Oh, ce gran biela vintura!...

Novella Cantarutti

Testi di tradizione orale tra il Meduna e le convalli

 

Editrice Leonardo
Pasian di Prato - maggio 2001


 

Presentazione

Sono pochi ormai i libri che hanno la fortuna di prendere forma lentamente, pensati e ripensati, rimasticati per anni.
La tradizione orale di Navarons e dei paesi vicini è fra le mani di Novella Cantarutti fin dall'inizio della sua attività di ricerca. Da allora, dalle prime inchieste di cinquant'anni fa, incontro dopo incontro, intervista dopo intervista, non solo la Cantarutti è andata arricchendo il quadro della cultura e della narrativa tradizionale di quel paese e degli altri suoi della Pedemontana, ma ha maturato anche in altre realtà un'esperienza di ricerca (tradotta con parsimonia, quasi con ritrosia, in
contributi scritti) che la rende una delle più competenti conoscitrici della cultura popolare friulana e in particolare del suo patrimonio di narrativa orale.
In questi anni abbiamo assistito a una vivace ripresa di interessi nei confronti della tradizione orale.
Sono state ripensate radicalmente la specificità della memoria come strumento di trasmissione culturale e le metodologie di utilizzo del ricordo da parte del ricercatore. Le fonti orali sono entrate a pieno titolo nel panorama della storiografia e della ricerca antropologica. La consapevolezza metodologica che ne è derivata ha permesso di rimediare al difetto principale degli studi di folklore più tradizionali, costretti fin dal loro sorgere, per la carenza di documenti scritti relativi alla cultura popolare, a far ricorso alla memoria di informatori; ma, a lungo, utilizzando la fonte orale con una sorta di 'realismo ingenuo', senza una chiara consapevolezza dello schermo deformante rappresentato dai processi e dai meccanismi di memorizzazione e dal loro richiamo nella situazione dell'intervista.
Anche se sfuggono ancora, se mai esistono, le leggi che regolano la diffusione dei testi orali nel tempo e nello spazio, in questi anni sono anche state meglio definite le caratteristiche di una produzione verbale che, dovendo affidare la propria continuità alla trasmissione orale, a questa necessità primaria legava i processi di formalizzazione e i procedimenti compositivi dei testi; quei procedimenti che rendono conto, fra l'altro, del 'sempre uguale sempre diverso', che rappresenta la caratteristica più evidente e immediata dell'invenzione per variazioni propria della narrativa popolare.
Sono stati approfonditi i fenomeni della circolazione culturale: il rapporto - quasi un gioco di rimbalzi - fra tradizione orale e tradizione scritta, fra testi scritti per essere letti individualmente e predisposti per essere invece letti a voce alta e ascoltati collettivamente, fra testi e immagini, fra tradizione orale e suo trasferimento in scrittura da parte dei ricercatori, con i fenomeni di ritorno che ne sono derivati e che sono documentati anche in questa raccolta. In particolare, superando una prospettiva filologica interessata alla sola ricostruzione delle dipendenze e dei legami fra testo e testo, l'attenzione è andata alle griglie di lettura, alle modalità di accoglimento dei testi di tradizione scritta nel contesto popolare, dove si affidava la continuità culturale ai rapporti faccia a faccia e i meccanismi dell'oralità. Menocchio aveva il mulino non lontano da Navarons, e la qualità della sua ricezione insegna: testi della tradizione scritta spesso radicalmente e creativamente reinterpretati, e comunque sempre trasformati nelle funzioni e nei significati.
Sul fronte più specifico degli studi sulla narrativa popolare, sono maturate, si sono confrontate e oggi coesistono con profitto diverse pratiche di analisi. Arrichita da una attenzione maggiore ai rapporti con la tradizione scritta e alla coerenza fra narrazioni, rituali e comportamenti formalizzati, più attenta a non privilegiare linee precostituite di diffusione, è rimasta viva la tradizione di studi storico geografica. Con tutti i loro limiti, anche gli indici per tipi e motivi hanno mostrato un'indubbia utilità; costituiscono ancora lo strumento preliminare indispensabile per avviare le ricerche comparative sulla diffusione, e di conseguenza per formulare deduzioni di qualche peso sulle caratteristiche specifiche delle tradizioni narrative locali.
Si sono meglio articolati il quadro delle analisi interessate alla logica che regge la disposizione alle strutture narrative (anche grazie alla elaborazione di indici centrati sulla concatenazione dei ruoli e delle funzioni entro i testi narrativi) e il quadro delle analisi interessate alla determinazione dei significati attraverso lo scioglimento della logica simbolica, dei sistemi di trasformazione, della combinazione dei temi.
