Girasoli gialli

Agosto accese
dardeggiando sugli steli
grandi lampade d’oro
sature di raggi.
Appare dapprima
un’immensa corona
a occhieggiare tra il verde
a specchiarsi per giorni
nel trionfo del sole.
Prima che si spegnesse il fulgore
della prima fiamma
arse nuovamente
un incendio luminoso
una folla di corolle
dense di petali gialli.
Anche se il grigiore
adesso restringe
la volta del cielo
e un languore stanco
possiede il mondo
brucia il candelabro
di inestinguibile ardore
sull’altare della terra.
Già il verde declina
e il colore si abbruna
già la tristezza opprime
l’anima conscia della fine
ma la luce del sole
che diserta il cielo
si raccoglie tutta
nei girasoli gialli
e ardendo li consuma.

 


Morte al sole

Anche tu
albero della vita
possiedi rami spogli
scossi dal vento
e lunghe spine
affilate dal tempo.
Sulle cime più alte
compare ogni tanto
un abbozzo di gemme
indifese e grame.
Sosti stecchito
nella campagna gialla
e cerchi inquieto
nel mattino ovattato
dal grigiore consueto
il disco infuocato
che sprofonda nella nebbia
sempre più densa.
E temi impaurito
che il sole smorto
rotoli a un tratto
dentro gli spazi immensi
diretto all’infinito.
Con un ultimo sforzo
raccogli i rami e
preghi nel silenzio
che ancora resti
in bilico sopra gli abissi.
Il conforto dei raggi
non condurrà la linfa
sotto la scorza vizza
a gonfiare gemme secche.
Basterà che si arresti
per i giorni relitti
a vederti morire esausto.

 


Per grazia ricevuta

Relitto di pianta
che ancora verdeggi
ai lati della strada
vedova solitaria
di un pioppo gemello
crudelmente divelto
alle soglie dell’inverno
troppo pochi erano i cerchi
dentro il tenero cuore
per strapparti alla terra
assieme agli antichi ceppi
dell’acacie sfinite
nell’offrire polloni.
Davanti alla sorte
che avanza cingolata
per te alzai i pollici
di entrambe le mani
perché ti fosse lasciata
la vita delle foglie
a tremolare argentata.
Ricevesti la grazia
sterile dei giorni.
Consumali adesso
dentro l’attesa vana
dell’impollinazione.

 


Resto con voi

Resto con voi
teneri amici
radicati al suolo.
Il vostro cuore è verde
e pulsa nelle foglie
sussurrando parole brevi.
Nella stagione nuova
mi guardano corolle luminose
dischiuse nel primo mattino.
Svelerò ai chiari occhi rugiadosi
l’umana solitudine
che raffredda il sole.
Mobili piedi freddolosi
trascinano altrove
sguardi fraterni
un tempo armoniosi.
Ignorerò a lungo
la loro luce
il loro colore.
Resto con voi
alberi solitari
costante nell’attesa
come si conviene
a chi possiede
salde radici
ancorate nella terra.

 


Petunie odorose

Petunie odorose
disseminate dal vento.
Quando l’inverno
minacciava la tua vita
e induriva col gelo
la poca terra
generata in fondo
a un vaso negletto
ancora non appariva
promessa alcuna
di un germoglio nuovo.
Eppure le dita del vento
avevano celato furtive,
mentre l’autunno si gloriava
dell’abbondanza dei frutti,
un pizzico di semi
come polvere leggeri
del colore della zolla.
E venne la primavera
e tu muovevi appena
lenti passi affaticati
protetta dal tepore
immoto della stanza.
Attraverso la vetrata scorgevi
gonfiarsi sui ciliegi
incaute le gemme
e allungarsi i sarmenti
scarmigliati delle rose.
Fremevi dal male che ti mordeva
le fibre più segrete
di affondare le mani
nella terra buona
e affidarle come di consueto
bulbi e sementi.
Soltanto a maggio
varcasti guardinga la soglia
e nel vaso quasi sommerso
dalle erbe del prato
scorgesti le piantine
di petunia odorosa
disseminate dal vento
spuntate assieme
all’amaranto selvaggio.
A fatica ti chinasti
a strappare le infestanti
incoraggiando le piante neglette.
Ora a giugno ti ritrovi
un cespo fiorito
di campanule vellutate
e riconoscente le offri all’amico
nel giorno di San Giovanni
grata di averti aiutata
a sortire dall’abisso.

