Franca Spagnolo

Caleidoscopio

Edizioni Pro Spilimbergo 1995


Indice

Presentazione di Aldo Colonnello

PRESENTAZIONE

Per entrare in sintonia con i versi di questa raccolta conviene innanzittutto rinunciare a cercar rime, a contar sillabe, a far risuonare vocali o consonanti. Sono parole queste alle quali avvicinarsi in punta di piedi, discjapinèla, con l’affettuosità e la discrezione con le quali sono state scritte; da chi conoscendo le complessità del vivere si rinfranca anche solo per una goccia di rugiada «scivolata in fondo a una coppa odorosa di magnolia» e sa godere del «fuoco dei gerani trionfante fiamma accesa sugli steli».

Non ci sono qui messaggi gridati. Non mancano tuttavia momenti in cui il tono sommesso e quasi preoccupato di non disturbare, cede il posto ad un andamento robusto e a un respiro largo e profondo che richiamano in alcuni passaggi quelli di Turoldo.

Alle domande di Ernesto Calzavara che si chiedeva il perché de «La coa del can che se move / co ‘l vede ‘l paron. / La sima del piopo / che s’incurva / co ‘l sente ‘l vento. / La neve che se desfa /co ‘l sol la toca. /La tera /che se verze / par ‘na pontina / d’erba che nasse. / Parchè, ma parchè / ga da ésser cussì?», Franca Spagnolo risponde, con semplicità e serena consapevolezza: perché così è la vita, nelle sue infinite e sempre nuove manifestazioni; come ad esempio quella del «muro che gode del tramonto», e quella del passero che «ogni sera alle quattro con un frullo leggero si annuncia al melograno».

Piccoli segni di un vivere corale di persone, animali, cose; il cielo, il vento, i fiori soprattutto, le foglie, le gemme...; la vita che svanisce e si rinnova: «Discenderò assieme all’autunno incontro ai giorni velati di nebbia... Lasciatemi almeno l’estremo splendore dei crisantemi gialli».

Emily Dickinson ha scritto: «Mi annodo il cappello, / mi aggiusto lo scialle; / piccoli doveri della vita / adempio, proprio come se / il più piccolo / immenso fosse per me. / Metto nel vaso / nuovi fiori, / ed i vecchi getto via; / scuoto dalla veste / un petalo /che s’era impigliato. (...)».

Emily e, con altre parole, Franca rivendicano alla poesia anche l’attività pratica, quotidiana, quella di ciascuno. Poesia nel gesto, nel saluto cordiale, poesia nell’incontro che attenua «l’umana solitudine che raffredda il sole».

Le parole sono allora «finestre» che si aprono sul fare ed evocano, ad esempio, la poeticità del festeggiare «l’ultimo giacinto sbocciato in giardino» o del prendersi cura dell’«acero bambino disperso dal vento in mezzo al campo o al prato..., minacciato dai piedi e dall’aratro».

Poeta, quindi, è chi alla poesia si rende permeabile e si lascia attraversare da essa senza opporre resistenza al suo farsi, nella «nuvola bianco- rosata del mandorlo in fiore stendardo della primavera», come pure «nell’ombra vaporosa dei fiori di ciliegio» che «si adagia leggera ad inghirlandare il suolo» e conserva la memoria «del ronzio affaccendato delle api in volo».

Ed allora: «non ci possegga l’assenza dolorosa. Finché dal suolo salirà la linfa a nutrire il pensiero avrete ancora stagioni nuove e abbondanza di fiori», perché, anche se «breve è il tempo concesso alle viole», «appartiene ai nostri occhi assetati di colore la freschezza luminosa».

Aldo Colonnello


 

 La tregua

Si allenta la morsa del gelo
e per un giorno ammicca il sole
alle nuvole bianche
che si inseguono in cielo.
Dentro la tregua breve di gennaio
si schiudono le primule timorose
a ridosso del declivio.
Gli amenti del nocciolo
si fanno grevi di polline giallo.
Oggi quasi ti illudi
e speri che sia prossima la primavera.
Succede spesso
anche a te
ingenuo cuore
di scioglierti al calore
di uno sguardo luminoso
e germogliare rapito speranze nuove.
Ma già l’indomani
svanito il sole
ricompare il consueto grigiore
e il vento che raggela
primule
amenti
cuore.


