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Presentazione
Sono pochi ormai i libri che hanno la
fortuna di prendere forma lentamente, pensati e ripensati, rimasticati
per anni.
La tradizione orale di Navarons e dei paesi vicini è
fra le mani di Novella Cantarutti fin dall'inizio della sua
attività di ricerca. Da allora, dalle prime inchieste
di cinquant'anni fa, incontro dopo incontro, intervista dopo
intervista, non solo la Cantarutti è andata arricchendo
il quadro della cultura e della narrativa tradizionale di quel
paese e degli altri suoi della Pedemontana, ma ha maturato anche
in altre realtà un'esperienza di ricerca (tradotta con
parsimonia, quasi con ritrosia, in contributi scritti)
che la rende una delle più competenti conoscitrici della
cultura popolare friulana e in particolare del suo patrimonio
di narrativa orale.
In questi anni abbiamo assistito a una vivace ripresa di interessi
nei confronti della tradizione orale.
Sono state ripensate radicalmente la specificità della
memoria come strumento di trasmissione culturale e le metodologie
di utilizzo del ricordo da parte del ricercatore. Le fonti orali
sono entrate a pieno titolo nel panorama della storiografia
e della ricerca antropologica. La consapevolezza metodologica
che ne è derivata ha permesso di rimediare al difetto
principale degli studi di folklore più tradizionali,
costretti fin dal loro sorgere, per la carenza di documenti
scritti relativi alla cultura popolare, a far ricorso alla memoria
di informatori; ma, a lungo, utilizzando la fonte orale con
una sorta di 'realismo ingenuo', senza una chiara consapevolezza
dello schermo deformante rappresentato dai processi e dai meccanismi
di memorizzazione e dal loro richiamo nella situazione dell'intervista.
Anche se sfuggono ancora, se mai esistono, le leggi che regolano
la diffusione dei testi orali nel tempo e nello spazio, in questi
anni sono anche state meglio definite le caratteristiche di
una produzione verbale che, dovendo affidare la propria continuità
alla trasmissione orale, a questa necessità primaria
legava i processi di formalizzazione e i procedimenti compositivi
dei testi; quei procedimenti che rendono conto, fra l'altro,
del 'sempre uguale sempre diverso', che rappresenta la caratteristica
più evidente e immediata dell'invenzione per variazioni
propria della narrativa popolare.
Sono stati approfonditi i fenomeni della circolazione culturale:
il rapporto - quasi un gioco di rimbalzi - fra tradizione orale
e tradizione scritta, fra testi scritti per essere letti individualmente
e predisposti per essere invece letti a voce alta e ascoltati
collettivamente, fra testi e immagini, fra tradizione orale
e suo trasferimento in scrittura da parte dei ricercatori, con
i fenomeni di ritorno che ne sono derivati e che sono documentati
anche in questa raccolta. In particolare, superando una prospettiva
filologica interessata alla sola ricostruzione delle dipendenze
e dei legami fra testo e testo, l'attenzione è andata
alle griglie di lettura, alle modalità di accoglimento
dei testi di tradizione scritta nel contesto popolare, dove
si affidava la continuità culturale ai rapporti faccia
a faccia e i meccanismi dell'oralità. Menocchio aveva
il mulino non lontano da Navarons, e la qualità della
sua ricezione insegna: testi della tradizione scritta spesso
radicalmente e creativamente reinterpretati, e comunque sempre
trasformati nelle funzioni e nei significati.
Sul fronte più specifico degli studi sulla narrativa
popolare, sono maturate, si sono confrontate e oggi coesistono
con profitto diverse pratiche di analisi. Arrichita da una attenzione
maggiore ai rapporti con la tradizione scritta e alla coerenza
fra narrazioni, rituali e comportamenti formalizzati, più
attenta a non privilegiare linee precostituite di diffusione,
è rimasta viva la tradizione di studi storico geografica.