 


Lucciole nel vigneto

Volteggia questa sera
tra i filari del vigneto
uno stuolo di stelline
sfuggite al firmamento.
Ondeggiando sinuose
disegnano le tenebre
di guizzi luminosi.
Obbedendo ad un tratto
a un comando segreto
si arrestano improvvise
e incendiano radiose
lo spazio ristretto.
Così il filare nero
diviene per incanto
un cielo stellato.

 


Connubio perfetto

Fra le piante del frutteto
soltanto il melograno l
ucente e smeraldino
celebra le nozze
nei giorni del solstizio.
A lui l’estate
elargisce in dono
cascate di corolle
rosse rubino.
A fecondarle
con un tenero amplesso
saranno i raggi.
Dal connubio perfetto
fra i fiori e il sole
nasceranno splendide gemme.

 


Fiori celesti

Di ritorno dalla chiesa
dopo la novena
percuotevano i miei piedini lesti
la terra gelata che
rieccheggiava vasta.
Ancorata a una mano
nodosa e forte penetravo con gli occhi
nei prati celesti
a cogliere fiori incandescenti.
Staccavo dapprima
l’astro di Venere
magnifico e assorto
e dopo correvo
tra le aiuole del cielo
a recidere corolle lucenti.
In breve le pupille
reggevano esultanti
un fulgido mazzo di stelle.
Custodito nello scrigno
delle palpebre serrate
rendeva i miei occhi
simili a un firmamento.

 


Approdo

Approdare all’autunno
anche se il giorno è breve
dopo la gran fatica del guado
varcando l’estate
gravata di nembi.
Lasciare alle spalle
un pelago ombroso di nubi
per toccare certi
l’azzurra spiaggia trasparente.
Inebriarsi di luce cristallina
fin dal primo mattino
e varcare con gli occhi
gli spazi immensi
ricercando l’infinito che appaga.
Ultima meta
l’azzurro monte
l’altare del Cavallo
scoperto in ogni piega
dove il giorno si arresta
sublimato nel tramonto
approdare all’autunno
del nostro cammino
dentro un limpido giorno
svelando la serenità dell’anima
incuranti del declino.

 


E avremo sempre giorno

Approderò alla tua anima
solitario navigante
veleggiando negli spazi.
Chiederò di gettare l’ancora
senza scorta di voce
usando parole
che la mente confida
alle orecchie del vento.
Sosterò anche se taci
e avrai la pace
che porto dentro.
Approderò alla tua anima
nell’ora del silenzio
attenderò in disparte
l’attimo per entrare
a tingere di azzurro
ogni tuo momento.
Ridotte in frantumi
l’ansia e la fretta
quotidiano tormento
potremo assaporare
le briciole del tempo.
Guarderai con i miei occhi
un piccolo mondo
fatto di niente.
Divideremo assieme
l’ultima pratolina
fiorita alle soglie del gelo.
Nei meriggi sereni
di questi giorni brevi
potremo riscaldarci
ai raggi obliqui finché
il fuoco del tramonto
ci incendierà gli sguardi.
Serberemo la gran luce
per la notte che incombe
e avremo sempre giorno.

 


Castagno antico

Paragono la nostra umana specie
a un castagno antico.
Nel vecchio ceppo
la cavità s’allarga
dove il legno marcito
si muta in terriccio.
In alto le frasche private
del vigore della linfa
pallide languiscono.
Ma rispunta accanto
al ramo esausto
un pollone ardito
splendente di foglie freschissime.
A giugno lunghe spighe fiorite
riempiranno il bosco
di effluvi intensi
e le api operose
celebreranno ancora
nuove nozze segrete.
Adesso in quel castagno antico
il mio ramo ingiallisce
mentre il tuo vigoroso pollone
fanciulla cara
teneramente fiorisce.

 


Albero vendemmiato

Fu per venticinque anni
dall’infanzia alla giovinezza
la mia dolce casa
carica di frutti
come un albero generoso
alcuni asprigni altri succosi.
Le mani avide del tempo
li staccarono golose.
L'albero vendemmiato
adesso si erge nodoso
privo di foglie
e di gemme da fiore.

 


Estatica meraviglia

Quando penetrerai
la dura scorza della melagrana
non so se brilleranno
di gioia più viva
i rubini preziosi
o i tuoi occhi giulivi.
Tripudiano le gemme
per la luce blanda
che le ravviva.
Esultano i tuoi occhi
per il magico tesoro
offerto alla tua estatica meraviglia.

