CAP.1. L’ANALISI MONOVARIATA

 

1.1 Il comportamento linguistico

In questo capitolo le domande del questionario sono state suddivise in quattro gruppi che fanno riferimento - rispettivamente - al comportamento linguistico, alle motivazioni, alle opinioni ed atteggiamenti ed alle cognizioni degli intervistati.

Per quanto riguarda il comportamento linguistico, fanno parte di questa suddivisione le domande inerenti il grado di conoscenza della lingua friulana, la lingua o le lingue parlate in famiglia dall’intervistato da piccolo e attualmente, le lingue straniere conosciute, l’uso delle lingue in diverse situazioni e con interlocutori diversi, la lingua alla quale l’intervistato si sente maggiormente legato e la fruizione o meno di programmi televisivi e/o radiofonici e di stampa in lingua friulana.

 

1.1.1 Grado di conoscenza del friulano

Hanno dichiarato di capire e parlare regolarmente il friulano 265 intervistati (57,2%). Il friulano è quindi ancora la lingua parlata da una buona maggioranza degli abitanti dell’area friulanofona. Il 20,3% lo capiscono e lo parlano “occasionalmente” e qui si tratterà di un’ampia gamma di situazioni, che si è cercato di indagare con successivi quesiti. Quasi altrettanti (19,9%) dichiarano di capirlo ma di non parlarlo, mentre soltanto 12 degli intervistati (2,6%) affermano di non capirlo e non parlarlo (fig. 2). Quest’ultimo dato, in particolare, si presta a qualche riflessione su due versanti. Il primo, di natura più propriamente linguistica, sul grado di somiglianza, ovvero di mutua comprensibilità, tra italiano e friulano. Il secondo, di natura più socio-politica, sulla reale necessità di formali traduzioni dal friulano all’italiano, nelle situazioni pubbliche. Tutto l’apparato di regolamenti, uffici, personale ecc. che ci si appresta a creare, in ottemperanza alle leggi di tutela del friulano, è al servizio di quella minoranza del 2,6% che non capisce il friulano - o afferma di non capirlo, o si ostina a non capirlo -.

Le donne in misura maggiore rispetto agli uomini dichiarano di non capire e non parlare il friulano (3,9%, contro la percentuale maschile dell’1,3%), così come le persone d’età compresa tra i 34 e i 49 anni. Sono percentualmente di più le donne anche tra coloro che hanno detto di capire ma di non parlare il friulano (28,6% contro il 21,9% degli uomini) e gli appartenenti alla classe d’età più giovane (28,6%). Sono invece in numero minore rispetto agli uomini le donne che affermano di parlare sia occasionalmente che regolarmente il friulano: nel primo caso si esprimono così il 21,3% dei maschi ed il 19,3% delle femmine e nel secondo caso il 59,6% degli uomini ed il 54,9% delle donne. Si tratta comunque di differenze – seppur costanti – così basse da non venire evidenziate da ulteriori analisi più approfondite quali quella multivariata: in quel caso, il sesso non risulta più determinante perché al di sotto della soglia di significatività.

Per quanto riguarda il titolo di studio, dichiarano di capire e parlare regolarmente il friulano sia la maggior parte di coloro che hanno frequentato le scuole dell’obbligo (74,2%), sia di quelli che sono in possesso del diploma di scuola media superiore (46,0%). Tra i laureati invece, la maggior parte (39,3%) afferma di capire il friulano ma di non parlarlo, mentre gli stessi laureati sono percentualmente più presenti tra coloro che dichiarano di non capire e non parlare il friulano (8,9%).

Per quanto riguarda la conoscenza del friulano da parte di coloro che dichiarano l’italiano come propria lingua, il 41,4% di questi dichiara di capire ma di non parlare il friulano, mentre lo capisce e lo parla regolarmente il 89,2% di chi si sente più legato al friulano. Va notato inoltre che tra questi ultimi vi è anche un 2,2% che afferma di capire ma di non parlare la lingua friulana. Tra coloro che sentono come proprie altre lingue, il 52,5% parla regolarmente il friulano.

Riassumendo, si può affermare che in generale dichiarano una maggior conoscenza del friulano gli intervistati maschi, coloro che appartengono alla fascia d’età superiore, quelli con titolo di studio inferiore o medio e, naturalmente, coloro che dichiarano come propria la lingua friulana.

Nella ricerca del 1977 non c’era una domanda analoga. In quella del 1986, nella sola provincia di Udine, risultava una ben maggiore diffusione del friulano: coloro che affermano di capire e parlare regolarmente il friulano passano dal 75% al 57% (fig. 3).

Ma è difficile distinguere, in questa differenza di 18 punti, gli effetti del tempo (i 13 anni trascorsi) da quelli dello spazio (la diversa delimitazione dell’area d’indagine). E’ abbastanza probabile che nella provincia di Udine l’uso del friulano sia più diffuso che nell’intera area friulanofona.

 

1.1.2 L’uso del friulano nelle relazioni familiari

Volendo indagare l’uso dei diversi codici linguistici in relazione ai rapporti con i propri familiari, è stato chiesto quali lingue si parlassero tra i vari componenti della famiglia durante il periodo dell’infanzia dell’intervistato e quali invece al presente. Nel primo caso, inoltre, si è inteso rilevare soprattutto la socializzazione infantile piuttosto che, in senso stretto, soltanto quella familiare.

 

I principali risultati di questa batteria di domande sono sintetizzati nelle fig. 4a e 4b.

Nell’interpretarli, giova ricordare che il “passato” è relativo a tutte le fasce d’età comprese nel campione; si tratta quindi di una media tra il “passato breve” dei giovani, ridotto a pochi anni, e quello lungo dei più anziani, che può arrivare a sessant’anni addietro. Questa grandezza, puramente statistica, mantiene comunque il suo valore di indice sintetico.

Come si vede, già in questo artificioso passato v’era una lieve tendenza dei genitori friulanofoni a parlare italiano con i figli (calo di quasi 8 punti). La tendenza è ben più accentuata nel presente: il soggetto parla friulano coi genitori nel 50,8% dei casi, ma coi figli solo nel 34,6% dei casi.

Il grafico fornisce una visione sinottica dell’uso del friulano nei rapporti familiari.

Come si vedono, nel passato esso oscillava tra il 61,3% e il 48,6%, con un delta di ca. 13; nel presente, tra il 50,8% e il 32,2%, con un delta di oltre 18, indice di una crescente differenziazione degli usi linguistici nella famiglia.

