CHRONICON
SPILIMBERGENSE

Note
storiche su Spilimbergo e sul Friuli
dal 1241 al 1489
a
cura di Mario D'Angelo
Edizioni
Pro Spilimbergo
|
Indice
questa versione online non riporta il testo latino
e le note al testo latino e alla traduzione
Introduzione
Il Chronicon Spilimbergense
fu pubblicato per la prima volta nel lontano 1856 da Giuseppe Bianchi.
Nello stesso anno comparve una recensione anonima in «Archivio
Storico Italiano»; da allora non mi risulta che altri ne abbia trattato
in modo specifico con l'eccezione di una recente tesi di laurea discussa
presso l'Università di Udine dalla dott. Maria Ida Ajroldi. Eppure
basta scorrere anche frettolosamente le opere che trattano della storia
del Friuli per accorgersi dell'importanza che ha questo documento. Si
tratta di una serie di brevi testi, in un latino molto elementare, suddivisi
cronologicamente nell'arco di tempo che va dal 1241 al 1489 e che si riferiscono
nella maggior parte ad avvenimenti che riguardano la storia della regione,
ma anche a quella della città di Spilimbergo e dei suoi signori:
una serie di dati molto scarni che però sono serviti agli studiosi
per tessere la storia delle vicende più importanti del medioevo
friulano.
Nella succinta introduzione
che il Bianchi premise alla sua edizione sono dichiarati i meriti acquisiti
con il recupero di quest'opera dal sandanielese Domenico Ongaro,
nato nel 1713 e morto nel 1796, del quale si sta riscoprendo l'enorme
lavoro di studio su libri e documenti antichi. Purtroppo - avverte il
Bianchi - la morte interruppe l'opera dell'erudito, che aveva trascritto
di sua mano il Chronicon quando era ormai in età molto avanzata,
ma egli, stimando che quelle annotazioni fossero degne di attenzione,
le dispose in ordine cronologico e le diede alle stampe. Il manoscritto
che il Bianchi ebbe tra le mani è ancora oggi custodito nella
Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli, segnato con il numero
274 del catalogo Mazzatinti. Al foglio 55r (pagina 1 in una numerazione
interna coeva) il codice presenta il seguente titolo: «Excerpta
ex necrologio veteri ecclesiae Spilimbergensis per com(item) Danielem
Concina ad eius apographum diligenter hoc nostrum conformavimus».
Si tratta quindi di un apografo; l'antigrafo era di mano di un altro sandanielese,
il conte Daniele Concina, che negli ultimi decenni del Settecento costituì
una pregevole biblioteca, purtroppo solo in parte custodita ancora presso
i conti Masetti - Concina di San Daniele del Friuli. Al foglio successivo,
56r (p.2), dove ha inizio la trascrizione, si legge: «Excerpta ex
codice vetustissimo membranaceo, vulgo catapan, ecclesiae Sanctae Mariae
de Spilimbergo». Segue la copia di alcuni documenti, il primo dei
quali, datato 4 ottobre 1284, è relativo alla fondazione della
chiesa maggiore di Spilimbergo dedicata alla Vergine Maria, l'attuale
duomo. La serie di dati che si denomina come Chronicon ha inizio
a p. 8, senza altre avvertenze o rubriche, e si conclude a p. 32. Le voci
si susseguono senza alcun ordine cronologico, ad eccezione di alcuni gruppi,
come se il manoscritto da cui provenivano avesse subito dei vistosi
turbamenti nella disposizione delle carte ed anche delle considerevoli
perdite di fogli. Le successive pagine, sempre della stessa mano,
contengono altri documenti spilimberghesi, tra cui un calendario
a conclusione del quale si legge: «Ex vetustissimo codice, vulgo
catapan, ecclesiae B. Mariae V. de Spilimbergo haec omnia et singula pro
sibi fidum (sic) ex<s>cripsit et facta diligenti incontratione
concordavit Franciscus Cleani p(ublicus) V(eneta) A(uctoritate) Spilimbergi
notarius et pro fide se subscripsit. Spilimbergi, 22 februarii 1774».
«Nos rectores
ex d(ictae) terrae Spilimbergi pro serenissimo d(omino) d(uce) Venetorum
fidem facimus et attestamur antescriptum spectabilem d(ominum) Franciscum
Cleani esse notarium quale se subscripsit, ideoque fide dignum. In quorum
etc. Spilimbergi die XXX iunii 1774. Petrus Ermagoras Pini cancellariu<s>
de mandato». Sulla sinistra della seconda sottoscrizione, che convalida
la prima, è persino riportato, secondo le norme di trascrizione
diplomatica ancora oggi valide, la posizione del sigillo mediante la sigla
L.S. (locus sigilli) in parentesi tonde. Il Concina dunque non
trascriveva dall'originale, ma da una copia eseguita nel 1774 dal notaio
Francesco Cleani. Dell'originale, il vetustissimo codice, presumibilmente
del secolo XIlI o al più tardi XIV, non c'è traccia e nemmeno,
credo, speranza di recupero. È tuttavia molto probabile che
corrisponda al primo dei «duo catapani videlicet antiquus et novus
in pergameno» registrati da un inventario dei beni posseduti
dalla chiesa di S. Maria di Spilimbergo datato 6 ottobre 1501. Il
termine catapan denomina in Friuli un libro in cui si registravano
dati di grande importanza per l'amministrazione di una chiesa, come rendite
e lasciti, in cambio dei quali la chiesa beneficiata era tenuta a celebrare
delle messe negli anniversari della morte del donatore, ma venivano anche
poste annotazioni relative ad eventi storici di grande importanza o a
singolari fatti di cronaca. Normalmente questi dati sono registrati
all'interno di un calendario che rappresenta quindi la struttura portante
del codice stesso. Anche le chiese dei piccoli paesi possedevano un proprio
catapan e spesso fin da tempi molto antichi. Le annotazioni venivano
poste in successione da generazioni di camerari o sacerdoti, fin quando
pareva logico un rinnovo del libro ed ecco quindi che accanto al vecchio
catapan logoro "ob magnani vetustatem" se ne allestiva
uno nuovo trascrivendo, dal precedente, quanto aveva ancora validità.
Nella chiesa di Santa Maria di Spilimbergo questo era evidentemente già
avvenuto nell'anno 1501 e i dati che ci riguardano si trovavano sull'esemplare
più antico (vetustissimo), già vecchio di qualche
secolo. Detto in questi termini il Chronicon si verrebbe quindi
a configurare come un'opera collettiva, molto simile alla produzione annalistica
di antichissima origine, ma è probabile che ci sia stata un'elaborazione
dei dati da parte di persone che erano in grado di attingere anche ad
altre fonti. Troppo simili risultano alcune voci in compilazioni
diverse riguardanti località della stessa regione, tra le quali
rammentiamo quella per la città di Cividale dovuta al canonico
Giuliano. La cronaca di Spilimbergo tratta, per una rilevante percentuale
di casi, la storia del Friuli, vista soprattutto nei suoi aspetti militari
e politici: invasioni, guerre, passaggi di eserciti, di re e imperatori,
imboscate, vendette, esecuzioni capitali. Campeggiano, come è logico,
le figure dei patriarchi di Aquileia clic1, dopo il Mille erano
stati i poli di aggregazione di una nuova entità statale.
Nel 1077 infatti l'imperatore Enrico IV aveva concesso al patriarca Sigeardo
l'investitura feudale della contea del Friuli: era l'atto di nascita dello
stato patriarcale esteso dal Tu i ine Livenza alla Camicia e dalle Alpi
al mare, la cosiddetta Patria del Friuli.
Il potere era nelle
mani del patriarca che faceva riferimento al papa in quanto vescovo e
all'imperatore in quanto principe. Era eletto dal Capitolo di Aquileia
e riceveva poi l'investitura dal papa, di solito ad Aquileia, ma
veniva insediato, come principe, dall'imperatore o da un suo rappresentante
a Cividale, quando, seduto sul trono marmoreo, al centro dell'abside del
duomo, riceveva una spada sguainata che egli rimetteva nel fodero.
A volte, come si legge nel Chronicon, Capitolo, papa e imperatore
non erano d'accordo e allora accadeva che ci fossero contrasti e
feroci lotte tra le opposte fazioni.
Dipendevano dal patriarca:
un vicario in spiritualibus ed uno in temporalibus, ossia
in campo religioso e in campo politico, un capitano generale, che comandava
l'esercito, un maresciallo, che aveva compiti di polizia, ed altre figure
minori. Il patriarca non aveva una residenza fissa, ma si spostava con
la sua corte attraverso tutto il Friuli nei palazzi di sua proprietà,
anche se la sede più frequentata era certamente Cividale. I nemici
più pericolosi erano ovviamente quelli che potevano chiuderlo
dai due lati, ossia il conte di Gorizia e le signorie venete, mentre era
indispensabile trovare una posizione sufficientemente equilibrata
all'interno dello schieramento classico papato-impero. Ci furono così
periodi di patriarchi ghibellini ed altri di patriarchi guelfi, finché
non si sarà imposta, nel 1420, la Repubblica di Venezia, ormai
intenzionata a consolidare in terraferma la sua egemonia marinara. Era
la fine dello stato patriarcale, anche se solo nel 1445 si arriverà
a un vero e proprio passaggio di consegne, uno stato che, permeato di
culture diverse, la germanica, la slava e la latina, aveva alle sue stesse
radici una vocazione diremmo oggi 'europea'.
Però anche all'interno
il patriarca non poteva dirsi tranquillo in quanto i suoi stessi vassalli,
ma anche i comuni che erano sorti nelle località più importanti,
si schieravano spesso con i suoi nemici e i contrasti si risolvevano quasi
sempre ponendo mano alle armi. Lo storico bavarese Josef von Zahn scriveva
a proposito della rissosità dei nobili friulani: «Non si
trova un altro paese dell'impero germanico... dove l'illegalità,
l'amor delle risse ed il disprezzo d'ogni autorità siano stati
un male così diffuso tra i nobili, come in Friuli dal secolo
XIlI fino al tempo in cui la signoria di Venezia abbattè il patriarcato...
Difatti in nessun luogo (dell'impero) tanti castelli furono distrutti,
rifabbricati e poscia di nuovo atterrati; in nessun luogo tante teste
di signori caddero sotto i colpi della mannaia...». Un'indole
rissosa dunque quella dei nobili friulani, ma anche dei popolani, nota
anche fuori dei confini della patria, al punto che, a quanto riferisce
il Leicht, «coloro che volevano nelle province della Venezia
od anche nell'Emilia o in Lombardia, compiere qualche impresa ardimentosa,
venivano a cercare in Friuli i loro scherani»
Già le prime
voci del Chronicon registrano i casi di Gregorio di Montelongo,
fatto prigioniero dal conte Alberto di Gorizia, di Raimondo della Torre,
in armi contro Trieste, di Pietro Gera in guerra contro il conte di Gorizia
e Gerardo da Camino, ma il fatto certamente più sensazionale è
l'assassinio del patriarca Bertrando, novantenne, avvenuto il 6 giugno
1350 nelle campagne di San Giorgio della Richinvelda, mentre ritornava
da Padova. Bertrando di San Genesio, francese, già docente
di diritto nell'università di Tolosa era già piuttosto anziano
quando, nel 1334, era stato eletto patriarca, ma aveva energia e saggezza
sufficienti per rinforzare lo stato aquileiese e dargli un assetto fondato
su leggi giuste ed eque. Fu unanime il cordoglio e lo sdegno, soprattutto
da parte del popolo minuto. Il successore, Nicolo di Lussemburgo, fratello
dell'imperatore Carlo IV, fu spietato contro i congiurati che mise a morte
orribilmente distruggendo anche le loro case e i loro castelli. A
Gian Francesco di Castel Porpetto venne tagliata la testa che poi fu portata
in giro per la città di Udine, infilzata su una lancia, e alla
fine posta sopra la porta attraverso la quale si sale al castello. Sorte
ancora peggiore toccò a Federico de Portis che fu condotto
attraverso la città di Udine su un carro mentre veniva torturato
e poi, legato a due cavalli, venne squartato. Anche per lui i miseri resti,
con macabro rituale, furono posti al di sopra delle porte della città.
