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di Andrea Tilatti Prolusione al Convegno Bertrand de Saint-Geniès, Patriarca d'Aquileia. Udine, 5-6 giugno 1997. Pubblicato su "Ce Fastu?" I -1999
Riassunto Viene ripercorsa la vita di Bertrando di Sant-Geniès: dagli studi universitari, alla carriera presso la curia papale avignonese, agli anni del patriarcato aquileiese, fino alla morte violenta, il 6 giugno 1350. Si analizzano poi le tappe della nascita e dello sviluppo della fama di santità e del suo culto, nelle divene interpretazioni fino all'epoca odierna. Bertrando è dunque figura esemplare per apprezzare i mutamenti e i condizionamenti subiti dalla sua immagine nel tentativo di ricostruire una biografia tramutata presto in agiografia. Summary Focus of this study is the life of Bertrand of Saint-Geniès. It follows his career from his university studies, to his years first at the Papal Curia in Avignon and then at the Patriarchy in Aquileia, up to his violent death on June 6th, 1350. Here underlined are the stages towards the birth, development and evolution of his fame through the centuries, not only as saint but also as cult figure. In this attempt to reconstruct a biography, soon changed into hagiography, Bertrand becomes an example of how cult figures are conditioned to alter and transform.
Per cominciare Bertrando di Saint-Geniès è una figura d'intersezione. A una non comune esperienza terrena egli ha avuto in sorte di aggiungere l'elezione agli onori degli altari. Il giorno della sua morte non è stato quello della fine, ma un dies natalis, un natalizio: egli ha cominciato a vivere la vita dei santi. Ciò equivale a dire che Bertrando è nato un'altra volta e proprio questa nuova nascita gli ha assicurato una speciale fama e memoria nei secoli, giacché egli è potuto diventare uno dei compagni invisibili che gli uomini spesso invocano nelle difficoltà quotidiane e sentono presenti familiarmente e rassicuranti per la potenza dovuta alla fede nella loro vicinanza a Dio. Quando si ha a che fare con i santi, per gli storici le cose si complicano, poiché alla degustazione della carne umana, che costituisce il piatto principale della storia, si accosta la tentazione dello spirito, della fede, delle credenze... di un mondo "altro" non misurabile sempre con le categorie dei "fatti", di un mondo aperto alle interferenze di riferimenti senza tempo, senza spazio e senza identità individuali. Eppure, non bisogna dimenticare che sono uomini quelli che eleggono altri uomini alle vette della santità: perciò è ancora possibile per lo storico, pur con le necessarie cautele su un terreno scivoloso, fiutare l'umanità o almeno la storicità degli snodi che testimoniano i motivi e i mutamenti che la figura di un uomo-santo può subire, ricostruirne da un lato la biografia e dall'altro il dipanarsi della memoria. La morte di Bertrando, interpretata come martirio, è stata l'occasione per farne un santo e un mito. La prima biografia, la fonte che più facilmente si offre a chi intenda saperne qualcosa, ha imposto durevolmente la sua influenza. Si potrebbe dire che l'autore della leggenda agiografica sia partito dalla fine e che illuminando all'indietro la vita del protagonista ne abbia condizionato per sempre la lettura. Ogni episodio in essa raccontato è stato selezionato in vista della conclusione drammatica e gloriosa: noi vediamo un'immagine schiacciata, quasi senza prospettiva, senza profondità, la sequenza delle esperienze è deformata-conformata dalla lente della santità. A più di sei secoli da quello scritto, ne siamo ancora suggestionati. Così, ad esempio, quando parliamo degli anni del patriarcato del "beato Bertrando" commettiamo un errore, anticipiamo indebitamente un esito che noi sappiamo ma che egli stesso non poteva conoscere. Bertrando non sempre è stato un santo (lo si diventa, salvo eccezioni, dopo la morte), non sempre è stato patriarca d'Aquileia, non sempre è vissuto in Friuli, non sempre è stato un vegliardo venerabile... Per capirlo meglio occorre ridare spessore alla sua persona, dimenticare almeno per un poco la leggenda, interrogare altre fonti, ripercorrere, pur brevemente, insieme con lui le tappe che lo hanno condotto sino a questa terra e al suo destino, capire cosa d'eccezionale e cosa di normale ci fosse in lui e quindi perché si volle proclamarlo santo e poi un mito della friulanità. Occorre dunque accompagnarsi per un po' al Bertrando uomo e al Bertrando personaggio, al Bertrando che è stato e a quello che si è creduto fosse, misurando le eventuali distanze. Un'avvertenza, prima di partire. Neppure io posso sottrarmi alla insidia in cui incappa ogni biografo: quella dell'infedeltà al mio protagonista. Di lui potrò dire poco, illuminando pochi brandelli sparsi e lasciando ampie zone d'ombra e di vuoto, forse potrò tratteggiare i suoi contorni, ma dubito che sarà possibile tingerne il volto o udirne la voce o intuirne i pensieri... la distanza del tempo, la qualità delle testimonianze, il riserbo su di sé dei nostri antichi non consentono di più, a meno di non essere illusi che le personali percezioni del passato o degli altri siano realmente gli altri o il passato. Le origini La famiglia Saint-Geniès proveniva presumibilmente dalla diocesi di Cahors, dal Quercy, una regione del Midi francese, dolcemente ondulata, ancora oggi in prevalenza agricola, ma fra la fine del Duecento e i primi del Trecento i suoi membri appaiono ben radicati nella più importante e vivace città di Tolosa. I Saint-Geniès erano di stirpe feudale, milites, e alcuni di essi esercitavano la vocazione militare, altri invece, come avveniva sovente nelle famiglie importanti, si dedicavano alla vita religiosa, arricchita