Con tutti i loro limiti, anche gli indici per tipi e motivi
hanno mostrato un'indubbia utilità; costituiscono ancora
lo strumento preliminare indispensabile per avviare le ricerche
comparative sulla diffusione, e di conseguenza per formulare
deduzioni di qualche peso sulle caratteristiche specifiche delle
tradizioni narrative locali.
Si sono meglio articolati il quadro delle analisi interessate
alla logica che regge la disposizione alle strutture narrative
(anche grazie alla elaborazione di indici centrati sulla concatenazione
dei ruoli e delle funzioni entro i testi narrativi) e il quadro
delle analisi interessate alla determinazione dei significati
attraverso lo scioglimento della logica simbolica, dei sistemi
di trasformazione, della combinazione dei temi.
L'attenzione al complesso simbolismo di cui è intessuto
il narrare tradizionale ha sollecitato, su un altro fronte,
anche una cura sempre maggiore nella determinazione dei contesti:
dei contesti più genericamente culturali, di quelli sociali,
dei contesti più propriamente linguistici o plurilingui.
In questa direzione si sono mosse le ricerche che si sono sforzate
di articolare meglio i vari livelli del piano dei significati
(anche recuperando alcune suggestioni che venivano dagli studi
psicoanalitici) e le ricerche che hanno privilegiato, rispetto
ai temi dell'analisi testuale, le questioni della performance
narrativa: i concreti narratori, i loro repertori e i loro stili,
il rapporto fra narratori e diverse tipologie di ascoltatori,
le occasioni del narrare e dell'ascoltare e il loro riflesso
sui repertori, le relazioni fra i vari generi della tradizione
orale (in riferimento alle classificazioni interne alla tradizione,
non a quelle esterne degli etnologi) e fra questi e la tradizione
scritta, fra narrazioni e credenze, fra narrazione e trasmissione
dei repertori, fra tradizioni narrative e mezzi di comunicazione
di massa.
Tutte queste pratiche di analisi (che hanno in comune almeno
il superamento del pregiudizio etnocentrico che faceva ritenere
al raccoglitore e all'editore di avere il diritto di manipolare
i testi, ritenendosi 'l'ultimo anello della catena' della tradizione)
presuppongono criteri rigorosi di raccolta e di edizione delle
varianti e un uso accorto - con mille precauzioni - delle raccolte
dei folkloristi del passato.
Anche in Italia, oltre alle pratiche di analisi, si tornano
a pubblicare testi della tradizione orale; si torna a fare ricerca
sul campo nel settore della narrativa tradizionale. Negli ultimissimi
anni si sono avute ottime edizioni che si inseriscono nel lavoro
di approfondimento cui si è accennato (i lavori e le
raccolte curate da L. Beduschi, M. Anesa, E. Delitala, C. Rapallo,
G. Barozzi, C. Lavinio, A. Milillo, P. Tabet, G. Venturelli,
I. Sordi, D. Perco, per fare alcuni nomi soltanto). La discriminante
fra produzione editoriale seria e produzione editoriale che
anche in questo campo risponde (male, e magari con la presunzione
di far bene) soltanto a esigenze di mercato, passa oggi più
di ieri - oggi, che il raccontare deve fare i conti con altri
e ben più potenti 'narratori' che uniscono le immagini
alle parole e che lasciano all'ascoltatore, come possibilità
di interazione, soltanto la scelta fra spegnere il pulsante
o cambiar canale - attraverso il rispetto assoluto dei testi
narrati, nella loro integrità. Si tratta di un rispetto
che si configura, prima che come una questione di correttezza
metodologica per arrivare a una interpretazione non mistificata
dei significati, come una questione di correttezza etica. Condivido
quanto scriveva Gastone Venturelli, introducendo una sua raccolta
di testi narrativi toscani: "Pare assurdo, ma proprio i
testi narrativi in prosa, quelli che più facilmente si
presentano con l'impronta personale di chi li tramanda raccontandoli,
sono i meno rispettati. È la parola negata: quando più
di sempre le classi subalterne possono dare e riescono a dare
una loro impronta al testo, ecco che lo si censura. E allora
si traduce, si riscrive, si rielabora; si nega al narratore
il diritto a una sua grammatica, a una sintassi, a un lessico,
a uno stile".