Il grafico visualizza anche il calo complessivo dell’uso del friulano tra una generazione e l’altra (senza un preciso riferimento al calendario). Nella generazione più anziana, il 61,3% dei coniugi parlava friulano; nella presente, il 45,9%. Nel passato, ca. il 50% dei più giovani parlavano friulano tra loro; nel presente, solo il 32,2%

Nel passato, l’uso sia del friulano che dell’italiano all’interno della stessa famiglia era molto limitato (tra il 2,2% e l’8% dei casi). Nel presente il fenomeno assume una consistenza circa doppia: dal 4,9% al 14% (è massimo nei rapporti tra genitori e figli).

In tutti i casi presi in considerazione si pronunciano più spesso in questo senso i maschi, mentre pare non esserci un legame costante con l’età ed il titolo di studio. Interessante notare che i coniugi degli intervistati laureati sono coloro che, in maniera più decisa, paiono rifiutare l’uso simultaneo di entrambe le lingue con i figli (4,2%); inoltre, in nessun caso i figli di intervistati laureati parlano tra loro entrambe le lingue. Infine, gli intervistati appartenenti alla fascia d’età più giovane hanno dichiarato che i propri figli parlano tra loro o una lingua o l’altra, ma mai entrambe e mai neppure altre lingue.

Nel passato l’uso di “altre lingue” ricorreva in percentuali oscillanti tra il 14,7% e il 10,2%. Nel presente esso si è più che dimezzato, oscillando tra l’8,6% e il 2,2%.

Complessivamente, ammonta al 19% del campione la quota di coloro che hanno indicato l’uso, nei rapporti primari, di una lingua diversa dal friulano e dall’italiano. Nella metà dei casi si tratta dei vari dialetti di tipo veneto; seguono lo sloveno (10,2%) altre lingue straniere (14,8%) e altri dialetti italiani (13,6%). Data la modestia dei numeri, non è il caso di approfondire l’analisi; ma si può ipotizzare che il calo interessi soprattutto i dialetti di tipo veneto, per lo più a favore dell’italiano standard, che è un fenomeno noto ai sociolinguisti e già rilevato nelle precedenti ricerche.

Per quanto riguarda il mutamento nel tempo dell’uso del friulano, si possono confrontare sia le differenze per fasce d’età all’interno della presente ricerca sia le differenze tra i dati della presente ricerca e quella del 1977. La fig. 5, che si riferisce all’uso del friulano nel passato (dell’intervistato), evidenzia in modo drammatico il declino del friulano fra le tre fasce d’età, e in particolare l’accelerazione del declino nella generazione più giovane. Essa evidenzia anche la quasi completa omogeneità linguistica all’interno della famiglia nella generazione più anziana, mentre in quella più giovane si nota una forte differenziazione. Il padre (ma il dato è quasi identico per la madre), pur parlando friulano con il coniuge, nel 13,4% dei casi parla italiano con i figli. I figli/figlie, poi, tra loro parlavano friulano in misura ancora minore (29,5%). L’uso del friulano cala ancora, al 22.7 , con i compagni di gioco (e scuola, ovviamente).

Anche la fig. 6, che rappresenta l’uso del friulano nel presente, da parte delle diverse fasce d’età, è molto eloquente: il friulano cala, tra le generazioni, con ferrea regolarità. Corre solo l’obbligo di notare che i due dati relativi ai figli degli intervistati più giovani sono assai poco rappresentativi, in quanto solo 25 intervistati di questa fascia d’età hanno figli, e solo 10 più d’uno.

La batteria di domande sull’uso del friulano in famiglia figurava anche nella ricerca del 1977. E quindi possibile confrontare i due momenti (fig. 7). Per quanto riguarda la proiezione nel passato (dell’intervistato, e quindi il passato “medio” e artificiale di cui s’è già fatto cenno), le differenze sono limitate. Si nota di nuovo l’omogeneità linguistica nel “passato del 1978”, attestata mediamente all’oltre il 70% di uso del friulano; nel “passato del 1999” la situazione, all’interno della famiglia è più variegata, passando dal 61% di friulanofonia dei “genitori tra loro” al 48,6% dei figli con i compagni di giochi. Ma il declino del friulano è ben più evidente quando si considera i due “presenti”. Nel 1978 esso passava dal 72,1% dei “genitori tra loro” al 63,3% dell’“intervistato con il coniuge” al 49.8 % dell’“intervistato con i figli”: un calo dell’8,8% tra la prima e seconda generazione, e del 13.5 % tra la seconda e la terza; totale, 22,3%. Nel 1999 si parte da un livello di friulanofonia familiare piuttosto basso (corrispondente grosso modo al minimo del 1978), ma la perdita del friulano tra la prima e la seconda generazione è rallentata al solo ca. 4%.

Tra la seconda e la terza riprende all’incirca la velocità del 1978: la perdita è del 13,7%.

La fig. 8 visualizza il declino del friulano fra quattro generazioni. Mediamente, gli intervistati del 1978 indicano che i loro genitori parlavano friulano nella misura del 73%.

Alla stessa data, gli intervistati medesimi col coniuge parlavano friulano nella misura del 63,3% Una generazione dopo, nel 1999, gli intervistati parlavano friulano col coniuge nella misura del 45,9%, mentre i loro figli, tra loro lo parlano solo nella misura del 32,2%.

In quattro generazioni la perdita è stata del 40%: 10% per generazione.

E’ possibile estendere agli inizi del secolo il periodo considerato, se si prende in esame la generazione dei genitori del gruppo più anziano considerato nel 1977 (ossia, mediamente la generazione che aveva figli piccoli negli anni tra il 1920 e il 1940, e quindi che era nata tra il 1900 e il 1920) Tuttavia il risultato non muta apprezzabilmente (fig. 9). Si può quindi affermare che nell’intera area friulanofona, nella prima metà del secolo il friulano era parlato da ca. il 75% della popolazione. Non è invece prudente estendere l’operazione all’ultimissima generazione, quella dei figli della generazione più giovane considerata nel 1999, e che quindi sono nati a partire da ca. il 1990, perché il numero dei casi (33) appare troppo limitato. Comunque, a titolo di mera indicazione, si può prendere atto che solo a circa 15% di questi i genitori parlano friulano; in un altro 9% dei casi, sia l’italiano che il friulano. Grosso modo quindi la proporzione appare rovesciata; solo circa il 20% (ad essere ottimisti) dell’ultimissima generazione apprende in famiglia la lingua friulana. E’ evidente la necessità di approfondire questo aspetto con ulteriori indagini.