L'attenzione al complesso simbolismo di cui è intessuto il narrare tradizionale ha sollecitato, su un altro fronte, anche una cura sempre maggiore nella determinazione dei contesti: dei contesti più genericamente culturali, di quelli sociali, dei contesti più propriamente linguistici o plurilingui. In questa direzione si sono mosse le ricerche che si sono sforzate di articolare meglio i vari livelli del piano dei significati (anche recuperando alcune suggestioni che venivano dagli studi psicoanalitici) e le ricerche che hanno privilegiato, rispetto ai temi dell'analisi testuale, le questioni della performance narrativa: i concreti narratori, i loro repertori e i loro stili, il rapporto fra narratori e diverse tipologie di ascoltatori, le occasioni del narrare e dell'ascoltare e il loro riflesso sui repertori, le relazioni fra i vari generi della tradizione orale (in riferimento alle classificazioni interne alla tradizione, non a quelle esterne degli etnologi) e fra questi e la tradizione scritta, fra narrazioni e credenze, fra narrazione e trasmissione dei repertori, fra tradizioni narrative e mezzi di comunicazione di massa.
Tutte queste pratiche di analisi (che hanno in comune almeno il superamento del pregiudizio etnocentrico che faceva ritenere al raccoglitore e all'editore di avere il diritto di manipolare i testi, ritenendosi 'l'ultimo anello della catena' della tradizione) presuppongono criteri rigorosi di raccolta e di edizione delle varianti e un uso accorto - con mille precauzioni - delle raccolte dei folkloristi del passato.
Anche in Italia, oltre alle pratiche di analisi, si tornano a pubblicare testi della tradizione orale; si torna a fare ricerca sul campo nel settore della narrativa tradizionale. Negli ultimissimi anni si sono avute ottime edizioni che si inseriscono nel lavoro di approfondimento cui si è accennato (i lavori e le raccolte curate da L. Beduschi, M. Anesa, E. Delitala, C. Rapallo, G. Barozzi, C. Lavinio, A. Milillo, P. Tabet, G. Venturelli, I. Sordi, D. Perco, per fare alcuni nomi soltanto). La discriminante fra produzione editoriale seria e produzione editoriale che anche in questo campo risponde (male, e magari con la presunzione di far bene) soltanto a esigenze di mercato, passa oggi più di ieri - oggi, che il raccontare deve fare i conti con altri e ben più potenti 'narratori' che uniscono le immagini alle parole e che lasciano all'ascoltatore, come possibilità di interazione, soltanto la scelta fra spegnere il pulsante o cambiar canale - attraverso il rispetto assoluto dei testi narrati, nella loro integrità. Si tratta di un rispetto che si configura, prima che come una questione di correttezza metodologica per arrivare a una interpretazione non mistificata dei significati, come una questione di correttezza etica. Condivido quanto scriveva Gastone Venturelli, introducendo una sua raccolta di testi narrativi toscani: "Pare assurdo, ma proprio i testi narrativi in prosa, quelli che più facilmente si presentano con l'impronta personale di chi li tramanda raccontandoli, sono i meno rispettati. È la parola negata: quando più di sempre le classi subalterne possono dare e riescono a dare una loro impronta al testo, ecco che lo si censura. E allora si traduce, si riscrive, si rielabora; si nega al narratore il diritto a una sua grammatica, a una sintassi, a un lessico, a uno stile".
Le parole di Venturelli potrebbero essere utilizzate come utile metro di giudizio anche per la tradizione di studi sulla narrativa tradizionale friulana.
Dopo la produzione letterario-pedagogica di Ferdinando del Torre e Caterina Percoto, dopo le edizioni più propriamente folkloriche apparse su "Pagine friulane" (con documentazione preziosa, ma - è inutile dire - ampliamente manipolata, anche nel caso dei raccoglitori più prolifici come Valentino Ostermann o Luigi Gortani), il primo consistente progresso negli studi di questo settore della cultura tradizionale si ebbe in Friuli fra le due guerre, con i primi tentativi di indagine sistematica avviati, con l'eccezione di Achille Tellini, nell'ambito della Società Filologica Friulana. A ripercorrere oggi il quadro dell'attività di ricerca di quegli anni, accanto alla constatazione dell'ampliamento quantitativo delle testimonianze, all'allargamento delle inchieste ad aree fin lì trascurate, ai primi tentativi di sintesi e alla felice interferenza in qualche caso con gli studi di carattere dialettologico (una interferenza che determinava un'attenzione più rispettosa verso il dettato dell'informatore), si ha però anche l'impressione di una sostanziale estraneità rispetto alle correnti di ricerca più avanzate in Europa. Resta emblematico lo sforzo di Delfo Zorzut per dare un taglio popolar- letterario scritto alle varianti orali raccolte; e ancor più emblematico, per il richiamo al pesante velo nazionalistico che gravò sull'ambiente culturale di quegli anni in una regione di confine come il Friuli, resta il silenzio di cui vennero circondati i lavori sulla narrativa regionale realizzati in ambito diverso da quello friulano, come i lavori di Baudouin de Courtenay e le Sagen aus Friaul und den Julischen Alpen di Anton von Mailly, che pure si era valso della collaborazione di Johannes Bolte.