Le parole di Venturelli potrebbero essere utilizzate come utile
metro di giudizio anche per la tradizione di studi sulla narrativa
tradizionale friulana.
Dopo la produzione letterario-pedagogica di Ferdinando del Torre
e Caterina Percoto, dopo le edizioni più propriamente
folkloriche apparse su "Pagine friulane" (con documentazione
preziosa, ma - è inutile dire - ampliamente manipolata,
anche nel caso dei raccoglitori più prolifici come Valentino
Ostermann o Luigi Gortani), il primo consistente progresso negli
studi di questo settore della cultura tradizionale si ebbe in
Friuli fra le due guerre, con i primi tentativi di indagine
sistematica avviati, con l'eccezione di Achille Tellini, nell'ambito
della Società Filologica Friulana. A ripercorrere oggi
il quadro dell'attività di ricerca di quegli anni, accanto
alla constatazione dell'ampliamento quantitativo delle testimonianze,
all'allargamento delle inchieste ad aree fin lì trascurate,
ai primi tentativi di sintesi e alla felice interferenza in
qualche caso con gli studi di carattere dialettologico (una
interferenza che determinava un'attenzione più rispettosa
verso il dettato dell'informatore), si ha però anche
l'impressione di una sostanziale estraneità rispetto
alle correnti di ricerca più avanzate in Europa. Resta
emblematico lo sforzo di Delfo Zorzut per dare un taglio popolar-
letterario scritto alle varianti orali raccolte; e ancor più
emblematico, per il richiamo al pesante velo nazionalistico
che gravò sull'ambiente culturale di quegli anni in una
regione di confine come il Friuli, resta il silenzio di cui
vennero circondati i lavori sulla narrativa regionale realizzati
in ambito diverso da quello friulano, come i lavori di Baudouin
de Courtenay e le Sagen aus Friaul und den Julischen Alpen di
Anton von Mailly, che pure si era valso della collaborazione
di Johannes Bolte.
Il salto di qualità avviene in Friuli solo con la generazione
successiva, quella che inizia ad operare nel corso degli anni
Quaranta e agli inizi degli anni Cinquanta, formatasi alla scuola
di Vidossi, Santoli, Toschi e Cocchiara. A essa si deve il collegamento
degli studi sulla narrativa tradizionale friulana con gli sviluppi
italiani al più alto livello e con le correnti europee;
è la generazione che avvia con più coerenza ricerche
sistematiche, recepisce e applica la filologia specifica dei
testi orali, approfondisce la relazione fra testi orali e fonti
scritte, realizza i primi e preliminari strumenti di classificazione,
stringe una rete di collaborazione con studiosi di altre aree
(l'esperienza di 'Alpes Orientales'), tesse una prima rete di
collaboratori locali preparati anche attraverso il radicamento
nelle università (Gaetano Perusini e Gianfranco D'Aronco),
avviando molti giovani alla ricerca sui repertori orali attraverso
le tesi di laurea.
Con i suoi contributi, e per il legame di collaborazione stretto
con Gaetano Perusini, Novella Cantarutti si inserisce in questo
quadro di profondo rinnovamento. Lo si desume anche dalla raccolta
che si pubblica qui: cura nell'edizione dei testi e nell'indicazione
delle caratteristiche delle fonti, rispetto per gli informatori
tradotto nel rifiuto rigoroso di ogni forma di manipolazione,
preoccupazione di moltiplicare quanto più possibile le
varianti, attenzione a mantenere il distacco necessario al ricercatore
anche nei confronti di situazioni e informatori coinvolgenti,
collocazione dei testi nel quadro comparativo internazionale
attraverso l'utilizzo degli indici di tipi e motivi. Ma lo sforzo
di andar oltre il piano documentario rispettando rigorosamente
informatori e testi, fa sì che questa raccolta aggiunga
anche qualche altro fatto nuovo nel panorama degli studi sulla
narrativa tradizionale in lingua friulana.