talvolta dalle fatiche dello studio e dai titoli universitari. Rimane traccia di un Guglielmo, frate dell'ordine dei Predicatori, morto nel 1292 e insegnante nello Studium tolosano e di altri Saint-Geniès che detenevano benefici ecclesiastici nella città o esercitavano professione di giuristi. Bertrando, con la qualifica di "dottore in decreti", compare nei registri della facoltà di diritto di Tolosa nel 1311. Nel 1314 sottoscrisse gli statuti dell'università e nel 1315 è ricordato come professore in utroque, ossia di diritto canonico e civile. Pochi dati, dunque, che però indiscutibilmente attestano il percorso formativo di Bertrando, non santo né patriarca, per ora, ma professore ed esperto di diritto; membro di quellélite universitaria e professionale che in quegli anni egemonizzava le maggiori cariche ecclesiastiche, finanche il soglio papale. La famiglia di Bertrando era importante, si diceva, ma al livello di tante altre di medio calibro e, allora come ora, per un giovane brillante e con qualche ambizione era indispensabile avvicinarsi alle giuste conoscenze. Del 1313 è un documento che prova un legame che fu determinante nella vita di Bertrando e che costituisce, letto a posteriori, il preannunzio di una svolta nella sua carriera. In quell'anno egli ottenne di percepire i frutti di due piccoli benefici ai quali era annessa la cura d'anime, nella diocesi di Cahors; gli fu tuttavia consentito di non risiedervi e di non essere tenuto a ricevere ordini sacri al disopra del suddiaconato. Si trattava di una prassi consueta, anche se contraria alla disciplina canonica: Bertrando avrebbe riscosso denaro per sostenere la costosa vita dell'intellettuale, la cura dei fedeli sarebbe stata affidata a un vicario, il suddiaconato era uno degli ordini maggiori, segno di una scelta chiericale ormai compiuta, ma che non implicava gli oneri del sacerdozio. Insomma a Bertrando pare interessare la carriera universitaria o forse quella curiale, dato che il suo patrono era Jacques Duèse, cardinale vescovo di Porto: il futuro Giovanni XXII. Sovente il destino degli uomini è legato a quello di altri: nulla d'eccezionale, ciò accadde pure a Bertrando. Jacques Duèse, nativo di una cospicua famiglia di Cahors, giurista di fama (al suo nome è legato il settimo libro delle Decretali, pubblicato nel 1317), già cancelliere degli Angioini di Napoli, divenne papa il 7 agosto 1316, dopo una vacanza di oltre due anni seguita alla morte di Clemente V, il 20 aprile 1314. Aveva settantadue anni e regnò - è il caso di dirlo - per diciotto, fino al 1334. I papi allora risiedevano ad Avignone, non in esilio o in prigionia, ma nel pieno vigore di una fase storica di affermazione capillare della loro autorità e controllo sulla chiesa cattolica; una fase contraddistinta dal crescere delle funzioni e delle dimensioni della curia, da uno stile di vita brillante, dalla necessità di grandi quantità di denaro, che venivano raccolte in tutta la cristianità mediante lo sviluppo di un sistema fiscale sempre più efficiente, benché non così inesorabilmente rapace come descritto da molti storici influenzati da un'aspra letteratura polemica. Al centro di tale ingranaggio si poneva la collazione dei benefici ecclesiastici, il cui conferimento implicava l'esborso di cifre di denaro proporzionali all'entità della rendita. Tali somme erano a volte molto elevate, come accadeva ad esempio per il patriarcato d'Aquileia, di gran lunga il beneficio più consistente d'Italia, dopo quello papale. Giovanni XXII fu fra i principali organizzatori di quel sistema fiscale, accentuò il movimento di centralizzazione della chiesa, riservando a sé con continuità l'elezione dei vescovi e degli altri prelati maggiori. Seguirne analiticamente l'attività di pontefice non è mio compito, ma volevo solamente ricordare che, anche dagli storici più benevoli nei suoi confronti, si ammette la sua pronunciata tendenza al nepotismo, a favorire i propri famigliari, i parenti anche lontani, e a dare fiducia e incarichi a un numero incalcolabile di chierici e laici provenienti dal Quercy. Questi brevi richiami erano indispensabili per comprendere l'evoluzione della figura di Bertrando, da professore dello studio tolosano a uomo di curia avignonese. Giovanni XXII, lo ripeto, era stato eletto papa il 7 agosto 1316: il 21 ottobre di quell'anno riservò a Bertrando un canonicato ad Angouléme, che ebbe il permesso di aggiungere agli altri benefici ecclesiastici già in suo possesso. Nel marzo 1318, il "cappellano papale" - così viene chiamato - Bertrando di Saint-Geniès ottenne anche una cantoria nella collegiata di San Felice di Caraman, nel febbraio 1321 divenne decano di Angouléme e nel gennaio del 1328 arcidiacono di Noyon, un beneficio che rimase in famiglia, quest'ultimo, giacché era già stato di Arnaldo di Saint-Geniès. Taccio qui dei privilegi accordati ad altri Saint-Geniès o a loro parenti. Bertrando fu di volta in volta dispensato dal divieto canonico di cumulo dei benefici e dall'obbligo di residenza, poiché abitava in curia, al servizio del papa. Nel frattempo egli conservò il titolo di professore in utroque e acquisì, almeno dal 1321, pure quello di uditore di cause del sacro palazzo. Gli uditori di cause, successivamente definiti uditori di rota, erano degli esperti di diritto che si occupavano di dirimere le questioni sorgenti dalla materia beneficiaria e il loro ufficio veniva svolto presso il palazzo papale: è ad Avignone che sempre con maggior frequenza si trova Bertrando. All'ombra di Giovanni XXII le sue mansioni si accrebbero. Negli anni del pontificato di Jacques Duèse egli fu spesso impegnato nel conferimento di benefici, soprattutto in Francia, ma pure in Italia e