Pratoline di gennaio

Gennaio ci concede a tratti,
lottando con le brume
che occupano la piana,
il conforto del sole.
I raggi obliqui ammorbidiscono il lembo di prato
davanti alla stalla
e subito occhieggia
il candore di una pratolina.
L’intrepido fiore rafforza,
mio giovane amico,
anche un’anima stanca
e ravviva la speranza
che per te è incrollabile certezza.
Forse ci saranno ancora
anche per i miei occhi
fronde rinnovate
dal verde custodito
adesso negli scrigni delle gemme.
Poi giugno colmerà
prima l’avidità degli sguardi
ed infine le palme protese
di ciliegie saporose.


Pirus di febbraio

Per supplire fanciullo
ai messaggi mancanti
inneggianti ai melograni accesi
dal sole dell’autunno
e al tuo settimo anno
celebrerò invece un pirus giovinetto
che mi accolse già fiorito
il giorno del rientro dopo mesi di assenza.
Nel febbraio troppo mite
la sua giovinezza impaziente
nascondeva i sarmenti spinosi
sotto i petali rosati
e brillava tra i cespugli
ancora assonnati
come l’aurora al solstizio d’estate.
Le vivide corolle accendevano una scintilla lieve
anche nei miei occhi spenti.
Quella grazia raccolta richiamava alla mia mente
la tua infanzia
appartata e felice
come un fiore agreste.


Mimosa

Ci guardi con occhi radiosi
mentre passiamo
ingoiati dalla fretta.
Hai bevuto raggi
mimosa d’oro
a piccoli sorsi
per giorni e giorni
attingendoli al sole
dentro calici azzurri
di cristallo terso.
Adesso che il tuo fulgore è pieno
sosteremo per un attimo breve
bisognosi di luce.
Tu disseta pietosa
l’inveterata arsura
che ci accompagna.


Memoria luminosa

Ora l’assenza
occupa il balcone
che prima colmavi
con l’argento delle fronde.
Il vento si allontana
lamentando sommesso
l’amicizia delle foglie
polverizzate al suolo.
Nel tronco nudo
il tuo cuore geme
supplicando la linfa
impietrita dal gelo.
Mimosa sventurata
abbandonati senza dolore
alla sorte dubbiosa.
Già confidasti la tua breve vita
alla memoria luminosa
di una nuvola in fiore.


Piccole stelle

Per i miei occhi
intrisi di fantasia
non sfiorano la tua bianca veste
né calpestano i tuoi piedini
timide pratoline
ma minuscole stelle
sfuggite al firmamento
per rendere completa
la tua festa di Comunione
candida e solenne.
Le raduneranno i tuoi ditini
che ancora profumano
di pane celeste
offerto dal cielo agli innocenti
per custodirle a lungo
in un cantuccio segreto.


Fragranze uguali

Ti reciderò
perdonami
lembo di cielo
giacinto odoroso
ampolla dischiusa
di fiori di cera
scaturito dalla zolla
nutrito di ombre
e di umori profondi
per offrire il tuo olezzo
saturo di misteri
all’anima pensosa di una donna.
Ti toglierò all’aiuola
umida di pioggia
tua culla di terra
alle foglie sottili
che ti furono schermo
dei rigori estremi
al bulbo sotterraneo
che ti nutrì per mesi
di linfa feconda
al sorriso del cielo
a cui ti affratella il colore
ai baci del sole
ricolmi di tenero amore
perché ella aspiri
col tuo profumo soave
il suo stesso odore
essenza genuina
succhiata giorno dopo giorno dalle radici
rielaborata con gioia dal cuore
offerta in silenzio
finché la vita dura
a profumare il mondo


Ultimo giacinto

Con gioia più viva
del primo racemo di fiori
festeggio l’ultimo giacinto
sbocciato in giardino perché
affiderà al suo profumo
il compito grato
di rendere lieto
l’anniversario
del tuo giorno natale.
Il suo colore intenso
svelerà alla tua anima
il profondo sentimento
da me custodito
come un bene prezioso.


