8

Le forme della cooperazione: il credito


Se l’esigenza dell’istruzione professionale si era fatta sentire soprattutto nella parte alta del distretto, in un contesto caratterizzato dall’emigrazione temporanea di massa, altri bisogni prevalevano per i coltivatori della pianura e della collina; bisogni più antichi e pressanti, dai risvolti talora drammatici. Per i coloni e i piccoli proprietari la maggior parte delle difficoltà si concentravano e si fondavano sulla perenne scarsità di mezzi finanziari. Di solito la famiglia contadina non possedeva risparmi e non riusciva a far fronte ad inconvenienti - malattie, cattive annate - se non ricorrendo al prestito. Difficilmente essa poteva rivolgersi ai Monti di pietà, situati in città come Udine e Pordenone e richiedenti pegni onerosi, cadendo così preda dell’usura, non solo da parte dei fittavoli che non riuscivano a pagare il canone, ma anche dai piccoli proprietari colpiti dal fisco o messi di fronte all’esigenza di acquistare un bovino. I tassi praticati dagli usurai friulani superavano nei primi decenni postunitari il cinquanta per cento annuo, provocando spesso la rovina dei contadini; con la crisi agraria la situazione divenne ancora più grave, in modo particolare nel Friuli occidentale, dove il giovane Leone Wollemborg, in una conferenza tenuta a San Vito al Tagliamento l’11 maggio 1884, spronava i possidenti e gli agricoltori a difendersi da questo male:

Voi ben sapete in che triste modo l’usura spadroneggi, spesso tanto più sordida quanto meglio dissimulata sotto le vesti della prestazione in natura nelle nostre campagne; voi sapete come il piccolo affittaiuolo, il colono, il piccolo proprietario grandemente difettino dell’adeguato capital d’esercizio, onde a un tempo l’industria agricola langue negletta, e la condizione economica del laborioso coltivatore giace depressa. Voi sapete ancora come per queste ragioni e per altre, la piccola proprietà, d’ogni parte assalita, mal si regga, e il numero delle espropriazioni ogni dì si faccia più spaventoso; voi sapete che stremati dall’inclemenza degli uomini e della natura, i nostri contadini abbandonano a schiere per men dolenti sedi il suolo natìo, alla patria madrigna imprecando.

Anche gli emigranti a volte si trovavano nella condizione di dover chiedere un prestito per le spese di viaggio, che nel caso di spostamenti lunghi o addirittura oltreoceanici raggiungevano cifre considerevoli. Pur sfuggendo al circuito tradizionale dell’usura, essi erano costretti a rivolgersi a possidenti e notabili: a Tramonti di Sopra ad esempio la famiglia Zatti concedeva prestiti, ma condizionandoli alla firma di tre proprietari di abitazione, cautelandosi contro il rischio di non poter riscuotere il credito se il debitore non faceva più ritorno in patria.

Né emigranti né contadini avevano la concreta possibilità di accedere alle Banche popolari, i cui sportelli erano aperti alla fine dell’Ottocento in tutte le piccole città del Veneto. La provincia di Udine aveva visto sorgere tali società anonime a responsabilità limitata, propugnate in Italia da Luigi Luzzatti, negli anni ottanta, con maggior fatica rispetto alle altre province venete; nel 1900 se ne contavano sette, nei centri maggiori. Ma la vocazione urbana del credito popolare lo rendeva utile soprattutto agli artigiani ed anche agli stessi possidenti, mantenendolo in una dimensione pressoché irraggiungibile per il piccolo proprietario o l’affittuario alle prese con modeste ma imprescindibili esigenze di denaro. Lo stesso Wollemborg - nella conferenza sanvitese del 1884 già ricordata, che segnò l’inizio del movimento del credito cooperativo friulano - spendeva parole impietose nei confronti di banche “popolari di nome e non di fatto”; esse servivano, secondo una sintesi dell’intervento comparsa sull’ “Adriatico” e ripresa dal pordenonese “Tagliamento”, “solo ad alimentare l’usura nelle città e nella campagna per il semplice fatto che solo a pochi ed ai favoriti è dato di accedere a quelle casse monopolizzatrici”. L’economista padovano era stato invitato dall’Associazione Agraria Friulana a tenere una serie di importanti conferenze sulle Casse cooperative sistema Raiffeisen, e sui princìpi ed il funzionamento della Cassa rurale di Loreggia, da lui stesso fondata nel 1883. Davanti a platee numerose ed attente egli parlò - dopo San Vito al Tagliamento - a Cividale nel giugno e a Udine il 24 novembre e poi di nuovo il 28 dicembre 1884.

Particolarmente feconda si rivelò l’azione del Wollemborg proprio nella Destra Tagliamento, dove di lì a pochissimo cominciarono a sorgere le prime Casse rurali a Fagnigola di Azzano Decimo e a Pravisdomini. Il modello era quello, ideologicamente neutro, appena sperimentato a Loreggia, e lo stesso fondatore ne era il più fervido e lucido propagandista: a San Vito - dopo aver spiegato come iniziative di carattere puramente filantropico, calate dall’alto, peccassero di sterile assistenzialismo e inducessero un atteggiamento passivo e rassegnato nei beneficiari - egli spendeva tutte le sue doti retoriche per illustrare l’unica valida alternativa: l’unità solidale degli agricoltori, capace di una profonda azione morale e pedagogica:

Perciò gli onesti lavoratori non invochino l’elargizione che avvilisce e debilita e presto si sfrutta e si stanca, ma si stringan concordi intorno all’onorato vessillo della cooperazione che nobilita e redime ed è fonte inesausta di servigi prontamente resi, perché veracemente meritati! Ma quale arcana potenza darà ai bisognosi di credito uniti quello che a loro isolati è vietato?

La responsabilità solidale illimitata. Solidarietà, magica parola, a ragione la intitolava il Viganò!

Nel suo nome la piccola gente si aduna in falangi possenti; e, quasi conscie che pur nel mondo economico la vittoria spetta ai più forti, queste società si levano vigorose a sostener l’aspre battaglie sociali per la esistenza e il benessere dei lavoratori che le compongono.

Il principio, quindi, del “tutti per uno ed uno per tutti”: l’interezza dei patrimoni dei soci funziona da garanzia illimitata nei confronti delle istituzioni finanziarie dalle quali viene il capitale che servirà ai piccoli prestiti. In pratica ciascun socio ottiene il credito senza dover presentare le garanzie individuali, ma la totalità dei beni degli affiliati costituisce un patrimonio di sicuro affidamento, che va al di là della semplice somma matematica:

Or l’unione funziona di fronte ai capitalisti quasi società di mutua assicurazione. Gli avvenimenti sventurati, terribili spesso per una singola persona, non possono avere che una limitata influenza a danno del sodalizio. Il corpo collettivo non è esposto alle avverse vicissitudini, che per un’esigua parte delle molecole sue; né perciò gli può esser tolto di vita o vigore. Non una moltitudine di garanzie individuali malferme è messa innanzi ai capitalisti, ma il fascio incrollabile delle responsabilità illimitate di tutti i soci.

Il rischio per i soci di venir coinvolti nell’eventuale dissesto della Cassa rurale era, secondo Wollemborg, più teorico che reale. Egli sapeva bene, per esperienza diretta, che tale timore costituiva il freno più difficile da superare per molti piccoli proprietari interessati all’iniziativa: ma il rischio veniva neutralizzato dalle dimensioni ristrette, parrocchiali o al massimo comunali, e dalla reciproca conoscenza di tutti i soci, che comunque dovevano rendere noto il modo d’impiego del prestito, soggetto al ritiro in caso di uso improduttivo:

“Semo in cento che se femo la spia un con l’altro, onde xe impossibile che nessun faza una bruta parte” così dicevami un contadino membro della Società di Loreggia. E infatti moltiplicate per il numero dè soci la quantità di prudenza individuale, ed avrete, a malleveria del corretto andamento dell’Unione, una somma immensa di sottile indefessa diligenza e di fine instancabile accortezza! Senonché, come far che si avveri la presupposizione del detto sin qui: la conoscenza intima completa dè soci tra loro, e il mutuo sindacato d’ogni giorno, d’ogni ora, per così dire? La risposta ne porta alla considerazione di un altro carattere proprio del sistema nostro: la circoscrizione locale. ...