Il salto di qualità avviene in Friuli solo con la generazione successiva, quella che inizia ad operare nel corso degli anni Quaranta e agli inizi degli anni Cinquanta, formatasi alla scuola di Vidossi, Santoli, Toschi e Cocchiara. A essa si deve il collegamento degli studi sulla narrativa tradizionale friulana con gli sviluppi italiani al più alto livello e con le correnti europee; è la generazione che avvia con più coerenza ricerche sistematiche, recepisce e applica la filologia specifica dei testi orali, approfondisce la relazione fra testi orali e fonti scritte, realizza i primi e preliminari strumenti di classificazione, stringe una rete di collaborazione con studiosi di altre aree (l'esperienza di 'Alpes Orientales'), tesse una prima rete di collaboratori locali preparati anche attraverso il radicamento nelle università (Gaetano Perusini e Gianfranco D'Aronco), avviando molti giovani alla ricerca sui repertori orali attraverso le tesi di laurea.
Con i suoi contributi, e per il legame di collaborazione stretto con Gaetano Perusini, Novella Cantarutti si inserisce in questo quadro di profondo rinnovamento. Lo si desume anche dalla raccolta che si pubblica qui: cura nell'edizione dei testi e nell'indicazione delle caratteristiche delle fonti, rispetto per gli informatori tradotto nel rifiuto rigoroso di ogni forma di manipolazione, preoccupazione di moltiplicare quanto più possibile le varianti, attenzione a mantenere il distacco necessario al ricercatore anche nei confronti di situazioni e informatori coinvolgenti, collocazione dei testi nel quadro comparativo internazionale attraverso l'utilizzo degli indici di tipi e motivi. Ma lo sforzo di andar oltre il piano documentario rispettando rigorosamente informatori e testi, fa sì che questa raccolta aggiunga anche qualche altro fatto nuovo nel panorama degli studi sulla narrativa tradizionale in lingua friulana.
Una norma codificata dai manuali di ricerca etnografica sconsiglia dall'utilizzare come informatori persone cui il ricercatore sia troppo legato; per fortuna anche in etnografia accade talvolta che a dare buoni risultati sia la trasgressione delle regole. L'aver posto al centro della raccolta il repertorio narrativo della madre, l'averlo lasciato decantare, l'averlo poi ripreso e ripensato nel confronto con i repertori di altre donne, di altre famiglie di Navarons e dei paesi vicini, consente a Novella Cantarutti due risultati importanti: cogliere l'aspetto selettivo che è proprio di ciascun repertorio narrativo, ai diversi livelli (repertorio individuale, familiare, di cortile, di paese, di valle); allargare lo sguardo ai repertori meno vistosi, meno 'professionali' (da veglia), ma più diffusi e incisivi perché propri della trasmissione più quotidiana che avveniva fra le mura di casa come parte del processo di inculturazione.
Fra i tratti più deludenti di tante recenti edizioni di narrativa popolare in Friuli c'è anche la mancata considerazione di questo aspetto. Si forniscono testi di vari informatori e si presentano come il quadro narrativo di una certa località, di un certo paese, dando per scontata una omogeneità che è invece artificiale, frutto di inchieste superficiali, non ripetute e protratte nel tempo.
La tradizione narrativa preesiste al narratore (preesiste poi, doppiamente, al momento dell'incontro fra narratore e ricercatore); chi racconta - comunque si collochi nei confronti della tradizione da cui dipende, con atteggiamento innovativo o ripetitivo - opera un processo di selezione, ritaglia un proprio repertorio e via via lo trasforma e adatta, definisce il ritaglio che gli è più congeniale all'interno dei processi di selezione già operati dagli altri narratori che sono stati la sua fonte.
La classificazione dei testi, la loro collocazione nelle caselle di un indice internazionale e le operazioni conseguenti di comparazione sono possibili anche a tavolino, anche a distanza, possono essere condotte e perfezionate anche da persone che ignorino il contesto delle narrazioni sottoposte ad analisi. Non è possibile, invece, a tavolino e a distanza la ricerca sulle caratteristiche e sulle ragioni dei processi di selezione che costituiscono il cuore del problema per la tradizione orale, per la definizione della sua specificità, per la sua trasmissione e la sua possibilità di tenuta e durata.
Si sarebbero potuti raccontare altri testi e in altro modo, e invece sono stati raccontati proprio questi e con queste modalità: solo la ricerca che riesce a cogliere questo livello - il livello della selezione, della scelta - può dar conto della specificità della tradizione narrativa di un luogo, del rapporto fra identità e diversità che la narrativa orale pone in maniera prepotente. Per sciogliere il nodo occorre saper restituire agli informatori la loro propria storia, le loro relazioni, il loro rapporto con la tradizione e con l'ambiente. A questo modo soltanto acquistano significato le mille parole trasmesse e raccontate quasi esclusivamente da donne in paesi della montagna che, come Navarons, erano coniugati quasi esclusivamente al femminile. Ed ecco la specificità di questo repertorio, rispetto a quelli di altre aree del Friuli: un repertorio che colpisce per l'essenzialità del dettato, per la morale severa, per la capacità di ironia tagliente. Le donne di quella parte di montagna erano proprio così.
E così acquista anche senso la riproposta del loro repertorio di narrazioni: oggi, dopo il processo di disgregazione che ha colpito i paesi della montagna e l'universo di parole e di storie che per secoli l'hanno vestita e resa familiare. (1986).