 

1.1.3. Apprendimento del friulano

Allo stato attuale, non sembra che il friulano eserciti un’apprezzabile attrazione per chi non lo conosce; o che vi siano molte occasione e possibilità di impararlo. Sono solo 27 gli intervistati (22,3% di coloro che hanno risposto a questa domanda) che affermano di cercare di imparare il friulano. Tra loro v’è una leggera prevalenza di donne, a conferma (seppur molto precaria) di quanto detto più sopra, a proposito della maggior disponibilità delle donne ad adattarsi alla lingua del posto o della nuova famiglia.

 

1.1.4. Lingue conosciute

Una delle argomentazioni a favore della tutela del friulano è che il bilinguismo (diglossia) è correlato positivamente con l’apprendimento di ulteriori lingue. Il tema sarà sviluppato più avanti. Qui ci si limita a registrare le auto-dichiarazioni sulla conoscenza di alcune lingue: francese, inglese, sloveno, spagnolo e tedesco, con la possibilità di specificarne eventualmente altre. Il grado di conoscenza delle stesse è stato indicato con una scala con i seguenti items: non la conosco, più o meno comprendo ma non parlo, comprendo bene ma non parlo, parlo e parlo bene.

La lingua meno conosciuta in assoluto è lo sloveno (441 intervistati, pari al 95,2% del campione, non lo parlano); quella più o meno compresa ma non parlata è il francese (128 casi, ossia 27,6%), così come quella compresa bene ma non parlata (32, ossia 6,9%), alla pari in questo caso con l’inglese. La lingua straniera più parlata risulta l’inglese, così come quella parlata meglio: nel primo caso si contano 79 risposte (17,1%), e nel secondo 43 (9,3%). Poche persone infine indicano di conoscere altre lingue (escluse quelle di cui si è detto, nonché il tedesco e lo spagnolo) con diverse competenze.

La domanda riferita alle lingue conosciute è stata incrociata con le risposte fornite alla prima domanda del questionario, riguardante il grado di conoscenza della lingua friulana: le persone che dichiarano di conoscere meglio il friulano sembra siano generalmente meno portate per le lingue. Va ricordato però che tra questi ultimi vi sono soprattutto persone anziane e meno istruite.

Per valutare adeguatamente questo risultato, è stato derivato da tale domanda un indice, definito “competenza linguistica”. Le dichiarazioni degli intervistati sulla competenza in merito all’uso di lingue straniere (individuabile attraverso 5 possibili gradi di conoscenza) sono state ricodificate attribuendo il valore 1 alla non conoscenza e il valore 5 alla conoscenza perfetta della lingua. E’ stata quindi calcolata una media.

Ad ottenere una media di 1 (e quindi a non conoscere alcuna lingua straniera) è quasi il 20% degli intervistati, mentre nessuno ha ottenuto una media di 5 (ossia un’ottima conoscenza di tutte le lingue indicate). Le percentuali più alte di risposte si trovano, in calando, fino al valore medio 2,0 – 2,2 (“Più o meno comprendo ma non parlo”).

Per coloro che hanno indicato come la propria lingua l’italiano, quelli che hanno maggiore competenza linguistica (media 1,98) sono gli appartenenti alla fascia d’età più giovane, così come per coloro che hanno indicato come “lingua del cuore” il friulano: in questo caso però la competenza linguistica è solo del 1,62%. Parrebbe quindi che la conoscenza del friulano non sia di stimolo all’apprendimento di nuove lingue: si deve tenere però conto dell’esiguità dei casi considerati (i giovani che considerano come propria lingua il friulano sono solo 48). Qualunque sia la “lingua del cuore” comunque, la competenza linguistica va palesemente diminuendo con l’aumentare dell’età degli intervistati. E’ questo però un aspetto che appare più evidente tra i friulanofoni.

Tra coloro che hanno indicato come la propria lingua l’italiano, quelli che hanno maggiore competenza linguistica (media 2.09) sono i laureati, così come tra quelli che hanno indicato come «lingua del cuore» il friulano (media 1.94). Mentre però la competenza linguistica per coloro che sentono come propria la lingua italiana e hanno frequentato le sole scuole dell’obbligo è di 1.60, per quelli che si sentono legati di più al friulano ed hanno compiuto quello stesso ciclo di studi la competenza linguistica è soltanto di 1.29. In generale quindi, gli intervistati che si sentono particolarmente legati al friulano si dimostrano meno competenti nell’uso delle lingue straniere rispetto a quelli che preferiscono l’italiano: tra i primi però l’incremento delle competenze linguistiche con l’aumentare del titolo di studio è superiore rispetto ai secondi (cioè: il miglioramento della competenza linguistica con l’aumentare del titolo di studio è più evidente in coloro che si dichiarano più legati al friulano, pur rimanendo questi ultimi in generale meno competenti nell’uso delle lingue rispetto a chi ha indicato l’italiano come lingua del cuore).

 

1.1.5. “Lingua del cuore”

Si ipotizza una possibile diversità tra la lingua usata di fatto e quella che si sente più propria, cui si è più attaccati, che si preferisce ed ama di più (“lingua del cuore”).

Contrariamente alle aspettative, il friulano è più usato che preferito: come si è già notato, il 57,2% lo capisce e parla regolarmente, e un altro 20% occasionalmente, mentre coloro che lo sentono come proprio sono solo il 50,1%. Comunque più dell’italiano (41,3%).

Le donne indicano in misura eguale (45,1%) sia friulano che l’italiano, mentre gli uomini indicano più spesso (55,2%) il legame con la lingua friulana, così come gli intervistati della fascia d’età superiore (63,6%) e quelli che hanno frequentato le scuole dell’obbligo (63,1%).

Una domanda analoga era stata posta anche nel 1977. Come vi vede dalla fig. 10, in ventidue anni il calo di questo indicatore è stato di ca. il 18%.

 

1.1.6 Uso del friulano nella sfera più intima, personale

La lingua è usata non solo nelle relazioni interpersonali, ma anche nei “discorsi interni”, nei sogni, nelle espressioni emotive, negli appunti personali. Si tratta certo di un tema che la tecnica dell’intervista ha difficoltà a scandagliare con precisione; ma i dati ottenuti (fig. 11) potrebbero essere di stimolo per più adeguati approfondimenti, con tecniche più appropriate.