Una norma codificata dai manuali di ricerca etnografica sconsiglia
dall'utilizzare come informatori persone cui il ricercatore
sia troppo legato; per fortuna anche in etnografia accade talvolta
che a dare buoni risultati sia la trasgressione delle regole.
L'aver posto al centro della raccolta il repertorio narrativo
della madre, l'averlo lasciato decantare, l'averlo poi ripreso
e ripensato nel confronto con i repertori di altre donne, di
altre famiglie di Navarons e dei paesi vicini, consente a Novella
Cantarutti due risultati importanti: cogliere l'aspetto selettivo
che è proprio di ciascun repertorio narrativo, ai diversi
livelli (repertorio individuale, familiare, di cortile, di paese,
di valle); allargare lo sguardo ai repertori meno vistosi, meno
'professionali' (da veglia), ma più diffusi e incisivi
perché propri della trasmissione più quotidiana
che avveniva fra le mura di casa come parte del processo di
inculturazione.
Fra i tratti più deludenti di tante recenti edizioni
di narrativa popolare in Friuli c'è anche la mancata
considerazione di questo aspetto. Si forniscono testi di vari
informatori e si presentano come il quadro narrativo di una
certa località, di un certo paese, dando per scontata
una omogeneità che è invece artificiale, frutto
di inchieste superficiali, non ripetute e protratte nel tempo.
La tradizione narrativa preesiste al narratore (preesiste poi,
doppiamente, al momento dell'incontro fra narratore e ricercatore);
chi racconta - comunque si collochi nei confronti della tradizione
da cui dipende, con atteggiamento innovativo o ripetitivo -
opera un processo di selezione, ritaglia un proprio repertorio
e via via lo trasforma e adatta, definisce il ritaglio che gli
è più congeniale all'interno dei processi di selezione
già operati dagli altri narratori che sono stati la sua
fonte.
La classificazione dei testi, la loro collocazione nelle caselle
di un indice internazionale e le operazioni conseguenti di comparazione
sono possibili anche a tavolino, anche a distanza, possono essere
condotte e perfezionate anche da persone che ignorino il contesto
delle narrazioni sottoposte ad analisi. Non è possibile,
invece, a tavolino e a distanza la ricerca sulle caratteristiche
e sulle ragioni dei processi di selezione che costituiscono
il cuore del problema per la tradizione orale, per la definizione
della sua specificità, per la sua trasmissione e la sua
possibilità di tenuta e durata.
Si sarebbero potuti raccontare altri testi e in altro modo,
e invece sono stati raccontati proprio questi e con queste modalità:
solo la ricerca che riesce a cogliere questo livello - il livello
della selezione, della scelta - può dar conto della specificità
della tradizione narrativa di un luogo, del rapporto fra identità
e diversità che la narrativa orale pone in maniera prepotente.
Per sciogliere il nodo occorre saper restituire agli informatori
la loro propria storia, le loro relazioni, il loro rapporto
con la tradizione e con l'ambiente. A questo modo soltanto acquistano
significato le mille parole trasmesse e raccontate quasi esclusivamente
da donne in paesi della montagna che, come Navarons, erano coniugati
quasi esclusivamente al femminile. Ed ecco la specificità
di questo repertorio, rispetto a quelli di altre aree del Friuli:
un repertorio che colpisce per l'essenzialità del dettato,
per la morale severa, per la capacità di ironia tagliente.
Le donne di quella parte di montagna erano proprio così.
E così acquista anche senso la riproposta del loro repertorio
di narrazioni: oggi, dopo il processo di disgregazione che ha
colpito i paesi della montagna e l'universo di parole e di storie
che per secoli l'hanno vestita e resa familiare. (1986).
Quindici anni dopo Novella Cantarutti ci regala questa ristampa
allargata di "Oh, ce gran biela vintura!...". Alla
presentazione di allora mi piace aggiungere alcune osservazioni.