altrove. Nel 1332 diventò nunzio per una questione vertente fra le autorità municipali di Tolosa e gli studenti dell'università e nel 1333-1334 fu impegnato in una nunziatu-ra di più largo respiro, che lo condusse in Italia, a Roma e a Napoli. I compiti e i poteri erano più ristretti rispetto a quelli di un legato de latere, ma pur sempre denotavano la crescita di Bertrando nella considerazione del papa e il progresso della sua carriera di curiale. Al rientro dall'Italia l'ultimo exploit: il 4 luglio 1334 Giovanni XXII lo nominò patriarca d'Aquileia; per la prima volta, oltre che con i consueti titoli di decano, di professore e di cappellano del papa, è qualificato come sacerdote. Appena in tempo, il papa morì il 4 dicembre, inutile chiedersi se Benedetto XII, il nuovo pontefice eletto dopo soli quindici giorni, avrebbe fatto la medesima scelta. Patriarca Gli anni passati in curia avevano insegnato a Bertrando a procurarsi i mezzi per assolvere il suo nuovo compito. Infatti, i registri papali conservano le tracce di un corredo di privilegi inconsueto per un vescovo neoeletto. Innanzi tutto Bertrando dovette rinunciare ai suoi vecchi benefici, ma fece attenzione che fossero destinati a suoi famigliari. L'8 luglio 1334 ottenne il permesso di amministrare la sua diocesi prima ancora di ricevere il mandato di provisione, e il 20 agosto, per far fronte alle prime spese, gli fu consentito di contrarre un mutuo di quattromila fiorini. Il 12 settembre dalla cancelleria pontificia uscirono nove lettere, con le quali gli si attribuivano, limitatamente alla sua diocesi, competenze in materia di benefici che erano stati riservati alla sede apostolica, gli fu accordato inoltre di conferire il tabellionato a quattro chierici non coniugati, di celebrare le messe solenni anche in luoghi sottoposti a interdetto e di visitare per un triennio la provincia aquileiese. Tutte prerogative che comportavano introiti finanziari. Del resto egli, a nome suo, e per estinguere i debiti dei suoi predecessori, doveva alla camera apostolica circa venticinquemila fiorini. Ho insistito su questi dati perché sottolineano un altro transito nella vita di Bertrando, che abbandona la sua patria per non rivederla più. Partito da Avignone, verso la fine di ottobre del 1334 arrivò in Friuli, dove i suoi procuratori erano già presenti fin dall'agosto. Professore di diritto, uomo di curia, diplomatico, sacerdote... Bertrando aveva accumulato i titoli e l'esperienza per assumersi la responsabilità di essere principe e vescovo di Aquileia. Qual era il senso della sua nomina? Ad essa concorsero numerosi fattori e in essa si incontrarono diversi punti di vista. La sede metropolitica aquileiese era vacante dal 19 dicembre 1332, giorno della morte di Pagano Della Torre. La decisione di Giovanni XXII non fu facile, né celere. Si sa, da una lettera del Petrarca [Seniles, lib. XIV, n. 4], che aveva offerto la carica al cardinale Giacomo Colonna e che questi aveva rifiutato. Si sa che nell'ottobre 1333 respinse una raccomandazione degli Angioini di Napoli e d'Ungheria, accampando la scusa che quella indicata era una persona ignota sia al papa sia ai Friulani, per di più ignara della lingua del popolo che avrebbe dovuto reggere. Ma pure Bertrando di Saint-Geniès era uno straniero... Bisogna osservare in effetti che il capitolo di Aquileia, cui sarebbe spettata l'elezione, si attenne alle disposizioni della sede apostolica, non indicò candidati e si limitò a chiedere un patriarca capace di placare le tensioni intestine nella patria. La scelta fu, dunque, determinata in primo luogo dalle esigenze di Giovanni XXII, che non pensò subito a Bertrando, altrimenti non sarebbe stata giustificata la dilazione di più di un anno e mezzo. Si trattava di provvedere a uno dei maggiori benefici della chiesa, che - circostanza singolare per la penisola italiana -assommava notevoli prerogative temporali. Esso inoltre era collocato in una posizione strategica fra il mondo germanico e quello italiano, in un momento di fortissime tensioni tra papato e impero. Giovanni intendeva quindi garantirsi un valido baluardo contro l'imperatore Lodovico di Baviera, tramite una persona non sgradita agli Angioini, ma che non fosse neppure una loro creatura, che quindi rispondesse in tutto e per tutto al papato, mostrasse oltre alle doti di fedeltà pure abilità diplomatica, competenza giuridica, zelo pastorale. Infine non guastava un occhio di riguardo per un Caorsino, magari per un lontano parente, di sicuro parente del cardinale Bertrando di Montfavès, uno dei primi nominati da Giovanni e dei più vicini al vecchio pontefice. Tutto questo dovette trovare in Bertrando di Saint-Geniès. La carica era tale da stimolare le aspirazioni di quest'ultimo. La devozione al vecchio patrono non strideva certo con la propria ambizione, implicita in una carriera sempre in ascesa, e il patriarcato d'Aquileia all'epoca poteva rappresentare per prestigio, ricchezza e potenza il vertice di un cursus honorum ecclesiastico. Al neoeletto non mancavano poi le risorse personali e culturali, derivanti dall'appartenenza a una famiglia di rilievo, dalla formazione giuridica, dall'esperienza della vita di curia, per accoppiare al dovuto rispetto per il superiore l'anelito all'autonomia implicito nelle attribuzioni temporali e spirituali del patriarcato. Insomma Bertrando sapeva di potere e mostrò di volere essere a tutti gli effetti principe, vescovo e metropolita. Ciò è provato, a mio avviso, dai privilegi che si fece accordare da Giovanni XXII prima di partire alla volta di Aquileia e dai contrasti in cui incorse soprattutto con il successore, Benedetto XII, sia a proposito di indirizzi politici sia in materia di conferimento