Come si vede, la barriera della scrittura impedisce alla quasi totalità dei friulani l’uso della loro lingua anche nelle note personali, appunti ecc.; solo il 2.2. lo fa “sempre”, e altrettanti “spesso”.

Ben più ampio (31,2%) l’uso del friulano nel far di conto “a mente”, da alcuni considerato l’indicatore decisivo della primazia di una lingua sulle altre, nella psiche di un soggetto.

Negli altri casi si riscontra un’ampio uso del friulano, da solo o, in molti casi, in coesistenza o alternanza con l’italiano. Per i pensieri interni, la percentuale complessiva coincide all’incirca con la media dell’uso familiare e della “lingua del cuore”; per le espressioni di trasporto emotivo, la supera ampiamente. Interessante, per gli psicologi del profondo, che nei sogni l’uso promiscuo di friulano e italiano sia indicato più frequentemente che il friulano solo.

 

1.1.7 Lingua con cui si rivolge ad uno sconosciuto

Uno degli indicatori fondamentali delle situazioni di diglossia, ovvero di compresenza di due codici linguistici di diverso valenza sociale, è l’uso che se ne fa nel rivolgersi ad un persona estranea al gruppo primario o alla comunità dei parlanti. La lingua usata con gli sconosciuti è quella sentita come dominante.

Solo circa il 10% del campione afferma di usare il friulano anche rivolgendosi ad uno sconosciuto. Come è prevedibile, tra questi vi sono soprattutto i maschi, anziani e meno istruiti. Non sembrano esserci molti dubbi sullo status subordinato del friulano.

Si è anche chiesto l’opinione dell’intervistato sulla situazione inversa, cioè che uno sconosciuto, cui si rivolga la parola in italiano, risponda in friulano. Ciò è ritenuto normale da 75,3% degli intervistati, soltanto il 3,7% ritengono questo comportamento maleducato.

 

1.1.8. Uso dei mass-media in lingua friulana

L’importanza dei mezzi di comunicazione “di massa” nella pratica e nella promozione di una lingua non ha bisogno di essere enfatizzata. L’argomento è trattato più ampiamente in un prossimo capitolo, in chiave di domanda potenziale e di atteggiamenti; in questa sede ci si limita a registrare le dichiarazioni di larga massima. Poiché in Friuli l’offerta di pubblicazioni o trasmissioni di questo tipo è assai limitata, è evidente che una ricerca più approfondita sui “comportamenti di fruizione” dovrebbe focalizzarsi su quelle ristrette fasce di pubblico (da stimarsi probabilmente sull’ordine del 5%) che seguono con maggiore sistematicità i pochi media friulani.

Ciò premesso, notiamo (fig. 12) che quasi la metà del campione afferma di leggere pubblicazioni in friulano, e circa un terzo di seguire programmi radio e tv in questa lingua. Quanto, per ora non è dato sapere. Una ricerca di qualche anno fa (Strassoldo 1991) faceva ammontare a circa il 4% della popolazione la fascia dei veri lettori in lingua friulana; un altro 21,8% affermava di leggere “qualche volta”, e il 25,7% “raramente”. Come si vede, il dato complessivo (51,5%) coincide esattamente con quanto dichiarato dal presente campione.

 

1.2 Le motivazioni

Scopo fondamentale della scienza è individuare le cause dei fenomeni. Nel caso delle scienze umane e dei fenomeni sociali, tali cause sono spesso anche ragioni, cioè ragionamenti, argomentazioni, “discorsi” interni alla mente del soggetto. La persona si comporta in un certo modo perché così ha deciso, dopo averne riflettuto. Ma il comportamento può anche essere la risultante di processi psichici pre-razionali (emozioni, pulsioni, ecc.), svolgentisi al di sotto del livello della coscienza e della ragione; e si può facilmente sostenere che questa è il livello di causalità di gran lunga più frequente e importante. Si parla allora, genericamente, di motivazioni dell’azione umana, e l’analisi delle motivazioni, in quanto cause, costituisce uno degli obiettivi standard delle indagini sociologiche.

Proprio per il loro carattere in gran parte pre-logico e inconscio, “profondo” tuttavia, le motivazioni non si prestano molto bene ad essere indagate con lo strumento dell’intervista su questionario. Tale strumento infatti da un lato non è in grado di sondare le profondità della psiche, e dall’altro presuppone la capacità di espressione, ovvero rielaborazione conscia e verbale (cioè logica nel senso letterale della parola) di quei fenomeni.

Ciò non toglie che qualche indicazione utile non possa venire anche dall’analisi delle motivazioni mediante lo strumento dell’intervista; ed è quanto abbiamo fatto anche nella presente ricerca, per alcuni item. La tecnica usata è stata quella di sottoporre all’intervistato una “batteria” di possibili motivazioni o ragioni del loro comportamento, e di chiedergli di indicare il suo grado di adesione ad ognuna di esse. Il grado di adesione veniva espresso mediante “scale” del tipo “molto d’accordo, abbastanza d’accordo, poco d’accordo, per niente d’accordo”. L’individuazione delle possibili motivazioni, e la loro espressione verbale, è stata fatta a priori dai responsabili della ricerca, sulla base di precedenti esperienze, di pre-test, della letteratura, ecc.

Il grado di validità (cioè di corrispondenza tra l’indicatore usato e il fenomeno reale che si intende studiare) di tale tecnica di ricerca non è molto elevato; per cui ci limitiamo ad esporre i risultati complessivi, espressi in termini di media, senza ulteriori approfondimenti analitici; e qualche commento di massima.

 

1.2.1. Motivazioni del parlare friulano

La prima batteria riguarda le motivazioni del parlare friulano. I risultati sono sintetizzati nella fig. 13

Come si vede, tutte le motivazioni ricevono un alto grado di adesione (l’indice medio di oltre il 3 significa che gran parte degli intervistati si dichiarano molto o abbastanza d’accordo); se ne deduce o che le motivazioni predisposte erano molto ben indovinate, o che gli intervistati mostrano un alto grado di rispetto per le proposte dei ricercatori.