La descrizione che il cronista fa di questi avvenimenti è
concisa e priva di commenti, ma proprio per questo più efficace,
lasciando campo libero alla nostra immaginazione. Ma tanta ferocia non
poteva che essere ripagata con la stessa moneta. Giacomo Marcel,
maresciallo del patriarca, e Pietro Malapresa, suo vicario generale, furono
presi a furor di popolo e con non minore barbarie fatti morire.
Dopo il feroce Nicolo
di Lussemburgo e lo sfortunato Lodovico della Torre fu patriarca di Aquileia,
tra il 1365 e il 1381, un'altra grande figura, Marquardo di Randeck, famoso
giurista e uno dei più stimati prelati della Germania. Marquardo
assicurò al Friuli un periodo di prosperità e di pace dando
al suo stato un corpus di leggi che rimasero in vigore per vari
secoli, le Constitutiones Patriae. Il suo cancelliere Odorico Susanna
fece poi, per suo incarico, il repertorio dei documenti relativi ai diritti
patriarcali, lavoro che oggi si trova nel Thesaurus Ecclesiae Aquileiensis
pubblicato a Udine nel 1847 dal Bianchi. Il 27 aprile 1368 l'imperatore
Carlo IV di Lussemburgo fu per la seconda volta a Udine dove venne ospitato
dal patriarca Marquardo. Tra il numeroso seguito c'era anche il poeta
Francesco Petrarca che già nel 1356 era stato ambasciatore presso
la corte di Praga, inviato dai Visconti di Milano che volevano stabilire
buone relazioni con l'imperatore, appena rientrato in patria dopo la sua
prima venuta. In quel periodo infatti la signoria milanese doveva difendersi
da una lega formata dagli Estensi, dai Gonzaga e dal marchese di Monferrato.
Carlo IV aveva allora lasciato in Italia, perché curasse gli interessi
imperiali, un suo vicario e capitano generale, il vescovo di Augusta,
poi patriarca di Aquileia, Marquardo (Markwart) di Randeck, che citò
i fratelli Bernabò e Galeazzo Visconti per aver leso certi diritti
della Chiesa e dell'Impero. Alla lettera di Marquardo risposero i Visconti
con un'altra lettera piena di ingiurie e di calunnie che, secondo molti
studiosi, sarebbe stata scritta da Francesco Petrarca.
Ma non troviamo nel
Chronicon solo la storia del patriarcato, molte altre notizie riguardano
Spilimbergo e i suoi signori, tra i quali già nel 1304 è
nominato Valterpertoldo figlio di Giovanni di Zuccola che diede inizio
alla costruzione della cinta muraria che racchiudeva la città.
La posizione dei nobili spilimberghesi fu fin dall'inizio avversa ai patriarchi:
scaramucce continue segnano gli anni successivi in cui li troviamo
coinvolti nelle lotte contro il patriarca e i suoi alleati, come nel 1308
quando Valterpertoldo con Enrico di Prampergo attaccò Cividale
e l'anno successivo Maniago. Enrico fu catturato e decapitato a Udine.
Nel 1343 Bartolomeo di Spilimbergo venne ucciso a tradimento, mentre si
recava a Padova, da Biachino di Porcia, ma il fatto più sensazionale
che coinvolse un discendente della famiglia fu l'uccisione del patriarca
Bertrando avvenuta, come si è detto, noi 1350 presso San Giorgio
della Richinvelda. Quando l'imperatore Carlo IV di Lussemburgo scese
in Italia, nel 1354, per recarsi a Roma a ricevere la corona imperiale
Valterpertoldo II si unì al suo seguito e si recò anche
lui a Roma e altrettanto fece il patriarca Nicolò che due anni
prima era stato padrino di Venceslao figlio dello stesso Valterpertoldo,
il che fa pensare che nell' assassinio di Bertrando non fosse riconosciuta
alcuna responsabilità nei confronti dei nobili di Spilimbergo.
Enrico di Spilimbergo, che era anche lui alla Richinvelda, sembra addirittura
compatire lo straordinario zelo del fratello in procinto di partire per
un viaggio tanto lungo. A questo punto il cronista esprime l'augurio che
il viaggio a Roma si compia nel migliore dei modi, fatto che ci induce
a supporre che la composizione avvenisse in tempo reale. L'incoronazione
dell'imperatore, il giorno di Pasqua del 1355, descritta con enfasi, fu
seguita dal solenne conferimento a Valterpertoldo del titolo di 'milite'.
Morto però il patriarca Nicolò, con il successore,
Lodovico della Torre, i vecchi attriti si fecero di nuovo sentire e i
due fratelli di Spilimbergo si schierarono nuovamente contro il patriarca.
Seguirono spedizioni punitive da una parte con le relative ritorsioni
dall'altra, ma nel 1374 Niccolò, figlio di Enrico di Spilimbergo,
va incontro al patriarca Marquardo, vendicando, tra l'altro, l'uccisione
del nonno Bartolomeo su Biachino di Porcia. Nel frattempo - il cronista
tace - Valterpertoldo, sconfitto, aveva chiesto di rientrare sotto la
bandiera patriarcale. Sono le vicende di una famiglia nobile del
Friuli, ma rappresentano anche, come si vede, le sorti della regione in
tutto questo tempo.
Un altro tema che si
può seguire attraverso le voci del Chronicon è quello
degli avvenimenti più comuni che si potrebbero definire, mai come
qui a buon diritto, di 'cronaca': incendi, terremoti, alluvioni,
carestie, pestilenze ed altre circostanze inusuali. Le piccole città
del Medioevo erano, come apprendiamo dal nostro testo, fatte di case per
la maggior parte coperte con tetto di paglia e gli incendi dovevano evidentemente
essere piuttosto frequenti e devastanti, giacché facilmente le
fiamme si propagavano da una costruzione all'altra. Spilimbergo andò
a fuoco il 10 agosto del 1266 e poi il 5 aprile del 1361, quando le fiamme
si sprigionarono dal Borgo Nuovo per diffondersi quindi in Valbruna e
nel Borgo Vecchio, che fu distrutto anche nel 1390 da un altro incendio.
Ancora dal Borgo Nuovo scoppiò l'incendio che nel maggio del 1422
distrusse 159 abitazioni provocando anche la morte di 300 capi di bestiame
e, cinque anni dopo, le fiamme ebbero origine da uno stavolo cui alcuni
ragazzi avevano appiccato il fuoco. Vennero in quella circostanza
distrutte 48 case con il tetto in paglia e solo una coperta da tegole,
il che da la misura sia della tipologia prevalente delle coperture delle
abitazioni, che della facilità con cui gli incendi si potevano
propagare.
Dopo il fuoco un'altra
calamità, frequente in Friuli in tutti i tempi, era causata
dall'acqua: alluvioni provocate dalle abbondanti piogge e piene devastanti
del Tagliamento che nel 1434 viene addirittura paragonato al Po. Nel 1411
re Sigismondo di Ungheria non potè prendere Ariis perché
piovve ininterrottamente per 25 giorni. Il 21 luglio del 1415, all'ora
quattordicesima, le acque del Tagliamento apparvero color sangue e il
fenomeno continuò fino all'ora diciottesima. Nel 1431 le inondazioni
ostacolarono gli Ungari che erano venuti in Friuli a sostegno di Lodovico
di Tech che tentava per l'ultima volta la riconquista del patriarcato.
Nel 1450 la piena del Tagliamento, che il cronista dice mai vista a memoria
d'uomo, fece danni addirittura a Valvasone e a Portogruaro. Qualcosa
di simile si ripetè anche nel 1471.
Non meno dell'acqua
e del fuoco un altro fenomeno naturale capace di recare morte e distruzione
era il terremoto. Quello del 25 gennaio 1348 è il primo registrato,
dal nostro cronista, seguito da quello del 15 febbraio 1354, ma la scossa
più impressionante sembra essere stata quella del 22 febbraio 1451
che durò quasi un quarto d'ora, replicata quattro anni dopo, sempre
nel mese di febbraio e sempre durante la notte. Probabilmente però
nessuna delle citate calamità fu causa di tante morti come la peste
che imperversò nella regione nello stesso 1348, probabilmente favorita
dalla carestia che durava già da due anni. L'epidemia si ripetè
nel 1350 e nel 1436. Ma il Chronicon registra anche altri avvenimenti
eccezionali, come l'eclissi di sole del 25 marzo 1241, l'invasione di
cavallette degli anni 1338-1341, la forte grandinata caduta intorno a
Spilimbergo la seca dell'11 settembre 1356, il freddo che seccò
gli olivi nell'inverno del 1432 e la brinata che danneggiò le viti
due anni dopo, persino l'eccezionale stormo di uccelli che passarono
a volo sopra Spilimbergo il 27 maggio del 1422. Un po' di tutto, come
si vede, dagli avvenimenti più importanti alle curiosità
più minute, comunque eccezionali, tacendo invece su molti
altri argomenti che saremmo curiosi di conoscere meglio.
Si può osservare
ancora come alcuni periodi siano più rappresentati, mentre di altri
si tace, forse per la perdita dei relativi dati o qualche volta, come
si può osservare per le vicende sfortunate di Valterpertoldo,
per voluta omissione. In ogni modo il Chronicon Spilimbergense ha
trasmesso un mosaico di dati di estremo interesse, certamente fondamentale
per la ricostruzione della storia friulana dei secoli XIII-XV.
Un'ultima considerazione
può essere fatta sulla lingua utilizzata nelle 117 annotazioni.
Premesso che si tratta nella maggioranza dei casi di proposizioni
brevi, coordinate, in una struttura piuttosto convenzionale che ricorda
i coevi documenti notarili, provvisti di datatio iniziale seguita
da intitulatio con l'uso ripetuto di richiami ai nomi propri
mediante le forme: dictus, praedictus, praefatus, ecc. e che le
voci si presentano sotto la forma di notitia, ossia del semplice
ricordo dell'avvenimento, talora la forma risulta più elaborata
in periodi ampi, con proposizioni subordinate e disposte in un modo
che fa intuire un qualche intento letterario da parte dello scrivente.
Questo secondo tipo di annotazioni, linguisticamente più ricche,
prevale nella seconda parte del testo, dove sono addirittura presenti
alcune strofe in esametri dattilici di esecuzione piuttosto raffinata,
tenendo conto anche della difficoltà di inserimento nel verso di
elementi piuttosto rigidi come i numerali. Dal punto di vista metrico
il risultato è ineccepibile con assoluto rispetto di tutte le norme
prosodiche e metriche, compresa la doppia cesura, semiternaria e
semisettenaria, al n° 106, dove del fiume Tagliamento in piena si
dice: «tam multas collegi! aquas Tulmentus ut esset / Eridano compar
et tollens tergere silvas.» (il Tagliamento raccolse una tale
quantità di acqua da eguagliare il Po e portarsi sulle spalle intere
foreste) richiamando forse Silio Italico, Punica III, 209: «contorquet
silvas squalenti tergere serpens». Al n° 107 è corretta
la sinalefe tra parola terminante in um e iniziale in vocale:
«signum Aries in se cum solis corpus haberet».