di benefici. Bertrando fu patriarca per quasi sedici anni, di lui e della sua azione rimane una mole notevole di documenti e di testimonianze narrative, resta pure una memoria scritta da lui stesso al decano del capitolo di Aquileia: una sorta di rendiconto sommario della propria attività, a giustificazione delle ingentissime spese sostenute. Gli studiosi sono stati attratti più dalla sua figura di principe che dalla sua attività di vescovo. Non è opportuna qui un'esposizione analitica, ma è indispensabile fornire alcuni ragguagli, seguendo quattro filoni: il patriarca nella politica, per così dire, internazionale; nella politica interna; nelle funzioni di vescovo; nella pretesa di essere metropolita. Il principato aquileiese era circondato da vicini potenti e spesso scarsamente amichevoli. Le sue temporalità erano considerate come res ecclesiae, patrimonio della chiesa, e ciò conferiva loro uno status speciale e imponeva una loro attenta difesa e conservazione. Bertrando si trovò a lottare contro nemici tradizionali: i conti di Gorizia, i duchi d'Austria, Rizzardo da Camino, conte di Ceneda, la Repubblica di Venezia. Ma la consueta conflittualità con tali soggetti si complicò per il collegamento con questioni di più ampia portata, nello scenario vasto e instabile della lotta fra guelfi e ghibellini. Giovanni XXII fin dal suo avvento sul soglio papale perseguì coerentemente una politica avversa all'imperatore Ludovico di Baviera e di amicizia con gli Angioini di Napoli e d'Ungheria. Il patriarcato d'Aquileia, anche per la sua collocazione geografica, rientrava in questo disegno, tanto da subordinarne gli interessi specifici alla riuscita della strategia generale. Una volta divenuto ordinario, Bertrando si misurò nella concretezza con la necessità di decisioni che se da una parte si confacevano con le esigenze del patriarcato, dall'altra cozzavano con gli indirizzi della politica pontificia; fosse essa più prudente e conciliatrice sotto Benedetto XII (1334-1342) o più energica sotto Clemente VI (1342-1352), ma comunque sempre attenta a favorire il guelfismo italiano. Numerosi furono i rimbrotti dei papi subiti da Bertrando per le sue azioni militari contro Venezia, per i suoi tentativi di alleanza con gli Scaligeri, che lo avrebbero potuto aiutare contro la Serenissima, ma erano fra i maggiori esponenti del ghibellinismo e perciò invisi alla corte avignonese e ai suoi alleati italiani: in particolar modo Firenze e... Venezia. Il tentativo di conciliare il proprio utile di principe con quello della politica pontificia fu spesso occasione di guai per il patriarca, il quale tuttavia riuscì complessivamente a riaffermare i propri diritti, riacquistandone di perduti (soprattutto a spese dei da Camino e di Venezia), meritando talvolta le lodi dei papi per essersi opposto efficacemente all'imperatore o per aver svolto compiti diplomatici per conto della sede apostolica. Il prezzo da pagare fu uno stato di guerra pressoché continuo e una notevole influenza della politica internazionale sulle sorti del patriarca, che alla fine della sua vita, per la concomitanza di coincidenze sfavorevoli, rimase pressoché isolato, senza alleati potenti che lo potessero aiutare ad uscire da una crisi assai pericolosa, innescata dalla tradizionale rivalità con i conti di Gorizia, che riuscirono a coagulare attorno a sé un ampio schieramento di forze friulane. Ciò conduce alla considerazione della "politica interna" di Bertrando. Ancora una volta risalta agli occhi la dimensione militare, anche per una inveterata tradizione di studi alla quale è cara l'immagine di Bertrando come guerriero vittorioso, e aggiornato sulle ultime novità tecniche, visto che in un inventario dei suoi beni si trova pure un'arma da fuoco. Egli ereditò un Friuli tormentato dalle lotte intestine, da guerre tra famiglie e comunità, dalla mancanza di sicurezza per le attività civili. Tentò di rimediare, riuscendovi in parte, nei primi anni di governo, ma dovendo fatalmente appoggiarsi a qualcuno, in particolare ai Savorgnan e a Udine, suscitando l'avversità di altri: specialmente Cividale e le famiglie feudali coordinate dai conti di Gorizia. Soprattutto gli ultimi cinque anni mostrano una situazione degenerata, ormai irrecuperabile, ove si erano radicalizzate ed estese inimicizie come quelle che opponevano i Savorgnan ai di Castello e ai Della Torre. L'azione di Bertrando non si limitò a quella del soldato. Per sua formazione era un giurista, e una particolare cura pare aver egli riposto nell'amministrazione della giustizia. Ciò equivaleva a ristabilire l'ordine, anche a costo di andare oltre le antiche consuetudini della patria. Ma nell'ordine potevano svolgersi le normali occupazioni economiche. La sicurezza dei commerci stava a cuore a Bertrando. Essi erano insidiati da nobili che non disdegnavano di trasformarsi in briganti di strada. Significativa una lettera al doge, che si era lagnato per l'ennesima rapina perpetrata ai danni di cittadini veneziani: il patriarca si scusava e assicurava il suo impegno, ma i Friulani avevano la "testa dura" ed erano riottosi alla disciplina. Professore universitario, mantenne sempre un atteggiamento pronto ad alimentare il fiorire della cultura. Tentò di far vivere l'università di Cividale, voluta dal suo predecessore Ottobono (1302-1315), che era stato vescovo di Padova e aveva ben inteso il valore dello Studium generale; fu prodigo di doni di libri, soprattutto ai prediletti Domenicani di Udine, ma anche ad altre chiese ed enti della diocesi. Sacerdote, vescovo e metropolita. Questo settore è stato un poco trascurato, benché sia fra i più interessanti. Ho iniziato da parte mia degli studi sulle funzioni pastorali