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Bertrando patriarca d'Aquileia

Il fiore del ricordo
per il miles Christi venuto d'oltralpe
Pietro Nonis
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L'Università di Udine celebra domani e venerdì, con un convegno internazionale
in castello, la figura del beato Bertrando, patriarca di Aquileia e patrono
dell'ateneo friulano. Al battagliero uomo di fede e di potere, vissuto
nei XIV secolo, monsignor Pietro Nonis, vescovo di Vicenza, ha dedicato
la riflessione che qui pubblichiamo.
Quando passai la prima volta, più di' cinquant'anni or sono, per le terre
bagnate dal suo sangue, presso San Giorgio della Richinvelda, la pianura
era per metà brughiera: non era ancora stata applicata quella tecnica
moderna dell'irrigazione che cambiò faccia, in pochi anni, alla piana
alluvionale dell'Alto Friuli occidentale, facendone uno dei laboratori
più fruttuosi di tutta la nostra agricoltura.
Non sapevo nulla, allora, della diocesi francese di Cahors dov'egli, il
futuro patriarca di Aquileia, era nato verso il 1260, cinque anni prima
di Dante: né tanto meno di lui, che sarebbe stato nominato da Giovanni
XXII, uno dei Papi residenti in Avignone, patriarca di Aquileia nel luglio
del 1354, quando era già anziano, in senso assoluto e non solo relativo
all'epoca, nella quale la vita media non durava più di trentacinque anni.
Credo che a meritargli quella promozione fosse da parte del pontefice
romano, sia la stima ch'egli nutriva verso il dottore in diritto che aveva
insegnato a Tolosa e verso l'uditore della Rota, tribunale pontifìcio,
sia il desiderio di collocare su uno dei punti nevralgici del potere -
che era religioso e insieme politico e civile - un uomo sicuro e rassicurante.
Il fatto che Bertrando raggiungesse la sede aquileiese già il 28 ottobre,
10 giorni dopo la nomina, mostra non solo il suo zelo pastorale, ma anche,
o ancor prima, il desiderio che il Papa aveva di non vedere vacante una
sede così importante per le sorti e religiose e temporali del patriarcato,
triangolo essenziale tra il mondo italico, già inquieto per conto suo,
il mondo tedesco e la vicissitudine interna alla Chiesa.
La disciplina di quest'ultima lasciava alquanto a desiderare (si era nel
secolo descritto da Giovanni Boccaccio nel Decamerone). Bertrando
tenne, in proposito, due sinodi o concili diocesani, a quattro anni di
distanza (1335, 1339); coltivò la vita monastica, con la fondazione di
monasteri, silenziosi laboratori di santità: mise ordine nell'inquieto
Capitolo di Udine, la città che sarebbe stata sede, quattro secoli dopo,
dell'ultimo patriarca, ridotto oramai a giurisdizione nominale.
Udine stava con lui, mentre Cividale, alleata poi con Gorizia (e con frange
feudali della Destra Tagliamento) gli si mise contro.
La mescolanza, inestricabile allora, di potere civile (ed economico, e
militare, e naturalmente politico) e religioso gli fu fatale.
Difensore coraggioso dei diritti della Chiesa anche in temporalibus,
cioè nelle realtà che, nate nel tempo, nel tempo si consumano, portò le
fatali conseguenze di conflitti combattuti contro signori locali (e potentati
anche oltrealpini, come i duchi d'Austria), che s'immischiavano delle
sue scomuniche.
Aveva novant'anni, e stava «nei piani della Richinvelda», immagino a
cavallo, magari con la spada al fianco se non in mano, quando il 6 giugno
1350 fu ucciso, in una battaglia che forse era solo un imboscata, parola
giusta se pensiamo coperta di macchie boscose la verde pianura del Friuli
occiaentale.
I suoi alleati udinesi ne portarono la salma nel Duomo della loro città,
dove la fama della bontà e della santità di lui faceva dimenticare facilmente
le dure necessità politico militari alle quali era dovuto, in ossequio
alla cultura dominante in quel tempo, sottostare.
Chiamato santo o beato dalla voce del popolo, come accadde in quel tempo
all'altro grande del nostroFriuli occidentale, Odorico da Pordenone, pure
sepolto in Udine, Bertrando fu riconosciuto come degno di culto in maniera
formale assai più tardi: Clemente VII, alla fine del Cinquecento, permise
che fosse celebrata una messa in suo onore nel giorno della morte, 6 giugno.
Il grande Papa bolognese Benedetto XIV (Lambertini) che mise ordine nell’intricata
materia del culto dei santi e dei beati concedeva a Udine la celebrazione
di una messa in onore di Bertrando ( 18 giugno 1756). Un altro Clemente
(XIII) permise, pochi anni dopo, che nel Friuli orientale - al quale si
adeguò, ritengo, oltre che Gorizia, anche la diocesi di Concordia, che
coincideva col Friuli occidentale o Destra Tagliamento, e annoverava fra
i propri territori la Richinvelda - si celebrassero in onore del Beato
e la messa e l’officium, la liturgia delle Ore obbligatoria per
preti e religiosi.
Non si andò molto più in là, anche se nella tradizione popolare per un
verso, nella storiografia colta per l'altro, la figura del vescovo guerriero
non cessò mai d'incarnare quella tradizione, tipicamente aquileiese-friulana,
che vede ancor oggi il Diacono cantare il vangelo con lo spadone: una
tradizione che la rinascita degli studi e la ripresa della mentalità friulanizzante
propria di quest'ultimo trentennio che ha annoverato figure come quella
di Turoldo, Placereani e Aldo Rizzi (tanto per nominare gli ultimi, amici
di chi scrive), stanno rialimentando, con il soccorso di una storiografia
non più mitizzante o retorica (quanto dobbiamo a Paschini e a Mor!) e
di un recupero delle radici culturali che non hanno bisogno, per attingere
e trasmettere linfa, di provincialismi e demagogie.
Allontanato oramai da tempo, e temo per sempre, dal mio Friuli, che
è quello in cui Bertrando trovò la morte, devo limitarmi a mettere simbolicamente
sulla tomba di Bertrando un piccolo fiore di campo, colto idealmente sulla
prateria della Richinvelda dov'egli trovò la morte, della quale, miles
Christi com'era, non ebbe probabilmente paura.
Dal Messaggero Veneto del 4 giugno 1997
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