Non meraviglia che la proposizione più “gettonata” sia quella sostanzialmente tautologica (“perché mi piace”); ad essa avrebbe dovuto seguire la domanda ulteriore, “perché le piace? ”. Seguono tre proposizioni che si inquadrano in una medesima sindrome, caratterizzata da un atteggiamento semplicemente abitudinario e tradizionalista, comunque irriflesso e “alogico”. Le proposizioni cui si aderisce di meno sono quella utilitarista e quella che possiamo definire ideologica, in cui il parlar friulano non è solo un fatto ma un valore (“per far vivere la lingua”).

L’analisi delle differenze tra le indicazioni fornite dai vari gruppi (per sesso, età, istruzione, ecc.) non riserva sorprese; i maschi, anziani e a minor livello d’istruzione mostrano generalmente un’adesione più marcata a tutti gli item.

 

1.2.2. Motivazioni del favore alla trasmissione della lingua friulana ai figli

Il quadro fornito dalla “batteria” precedente è molto difforme da quello che si ottiene con una diversa tecnica (quella della “domanda aperta”) applicata a una problematica leggermente diversa: “Se i genitori sono friulani, pensa sia preferibile usare il friulano con i figli? ” Oltre i due terzi (70,2%) del campione si è espresso in modo affermativo; e come al solito, si tratta in prevalenza di maschi, d’età superiore, con minori titoli di studio.

Tra questi, 212 casi hanno indicato, come motivazioni, la volontà di mantenere viva la lingua, ma anche le tradizioni e la cultura friulana, nonché il senso di orgoglio, di appartenenza ed i valori legati a tale cultura.

In 46 casi, la lingua friulana è indicata come la più diretta, la lingua del cuore, dei sentimenti e dei rapporti interpersonali; tale scelta sarebbe legata a connotazioni emotive, al piacere di parlarla, al fatto che è una bella lingua e, comunque, anche quella maggiormente conosciuta.

In 37 casi, la scelta del friulano sarebbe giustificata dal fatto che in questo modo l’italiano sarebbe poi imparato meglio in un secondo tempo a scuola, evitando nel contempo difficoltà generate dall’apprendimento di una lingua (l’italiano) per la quale non vi sia perfetta padronanza da parte degli educatori. L’insegnamento della lingua friulana risulterebbe, per contro, più facile e logico.

Per 26 intervistati, imparare il friulano è avere una conoscenza in più, al pari di molte altre lingue ritenute più prestigiose.

Infine, 12 persone danno altre risposte, riferite perlopiù alla necessità di insegnare allo stesso tempo sia il friulano che l’italiano, preparando i figli al bilinguismo.

Tra coloro che ritengono non sia preferibile che genitori friulani insegnino la propria lingua ai figli, la maggior parte delle risposte (56) indica la possibilità che ci siano problemi linguistici e di apprendimento a scuola, dovuti alle interferenze create dal friulano nella lingua nazionale; inoltre, spesso i problemi diverrebbero anche sociali, di relazione e di inserimento.

Per 42 intervistati, la necessità di insegnare l’italiano al posto del friulano è giustificata dal fatto che esisterebbero delle priorità da rispettare: l’italiano è la lingua nazionale ed ha precedenza su quella regionale. Inoltre l’italiano sarebbe più utile ed importante, ma anche più completo e fine.

Dodici intervistati affermano che la conoscenza del friulano rappresenterebbe un limite nei rapporti al di fuori della Regione, col rischio di non farsi capire ed incorrere in atteggiamenti di chiusura ed emarginazione.

 

1.2.3. Motivazioni pro o contro l’educazione bilingue dei bambini

Di nuovo con una batteria “chiusa” si sono voluto sondare le motivazioni degli atteggiamenti pro o contro l’insegnamento del friulano accanto all’italiano, in famiglia ma anche nella scuola.

Il risultato è esposto nella fig. 14. Come si vede, anche in questo caso, come nel precedente, risultano largamente prevalenti gli atteggiamenti favorevoli, e tra le due motivazioni positive prevale quella “culturale” (“l’educazione bilingue italiano - friulano favorisce la presa di coscienza delle origini e della continuità storica e culturale del Friuli”) su quella sociale (“l’educazione bilingue italiano-friulano favorisce un migliore inserimento del bambino nella sua comunità”).

Questi dati appaiono in radicale contraddizione con quanto risulta, sia da molte altre fonti sia in questa stessa indagine, sul crollo della pratica del friulano nelle famiglie. Ma è necessario sottolineare la diversità dei piani. Una cosa è l’adesione di principio, offerta per un momento a idee proposte da un gentile intervistatore o intervistatrice; una cosa del tutto diversa è il comportamento di fatto. Una cosa è la simpatia puramente teorica e labile, la cui espressione non costa nulla, e un’altra cosa sono i vettori delle forze che determinano la catene decisionali dell’individuo, nella complessità della vita.

 

1.2.4 Motivazioni e atteggiamenti pro o contro la tutela del friulano

Un ultima batteria riguarda gli atteggiamenti degli intervistati pro o contro la tutela del friulano. Il tema era stato studiato anche nelle precedenti ricerche. Nel 1977, la quasi totalità del campione (96%) riteneva opportuno “fare qualcosa” per tutelare il friulano; nel 1986, il dato calava leggermente al 90%. Nel 1999 si è ritenuto superfluo porre la domanda generica, presumendo che si sarebbe riprodotto lo stesso unanimismo; e si è passati ad approfondire il tema, presentando una serie di proposizioni che sintetizzano le principali argomentazioni che ricorrono nei dibattiti su tale questione.

Come si vede dalla fig. 15, anche in questo sondaggio prevalgono largamente le risposte favorevoli alla tutela della lingua friulana. Al primo posto viene la difesa in sé della lingua come diritto di ogni popolo; al secondo l’idea che la lingua sia un elemento fondamentale dell’identità di ogni popolo. Differenza sottile ma non irrilevante. Tra le risposte negative, prevale largamente quella fondata sull’ottimismo (“il friulano non ha bisogno di essere tutelato per mantenere la sua diffusione e vitalità”) su quella pessimista (“non vale la pena di tutelare il friulano perché è comunque destinato a scomparire”).

In termini di percentuali, si può notare che all’affermazione “il friulano dev’essere tutelato perché tutti i popoli hanno diritto di conservare e sviluppare la propria lingua” si dicono totalmente d’accordo il 76% e parzialmente d’accordo il 17,1% degli intervistati; parzialmente o totalmente contrari rispettivamente il 4,5% e il 2,4%. Come al solito, i maschi, anziani e meno istruiti mostrano un grado lievemente superiore di adesione.