dei patriarchi e sull'organizzazione della metropoli ecclesiastica aquileiese nel basso medioevo. I documenti conservano una grande quantità di informazioni sulla minuta attività di Bertrando, o dei suoi vicari, impegnati nell'ordinazione di chierici, nel conferimento di benefici, nel giudizio nelle cause ecclesiastiche, nella creazione, visita e correzione di istituzioni ecclesiastiche, nell'introduzione di nuove devozioni, nella consacrazione dei suffraganei. Egli tentò anche di far valere i propri diritti di metropolita, ordinando ad esempio alcuni vescovi, ma urtando regolarmente contro le riserve papali. La sua opera maggiore fu forse quella di sistemazione e di raccolta di un corpus sinodale e conciliare diocesano e provinciale che mantenne la sua validità fino agli anni successivi il concilio di Trento. In ciò si intuisce la sua tendenza alla sistemazione giuridica degli istituti, ma si deve riconoscere che egli diede coerenza a una massa di materiali che si era accumulata certamente a partire dagli inizi del Duecento e si era arricchita tramite una prassi costante e per lo più sconosciuta dei patriarchi suoi predecessori. Nel tracciare questo quadro dell'opera del patriarca ho abolito provvisoriamente lo scorrere del tempo. Ovviamente i vari aspetti che ho brevemente e parzialmente trattato (trascurandone una quantità di altri) erano compresenti nella quotidianità di Bertrando. Ora però è il momento di parlare di un'altra tappa della sua esistenza: la morte e la sua nuova immagine. La fine In fondo la morte di Bertrando, avvenuta il 6 giugno 1350, non è altro che un episodio di quelle guerre che turbarono il Friuli negli ultimi anni del suo governo. Lo svolgimento dei fatti, così come si ricostruisce da una pluralità di fonti ad essi coeve, indica l'uccisione nel contesto di uno scontro armato. Un documento udinese (perciò non sospetto) parla di "sconfitta": quindi di una battaglia nella quale fu coinvolto pure il patriarca e durante la quale fu ferito a morte. Molti furono i prigionieri fra coloro che accompagnavano il prelato. Federico di Savorgnan morì in prigionia, altri furono liberati solo all'arrivo del nuovo patriarca, Niccolo di Lussemburgo, nel maggio 1351. Dicevo prima che il destino degli uomini è spesso legato a quello di altri. Per Bertrando fu così di nuovo. Certamente egli aveva lasciato un buon ricordo di sé in molti e la sua fine violenta suscitò impressione, soprattutto a Udine e in numerosi luoghi e famiglie del Friuli. Ma c'era pure chi lo aveva combattuto con animosità e riteneva che l'uccisione fosse una giusta conseguenza delle sue malefatte: così almeno la pensavano il conte di Gorizia, i Cividalesi e tanti altri Friulani. Chi però fu veramente l'artefice e il promotore della sua fama di santità fu Niccolo di Lussemburgo, che aveva avuto modo di conoscerlo ancora in vita. Fu lui ad avere i sogni rivelatori dell'incorruzione del corpo di Bertrando; fu lui che volle la ricognizione e poi la traslazione della salma (che nella mentalità dell'epoca equivaleva al riconoscimento ufficiale del culto); fu lui che volle fossero registrati i racconti dei miracoli fioriti attorno al sepolcro; fu lui che favorì la diffusione della memoria e della fama sanctitatis e la scrittura della leggenda. Eccoci, dunque, alla fonte che più di altre ha garantito a Bertrando un perpetuo ricordo. Essa ripercorre il cammino umano del patriarca per farlo convergere al momento supremo della morte, concepita come consapevole e sofferto martirio in difesa della libertas ecclesiae, per la quale egli aveva sempre lottato. Non è un caso che l'autore evochi i nomi di san Lorenzo e di san Tommaso Becket: quasi un compendio essenziale della storia del martirio in Occidente e un prestigioso sigillo di legittimazione. D'altro canto, il richiamo a contrastare l'esecrabile lingua dei detrattori è troppo insistito da parte dell'agiografo per non pensare che sulla memoria di Bertrando pesassero ancora gli strascichi di tanti anni di conflitto; e il lungo elenco delle virtù e la forza con cui si ripete che veramente egli ne fu dotato in grado eccelso indicano la necessità di rispondere ad accuse ingiuriose. Alla fine l'immagine che ne sortisce è quella del principe giusto ed equanime, valoroso e vittorioso, alla quale s'accoppia quella del pastore pio, severo e paterno, amato e temuto, sollecito e buono. In Bertrando si fondono le virtù dei santi re e dei santi vescovi dell'agiografìa bassomedioevale. Egli è il patriarca ideale: il patriarca che avrebbe voluto essere Niccolò, fratellastro dell'imperatore Carlo IV, un altro degli antichi amici Bertrando e forse il più importante dei suoi devoti. Niccolò si servì del nuovo santo per consolidare la propria presenza nel patriarcato, per beneficiare del maggior consenso che poteva derivargli dal favore di un patrono celeste e quindi per liquidare i più pericolosi e turbolenti oppositori interni, giustificandosi con l'intento di far giustizia. Molti nobili friulani, accusati di aver partecipato all'uccisione di Bertrando, furono decapitati o squartati. Memorie Se Bertrando martire e santo nacque in un determinato momento storico, la sua figura fu soggetta, nel corso dei secoli a svariate reinterpretazioni, tutte inscrivibili in circostanze precise e attribuibili a motivazioni specifiche. Il 6 giugno 1420 i Veneziani entrarono a Udine: era la fine del principato aquileiese. La coincidenza con la festa anniversaria del martire permise alle autorità della Serenissima di identificare le due ricorrenze, di leggere la dedizione come pacificazione prodigiosa, attribuendo il miracolo all'intercessione del beato. Per solennizzare ulteriormente la giornata fu istituito un pallio. Il