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Come un frutto spontaneo della libertà
Società operaie,
Scuole di disegno e Cooperative nel distretto di Spilimbergo
(1866- 1917)
di Luigi Antonini Canterin
Indice
- Una difficile vita economica
- I nostri paesani conoscono meglio le città
della Germania che Udine capoluogo:
le comunicazioni e
le difficoltà del settore manifatturiero
- Antica e nuova emigrazione
- Un nuovo problema: la tutela degli emigranti
- Le Società operaie
- Inverno: stagione della socialità e della
politica
- Le Scuole di disegno
- Le forme della cooperazione: il credito
- Le forme della cooperazione: produzione e consumo
Appendici:
- Statuto della Società di mutuo soccorso
Umberto I
fra gli operai della Vallata Tramontina
- Statuto della Società operaia di mutuo
soccorso di Solimbergo
- Relazione riguardante gli esami della Scuola
professionale Fondazione Ceconi co. Giacomo in Pielungo
- Statuto della Società Anonima Cooperativa
di Consumo di Meduno
Immagini
Presentazione
La Banca di Credito Cooperativo
di San Giorgio e Meduno è sempre stata sensibile a tutte le
iniziative volte a far conoscere il patrimonio culturale, sociale
ed artistico delle zone di sua operatività. È presente
infatti in tale contesto con una propria serie di pubblicazioni, ricerche
storiche, archivistiche e darte.
Il radicamento ed il potenziamento
della nostra rete di sportelli nella zona nordest della provincia
di Pordenone confermano quindi linteresse della nostra cooperativa
di credito per una pubblicazione che traccia la storia e illustra
levoluzione socio- economica del mandamento di Spilimbergo tra
il 1866 e il 1914. Lopera è il felice risultato di un
attento lavoro di ricerca e sapiente interpretazione svolta dal dottor
Luigi Antonini Canterin, nel campo della cooperazione, della scuola,
dellartigianato e del sorgere delle prime cooperative, alle
quali le Casse Rurali di San Giorgio della Richinvelda e Meduno hanno
dato un sostegno importante.
Questo volume si propone dunque
di divulgare i valori sociali del passato come strumento di crescita
intellettuale e civile della nostra comunità che stiamo rischiando
di perdere, in un momento in cui la telematica, il commercio elettronico
e le nuove economie che ruotano intorno ad internet stanno prevalendo.
Nello spilimberghese è
sempre stata attiva una tenace e qualificata borghesia, che ha saputo
proporre dinamici principi di solidarietà e realizzare istituti
di comune progresso.
Lautore, con questopera,
proietta luce nuova su risvolti di vitalità associazionistica
della nostra zona, che sono in parte sconosciuti.
Mi compiaccio a nome di tutte
le componenti istituzionali della Banca di Credito Cooperativo di
San Giorgio e Meduno e desidero ringraziare lautore, dott. Luigi
Antonini Canterin per questopera che con tanta passione ha voluto
curare e che nostro tramite si propone alle istituzioni, alle varie
componenti della realtà sociale, economica e culturale della
zona e alle famiglie dello spilimberghese.
Banca di Credito Cooperativo
di San Giorgio e Meduno
Il Presidente DAndrea geom.
Marino
Introduzione
Quando il Veneto, che annovera
come sua provincia territorialmente più estesa quella di Udine,
viene congiunto nel 1866 al giovanissimo Stato italiano, tutte le
sue città fioriscono di iniziative di carattere associazionistico.
Esse sono state rese fino a quel momento pressoché impossibili
- con qualche eccezione come quella delle bande musicali - dalla legislazione
austriaca, prudentissima e timorosa, soprattutto dopo i fatti del
1848, di fronte a qualsiasi gruppo organizzato anche se dal carattere
palesemente apolitico.
LItalia invece consente
alle élites locali di produrre le nuove forme associazionistiche
già sperimentate in Europa: soprattutto i contesti vivaci delle
città del Nord, come ad esempio Milano, vedono una solida e
attiva borghesia far da contraltare a una classe operaia sempre più
numerosa e organizzata, e da ognuno di questi gruppi nascono associazioni
di carattere economico, politico, culturale, assistenziale, patriottico,
ricreativo e via dicendo, in un crescendo quasi ininterrotto per lintero
cinquantennio che trova il suo punto darrivo nella Grande Guerra.
Le Società operaie di mutuo soccorso spiccano, tra laltro,
per un diritto di primogenitura che le vede sorgere nei mesi immediatamente
seguenti lUnità anche in tutte le città del Veneto,
dai modelli piemontesi e poi lombardi: come un frutto spontaneo
della libertà - per usare le parole di Pacifico Valussi
- esse rimangono a lungo associazioni, per lappunto, cittadine,
connotate da dinamiche abbastanza comuni e dalla forte impronta paternalistica
che pone durante i primi decenni di vita i notabili locali a loro
sostegno e guida.
Alcune di queste Società
giungono fino a oggi. Ed è ancor più notevole che di
una simile longevità, ovviamente non priva di interruzioni,
si possano vantare alcuni gloriosi, anche se più piccoli, sodalizi
ancor vivi e fertili nelle vallate prealpine storicamente e amministrativamente
legate a Spilimbergo. La forza delle radici solidaristiche innervanti
il mutuo soccorso e la cooperazione in queste terre rimane sotto gli
occhi di tutti, pur nei cambiamenti resi necessari dal mutare delle
condizioni storiche; ma non è stato solo per rendere un dovuto
omaggio che questa ricerca ha preso avvio qualche anno fa grazie allincoraggiamento
dellallora presidente della Banca di Credito Cooperativo di
Meduno, Bruno Paveglio, ed è poi continuata ed ha potuto concludersi
grazie al presidente della nuova Banca di Credito Cooperativo di San
Giorgio e Meduno, Marino DAndrea.
La spinta è venuta dalla
constatazione della ricchezza e varietà delle forme associazionistiche,
mutualistiche, cooperativistiche presenti in villaggi anche piccoli
e relativamente isolati. Le Società operaie, ad esempio, nascono
tra lultimo decennio dellOttocento ed il primo decennio
del Novecento, con notevole rapidità, in collina e in montagna,
prendendo il testimone dalla diversa esperienza di Spilimbergo, molto
più precoce. Cercheremo di condurre il lettore a scoprire le
dimensioni ed il senso di queste esperienze, calandole nel peculiare
contesto legato agli equilibri secolari della vita economica e sociale
di popolazioni per le quali il fenomeno dellemigrazione campeggia
per visibilità e centralità. Tra le loro funzioni, speriamo
di illuminare, almeno parzialmente, non solo quelle esplicite ed istituzionali
sancite dagli statuti, ma anche quelle implicite, legate alla socialità,
allidentità di paese ed alla politica. Non va trascurata
comunque la valenza direttamente assistenziale e mutualistica delle
Società operaie, in un volgere del secolo in cui si vanno allentando
i tradizionali legami della società rurale e le nuove forme
dellemigrazione mettono in pericolo assetti consolidati: la
prospettiva di un sussidio in caso di malattia o infortunio rimane
la spinta fondamentale che porta centinaia di operai ad iscriversi.