Azzurra pergola

Rinserrano i fiori di glicine
che sogliono fare
più sereno aprile
gonfie nuvole grigie.
Tuttavia ho scoperto
a ridosso del muro
che gode del tramonto
una frangia sottile di cielo
guarnire un ramo.
Priverò quel tralcio
della sua unica gemma
per offrirtela in dono.
L’aroma sottile
intriso di miele
ricondurrà il pensiero
a quel lontano giorno
quando un’intera pergola
tingeva di azzurro
il sorriso di una mamma novella
e il vagito del suo roseo bambino.


Stendardo di primavera

Ho atteso per mesi
vivendo reclusa
la nuvola bianco-rosata
del mandorlo in fiore
stendardo della primavera.
La brezza ha iniziato
a dispiegarne un lembo sulla cima
nel cielo cristallino
quando il sole sorgeva
ai primi di marzo dentro un chiaro mattino.
Ora un drappo intessuto
con petali lievi
sventola intero
nel giorno luminoso
e nella notte nera
e invita le gemme del ciliegio
a svelarsi fiduciose
prima che il vento
dipani il fitto intreccio
delle sue corolle coraggiose.


Il tempo delle viole

Breve è il tempo
concesso alle viole
come la giovinezza
alla nostra persona.
Si svelano guardinghe
appena indulge il gelo
sotto il cielo che si rasserena
tra i fili d’erba secchi
prostrati sul terreno.
Si allargano a macchia
fino a ricoprire un lembo di prato
riservato ai ciliegi
già prossimi al turgore.
Celate tra le foglie
rotonde e lievi
che vestono il suolo
profumano l’aria
di un aroma sottile.
Ma il tepore benefico
restituisce vigore
anche agli steli
sontuosi di gramigna
e la giovinezza dell’anno
assediata dall’erba invadente
si spegne rassegnata
al declino silenzioso.


Lode alla margherita

Amo la margherita
e i suoi esili fiori.
Sorride il verde
attraverso il candore
degli occhi accesi.
Le nobili dita leggere
accarezzano tenere il cielo
salutano i gracili fiori
col giorno sereno
anche un’ape laboriosa
un passero ciarliero
il vento frettoloso
e una nube bambina
che gioca a rimpiattino
col vecchio sole.
Amo la margherita
e i suoi esili fiori
che nella vita breve
racchiudono la primavera.


Narcisi in fiore

Appartiene ai nostri occhi
assetati di colore
la freschezza luminosa
dei narcisi bianchi e gialli
figli primogeniti della terra.
Affiorano dal suolo
ancora indurito dal gelo
e invitano il sole
a mostrarsi nel cielo
dissolvendo la muraglia di brume
che restringe l’orizzonte breve.
Le mobili corolle
mosse dal vento
inviano messaggi di luce
alle gemme sopite
sotto le squame gelose.
L’alba di domani
sveglierà sul ciliegio annoso
un lembo sottile
di verde nuovo.


Piccoli narcisi

Assomigliano a te
buona Maria
i narcisi dai piccoli fiori.
Si schiudono senza clamore
e sorridono a lungo
adattandosi persuasi
ai giorni di sole
e a quelli piovosi.
Hanno corolle coi petali brevi
che celano nel profondo
accanto al nettare
un profumo delizioso.
Se avvicini il tuo volto a quei fiori
godrai la freschezza discreta
e l’ineffabile odore.


Mammole

Adesso che il tempo
volge in lenta discesa
ritrovo nelle mammole
la gioia dell’infanzia fiduciosa.
Occhieggiavano allora
tra le foglie nuove
come per offrirsi alle mie piccole mani bramose
di cogliere rapide tutta quella odorosa freschezza
compendio della primavera
come me in ascesa.
E dopo andavamo
assieme dentro l’aria cilestrina
io e le viole.
Radicavano gli steli
penetrando l’intreccio
roseo delle dita.
Sbocciava dalle mani
il primo fiore della vita.


Fuochi di primavera

Ardono i rami
che nella passata stagione
recarono dovizia
di fiori e di frutti.
Crepitando le fiamme
avvolgono rapide
il mucchio scomposto
di sarmenti sottratti
ai peschi alle viti
alle rose ai meli.
Intrecciano assieme
agili danze
fino a dissolversi
in fulgida luce.
Poi immemore giace un pugno di cenere
quasi azzurrina.
Potessi recidere anch’io
gli anni trascorsi
ed erigere un mucchio
sopra la zolla
da offrire alla fiamma.
Così il tempo smarrito
si caglierebbe in luce
a ritardare
di qualche attimo
il declino del giorno.