nome di Bertrando, tutore delle glorie municipali, legittimava il dominio veneziano. Alla fine del Cinquecento, il patriarca Francesco Barbaro interrogò il papa sulla ammissibilità del culto che richiamava un gran numero di devoti, ma che non era ufficialmente approvato. Clemente VII affidò la questione al cardinale Cesare Baronio che autorizzò le funzioni religiose in onore del beato, del quale però furono valorizzati soprattutto gli aspetti di vescovo e di pastore piuttosto che quelli di principe. Era un'ulteriore reinterpretazione di Bertrando, influenzata dai canoni conciliari tridentini in materia di santità, dalle prudenze con cui veniva attuata una nuova disciplina per le canonizzazioni; dalla quasi coeva elaborazione di una nuova versione del santo vescovo esemplare, impersonata da Carlo Borromeo. Agli ultimi bagliori del patriarcato, soppresso nel 1751 con l'erezione degli arcivescovadi di Udine e di Gorizia, si associa un altro ritratto del beato, dovuto soprattutto alla penna di Francesco Florio, instancabile protagonista della vana lotta per mantenere in vita l'antica e gloriosa istituzione. In questo contesto, nel tentativo di ottenere l'approvazione canonica del culto, Bertrando diventò uno dei simboli del patriarcato. Qui, a mio avviso, si trovano le radici del mito della friulanità di Bertrando, che è tratteggiato come l'esempio della perfetta simbiosi fra i doveri del principe e le sollecitudini del vescovo per la conservazione dell'antica Aquileia. Un'impresa che gli valse la profonda devozione e l'amore del popolo quale rappresentante della passata grandezza e autonomia, salvo sempre il rispetto per la superiore autorità dei papi romani. Florio ottenne da Benedetto XIV l'approvazione del culto, nel 1756, ma con l'amputazione della qualifica di martire. In tempi più recenti, il lavorio sulla figura di Bertrando di storici, eruditi, artisti e appassionati cultori, ha continuato e continua a testimoniare un interesse mai estinto verso di lui; ove convivono molteplici ordini di interpretazione, tutti, anche se in grado variabile, influenzati dalle circostanze del presente, dalle attese e dalle intenzioni con cui si interroga quella lontana figura e quei lontani avvenimenti. Un esempio degli "usi" cui l'antico patriarca è stato oggetto è la sua comparsa nel simbolo della Camera di commercio di Udine. Certo questo può combaciare con la solerzia che Bertrando storicamente mostrò per la tutela dei traffici (lottando contro alcuni Friulani dalla "testa dura"), ma di sicuro sottintende lo scopo di rifarsi a una personalità avvertita come schiettamente udinese e friulana. Alcune brevi parole di chiusura. Mi rendo conto di essere arrivato un poco ansimante alla fine di un viaggio cursorio attraverso quasi sette secoli, e di aver trascurato moltissimi aspetti e particolari che forse meritavano attenzione o maggior spazio. Tuttavia, io intendevo - da storico - mostrare il complesso sovrapporsi di immagini, delle quali Bertrando fu solo parzialmente responsabile e artefice, che hanno contribuito al formarsi della nozione che ha prevalso di lui, ossia quella del santo patriarca, dell'eroe e del martire. Ho cercato di dire chi fosse quel "Caorsino" giunto in Friuli, prima e dopo il suo arrivo, prima e dopo la sua morte. L'impressione potrebbe essere quella del disgregarsi della sua identità, dell'incertezza su chi egli realmente sia stato. Sicuramente esiste una separazione fra la sua esistenza concreta e la memoria che se ne ebbe; sicuramente la sua persona in carne sangue e spirito, nell'incessante mutare attraverso i giorni e le circostanze della vita, fu diversa e più ricca e complicata, più contraddittoria e imperfetta se si vuole, del suo mito, anche oggi assai caro ad alcuni. Non volevo incrinare credenze o fedi, che, se sono tali, non vengono del resto scalfite dai fatti. Nonostante tutto, a mio avviso, sapere che egli fu un curiale in carriera, o un uomo dedito alla pratica cruda della politica e che ciò può stridere con un ritratto divulgato in termini ben più positivi, non danneggia lo charme (per dirla alla francese) di Bertrand de Saint-Geniès. Non credo che la fatica dello storico, anche se capace di restituire pochi e opachi resti, sia ingiusta nei suoi confronti; sono certo anzi che essa ne certifichi la profonda e inesausta umanità, lo avvicini a noi e ce lo faccia meglio intendere, infrangendo la capsula splendente di costruzioni ideali, pure esse - comunque - storicamente individuabili e circoscrivibili. In fondo, se oggi si fruga ancora nelle reliquie del passato alla ricerca della realtà vissuta e dell'umanità di Bertrando, non si fa altro che dichiararne la fortuna e proclamare l'amore con cui a lui si guarda: egli, per il ruolo interpretato e per la personalità implicita nei suoi gesti, rimane un uomo per tutte le stagioni e ciò costituisce l'essenza del suo fascino e della sua eccezionaiità. Qualche fonte e un poco di bibliografia Le fonti riguardanti Bertrando sono disperse e di non sempre facile consultazione. La sua militanza curiale e i rapporti con la sede apostolica sono ricostruibili in buona parte tramite le lettere papali, conservate nell'Archivio segreto vaticano, ma note grazie ai regesti e alle edizioni apparsi a stampa soprattutto per iniziativa dell'Ecole francaise de Rome. Per Clemente V (1305-1314): Regestum Clementis papae V..., cura et studio monacorum Ordinis Sancti Benedicti, 9 vol. (e appendice), Romae 1885-1892; per Giovanni XXII (1316-1334): Jean XXII (1316-1334). Lettres communes, ed. G. MOLLAT, 13 vol., Paris 1904-1933 (ci sono pure Jean XXII (1316-1334). Lettres secrètes et curiales relatives a la Pratice, ed. A. COULON, S. CLEMENCET, 4 vol., Paris 