All’affermazione “il friulano deve essere tutelato perché, se si perdesse, si perderebbe anche l’identità del popolo friulano” risponde di essere totalmente d’accordo il 64,3%, e parzialmente il 22,5%. Qui, stranamente, le donne si dichiarano un po’ più d’accordo dei maschi.

Confrontando i dati dei due item, si deve concludere che il valore in sé della lingua, come diritto dei popoli, è più diffusamente sentito del suo ruolo come elemento dell’identità; che è un tema un po’ più complicato.

All’affermazione ottimista “il friulano non ha bisogno di essere tutelato per mantenere la sua diffusione e vitalità” risponde di essere totalmente d’accordo il 15,2%, e parzialmente d’accordo il 17,5%: totale, 32,7%. Anche qui, le donne sono leggermente più d’accordo.

Infine, con l’affermazione “non vale la pena di tutelare il friulano perché è comunque destinato a scomparire” concordano, totalmente o parzialmente, solo il 3.1 % dei rispondenti. Evidentemente in Friuli quasi nessuno coniuga il pessimismo sul destino del friulano con il rifiuto della tutela. E’ invece vero il contrario: la richiesta della tutela è motivata proprio dalle preoccupazioni per la sua scomparsa, e chi è contro la tutela argomenta questa posizione con un errato o falso ottimismo sulla tenuta del friulano.

 

1.3 Le opinioni e gli atteggiamenti

La parte più sostanziosa delle indagini sociologiche basate sui questionari è normalmente quella che tratta di opinioni e atteggiamenti. Le prime perché hanno, per loro natura, un carattere sociale e verbale. L’opinione è un pensiero cosciente, che riflette ed eventualmente rielabora le informazioni che il soggetto ha tratto dall’ambiente sociale, e che riguardano fenomeni sociali. Le opinioni si prestano dunque egregiamente ad essere espresse nella situazione pubblica dell’intervista e registrate su un questionario. Ma la ricerca d’opinione è divenuta importante soprattutto perché l’opinione pubblica è, o dovrebbe essere, una delle materie prime del processo politico, il fondamento della democrazia.

L’analisi degli atteggiamenti gode di altrettanta popolarità perché essi, costituendo il retroscena o condizioni soggettive generali dell’azione, permettono in qualche misura di prevederla (se conosco l’atteggiamento generale di una persona riguardo ad un certo problema, posso prevedere come agirà quando dovrà concretamente affrontarlo). E notoriamente una delle motivazioni principali della ricerca scientifica è la previsione del futuro. In realtà è ben noto in sociologia che la correlazione tra atteggiamento e comportamento è estremamente labile. La popolarità dello studio degli atteggiamenti si basa anche sulla relativa facilità con qui possono essere studiati con una varietà di tecniche verbali.

Anche in questa ricerca si è seguita questa tradizione, con diverse domande in cui si sono sondate le opinioni e gli atteggiamenti del campione su una varietà di temi socio- linguistici.

 

1.3.1 Opinioni e atteggiamenti sul friulano

Una prima batteria, e le relative risposte, è visualizzata nella fig. 16. Come si vede, il massimo accordo si registra su due item solo apparentemente contraddittori: il primo vuole esprimere un atteggiamento squisitamente sentimentale, valutativo (“il friulano è bello”), il secondo un atteggiamento del tutto strumentale (“l’importante è capirsi, indipendentemente dalla lingua”). In realtà, essi sono del tutto compatibili: si può benissimo considerare bella una lingua, e allo stesso tempo evidenziare l’aspetto meramente utilitaristico delle lingue.

Le differenze per età, sesso e istruzione non sono rilevanti. In percentuale, sono molto o abbastanza d’accordo con queste proposizioni ca. l’80% dei rispondenti.

All’estremo opposto il minimo di accordo si ha sugli item che danno dell’uso del friulano una connotazione socialmente negativa: “non mi piace che mi parlino friulano quando entro in un negozio” e penso che se parlo friulano la gente non mi valorizzerà abbastanza”. In percentuale, al primo item l’accordo, totale o parziale, è solo del 17,7% e al secondo del 12,6%. E’ del tutto evidente il rifiuto di considerare il friulano come qualcosa di spregevole.

Gli altri due item “considero la lingua friulana un fattore importante per le relazioni umane” e “quando conosco una persona che mi parla friulano me la immagino più disponibile e alla mano” tendono a evidenziare gli aspetti positivi del friulano, il primo dal punto di vista prevalentemente sociale, il secondo più psicologico. Il primo raccoglie l’accordo (equamente distribuito tra totale e parziale) del 70,9% , il secondo del 55.2 %. Evidentemente, la funzione del friulano di facilitare i rapporti nella comunità è ritenuta più importante della sua correlazione con la personalità dei friulani. Anche qui, l’influenza di sesso, età e istruzione è poco significativa.

Una seconda batteria esplora aspetti dal sapore più socio- politico; anche in questo caso, ognuno di essi tenta di comprimere in una breve frase alcune delle più diffuse argomentazioni sulla “questione friulana”, per verificare quali siano le opinioni e l’atteggiamento della popolazione friulana al riguardo. Le argomentazioni sono a volte, implicitamente o esplicitamente, un po’ più “sofisticate” delle precedenti, e non sorprende quindi una certa tendenza degli intervistati a pronunciarsi in modo prudente, incerto; e nella mancanza di forti correlazioni con altre variabili. I risultati sono rappresentati in fig. 17. Le principali osservazioni che si possono fare si riferiscono al forte disaccordo (67,5% totale, e il 14,7% parziale) all’item “il friulano è parlato per lo più da persone non molto istruite”, che suona come una netta rivendicazione della dignità di questa lingua e dei suoi parlanti. D’altra parte, si prende a grande maggioranza (78,5%) atto che gli altri - “la gente” - ritiene più prestigioso parlare italiano.

Più ristretta è la maggioranza (58,7%) che ritiene che il friulano sia una lingua e non un dialetto; e ancor più risicata (51,6%) quella secondo cui il friulano è adatto anche agli usi “alti”.