Ma anche le parti in
prosa offrono dei passaggi degni di nota. Il cronista descrive in modo
sintetico, ma efficace alcune scene fortemente drammatiche che danno la
misura della sensibilità dell'uomo medioevale, sempre in bilico
fra civiltà e barbarie. La
vendetta di Nicolo di
Spilimbergo su Biachino da Porcia ne è un esempio: lo scenario
sono le colline di Tricesimo dove due gruppi di persone si incontrano
in modo del tutto casuale. Nicolo e Biachino sono di fronte, giovane
il primo, anziano, ma - immaginiamo - ancora valido il secondo. Nessuno
dei due ha dimenticato quanto era accaduto 31 anni prima a Prata di Pordenone,
quando Bartolomeo, il nonno di Nicolo, era stato vilmente ucciso da Biachino.
Nicolo affronta il rivale per la resa dei conti definitiva, gli chiede
di guardarlo in faccia e lo trapassa con la spada. Vistolo poi a
terra, lo trafigge ancora ferocemente, senza che l'antagonista sembri
volersi difendere e senza che alcuno del suo numeroso seguito ostacoli
in qualche modo il feritore. È un episodio quasi da saga nibelungica,
un regolamento di conti che ha del barbarico, da legge del taglione,
secondo quelle norme non scritte che regolavano la convivenza dei
popoli primitivi, per i quali contavano più i fatti che le parole
e che comunque erano animati da un profondo senso della giustizia. A conferma
di questo sta la frase, di origine evangelica, con cui il cronista
conclude la narrazione: «Chi di spada ferisce, di spada perisce».
L'azione di Nicolò è vista infatti più come un atto
di giustizia che come una vendetta personale. Pippo Spano punisce i difensori
di Motta tagliando loro una mano e cavando un occhio. Molti muoiono di
paura prima ancora di essere mutilati. Gli assassini del patriarca
Bertrando, condannati a morte, subiscono la loro pena dopo un rituale
che sa di messa in scena spettacolare, non troppo dissimile da quello
praticato ancora oggi in alcuni stati dell'America, e non è forse
un caso che le esecuzioni avvenissero sempre di sabato: è la morte
presentata come terribile monito, ma anche esibita come crudele,
barbarico spettacolo.
Per quanto riguarda
il lessico, piuttosto elementare, si può fare qualche osservazione
su alcuni termini più inusuali:
applicare, nel
senso di raggiungere una località, non solo per mare, è
del latino tardo. Nel nostro testo si trova 5 volte, ai n. 75,
77, 78, 88, sempre al perfetto, applicuit, applicuerunt. con accusativo
(Goritiam) e con in più ablativo (in Venetiis).
armiger, associato
a belligerus, si trova sempre in frasi tra loro simili: cum
eximio belligero gentis armigero (n°37), cum maxima comitiva
belligerae gentis armigerae (n°46), cum exercitu gentis belligero
et armigero (n°64), evidentemente un vezzo stilistico che contrassegna
brani di uno stesso autore.
bastia o bastila,
da base germanica b a s t j a n, "intrecciare" o "costruire
graticci"; indica una piccola fortificazione, costituita da steccato
con fosso, in posizione avanzata. La bastila è qualcosa di simile
alla cortina, ma di proporzioni minori. Ricorre una sola volta al n°92.
castramentari, nel
senso di porre l'accampamento, accampar-si, quindi porre un assedio,
è presente due volte: al n° 93: "dominus rex [...] castramentatus
fuit Savorgnanum" e al n° 54: "illi de Gramogliano castramentati
[...] se reddiderunt". Il verbo, presente nel latino classico nella
forma castra metari, come qui in una sola parola e con epentesi
di n, si ritrova nelle cronache coeve.
cortina o curtina,
latino tardo da cors-cortis, indicava il tratto di muro, alto
fino a 10 metri, compreso fra due torri o bastioni; ricorre più
volte.
curtivus, è
aggettivo riferito a curtis, fattoria; può indicare podere
o l'area non edificata all'interno della fattoria stessa. Si trova
al n° 89, dove si parla di cortivi cui viene dato fuoco; non credo
che si riferisca alle messi che nel mese di maggio non sono ancora
giunte a completa maturazione, per es. orzo, segala o frumento, più
probabile che stia per cortile e per quanto stava intorno, ossia stalle
e depositi per attrezzi.
exfortium, due
volte al n° 28, da fonia, indica sforzo, azione violenta, rapina,
ma anche, come nel nostro caso, forze armate, contingente militare o anche
banda di guerrieri.
fuga, al n°
73, / domorum, indica qui una serie di elementi architettonici
uguali e disposti uno di seguito all'altro a distanze regolari. Così
nel veneto 'fuga de camere', stanze messe in fila con le porte in dirittura,
cfr. G. Boerio, Dizionario del dialetto Veneto, Venezia 1856.
hospitari, dep.
intr. del latino classico e cristiano, nel nostro testo varie volte. Significa
soggiornare, albergare, essere ospite; la forma intr. attiva hospitare,
con lo stesso significato, qui al n°27, è più tarda.
Di entrambi il latino medioevale presenta però anche forme con
valore transitivo.
miles, distingue
nel Medio Evo il soldato a cavallo da quello a piedi, fante; da qui il
titolo che veniva conferito in casi speciali a un ufficiale dell'esercito,
o a un feudatario; corrisponde, non del tutto al nostro 'cavaliere'. Nella
traduzione italiana si è preferito tuttavia rendere il termine
miles con 'milite' piuttosto che con 'cavaliere' che ha assunto
un valore troppo diverso dal suo significato originario.
ronchare, roncare
o runcare, nel significato di svellere dal terreno erbacce
o arbusti, è già in Isidoro di Siviglia. Qui, al n°76,
è riferito all'azione di abbattere le abitazioni della villa di
San Daniele e in questo senso si trova anche nella cronaca di Giuliano:
«Et tunc equitavit cum exercitu [...] comburendo bona sua et runcando
usque ad Burgum» e ancora: «totam villam roncaverunt».
Il termine ha un corrispondente nel friulano roncjà, che
definisce il tagliare con la roncola le canne di granturco dopo la
raccolta delle pannocchie oppure il pulire il terreno da arbusti.
saccomannum, da
una base germanica s a e k m a n n, "uomo del sacco", il
servo del cavaliere che portava le armi di ricambio, poi lo stesso
che saccheggio, azione del mettere a sacco, detto particolarmente
di una città. Ricorre al n° 92.
talia, al n°
81, era un corpo di soldati fornito dai vari feudatari al principe nei
momenti di comune necessità, "certus militum numerus qui a
quovis foederatorum exigitur"16. La talea (o talia)
militaris, cui erano dunque obbligati coloro che possedevano
castelli o fortificazioni, precisava il numero di armati che dovevano
essere forniti, distinti in elmi e balestre, ma molte volte, invece dei
soldati, il contributo veniva reso in denaro.
in brachio tenere,
al n° 49, sta per fare da padrino a un battesimo, infatti
il rito prevede che il padrino tocchi materialmente o sostenga il battezzando,
mentre tenere ad hostium, sempre in occasione di un battesimo,
al n° 87, sembra indicare l'atto dell'accoglienza al tempio da parte
del prelato che ne è il massimo responsabile.
Infine per quello che
riguarda gli usi cronologici, sempre molto importanti in questo genere
di testi, si può osservare che l'inizio dell'anno pare, da alcune
voci in cui è precisato, seguire lo stile della natività,
ossia con inizio il 25 dicembre. Il giorno del mese è, in una buona
percentuale di casi, indicato secondo la consuetudo Bononiensis, ossia
con ordinale progressivo per i primi quindici giorni del mese (intrante
mense) e regressivo per i secondi (exeunte mense). È
vario anche il modo di indicare l'ora del giorno e della notte: talora
è seguito il sistema antico che suddivideva sia il giorno che la
notte in 12 ore (l'incendio del 1361 durò dall'hora
tertia noctis usque in diem, hora prima, n° 73). Altre volte il
computo è sulle 24 ore e sembra avere come inizio non il tramonto,
ma la mezzanotte, secondo l'uso gallico (cfr. n° 96). In altri casi
si fa riferimento a fenomeni naturali, l'aurora, il mezzodì ecc.
Non sempre risulta segnata l'indizione.
Nota
al testo
La trascrizione riproduce
il manoscritto di Domenico Ongaro anche nelle particolarità e alternanze
grafiche, sanando tuttavia errori evidenti dei quali si rende conto in
apparato. Vengono normalizzati soltanto l'uso delle maiuscole e la punteggiatura.
Sono inoltre segnalate le varianti più significative rispetto all'edizione
a stampa di G. Bianchi sulla quale si sono basati fino ad ora tutti gli
studi storici. Da esse si potrà intuire lo sforzo dell'erudito
ottocentesco di migliorare un testo che dava talora lezioni poco
comprensibili. Del resto egli stesso avverte che l'autore non aveva potuto
concludere il suo lavoro perché colto dalla morte. Anche non prendendo
alla lettera questa affermazione si può concludere che la trascrizione
avvenne certamente quando l'Ongaro era ormai in età molto avanzata,
come la stessa scrittura dal ductus tremolante attesterebbe,
in una data quindi molto vicina al 1796.
Gli spazi bianchi, che
corrispondono normalmente all'assenza di un nome proprio e che certamente
erano presenti anche nell'antigrafo, sono resi con un asterisco, senza
altre segnalazioni. I.a soluzione di queste lacune viene, quando possibile,
resa solo nella traduzione italiana, in parentesi quadre, altrimenti sono
segnati tre puntini; in parentesi tonde sono riportati dati utili
a una migliore e più immediata comprensione del testo. Le parentesi
acute includono nel testo latino integrazioni dell'editore, mentre quelle
quadre segnalano parti di testo da espungere. Infine, nella traduzione
in italiano, le note, lungi dal pretendere di esaurire la bibliografia
in alcuni casi vastissima, sono concepite con l'intento di spiegare il
contesto storico cui le singole voci del Cbronicon fanno riferimento.
I numeri 3, 36, 87,
108, 117 e la seconda parte del numero 81 sono omessi nell'edizione del
Bianchi.
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Chronicon

1
Nel 1241, il 25 marzo, i Tartari penetrarono in Ungheria
e nello stesso anno, il giorno della festa di san Michele (29 settembre),
verso il mezzogiorno, ci fu un eclissi di sole, e su tutta la terra
calarono le tenebre.
2 Nel 1259
morì il magnifico e potente Ezzelino da Romano.
3 Nel 1266,
il giorno di san Lorenzo (10 agosto) andò a fuoco la città
di Spilimbergo.
4 Nel 1267
il patriarca Gregorio (di Montelongo) fu fatto prigioniero da Alberto
conte (di Gorizia) e nel 1269 lo stesso patriarca morì.
5 Nel 1274
il patriarca Raimondo (Della Torre) venne in Friuli.
6 Nel 1289
la città di [Trieste] fu distrutta dal patriarca Raimondo
e i Veneti fuggirono.