Miosotide

Per mesi la pianta
esotica solo nel nome
giustifica l’immagine greca
di orecchie di topo
per le foglie guardinghe e pelose.
Ma spalanca improvvisa in aprile
destata dal nuovo tepore
gli occhietti azzurrini
e ride al cielo
e a chi la guarda
affascinato da tanto splendore.


Ombra di fiori

Primi giorni di aprile.
Si adagia leggera
ad inghirlandare il suolo
l’ombra vaporosa
dei fiori di ciliegio.
Conserva anche sul terreno
il luminoso incanto
delle candide corolle
e il ronzio affaccendato
delle api in volo.


Somiglianza

Ai ciliegi fratelli
assomigli anche nella primavera
figlio possente di rami
come loro radicato alla terra.
Già a marzo scorgevo
gran copia di gemme
gonfiarsi al primo tepore
e ogni giorno di sole
ne dilatava il cuore.
Quando aprile spalancò
le finestre del cielo
mutando la coltre di nubi
in cirri leggeri
un’aureola di fiori
avvolse la fronte degli alberi
e fu il nostro declivio
una nuvola vaporosa.
Trascorsero giorni carichi di attesa.
Intrecciarono le api danze propiziatorie
spargendo sugli stami
granelli di polvere d’oro.
Il vento condusse benigno
i petali alati
a perdersi dentro l’azzurro.
Tra le foglie acerbe
apparvero teneri e verdi
i figli dei fiori.
Volubile il vento
mutando umore
soffiò rabbioso.
Così inaridì avanti di essere
l’infanzia fiduciosa.
Anche ai tuoi rami
un turbine improvviso
tolse prima che fossero frutti
le speranze migliori.
Adesso a voi figli rimane
la vostra chioma
e il tronco poderoso.
Non ci possegga allora
l’assenza dolorosa.
Finché dal suolo salirà la linfa
a nutrire il pensiero
avrete ancora
stagioni nuove
e abbondanza di fiori.


Sfida al gelo

Palpitano di rosa
i boccioli di pesco
frementi nell’attesa
del primo tepore.
Ma ancora indugia il sole
trattenuto dai vapori
umidi del cielo.
Incurante delle vette
gelide di neve
il mandorlo dispiega
corolle vaporose
e l’albicocco impavido
inghirlanda i rami
con collane di fiori.
Come gli alberi
il cuore sfida l’indifferenza delle menti
e il gelo repentino
rifiorendo di nuovo.


Il fiore promesso

Ancora si ripete
celato nel profondo
l’antico prodigio
della vita che si rinnova.
La piena sotterranea
condusse alla terra
un seme vittorioso
dell’ irruenza dei flutti.
Penetrò fiducioso
la tiepida zolla
e attese trepidante
che spuntasse la radice
avida di linfa buona.
Maturarono all’esterno
le mutevoli stagioni
soggette agli umori del tempo.
Ai giorni corrucciati
sconvolti dal vento
succedeva il sereno
trapunto di raggi.
Nel silenzio del suolo
il minuscolo germe
foglia dopo foglia
diventa una gemma.
Palpita adesso
percorsa dal turgore
ogni fibra della zolla
e già svela trionfante
all’azzurro stupefatto
il fiore promesso.


Acero bambino

Acero bambino
caro piccino
disperso dal vento
in mezzo al campo o al prato
saprò avere cura
della tua debole vita
minacciata dai piedi e dall’aratro.
Ti troverò una culla
in un angolino
avrai un letto
di terra buona
non ti mancheranno
il sole e l’acqua
e il mio fresco sorriso al mattino.
Cresceremo assieme
ogni giorno un pochino
finché saremo
un acero e un uomo
agili e forti
nello stesso giardino.


Historia

Restano alla terra opaca
minuti segni
deboli tracce
e denudata
l’anima della parola
remota eco
carica di messaggi.
Lo specchio del sole
immobile sovrasta
il flusso dei millenni.
Nella pupilla ardente
balena presente
ogni cellula viva
si scinde un’ameba
negli abissi profondi
si schiude una gemma
sfidando i geli
matura un seme
vagisce un bimbo
s’infrange una zolla
langue una rosa
perisce un uomo.
Nel nostro sguardo
rivolto al sole
la storia del mondo.