 


Frutti di luce

Come una mamma
compiaciuta della grazia
giocosa dei figli
la pianta leggiadra del melograno
protende al sole
i rami gravati
del bene prezioso dei frutti
orgogliosa di ogni fiamma
che prorompe dalle bucce.
Soltanto ora che l’autunno cede
ai rigori di novembre
oseremo privarla
dell’eredità preziosa
per colmare i tuoi occhi vivi
di bagliori di luce.

 


Rubini accesi

Divampano nel verde
i frutti vermigli
del melograno
ormai saturo di sole.
Penetreremo assieme
caro piccino
lo scrigno geloso
a scoprire
l’intimo splendore.
Si mostreranno come
rubini accesi
gli innumerevoli grani succosi.
Per te saranno
manciate di giorni
sfolgoranti di attesa,
da gustare avido
con foga ansiosa.
Io ritroverò invece
meteore di sogni
che ancora insegue
l’ingenua memoria.

 


Hera argiva

Siede sul trono
maestosa e solenne
Hera argiva
la dea millenaria
compiaciuta della melagrana
che trattiene nella mano
offerta dai devoti fiduciosi.
Avranno gli oranti
prole numerosa
come i rubini accesi
che il frutto racchiude
sotto la membrana cuoiosa.
Mentre alla dea
spetterà la certezza
di regnare incontrastata
dentro un santuario rinnovato
sopra l’umanità bisognosa.

 


Il passero fedele

Ogni sera alle quattro
con un frullo leggero
si annuncia al melograno
la visita di un passero fedele.
Penetra sicuro
nell’intrico dei rami
e raggiunge una frasca
lambita dai raggi
obliqui del sole.
L’ospite giornaliero
non mendica cibo
dal cespuglio brullo
ma il riverbero infuocato
versato dal tramonto
che incendia l’orizzonte
dai monti al mare.
Finché divampa il rogo
anche il piumaggio oscuro
del passero diviene
una livrea festosa.
Forse anche la sua mente
esulta a contemplare
quando si chiude il giorno
il tramonto di porpora e d’oro.

 


Rituale antico

Si è impadronito il gelo
improvviso di novembre
anche del melograno.
Stillano i rami
nel freddo meriggio
gocce di foglie
a coprire il suolo
di lamine d’oro.
Prima che la notte
assedi nuovamente
i frutti indifesi
profanando gli scrigni
ricolmi di rubini
compiremo il rituale
antico dell’offerta.
Con cura devota
recideremo i penduli rametti
pensando ad Hera argiva
in attesa del trono.
Gradirà la provvida dea
il prezioso dono
e renderà feconda l
a terra al suo risveglio
e il genere nostro.

 


Rubini agognati

Mi furono compagne
nella primavera agitata
durante la mia sosta forzata
prima le gemme vermiglie
protette dalle foglie brevi
che i giorni visitati
dal tepore del sole
schiudevano a guisa
di calici fiammeggianti
e tutta la chioma
fu una ghirlanda sfolgorante.
Spargevano le api
volteggiando in larghi voli
sui pistilli infuocati
il polline fecondante.
Guardavo trepidante
ogni ovario denudato
dai petali sgargianti
a scoprire l’avvento di un frutto.
Sfiorivano rapide le corolle
seguite al suolo
dagli ovari estenuati
e il mio occhio diventava
ogni giorno più mesto.
Soltanto a giugno
quando nel cielo
il sole ardeva esultante
i rami trattennero alfine
la promessa dei frutti.
Nutrirono i mesi dell’estate
le melagrane rosse e dorate.
Ora le tue dita ingorde,
profanando la buccia colorata,
scopriranno i rubini agognati.

 


Topinambur

Per la tua festa
cara bimba gioiosa
ottobre veste
un abito splendido
di seta verdina
acceso a sprazzi
da serti di foglie
porpora e gialle.
Gli cinge il collo
l’oro prezioso
dei topinambur
raccolti all’alba.
Sorride tenero
al cielo sereno
velato appena
da un alone di perla.
Incede leggero
ad incontrarti
nell’aria azzurrina
i piedi intrisi
di molle rugiada.
Ti porge amico
la mano decisa
a condurti attraverso
un giorno festoso
fino al traguardo
del tuo undicesimo anno.

 


Dimentica del tempo

L’autunno ancora illude
nei meriggi sereni
coi crisantemi accesi
l’ingenuità della mente.
Corolle festose
si offrono beate
alle dita dei raggi
carezzevoli e liete.
Si destano farfalle
già da tempo sopite
a cingere di voli
i fiori eletti.
Dimentica del tempo
che implacabile declina
l’anima si affida
al fulgore dei serti.
Immemore dei giorni brevi
fiorisce improvvisa
di teneri sentimenti.
Illusione di sempre.