7 Nel 1299,
lunedì 23 febbraio morì il patriarca Raimondo (della
Torre).
8 Il 23
giugno del 1299 ci fu l'elezione del duca di Polonia a patriarca
di Aquileia da parte di papa Bonifacio (VIlI), ma il giorno stesso
egli diede il patriarcato a Pietro Gera arcivescovo di Capua che
venne in Friuli il 23 settembre e in quella data fu ospite a Spilimbergo.
9 Nell'anno
1300 lo stesso patriarca ebbe una guerra contro il conte di Gorizia
e Gerardo da Camino perché Gerardo si era impossessato di
territori soggetti a Sacile.
10 Il giorno
[19 febbraio] del 1301 il nominato patriarca Pietro (Gera) morì.
11 Nel
anno 1302 Ottobono fu fatto patriarca, Pagano divenne vescovo di
Padova da dove venne espulso [Matteo Visconti] capitano di Milano
e furono introdotti i della Torre. Re Carlo entrò senza alcuna
provocazione in Firenze, ne furono espulsi [i Bianchi] e la città
venne quasi interamente distrutta. Ottobono venne in Friuli martedì
14 agosto e nello stesso anno fu imposta una tassa speciale di 20
soldi per ogni maso recintato e per ogni ruota da mulino.
12 Il 19
ottobre 1303 i Triestini uccisero Dietalmo di Duino, il signore
di Wildenstein ed altri 14 nobili carinziani insieme a parecchi
altri. Presero anche armi e cavalli in numero di 152.
13 Nell'anno
1304, indizione seconda, il 12 febbraio il patriarca Ottobono mandò
i suoi ambasciatori presso il sommo pontefice Benedetto (XI) riguardo
alla vertenza sorta fra lo stesso e i conti di Carinzia e con Venezia
per i fatti d'Istrìa: furono delegati Enrico di Prampergo,
Manfredo da Porcia e Pietro di Udine.
14 Il due
maggio 1304, indizione seconda, Valterpertoldo figlio di Giovanni
di Zuccola diede inizio alla costruzione della cinta muraria di
Spilimbergo.
15
Nel 1304 ebbe inizio una guerra fra Venezia e
Padova per causa delle saline; vi morirono molte persone dell'una
e dell'altra parte fino alla pace che fu stipulata l'anno successivo.
16 Nello
stesso 1304 frate Giovanni restaurò la chiesa di San Giovanni
di Heremith.
17 Nel
mese di maggio dell'anno 1308 i signori Valterpertoldo, Enrico di
Prampergo e Odorico di Cucanea penetrarono con la forza in Cividale
ed occuparono le porte, ma non le poterono tenere, infatti due dei
loro furono uccisi dai Cividalesi mentre gli altri furono respinti
dalla terra.
18 Nel
mese di febbraio dell'anno 1309, indizione settima, il patriarca
Ottobono ed altri di Stumberch posero l'assedio a Zuccola e nel
mese di marzo dello stesso anno Rizzardo (di Camino) venne in Friuli,
prese la cortina di Castions e la bruciò, mentre Enrico di
Prampergo e Odorico di Cucanea, che erano con lui, abbatterono la
torre della detta cortina. Successivamente si portarono a San Daniele
ne bruciarono la cortina, mettendo poi a sacco l'intera villa. Di
là ripiegarono su Sedegliano e Gradisca, bruciarono le cortine
di quei paesi, abbatterono la torre di Sedegliano spogliando le
predette ville, distruggendo parecchie altre cortine del Friuli,
tra cui quelle di Orcenigo e di Valeriano, finché si ritirarono
riparando a Treviso.
19 Il primo
aprile dello stesso anno Enrico di Prampergo e Valterpertoldo di
Spilimbergo con gente di Fanna attaccarono la città di Maniago
e la bruciarono. Il conte di Montepace, che si trovava in quei paraggi
li attaccò uccidendone una quarantina e catturando tutti
gli altri, tranne pochi che fuggirono a Montereale con il conte
Valterpertoldo. In quell'occasione fu anche catturato Enrico di
Prampergo che fu condotto a Udine e, dopo tre giorni di torture,
fu fatto decapitare per ordine del patriarca Ottobono reggente la
chiesa di Aquileia.
20 Nel
mese di maggio dello stesso anno ed indizione Rizzardo venne per
la seconda volta in Friuli insieme con il conte di Gorizia. Essi
diedero alle fiamme la chiesa di Santa Maria la Longa nel quale
incendio trovarono la morte molti uomini e
molte donne. Fatto
questo, andarono a Saciletto, ne presero possesso e lo distrassero.
In seguito si recarono a San Vito e la strinsero d'assedio. Mentre
si trovavano colà, Valterpertoldo di Spilimbergo catturò
un tale, nipote di frate Alberto, capitano di Portogruaro, che voleva
quella piazzaforte e lo fece impiccare, ma alla fine, dopo circa
venti giorni, riuscirono ad impadronirsi della località.
In quei giorni, siccome avevano preso Saciletto, vennero in Friuli
le milizie del Barbanico che distrussero Mortegliano. Per il timore
nei confronti di costoro il patriarca fuggì dal Friuli e
si rifugiò presso il legato (pontificio) che risiedeva a
Bologna.
21 Nell'anno
1338 dopo l'ottava dell'Assunzione della Vergine Maria (15 agosto),
ci fu una grande invasione di cavallette, che si ripetè nei
tre anni successivi, tanto da distruggere il Friuli così
come la Germania, la Lombardia, la Toscana et molte altre regioni.
22 Il 13
luglio dell'anno 1343, undecima indizione, il nobile capitano Bartolomeo
di Spilimbergo, mentre si stava recando a Padova per conferire con
Ubertino di Carrara,
fece tappa a Prata e venne ospitato, con Fedrigino della Torre
e il proprio seguito, in casa di Tristano4. Alle prime
luci dell'alba, mentre si trovava da solo e stava alzandosi dal
letto con indosso solo una veste di cotone, venne crudelmente ucciso
a tradimento da Biachino di Porcia e dal di lui fratello Luchino.
Fu tuttavia riportato a Spilimbergo e ivi seppellito.
23 Nel
1346 ci fu una grande carestia in tutto il mondo che durò
per due anni e più.
24 Nel
1348 il re d'Ungheria si recò ad Aquileia passando per il
Friuli e fermandosi a Cividale e a Udine. Poi tornò indietro
al tempo dell'epidemia di carbonchio.
25 Nell'anno
1349, indizione prima, il giorno della festa della conversione di
san Paolo (25 gennaio) ci fu nell'universo intero un grande terremoto.
26 Nello
stesso anno in tutto il mondo si ebbe la morte di molta gente a
causa del male delle ghiandole e per gli sputi di sangue.
27 Nell'anno
1349 il venerabile padre cardinale [Guido], legato pontificio, passò
attraverso il Friuli per recarsi in Ungheria e soggiornò
a Spilimbergo.
28 Nell'anno
1349, indizione seconda, nel giorno..., mese... il nobile [Enrico]
conte di Gorizia e del Tirolo venne in Friuli con un grande seguito,
quale avvocato della Chiesa aquileiese, per il fatto che il patriarca
Bertrando con quelli di Savorgnano e con il comune di Udine intendeva
trattare le cause di tutti i nobili del Friuli. Con il conte Enrico
si schierarono i nobili Giovanni Francesco di Castel Porpeto, Ermacora
della Torre di Castellutto, Biachino di Porcia, il comune di Portogruaro,
quelli di Prata, di Brugnera, di Cividale con tutto il comune, i
fratelli Valterpertoldo ed Enrico di Spilimbergo, quelli di Villalta
e tutti, ciascuno con le proprie truppe, stettero in campo aperto
fino alla fine di ottobre e nel frattempo presero con la forza Fagagna,
San Daniele, Buia e Tricesimo. Catturarono anche Simone di Valvasone,
[Pagano] figlio di Ettore con parecchi altri di Udine come atto
di guerra e ruppero le rogge di Udine. Allo stesso modo andarono
a Gemona e vi rimasero per otto giorni, ritirandosi in base a patti.
Preso Tricesimo, rimasero in campagna per due giorni e si ritirarono
soltanto per il cattivo tempo; poi il 2 novembre dello stesso anno
il legato fece una tregua fra i conti di Gorizia e il patriarca
e quelli di Tricano, di Caporiacco, di Moruzzo, di Colloredo e di
Soffumbergo con i propri soldati rimasero in aiuto del conte.
29 Nell'anno
1350, indizione terza, fu rinnovata e celebrata un'indulgenza generale
da parte del Sommo Pontefice.
30 Nell'anno
1350 ci fu una seconda moria di persone a causa dello sputar sangue.
31 Nello
stesso anno gli Udinesi si impadronirono di Fagagna, San Daniele,
Moruzzo, Pers e Tricano e nel mese di aprile sconfissero e distrussero
Susans. Allo stesso modo nel mese di maggio presero la cortina di
Flambro e Biachino di Porcia, capitano di Pordenone, con l'aiuto
dei signori di Spilimbergo, prese Torre (di Pordenone), mentre nello
stesso mese di maggio gli Udinesi, insieme al comune di Gemona e
alle altre comunità, presero Buia per fame.
32
Nell'anno 1350, indizione terza, il 6 giugno, domenica, il patriarca
aquileiese Bertrando insieme con [Federico], Armano di Carnia e
Gerardo di Cucanea, proveniente da Sacile, mentre con un folto seguito
si dirigeva verso Udine (depredava e bruciava le ville di Vivaro,
Basaldella e la chiesa di Basaldella). Per questo i signori di Spilimbergo,
ossia Enrico, inviò le truppe che teneva in Spilimbergo contro
di lui per difendere quanto stava in Spilimbergo. Le forze del patriarca
furono sconfitte e nel corso del combattimento il patriarca stesso
fu ucciso e furono catturati i predetti Federico e Gerardo e un
figlio di questo ed altri parecchi Udinesi, quasi tutti colpiti
sul campo. Il corpo del patriarca fu poi trasportato da un uomo
di Spilimbergo a Udine, dove gli Udinesi gli diedero sepoltura.
Gli altri prigionieri furono condotti a Spilimbergo. Questo combattimento
ebbe luogo nella campagna della Richinvelda che dista da Spilimbergo
tre miglia.
33 Nello
stesso anno, poco tempo dopo la citata battaglia, Alberto duca d'Austria
inviò in Friuli un gran numero di soldati con Enrico di Walse,
in qualità di maresciallo dell'esercito e Federico e Corrado
di Auffestein. Si trattava, a quanto si diceva, di oltre
12.000 cavalieri sicché nel mese di luglio di quello stesso
anno Udine, Gemona, Carnia, Venzone e San Daniele si arresero a
quella gente.
34 Nello
stesso anno, nel mese di agosto, il duca (d'Austria) venne personalmente
in Friuli e si fermò a Venzone per otto giorni. In quel tempo
fece in modo che si stipulasse una tregua fra i nobili del Friuli
fino a un mese dopo la venuta del patriarca, perché vivessero
finalmente in concordia. Giurarono essi di rispettare la tregua
fino al termine stabilito e, se da parte di qualcuno si infrangesse,
di essere tutti pronti a punire il colpevole. Fatto questo, il conte
di Gorizia e il duca rimasero in quei possedimenti che avevano già
ottenuto, amministrando la giustizia ciascuno sui propri sudditi.