E nelle file dell’Unione non sarà accolto chi non sia favorevolmente noto e bene accetto all’universale: i disonesti, i viziosi, gli scialacquatori saranno inesorabilmente respinti. Infine suppongasi pure che il difficilissimo caso di una perdita abbia a verificarsi una volta: ebbene la limitata somma divisa fra tutti i soci darà una quota di danno minima, che ciascuno agevolmente sopporterà. Né è tutto; perché gli utili dell’esercizio benché lievi, ogn’anno accumulati, in breve formano un fondo di riserva capace di riparare a quelle rarissime eventualità.

Le prime esperienze concrete diedero nella Destra Tagliamento risultati lusinghieri, e servirono da modello per le numerose altre Casse rurali in tutto il Friuli. La Cassa di Pravisdomini ad esempio, rimasta sempre fedele all’iniziale orientamento “neutro” nonostante non mancassero pressioni per tramutarla in confessionale, visse anni di prosperità. Partita con 57 soci nel 1884, nel dicembre del 1900 ne contava 158, avendo anche accumulato il rassicurante fondo di riserva di L. 5.908,07; dopo diciassette anni di attività inoltre poteva orgogliosamente vantare il fatto che una sola volta era stata costretta a ricorrere ad un atto coercitivo nei confronti di un socio inadempiente. L’oculatezza della dirigenza - soprattutto del presidente conte Luciano Frattina, in buon accordo con il reverendo Antonio Civran - e la gratuità delle cariche sociali, consentivano di tenere tra l’altro bassissime le spese di amministrazione (solo L. 67 all’anno).

Gli esempi positivi e la vivacità - che abbiamo documentato nei precedenti capitoli - della vita culturale e politica medunese, fecero sì che nel piccolo comune pedemontano sorgesse la prima Cassa rurale del distretto di Spilimbergo. La parte bassa del territorio comunale presentava infatti una forte vocazione agricola, che conviveva con il flusso stagionale di muratori e tagliapietre. L’esigenza del piccolo credito vi era particolarmente sentita, e Mattia D’Andrea se ne fece interprete, insieme ad altri personaggi di spicco del paese, come il maestro Andrea Ragogna, il segretario comunale Odoardo Cargnelli, il sindaco Michiele Michielini ed il parroco Daniele Chieu. I promotori si riunirono il 17 maggio 1891 davanti al notaio Angelo Businelli e raccolsero le firme dei primi 87 soci, tutti residenti nel comune; poco dopo si dovettero riaprire le iscrizioni, per consentire a molti altri paesani di entrare nel novero dei soci, che divennero così 150. Insieme all’atto di fondazione venne anche presentato lo statuto, mutuato dal modello predisposto e diffuso dallo stesso Wollemborg.

Il presidente - Mattia D’Andrea lo resterà fino alla morte - veniva affiancato dal Consiglio di presidenza e dalla Commissione di sindacato, dovendo sempre rendere conto all’assemblea generale dei soci. L’unica carica retribuita era quella del ragioniere Pietro Rossi, mentre i registri e gli stampati furono comperati usando il regalo di L. 100 che l’Associazione Agraria Friulana fece a titolo di incoraggiamento.

La tassa d’iscrizione - una lira fino al 1894, poi il doppio - serviva a coprire le rimanenti spese, mentre il capitale era costituito da prestiti passivi contratti presso alcuni istituti di credito, soprattutto la Cassa di Risparmio di Udine, ad un tasso di favore del 4,5 %. Durante il 1892 furono finanziati 90 prestiti, quasi tutti per importi che andavano dalle 100 alle 400 lire. La Cassa rurale medunese chiedeva un interesse prudenziale del 6,5 %, che consentì di chiudere il primo anno di attività con risultati rassicuranti, mentre anche il numero dei soci tendeva ad aumentare. Di anno in anno andò diminuendo il ricorso alla Cassa di Risparmio, sostituito da depositi privati, ai quali si concedeva un interesse del 4 % annuo, e i soci raggiunsero al volgere del secolo il cospicuo numero di 400, con una media di circa un prestito all’anno per ogni socio. Poiché non versava dividendi, la Cassa aumentava ogni anno il suo fondo di riserva, depositato presso qualche istituto di credito e pronto a coprire le eventuali perdite: alla chiusura del bilancio 1902, il patrimonio accumulato ammontava a L. 14.124,25 16 Fino all’interruzione forzata del 1917, essa continuò ad operare con perfetta regolarità, mantenendosi sempre fedele all’impronta laica e wollemborghiana conferitagli dai fondatori.

TAB. N. 6 - Situazione delle Casse rurali di Meduno e San Giorgio della Richinvelda al 31 dicembre 1894


II


Poco dopo la nascita della Cassa rurale di Meduno, un’analoga istituzione apparve a San Giorgio della Richinvelda, per iniziativa di Domenico Pecile. La partenza effettiva si ebbe nel 1892 ed il numero dei soci, dalle poche decine iniziali - tra i quali il medico, il farmacista, il fornaio ed il segretario comunale Giacomo Antonio Luchini, che ne divenne il vice presidente 18 - crebbe rapidamente fino ai 311 del 31 dicembre 1900. Lo statuto, preso in prestito dal modello del Wollemborg, si presentava uguale a quello della consorella medunese, con un’unica lieve modifica: nel caso di scioglimento della società i frutti del capitale - che sarebbe rimasto integro in attesa di una futura ricostituzione - avrebbero dovuto essere “devoluti allo scopo d’incoraggiare l’istruzione agraria, e lo sviluppo dell’agricoltura nelle frazioni di San Giorgio e Aurava, i cui abitanti si fecero iniziatori della presente istituzione”. A Meduno invece lo statuto prevedeva di beneficare la locale congregazione di carità, o “quella fondazione pia che la surrogasse”.

Immagine:

Domenico Pecile e Mattia D’Andrea

L’oculata gestione del Pecile e degli altri notabili di San Giorgio della Richinvelda consentì alla Cassa rurale non solo di prosperare, ma anche, in accordo con lo spirito originario dell’iniziativa e con le intenzioni dello stesso Wollemborg, di diventare il centro propulsore di una fitta rete di cooperative e di interventi a favore dell’agricoltura locale. Oltre alla latteria, la ghiacciaia ed un forno, essa promosse una serie di conferenze su temi riguardanti l’economia rurale e vari interventi diretti, come l’incubazione in comune del seme- bachi. Dalla relazione sulla Mostra agraria di Udine dell’agosto 1895, abbiamo il dettaglio del funzionamento del Servizio d’acquisti di materie utili all’agricoltura, riservato ai soci della Cassa:

È molto semplice nel suo funzionamento: si aprono le sottoscrizioni; i soci prenotano il quantitativo di sostanze fertilizzanti di cui abbisognano; in base a tali prenotazioni la Cassa rurale fa le sue ordinazioni; la Cassa, socia dell’Associazione Agraria Friulana, provvede, quasi esclusivamente, mediante il comitato acquisti, istituito presso quest’ultima, gli oggetti di cui abbisogna. Nel 1895 provvide quintali 600 di fosfato Thomas, 670 di perfosfato fossile, 20 di perfosfato d’ossa, 65 di nitrato di soda, 5 di solfato di potassa, 114 di zolfo, 29,50 di solfato di rame, 47 di panelli, 6,04 di filo di ferro zincato. La vendita ai soci fu fatta per cassa L. 4.270, mediante cambiali L. 7.880; totale L. 12.150.