 


Il tempo più bello

Attendi ancora qualche giorno
e vedrai spalancarsi
gli occhi dei crisantemi
a cantarti un’altra volta
la gloria dell’autunno
già persuaso della fine.
Ti diranno quelli sguardi
traboccanti di luce
che il tempo più bello
giunge quando si muore.

 


Ultimi fiori

Ho visto estenuarsi
i narcisi e le viole
esaurendo in profumo
le corolle pensose.
L’infanzia trepidante
cedeva all’aprile
esultante di colori.
Ho visto languire
la freschezza delle rose
divorate dall’estate
ebbra di sole.
Dentro il fuoco perenne
la giovinezza ardeva
consumando l’amore.
Ho visto maturare
nel placido settembre
frutti succosi sopra
un ramo vigoroso.
L’albero cedeva
rinunciando alla chioma
la linfa preziosa.
Ho visto accendersi
nell’autunno nebbioso
dentro un angolo di cuore
gli ultimi fiori.
Attingerò alla luce
fino che il gelo
annienterà improvviso
i crisantemi d’oro.

 


Appagamento

Nove mesi di attesa
per la pianta asprigna
quasi una gestazione
celata nel profondo dello stelo.
Sola risposta
ai baci del sole
agli inviti del vento
il sospiro delle foglie
anelanti alla promessa.
Adesso nei giorni
prossimi alla fine
un trionfo di luce
invade i crisantemi
e il verde pallido
diventò fiamma
che rischiara il giorno
offuscato dai vapori.
Anche se breve il tempo
concesso alla fiorita
basta a placare l’ansia
che agitava la pianta.
Si infrangono i sigilli dei boccioli
ed ogni corolla schiusa
offre il colore del cielo
il profumo al vento
il polline agli ultimi insetti ingordi
e poi declina paga
esaurendosi nel dono
come ogni altro essere che ama.
E a poco a poco
amando muore.

 


Occhi di crisantemi

Nell’ottobre che declina
vedo schiudersi ancora
occhi di crisantemi
ridenti e giaIli.
Ci fisseremo a lungo
nel chiarore del mattino
umido di fredda rugiada.
Sarà il nostro linguaggio
una trama sottile
di raggi intrecciati
con l’aria azzurrina.
Io dirò la gioia
di incontrarsi di nuovo
dopo un’incerta attesa
durata un anno.
Essi realizzeranno la brama
di trasfondere la luce
che li pervade
dentro il mio sguardo
nido dell’anima.

 


Come un fiore luminoso

Riposa la mia anima
nei morbidi colori
dei crisantemi in fiore.
Mi rasserena gli occhi
il tenero rosa
dei petali nuovi.
Mi accende il cuore
il giallo festoso
dei serti luminosi.
Mi ristora la mente
il candore immacolato
delle corolle vaporose.
Sosteremo a lungo
sulla terrazza al sole
a scambiarci
accenti affettuosi.
Voi mi direte
il fremito che vi percorre
in fondo al calice
visitati
dalle api golose.
Io vi dirò la gioia
che mi invade
quando gli occhi si tuffano
nell’onda variopinta
di fiori e boccioli.
Assieme guarderemo
fluire le nostre vite
come un fiume luminoso.

 


Occhi luminosi

Ottobre che declina
a tratti sereno
e più sovente piovoso
elargisce con dovizia
le corolle variopinte
dei suoi fiori estremi.
Sono gialli, violetti, bianchi, rosa,
tutti colori intensi c
he la tenebra sconfinata
che precede la morte
mi tolse quando lo scorso autunno
sbocciavano rigogliosi.
Emergendo di nuovo alla vita
ritrovai con la luce
il verde che traspariva
dai recessi delle gemme
e poi ghirlande di fiori
promessa di frutti doviziosi.
Adesso a chiudere la stagione feconda
mi lambisce festosa
una marea di crisantemi
scarmigliati e selvaggi
per mancanza di cure
che un tempo offrivo copiose.
Eppure sommergono il verde
sotto una cascata di fiori.
Tutti questi occhi
accesi e luminosi
confortano il mio sguardo
dove ancora difetta il vigore.

 


Ad incontrar la notte

Discenderò
assieme all’autunno
incontro ai giorni
velati di nebbia.
Mattini tardi
e cieli bassi
ci priveranno
sempre più a lungo
del volto del sole.
Lo stillicidio lento
delle nubi rigonfie
spoglierà la stagione
della gloria dei colori
e la mia mente opaca
di pensieri festosi.
Lasciatemi almeno
l’estremo splendore
dei crisantemi gialli.
Mi sembrerà meno spenta
la giornata breve.