Sempre nel periodo in cui il duca stava a Venzone quelli di Gemona
gli consegnarono il castello con la torre.
35 Nell'anno
1351, indizione quarta, il 18 del mese di maggio Nicolo (di Lussemburgo),
figlio del re Giovanni e fratello di Carlo per grazia
di Dio patriarca di Aquileia dimorò come ospite a Gemona.
36 L'11
ottobre dello stesso anno il predetto patriarca prese Castel Porpetto.
37 Nell'anno
1351, l'11 di ottobre, il reverendo padre Nicolo per grazia
di Dio patriarca aquileiese con truppe del conte di Gorizia
e castellani del Friuli sterminarono ad abbatterono Castel Porpetto
con un nutrito contingente di truppe in armi.
38 Nello
stesso anno, la vigilia della festa di San Martino, ossia il 10
novembre, i nobili Enrico di Walse e Corrado di Auffestein, con
un folto seguito di tedeschi, con un certo... e con Simone di Valvasone
furono ospiti a Spilimbergo e il giorno di San Martino (11 novembre)
andarono a Pordenone a presentare la propria moneta a Biachino da
Porcia che la rifiutò e allora essi rientrarono in Austria
per fare, davanti al duca, la relazione della loro ambasceria.
39
Nel predetto anno, il giorno della festa di sant'Andrea,
ossia l'ultimo di novembre, il maresciallo di Nicolò patriarca
di Aquileia catturò a Caorle Gian Francesco di Castel Porpetto,
suo figlio Porpeto e un altro giovane mentre ancora si trovavano
a letto. Il maresciallo distrusse la casa dove si erano rifugiati
ed erano stati catturati. Il venerdì seguente la festa di
sant'Andrea, essi furono condotti a Udine davanti al patriarca e
il sabato 3 dicembre, a Gian Francesco furono prima rasati i capelli
e poi, vestito di bruno, venne tagliata
la testa che, infilzata su una lancia da cavaliere, venne portata
intorno per la città di Udine e alla fine fu posta sopra
la porta attraverso la quale si sale al castello. Lo stesso sabato
3 dicembre il patriarca catturò anche Ermanno di Carnia con
il figlio e il fratello e li chiuse nelle proprie carceri.
40 Ancora
nel predetto 1351, venerdì 16 dicembre il sopra nominato
patriarca Nicolò fece decapitare a Udine Rizzardo di Varmo
e il giorno dopo, sabato 17 dicembre, fece decapitare anche Ermanno
di Carnia.
41 Nell'anno
1352, di gennaio, il patriarca Nicolo distrusse ossia fece radere
al suolo il castello di Tarcento inferiore e nel seguente mese di
febbraio fece lo stesso per il castello di Tarcento superiore.
42 Il
15 marzo del 1352 il patriarca distrasse parte del castello di Mels
di Durinchio e Bossio e dei fratelli di quest'ultimo.
43 Nello
stesso anno, il 25 marzo, fu tagliata la testa a Simone di Castellerio
e le pietre di quel castello furono portate a Udine per essere là
utilizzate.
44 Il 24
maggio il patriarca Nicolò prese per sé il castello
di Soffumbergo e fece impiccare Enrico espellendo dal castello stesso
i consorti del condannato.
45 L'8
giugno dello stesso anno, gli ambasciatori di Firenze, Perugia e
Siena, volendo recarsi presso l'imperatore Carlo, furono ospiti
con i rispettivi seguiti a Spilimbergo e con loro c'era anche Giacomo
Marcel maresciallo del patriarca.
46 Nell'anno
1352, il giorno 16 giugno, il famoso 'milite' di Weissenek con un
gran seguito di armati entrò nel paese di Cordenons dove
fu ospitato. Lo scopo era di prendere possesso della terra di Pordenone
su mandato del duca d'Austria.
47 Nello
stesso anno, il 18 giugno Biachino di Porcia consegnò la
terra di Pordenone al nobile di Weissenek.
48 Nello
stesso anno, il 15 ottobre, il citato Biachino fu espulso dalla
terra di Pordenone insieme con il suo seguito per ordine del signore
di Weissenek e furono catturati tredici traditori che avevano tradito
la propria patria, tra i quali ci furono Pardilino con il figlio,
Zanutto del fu Pietro di Zernio e parecchi altri. Espulso il Procuste
di Pordenone, la signoria fu affidata dal duca d'Austria a (Corrado)
di Auffenstein.
49 Nell'anno
1352, nel giorno della festa di tutti i santi ossia il primo di
novembre, nacque Venceslao figlio di Pertoldo e fu battezzato otto
giorni dopo da frate Pietro vescovo di Concordia, mentre i padrini
furono il reverendo padre Nicolò patriarca di Aquileia, il
conte di Littemberg, il 'milite' Cunz e diversi altri familiari
del patriarca.
50 Il 13
dicembre, ossia il giorno di santa Lucia, dell'anno 1352, indizione
quinta, in Roma ci furono molti prodigi, ossia folgori e tuoni;
tra l'altro caddero dei fulmini sulla torre di San Pietro, distruggendola
del tutto e rompendo le campane. Distruzioni e incendi voluti certamente
da Dio.
51 Il 14
aprile dell'anno 1353, indizione sesta, Antonio figlio di Enrico,
fu battezzato dal venerabile padre Pietro per grazia
di Dio vescovo di Concordia, e Nicolussio, figlio del detto
Enrico, fu nominato chierico di prima tonsura dal sopra citato vescovo,
in Spilimbergo.
52 Il primo
giugno dell'anno 1353, indizione sesta, Federico di Portis fu condotto
attraverso la terra di Udine sopra un carro, mentre veniva torturato
in tutte le membra. Venne poi legato a due cavalli e diviso in quattro
parti. La testa fu posta su una lancia al di sopra di una berlina.
Ciascuna delle quattro parti venne poi posta sulle quattro porte
di Udine ed infine le quattro parti furono sistemate su altrettante
forche.
53 Nel
soprascritto anno, il 3 luglio, fu distrutta la casa di Francesco
di Villalta per volontà del comune di Udine.
54 Il 23
ottobre del 1353 quelli di Gramogliano, circondati dall'esercito
del patriarca di Aquileia Nicolò, si arresero a lui a patto
che consegnando la predetta località al patriarca, nel terzo
giorno, se ne potessero andare sani e salvi con tutti i loro diritti.
55 Nel
1354, l'8 febbraio, suor eremita Blanch di San Giovanni del Romito
entrò nel convento degli eremiti di San Giovanni Eremita.
56 Il 15
febbraio dell'anno 1354, indizione settima, verso la mezzanotte
ci fu un terremoto.
57 Nell'anno
1354, indizione settima, nel mese di marzo, Nicolò patriarca
inseguì e catturò Giovanni di Leison e il fratello
Raimondolo che pagarono una cauzione di 3000 marche e poi andarono
ed ebbero la roccaforte di Pieve di Cadore e Bottistagno.
58 Nell'anno
1354, indizione settima, il 13 ottobre, Carlo, figlio di Giovanni
re di Boemia, duca di Lussemburgo, re dei Romani e imperatore, raggiunse
Gemona e il giorno dopo cavalcò alla volta di Udine.
59 Nell'anno
1354, settima indizione, Carlo duca di Boemia e figlio di re Giovanni,
chiamato a lungo dalla Chiesa aquileiese imperatore, su richiesta,
come si diceva, di Veneti e Toscani, aveva lasciato la sua patria
per recarsi a Roma a chiedere la corona imperiale. Passando per
il Friuli si unirono a lui, abbandonando la loro terra, il fratello
Nicolò, patriarca di Aquileia, insieme a molti nobili friulani
fra i quali Valterpertoldo, figlio del defunto 'milite' Bartolomeo
di Spilimbergo. Valterpertoldo lasciò la sua città
il 3 novembre, salutando con gioia e letizia tutti i concittadini
e il fratello Enrico, che tuttavia compativa il suo straordinario
zelo e la sua fatica. A Valterpertoldo conceda il Signore onnipotente,
per le preghiere della santissima madre (Maria Vergine) e di tutti
i suoi santi, un buon viaggio, sia di andata che di ritorno, in
modo che egli, tornando tra di noi che lo aspettiamo, ci consenta
di godere di una piena gioia.
60 Nel
1355 l'imperatrice [Anna], moglie di Carlo re dei Romani e imperatore,
il 20 gennaio soggiornò come ospite nel palazzo dei signori
di Spilimbergo Pertoldo ed Enrico.
61 Il
5 aprile dell'anno 1355, indizione ottava, giorno in cui cadeva
la festa della Pasqua di Resurrezione, il già nominato Carlo,
insieme con [Anna] sua consorte, nella Chiesa di San Pietro in Roma
fu solennemente incoronato imperatore dal cardinale di Ostia, delegato
da papa Innocenzo (VI). L'imperatore sul ponte del Tevere concesse
a molti il titolo di 'milite' e tra questi fu Valterpertoldo di
Spilimbergo, tra i primi in assoluto e il primo dei Friulani. In
seguito furono nominati 'militi' Francescutto di Savorgnano [Gerardo]
di Cucanea e una cinquantina di altri.
62 Martedì
18 agosto dell'anno 1355, indizione ottava, a Cividale, Pietro di
Malapresa da Lucca, vicario generale del patriarca di Aquileia Nicolò
fu catturato dai Cividalesi infuriati e il 26 dello stesso mese
fu decapitato nella stessa città.
63 Sabato
22 agosto dello stesso mese, a Udine nell'area sottostante la casa
del comune, Giacomo Maroel venne a furor di popolo; di là
fuggì poi in casa di Ettore (Savorgnan) dove lo inseguì
la folla degli Udinesi. Venne ucciso e, pieno di ferite in tutto
il corpo, venne trascinato per i piedi, per i capelli e per la barba
fino in piazza.
64 Il 26
giugno dell'anno 1356, indizione nona, Lodovico re di Ungheria fu
ospite in San Vito insieme al suo numerosissimo seguito e a un esercito
in armi pronto alla guerra. Andarono poi a Conegliano ed erano più
di centomila cavalieri. Nel giorno della festa dei santi Ermacora
e Fortunato (gli abitanti) si arresero al re che prese anche la
terra e il castello. Il 13 luglio, uscendo con l'esercito da Conegliano,
andarono a Treviso e (si impadronirono) del castello, della città
e della terra di Treviso. Martedì 23 dello stesso mese di
agosto il re di Ungheria se ne andò da Treviso con la sua
gente senza aver stabilito alcun accordo e il sabato seguente, 27
agosto, passò con l'esercito fuori Spilimbergo, attraverso
il fossato più esterno, fermandosi a parlare per più
di un'ora con il nostro Pertoldo e in quella notte trovò
ospitalità sull'altra sponda del Tagliamento, mentre il conte
di Gorizia quella stessa notte fu ospite a Spilimbergo, presso i
fratelli Pertoldo ed Enrico.
65 Il giorno...
agosto del 1356 Serravalle venne presa dagli Ungari, dal momento
che la popolazione, a causa delle vettovaglie che cominciavano a
mancare, si era arresa venendo a patti.
66 L'11
settembre del 1356, all'ora del primo sonno, intorno a Spilimbergo
ci fu una forte grandinata.