1906-1965); per Benedetto XII (1334-1342): Benoit XII (1334-1342). Lettres communes, ed. J.M. VIDAL, 2 vol, Paris 1903-1904; Benoit XII (1334-1342). Lettres closes et patentes intéressant les pays autres que la France, ed. J.M. VIDAL, 2 vol., Paris 1913-1942; per Clemente VI (1342-1352): Clément VI (1342-1352). Lettres closes, patentes et curiales intéressant les pays autres que la France, ed. E. DEPREZ, G. MOLLAT, Paris 1960-1961. Tuttavia ulteriori notizie si possono trovare in altri fondi dell'Archivio segreto vaticano e della Biblioteca apostolica vaticana. Per quanto concerne specificamente l'epoca del patriarcato di Bertrando, la maggior parte delle fonti rimane inedita ed è reperibile, dispersa in vari fondi, nelle biblioteche ed archivi udinesi (Archivio capitolare di Udine; Archivio della Curia di Udine; Archivio del Seminario di Udine; Archivio di Stato di Udine; Biblioteca arcivescovile di Udine; Biblioteca civica "V. Joppi" di Udine), ma tracce, anche consistenti, si trovano presso l'archivio storico annesso al Museo nazionale di Cividale, la Biblioteca civica Guarneriana di San Daniele, la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia e poi in numerosi archivi, soprattutto ecclesiastici, delle diocesi che anticamente facevano capo alla metropoli di Aquileia. Sicuri riscontri ho accertato per Verona, Padova, Treviso, ma analoga documentazione è certamente possibile reperire a Mantova, Trieste, Concordia-Pordenone, Trento e nelle altre sedi suffraganee. Alcuni documenti sono talvolta stati editi singolarmente o in piccoli gruppi; impossibile darne conto completo, però, per iniziare, si potrà proficuamente ricorrere al vecchio B.M. DE RUBEIS, Monumenta Ecclesiae Aquileiensis, Argentinae [Venetiis] 1740, e inoltre a G. BIANCHI, Indice dei documenti per la storia del Friuli dal 1200 al 1400, Udine 1877 (al quale corrispondono i volumi del manoscritto 899 del Fondo principale presso la Biblioteca "V. Joppi" di Udine); Atti della cancelleria dei patriarchi di Aquileia (1265-1420), a cura di I. ZENAROLA PASTORE, Udine 1983; G. SILANO, Acts of Gubertinus de Novate, Notary of the Patriarch of Aquileia, 1328-1336, Toronto 1990. Numerose sono le fonti narrative che conservano accenni alla vicenda umana del patriarca. Oltre che dalle Cronache patriarcali, già edite dal De Rubeis, notizie si possono, ad esempio, ricavare da Giovanni di Viktring (Johannis Abbatis Victoriensis Liber certarum historiarum, in Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum exM.G.H. separativi editi, II, Hannoverae et Lipsiae 1910), o dalla cronaca dei Villani (G. Villani, 'Nuova cronica, a cura di G. Porta, 3 vol., Parma 1990-1991), oppure del Cortusi (G. de Cortusiis Chronica de novitatibus Padue et Lombardie, ed. B. Pagnin in Rerum Italicarum scriptores, IIa ed., XII,V, Città di Castello 1941-1975). Interessanti indicazioni si ricavano dal Chronicon Spilimbergense nunc primum in lucem editum, ed. I. Bianchi, Utini 1856, ma annotazioni emergono pure da cronache bolognesi, ferraresi... Rimangono tuttavia fondamentali la leggenda agiografica e la raccolta dei miracoli postumi, scritte nel giro di pochi anni dopo la morte di Bertrando, per impulso del patriarca Niccolo di Lussemburgo, ed edite in Acta sanctorum, Iunii, I, Antverpiae 1695, p. 776-802. Negli Acta sanctorum (p. 783-786) si trova pure una delle edizioni del "memoriale" che Bertrando inviò al decano aquileiese Guglielmo da Cremona e nel quale egli stesso ricorda molte delle sue imprese. Per quanto riguarda la bibliografia generale sul papato avignonese bisogna ricorrere ad alcuni riferimenti tradizionali, come quelli alle opere di G. Mollai, Les papes d'Avignon (1305-1378), Paris 1964; G. Mollai, La collation des bénéfices ecclésiastiques sous les papes d'Avignon (1305-1378), Paris 1921; B. Guillemain, La cour pontificale d'Avignon (1309-1376). Elude d'une société, Paris 19662; che vanno integrate con contributi più recenti, anche se non monografici: Aspetti culturali della società italiana nel periodo del papato avignonese, Atti del'XIX Convegno del Centro di studi sulla spiritualità medioevale, Todi, 15-18 ottobre 1978, Todi 1981; Le fonctionnement administratif de la papauté d'Avignon. Actes de la table ronde organisée par l'Ècole francaise de Rome avec le concours du CNRS, du Conseil generai de Vaucluse et de l'Université d'Avignon, Avignon, 23-24 janvier 1988, Rome 1990; Le papauté d'Avignon et le Languedoc (1316-1342), Toulouse 1991 ("Cahiers de Fanjeaux", 26). Per una sintesi ricca di spunti bibliografici: G.G. Merlo, Dal papato avignonese ai grandi scismi: crisi delle istituzioni ecclesiastiche?, in La storia, II medioevo, I, / quadri generali, a cura di N. Tranfaglia, M. Firpo, Torino 1988, p. 453-475. Circa la storia religiosa italiana rimane fondamentale: G. Miccoli, La storia religiosa, in Storia d'Italia, 11,1, Dalla caduta dell'Impero romano al secolo XVIII, Torino 1974, p. 431-1079 (cfr. pure la recente rassegna problematica a cura di Franco Bolgiani, Grado Giovanni Merlo, Antonio Rigon, Massimo Firpo, Jacques Dalarun e Giovanni Miccoli in "Rivista di storia e letteratura religiosa", XXXII [1996], p. 333-433). Per un primo orientamento sulla storia della chiesa: G. Penco, Storia della chiesa in Italia, I, Dalle origini al concilio di Trento, Milano 1982. Per la storia del Friuli e del patriarcato aquileiese sono ancora indispensabili: P. PASCHIN1, Storia del Friuli, Udine 1990, P.S. Leicht, Breve storia del Friuli, Udine-Tolmezzo 1976; ma con gli aggiornamenti problematici e gli arricchimenti desumibili da P. Cammarosano, F. De Viti, D. Degrassi, // medioevo, Tavagnacco (UD) 1988. La figura di Bertrando ha sollecitato la penna di numerosi