Quindici anni dopo Novella Cantarutti ci regala questa ristampa allargata di "Oh, ce gran biela vintura!...". Alla presentazione di allora mi piace aggiungere alcune osservazioni.
La prima edizione del volume, edito nell'ambito dell'allora comune e vivace esperienza di "Metodi e Ricerche", è stata di grande stimolo per l'ulteriore salto di qualità compiuto da numerosi giovani ricercatori della regione nel settore della narrativa di tradizione orale. Il volume è divenuto un ottimo modello per altre numerose monografie dedicate a repertori familiari e a repertori di paese; è stato un utile punto di riferimento comparativo per le analisi più particolari condotte sul tema dei rapporti fra narrazioni e ambiente e fra narrazioni e credenze; a esso hanno fatto riferimento anche delle ottime esperienze di reinterpretazione della tradizione in ambito didattico
. In questi mesi abbiamo condiviso la scelta dell'autrice di aggiungere, nella seconda edizione, una parte almeno della ricchissima documentazione etnografica e linguistica da lei raccolta su quest'area della montagna friulana. I testi di narrativa ne vengono arricchiti, ma soprattutto si arricchisce l'immagine della straordinaria originalità e capacità creativa di quella cultura popolare, durata nel tempo anche in forza del restare aggrappata ai propri specifici modi di dire, ai versi delle sue orazioni tradizionali, ai personaggi e alla morale di tante piccole storie ripetute e riascoltate. Viviamo una stagione che destina normative nuove e nuove risorse per la tutela e la salvaguardia del friulano; a me pare che il libro - e l'autrice (una 'signora della parola' che non ha mai smesso di frequentare con umiltà la scuola di parole della sua gente) - siano la miglior prova che la speranza di vitalità per il friulano non ha altra strada che tenere a cuore la straordinaria vitalità creativa delle varianti locali del friulano, costruendo un modello aperto, 'plurale', originale e innovativo di tutela e di rilancio. Ma poi ecco subito la contraddizione: alla forza suggestiva di queste costruzioni fatte di parole si contrappone il vuoto degli edifici di sasso e malta entro cui hanno risuonato, l'abbandono dei prati e dei sentieri con cui erano consonanti. Una contraddizione lacerante.
La prima edizione aveva alle spalle, come spinta interiore di salvaguardia e richiamo, l'esperienza distruttiva del terremoto del 1976 e la difficile e contraddittoria esperienza della ricostruzione nei paesi della montagna del Friuli occidentale. Posso ben dire che "Oh, ce gran biela vintura!..." è stato l'edificio ricostruito allora con cura, pietra su pietra, da Novella Cantarutti - da lei che non ha una casa materiale propria - e restituito al suo paese.
Oggi la situazione è più complessa. Ancora una volta, negli ultimissimi anni, la narrativa tradizionale è tornata in vetrina; ma, significativamente, sono venuti in primo piano i testi relativi alle leggende di credenza, quelli che si facevano rientrare un tempo nel settore della 'mitologia popolare'. Alla ricerca rigorosa in quest'ambito, con il contributo importante della stessa Cantarutti, ha corrisposto sempre più su altri piani un interesse superficiale e distorcente; sintomo certo di nuove curiosità e forse di bisogni autentici, ma interesse spesso privo degli strumenti minimi per valutare le testimonianze e distinguere non solo, per dir così, l'originale dalle copie, ma neppure ciò che è tradizione dalle rielaborazioni brutalmente artificiose e interessate. Il 'consumismo del folklore' che è venuto avanzando per ragioni banalmente commerciali talvolta, e oggi sempre più nuovamente per ragioni ideologiche, costituisce una sorta di nuovo e subdolo terremoto che rischia di mandare in discarica ciò che le generazioni precedenti hanno costruito. E anche stavolta Novella Cantarutti, con caparbietà e rabbia, si è rimessa a ricostruire, per restituircela, la casa di parole dei suoi antenati.