67 Martedì
5 settembre dell'anno 1357, indizione decima, Manfredo del fu Gian
Francesco di Castello, fu ucciso da Giacomo e Zuanello fratelli
e figli di Fulcherio, a Tarcento Superiore, mentre fra di loro c'era
una tregua ed allora i predetti occupavano il castello di Tarcento
Superiore. Accaduto questo, Rizzardo, fratello del medesimo Manfredo,
con il favore e l'aiuto dei nobili e delle comunità del Friuli
che per la maggior parte accorsero in aiuto di Rizzardo, assediarono
il castello di Tarcento Superiore e domenica 10 settembre lo presero,
senza la torre, e uccisero Giacomo ed alcuni suoi amici. Il lunedì
seguente i rimanenti, che erano rimasti nella torre, si arresero
e furono catturati e imprigionati nella torre stessa... il figlio
di Fulcherio. Il luogo rimase nelle mani del maresciallo patriarcale
che, come si diceva, promise di consegnarlo al predetto Rizzardo.
68 Il
29 luglio del 1358, a Belluno, il patriarca Nicolò, fratello
dell'imperatore Carlo di Lussemburgo lasciò questo mondo
entrando in quel sentiero cui tutti gli uomini sono destinati.
69 Il 26
dicembre, giorno di Santo Stefano, dell'anno 1358, fu completato
l'altar maggiore della chiesa di Santa Maria di Spilimbergo e vi
fu celebrata la messa da prete Ambrosio cappellano di detta chiesa
e pievano di Travesio.
70 Nell'anno
1359 Pietro per grazia di Dio vescovo di Concordia concesse un'indulgenza
alla chiesa di Santa Maria di Spilimbergo per i giorni dell'Assunzione
della Madonna, della sua Nascita e della Purificazione.
71 Il 5
settembre del 1359 Lodovico, appena nominato dalla Santa Sede patriarca,
venne per la prima volta ad Aquileia.
72 Il 24
marzo dell'anno 1361 quelli di San Daniele tolsero il castello di
Varmo inferiore a Ditalmo di Varmo, affine dei signori di Spilimbergo,
per il fatto che il patriarca Lodovico non aveva voluto procedere
alla restituzione che si doveva fare come era stato stabilito. I
signori Valterpertoldo ed Enrico furono con il patriarca.
73 Lunedì
5 aprile dell'anno 1301, indizione quattordicesima, verso le 9 di
sera, si sprigionò un grande incendio nel Borgo Nuovo di
Spilimbergo, in via della Stufa, che bruciò in quel borgo
quattro isolati nella parte superiore e in quella inferiore, oltre
la roggia, tutte le case con le provviste, meno tre abitazioni,
l'ospedale e la chiesa di San Pantaleone. Lo stesso fuoco volò
nel borgo chiamato Valbruna bruciandolo tutto dalla porta di Fossàl
(o del Guado) fino a quella di Mezzo e al fossato, senza che nessuno
potesse salvare alcunché se non a stento la vita stessa.
Allo stesso modo il fuoco bruciò tutta la parte interna del
borgo, dalla porta di mezzo fino alla cisterna superiore, dove si
trovava Damquardo, dalla parte alta della strada detta foro, fuorché
tre case e tuttavia non morì alcuno fuorché una donnetta
che cadde nella roggia. Il fuoco durò dall'ora in cui ebbe
inizio fino alla prima ora del giorno sempre con grande vigore e
potè essere spento del tutto solo tre giorni dopo.
74 L'11
agosto dello stesso anno il patriarca Lodovico (della Torre) mandò
le sue truppe a recar danni ai signori di Spilimbergo e il giorno
dopo i soldati corsero al paese di Barbeano per darlo alle fiamme,
ma lo stesso giorno morì uno della famiglia del patriarca,
mentre altri rimasero feriti e quindi fuggirono a San Daniele.
75 Il 14
agosto dell'anno 1361 ottocento uomini in armi comparvero in Friuli,
a Villanova, vicino a Carpacco, mandati avanti da Rodolfo duca d'Austria
a far danni nella nostra patria |per il fatto che quelli di Gemona
e di Prampergo avevano preso Chiusa e devastato Venzone ed anche
perchè mercanti del duca erano stati derubati da quelli di
Prampergo, di Cividale, di Gemona e di San Daniele senza che vi
fosse stato alcun indennizzo.
76 Il 16
agosto dello stesso anno gli armati di cui si è detto corsero
a San Daniele e i signori di Spilimbergo, di Ragogna, di Pordenone
e di Prata stavano con loro e vi stettero per cinque giorni. Bruciarono
il paese di San Daniele e lo distrussero quindi si ritirarono su
Turrida dove si fermarono per sette giorni e, dopo patteggiamento,
furono loro consegnate le cortine di Sedegliano e di Gradisca.
77 Il 29
agosto dello stesso anno i duchi d'Austria Rodolfo e Federico attaccarono
Gorizia con un forte esercito di 4.000 cavalieri, di là vennero
poi verso Manzano, presero Manzano e Buttrio stipulando dei patti
e l'abate di Rosazzo vi fece il suo ingresso insieme ai duchi. Quindi
si portarono davanti a Udine; vi stettero per quattro giorni e il
12 settembre si ritirarono su Fagagna, dove rimasero otto giorni,
stipulando nel frattempo patti con il patriarca Lodovico: il patriarca
insieme a 12 nobili friulani, scelti dai duchi, sarebbe dovuto andare
a Vienna, attendere là i duchi, per recarsi poi dall'imperatore
Carlo e rimettersi a quanto egli e il duca Rodolfo avrebbero deciso.
In quei giorni morì il marchese di Brandeburgo in casa sua
e il duca Federico si mise in viaggio alla volta di Vienna, ma,
prima della partenza, il conte di Gorizia (Mainardo) diede una delle
sue figlie (Caterina) in moglie a (Leopoldo) fratello del duca d'Austria.
Poi il duca Rodolfo si mise in viaggio per Venezia dove giunse il
giorno della festa di san Michele (29 sett.); i Veneziani gli tributarono
i più grandi onori nei sette giorni in cui rimase presso
di loro.
78 Il 5
ottobre il duca (Rodolfo) si mise in viaggio verso Gorizia e, arrivato
in Friuli, vi si fermò per due giorni. Allora Francesco di
Savorgnano e Simone di Valvasone, precedendo il duca, seguirono
il patriarca che andava a Vienna. Quando vi giunsero giurarono davanti
al duca di non ripartire senza il suo benestare.
79 Il 2
marzo del 1362 i comuni di Udine, di Cividale e di Gemona mossero
con le loro truppe verso Manzano, ne presero il castello avendolo
messo a fuoco, si portarono poi a Buttrio e lo rasero al suolo.
Con i comuni c'erano anche il patriarca ed altri nobili friulani.
Corsero poi a Cormons, vi bruciarono alcune case ferendo e facendo
morire molte persone. In quei giorni presero anche con patti le
cortine di Codroipo e di Rivolto.
80 Dopo
pochi giorni Francesco di Savorgnano e Simone di Valvasone fecero
ritorno in Friuli, dopo essere fuggiti da Vienna senza il consenso
del duca.
81 Il 14
marzo dell'anno 1362 le comunità di Udine, di Cividale e
di Monfalcone con la taglia dei nobili friulani, tra cui Guglielmo
Boiani di Cividale, corsero davanti a Duino saccheggiando e bruciando
la villa e la chiesa di San Giovanni del Carso, ma, mentre stavano
tornando indietro, il signore di Duino si mise sulle loro tracce
coadiuvato da Volrico Di Reifemberg che era accorso in aiuto del
signore di Duino. Costoro diedero loro tale battaglia, che dei Friulani
furono trovati morti 418 fanti e nessuno dei cavalieri, perché
erano riusciti a fuggire. Un centinaio di cadaveri furono trovati
con il pene tagliato e messo sulla bocca in dispregio, per opera
delle donne slave. Dopo pochi giorni un gruppo di sedici friulani
si recarono presso i morti che giacevano ancora sul campo di battaglia,
per riprendersi i propri parenti e amici ed anche costoro furono
uccisi e ugualmente fu tagliato il pene e posto in bocca, e, cosa
turpe ad ascoltarsi e ridicola da raccontale, le donne dicevano
ai medesimi che quelli che avevano preteso di mungere le loro vacche
mungessero ora la propria verga.
82 L'11
giugno dell'anno 1370, giorno di san Barnaba, mastro Vivenzio e
Giovanni Bono carpentiere posero la campana grande sul campanile.
83 Il 24
settembre del 1374, la domenica precedente la festa di san Michele,
il nobile e potente 'milite' Nicolò di Spilimbergo, figlio
del fu Enrico di Spilimbergo e fratello di Valterpertoldo di detto
luogo, mentre con un seguito di soli otto uomini stava andando incontro
a Marquardo patriarca di Aquileia che scendeva dall'Austria, sotto
Tricesimo incontrò Biachino di Porcia che aveva ucciso a
tradimento il nonno Bartolomeo a Prata (di Pordenone), dove era
ospite, mentre stava in camera, in camicia da notte. Sebbene costui
si trovasse insieme a una comitiva di ben quaranta persone uscite
da Udine incontro al patriarca, egli, come buon vendicatore, coraggiosamente
lo assalì e, dopo avergli chiesto di guardarlo in faccia,
lo trapassò con la spada da parte a parte, in mezzo a tutti
i suoi compagni. Quando poi lo vide caduto a terra, nuovamente replicò
i colpi ferendolo in modo tale che il giorno dopo, ricevuti i sacramenti,
morì. Non sfuggì (Biachino) alle parole del Signore:
"chi di spada ferisce di spada perisce".
84 Il 24
marzo dell'anno 1377 Pregonia figlio del 'milite' Valterpertoldo
di Spilimbergo prese possesso di Castelnuovo ricevendolo da Mainardo
conte di Gorizia, del Tirolo e palatino della Carinzia.
85 Il 23
agosto dell'anno 1385 nacque Giovanni Francesco, figlio di Venceslao,
'milite' di Spilimbergo e venne battezzato il 26 dello stesso mese
dal pievano di Travesio.
86 Nell'anno
1390 tutto il borgo di Spilimbergo, fino alle fosse della rocca,
venne avvolto da un grande incendio che ridusse in cenere quasi
tutte le case; solo pochissime rimasero illese.
87 Il 16
febbraio dell'anno 1401, indizione nona, nacque Agnese figlia del
'milite' Venceslao e il 2 marzo fu battezzata da prete Stefano,
mentre il vescovo di Vuraysinch la accolse alla porta e Iangilino
ospite di Spilimbergo la tenne al fonte battesimale; per questo
le venne imposto il nome di Agnese in quanto il signore di Vuraysinch
volle che ella si chiamasse col nome della propria madre.
88 Domenica
11 novembre dell'anno 1401, indizione nona, giunse a Spilimbergo
re Roberto, che si recava a Roma per ricevere la corona imperiale.
È notevole come il detto re di Baviera, ossia il nuovo imperatore,
non potè andare oltre Padova per paura del duca di Milano.
89 Il 20
maggio del 1409, indizione seconda, Nadalino fratello di Antonio
già patriarca di Aquileia, senza incontrare alcuna resistenza,
corse con 100 cavalieri davanti a Valvasone e fece razzia di 400
capi di bestiame tra cavalli e mucche; di questi, 79 appartenevano
a Tommaso di Spilimbergo e 17 a Ulvino. Nello slesso giorno fecero
quattro prigionieri del comune di Valvasone ed uno che era alle
dipendenze di Tommaso. Poco dopo mezzogiorno gli stessi corsero
a Praturlone e alla villa di Fiume e saccheggiarono quelle due ville
che dipendono dal potente signore Guglielmino di Prata. Nello stesso
giorno bruciarono anche venti coltivi nelle ville di quelli di Valvasone.