Le incentivazioni per l’allevamento bovino costituivano un terreno privilegiato, toccando un settore palesemente centrale nell’economia del distretto, che la pubblicistica tecnica considerava particolarmente soggetto a venire migliorato e modernizzato: dal 1901 la Cassa rurale organizzò quindi annualmente un concorso a premi di animali riproduttori, e diede vita ad una Commissione per il miglioramento del bestiame, con il compito di diffondere presso gli allevatori locali le più pregiate razze europee ed insegnare i comportamenti più adatti ad ottenere prodotti selezionati e graditi al mercato. Anche in tema di emigrazione l’istituzione si fece carico di organizzare sempre nel 1901, in accordo con il municipio, un servizio locale del giovane Segretariato dell’Emigrazione di Udine.

Domenico Pecile, nella sua qualità di dirigente dell’Associazione Agraria Friulana nonché di presidente del Comizio agrario di Spilimbergo- Maniago, coinvolgeva anche la Cassa rurale di Meduno nelle iniziative didattiche e promozionali. Nell’aprile del 1903 ben 150 capi parteciparono così ad una mostra bovina organizzata soprattutto dalla Cattedra ambulante di Agricoltura nella figura del dottor Detalmo Tonizzo, e finanziata anche da vari enti pubblici: l’intenzione era di mettere in contatto gli allevatori delle valli e della pedemontana con i problemi relativi alla corretta scelta delle razze più adatte alle caratteristiche di quel determinato ambiente. Dall’istituzione medunese partivano inoltre campagne per il rimboschimento dei pendii montuosi: continuava infatti a destare preoccupazione il regime delle acque, soprattutto del bacino idrografico del Meduna. Così nel 1903 l’assemblea approvò all’unanimità un intervento diretto nella parte alta della valle, con la fornitura di piantine ai privati, in accordo con il Comitato forestale.

L’azione promozionale in molteplici settori di interesse collettivo - ricordiamo anche l’acquisto e la distribuzione di perfosfati, zolfo e solfato di rame - unitamente alla forte presa sulle popolazioni rurali, testimoniata dal gran numero di iscritti, fece delle Casse rurali di Meduno e di San Giorgio della Richinvelda due tra le più fiorenti istituzioni di credito cooperativo dell’intero Friuli. Nel 1900 esse contavano rispettivamente 396 e 314 soci, coinvolgendo in pratica tutti i proprietari e i coloni all’interno della loro sfera d’azione che, nel rispetto dei princìpi del Wollemborg, rimaneva prudentemente ristretta all’ambito comunale. Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, entrambe rimasero fedeli al dettato originario: nel frattempo la pianura veneta e friulana si andò popolando di Casse rurali di ispirazione cattolica, modellate sulla Cassa di Gambarare (Venezia), fondata nel 1892 dal giovane sacerdote Luigi Cerutti, trasformando una precedente istituzione laica. Esse mantenevano l’originaria struttura ideata dal Wollemborg, però con il fondamentale corollario della confessionalità: i soci dovevano cioè vivere cristianamente e praticare la fede. Con il nuovo secolo quasi tutte le nuove Casse rurali venete erano cattoliche, ed anche molte di quelle originariamente neutre si trasformarono: la parrocchia divenne l’elemento promotore della cooperazione di credito. A parte rari casi, come quello di Forni di Sopra, la parte montana e pedemontana della provincia di Udine venne poco toccata dal fenomeno, massiccio invece nei distretti della pianura.

La dominante presenza dell’emigrazione stagionale spiega in buona misura la scarsa proliferazione delle Casse rurali nello Spilimberghese. Nelle valli abbiamo già visto in relazione al mutuo soccorso la difficoltà dei parroci a farsi centro di iniziative associazionistiche, ed il livello piuttosto elevato della contrapposizione ideologica; ma in generale le esigenze finanziarie degli operai ed artigiani erano diverse da quelle degli agricoltori e dei piccoli allevatori, ed il modello rappresentato dalle Casse rurali non era per i primi abbastanza flessibile. A Meduno molti soci erano sicuramente emigranti, ma la loro presenza si spiega facilmente con il relativo isolamento di quei villaggi rispetto ai centri più vicini ove poter accedere al credito, Maniago e Spilimbergo; la solidità stessa dell’istituzione si fondava su una buona messe di depositi, chiaramente provenienti dal risparmio operaio, che trovavano una favorevole alternativa alla tradizionale Cassa postale. Nel caso di San Giorgio della Richinvelda invece la predominanza di contadini - mezzadri, affittuari e piccoli proprietari - rendeva l’ambiente molto adatto al prosperare della Cassa rurale.

All’interno del distretto di Spilimbergo l’azione della Chiesa nel campo del piccolo credito si limitò insomma all’apertura di alcune Casse operaie, come quella fondata a Tauriano nel 1904, che dopo un anno contava circa sessanta soci. Insieme all’attività creditizia svolta dalle Società di mutuo soccorso, dal respiro limitato, ciò completa il quadro, escludendo naturalmente le banche presenti a Spilimbergo. Non fa parte degli obiettivi di questa ricerca sondare i flussi di depositi e di prestiti, e la difficilmente quantificabile incidenza del risparmio prodotto all’estero sull’economia locale; va comunque ricordato che da più parti si alzavano le voci preoccupate per l’ eccessiva tendenza degli emigranti a investire i loro capitali nell’acquisto di fazzoletti di terra, o della casa, provocando un artificiale rigonfiamento dei prezzi e per molti il concreto spreco di risorse in una fibrillante compravendita di particelle prative, senza che ciò portasse a positive trasformazioni nella struttura della proprietà, che perpetuava i suoi caratteri di frammentarietà e polverizzazione.


9

Le forme della cooperazione: produzione e consumo

È naturale che in questa regione alpestre, elevata sul livello del mare, dove il clima è rigoroso ed incostante, il terreno accidentato e per lo più fortemente inclinato, dovesse, fino dai tempi remoti, per gl’industri abitanti, essere principale risorsa la pastorizia. L’industria del bestiame e del latte può quindi ritenersi antichissima nella montagna friulana; specialmente nei distretti di Ampezzo, di Tolmezzo, di Moggio, ed in parte di quelli di Maniago e Spilimbergo, essa ebbe sempre, come ha tuttora, vitale importanza per quelle popolazioni.

Quando Domenico Pecile, in un breve saggio pubblicato dal “Bullettino dell’Associazione Agraria Friulana” nel 1895, richiamava alla memoria il secolare radicamento dell’“ industria del bestiame e del latte” tra le popolazioni montane, intendeva sottolinearne non solo il carattere di attività legata alla tradizione e connaturata ad un determinato equilibrio economico, ma soprattutto le grandi potenzialità e le prospettive che alla fine dell’Ottocento parevano aprirsi. Anche in questo campo, come nel caso del piccolo credito rurale, tali prospettive si articolavano sugli ideali e i paradigmi della cooperazione.

La valenza economica dei formaggi di monte, che dalle malghe prendevano la via delle città della pianura padana, riguardava da secoli, oltre che la Carnia, anche le valli del Friuli occidentale. Possiamo ricordare, tra i vari esempi possibili, le casere che costellavano i pendii in forza al comune di Aviano, con una produzione (formai de mont) molto nota e apprezzata. Ancora nei primi anni del Novecento a Tramonti di Sopra è documentata la presenza di un commerciante di formaggio: ogni estate raccoglieva il prodotto, per lo più salato proveniente da Sauris, per poi portarlo a Venezia dove trovava un facile smercio.

Oltre all’attività connessa alla rete delle malghe, ad un diverso livello un sistema turnario domestico vigeva probabilmente in alcuni villaggi fin dagli inizi dell’Ottocento: ogni giorno tutto il latte degli associati (solitamente gli abitanti di una borgata) veniva “prestato” ad una famiglia diversa, che si occupava della lavorazione e teneva il prodotto. Non erano necessari statuti e regolamenti scritti, perché le poche norme da rispettare erano ben chiare. Ogni casa era dotata degli strumenti del mestiere, e soprattutto le donne erano detentrici del sapere necessario per una corretta lavorazione; non va dimenticato che un errore poteva compromettere tutto, con grave danno per la famiglia turnista.