Gian Paolo Gri

 


 

Il vasetto d'oro

C’era una volta un uomo con la moglie, vecchierelli, vissuti sempre nel bosco, nella loro casetta. Maledivano sempre Adamo ed Eva perché dicevano che sarebbero stati anche loro due felici nel Paradiso terrestre, se Eva non avesse convinto Adamo a commettere il peccato.
Un giorno, passa da quelle parti un vecchio col bastone, un bel vecchio.
“Che fate qua?” domanda.
“Per colpa dei nostri genitori Adamo ed Eva siamo qua, mentre potremmo essere nel Paradiso a godere”.
Dice loro il vecchio:
“Venite con me! “.
E li conduce in una bella casina dove c’era tutto quello che potevano desiderare, un paradiso.
“State attenti” raccomanda il vecchio “avete una cosa sola da fare e vi avverto di obbedire: c’è questo bel vasetto d’oro in mezzo a questa tavola, ma voi dovete guardarvi dall’alzare il coperchio per vedere che cosa contiene, altrimenti tornerete nel bosco”. Loro hanno promesso e lo hanno ringraziato.
Va via un anno, ma ogni giorno la donna si domandava:
“Che cosa conterrà mai questo vasetto d’oro?“.
Il marito l’acquetava:
“Che cosa importa saperlo a noi che abbiamo tutto quello che ci serve e non ci occorre nulla? Il vecchio ci ha comandato così e noi dobbiamo ubbidire”.
Ma un giorno, mentre tornava dal giardino con rose e fiori, la donna chiama il marito e, detto e fatto, solleva solo un poco il coperchio del vaso d’oro: scappa via come il fumo un topolino.
“Adesso abbiamo fatto il malanno! “.
Cominciano a piangere e, mentre si lamentano, compare il vecchio.
“Ecco!” ha detto “Avete tanto maledetto Adamo ed Eva, e voi vi siete comportati allo stesso modo: come loro sono stati cacciati dal Paradiso terrestre, così voi tornate nel vostro bosco”.