Verbaschi

Altissimi verbaschi
candelabri vegetanti
radicati al suolo
accesi sui detriti del Meduna
folgorato dal sole
illuminate di morbida luce
gli azzurri spazi
che limpidi sovrastano
la bianca distesa pietrosa.
Altissimi verbaschi
lucerne balenanti
nell’aria estiva
ormai dimentichi
di foglie e di radici
confuse a terra
dentro uno stuolo d’erbe
fiorite nell’offerta
domandando al sole
corolle radiose.
Altissimi verbaschi
odorose coppe
traboccanti di splendore
restituite al sole
la fiamma del colore.
Altissimi verbaschi
incensieri odorosi
consumatevi nell’adorazione
dell’astro vitale
alto sull’orizzonte
bruciando gli steli
protesi verso il cielo
tabernacolo del sole.
Altissimi verbaschi
lampade votive
sospese sull’altare
del torrente ardente nell’estate
glorificando il sole animatore.
Altissimi verbaschi
asceti luminosi
sul greto del Meduna
si rifugia assieme alle vostre vite
riconoscente e grata
la preghiera della terra.
Altissimi verbaschi
corona d’oro
per le esistenze immemori
recitate il «Vi adoro».


Il gallo variopinto

Fantastiche ali
spuntate per foreste
traboccanti di fiori
variopinto piumaggio
atto a confondersi
con il verde rigoglio
mutaste regione
serbando i colori.
Domestico gallo
non ti rattrista
l’attuale squallore
lo spazio angusto
gli alberi spogli
il cortile fangoso.
Libero incedi
recando sul corpo
un drappo di fiori.
Finché procedi
diritto e maestoso
le piume si accendono
del bagliore della fiamma
quando volgi
il petto superbo
al celeste fulgore
e poi gli dedichi
il tuo inno glorioso
il rosso sanguigno
divampa come al sorger del sole
e gocce di luce
ti fioriscono il petto
di corolle d’oro
che contendono lo spazio
al bosco tenebroso.
Mio gallo luminoso
come a te ci ravvivi
i giorni ombrosi
un serto di fiori
prezioso arcobaleno
che ancora serbiamo
in fondo alla mente offuscato
dal moderno grigiore.
E passeremo avvolti
dentro un’aureola di colori.


Così germoglia

Non basta la fertile zolla
benché satura di pioggia
a gonfiare le gemme
difesa dalle squame.
Invano la linfa
che sale dal profondo
premeva contro il cuore
assopito del germoglio.
Ancora lo possiede
l’umido grigiore
che assedia il cielo.
Ma ci sarà un’alba
chiara di vento
a fugare le nubi
e uno squarcio azzurro
velerà il sole nuovo.
Oh fragile virgulto
di salice biondo
incurante dei rigori
accarezzerai i raggi
venuti da lontano
con dita verdi
grate del dono.
Non basterà a spezzare
l’involucro marrone
il germe del mio canto.
Lo arresterà il timore
di oscuri nembi
che gravano attorno.
Se incontrerà il tuo volto
solare e buono
riceverà calore
dagli occhi luminosi
e si leverà rigoglioso.


Unione

Due entità avvinte
una vicenda sola
dal ciclo breve
racchiuso nell’ellisse
che percorre il sole.
Due esistenze unite
dal ritmo incessante delle stagioni
da quando la zolla
si scioglie commossa e germoglia
fino a quando l’autunno
cede all’inverno
rendendola spoglia.
Ai giorni ampi e sereni
si alternano ombre gravide di nembi
raggi incandescenti
algori estremi
turbini ridenti
e poi ancora
cieli trasparenti
e distese verdi
nell’attesa crescente
che fioriscano i peschi
che maturino i frutti del ciliegio
che profumi la vite
accanto alle rose
e ai gerani ridenti
in ansia per gli steli del mais
appesantiti dai pennacchi emergenti
per esultare trionfanti
quando un rivolo d’oro
fluirà nei carri accoglienti.
Ad altri l’onore
di segnare gli eventi
di tracciare nella storia
un’orma possente.
A noi invece Sacerdoti della Terra
l’olocausto quotidiano
e l’attesa paziente.