L’esperienza più strutturata e radicata, risalente alla seconda metà del Settecento, era quella delle quattordici latterie turnarie di Osoppo, condotte da donne con regole tramandate oralmente 3 . Il tipo di latteria cooperativa sperimentato con successo in provincia di Belluno, soprattutto nell’Agordino, trovò insomma un fertile terreno: da questo esempio il maestro comunale Eugenio Caneva trasse lo spunto per lo statuto della prima latteria sociale cooperativa del Friuli, nella piccola frazione di Collina di Forni Avoltri, aperta il primo marzo 1881. Il successo della formula è testimoniato dalla rapida proliferazione degli impianti in vari distretti friulani, tanto che al concorso di latterie di Udine del maggio 1885 essi risultarono già aver raggiunto le ventinove unità. Sia in Carnia che nella fascia prealpina il modello dominante rimase sempre quello della piccola latteria turnaria, di solito nella forma giuridica di società in nome collettivo oppure di società per azioni, da ammortizzarsi nel tempo con i ricavi della gestione; in montagna i ritmi dovevano adeguarsi a quelli tradizionali della malga, e l’impianto rimaneva aperto circa sei mesi, nel periodo invernale. Il basso impiego di capitali accompagnava l’ampio ricorso al lavoro dei soci, che si avvicendavano nell’assistenza al casaro. Ogni giorno spettava ad una famiglia diversa usufruire di tutto il formaggio e il burro prodotti con il latte versato dai soci: questo era il semplice principio base del funzionamento delle latterie sociali turnarie. La preparazione cominciava già durante la serata precedente, quando veniva posto nelle bacinelle il latte della mungitura serale; una donna della famiglia di turno portava la legna che all’indomani avrebbe alimentato le caldaie. Il mattino seguente, prima dell’alba, almeno un componente della famiglia turnista si recava in latteria, per aiutare il casaro in tutte le operazioni necessarie (pulizia dell’ambiente, trasporto del latte, accensione del fuoco...). Dopo una mattinata di lavoro, sotto la direzione esperta del casaro, che scaldava il latte al punto giusto e aggiungeva il caglio, si metteva la cagliata nelle forme, che fino alla sera stavano pressate da un peso, per far uscire tutto il siero; poi passavano alla salatura e alla prima stagionatura, praticata al meglio in un apposito ambiente all’interno della latteria. Qualche forma veniva portata a casa subito dal socio, destinata alla salamoia domestica, per la delicata e tradizionale produzione del formaggio salato. Il formaggio, marchiato, sarebbe stato ritirato al momento opportuno dal proprietario, tranne una quota per il pagamento delle spese.

Immagini:

Strumenti di latteria e casari di Castelnuovo nel primo dopoguerra


La latteria friulana insomma era finalizzata sostanzialmente alla divisione del prodotto tra i soci, e non ricercava gli utili derivati dalla commercializzazione, differenziandosi nettamente in ciò da altri modelli, come quello ad esempio diffuso nel Trevigiano. Si trattava di una tipologia funzionale all’assetto polverizzato dell’allevamento bovino, con pochissimi capi per famiglia, e che poteva con facilità assumere quella dimensione legata al villaggio tipica delle istituzioni cooperativistiche, e previdenziali, diffuse in montagna e nell’alto Friuli. Torneremo presto sull’argomento, ed in modo particolare sui nodi problematici e su alcune battaglie polemiche legate a questo modello; per ora affidiamoci ancora alle parole di Domenico Pecile per una sintesi degli aspetti legati all’organizzazione aziendale:

Ne sono concetti fondamentali: la costituzione come società private e non già commerciali; l’esclusione dagli statuti, della vendita in comune, nel mentre i prodotti sono divisi fra i soci; la contabilità ridotta alla massima semplicità escludendo partitari per i soci, libri magazzino, e tutte quelle registrazioni, che rendono complicata e costosa l’amministrazione ... Queste latterie producono di solito formaggi grassi, tipo Montasio, di facile smercio, e dalla panna ottenuta centrifugando il siero, preparano un secondo burro di buona qualità.

Qualità e affidabilità del prodotto dovevano accompagnarsi alla massima semplificazione dell’assetto amministrativo: venivano così ridotte al minimo le spese generali ed evitati i rischi legati ad una eventuale vocazione commerciale delle aziende. I soci inoltre potevano controllare più facilmente l’andamento economico, condizione importante per cementare la fiducia nell’istituzione. Nella pratica lo scenario immaginato dal Pecile era ben lontano dal realizzarsi, e si assisteva ad una grande varietà di esiti nel campo della gestione economica. Soprattutto le piccole latterie carniche stentavano ad assumere contorni netti e precisi, difettando talora di statuto e di un regolare Consiglio, e finendo con il dipendere da un unico amministratore, che magari evitava di presentare a fine anno un qualche conto consuntivo, limitandosi a regolare i conti individualmente socio per socio; oppure, se funzionanti i regolari organi statutari, conflitti, puntigli o equivoci sulle competenze ne paralizzavano l’azione, mettendo sovente in pericolo la sopravvivenza stessa del sodalizio.

Uno dei casi più eclatanti scoppiò proprio nel distretto spilimberghese, nella latteria di Tauriano. Il presidente e fondatore Osvaldo Toffoli, sempre rimasto al timone nei quattro anni trascorsi dall’apertura, subì nell’autunno del 1911 una serie di violente contestazioni da parte di un gruppo di soci decisi ad esautorarlo. Sulla “Patria del Friuli” alcune cronache seguivano il confuso dipanarsi degli eventi, evitando però di chiarire i motivi concreti della spaccatura: i soci “ribelli” giunsero a forzare la porta della latteria, cambiare la serratura e organizzare una rumorosa assemblea autoconvocata, con la presenza di numerose donne ed anche fanciulli. Poi accettarono, con la mediazione del vice presidente Ettore Ballico, di partecipare ad un’altra assemblea generale, dove poter spiegare le rispettive ragioni e trovare un compromesso con il Toffoli. Finì a metà tra il dramma e la farsa :

Appena questi entrò in sala, la porta fu chiusa a chiave, ed a guardia si posero le donne che minacciavano di levare i peli della barba al presidente se si fosse azzardato di fare un passo per sfuggire.

Tutti volevano presiedere, tutti volevano parlare per i primi. E si andò avanti così per oltre quattro ore. Il malcapitato presidente guardava ogni tanto la porta, ma questa rimaneva sempre chiusa. Finalmente un pochi si stancarono e se ne andarono ed il Toffoli approfittò della confusione per infilare di corsa le scale lasciando in asso tutti gli altri.

Il presidente sporse denuncia al pretore, e pochi giorni dopo il casaro chiuse la latteria, gli portò le chiavi e si trasferì a Castelnuovo. In un caos di reciproche accuse - con un nuovo Consiglio subito dimissionario - il Toffoli, con in mano le chiavi, si rifiutava di affrontare i soci in una nuova assemblea. Intanto “la latteria rimane chiusa, le donne di Tauriano sono furenti e minacciano una rivoluzione se la latteria non sarà tosto riaperta”.

Pur con i limiti e i contrasti esemplificati dall’episodio di Tauriano, prendeva forma il tipico modello friulano, diverso dalle confinanti esperienze della provincia di Treviso, che vide nascere latterie grandi, capaci di emettere azioni, produrre profitti e rivolgersi decisamente al mercato. Qualche impianto particolarmente moderno e proiettato anche verso l’esterno in realtà si sviluppò nella fascia pedemontana del Friuli, ed in tempi in cui il caseificio sociale doveva ancora superare la fase pionieristica. Possiamo ricordare ad esempio la latteria sociale di Fanna, che già alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, dopo un breve rodaggio, aveva consolidato una sua ben delineata vocazione commerciale: il prodotto più prestigioso era un burro confezionato in eleganti ed ermetiche scatole di latta, che incontrava un buon successo tra i consumatori di molte città.