 

Il vasut di oru

Al era ’na volta un om e una femina, vicjùs, ch’a’ erin stâs simpri tal bosc, ta la sô cjasuta. A’ maladivin simpri Adam e Eva parcé ch’a’ disevin ch’a’ saressin stâs encja lour tal Paradîis terestre, se Eva a’ nai vés fat fâ a Adam il pecjât.
‘Na dì a’ passa par ‘ì un vecju, cui baston, un biel vecju.
“Ce fasevo chì?” ai dîs.
“Colpa i nestris gjenitours Adam e Eva j’ sin uchìi, chi podaressin jessi tal Paradîs a gjoldi”.
Il vecju ai dîs:
“Vignéit cun me”.
E al ju mena tuna biela cjasina indulà ch’al era dut ce ch’a’ volevin, un paradîs.
“Vuardait mo” ai racomanda il vecju “’chi j’ veis dome ’na roba da fâ; j’ vi vìsi da ubidì: al é ’stu biel vasùt di oru, tal miec’ di ’sta tavala, ma voaitris j’ na veis mai da tirâ su il cuvierti par jodi ce ch’al é drenti, se no i tornais tal bosc”. Lour ai àn imprumitût e a’ lu àn ringrassiât.
A’ va via un an, ma ogni dì la femina ’a diseva:
“Cui sa mai ce ch’al é ta ’stu vâs di oru?“.
L’om al la cujetava:
“Ce si covente a nô chi vin dut ce chi vulìn e a’ na si coventa nuja? Il vecju al si à comandât cussì e no j’ vin da ubidî”.
Ma una dì ch’a tornava su dal zardin cun rosi’ e flours, la femina ’a clama l’om e, dit e fat, ’a tira su dome un ninìn il cuvierti dal vâs di oru: ’a scjampa via come il fum ’na surisuta picinina.
“Adés mo j’ vin fat la malandreta! ”.
A’ ti scumìncin a vaî e, bel ch’a’ vàin, al comparìs il vecju.
“Cjò mo!” ai à dit “J’ veis tant maladît Adam e Eva, e voaitris j’ veis fat compagn: come che lour a’ son vignûs via dal Paradîs, cussì voaitris j’ tornais tal vuestri bosc”.

 


Oh, ce gran biela vintura!...

È un canto singolarmente fresco che rientra nel genere delle pastorali, Oh, ce gran biela vintura!... La prima informatrice è anche la sola che mi diede un testo che sembra non proprio lontano da un ipotetico originale, almeno a giudicare dallo schema metrico mantenuto (in origine probabilmente quartine di ottonari AABB) per gran parte del componimento, e dalla conservazione, se non di tutte, di molta parte delle rime, in ogni caso accomodate in assonanza.

Il testo è lacunoso, l’informatrice però rammenta il contenuto dei versi che non è in grado di recuperare, perciò la sequenza dei fatti riguardanti la biela vintura, la festa di angeli e pastori che incorona la nascita di Gesù Bambino, il viaggio e la visita dei Re Magi, è, a un dipresso, riconducibile ai Vangeli Sinottici (Matteo, II, l-14; Luca, II, 13-20). Risulta invece anomalo, pur inserendosi nella vicenda della fuga in Egitto l’incontro con Elisabetta che avviene, secondo i testi canonici, prima della nascita di Cristo; esso non ha riscontro neppure nei Vangeli Apocrifi.

 

 

Oh, ce gran biela vintura!...

Oh, ce gran biela vintura
ch’j’ ài vidût in clâr di luna,
mintri ch’j eri al gno balcon
ch’j’ fasevi orassion!
J’ ài judût la biela stela
dal soreli ‘a era pi biela
ch’a coreva in Betlem
cu l’arcangjelo Gabriel
a jodi intor di chê stala
santi angjeli che cantava
ch’a fasevin tanta ligria
‘Al é nassût il re Missìa.’
Son tre rês che lour cjamina,
la spilunca ’a si vissìna,
entrin drenti di chê stala
mâl cuèrta e spalancada
a’ si bùtin in genoglon,
scumìncin a fa orassion.
‘O vos, cara Virgjnela,
deimi in ca la biela stela,
ch’j la possi braciolâ,
ch’j’ mi sinti consolâ.
Un regâl puartât
par segnâl di umiltât.
[....]
E da vô na si partìn
se a na si racomandìn.’

Oh, quale gran bella ventura!...

Oh, quale gran bella ventura
ho visto al chiarore della luna,
mentre ero alla finestra
a pregare!
Ho visto la bella stella [Venere]
era più bella del sole
e correva verso Betlem
con l’arcangelo Gabriele
a vedere intorno a quella stalla
i santi angeli che cantavano
e facevano grande allegria.
‘E nato il Messia’.
Sono tre re che camminano,
la spelonca si avvicina,
entrano dentro quella stalla
mal coperta e spalancata
si prostrano in ginocchio,
cominciano a pregare.
‘Oh, voi, cara Verginella,
porgetemi la bella stella,
che io possa cullarla,
che mi senta consolare.
Un regalo portato
come segno d’umiltà.