Sempre ancorata alle nuove esigenze
di autoprotezione dei lavoratori, unaltra funzione va attribuita
alle Società operaie: esse accompagnano, inoltrandosi nelletà
che la storiografia e il senso comune hanno saldamente legato al nome
di Giovanni Giolitti, i primi passi compiuti verso una moderna previdenza
statale. Soprattutto favoriscono, spinte anche dai problemi di bilancio
che di solito si prospettano dopo alcuni decenni dalla fondazione
per linnalzamento delletà media dei soci, la lenta
e faticosa adesione alla Cassa nazionale di previdenza, istituzione
che inizia il cammino verso il sistema previdenziale pubblico, ma
che conserva il difetto di non essere obbligatoria e neppure adeguatamente
conosciuta dai lavoratori.
Ancor più importante e
tangibile, merito storico incontrovertibile delle Società operaie
è la promozione delle cosiddette Scuole di disegno, frutto
immediato e precoce nelle città, ma dal primo decennio del
Novecento realtà sempre più solida nei paesi della collina
e della montagna, contribuendo a dare allemigrazione stagionale
verso le tradizionali mete europee una apertura ai mestieri specialistici
connessi alledilizia e ai lavori pubblici. Ciò consente
a molti, se non sempre di accedere al rango di imprenditori, di presentarsi
sul mercato del lavoro con credenziali diverse rispetto ai semplici
faticatori e fornaciai.
Le Società operaie, ed
in varia misura le cooperative, assumono dinverno ancora unulteriore
connotazione, dai tratti più sfumati e dalle dinamiche più
articolate e sotterranee rispetto al dettato degli statuti. Pensiamo
alle assemblee, spesso segnate da discussioni vivaci e tensioni interne,
legate nei piccoli sodalizi di paese per lo più a questioni
concrete, e non alla contrapposizione di orizzonti ideologici e politici;
e pensiamo ancor più al momento della festa, che accosta elementi
di ritualità densi di valenze simboliche al libero esprimersi
della convivialità. Ci troviamo chiaramente di fronte ad un
tassello di quella più generale storia della socialità
che, unitamente al tempo libero, sta diventando uno dei filoni più
fertili della storiografia contemporaneistica italiana. Nelle cerimonie
annuali, processioni laiche seguite dai discorsi dei leaders,
e nelle solenni inaugurazioni dei làbari, scorgiamo anche qualcosa
in più: il dispiegarsi nelle realtà piccole dei paesi
di quella strategia pedagogica tesa a nazionalizzare il popolo italiano,
a renderlo partecipe - tardivo - dei destini del giovane Stato attraverso
la costruzione del mito risorgimentale (pensiamo ad esempio alla figura
di Garibaldi). Un riflesso insomma di quello che nelle città
viene affidato alle feste nazionali (la festa dello Statuto ed in
seguito la festa del XX settembre), alla costruzione di monumenti
agli eroi- simbolo (soprattutto Garibaldi e Vittorio Emanuele II),
e alla toponomastica risorgimentale che ridefinisce strade e piazze
dei centri storici.
In paesi come Travesio, Toppo,
San Giorgio della Richinvelda, Meduno e tutti gli altri del distretto
spilimberghese, le forme associative presentano negli anni pionieristici
della loro nascita un carattere peculiare rispetto alle omologhe forme
cittadine (anche solo di città piccole come la stessa Spilimbergo):
rimangono legate ad una spiccata, rigorosa territorialità.
Cooperative e Società operaie sono tenacemente ancorate al
ristretto universo del villaggio - non del comune, quasi sempre costituito
da villaggi diversi, confinanti, e proprio per questo a volte segnati
da ataviche inimicizie - legando tra loro i capifamiglia nella prospettiva
di un interesse collettivo, ma anche nella fiducia di una solidarietà
dalle lontanissime radici. Il che naturalmente non esclude, come il
lettore vedrà, un tasso fisiologicamente piuttosto elevato
di conflittualità interna, sopito solo in alcuni casi dalla
presenza alla guida dellistituzione di una figura dal carisma
riconosciuto. Incontreremo tali figure e ne tracceremo il sommario
profilo consentito dalla limitatezza delle fonti: alcuni parroci,
come a Meduno e a Gradisca, spiccano insieme a laici come il DAndrea
di Navarons, il Galafassi di Toppo, il Concari ed il Ciriani a Spilimbergo
ed altri ancora, tra i quali naturalmente Domenico Pecile a San Giorgio
della Richinvelda.
Lo strettissimo legame con il
territorio, villaggio o parrocchia, connota in modo stringente la
vita associativa; le istituzioni rimangono quasi sempre piccole, con
poche eccezioni come la Cassa rurale di Meduno, e nel caso delle Società
operaie faticano a raggiungere una piena maturità mutualistica.
Daltro canto lambito ben definito permetteva - sia nel
campo del credito garantito dalla solidarietà illimitata, che
nella delicata gestione dei sussidi di malattia da parte della Società
operaie, come pure nella messa in comune del latte nei caseifici cooperativi
- il reciproco controllo tra i soci, e la conseguente indispensabile
fiducia nella correttezza della conduzione e nella buona salute dei
bilanci.
Lintenzione di indagare
la vita associativa dei villaggi, con le loro dinamiche peculiari,
ci ha portato ad una scelta volta a restringere e rendere quanto più
possibile omogeneo il campo dellanalisi. Abbiamo lasciato volontariamente
sullo sfondo, con i necessari e speriamo sufficienti riferimenti,
la città di Spilimbergo, con la sua irrequieta Società
operaia e le non molto fortunate e numerose iniziative cooperativistiche.
Il centro politico- amministrativo del distretto presenta infatti
nel primo cinquantennio dellItalia unita una sua specificità,
una sua complessità economica, sociale, culturale e politica;
esso merita, insomma, una indagine mirata che ne metta in luce la
forte vocazione commerciale, il ruolo della filanda, le declinazioni
sociali e ideologiche delle élites. Ci è sembrato
più opportuno ambientare e contestualizzare il più possibile
le cooperative, le Società operaie e le Scuole di disegno,
dedicando ampio spazio alle condizioni economiche dei villaggi e soprattutto
al fenomeno caratterizzante e fortemente condizionante dellemigrazione
temporanea, che detta il ritmo e segna il senso di tutte le iniziative.
Nel fare questo abbiamo tentato di unire ai solidi risultati di una
storiografia accademica ben avviata sullargomento anche la variegata
e ricca messe di memorie, articoli e studi prodotti o raccolti dai
ricercatori locali, troppo spesso tralasciati nel nome di una scientificità
che, per voler essere molto rigorosa, finisce a volte col divenire
arida e legata mani e piedi alle serie statistiche elaborate dalle
istituzioni pubbliche, condite con le interpretazioni calate dallalto
dagli intellettuali coevi.
Abbiamo a questo punto introdotto
la questione delle fonti. La difficoltà di reperire archivi,
registri e in genere notizie su sodalizi piccoli e spesso esauriti
da molti anni è ben nota. Non può che risultarne una
ricostruzione disomogenea, che pone in primo piano alcune realtà
rispetto ad altre, per la fortuna di aver lasciato qualche
traccia in più; speriamo ne derivi anche uno stimolo a cercare
nuovi documenti in archivi privati e pubblici, e a salvare e conservare
con cura le carte già note. Per costituire il tessuto connettivo
della ricerca non è rimasto che affidarsi alle numerose cronache
apparse sulla stampa quotidiana e sui periodici cattolici e socialisti
dellepoca: una fonte in realtà preziosa che ha ripagato
la fatica ed il tempo impiegati. Una fonte che non garantisce certezze
statistiche precise e non restituisce un quadro uniforme, legata comè
alla presenza (o assenza) di corrispondenti locali dai paesi, con
le loro predilezioni, idiosincrasie, relazioni. Ma in cambio ci offre
squarci di vita, questioni, liti e problemi che, per essere presentati
quasi sempre da un punto di vista parziale non si pensi solo ai fogli
cattolici e socialisti, evidentemente molto connotati, ma anche alla
stampa cosiddetta libera - non perdono certo la loro autenticità.