Ma il modello predominante in provincia di Udine fu quello più semplice che abbiamo sommariamente descritto in precedenza. La sua forza di attrazione è testimoniata dalla rapida diffusione delle latterie sociali sull’intero territorio, segno inequivocabile che esse rispondevano ad un bisogno ormai ineludibile di modernizzare e riadattare alcune forme tradizionali di allevamento.

Gabriele Luigi Pecile aveva propugnato e a lungo presieduto la latteria di Fagagna, chiamando a dirigerla Enore Tosi, che sarebbe diventato il padre nobile dell’arte casearia in Friuli. Dotato delle attrezzature più moderne, tale impianto assunse in breve il ruolo di modello, dapprima per i villaggi più vicini, poi tramite la pubblicistica per l’intera provincia, tanto da venire elevato dal ministero di Agricoltura, Industria e Commercio a “Regio osservatorio di caseificio”, in pratica a scuola di istruzione per i futuri casari. Accanto alla Scuola di caseificio annessa alla latteria di Piano d’Arta e al più tardo Osservatorio di Osoppo, l’ Osservatorio di Fagagna permise il rapido sviluppo della cooperazione casearia, fornendo l’indispensabile personale specializzato.

Come si vede dalla tabella 7, proprio negli anni a cavallo del secolo si assiste all’incremento più vistoso:

TAB. N. 7 - Sviluppo delle latterie sociali friulane

I commentatori registravano, nonostante tale proliferazione, una lentezza che pareva poco spiegabile: un cronista prendeva atto che nei primi sei mesi del 1908 erano nati in provincia ben 14 nuovi impianti (tra i quali anche Rauscedo, Tauriano e Vito d’Asio), ma lamentava che su 179 comuni “ben” 43 non avevano ancora latterie, “e fra questi una trentina almeno che sono in condizioni zootecniche favorevolissime per la produzione di abbondante e buon latte” . Le zone montane del Friuli occidentale venivano annoverate tra quelle le cui potenzialità rimanevano ancora parzialmente inespresse, anche se l’unico impianto censito nel 1885 nel distretto di Spilimbergo (sui ventinove dell’intera provincia) era quello di Clauzetto, fondato nel maggio dell’anno precedente. Ancora nel 1914 il casaro Di Fant prendeva lo spunto per una proposta:

È assolutamente necessario, specialmente per il Friuli occidentale dove c’è un forte numero di latterie e dove trovasi ancora qualche zona, alpestre, che necessita di una attiva propaganda casearia; è necessario, ripeto, che ben presto sorga qualche altro Regio osservatorio di caseificio identico a quelli di Piano d’Arta, di Osoppo, ecc.

La stampa e la pubblicistica specializzata stentavano a individuare le cause per le quali in tali zone segnava il passo la cooperazione casearia: forse la prevalenza dell’economia di malga, legata a ritmi e consuetudini particolari, si accompagnava alla dispersione delle frazioni, rendendo difficile il funzionamento di caselli sufficientemente grandi. Neppure il cospicuo impegno propagandistico della Cassa rurale di Meduno ottenne gli effetti desiderati. Non diedero frutti le numerose conferenze, che in cattedra videro ad esempio nel 1908, oltre al professor Ercole Ferrari giunto da Spilimbergo, Enore Tosi: quest’ultimo fu invitato due volte dalla Cassa rurale, a marzo e a dicembre, a parlare sulla “Costituzione di una latteria sociale a Meduno” . Ma solo dopo il primo conflitto mondiale le latterie si sarebbero radicate in modo capillare nei villaggi della val Tramontina.

Nella parte bassa invece gli sforzi propagandistici ed organizzativi della Associazione Agraria Friulana incontrarono un ambiente più rapidamente ricettivo, anche se dal citato congresso del 1885 bisognerà attendere due lustri per assistere ad una diffusione di massa. Proprio a San Giorgio della Richinvelda nel 1895 fu aperta una latteria tra i piccoli allevatori locali, che unitamente a quelle di Cosa e Pozzo diede la spinta all’intero movimento nell’ambito del distretto.

Gli inizi del nuovo secolo segnarono il momento di passaggio, con la nascita di numerosi impianti entro i confini distrettuali, salutati con cerimonie pubbliche, nello stile che già abbiamo conosciuto nella vita delle Società operaie. Il bisogno di un suggello solenne e festoso segnava soprattutto la nascita di latterie che dovevano servire due paesi limitrofi, come quella inaugurata a Rauscedo nel luglio 1908, con la compartecipazione degli allevatori di Domanins. Il corteo guidato dalla banda musicale condusse i soci al nuovo impianto, appena costruito al centro del paese nel rispetto delle esigenze particolari che una latteria sociale presentava, e dotato del moderno distributore del fuoco brevettato dalla ditta Tremonti. Il presidente Angelo D’Andrea tenne il discorso inaugurale, insieme al casaro Silvestro Prandini, proveniente da Fagagna, ed il banchetto di ottanta coperti risuonò di molti brindisi al nuovo caseificio e alla vivificante comunità d’intenti tra i due villaggi di Rauscedo e di Domanins.

La latteria di Valeriano invece, inaugurata l’1 febbraio 1909, dovette accontentarsi di venire ospitata in locali vecchi, inadatti al distributore del fuoco Tremonti, e di acquistare dalla stessa ditta un impianto a sistema svizzero a carrello mobile. Ma il presidente Giovanni Picco, assessore comunale, era affiancato nel corso della cerimonia dal prof. Ferrari, della Cattedra ambulante di Spilimbergo, e dal sig. De Nardo, presidente della latteria di Flagogna.

Il problema dello spazio tormentava anche l’esordio della seconda, faticosa, esperienza di latteria sociale in un villaggio montano del distretto. Nel 1908 a Vito d’Asio veniva attrezzato un piccolo ambiente, per iniziativa dell’agronomo P. Sabbadini e di un ristrettissimo numero di soci fondatori; nonostante le difficoltà, il casello funzionò fin dall’inizio così bene che in pochi mesi attirò gran parte dei paesani, tanto da dover cercare una nuova sede molto più capace: Gio Batta Marcuzzi cedette la sala da ballo, che insieme all’intero edificio offrì ampio spazio per gli impianti ed anche l’abitazione per il casaro.

La positiva esperienza divenne un modello che si irradiò negli altri villaggi della val d’Arzino. Due anni dopo nella frazione di Casiacco i fratelli Girolamo e Daniele Marin si fecero promotori di una latteria, ed il casaro di Vito d’Asio si prestò ad istruire il collega, mentre anche a Pradis i piccoli allevatori andavano cercando l’ambiente adatto ed un casaro disponibile. In val Tramontina invece non sorse una prima, pionieristica latteria che diffondesse a macchia d’olio - con il concreto esempio dei risultati e della soddisfazione dei soci, ben più efficace in montagna della pur valida azione promozionale dell’Associazione Agraria Friulana i modi e i termini della cooperazione casearia. Il risultato fu di fatto un semplice ritardo, che il nuovo fervore del primo dopoguerra avrebbe ampiamente colmato. Va ricordato comunque che anche in questo campo il vantaggio della val d’Arzino si deve al solito Ceconi: ancor prima dell’alba del nuovo secolo la sua piccola latteria privata acquistava il prodotto da chiunque lo portasse; nel maggio del 1900 inoltre venne chiamato a Pielungo per una conferenza Enore Tosi, che concordò con gli allevatori locali sulle difficoltà derivanti dalla dispersione delle borgate, tanto da immaginare come più funzionale un modello di piccoli impianti turnari sullo stile di Osoppo.

