicurazione ai
mercanti.
Indi faceva Bertrando (1339) convenzione coll’ Arcivescovo di Salisburgo
a sicurezza del commercio de' rispettivi sudditi, e conveniva con Belluno
sopra la costruzione di una strada dal Friuli al piano di Alpago per Polcenigo.
E fu nell'anno antecedente che Bertrando fece coniare nuova moneta, e
tendendo al miglioramento di Udine regolava il consìglio di quella città,
ampliandolo in modo che vi intervenissero i due ceti nobile e popolano
con un membro per famiglia.
Sappiamo pure (1339) che nella provincia venne promossa la coltivazione
degli olivi, e più tardi staibilivansi alcune norme anche sui pascoli.
Ciò che poi interessa conoscere, e che ci dimostra le pregevoli doti di
cui era ornato Bertrando, sono appunto le molte sue paci nelle tante dissensioni
civili d'allora, e le grandi beneficenze onde fu largo ne' due anni di
fame che travagliavano il Friuli.
Frenò anche l'usura tanto eccessiva a que' tempi: però l'accordato interesse
del 32 e l/4 per cento all'anno a chi prestasse danaro agli abitanti d'Aquileja
e del 48 e 3/4 a coloro che lo prestassero a' forestieri, ci fa vedere
a qual segno fosse giunta l'usura in questa provincia.
Ma le tante e sì solerti cure di Bertrando pel generale ben essere de'
suoi sudditi, non valsero a vincere gli odii contro di lui, essendoci
noto che, nel 1345, fu costretto difendersi per iscritto dell'imputazione
datagli presso il papa di aver favorito lo stabilimento d'una sinagoga
in Cividale.
Avendo mosso lagnanze della condotta di quella città, gli abitanti tumultuarono,
adducendo a pretesto, essere stati da esso infamati alla corte di Roma.
Fu per questo mal animo, e per la esclusione de' castellani (1347) dalla
cittadinanza di Udine, e per la predilezione di Bertrando verso gli udinesi,
che tramossi in Cividale (1348, 23 ottobre) quella terribile congiura
contro di lui, che lo trasse a morte come accenneremo.
Intanto Udine progredendo negli utili miglioramenti, stabiliva manifatture
di pannilani nella città, ed uno statuto sui funerali.
Con energico zelo si diede pure Bertrando a migliorare l'andamento della
sua chiesa e a riformare la condotta del clero corrotto nei costumi e
inosservante delle regole, e così vietò (1335) al clero dell'arcidiaconato
della Saunia nella Carniola, il dare sepoltura agli usurai e accordare
divorzii.
Abolì (1338), l'antichissima collegiata di S. Stefano in Cividale, per
contese insorte tra quel proposito e il decano, consacrò nell'anno stesso
con grandiosa solennità la chiesa di Venzone accompagnato dall'arcivescovo
di Nazaret e da otto vescovi che faceangli corona, poi diede costituzioni
alla chiesa aquilejese, ed ordinava al vescovo di Concordia la visita
di quel capitolo.
Nel 1339, tenne il suo concilio provinciale, e fondò pure (1341) il monastero
di S. Nicolo in Udine per le monache di S. Agostino.
Ciò nulla meno a fronte di tanta e sì utile operosità di Bertrando a
prò dello stato e della sua chiesa, ci riesce ben doloroso sapere come
il capitolo d'Aquileja, anzi che riconoscere il vivo zelo di questo suo
patriarca, reclamasse contro di lui al legato apostolico nel maggio del
1350.
Onde è naturale il dubbio che quel consesso metropolitano abbia cooperato
in qualche modo alla fine miseranda di un sì ottimo principe. Frattanto,
avendo il legato suddetto convocato un concilio in Padova, vi intervenne
con decorosa scorta anche il nostro Bertrando: ivi si trattò con fervore
della riconciliazione degli animi, ma dopo inutili tentativi, il patriarca
fece ritorno in Friuli.
Prima di esporre però il tragico suo fine accenneremo qui brevemente
alle vicende atmosferiche, ed altro, che afflissero il Friuli in questo
tempo, o voglio dire le dirotte pioggie con straripamenti di fiumi che
nel 1337 guastarono villaggi e territori, le locuste che dal 1338 al 1340
lo devastarono, il rigido e lungo inverno del 1339, e carestia e fame
nel 1340, mentre nel 1342 rinnovaronsi le dirotte e le inondazioni; e
di nuovo nel 1347 grave carestia, e nel 1348 la fame e la peste che quasi
rese disabitata la provincia, a cui si unì un disastroso e spaventevole
terremoto.
Ma eccoci giunti al tragico fine di Bertrando. Ordita in Cividale tra
Enrico, o Arrigo conte di Gorizia e vari nobili del paese la congiura
contro di lui, vennero i congiurati a Spilimbergo per attendere il passaggio
del patriarca su quel territorio.
Intanto, partitesi Bertrando dallo sciolto concilio di Padova, arrivò
in Sacile, e vi si trattenne alcuni giorni. Volendo progredire per Udine,
ne fu dissuaso da Francesco di Savorgnano, da Gerardo di Cucagna e da
altri udinesi che erano seco e sapevano della trama ma egli poco temendo
la morte, dicesi che rispondesse loro : «Io desidero immolarmi per la
chiesa di Dio» e si pose in viaggio.
Giunto alla campagna Archinvelda o Richinvelda, lontano quattro miglia
da Spilimbergo, fu assalito dai congiurati ed ucciso con cinque mortali
ferite nel giorno 6 giugno 1350. Morto il patriarca, deposero il suo corpo
nella chiesa vicina ad Archinvelda, e dipoi a dispregio mandaronlo in
Udine su d'un carro che fecero accompagnare a due meretrici.
Tale fu il deplorabile fine di uno de' maggiori tra i nostri principi
patriarchi, le di cui virtù resero imperitura e benedetta la di lui memoria
specialmente appo gli udinesi: egli seppe dare col suo governo un vivo
impulso al progredimento civile dei friulani, come lo comprovano i fatti
che abbiamo narrato.
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