Ampia invece la maggioranza secondo cui “nel corso della storia, la lingua dei gruppi dominanti non è mai stata il friulano” (64,7%)., e ancora più (76%) quella secondo cui “i politici (non) si sono impegnati abbastanza per togliere il friulano dal suo stato di inferiorità”

 

1.3.2. Opinioni su quali situazioni sono più appropriate all’uso del friulano

Una delle argomentazioni più frequentemente usate per negare la tutela delle lingue “minoritarie” è che esse sono adatte solo a situazioni “informali”, familiari, “basse”; ma non possono essere adoperate anche in circostanze più “elevate”, formali, ufficiali. Il problema dello “status” sociale del friulano, nell’opinione della popolazione, è stato affrontato nella presente indagine con un’apposita “batteria” (fig. 18). Come si vede, i friulani hanno largamente introiettato il principio secondo cui il friulano è solo una “lingua da osteria”, amicale; solo una minoranza le considera appropriato a situazioni più formali. Colpisce in particolare che solo un terzo ne veda ammissibile l’uso nelle funzioni religiose. Anche la maggior parte di chi si sente in generale più legato al friulano in questo caso considera più appropriato l’italiano. Evidentemente gli sforzi della curia udinese per il riconoscimento del friulano come lingua liturgica non sono riusciti ancora a convincere la maggioranza dei friulani.

L’influenza delle variabili sesso, età, istruzione ecc. è quella costantemente notata in tutta l’indagine.

 

1.3.4 Opinioni sulla lingua da usare in pubblico, in presenza di chi non comprende il friulano

 

Il meccanismo più potente di minorizzazione di una lingua è quello della sua esclusione dall’uso pubblico, in presenza anche di una sola persona che dichiari di non capirla; ciò che equivale al diritto di veto accordato ai rappresentanti della lingua dominante. In Friuli, come si è visto, solo il 2,6% della popolazione dichiara di non capire il friulano; ma è una percentuale sufficiente a far scattare il meccanismo in quasi ogni assemblea. I friulani ne appaiono profondamente condizionati, ab immemorabili; e considerano questa resa un dovere d’ospitalità. Alla domanda, pur molto circostanziata, “se in una riunione organizzata per discutere questioni di interesse locale, e durante la quale si parla friulano, c’è una persona che non comprende il friulano, quale soluzione le sembra più corretta? ” il 70,2% risponde che bisogna passare all’italiano. Il 18,5% dichiara che bisognerebbe continuare a parlare in friulano lentamente e chiarendo eventuali dubbi; il 9,6% afferma che si dovrebbe parlare italiano solo con quella persona e solo l’1,5% pensa che si dovrebbe continuare invece a parlare in friulano (fig. 19).

 

1.3.5 Opinioni sulla conservazione e/o il ripristino della toponomastica in friulano

Tre quarti degli intervistati (73,0%) ritengono sia giusto intervenire per la salvaguardia della toponomastica in lingua friulana. In questo caso non si apprezzano sostanziali diversità tra le risposte in relazione alla variabile sesso; il dato più interessante riguarda la percentuale piuttosto alta degli appartenenti alla fascia d’età più giovane che affermano sia giusto fare qualcosa in quest’ambito (77,3%, contro il 67,1% della fascia media ed il 74,8% di quella più anziana) (fig. 20).

Rispetto al 1977 si nota un certo calo: allora i favorevoli erano l’84% del campione.

 

1.3.6. Opinioni sull’evoluzione della lingua friulana

Questo tema è stato affrontato da due punti di vista. Il primo riguarda il recente passato e l’aspetto qualitativo della lingua; si è cioè cercato di cogliere la percezione che il pubblico ha delle trasformazioni lessicali, grammaticali, sintattiche ecc. del friulano, negli ultimi 10 anni, sotto la pressione della lingua dominante; è il fenomeno ben noto dell’ italianizzazione del friulano. Da un secondo punto di vista si sono sondate le previsioni del pubblico sul destino “quantitativo” del friulano nel prossimo futuro.

Nel primo item, che è quanto di più vicino alla sociolinguistica si sia andati nella presente indagine, il riferimento era alla lingua della comunità più immediata (introdotta dalla domanda precedente “quale lingua si parla abitualmente in paese?”). Non si poteva certo pretendere una conoscenza della situazione del friulano in tutti i suoi ambiti territoriali.

Quasi tre quarti del campione non percepiscono mutamenti rilevanti (41,8% per niente diverso; 28,9% poco diverso).

A ritenere il friulano di 10 anni fa per nulla diverso da quello attuale sono più spesso donne, persone più anziane e meno scolarizzate e coloro che ritengono il friulano la propria lingua. Anche all’estremo opposto, tra coloro che vedono una grande diversità tra il friulano d’allora e quello attuale, vi sono soprattutto donne, persone con titolo di studio basso o medio, e senza particolari differenze per quanto riguarda l’età.

Una domanda simile era stata posta anche nella ricerca del 1977. La fig. 21 mette a confronto le due serie di dati. Come si vede, la percezione del mutamento è molto più elevata nel 1999 che nel 1977.

La seconda domanda era introdotta dall’inciso “se le cose continuano come adesso”, cioè se non si interviene con provvedimenti di tutela. Le opinioni di gran lunga prevalenti sono quelle del graduale assorbimento del friulano nell’italiano, o della sua riduzione a lingua di pochi. Solo il 18% crede nella sua continuità ai livelli e modi attuali, ma solo una piccola minoranza prevede la sua estinzione. E c’è anche un minuscolo “zoccolo duro” del 2,6% che crede nel suo rilancio.

Non si apprezzano differenze significative legate alla variabile età, mentre per quanto riguarda il sesso le donne paiono generalmente più pessimiste sul futuro del friulano. Infine, va rilevato che il 46,4% dei laureati ritiene che, pur non scomparendo, il friulano in futuro sarà parlato da pochi.

La domanda era stata posta anche nel 1977 e nel 1986; ma non era stata allora prevista la modalità “italianizzazione”, per cui i dati di quest’ultima ricerca non sono comparabili con quelli delle altre due, soprattutto per quanto riguarda le modalità intermedie.

Comunque i dati delle tre ricerche sono visualizzati insieme nella fig. 22. A un estremo, è interessante notare che la percentuale degli ottimisti ad oltranza (“si rafforzerà”), che si era mantenuta sull’11% tra il 1977 e il 1986, è drasticamente calata allo “zoccolo duro” del 2,6%. All’altro estremo, la percentuale dei pessimisti (“scomparirà”) era invece salita dal 9,7% all’11% tra le prime due ricerche, mentre si è notevolmente ridotta al 5,6% in quest’ultima.