Di fondamentale importanza sono,
inutile dirlo, gli statuti; già noti quelli delle Casse rurali,
ne abbiamo reperiti un buon numero delle Società operaie del
distretto, alcuni dei quali il lettore troverà in appendice.
Ma non va dimenticato che gli statuti costituiscono il punto di riferimento
di dinamiche ed equilibri interni ben più complessi, vari e
mutevoli; non possono da soli rendere conto del reale funzionamento
delle istituzioni. Ci hanno aiutato a chiarire maggiormente il quadro
alcuni registri di verbali fortunatamente sopravvissuti e gentilmente
mostratici dalle attuali dirigenze: insieme alle cronache giornalistiche
hanno dato una profondità maggiore allanalisi, permettendoci
di percepire alcune questioni concrete altrimenti nascoste.
Le Scuole di disegno hanno lasciato
una traccia più marcata, e facilmente accessibile agli studiosi.
La necessità di accedere ai contributi previsti dallamministrazione
provinciale le ha costrette a produrre una precisa documentazione
relativa a tutti gli aspetti - didattici, finanziari, sociali - della
loro spesso stentata esistenza. Tali carte sono conservate e inventariate
presso lArchivio di Stato di Udine, ed hanno permesso di seguire
le vicende delle Scuole aperte nel primo decennio del Novecento in
alcuni villaggi del distretto. Anche in questo caso la Scuola di Spilimbergorimane
sullo sfondo: primogenita dal punto di vista cronologico, essa presenta
caratteristiche sue, con un diverso rapporto con lassetto economico,
lemigrazione ed il contesto politico, meritando una analisi
ben più approfondita di quella che sarebbe risultata possibile
allinterno del presente lavoro.
Unultima avvertenza di
carattere metodologico riguarda il peso molto disuguale che i principali
oggetti della presente ricerca possono vantare nel quadro sia della
storiografia nazionale sia di quella ristretta allambito friulano
o veneto. Le cooperative hanno goduto di molta attenzione, ed il lettore
interessato può accostarsi a numerosi studi, soprattutto focalizzati
sulle Casse rurali e sulle latterie sociali; tralasciamo il complesso
discorso sulle varie interpretazioni che diversi punti di vista hanno
saputo fornire, limitandoci a sottolineare la centralità dellarea
veneta rispetto allintero contesto nazionale in questi peculiari
settori della cooperazione, che spiega e giustifica ampiamente linteresse
degli studiosi. Il Friuli in particolare vanta una valida messe di
ricerche, in buona misura basate sulla vasta pubblicistica prodotta
nellambito dellAssociazione Agraria Friulana. In parte
insomma abbiamo dovuto ripetere cose già più volte dette,
cercando però di privilegiare - ripetiamo altre fonti, molto
meno visitate, nella speranza di offrire, se non un approccio originale,
almeno una serie di sfumature utili alla completezza del quadro.
Nellaccostarsi al tema
della mutualità il discorso cambia. A livello locale si va
ancora poco oltre le intenzioni apologetiche delle pubblicazioni legate
agli anniversari, mentre alcuni storici hanno cominciato solo di recente
a studiare le Società operaie nella loro autonomia e concretezza,
riferendosi alle statistiche prodotte dal ministero di Agricoltura,
Industria e Commercio (fonte usata anche nella presente ricerca) e
al faticoso cammino della legislazione nazionale sullargomento.
I punti di riferimento tradizionali rimangono gli studi, risalenti
ormai ad alcuni decenni or sono, che si occupano delle Società
operaie soprattutto in rapporto allo sviluppo del movimento operaio
- nel suo complesso e nelle sue determinazioni sindacali e politiche
- e allatteggiamento dei socialisti in modo particolare; una
prospettiva come si vedrà insufficiente a illuminare le istituzioni
paesane delle Prealpi Carniche, dominate dallemigrazione e dove
tra laltro il movimento socialista fatica a farsi largo durante
letà giolittiana.
Se per il mutualismo gli studi
sono ancora insufficienti, un discorso ancor più radicale meritano
le Scuole di disegno. Solo le realtà cittadine vantano, in
parte, lonore di qualche pubblicazione, mentre la fitta rete
di iniziative che costellano la fascia pedemontana del Friuli occidentale
- fino non solo al primo, ma spesso anche al secondo dopoguerra -
attende ancora di essere riportata alla luce. Speriamo qui di aver
compiuto il primo passo.
Pensando di rendere il più
possibile agevole la lettura, abbiamo ridotto al minimo indispensabile
quellapparato di note e rimandi (nel testo stampato) che costituisce
un obbligo per chi scrive di storia, anche se non si rivolge ad un
pubblico di specialisti. Ci siamo limitati a riferire con puntualità
le fonti darchivio di volta in volta utilizzate e le pubblicazioni
dalle quali abbiamo tratto ogni singola idea, notizia o stimolo. Su
argomenti quali lemigrazione veneto- friulana o la cooperazione
il lettore curioso potrà facilmente consultare ricche e recenti
bibliografie, mentre su mutualità e istruzione professionale
- come già detto - è necessario attendere che gli studi
procedano.
Non posso però sottrarmi
al piacevolissimo onere dei ringraziamenti, insolitamente numerosi
per le molte piste seguite nella ricerca e per il tentativo di reperire
un adeguato apparato iconografico. A questo proposito il primo grazie
non può che andare a mio padre, indispensabile collaboratore
nella ricerca e, cosa anche più importante, costante stimolo
ed esempio di entusiasmo. In molti hanno gentilmente collaborato e
concesso la riproduzione di fotografie: Silvano Antonini Canterin,
Giuliano Borghesan, Daniele Cassan, Gloria Cassan, Claudia Concari,
la famiglia Crozzoli, Ermes del Toso, Giandomenico Fabrici, Luciano
Facchin, Orlando Fioretti, Sante Maraldo, Anna Papais, Rino Secco,
Annarita Serafino, Gian Antonio Varuti, Gianenrico Vendramin, Walter
Liva e il CRAF di Lestans, Gabriele Mongiat e la Società operaia
di Chievolis, Giacomo Bortuzzo e la Società operaia di Lestans,
Umberto Canderan e la Società operaia di Solimbergo, Giacinto
Magnan e la Società operaia di Toppo. Un grazie anche a Roberto
Bombasaro, a Christian Bisaro e Daniele Lenarduzzi del Museo della
civiltà contadina di Pozzo e ad Antonio Danin del Museo provinciale
della vita contadina di San Vito al Tagliamento. Andreina DAndrea
mi ha consentito laccesso al suo archivio, Giovanni Di Prima
mi ha indicato lubicazione di fonti importantissime e Roberto
Calabretto ha collaborato al reperimento del materiale documentario.