biografi: dal primo agiografo trecentesco, a P.C. Scardi, Specchio lucidissimo in cui si vedono epilogate le virtù più eroiche, le operationi più sante, che possino adornare l'animo di un gran prencipe e freggiare la mitra d'un vero prelato di santa chiesa nella vita del glorioso prencipe e beato patriarca d'Aquileia Bertrando, Venezia 1667, rist. Udine 1671, alla lunga ricerca di F. Florio, Vita del Beato Bertrando patriarca d'Aquileia, Bassano 1791 (I" ed., Udine 1759). In questo secolo gli approfondimenti di eruditi e storici si sono moltiplicati. Notizie si rintracciano in E. Albe, Prélats originaires du Quercy dans l'Italie du XIVe siècle, "Annales de Saint Louis des Français", Janvier 1904, p. 1-56 (dell'estratto), poi confluito, assieme ad altri studi, in E. Albe, Autour de Jean XXII. Les familles du Quercy, 2 vol., Rome 1903-1906; ma l'interesse per Bertrando fu riacceso soprattutto da un sacerdote professore tolosano: C. Tournier, Le bienheureux Bertrand de Saint-Geniès, Toulouse-Paris 1929; C. Tournier, Un voyage en Frioul sus le pas d'un géant, Paris 1934, e portò pure, nel 1929, alla cessione di una reliquia del corpo del beato alla sede episcopale di Tolosa (cfr. P. Dell'Oste, Dalla cattedrale di Udine al santuario di Tolosa, Udine 1931). Il solco di ricerca fu approfondito, con risultati di diverso spessore scientifico, da P. Ppaschini, Bertrandiana, "Memorie storiche forogiuliesi", XXX (1934), p. 223-235 (Pio Paschini dedicò a Bertrando tutto il XXX capitolo della sua Storia del Friuli); P. Paschini, Bertrando, in Bibliotheca Sanctorum, III, Roma 1963, col. 122-128; F. Cargnelutti, Pastorale e spada. Il beato Bertrando di Saint-Geniès patriarca d'Aquileia, Udine 1949; F. Cargnelutti, Le rivendicazioni del beato Bertrando, "Atti dell'Accademia di Scienze Lettere e Arti di Udine", serie VI, XI (1948-51), p. 77-110. Occorre però ricordare (taccio di numerose opere e opuscoli di carattere affrettato o compilativo) soprattutto P.S. Leicht, La rivolta feudale contro il patriarca Bertrando, "Memorie storiche forogiuliesi", XLI (1954-55), p. 1-94, che ricostruì più accuratamente di altri la complessa vicenda, specialmente politica, di Bertrando patriarca. Recenti sono gli interessi per la figura del beato Bertrando, inquadrata nel contesto di ricerche di ben più vasto respiro sulla santità medioevale: A. Tilatti, Principe, vescovo, martire e patrono: il beato Bertrando di Saint-Geniès patriarca d'Aquiliea (1350), "Rivista di storia e letteratura religiosa", XXVII (1991), p. 413-444; A. Tilatti, Riscritture agiografiche: santi medioevali nella cultura friulana dei secoli XVII e XVIII, in Finzione e santità tra medioevo ed età moderna, a cura di G. Zarri, Torino 1991, p. 280-305. Opere di riferimento generale nell'ambito agiografico, espressione dei più aggiornati orientamenti di studio, sono il bel volume di A. Vauchez, La sainteté en Occident aux derniers siècles du Moyen Age. D'après les procès de canonisation et les documents hagiographiques, Rome 1988 (trad. it. La santità nel medioevo, Bologna 1989) e, di lettura più faticosa ma ricco di indicazioni metodologiche e dotato di un utile corredo bibliografico, il manuale J. Dubois, J.L. Lemaitre, Sources et méthodes de l'hagiographie medievale, Paris 1993. Il modello di santità di Bertrando è stato influenzato dalla fortunata immagine di Tommaso Becket (cfr. Thomas Becket. Actes du colloque international de Sédières 19-24 aoùt 1973, ed. R. Foreville, Paris 1975; D. Knowles, Thomas Becket, Napoli 1977 [I ed., London 1970]; R. Foreville, Thomas Becket dans la tradition historique et hagiographique, London 1981; C. Leonardi, Thomas Becket: il martirio di fronte al potere, in Martiri. Giudizio e dono per la Chiesa, Torino 1981, p. 29-50; F. Barlow, Thomas Becket, Berkeley and Los Angeles 1986; P. Aubé, Thomas Becket, Milano 1990 [P ed., Paris 1988]), ma sono da tener presenti le considerazioni sulla tipologia del vescovo assassinato o comunque morto in modo violento: R. Kaiser, "Mord im Dom". Von der Vertreibung zur Ermordung des Bischofs im frühen und hohen Mittelalter, "Zeitschrift der Savigny-Stiftung fùr Rechtsgeschichte", 110 (1993), p. 95-134. Rimane da approfondire (ed è ciò che sto ora affrontando) l'aspetto più propriamente ecclesiastico-religioso dell'azione di Bertrando patriarca d'Aquileia (in continuità con quella dei predecessori e come premessa per quella dei successori), vescovo di una diocesi smisurata e metropolita di una provincia che comprendeva sedi episcopali di primo piano (come Verona, Padova, Vicenza, Treviso...). In questo senso si rivela necessaria l'edizione di fonti quali gli statuti di sinodi diocesane e di concili provinciali (cfr., fra una ben più estesa bibliografia, O. Pontal, Les statuts synodaux, Turnhout 1975 ["Typologie des sources du Moyen Age occidental", 11]) solo parzialmente e imperfettamente finora realizzata (G. Marcuzzi, Sinodi aquileiesi, Udine 1910) e senza un idoneo inquadramento tipologico e storico. L'edizione che sto conducendo può dunque rivelarsi, oltre che tappa di approfondimento di tematiche giuridico-istituzionali, un momento di riflessione comparativa (in tale campo sono molto avanzate e articolate le ricerche sulla chiesa medievale francese, e non si deve scordare che Bertrando giunse in Friuli ricco dell'esperienza maturata in patria) sulle strutture operative e sul funzionamento quotidiano della diocesi e della provincia ecclesiastica aquileiese in un'epoca tradizionalmente considerata dagli storici come un periodo di crisi della chiesa occidentale: un concetto da verificare ma che da svariati indizi mostra già la sua artificiosità.
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