Le parti mediane e basse del distretto spilimberghese poterono invece contare su forti energie, a cominciare naturalmente dall’impegno teorico e pratico del Pecile a San Giorgio della Richinvelda, con il corollario delle conferenze promosse dalla Cassa rurale. Se da San Giorgio possiamo dire che partì l’intero movimento, dopo il 1910 il punto di riferimento si spostò decisamente a Nord, a Sequals. Il 7 novembre di quell’anno venne inaugurata appena fuori dal paese una grande latteria sociale cooperativa, con la benedizione di ben due parroci ed il discorso di Enore Tosi. Una tale solennità si spiega con il fatto che la latteria serviva in realtà due villaggi, Sequals e Solimbergo, contando così su un gran numero di soci e superando le tradizionali diffidenze di campanile in nome dell’interesse comune. Per favorire il trasporto del latte da Solimbergo, il fabbricato, quasi una palazzina, venne eretto all’inizio della strada che attraverso la collina congiunge i due paesi. Stanze ampie ed arieggiate, alloggio confortevole per il casaro al piano superiore, sala riunioni, cantina sotterranea garantivano - unitamente alla modernità del macchinario - un ambiente ideale, uno dei migliori dell’intera provincia.

Il ruolo centrale della latteria di Sequals non derivava però solo dalle dimensioni ragguardevoli dell’iniziativa o dall’indubbio prestigio del promotore, e presidente, colonnello Giuseppe Carnera. La figura del giovane casaro Luigi Di Fant si impose in pochi anni anche in ambito provinciale, come uno dei più attivi seguaci di Enore Tosi, titolare in quel momento dell’Ispettorato di caseificio della provincia di Udine: soprattutto dopo aver conseguito nel 1913 il primo premio al corso teorico- pratico della Regia scuola superiore di agraria di Brescia, egli istruì molti giovani aspiranti casari e partecipò in prima persona al dibattito che si andava sviluppando sia sulla stampa specialistica che su quella quotidiana. Proprio l’istruzione del personale specializzato del quale necessitavano le latterie costituiva un tema scottante, per le frequenti delusioni che giovani casari inesperti avevano causato ai soci portatori di latte. Il Di Fant sosteneva la necessità di un continuo aggiornamento, e dalla quotidiana esperienza nella latteria di Sequals richiamava nei suoi articoli ad un approccio concreto alle molteplici questioni inerenti alle latterie sociali: in particolare le difficoltà dei casari acquisivano un contorno preciso. Egli individuava nella “solitudine nella quale i più tra questi sono, per così dire, confinati”, cioè nell’isolamento culturale e nella mancanza di confronto, un ostacolo decisivo, unitamente all’insufficienza delle retribuzioni.

Molte latterie della pianura spilimberghese facevano riferimento al Di Fant per problemi pratici, come la stesura corretta della domanda al ministero di Agricoltura, Industria e Commercio per ottenere i sussidi previsti per le istituzioni meritevoli. Sussidi dei quali - nel caso di impianti nati in ambiente confessionale come quello di Gradisca - si faceva merito anche l’onorevole Marco Ciriani.

L’attenzione del mondo politico nei confronti di un movimento che andava assumendo contorni sempre più imponenti non stupisce. Come parimenti non stupisce la vivezza del dibattito, nelle pagine dei giornali di ogni tendenza, su alcuni aspetti problematici della cooperazione casearia, o per meglio dire su alcuni rischi ad essa intimamente connessi. La raccolta generalizzata della materia prima all’interno di un villaggio e la trasformazione in prodotti - soprattutto il formaggio del tipo montasio e il burro - dalle qualità organolettiche tali da renderli richiesti sul mercato, induceva qualche capofamiglia a monetizzare il più possibile il proprio latte affidandolo tutto al casaro. Un atteggiamento che giungeva talvolta al limite estremo di privare la casa, in particolare i bambini, del fabbisogno quotidiano di latte: “i quattrini poi si consumano malamente nelle bettole dai capi famiglia”.

Anche se alcune voci accusavano addirittura questo uso distorto della latteria - addebitato all’ignoranza e all’immoralità di qualche singolo allevatore - di causare un aumento dei casi di pellagra nelle campagne friulane, esso rimaneva comunque piuttosto sporadico. Altre più gravi insidie potevano minare alla base il rapporto di fiducia tra i soci (in pratica gran parte di un villaggio), il casaro e l’istituzione, oltre ai frequenti casi di cattiva gestione e di litigi interni cui abbiamo già fatto cenno. La latteria diventava in breve la detentrice di un piccolo monopolio nella gestione del latte e dei suoi derivati, e ciò poteva realmente mettere in pericolo i consumi individuali delle famiglie più povere, quando una mentalità troppo economicistica conduceva a scelte orientate alla ricerca del massimo profitto per i soci. Alle volte il casaro faceva difficoltà a vendere il latte al pubblico, soprattutto dalla mungitura serale, giungendo a esigere addirittura certificati del medico o di un consigliere comunale che attestassero l’effettiva necessità, ad esempio per un malato.

Se tali stravolgimenti dello spirito cooperativistico, denunciati dalla pubblicistica e combattuti dai dirigenti provinciali, potevano venir arginati, più insidiosa si presentava la politica dei prezzi. Il Consiglio direttivo di ogni latteria stabiliva il prezzo del latte venduto al dettaglio, e ciò ingenerava differenze rilevanti - anche più di dieci centesimi - tra un villaggio e l’altro: la protesta sorgeva di frequente tra la popolazione, dato che all’aumento dovuto alla congiuntura generale dell’economia nell’età giolittiana si sommavano gli aumenti “politici” delle amministrazioni che usavano il commercio del prodotto ancora non lavorato per fare cassa. Ne scapitavano soprattutto i paesani non soci, cioè non proprietari di vacche, costretti ad acquistare in ogni caso un elemento irrinunciabile per la dieta quotidiana.

Riflesso del malcontento diffuso, numerosi articoli sulla stampa segnavano i termini del problema; da Pinzano nel marzo 1913 un cronista imputava alla latteria “un’opera di sfruttamento, biasimevole e tutto dalla parte meno abbiente della popolazione, creando un vero e proprio trust del latte che pur dovrebbe essere il nutrimento primo dei fanciulli, dei vecchi e degli ammalati”.

I proprietari di vacche non risentivano, se non per brevi periodi, dell’aumento del prezzo, potendo attingere direttamente alla propria mungitura. Gran parte delle famiglie inoltre, soprattutto nella zona alta e media del Friuli, continuavano nelle diffusissime salamoie domestiche a immergere formaggio per la salatura, ancora per decenni con strumenti e metodi tradizionali. La rete delle latterie tendeva inevitabilmente ad uniformare la tipologia del prodotto e le procedure di fabbricazione, garantendo un miglioramento tangibile delle condizioni igieniche non solo all’interno del casello, ma anche in parte nel chiuso delle anguste e oscure stalle; ma non sfuggiva agli esperti l’importanza e la valenza commerciale di formaggi antichi e rinomati, difficili da ottenere con le pur efficienti caldaie che la ditta Tremonti di Udine forniva a tutte la latterie friulane. L’autorevolissima voce di Enore Tosi lodava ad esempio in uno scritto del 1903 le peculiarità del saporito formaggio asìno, tipico soprattutto della val d’Arzino e impossibile da ottenere - nonostante reiterati tentativi - in pianura:

È un formaggio che si fabbrica nelle famiglie, nelle latterie, e soprattutto, sulle malghe. Fresco, all’età circa di un mese, è un ottimo formaggio da tavola, e viene usato largamente anche sulle mense dei ricchi. Generalmente si mangia colle pere e colle mele. Ha pasta dolce, butirrosa, quasi insipida, con grandi occhi; è del formato di un piccolo gorgonzola. Ma il grande consumo di questo formaggio si fa dopo che è stato immerso per due o tre mesi, e anche più, in una salamoia speciale che gli comunica un sapore marcato, caratteristico, che gli ha procurato il nome di Salmistrà.

Dopo il bagno, più o meno lungo, nella salina, diviene più duro, più sapido e piccante, gustosissimo, preferito dagli amateurs, dai dilettanti del buon vino. E’ altresì molto ricercato dal contadino, perché costituisce un companatico a buon prezzo; basta una piccola quantità di questo formaggio per distruggere molta polenta. Si fabbrica in tutta la parte montuosa e collinare dei Mandamenti di Spilimbergo e Maniago e forma oggetto di attivo commercio colla parte bassa della provincia di Udine...