Anna Ravaioli e Ofelia Tassan della Biblioteca Civica di Pordenone
sono sempre state disponibili ad aiutarmi, come pure il personale
della preziosa Biblioteca del Seminario Diocesano. Infine non mi resta
che ringraziare mia moglie Manuela, che ha revisionato con competenza
il testo e mi ha sempre incoraggiato. Di eventuali errori, imprecisioni
e mancanze naturalmente è mia la totale responsabilità.
1
Una difficile vita economica
Il
distretto (o circondario) di Spilimbergo, ricalcato dopo laggregazione
del Friuli allItalia avvenuta nel 1866 sul modello dellomonimo
distretto lombardoveneto, si presentava come uno dei più variegati
dellintera provincia. Allinterno dei suoi confini convivevano
valli alpine, colline, alta e media pianura, vasti greti e terre magre,
costituenti questultime un ambiente che nel Veneto non trovava
termini di paragone. Dei tre torrenti principali che lo attraversavano,
due segnavano confini naturali, il Meduna ad Ovest ed il Tagliamento
ad Est, mentre il terzo, il Cosa, tagliava le colline e lalta
pianura attraverso le terre di Travesio, Castelnuovo, Sequals e Spilimbergo,
fino alla sua confluenza nel Tagliamento.
Luigi Pognici, nella prima pagina
della sua ponderosa Guida di Spilimbergo, legge il misterioso
significato del disegno tracciato dai confini di un distretto che
campeggiava al centro dellallora provincia di Udine. Con la
sua forma espansa nella parte superiore montuosa e improvvisamente
ristretta nella parte bassa pianeggiante, esso rappresenta la
figura di un enorme fungo col cappello corroso e schiacciato,
oppure anche un immenso mazzo di fiori sul cui capo passata
è la tempesta.
Allinterno, una costellazione
di villaggi e borgate aveva ormai da più di un secolo finito
di colonizzare ogni spazio sufficientemente adatto allinsediamento
umano. Per la parte montana dobbiamo immaginare negli innumerevoli
siti oggi abbandonati, nelle case ridotte a ruderi di villaggi come
Ombrena, Palcoda o Pozzis, una vita brulicante, anche se destate
soprattutto di donne e bambini.
Come in tutte le valli alpine
e prealpine friulane, la popolazione andò aumentando secondo
una tendenza moderata ma costante fino al volgere del secolo, per
poi subire una leggera impennata interrotta dalla prima guerra mondiale.
Già nel 1901 lintero distretto conterà 36.650
abitanti, con un incremento di 4.481 unità rispetto al 1871.
Solo dagli anni venti inizierà quel fenomeno definito ben presto
dagli studiosi spopolamento montano, i cui effetti non
si sono ancora tuttoggi arrestati
TAB. N. 1 - I dodici comuni amministrativi del distretto,
con le frazioni e la popolazione secondo il censimento del 1871
Quasi tutta la popolazione del
distretto viveva sparsa nei villaggi rurali e alpini, e sulla sua
effettiva consistenza incideva profondamente il fenomeno migratorio,
di cui parleremo in un prossimo capitolo. Il punto di riferimento
comune rimaneva la città di Spilimbergo. Essa aveva perduto
parte della sua centralità politico- amministrativa dopo il
riordinamento delle funzioni politiche periferiche portato dal Regno
dItalia rispetto alla precedente organizzazione lombardo- veneta,
che proprio nellistituzione del distretto aveva conosciuto un
fondamentale snodo amministrativo intermedio; ma al contrario durante
lOttocento si era andata rafforzando la naturale vocazione mercantile
della piccola città, sempre più vivace come collettore
dei flussi commerciali delle valli e dei villaggi rurali, e prossima
ad uno dei tradizionali punti di passaggio del Tagliamento.
La prevalenza dellallevamento
e della pastorizia sullagricoltura, caratteristica di buona
parte del territorio mandamentale, rendeva particolarmente importante
per Spilimbergo il commercio degli animali. Fin dallinizio dellOttocento
fu concesso dalle autorità austriache al Comune di tenere ogni
terzo martedì del mese un mercato
Negli ultimi decenni del secolo
si resero necessari anche interventi edilizi volti ad accogliere,
in Contrada Barbacane, un afflusso di uomini e animali sempre crescente,
mentre minor sviluppo ebbe il mercato dei grani, nel Borgo Vecchio.
La scansione mensile si andava rivelando insufficiente, e dal 1880
una fiera bovina si potè tenere tutti i martedì durante
i mesi di marzo, aprile e maggio, con ulteriori incrementi nel decennio
successivo. A sottolineare la centralità dellallevamento
nelleconomia del distretto, furono organizzate con il concorso
del Comizio agrario due grandi esposizioni bovine in un breve volgere
di anni, che portarono a Spilimbergo il 3 ottobre 1897 (anche per
i suini) e il 30 marzo 1913 un gran numero di allevatori, attirati
dai premi e dallinteresse per i nuovi incroci.
Le vie di Spilimbergo si popolavano
in queste giornate di centinaia di persone, ma i flussi dalle valli,
fin dai borghi più remoti della val Meduna e della val dArzino,
non si limitavano alle occasioni eccezionali come quelle sopra ricordate
o come le due fiere annuali del Giovedì santo e della Madonna
del Rosario. Ogni sabato il mercato settimanale era un appuntamento
importante, e presso le botteghe e i numerosi ambulanti le popolazioni
di tutto il distretto si rifornivano delle merci più svariate.
Si era andata così consolidando la propensione commerciale
del capoluogo, comprovata tra laltro dallelevato numero
degli esercizi di vendita: il censimento del 1871 contò 57
commercianti (dei quali 35 erano donne), ma a questi vanno aggiunti
i molti ambulanti e girovaghi che frequentavano abitualmente le fiere
e le sagre. Anche tutti i fornitori delle botteghe e osterie dei villaggi
tenevano magazzino a Spilimbergo. Un altro indicatore della sua capacità
di attrazione ci viene offerto proprio dalla cospicua presenza di
osterie. Già nei primissimi anni dellOttocento esse superavano
le 15 (più due a Gradisca e quattro a Istrago) 10 ; negli anni
ottanta, su 78 licenze commerciali soggette alla Tassa desercizio
nel comune, 33 possedevano lautorizzazione per vendere vini
e liquori, e il numero tendeva a crescere ulteriormente. Linsufficienza
della produzione locale di vino, tra laltro sottoposta a frequenti
crisi, lasciò lo spazio allinsediamento di alcuni importatori
di vini pugliesi e siciliani, che a loro volta aprirono osterie e
bacheri che allapparire del nuovo secolo conobbero un buon successo.
Significativa anche la presenza di alberghi (4 censiti nel 1871).
Immagine:
vedute di Spilimbergo
La qualifica di piccola ma elegante
città, dallidentità ben distinta rispetto al contado,
veniva confermata da istituzioni quali la banda musicale e il teatro,
e da una vivace vita sociale e culturale, legata allélite
di famiglie di possidenti, in parte dediti alle professioni, che occupavano
buona parte degli scranni del Consiglio comunale 13 . Tipici della
città, non mancavano a Spilimbergo i caffè, ambienti
che, a differenza delle osterie, erano assenti nei villaggi del distretto,
e che venivano frequentati volentieri non solo dai notabili e dagli
ufficiali presenti in zona per le manovre, ma al sabato anche da contadini,
sensali e mediatori.