90 Venerdì
6 settembre dell'anno 1409, seconda indizione, alle quattro del
mattino, prima dell'alba, papa Gregorio XIl si era allontanato da
Cividale per recarsi al porto di Latisana e imbarcarsi alla volta
di Rimini, quando quelli di Udine lo attaccarono presso una villa
nelle vicinanze di Belgrado. Si trattava di una comitiva di 200
cavalieri e 100 fanti, mentre il papa era in compagnia di 60 cavalieri
tra cui 20 erano vescovi e abati e i rimanenti 40 soldati, tra i
quali i fratelli Antonio e Colussio di Interio di San Vito. La difesa
fu tanto accanita che il papa potè fuggire e raggiungere
il porto di Latisana con forse venti cavalieri, essendo stati catturati
gli altri insieme a tutta l'argenteria, le reliquie e le valigie
per un considerevole valore. Dopo aver pranzato Gregorio si imbarcò,
uscì dal porto, non senza grande rischio, e si diresse verso
Rimini.
91 Il 25
marzo del 1410 si celebrò solennemente l'Annunciazione della
Beata Vergine nella chiesa di Santa Maria di Spilimbergo, officiante
prete Marino parrocchiano della detta chiesa.
92 Il 20
novembre del 1411 Pippo capitano generale di Sigismondo re di Ungheria,
entrò in Friuli con 14.000 cavalieri ungari e l'ultimo di
novembre prese Udine mentre Tristano di Savorgnano si era dato alla
fuga, insieme a molti altri Udinesi. In una quarantina di giorni
Pippo ottenne l'obbedienza di tutto il Friuli, ad eccezione di Tristano
e prese con la forza il castello di Torre e la bastita di Montereale
e a tutti i Friulani che stavano in quelle località al servizio
della signoria veneta egli fece tagliare una mano e strappare un
occhio; in seguito lo stesso Pippo con la sua gente attraversò
la fossa Cangona fatta dai Veneziani e nello stesso giorno catturò
quasi tutti gli armigeri Veneti; e il giorno dopo prese Serravalle,
che mise a sacco, quindi Cordignano e Ceneda, mentre quelli di Belluno
e di Feltre si arresero a Pippo che ebbe anche i castelli della
Costa e di San Boldo e |prese con la forza Motta. Anche a quelli
che si trovavano in questala località fece amputare una mano
e strappare un occhio. Ebbe quindi Oderzo e Porto Buffolè.
Di là ritornò in Friuli, dove [Tristano] gli promise
obbedienza con il patto di non poter entrare in Udine senza il permesso
del re.
93 [Tristano
di Savorgnano] entrò in Udine nella notte del mercoledì
santo (30 marzo 1412), senza tener conto della promessa fatta a
Pippo e rimase in città sette giorni. Allora un certo Banno
ungherese con truppe da tutto il Friuli si accampò presso
Udine, ma nella notte seguente Tristano si diede alla fuga con molti
altri Udinesi. Quando il re venne poi nella patria
si accampò presso Savorgnano che prese e rase al suolo.
Da Savorgnano si portò quindi a Osoppo, lo prese e ne fece
dono alla Chiesa di Aquileia. Poi si recò al castello di
Ariis con tutto l'esercito suo e della patria fermandosi colà
per 25 giorni, nei quali ci fu una tale inondazione provocata dalle
piogge, che non potè espugnarlo. Giunse allora in quella
località il conte Pertoldo (Orsini) dei principi romani,
a nome di papa Giovanni (XXIII), per trattare una tregua della durata
di 5 anni tra il re e i Veneziani. Il re allora se ne tornò
a Udine con il suo campo, vi rimase per 15 giorni, andò poi
a Feltre e da lì, attraverso quelle montagne, in una città
chiamata ... dove si fermò per tre mesi. Con lui stettero
anche gli ambasciatori del duca di Milano, per stabilire un'alleanza
con l'imperatore e per tre volte la seduta si svolse in un modo
non buono, tra finzioni e sotterfugi, finché il re se ne
andò in Lombardia, nella città di Lodi. Qui fu raggiunto
da papa Giovanni con il quale vennero prese molte decisioni, tra
cui quella di celebrare un concilio per la prossima festa di Ognissanti
che cadeva il primo novembre del 1413. Allora il papa e l'imperatore
si recarono a Cremona. L'imperatore si fermò per tre mesi
nel castello di quella città che Cabrino Pendolo, signore
di Cremona, aveva messo a disposizione sua e dei suoi parenti, poi
andò a Genova, mentre il papa si recò a Mantova e
di là a Bologna, dove fece ricostruire il castello che i
Bolognesi avevano in precedenza distrutto.
94 Il 27
maggio del 1413 Sigismondo re di Boemia e di Ungheria, imperatore
romano fu a Spilimbergo dove venne anche Lodovico di Thec patriarca
di Aquileia insieme con Brunoro della Scala e Marsilio di Carrara.
95 L'8
novembre dell'anno 1414 l'imperatore Sigismondo e l'imperatrice
Barbara furono incoronati ad Aquisgrana, alla presenza di 200 baroni,
di un numero infinito di principi e di una grande folla di 'militi'.
96 Il 21
luglio dell'anno 1415, all'ora quattordicesima, il Tagliamento si
ingrossò e l'acqua era color sangue e continuò a scorrere
in questo aspetto fino all'ora diciottesima e tutti si meravigliarono,
pensando che quel colore sanguigno dipendesse dal fatto che la giornata
era stata caldissima.
97 Il 9
maggio del 1418, nella villa di Bando, sopra Cordovado, ci fu uno
scontro notevole tra Friulani di là del Tagliamento e 600
armigeri di fanteria e cavalleria al soldo di Venezia che erano
in marcia per raggiungere l'esercito veneto che allora stazionava
presso Flumignano, oltre il Tagliamento, per recar danno e distruzione
nella patria del Friuli. In detto conflitto morirono, a quanto da
tutti si asseriva, più di 300 nemici e soltanto i dei nostri
che erano stati uccisi per errore dai loro stessi compagni che li
avevano scambiati per nemici. A condurre e guidare i nostri furono
Nicolussio conte di Prata, Federico conte di Porcia, Iacopo di Valvasone,
Ulvino suo parente e Francesco di Prodolone che si mossero con previdenza
e coraggio, ma soprattutto Francesco di Prodolone che, pur essendo
stato più volte ferito, fu il principale artefice della vittoria.
98 Il 20
dicembre dell'anno 1418 nacque Venceslao figlio
del nobile e potente Pertoldo di Spilimbergo.
99 Il 3
maggio dell'anno 1422 Alberto duca d'Austria sposò Elisabetta
figlia di Sigismondo re di Ungheria e imperatore romano.
100 Il
27 maggio del 1422, all'ora diciannovesima, scoppiò un incendio
in Borgo Nuovo, nella casa di Francesco notaio, dietro la chiesa
di San Pantaleone. Da questo fuoco vennero distrutte 159 abitazioni
e morirono circa 300 animali, tra cavalli, buoi e porci.
101 Il
21 novembre del 1422, di mattina, passò nel ciclo di Spilimbergo,
volando da oriente verso occidente, uno stormo di uccelli minuti
tanto numeroso che, a opinione di quelli che li videro, avrebbe
potuto riempire più di dieci carri.
102 Il
lunedì 6 marzo del 1427, decima indizione, sul mezzogiorno
dei bambini appiccarono il fuoco a uno stavolo nel borgo più
interno di Spilimbergo, ossia presso la piazza. Molto rapidamente,
a causa del vento forte, le fiamme volarono prima in Borgo Nuovo,
ossia nel Broilucio, e poi oltre la porta della terra, divorando
in un'ora 48 case con il tetto fatto di paglia ed una sola che lo
aveva di tegole.
103 Nel
nome di Cristo. Amen. Nell'anno 1431, indizione nona, il penultimo
giorno di ottobre, il patriarca di Aquileia Lodovico di Tech entrò
in Friuli attraverso la via di Gorizia con 5.000 Ungari e prese
per resa, senza combattere, Rosazzo, Manzano e Trussio. Alla fine,
venerdì 16 novembre, temendo l'arrivo del conte di Carmagnola
con 3.000 armigeri dell'esercito veneziano, il patriarca fuggì
con le sue genti attraverso la strada per la quale era venuto, portando
con sé bottino e prigionieri e lasciando senza guarnigione
Rosazzo, Manzano e Trussio. Per tutto il tempo in cui gli Ungari
rimasero in Friuli ci furono grandissime piogge e inondazioni del
Tagliamento che si innalzò oltre il solito e fu distrutto
Manzano per ordine del doge di Venezia.
104 Nell'anno
1432 il freddo seccò gli olivi insieme agli allori e agli
alberi di fico.
105
Nell'anno 1434 una brinata davvero dannosa bruciò le viti.
Era il 26 aprile.
106 Nell'anno
1434, verso la metà di novembre, il Tagliamento raccolse
una tale quantità di acqua da eguagliare il Po e portarsi
sulle spalle intere foreste.
107 Nell'anno
1435 nella stagione in cui il sole è in a ariete Marsilio
discendente dalla famiglia dei Carrara mentre si affrettava a tornare
in patria morì decapitato e con lui un gran numero di Padovani
trovò la morte.
108 Nell'anno
1435, il 9 agosto, contro le mura di Gaeta, c'è il re di
Aragona, c'è il re di Navarra, sulla tua flotta, o Genova,
insieme a molti principi fatti prigionieri. Con costoro, o maestro
di san Giacomo, tu potresti essere annoverato.
109 Il
2 ottobre dell'anno 1435 il vescovo Guglielmo dedica questa chiesa
quando prete Daniele era camerario della chiesa stessa
110 Nell'anno
1436 una violenta pestilenza straziò questa patria.
111 Nell'anno
1450, verso la metà di novembre ci furono dappertutto così
grandi inondazioni provocate dalle piogge che fiumi e torrenti s'ingrossarono
tutti oltre il solito, soprattutto il Tagliamento si gonfiò
al punto da coprire argini immensi e luoghi elevati che in precedenza,
a memoria d'uomo, non aveva mai raggiunto e, fatto particolarmente
impressionante, non solo devastò parecchie ville, ma le stesse
città fortificate, come Valvasone e Portogruaro, facendo
molti danni ed incutendo non poco spavento.
112 Il
22 febbraio del 1451, poco dopo la mezzanotte ci fu un violento
terremoto durato quasi un quarto d'ora sicché molti, non
comprendendone l'origine, si spaventarono.
113 Il
3 febbraio del 1455, verso le dieci di sera ci fu un forte terremoto
che interessò una regione molto vasta, tanto che in diverse
località alcuni edifici rovinarono e molti si spaventarono
non poco perché non si attendevano un simile evento.
114 Nel
ventesimo anno dal giubileo del 1450, ossia nel 1470, nella seconda
metà di ottobre e precisamente il 18, festa di san Luca,
il Tagliamento, fiume principale della patria, come per non rispettare
una certa previsione, con improvvisa e immensa alluvione per una
eccessiva quantità di precipitazioni, soprattutto sulle montagne,
tanto si ingrossò da riempire tutto il suo larghissimo alveo
toccando le rive che si innalzano dall'una e dall'altra parte e,
uscendo anche dal suo corso solito, invase e devastò campagne
e località che mai prima di allora aveva raggiunto, fatto
che a tutti quelli che vi assistettero offrì uno spettacolo
nuovo e stupefacente.