La prima edizione del volume, edito nell'ambito dell'allora
comune e vivace esperienza di "Metodi e Ricerche",
è stata di grande stimolo per l'ulteriore salto di qualità
compiuto da numerosi giovani ricercatori della regione nel settore
della narrativa di tradizione orale. Il volume è divenuto
un ottimo modello per altre numerose monografie dedicate a repertori
familiari e a repertori di paese; è stato un utile punto
di riferimento comparativo per le analisi più particolari
condotte sul tema dei rapporti fra narrazioni e ambiente e fra
narrazioni e credenze; a esso hanno fatto riferimento anche
delle ottime esperienze di reinterpretazione della tradizione
in ambito didattico
. In questi mesi abbiamo condiviso la scelta dell'autrice di
aggiungere, nella seconda edizione, una parte almeno della ricchissima
documentazione etnografica e linguistica da lei raccolta su
quest'area della montagna friulana. I testi di narrativa ne
vengono arricchiti, ma soprattutto si arricchisce l'immagine
della straordinaria originalità e capacità creativa
di quella cultura popolare, durata nel tempo anche in forza
del restare aggrappata ai propri specifici modi di dire, ai
versi delle sue orazioni tradizionali, ai personaggi e alla
morale di tante piccole storie ripetute e riascoltate. Viviamo
una stagione che destina normative nuove e nuove risorse per
la tutela e la salvaguardia del friulano; a me pare che il libro
- e l'autrice (una 'signora della parola' che non ha mai smesso
di frequentare con umiltà la scuola di parole della sua
gente) - siano la miglior prova che la speranza di vitalità
per il friulano non ha altra strada che tenere a cuore la straordinaria
vitalità creativa delle varianti locali del friulano,
costruendo un modello aperto, 'plurale', originale e innovativo
di tutela e di rilancio. Ma poi ecco subito la contraddizione:
alla forza suggestiva di queste costruzioni fatte di parole
si contrappone il vuoto degli edifici di sasso e malta entro
cui hanno risuonato, l'abbandono dei prati e dei sentieri con
cui erano consonanti. Una contraddizione lacerante.
La prima edizione aveva alle spalle, come spinta interiore di
salvaguardia e richiamo, l'esperienza distruttiva del terremoto
del 1976 e la difficile e contraddittoria esperienza della ricostruzione
nei paesi della montagna del Friuli occidentale. Posso ben dire
che "Oh, ce gran biela vintura!..." è stato
l'edificio ricostruito allora con cura, pietra su pietra, da
Novella Cantarutti - da lei che non ha una casa materiale propria
- e restituito al suo paese.
Oggi la situazione è più complessa. Ancora una
volta, negli ultimissimi anni, la narrativa tradizionale è
tornata in vetrina; ma, significativamente, sono venuti in primo
piano i testi relativi alle leggende di credenza, quelli che
si facevano rientrare un tempo nel settore della 'mitologia
popolare'. Alla ricerca rigorosa in quest'ambito, con il contributo
importante della stessa Cantarutti, ha corrisposto sempre più
su altri piani un interesse superficiale e distorcente; sintomo
certo di nuove curiosità e forse di bisogni autentici,
ma interesse spesso privo degli strumenti minimi per valutare
le testimonianze e distinguere non solo, per dir così,
l'originale dalle copie, ma neppure ciò che è
tradizione dalle rielaborazioni brutalmente artificiose e interessate.
Il 'consumismo del folklore' che è venuto avanzando per
ragioni banalmente commerciali talvolta, e oggi sempre più
nuovamente per ragioni ideologiche, costituisce una sorta di
nuovo e subdolo terremoto che rischia di mandare in discarica
ciò che le generazioni precedenti hanno costruito. E
anche stavolta Novella Cantarutti, con caparbietà e rabbia,
si è rimessa a ricostruire, per restituircela, la casa
di parole dei suoi antenati.