La centralità spilimberghese,
e la pur modesta identità urbana, veniva sofferta dalle altre
frazioni costituenti il comune censuario, dalla marcata vocazione
agricola. Già negli ultimi anni del periodo lombardo- veneto,
ad esempio, gli abitanti di Provesano avevano chiesto ufficialmente
al delegato provinciale di venire staccati da Spilimbergo ed aggregati
di contro a San Giorgio della Richinvelda. Subito dopo lunità
la questione fu posta con forza rinnovata al Consiglio provinciale,
ottenendo un risultato favorevole. Uno dei motivi addotti dai frazionisti
era proprio legato al sentimento sgradevole di dover contribuire attraverso
le tasse comunali alle spese urbane del capoluogo (
banda, illuminazione, fontane, teatro, sussidii a comici, lusso damministrazione,
abbellimenti ecc. ecc.), mentre insufficiente era lattenzione
dellamministrazione comunale verso le esigenze della frazione,
relativamente alla viabilità, alla condotta medica ed alla
scuola; invece il comune di San Giorgio veniva sentito come affine,
oltre che più vicino.
II
La natura quasi esclusivamente
rurale delleconomia di Provesano rispecchiava la vocazione produttiva
dellintera parte bassa del distretto, coincidente con il gambo
del fungo individuato dalla fantasia del Pognici. Dalle
sintetiche considerazioni di Vincenzo Andervolti - sindaco di Spilimbergo
che inviò una apprezzata memoria, datata 1879, alla Giunta
per linchiesta agraria Jacini - ricaviamo il quadro scarno delle
produzioni principali dei territori comunali di San Giorgio della
Richinvelda e di Spilimbergo: Nella porzione piana si coltivano
il frumento, lorzo, lavena, il sorgorosso, la vite, il
gelso; ma più di tutto il granoturco (mais) del quale si fa
grande consumo, e da qualche anno è pure avvenuto un utile
risveglio dellallevamento degli animali bovini da latte e da
lavoro 16 . Le rese rimanevano comunque basse, anche dopo lintroduzione
dei miglioramenti tecnici e agronomici di fine Ottocento. La natura
argillosa o ghiaiosa del suolo riduceva la superficie propizia alla
coltivazione intensiva dei cereali, e le rotazioni dovevano sempre
e comunque privilegiare il granoturco, più resistente ed elemento
imprescindibile per la famiglia colonica. Solo pochi terreni particolarmente
fertili ricevevano ciclicamente la medica o il trifoglio. Il paesaggio
aveva inoltre la tipica mescolanza tra le colture arboree e le colture
arbustive, questultime soggette anchesse ad una forzata
convivenza tra la vite e il gelso, funzionante sia da sostegno vivo
che da elemento essenziale per la nutrizione dei bachi.
Durante gli ultimi decenni del
secolo lallevamento bovino conobbe un sicuro incremento, mantenendo
però il difetto di dare più spazio agli animali utili
anche nel lavoro dei campi, a scapito della produzione di latte e
carne. Alla povertà del suolo si aggiungeva, come fattore limitativo
di uno sviluppo moderno e razionale fondato sulle colture foraggifere
e sullallevamento condotto su vasta scala, la eccessiva frammentazione
della proprietà. A San Giorgio della Richinvelda il censimento
del 1871 contò 592 agricoltori proprietari; daltronde
anche la media e grande proprietà preferiva una conduzione
poderale, affidata a famiglie di mezzadri o piccoli affittuari. Fra
i possidenti i due atteggiamenti estremi erano quelli dei Pecile,
residenti sul posto e impegnati nella ricerca e sperimentazione agronomica,
e dei conti Attimis, assenti e affidantisi ad un fattore per la gestione
della tenuta ed i rapporti con i coloni. Il contratto prevalente era
la mezzadria, con anche in misura minore laffitto semplice,
che tendeva comunque ad una forma mista, in cui il vino e i bozzoli
andavano divisi a metà con il locatore.La presenza di braccianti,
certificata nel numero notevole di 339 nel comune di San Giorgio della
Richinvelda nel 1871, non modifica il quadro, perché si trattava
quasi sempre di servitori di famiglia, ben diversi dai salariati ormai
del tutto proletarizzati presenti in altre zone della bassa veneta.
Che fossero piccoli proprietari,
affittuari o mezzadri, i contadini della parte piana del distretto
erano insomma i protagonisti di unagricoltura arretrata, seppure
in lenta evoluzione. Le colture promiscue, i metodi arcaici, la mancanza
di capitali con il cronico indebitamento, il tradizionalismo dei possidenti
rendevano fragili gli equilibri economici, che neppure prima della
crisi agraria degli anni ottanta avrebbero potuto reggere senza lintegrazione
fornita da un continuo flusso migratorio. Di fatto le condizioni di
vita dei contadini erano quasi sempre pessime, e lalimentazione
si fondava in percentuale eccessiva sul mais, con lutilizzo
delle produzioni più pregiate per il pagamento degli affitti
e, nel caso dei piccoli proprietari, delle tasse. Questa situazione
ingenerava in taluni casi le gravi carenze proteiniche e vitaminiche
ben note nella pianura veneta, tanto che ad esempio nel 1879 i dati
ufficiali contavano 91 malati di pellagra nellintero distretto.
Pure il contratto di mezzadria, apparentemente meno vessatorio, finiva
con il rendere del tutto subalterno il colono, che doveva corrispondere
al padrone giornate di lavoro, animali e onoranze, raramente sfuggendo
allindebitamento.
Daltronde lesiguità
di capitali veniva evocata perennemente anche dai possidenti, che
continuarono dopo lunità a lamentarsi con il nuovo governo
per leccessiva gravosità delle imposte. Le rendite catastali
erano state stabilite dal governo austriaco, che però aveva
sovrastimato le terre della pianura spilimberghese - a detta di un
proprietario quale Vincenzo Andervolti - anche perché allepoca
le epidemie degli anni cinquanta non avevano ancora dimezzato il reddito
offerto dalla vite e dai gelsi. Il credo politico liberale e fortemente
venato di anticlericalismo, condiviso da uona parte della classe dirigente
nei primi decenni postunitari, portava ad un giudizio particolarmente
duro sullimposizione della decima ecclesiastica, vissuta come
anacronistico retaggio del passato e ingiusto tributo che si sommava
a quelli richiesti dallo Stato. Pure ai contadini daltra parte
la decima pesava, e proprio gli abitanti di Gaio avevano già
nel 1830 destato qualche preoccupazione presso gli uffici imperiali
di Venezia, quando si erano rifiutati di pagare al parroco una parte
del dovuto; va ricordato che essi avevano interessato più volte
invano il tribunale prima di giungere a tali estremi, perché
si dichiaravano stanchi di dover pagare allo Stato anche la quota
di imposta relativa alla decima.
A rendere difficile e improbabile
una svolta nelle condizioni di vita e negli assetti produttivi, rimaneva
sempre lostacolo della sterilità di buona parte della
terra, a causa della natura del suolo e della grave carenza dacqua.
Le tre rogge che dal Medioevo tagliavano la pianura in senso longitudinale
non erano certo sufficienti a dareuna caratterizzazione allagricoltura.