 


Umori segreti

Mia vita arborea
adesso affondi
nella stagione inerte
che prelude all’inverno.
Violente raffiche
di bora gelide
misero a nudo
l’intrico dei rami
e la corteccia svela
l’oltraggio degli anni.
Ormai lontano
si nega il sole
schermato dalle nubi
mentre la terra dorme
un sonno greve
percorso da brividi lunghi.
Custodisce scrigni
ermetici di squame
la speranza delle gemme
e quasi non le vedi
confuse col legno.
Mia anima verde
afflitta dal digiuno
solo spezzando un ramo
scopriranno
che gemi
umori segreti
e soffri
e vivi.

 


Tramonto

Adesso ci ripaga
del grigiore dell’attesa
il fuoco che dilaga
lungo il pendio del monte
quando il sole si attarda
nell’ora del tramonto
ai limiti dell’orizzonte
e al pallore del giorno
succede l’incendio
sfolgorante delle nubi.
Lambiscono le fiamme
la volta celeste
e mutano gli strati
grigi ed opachi
in getti di lava incandescente.
Precipita il sole
oltre l’orizzonte
e si dissolve
in un mare ardente.
Varcherà l’anima
la distesa infuocata
e toccherà la sponda
eletta a soggiorno
perenne della luce.

 


Senilità della terra

Autunno
senilità della terra
fiaccata dal calore.
I platani a Gradisca
immergono le fronde
dentro raggi di miele
succhiandone il colore.
Attorno alla chioma
a fargli da aureola
il violetto del cielo.
Il nimbo d’oro
nasconde allo sguardo
gli squarci profondi
inferti alle foglie
dal tempo impietoso.

 


Inviolabile sigillo

Allungando il passo
l’inverno incede
per raggiungere il solstizio.
Come stormi di uccelli
cacciati dal gelo
già migrarono le foglie
ad incontrare il suolo.
Giorno dopo giorno
le dissolve ora la brina.
Rabbrividendo i rami
affondano dentro una coltre grigia
le membra nude
in difesa delle gemme.
L’inviolabile sigillo
assieme ai fiori e alle foglie
protegge la tenue speranza
che ancora le nostre vite sorregge.

 


Incertezze del solstizio

Se la sferza del vento
libera il cielo
dalle nuvole grevi
resta a dicembre
assieme ai fiochi raggi
la luna del solstizio
bianca e innocente
affacciata a un cristallo trasparente
a compensare le giornate brevi.
Quando invece
ingombrano i pascoli del cielo
interminabili mandrie di nubi
sarà tolto al tempo estremo
l’esiguo chiarore
e affonderà la notte
dentro tenebre nere.
La penuria di luce
renderà faticoso
percorrere il tragitto
che conduce incontro al sole
emergente dagli abissi.

 


Ghirlande di neve

A fiorire di bianco
i tuoi quattro anni giulivi
volteggiando è discesa
nel silenzio dell’aria
furtiva la neve.
Si schiudono adagio
soffici corolle piumose
e rivestono i rami
del pesco e del susino
che la stagione tarda
aveva reso brulli.
Imploreremo adesso
clemenza al vento umido
perché i tuoi occhi
godano a lungo
dell’incanto prodigioso.
Chissà che il sole
sfuggito alle nubi
intrecci i suoi lunghi
capelli luminosi
ai candidi fiori
e ghirlanda sfarzosa
componga,
corona di sogni
alla tua infanzia gioiosa.

 


Nevicata

Questa notte la neve
ha fiorito di bianco
l’intero melograno.
Non è più una pianta
ma un ricamo eseguito
con un ago fatato
nel buio della notte,
mentre il mondo giaceva addormentato.
A svelarmi il cambiamento
è stato il silenzio
che avvolgeva infinito
l’ambiente esterno.
Ho sollevato la persiana
e l’incanto si è svelato.
Sono rimasta a contemplare
sorpresa e abbagliata
l’immobilità bianca.
Rientrata nel letto
che sostiene la mia ripresa lenta
ho ammirato le trine
sospese sui ciliegi
e riflesse nello specchio
dell’armadio che fronteggia
l’ampia finestra.
Ogni tanto cadeva
un frammento dell’intreccio
leggero come un fiocco.
I passeri non sono venuti
a frullare chiassosi
timorosi di quel bianco.
Soltanto alle undici
la cincia si è fatta coraggio.
E’ arrivata pigolando
sospinta dalla fame
a cercare una larva
frugando nel ricamo
ancora intatto.

 

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