Colori sanguigni

La terra si ammanta di rosso
nel giorno del Battista.
Divampano sugli steli
come lingue di fiamme
le corolle dei gigli.
Occhieggiano tra il fogliame
le ciliegie tardive
offerte all’estate.
Dispiegano i papaveri
un drappo vermiglio
tra i filari della vigna
e cuori di fragole
palpitano scarlatti
sul petto delle zolle.
Perfino la pietra inerte
di davanzali e balconi
si anima di gerani squillanti e giulivi.
L’allegro tripudio
fatto di colori sanguigni
fiorisce anche la mente
di sentimenti vivi.


Colori di San Giovanni

L’estate che si attarda
quest’anno dentro cumuli e nembi
e solo a tratti compare
vestita di sole
riserva a San Giovanni
sanguigno e volitivo
il vergine candore
incontaminato dei gigli
specchio all’anima di Antonio
benevolo predicatore.
A celebrare il nome
del tuo intrepido patrono
mancheranno le corolle
simili a lingua di fiamma.
Avrai invece
la fragranza odorosa
dei bianchi fiori.
Ne ebbe a dovizia
la mia giovinezza fiduciosa
nei giorni che la mente
frugava nei recessi
a scoprire i moti del cuore
e ancora credeva
che ogni sentimento
avesse attinto dai gigli
l’intatto biancore.
Le sorgeva invece
subito accanto
un groviglio di colori.
Spiccava il rosso
infuocato e glorioso
seguiva il giallo
caldo e luminoso
a cui era compagno
l’azzurro soave e fiducioso.
Li rattristava presto
il viola pensoso
che si spegneva languido
consunto dal tempo impietoso.
Svanito ormai
ogni altro colore
ritrovo in fondo il bianco
immacolato candore
a saziarmi come
nei verdi anni
lo sguardo ed il cuore.


Fraternità accesa

A celebrare il giorno
di San Giovanni
cuore inquieto dell’estate
il fuoco dei gerani
trionfante fiamma
accesa sugli steli.
Ti giunga assieme
al colore generoso
un lembo della mia anima
trasfusa nella pianta
coi grani di concime
e l’acqua piovana.
Riassumono l’intesa
di tre lunghi anni
nel fragile stelo.


I gigli del solstizio

L’estate intona
il suo inno al sole
dispiegando nell’aria
lo squillo lieto
dei gigli luminosi.
Pendono i calici
dallo stelo flessuoso
per intonare un canto
di raggi d’oro.
Anche se il turbine
che accompagna il sostizio
toglierà improvviso
al cielo il sole
basterà il concerto
dei gigli d’oro
a colmarci gli occhi
di raggi luminosi.


Rugiada di San Giovanni

Ora verranno i giorni lunghi
consacrati a San Giovanni.
Sarà assolato fino a tardi il cielo
mentre la notte
breve e trasparente
formicolerà di stelle
misteriose ed inquiete.
Il mattino impaziente
brillerà di gocce
preziose di rugiada.
Berremo all’alba
qualche prodigiosa stilla
scivolata in fondo
a una coppa odorosa di magnolia.
Il liquore soave
custodito nel calice intatto
apporterà al corpo estenuato
un vigore rinnovato.


Gigli di San Giovanni

A te appartengono
profeta del deserto
austero San Giovanni
l’ardore del solstizio
a incendiare il meriggio
il turbine improvviso
a sconvolgere il piano
i lampi e i tuoni
a scuotere il cielo
la pioggia arrogante
a percuotere il terreno
e dopo l’uragano
uno squarcio di sereno
svelato dalle nubi
che scortano il sole
prossimo al declino
e poi ancora
palpiti di stelle
nel cielo turchino
a spargere rugiada
sopra la tua piaga
e a fare di ogni erba
un’ampolla prodigiosa.
A te conviene
martire glorioso
il fuoco dei gigli
intrisi del tuo sangue vermiglio.
Ad altri altari
giova la mollezza
di garofani e rose.
A te rechiamo
araldo coraggioso
il giglio altero
nutrito dalla terra
acceso dal sole
lingua di fuoco
e balsamo odoroso
sangue delle tue viscere
ed essenza della tua anima.

 torna a Libri-online

 indice

 nuova pagina