 

1.3.7. Opinioni sull’insegnamento scolastico del friulano

L’inserimento della propria parlata nei curricula scolastici è uno dei più tradizionali campi di battaglia delle minoranze linguistiche, e mantiene la propria crucialità pur in una situazione sociale in cui anche la scuola, come altre agenzie di socializzazione, è messa crisi dall’impatto dei media. Domande su questo punto erano presenti anche nelle precedenti indagini.

Uno dei dati più straordinari di queste indagini è la stabilità, in questi vent’anni, del plebiscitario consenso all’idea dell’insegnamento della lingua e cultura friulana nelle scuole. Per quanto riguarda la lingua, i dati sono: 83,6% di favorevoli nel 1977, 86% nel 1986, 85,5% nel 1999. Per quanto riguarda la storia e le tradizioni del Friuli, il favore è ancora più completo: il 95.3 % nel 1977, il 96,3% nel 1999 (fig. 23). Chi conosce il mondo della scuola in Friuli non potrà che stupirsi dell’ampiezza di questa adesione. Ma non occorre dimenticare, ancora una volta, che si tratta solo di dichiarazioni di principio; e per la gran parte, fatte da persone che non devono confrontarsi con il problema concreto dell’istruzione dei figli.

Tra i 14,5% che si son detti contrari all’idea di iscrivere i figli a lezioni scolastiche di lingua friulana si trovano più spesso le donne, le persone d’età intermedia, i laureati.

Sia nella ricerca del 1986 che nella presente si è posto agli intervistati il quesito sulle modalità di insegnamento del friulano. I risultati sono presentati nella fig. 24. Come si vede, è diminuita sia la percentuale dei “fondamentalisti”, favorevoli all’obbligatorietà per tutti, ma anche, e in misura molto più forte, il numero dei contrari (da 27 al 4,1%); ed è invece aumentata, in misura corrispondente, la percentuale di coloro che favoriscono l’obbligatorietà generalizzata, pur con la possibilità di esonero. In complesso sembra di notare un forte aumento del favore all’introduzione del friulano nelle scuole; da spiegarsi forse con l’aumentata percezione del suo declino negli altri ambiti della vita, e con lo sviluppo del dibattito sull’argomento.

 

1.3.8. Atteggiamenti verso i mass-media in friulano

Nella ricerca del 1977 si era chiesto quali fossero i mezzi e i modi più adeguati per conservare, tutelare e valorizzare la lingua friulana. Il campione ha messo la scuola solo al secondo posto (80%): al primo ha indicato la stampa e i mezzi di comunicazione di massa (85%).

Nella presente ricerca, come si ricorderà, abbiamo chiesto agli intervistati se “qualche volta” leggessero riviste, giornali o libri in friulano, o se ascoltassero qualche trasmissioni radio o seguissero trasmissioni televisive in questa lingua. Non si è poi approfondito il tema dal punto di vista quali-quantitativo (quali pubblicazioni, quali radio o TV, quanto spesso ecc.); ma si è preferito sondare le ragioni della mancata esposizione a questi mezzi; ovvero l’atteggiamento verso di essi. I risultati sono esposti nella fig. 25. Come si vede, il mercato potenziale dei fruitori di pubblicazioni e trasmissioni in lingua friulana è più ampio per la radio e ancor più per la TV che per i mezzi a stampa. Inoltre esso comprende complessivamente circa la metà di coloro che attualmente non fruiscono; e per la TV, oltre la metà.

A coloro che hanno risposto no o non so alla domanda se “gli piacerebbe” leggere, o ascoltare, o vedere materiale in friulano, è stato chiesto il perché.

Afferma sia difficile leggere in friulano il 38,1%, mentre il 27,7% si dichiara non interessato; il 18,1% non sa leggere in friulano, l’8,4% non ha tempo. Non sanno leggere in friulano soprattutto donne, giovani e laureati; lo ritiene difficile il 42,7% delle donne, il 43,5% degli appartenenti alla fascia d’età superiore ed il 44,6% dei meno scolarizzati, nonché il 56,6% di quelli che indicano come propria lingua il friulano; dichiarano di non aver tempo per leggere soprattutto maschi, persone più anziane e con titolo di studio inferiore. Non sono interessati soprattutto maschi, giovani, diplomati e persone che indicano l’italiano come lingua fondamentale.

Per quanto riguarda le ragioni del non ascolto di trasmissioni radio in friulano, dice di non essere interessato o di non trovare di proprio gusto tali trasmissioni il 43,4%; il 32,4% afferma di non avere tempo e di non seguire la radio; il 12,4% dice di avere difficoltà di comprensione; il 9,7% afferma che dipende dai contenuti.

Per quanto riguarda infine le trasmissioni TV, dice di non essere interessato o che tali trasmissioni non sono di suo gusto il 44,2%; il 21% afferma di non avere tempo e di non seguire la televisione; il 12,3% denuncia la mancanza di tali trasmissioni in lingua friulana; l’11,6% che dipende dai contenuti e il 10,9% di avere difficoltà di comprensione.

 

1.3.9 Lingua, identità, autonomia

Alcune domande finali miravano a sondare opinioni e atteggiamenti su alcuni aspetti del nesso tra l’identità friulana, la lingua e l’autonomia politico-amministrativa. Nella prima si ipotizzava che l’identità potesse essere anche rafforzata da meccanismi extra-linguistici: “Quando una persona friulana ha successo nel mondo dello sport, dello spettacolo, della cultura, ecc., pensa che i friulani si sentano particolarmente orgogliosi?”. Rispondono affermativamente a questa domanda il 90,9%. Seguiva il secondo quesito: “L’orgoglio per i successi dei friulani potrebbe favorire l’uso della lingua friulana?”. Qui la quota di risposte positive cala al 51,3%, le negative salgono al 39,4%, e non sa dare una risposta il 9,3%.

Non sembra dunque che l’ipotesi riscuota un grande favore.

Al quesito “una più forte autonomia del Friuli potrebbe giovare alla promozione e alla tutela della lingua friulana?” risponde affermativamente il 61,3%, negativamente il 26,6% e non sa dare una risposta il 12,1% del campione.

 

1.4 Conoscenza della legge di tutela

A due anni e mezzo dall’entrata in vigore della legge regionale 15 del 1996 sulla tutela del friulano, solo il 20,2% ne dava per certa l’esistenza; il 47,4% non lo sapeva, e il 23% lo negava.

 

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