Due nascevano dal Cosa, e scendevano rispettivamente a Ovest e a Est
del suo corso: la roggia di Lestans e la roggia di Spilimbergo, che
bagnava anche il capoluogo. Unaltra, denominata Roiuzza, da
una presa sul Meduna posta sopra Sequals serpeggiava attraverso i
comuni di Spilimbergo e San Giorgio, per giungere dopo una quindicina
di chilometri nel distretto di San Vito. Oltre a provvedere ai molteplici
usi delle famiglie dei villaggi attraversati, questi rivi servivano
da tempo immemorabile numerosi mulini, azionati dalla forza dellacqua,
come pure un certo numero di battiferri. Riuniti in consorzi, i proprietari
di questi e altri opifici si occupavano in buona misura della manutenzione,
che conobbe comunque allinizio dellOttocento un periodo
di crisi; con un rinnovato consorzio costituito nel 1834, Consorzio
delle due Rogge di Spilimbergo e di Lestans, al quale partecipavano
anche le amministrazioni dei comuni interessati, le sorti si rimisero
in sesto.
Ai fini dellirrigazione
le rogge erano invece troppo povere, e addirittura la Roiuzza rimaneva
asciutta nei periodi di magra del Meduna. Alcune derivazioni si limitavano
a rifornire fossi, con vantaggio soprattutto di ontani, pioppi e salici
piantati sui cigli. La presenza di molte piccole e medie proprietà
rendeva impossibile la realizzazione della complessa serie di opere
idrauliche necessarie, come livellazioni e scoli. Neppure le terre
prospicienti ai corsi dacqua principali potevano daltronde
dirsi fortunate: la natura torrentizia, soggetta a piene e magre,
e lampiezza dei greti nel caso del Meduna e del Tagliamento,
impedivano un significativo utilizzo a fini agricoli. Anche le massicce
fluitazioni, che percorrevano soprattutto il corso del Tagliamento,
collettore dei tagli di buona parte della Carnia, finivano con il
danneggiare i campi posti in prossimità delle zone di sbarco
31 . Proprio nella stretta di Pinzano durante lepoca veneziana
i nobili Savorgnan avevano collocato la muda delle zattere,
ricavando dal dazio su tutto il legname in transito una parte cospicua
della loro rendita feudale.
Ancora in pieno Ottocento un
tradizionale approdo causava liti tra le comunità di Cosa e
Pozzo, entrambe interessate ad accaparrarselo, e malcontento tra i
proprietari frontisti, che subivano continui danni ai fondi; Gabriele
Luigi Pecile, divenuto alla metà del secolo il principale proprietario
della zona, riuscì faticosamente poco dopo lunità
a convincere le due frazioni ad associarsi e a costruire un argine
di oltre un chilometro che contemporaneamente favorisse il recupero
delle bore e proteggesse i campi. Lo stesso Pecile fu tra i
primi a tentare qualche passo concreto verso una valorizzazione di
quelle terre magre, commissionando allingegner Antonio Missio
uno studio preliminare sulla fattibilità di un progetto di
irrigazione. Ma ancora i tempi non erano maturi, se non per porre
finalmente la questione sul tavolo, facendola entrare nel secolare
dibattito sullutilizzo dellacqua a beneficio di vaste
zone dellalto e medio Friuli, come ricorda un anonimo corrispondente
spilimberghese del settimanale di Pordenone Il Tagliamento
nel luglio 1875: ... rispetto alle estese zone di terreni irrigui
della provincia si è sempre parlato di quelle che le acque
del Ledra e del Cellina dovrebbero redimere dallo stato di abbandono
in cui giacciono da secoli; e non si è mai ricordata quella
landa che dal collivo Sequals si distende fino al vinifero Rauscedo
sulla sinistra sponda del Meduna, dove nellanno 1859 pascolavano
le centinaia di buoi dellesercito austriaco.
Procedendo dalla pianura verso
Nord, i generi di vita tendevano progressivamente ad acquisire un
aspetto diverso, più vicino a quelli delle comunità
della montagna. Vaste distese aride, come la zona chiamata praderia
posta sulla direttrice tra Istrago e Sequals, offrivano solo scarsi
foraggi e pascoli. I paesi facenti parte dei comuni di Meduno, Sequals,
Travesio, Castelnuovo e Pinzano contavano un numero ridotto di coloni
e mezzadri, ed una prevalenza di piccoli proprietari; i cereali permanevano
nelle zone piane, ma in generale aumentava la vocazione alla vite,
agli alberi da frutto e soprattutto al piccolo allevamento stabulare,
che presupponeva la destinazione a foraggio di buona parte dei terreni.
Immagini:
Raccolta delluva e aratro
Pettine per canapa e strumenti per la vinificazione
Gli incolti inadatti anche al foraggio fornivano
- attraverso i tradizionali diritti duso - legna, paglia ed
altri utili elementi, ed ogni villaggio era geloso delle proprie prerogative.
Sorsero duri conflitti per questo quando, in età giolittiana,
le amministrazioni comunali si impegnarono in una campagna di razionalizzazione
e privatizzazione delle terre comuni, portando a conclusione un processo
ampiamente avviato in epoca austriaca. Nellaprile del 1908 ad
esempio i frazionisti di Porto Colle reagirono di fronte alla proibizione
da parte dellamministrazione comunale di Pinzano di rifornirsi
di legna nelle terre ghiaiose poste tra i corsi dellArzino e
del Tagliamento. Non vedendo realizzate le opere promesse in cambio
(concorso nella spesa per la nuova chiesa e rifacimento di un argine
dellArzino), tutti i capifamiglia si diedero appuntamento sul
luogo e riaffermarono i loro antichi diritti tagliando a più
non posso. Il giorno seguente ai carabinieri non restò che
inventariare una catasta di 3.440 fascine più alcuni quintali
di legna grossa. Il Consiglio comunale di Pinzano si riunì
durgenza, invitando i colpevoli per una pacificazione; non essendosi
presentato nessuno, lultima decisione fu di querelare lintera
frazione. In altri casi, come vedremo a Tramonti di Sopra, erano le
donne a difendere in prima battuta le prerogative sugli incolti, in
assenza dei capifamiglia emigrati.
La grande dispersione delle proprietà,
in concomitanza con la scarsa fertilità, costringeva quelle
popolazioni da secoli a ricorrere a varie forme di emigrazione temporanea
per salvaguardare lequilibrio economico; ma il mito della terra
contribuiva perennemente a mantenere ed anzi aumentare la frantumazione,
agendo a diversi livelli sociali e indirizzando verso lacquisto
di piccoli fondi anche buona parte dei risparmi a volte accumulati
grazie allemigrazione. Vedremo in seguito come la prevalenza
del piccolo allevamento giocherà un ruolo decisivo nellincanalare
anche gli esiti del movimento cooperativistico nella zona verso le
latterie sociali, naturale approdo per uneconomia fondata sullallevamento
dei bovini praticato a livello familiare.