E da voi non ci partiamo
se a voi non ci raccomandiamo.’

L’informatrice, a questo punto e più avanti, non ricorda i versi, bensì il loro significato.
“I re Magjos a’ partìssin, a’ s’indurmindìssin e co’ a’ si svèin a’ s’inecuargin ch’a àn fat ducju tre chel istès sum: il Signour al ju visa da tornâ a cjasa par n’âtra strada”
(I re Magi partono, si addormentano, ma al risveglio, s’accorgono di avere fatto tutti e tre lo stesso sogno: il Signore li avverte di tornare a casa per altra via.)

‘Ven l’arcangjelo Gabriel,
dà l’avis a sant Iséf,
ch’al dovés partî ben prest
e ch’al vadi in Egjt
par scjampâ chel gran dilìt.
Quant ch’a fòrin a miegia strada
dai sassìns ’a fo fermada.
Viene l’arcangelo Gabriele,
avvisa san Giuseppe,
che deve partire ben presto
e andare in Egitto
per sfuggire a quel gran delitto.
Quando furono a mezzo il cammino
fu fermata dagli assassini.

"I sassins a puartin via il mus e la roba. Il Bambin Gjsù al ti vuardava fis tai voi il capu dai sassìns e lui al cola in genoglon e al si met a prea la Madona"
(Gli assassini s’impossessano dell’asino e della roba. Il Bambino Gesù guardava fisso negli occhi il capo degli assassini e lui cade in ginocchio e prega la Madonna

O Virgjnela mia,
dami in brac’chê biela stela
ch’j la possi braciolâ,
ch’j mi sinti consolâ.’
‘Oh, mia Verginella,
dammi in braccio quella bella stella
che io possa cullarla,
che mi senta consolare.’

"I sassìns a tòrnin dut ce ch'ai vèvin puartât via"
(Gli assassini rendono tutto quello che avevano trafugato.)

In pantòfal [sic] fo clamada,
trista int scelerada.
Ven la not, na san ce fâ.
A’domàndin da logiâ,
ma nissun ju à vulûs,
su la placia come i pirdûs.
La Madona:
‘Chesta not ce si à da fâ,
che il Bambin si murirà
tra da fan e buera e freit,
cencia cuèrs in tanta neif.’
Fin al dì che Diu ’i paré,

lu vedérin cun gran plasé;
a’ si métin a cjaminâ
che in Egjt a’ àn da rivâ.
[termine privo di senso] fu chiamata,
cattiva gente scellerata.
Viene la notte, non sanno cosa fare.
Domandano da alloggiare,
ma nessuno li ha voluti,
sulla piazza come i disperati.
La Madonna:
‘Questa notte che si farà,
che il Bambino ci morirà
tra fame e vento e freddo,
senza riparo in tanta neve’.
Fino al [nascere del] giorno, come
a Dio piacque,
lo videro con grande gioia;
riprendono il cammino
perché devono arrivare in Egitto.

“In Egjt a’ s’incòntrin cun santa Lisabeta”.
(In Egitto s’incontrano con santa Elisabetta.)

Santa Lisabeta:
‘Ti saludi, cjara sour,
ti saludi di bon cour,
ti saludi, sour Maria,
tu se’ la mari dal re Missia,
tu se’ la mari dal Signour,
tu se’ la mari dal Redentour!‘
La Madona:
‘J’ sei partida da cjasa mê,
podéis credi ce displasé:
re Erode, cun grant rigour,
va cirint dal Redentour,
par volelu fa murî.
Oh, passion dal gno cjâr fî!
Sin salvâs a salvament
ducju tre cun gran content.
Oh, imparait chesta orassion
che di Gjsù vareis il perdon’. .
Santa Elisabetta:
‘Ti saluto cara sorella,
ti saluto di buon cuore,
ti saluto, sorella Maria,
sei la madre del re Messia,
sei la madre del Signore,
sei la madre del Redentore!’.
La Madonna:
Sono partita da casa mia,
potete credere con quale dispiacere:
il re Erode, con grande rigore,
va cercando il Redentore,
perché vuole farlo morire.
Oh, passione del mio caro figlio!
Siamo giunti al sicuro
tutti e tre con grande gioia.
Oh, imparate questa orazione
che avrete di Gesù il perdono’.

 

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