115 All'inizio
dell'anno seguente, 1471, quasi come se lo stesso venisse a correggere
quanto l'anno precedente aveva
fatto in disastri, l'inverno fu mitissimo, quasi sempre sereno
e senza neve, almeno nelle nostre campagne, ad eccezione di una
spruzzata caduta una notte che subito nel mattino seguente si sciolse
in pioggia e tornò il sereno. Dio voglia che questo tepore
e questo sereno ci porti fertilità e allegria!
116 Il
7 luglio del 1489, l'imperatore Federico venne a Pordenone con un
seguito di 300 cavalieri e vi si trattenne per circa 40 giorni.
117 Il
27 ottobre del 1489 a Longaderft, in Ungheria, morì il principe
Alberto re dei Romani di Ungheria e di Boemia, duca d'Austria e
marchese di Moravia.
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Indice
dei nomi di persona e di luogo
presenti nel Chronicon
Agnese di Spilimbergo,
6l
Alberto, conte di Gorizia,
25
Alberto duca d'Austria,
35, 69
Alberto re di Ungheria,
75
Alberto, abate di Summaga,
31
Ambrosio, pievano di
Travesio, 51
Anna, imperatrice, 47
Antonio di San Vito,
63
Antonio di Zoppola patr.,
61
Antonio figlio di Enrico
di Spilimbergo, 43
Aquileia, 29, 31, 51,
65
Aquìsgrana, 67
Ancona, re d', 71
Armano di Carnia, 35
Austria, 39, 59
Austria, duca d', 37,
41
Bando, 67
Banno ungherese, 65
Barbanico, 31
Barbara, imperatrice,
67
Barbeano, 53
Bartolomeo di Spilimbergo,
31, 59
Basaldella, 35
Belgrado, 63
Belluno, 51, 63
Benedetto XI, papa,
27
Bertrando di Saint-Geniès,
patriarca, 33, 35
Biachino di Porcia,
31, 33, 35, 39, VJ
Blanch, suora, 45
Bologna, 31, 65
Bonifacio VIII, papa,
25
Bossio di Mels, 41
Bottistagno, 45
Broilucio, ossia Borgo
Nuovo, 69
Brugnera, 33
Brunoro della Scala,
67
Buia, 33, 35
Buttrio, 55, 57
Cangona, fortificazione,
63
Caorle, 39
Caporiacco, 33
Capua, arcivescovo di,
25
Carinzia, conti di,
27
Carlo di Valois, 27
Carlo IV (di Lussemburgo),
imp., 37, 41, 45, 47, 55
Carmagnola conte di,
71
Carnia, 37
Carpacco, 53
Castelnuovo, 59
Castions, 29
Caterina, figlia di
Mainardo di Gorizia, 55
Ceneda, 63
Chiusa, 53
Cividale, 29, 31, 33,
47, 55, 57, 63
Codroipo, 57
Colloredo, 33
Colussio di San Vito,
63
Conegliano, 49
Cordenons, 41
Cordignano, 63
Cordovado, 67
Cormons, 57
Corrado di Auffenstein,
duca d'Austria, 35, 39, 41
Costa, 63
Cremona, 65
Cunz, milite, 43
Damquardo, di Spilimbergo,
53
Daniele, prete, 71
della Torre, famiglia,
27
Dictalmo di Duino, 27
Diialmo di Varmo, 53
Duino, 57
Durinchio di Mels, 41
Elisabetta, figlia di
Sigismondo re di Ungheria, 69
Enrico conte di Gorizia,
33
Enrico di Prampergo,
27, 29
Enrico di Soffumbergo,
41
Enrico di Spilimbergo,
33, 35, 45, 47, 49, 53
Enrico di Walse, maresciallo,
35, 39
Ermacora della Torre
di Castellutto, 33
Ermanno di Carnia, 39
Ettore Savorgnan, 49
Ezzelino da Romano,
25
Fagagna, 33, 35, 55
Panna, 29
Federico, 35
Federico, conte di Porcia,
67
Federico di Auffestein,
35
Federico di Portis,
43
Federico III imp. (V)
d'Asburgo, 75
Federico, duca d'Austria,
55
Fedrigino della Torre,
31
Feltre, 63, 65
Firenze, 41
Fiume, 61
Flambro, 35
Flumignano, 67
Fossàl, porta
di, 53
Francesco di Prodolone,
67
Francesco di Savorgnano,
57
Francesco di Villalta,
43
Francesco, notaio di
Spilimbergo, 69
Francescutto di Savorgnano,
47
Gabrino Fondolo, 65
Gaeta, 71
Gemona, 33, 37, 45,
53, 57
Gemona , 35
Genova, 65, 71
Gerardo, 35
Gerardo da Camino, 27
Gerardo di Cucanea,
35, 47
Germania, 31
Giacomo di Fulcherio,
di Tarcento, 49, 51
Giacomo Maroel, 41,
49
Gian Francesco di Castel
Porpetto, 39
Giovanni, frate, 29
Giovanni XXIlI, papa,
65
Giovanni Bono carpentiere,
59
Giovanni di Leison,
45
Giovanni di Zuccola,
27
Giovanni Francesco di
Castel Porpeto, 33
Giovanni Francesco di
Spilimbergo, 59
Giovanni re di Boemia,
37
Gorizia, 33, 49, 55,
57, 71
Gorizia, conte di, 27,
29, 37
Gradisca, 55
Gramogliano, 43
Gregorio (di Montelongo),
25
Gregorio XIl, 63
Guglielmo Boiani, 57
Guglielmo di Prata,
61
Guglielmo, vescovo,
71
Guido, legato pontificio,
33
Iacopo di Valvasone,
67
Istria, 27
Latisana, 63
Leopoldo, fratello di
Mainardo duca d'Austria, 55
Littemberg conte di,
43
Lodi, 65
Lodovico della Torre,
patriarca, 53
Lodovico di Thec, patriarca,
67, 71
Lodovico patr., 51,
53, 55
Lodovico re di Ungheria,
49
Lombardia, 31, 65
Longaderft, 75
Luchino di Porcia, 31
Mainardo, conte di Gorizia,
55, 59
Manfredo di Porcia,
27
Manfredo di Gian Francesco
di Castello, 49
Maniago, 29
Mantova, 65
Manzano, 55, 57, 71
Marino, prete, 63
Marquardo di Randeck,
patriarca, 59 98
Marsilio di Camini,
67, 71
Matteo Visconti, 27
Mels, 41
Mezzo, porta eli, 53
Milano, 65
Milano, capitano di,
27
Monfalcone, 57
Montepace, conte di,
29
Montereale, 29, 63
Mortegliano, 31
Moruzzo, 33, 35
Motta di Livenza, 63
Nadalino di Zoppola,
61
Navarra re di, 71
Nicolò di Lussemburgo,
patriarca, 37, 39, 41, 43, 45, 51, 59
Nicolussio, conte di
Prata, 67
Nicolussio, figlio di
Enrico di Spilimbergo, 43
Nuovo, Borgo di Spilimbergo,
53, 69
Oderzo, 65
Odorico di Cucanea,
29
Orcenigo, 29
Osoppo, 65
Ostia, cardinale di,
47
Ottobono, patriarca,
27, 29
Padova, 27, 31
Pagano della Torre,
patriarca, 27
Pagano figlio di Ettore,
33
Pardilino, 41
Pers, 35
Pertoldo Orsini, 65
Pertoldo di Spilimbergo,
47, 49
Perugia, 41
Pietro Cera, patriarca,
25, 27
Pietro di Udine, 27
Pietro vescovo di Concordia,
43, 51
Pieve di Cadore, 45
Pippo, 63, 65
Po, fiume, 71
Polonia, duca di, 25
Pordenone, 39, 41, 55,
75
Porpeto figlio di Gian
Francesco, 39
Porpetto, 37
Portobuffolè,
65
Portogruaro, 33, 73
Portogruaro, capitano
di, 31
Prampergo, 53
Prata, 31, 33, 55
Prata (di Pordenone),
59
Praturlone, 61
Pregonia di Spilimbergo,
59
Ragogna, 55
Raimondo della Torre,
patriarca, 25
Raimondolo di Leison,
45
Richinvelda, 35
Rimini, 63
Rivolto, 57
Rizzardo, figlio di
Gian Francesco di Castello, 49, 51
Rizzardo di Camino,
29
Rizzardo di Varmo, 39
Roberto, re di Baviera,
6l
Rodolfo duca d'Austria,
53, 55, 57
Roma, 43, 45
Rosazzo, 71
Rosazzo, abate di, 55
Sacile, 27, 35
Saciletto, 31
San Boldo, 63
San Daniele, 29, 33,
35, 37, 53, 55
San Giovanni del Carso,
chiesa, 57
San Giovanni del Romito,
45
San Giovanni di Heremith,
29
San Pantaleone, chiesa
di, 53, 69
San Pietro, chiesa di,
43, 47
San Vito, 31
Santa Maria di Spilimbergo,
63
Santa Maria di Spilimbergo,
duomo, 51
Santa Maria la Longa,
29
Savorgnano, 33
Sedegliano, 29, 55
Serravalle, 49, 63
Siena, 41
Sigismondo di Lussemburgo,
imp., 67
Simone da Valvasone,
33, 39, 57
Simone di Castellerio,
41
Soffumbergo, 33, 41
Spilimbergo, 25, 27,
31, 33, 35, 39, 99 43, 47, 49, 51, 53, 61, 63, 67, 69
Stefano prete, 61
Stufa, via della, 53
Stumberch, 29
Susans, 35
Tagliamento, fiume,
49, 67, 71, 73
Tarcento, 39, 49, 51
Tartari, 25
Tommaso, di Spilimbergo,
61
Torre (di Pordenone),
35, 63
Toscana, 31
Travesio, 59
Treviso, 29, 49
Tricano, castello di
Arcano, 33, 35
Tricesimo, 33, 59
Trieste, 25
Tristano, 31
Tristano di Savorgnano,
63, 65
Trussio, 71
Turrida, 55
Ubertino di Carrara,
31
Udine, 29, 31, 33, 35,
37, 39, 41, 43, 45, 49, 55, 57, 59, 63, 65
Ulvino, parente di Iacopo
di Valvasone, 67
Ulvino, di Spilimbergo,
61
Ungari, 49, 71
Ungheria, 25, 31, 33,
75
Valbruna, borgo, 53
Valeriane, 29
Valterpertoldo
Valterpertoldo III di
Spilimbergo, 29,
Valterpertoldo IV di
Spilimbergo, 31, 33, 45, 47, 53
Valvasone, 61, 73
Varmo, 53
Venceslao, figlio di
Pertoldo e nipote di Venceslao di Spilimbergo, 69
Venceslao, figlio di
Valterpertoldo IV di Spilimbergo, 43
Venezia, 27, 55, 67
Venezia, doge di, 71
Venzone, 37, 53
Vienna, 55, 57
Villalta, 33
Villanova, 53
Vivaro, 35
Volrico Di Reifemberg,
57
Vuraysinch, vescovo
di, 61
Weissenek, milite di,
41
Wildenstein, signore
di, 27
Zanutto del fu Pietro
di Zernio, 41
Zuanello di Fulcherio,
di Tarcento, 49
Zuccola, 29
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