Lallevamento bovino costituiva
ancor più decisamente la base della difficile sussitenza dei
villaggi montani, dove lagricoltura cedeva in buona parte il
posto ad uneconomia silvo- pastorale: nei comuni di Tramonti
di Sopra, Tramonti di Sotto, Clauzetto, Vito dAsio e Forgaria
reggeva il complesso e secolare equilibrio tipico, con mille diverse
sfumature, dellintero arco alpino. Durante lOttocento
tale equilibrio aveva subìto alcune crisi che lo avevano indebolito,
ma non fiaccato, come dimostra la crescita demografica. Il momento
peggiore era coinciso con la terribile carestia del 1816- 17, quando
si registrarono innumerevoli morti a causa dellinedia ed un
tragico flusso di disperati dalle valli del Meduna e dellArzino
verso la pianura nella vana speranza di trovare cibo. Quasi tutti
i piccoli proprietari montani possedevano sparse particelle di prato
che fornivano il foraggio per la stabulazione invernale dei bovini,
ai quali si accompagnava qualche pecora, ben presente daltronde
anche in collina, e qualche capra. Al 31 dicembre 1878 esistevano
nellintero distretto 9.526 bovini e 10.953 tra ovini e caprini
(2.880 capre). Gli allevatori usufruivano della ricca rete di malghe
che si diramava di montagna in montagna, verso le quali si snodavano
le lente teorie delle vacche nel mese di giugno (dal giorno di SantAntonio
a quello dei Santi Pietro e Paolo), guidate da mandriani professionisti
che le tenevano solitamente fino alla data tradizionale dell8
settembre, festa della Madonna, quando tornavano a valle e restituivano
i capi ai loro proprietari. Dalle parole di Luigi Pognici abbiamo
una testimonianza diretta di come lallevamento e la pastorizia
costituissero alla fine dellOttocento la base fondamentale delleconomia
montana, in questo caso riferita allo specifico della zona di Pradis:
La Pastorizia, come bene si
comprende, è la occupazione principale degli abitanti. Quasi
tutte le famiglie delle Pradis e dei Canali sono dedite unicamente
a questo esercizio: mantengono quindi numerose mandre di vacche, le
quali dirette con diligente governo danno ottimi frutti di vitelli,
i quali però soglionsi uccidere circa al ventesimo giorno di
età per non sminuire la quantità del latte. Usano la
precauzione di aver questi frutti nei mesi di novembre e dicembre
per attendere durante il verno e la primavera alla fabbricazione del
burro, e del formaggio il quale da ultimo posto in salamoia trova
facile smercio nella provincia. Ai primi di giugno le mandre vengono
condotte sui monti della vicina Carnia, e vi rimangono tre mesi, ove
usando di un metodo particolare, si attende alla fabbricazione del
formaggio detto asin...
Non tutte le bestie dovevano
andare fino in Carnia, poichè anche gli alti pendii della val
Meduna e della val dArzino contavano un buon numero di malghe:
delle 340 censite nel 1912 nellintero territorio provinciale,
55 appartenevano ai distretti di Spilimbergo e Maniago. I malgari
le prendevano annualmente in affitto dal Comune, oppure dai proprietari
privati: durante lOttocento infatti alcune famiglie arricchitesi
con il commercio dei legnami (come gli Zatti di Tramonti di Sopra)
o come imprenditori allestero (come i Ceconi), avevano investito
parte dei loro capitali proprio nellacquisto delle malghe, considerate
unattività economica sicura e di discreto reddito.
La produzione comunque che ancora
rivestiva una grande importanza e trovava un mercato accogliente era
quella del legname, che sfruttava i ricchi boschi delle valli, di
solito di proprietà comunale. Imprenditori privati o compagnie
di boscaioli acquistavano i tagli, privilegiando quelli posti in luoghi
adatti alle faticose operazioni di trasporto verso la pianura, che
avevano nella fluitazione il loro momento principale. Il Meduna, con
laffluente Silisia, si prestava alle grandi menade che
prendevano lavvio lungo il corso superiore del Canal Grande,
che ne costituisce il primo tratto. La menada della val Meduna
si concludeva nei pressi di Colle, dove le acque scomparivano e il
carico trovava altri mezzi di trasporto. A questo punto i boscaioli,
dopo aver festeggiato, riprendevano la via dei monti, per ricominciare
solitamente un altro ciclo. Molti abitanti dei Tramonti facevano del
taglio e trasporto del legname il loro mestiere, attivando esperienze
e saperi che divennero molto appetiti allestero, dove boscaioli
e segantini carnici e friulani emigravano sempre di più per
partecipare alle grandi fluitazioni dei fiumi dellEuropa continentale.
Anche i carbonai erano diffusi, e naturalmente tutte le famiglie traevano
dal bosco la legna per luso domestico, spesso infrangendo divieti
e limitazioni, la foglia secca per le lettiere del bestiame, ghiande
e quella vera e propria componente della dieta invernale che era la
castagna.
Nonostante nel Congresso di Aviano
del 1912 la val Meduna venisse indicata dalla Pro montibus et
sylvis friulana come area a forte rischio di degrado, non possiamo
dire se lOttocento abbia visto un importante depauperamento
del patrimonio boschivo delle montagne del distretto spilimberghese,
come è documentato in altre aree alpine, o se la situazione
si mantenne stabile. Sicuramente la crescita demografica e laumento
dei prezzi cerealicoli dei primi decenni del secolo avevano determinato
lallargamento progressivo degli spazi dedicati allagricoltura,
a danno delle propaggini selvose più prossime ai fondovalle;
la grande frana di Clauzetto del marzo 1914 ne potrebbe essere una
lontana conseguenza. Nello stile dotto del parroco abbiamo la vivace
cronaca dellavvenimento:
Mentre scriviamo il fianco
del monte Corona tra Vito e Clauzetto si sgretola inesorabilmente,
travolgendo in un movimento fantastico, gigantesco, macabro fertili
colli, apriche campagne, solatie silenziose case. La frana è
lunga un km. circa e larga 400 m. Molte case sono già crollate
a Triviat, Flaugnat e Regoles. I danni sommano ormai a 200 mila lire.
La popolazione terrorizzata veglia affannosa il muoversi del polipo
immane...
Il confronto con altri articoli
di inviati giunti da tutta lItalia richiamati dalla dimensione
eccezionale della frana - visibile ad occhio nudo dal Castello di
Udine - giustifica lenfasi della descrizione, ed il disegno
di copertina della Domenica del Corriere, di Beltrame,
suggella la valenza nazionale dellevento. Dalla Patria
del Friuli del 25 marzo, ecco unaltra voce di cronista:
Lo spettacolo che ti si presenta
è orribile e fantasticamente bello nello stesso tempo... Un
torrente di terra che scende al piano da unalta china occupando
una larga zona tutto travolgendo, e schiantando nella ruinosa caduta...
O se vuoi una montagna di terra che lentamente, ma inesorabilmente
scivola giù dallalto a falde superficialmente, intera
nella parte sottostante... La pioggia ed il vento incessante non coprono
lo strepito del continuo scrosciare di massi e di ghiaia...
III
Tra le disgrazie che durante
la seconda metà dellOttocento colpirono leconomia
friulana, si può annoverare la rapida diffusione della crittogama,
che a partire dal 1860 rese aleatori e ridotti i risultati delle vendemmie
nella pianura e collina spilimberghesi. Nonostante la diffusione della
pratica della solforazione, intere annate andarono perdute, e si rallentò
un potenziale processo di sviluppo in un settore ancora segnato in
buona parte dalla promiscuità colturale, ma che contava su
un ampio mercato, soprattutto per i vini neri della pianura, e che
prospettava ampi margini di miglioramento tecnico e di ammodernamento
dei metodi di lavorazione. Spesso le viti convivevano con i gelsi,
che segnavano anche il paesaggio sugli argini dei fossi, e quasi tutte
le famiglie di mezzadri e di piccoli proprietari della pianura e della
collina allevavano i bachi, seguendone il delicato ciclo vitale e
nutrendoli con le foglie del moràr.