II


Se l’urgenza del piccolo credito decretava il successo delle Casse rurali, e le esigenze dell’allevamento bovino spingevano alla proliferazione delle latterie sociali, i primi anni del Novecento portarono anche in molti paesi del Friuli collinare e montano quella che la tradizione considera la primogenita tra le iniziative di stampo cooperativistico: il magazzino di consumo. Il rialzo dei prezzi - effetto della fase di espansione dell’economia europea, che vide in particolare alcuni distretti dell’Italia settentrionale investiti da un rapido processo di industrializzazione - colpiva in prima battuta gli operai e gli impiegati delle città, producendo un caro- viveri e dei generi di prima necessità. Fin dai primissimi anni postunitari le maggiori Società operaie avevano aperto fiorenti spacci per la vendita ai soci: tra le più solerti del Veneto la Società operaia udinese, che vantava già nel 1869 un movimento di merci che sfiorava le L. 5.000. Ma il distretto operaio di Pordenone costituiva l’ambiente più favorevole. Gli stessi industriali tessili si posero il problema del sostegno ai consumi dei lavoratori, promuovendo cooperative che diventavano anche uno strumento di controllo e, nei momenti topici dei grandi scioperi, di condizionamento. Nel 1878 la ditta Amman appoggiò la nascita di un magazzino di consumo a Borgomeduna, che per oltre trent’anni rimase attivo vendendo, solo ai soci, vari generi alimentari. In seguito venne aperta una succursale a Fiume Veneto e nel 1910 i locali dell’ex casa Paverini a Borgo Colonna, fuori dalla città ma sulla via della popolatissima Torre, accolsero un nuovo spaccio grande e confortevole. Dal 1912 una succursale vendeva tessuti, cappelli e scarpe, poi un magazzino aprì nel centro cittadino ed ormai tutte le classi sociali si valevano ampiamente della rete di cooperative pordenonesi. A questo ricco panorama inoltre vanno aggiunte quanto meno le iniziative di don Lozer a Torre, la cui cooperativa di consumo funzionava dai primi del secolo senza l’aiuto e il condizionamento dei dirigenti del cotonificio, e lo spaccio della stoviglieria Galvani, sorto presso i locali della fabbrica nel 1884.

Dall’ambiente cittadino e operaio, insomma, provenivano le spinte in questa direzione, sfocianti in alcune grandi cooperative divenute punti di riferimento e modelli. Pensiamo ad esempio alla Unione Cooperativa di Milano o alle Cooperative Operaie della Trieste austriaca, queste ultime con una matrice schiettamente socialista. Sull’esempio inglese, i grandi spacci tendevano a trasformarsi dalla struttura originaria di magazzini dove i soci trovavano a prezzo di costo alcune merci importanti per i consumi quotidiani: sempre più si andava affermando la vendita a prezzo di mercato, e conseguente ripartizione dei risparmi tra i soci consumatori.

Negli anni pionieristici bastava un contabile, che si recasse anche solo una volta al mese presso lo spaccio, e l’impegno spontaneo di pochi soci, per garantire la sopravvivenza dell’azienda. Con il consolidarsi e l’espandersi delle iniziative invece si imponevano direttori e contabili professionali, con personale assunto e regolarmente stipendiato. I risultati delle colossali e prospere cooperative inglesi inducevano all’ottimismo, affrontando il rischio spesso denunciato di veder assopito l’originario spirito cooperativistico, sostituito da una logica del profitto che, se qualche vantaggio immediato poteva portare ai soci, costituiva chiaramente una forma degenerativa e pericolosa . Si spiegano così le iniziali remore dei socialisti italiani nei confronti del fenomeno, acuite dalla constatazione che spesso, come abbiamo visto nel caso di Pordenone, nasceva per iniziativa del padronato. In realtà essi cambiarono opinione, dopo un vivace dibattito, sulla cooperazione di consumo e sulla cooperazione in generale, facendosene in molte occasioni i principali promotori ed organizzatori. Anche il socialismo udinese si schierò ai primi del secolo con chiarezza, sia pure condizionata alla permanenza di condizioni sociali ed economiche tali da non permettere nel breve periodo alternative migliori. Un fondo firmato G. G. comparso sul “Lavoratore friulano” del 24 agosto 1907 non si presta a equivoci: “... la cooperazione - nelle sue branche della produzione e del consumo - fintanto che non si orienti diversamente e più modernamente la funzione dei Municipi per una valida difesa dei consumatori, può rendere incalcolabili benefici”.

Spostandoci dalle città di pianura alle piccole e disperse realtà montane, la questione assume contorni in parte diversi. Da un lato le cooperative potevano contare su bacini d’utenza ristretti e su consumi, nonostante l’emigrazione, ridotti al minimo ed indirizzati, oltre che alla tradizionale rete del piccolo commercio, ad istituzioni quali le latterie sociali; dall’altro mancava l’intervento diretto di imprenditori interessati al consenso e alla pace sociale come nei distretti industriali. Quindi i piccoli spacci per la vendita al dettaglio nascevano da altri presupposti: ad esempio dalle non frequenti fioriture di ambienti vivaci e indirizzati ad una cooperazione “globale”, sempre legati alla presenza di una personalità carismatica. A Forni di Sopra l’attivismo di don Fortunato De Santa, partendo dalle latterie sociali di Andrazza e Vico, fondate rispettivamente nel 1884 e nel 1885, portò il modello associazionistico in tutte le direzioni possibili: malghe prese in affitto dal Comune in forma cooperativa, assicurazioni del bestiame, Cassa rurale (1900), Forno rurale.

Una delle iniziative più positive, all’inizio del secolo, fu proprio la Cooperativa di consumo, ospitata nello stesso stabile, di proprietà sociale, che accoglieva la Cassa rurale. Lo spaccio divenne in breve un punto di riferimento per l’intero circondario, nonostante le iniziali resistenze dei commercianti locali, convinti presto essi stessi a rifornirvisi per alcuni generi, ad esempio l’importantissimo granoturco. Per non favorire la piaga dell’alcolismo invece, il parroco convinse i soci dell’opportunità di non vendere né vino né liquori.

Che il successo del cooperativismo fornese fosse dovuto, oltre che alla presenza carismatica del parroco, soprattutto alla predisposizione dell’ambiente sociale ed economico della montagna, è dimostrato dal rapido sviluppo della Società Anonima di Consumo Carnica. Nata con un primo spaccio a Tolmezzo nell’aprile del 1906, dieci anni dopo contava 21 punti vendita in tutta la Carnia.

Una certa liquidità portata dall’emigrazione stagionale si accompagnava alla scarsità della produzione agricola locale, dando modo ai molti piccoli esercizi commerciali privati di sopravvivere, grazie anche ad una politica di prezzi alti, resa ulteriormente gravosa dagli elevati costi di distribuzione delle merci. La pianura invece si rivelava meno adatta alla cooperazione di consumo, e le vicende del distretto di Spilimbergo confermano questo dato.

Nei primissimi anni del secolo, da quegli stessi ambienti montani e pedemontani che nei capitoli precedenti abbiamo visto promuovere la cultura e la pratica associazionistica e cooperativistica, prendeva vita la cooperazione di consumo in molti villaggi del Friuli occidentale. Se Mattia D’Andrea era scomparso troppo prematuramente per poter indirizzare le Società operaie delle valli verso la costituzione di magazzini di consumo, il figlio Giacomo appare nel 1905 tra i fondatori della Cooperativa di Frisanco, della quale divenne subito il ragioniere contabile; come il padre, accompagnò l’impegno concreto all’azione propagandistica con una serie di conferenze nella val Colvera.