Gian Paolo Gri
Il vasetto d'oro
Cera una volta un uomo con la moglie,
vecchierelli, vissuti sempre nel bosco, nella loro casetta.
Maledivano sempre Adamo ed Eva perché dicevano che sarebbero
stati anche loro due felici nel Paradiso terrestre, se Eva non
avesse convinto Adamo a commettere il peccato.
Un giorno, passa da quelle parti un vecchio col bastone, un
bel vecchio.
Che fate qua? domanda.
Per colpa dei nostri genitori Adamo ed Eva siamo qua,
mentre potremmo essere nel Paradiso a godere.
Dice loro il vecchio:
Venite con me! .
E li conduce in una bella casina dove cera tutto quello
che potevano desiderare, un paradiso.
State attenti raccomanda il vecchio avete
una cosa sola da fare e vi avverto di obbedire: cè
questo bel vasetto doro in mezzo a questa tavola, ma voi
dovete guardarvi dallalzare il coperchio per vedere che
cosa contiene, altrimenti tornerete nel bosco. Loro hanno
promesso e lo hanno ringraziato.
Va via un anno, ma ogni giorno la donna si domandava:
Che cosa conterrà mai questo vasetto doro?.
Il marito lacquetava:
Che cosa importa saperlo a noi che abbiamo tutto quello
che ci serve e non ci occorre nulla? Il vecchio ci ha comandato
così e noi dobbiamo ubbidire.
Ma un giorno, mentre tornava dal giardino con rose e fiori,
la donna chiama il marito e, detto e fatto, solleva solo un
poco il coperchio del vaso doro: scappa via come il fumo
un topolino.
Adesso abbiamo fatto il malanno! .
Cominciano a piangere e, mentre si lamentano, compare il vecchio.
Ecco! ha detto Avete tanto maledetto Adamo
ed Eva, e voi vi siete comportati allo stesso modo: come loro
sono stati cacciati dal Paradiso terrestre, così voi
tornate nel vostro bosco.
Il vasut di oru
Al era na volta un om e una femina, vicjùs, cha
erin stâs simpri tal bosc, ta la sô cjasuta. A
maladivin simpri Adam e Eva parcé cha disevin
cha saressin stâs encja lour tal Paradîis
terestre, se Eva a nai vés fat fâ a Adam
il pecjât.
Na dì a passa par ì un vecju,
cui baston, un biel vecju.
Ce fasevo chì? ai dîs.
Colpa i nestris gjenitours Adam e Eva j sin uchìi,
chi podaressin jessi tal Paradîs a gjoldi.
Il vecju ai dîs:
Vignéit cun me.
E al ju mena tuna biela cjasina indulà chal era
dut ce cha volevin, un paradîs.
Vuardait mo ai racomanda il vecju chi
j veis dome na roba da fâ; j vi vìsi
da ubidì: al é stu biel vasùt di
oru, tal miec di sta tavala, ma voaitris j
na veis mai da tirâ su il cuvierti par jodi ce chal
é drenti, se no i tornais tal bosc. Lour ai àn
imprumitût e a lu àn ringrassiât.
A va via un an, ma ogni dì la femina a diseva:
Cui sa mai ce chal é ta stu vâs
di oru?.
Lom al la cujetava:
Ce si covente a nô chi vin dut ce chi vulìn
e a na si coventa nuja? Il vecju al si à comandât
cussì e no j vin da ubidî.
Ma una dì cha tornava su dal zardin cun rosi
e flours, la femina a clama lom e, dit e fat, a
tira su dome un ninìn il cuvierti dal vâs di oru:
a scjampa via come il fum na surisuta picinina.
Adés mo j vin fat la malandreta! .
A ti scumìncin a vaî e, bel cha
vàin, al comparìs il vecju.
Cjò mo! ai à dit J veis
tant maladît Adam e Eva, e voaitris j veis fat compagn:
come che lour a son vignûs via dal Paradîs,
cussì voaitris j tornais tal vuestri bosc.
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