Il settore serico aveva conosciuto
una fase particolarmente tumultuosa di sviluppo in Friuli tra il 1837
e il 1842, anni per i quali i dati raccolti dalla Camera di Commercio
di Udine (che comunque non offrono una sufficiente affidabilità
e sono certamente sottostimati) mostrano un raddoppio della produzione.
Negli anni successivi si ebbe un incremento più contenuto,
con frequenti flessioni: intanto nel 1842 venne impiantata la prima
filanda a vapore del Friuli a Zugliano, mentre a Maniago la incontriamo
nel 1855. Ma proprio in quel momento, quando si approssimava il passaggio
allItalia, fece la sua comparsa la pebrina, una micidiale malattia
del baco da seta che colpì con effetti durissimi tutto il settore,
dalle famiglie rurali produttrici della materia prima agli impianti
di trattura. Luscita dalla crisi fu molto lenta e faticosa,
e comportò tra laltro la definitiva chiusura delle piccole
filande a fuoco con la sopravvivenza e la successiva diffusione degli
impianti più moderni.
Immagine: attrezzi della bachicoltura
Lapertura al commercio
internazionale e lo sviluppo dei trasporti portavano intanto massicciamente
sui mercati europei le sete asiatiche, che iniziavano a premere con
una concorrenza che avrebbe condotto durante i primi decenni del nostro
secolo alla progressiva marginalizzazione del settore nellItalia
settentrionale. Già i rapporti della Camera di Commercio udinese
dellepoca austriaca evidenziavano comunque la strozzatura del
ciclo produttivo nellambiente friulano, che si fermava alla
trattura, o al massimo alla prima fase della filatura; la seta veniva
poi esportata greggia, per venire venduta sui mercati di Milano, Lione
o Vienna. In pratica quindi la fondamentale fase della tessitura ed
il collocamento del prodotto finito stentarono sempre ad affermarsi,
ed il Friuli rimase tutto sommato un buon produttore di materia prima.
Non mancarono le analisi e gli appelli sulla stampa, e in modo particolare
sul valussiano Giornale di Udine, indicanti proprio nel
completamento del ciclo industriale della seta una buona soluzione
alla crisi. Nel Friuli occidentale invece il verbo industrialista
era diffuso dal periodico pordenonese Il Tagliamento,
che ad esempio in vista di unannata particolarmente negativa,
il 1875, e di fronte al congiunturale ribasso dei prezzi, così
si esprimeva: La provincia di Udine, la più produttiva
del Veneto in seta, ne prova un dissesto economico, che peserà
enormemente sulle sue condizioni, se con un atto di energia e di coraggio
non si pensa a tempo al rimedio. ... Perché nella provincia
non si trovò mai una persona, un gruppo di persone intraprendenti
che istituissero una fabbrica di stoffe di seta, di nastri, di cascami?
I nostri cascami vanno venduti a prezzi favolosamente miti a Gorizia,
in Lombardia, in Austria, in Svizzera, in Francia, per ritornare da
noi trasformati in stoffe preziose.
Dalle case dei contadini continuò
comunque ad affluire la galletta alle filande, che agli inizi
del Novecento sia a Spilimbergo che a Maniago erano moderni impianti
a vapore. Per combattere latrofia del baco, e per competere
nella guerra dei prezzi, lattività di sperimentazione
in Friuli riguardò soprattutto la selezione e la riproduzione
del seme; lAssociazione Agraria Friulana coordinò numerose
iniziative in tal senso, promuovendo ad esempio luso sistematico
del microscopio. Invece le pratiche domestiche dellallevamento
continuavano a seguire la traccia di una tradizione ormai ben consolidata
e per molti versi secolare.
A San Giorgio della Richinvelda
le novità tecniche trovavano un efficace centro di diffusione,
ed anche di sperimentazione, nella tenuta dei Pecile, grazie anche
allamicizia che legava Gabriele Luigi a Carlo Kechler, uno dei
più impegnati imprenditori serici friulani. La confezione del
seme- bachi invece faceva capo alla ditta Giulio Ciriani, fondata
a Spilimbergo nel 1873, con una successiva succursale a Vacile nel
1910. Pochi mesi prima dellinvasione, nel 1917, vide la luce
a Pinzano lEssiccatoio bozzoli cooperativo intermandamentale
di Spilimbergo, primo della provincia, prova di una permanente vivacità
del settore nellalta pianura e nella collina.
Lintero comparto agricolo
del distretto aveva bisogno dopo lunità di quelle strutture
e istituzioni che stavano rapidamente nascendo sullintero territorio
nazionale, soprattutto nelle regioni del Nord, con lintento
di promuovere e sostenere lo sviluppo. Fin dal 1866, con il Regio
Decreto 23 dicembre, lo stato disponeva la formazione dei Comizi agrari;
però il primo tentativo di farne sorgere uno a Spilimbergo
si esaurì in breve tempo senza praticamente riuscire a funzionare.
Invece nel 1881 rinacque un nuovo Comizio, su basi più solide
e con un discreto concorso dei maggiori proprietari, sotto la presidenza
di Antonio Valsecchi. Lo scopo principale dellistituzione, sancito
dallarticolo 1 del citato Decreto 23 dicembre 1866, era far
conoscere ed adottare tutto ciò che può tornare utile
al progresso dellagricoltura ; ben presto le iniziative
andarono moltiplicandosi, soprattutto durante la lunghissima presidenza
di Domenico Pecile, che per competenza e attivismo era sicuramente
uno dei più importanti sperimentatori e promotori delle novità
agronomiche e tecniche in seno allAssociazione Agraria Friulana.
Nei primi anni le esigenze crebbero rapidamente sotto lincalzare
della crisi agraria, ed il Comizio divenne un vettore essenziale per
la diffusione dei nuovi concimi, delle colture sperimentali, dei migliori
metodi per difendersi dalle malattie dei bachi e della vite. Anche
gli ideali della cooperazione, soprattutto nel settore delle latterie,
subirono una spinta importante. Invece i tentativi di coordinare,
sotto legida del ministero di Agricoltura, Industria e Commercio,
una efficiente attività di monitoraggio dello stato di salute
delle colture, soprattutto delle viti, per prevenire le epidemie,
incontrò notevoli difficoltà. Ma il servizio che determinò
la rapida moltiplicazione dei soci - 201 nel 1899, 405 nel 1907, quando
fu aperta anche una sezione a Maniago - fu lacquisto collettivo
di sementi e attrezzi, con il conseguente sensibile vantaggio di tenere
i prezzi i più bassi possibile. Il giro daffari rimase
sempre vivace, e nel solo primo semestre del 1903 potè annoverare
vendite per oltre L. 27.000. Nel 1901 il Comizio riuscì ad
istituire una Cattedra ambulante di agricoltura, che si occupava a
tempo pieno della preparazione tecnica degli allevatori con pubblicazioni,
conferenze ed esperienze dimostrative, e coordinava listruzione
agraria allinterno delle scuole elementari, incentivando e aggiornando
alcuni maestri. Nei primi anni del Novecento i maestri più
impegnati nellistruzione agraria, che ricevevano anche piccole
incentivazioni economiche, erano Giuliano Padovani di San Giorgio
della Richinvelda, Giobbe Tubero di Domanins, Antonio Cabassi di Clauzetto,
Riccardo Maccorini di Pielungo: La Patria del Friuli,
5 luglio 1903.
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