A Vito D’Asio invece fu il parroco che si fece promotore nello stesso anno di uno spaccio cooperativo, fungendo da presidente e coordinando un gruppo vivace di soci impegnati nella gestione: Pietro e Domenico Bellini (cassiere), Pietro Marcuzzi (vice- presidente). Così anche a Meduno il battagliero parroco don Giacomo Bellotto si adoperò perché dalla Società operaia da lui fondata germinasse una Cooperativa di consumo: alla festa annuale del 18 febbraio 1912, dopo la Messa ed il banchetto, i soci ascoltarono la “parola calda ed elevata” di don Lozer, invitato per spiegare i vantaggi di quella particolare forma di cooperazione e per illustrare i lusinghieri risultati da lui raggiunti nella sua Torre. Poco dopo il magazzino venne aperto, e l’” Unione Cooperativa di Consumo” di Meduno iniziò l’attività sulla base dello statuto proposto da don Bellotto, il cui articolo 2 recitava: “scopo dell’Unione è quello di migliorare sotto ogni aspetto possibile le condizioni dei lavoratori, di acquistare all’ingrosso quanto più direttamente e di distribuire ai soci e al pubblico generi alimentari, e dati i mezzi finanziari, tutti quegli altri che si rendono necessari alla vita ed al consumo domestico, escludendo qualsiasi speculazione”. Ogni socio doveva acquistare almeno una azione, godendo dei relativi interessi maturati nel tempo; inoltre gli utili, tolte le spese e la quota accantonata per il fondo di riserva, venivano divisi in proporzione agli acquisti fatti.

Il debole movimento socialista del distretto spilimberghese riuscì da parte sua a segnare il suo unico punto significativo, a Lestans, proprio nel campo della cooperazione di consumo. Dopo mesi di preparazione e propaganda, compresa una lettera circolare inviata a tutti gli emigrati all’estero del paese, esso potè aprire lo spaccio nel gennaio 1908; dalla tribuna pavesata eretta in piazza, Giovanni Cosattini pronunciò il discorso inaugurale.

Purtroppo non tutte le iniziative lasciarono un segno sufficientemente preciso nella stampa e nella pubblicistica, tanto da poter individuare le caratteristiche, il momento della nascita, lo spirito nonché le coordinate ideologiche che ne informavano i gruppi dirigenti. Sappiamo ad esempio che esisteva uno spaccio a Tramonti di Sopra, ma senza ulteriori notizie 60 ; a Travesio invece l’Unione Cooperativa nata il 6 gennaio 1910 ottenne lusinghieri risultati sotto la presidenza di G. Margaritta.

Anche dove non abbiamo, allo stato attuale delle ricerche, riscontri precisi, è lecito supporre che quasi tutti i magazzini di consumo sorgessero all’interno di precedenti esperienze associative, dirigendosi verso quel modello di cooperazione integrata ben realizzato a Forni di Sopra. Contesti piccoli e periferici, stimolati dagli esempi positivi dei villaggi dove le iniziative incontravano notevole successo, registravano una vivacità insospettabile. A Forgaria nel corso del 1910 venne costruito con il concorso volontario dei soci guidati dal capomastro Zuliani un grande edificio, per insediarvi la latteria, ma anche il magazzino per gli acquisti collettivi, il forno rurale e la Scuola d’arti e mestieri. Contemporaneamente nella vicina Flagogna erano già radicati sia la latteria che il forno sociale, e sotto la spinta del “noto democratico” Vittorio De Nardo si progettava addirittura una Cassa rurale.

Scendendo verso la pianura e verso un’economia a spiccata vocazione agricola, come già accennato, il bisogno di magazzini sociali di vendita al dettaglio si faceva meno pressante, e più solida la concorrenza dei negozi privati. La stessa Spilimbergo si rivelò una piazza difficile, ed il primo tentativo naufragò in pochi anni, chiudendo i battenti nel 1913.

L’unica iniziativa ben radicata, che poteva permettersi di pubblicare orgogliosamente i risultati di gestione sulla stampa quotidiana del capoluogo provinciale, sembra essere stata fino allo scoppio del primo conflitto mondiale la Società Cooperativa di consumo di Provesano, la cui floridezza era certificata dal progressivo aumento delle entrate: da meno di L. 4.000 nel 1909, alle L. 7.360 nel 1910, alle 17.295 nel 191. Il fondatore e presidente Daniele Sabbadini ne indirizzava l’azione con mano sicura e una ben precisa idea: nel rivendicarne la laicità, fin dalla fondazione della primavera 1908 perseguì il disegno di garantirne la popolarità, aprendo l’accesso al più alto numero possibile di soci. Le azioni emesse avevano un prezzo insolitamente basso, 10 lire, mantenendo l’ormai consueto metodo della redistribuzione dei guadagni in proporzione agli acquisti fatti. Per evitare la spesa del magazziniere, i soci si organizzavano su base volontaria per tenere aperto lo spaccio. Tra i risultati più visibili, anche un rapido ridimensionamento dei prezzi nei tre negozi privati del paese.

Sempre al calmieramento dei prezzi, e a migliorare la dieta quotidiana dei contadini troppo fondata sulla polenta, era indirizzata un’altra forma cooperativa, che si poneva tra la produzione ed il consumo: il forno rurale. La constatazione della presenza endemica della pellagra, malattia diffusa nella parte bassa del distretto spilimberghese, spingeva le classi dirigenti, ed in particolare gli studiosi ed i possidenti riuniti nell’ambito dell’Associazione Agraria Friulana, a cercare soluzioni rapide, anche promuovendo il consumo di pane di buona qualità in luogo della povera polenta ricavata da un granoturco spesso mal conservato. L’iniziativa di Domenico Pecile aveva fatto sorgere a San Giorgio della Richinvelda un forno sociale cooperativo nel 1896, con il sostegno della Cassa rurale, del Comune e della latteria, il buon successo del quale però non costituì la regola nell’ambito del distretto. Nei piccoli villaggi infatti - come dimostrava tra l’altro la vicenda di Forni di Sopra, dove si dovette appaltare ad un fornaio del paese il pane per i soci - gli esperimenti stentavano ad attecchire, e soprattutto non riuscivano a mantenere una forma genuinamente cooperativa. Il dominio della polenta rimase insomma quasi incontrastato, con l’inevitabile conseguenza che la funzione di guida e punto di riferimento diffuso su tutto il territorio nel campo della cooperazione rimase definitivamente nelle mani delle latterie. Tra le altre forme cooperative - negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, ed ancor più negli anni immediatamente successivi - comparvero anche mutue assicurazioni del bestiame, società per il miglioramento bovino, società e consorzi per gli acquisti collettivi ed essiccatoi bozzoli. Sorattutto le due Casse rurali si proposero come fulcro di un’attività cooperativistica di tipo polivalente, tesa ad occupare tutti gli spazi economici e culturali lasciati scoperti dalle strutture della società tradizionale, ormai insufficienti a difendere un’economia troppo povera, e fondata su presupposti arcaici, dall’urto della civiltà industriale e della mondializzazione dei commerci. La cooperazione si affiancava in questo, in una posizione indubbiamente più defilata, al massiccio aumento e all’assunzione di nuove caratteristiche da parte dell’emigrazione temporanea.

Proprio la gravissima crisi seguita al rientro forzato e generale degli emigranti allo scoppio della guerra europea del 1914 impose lo sviluppo di un’ulteriore forma cooperativa, fino a quel momento poco praticata, date le caratteristiche dell’economia friulana. Ci riferiamo alle cooperative di lavoro: fin dal 1889, quando entrò in vigore la legge che permetteva alle cooperative di concorrere agli appalti dei lavoro pubblici, esse avevano conosciuto una vistosa proliferazione, limitata però solo ad alcune aree della penisola, soprattutto l’Emilia, la Romagna, la parte bassa di Veneto e Lombardia, nonché alcune città dal rapido sviluppo industriale ed edilizio come Roma, Milano e Genova. Invece in Friuli ancora in piena età giolittiana il fenomeno era quasi del tutto assente, e alla fine del 1907 contava una sola società registrata (contro ad esempio le 42 della provincia di Ravenna o le 16 di Padova), tanto da far individuare una precisa connessione al foglio socialista udinese, costretto ad ammettere con una punta d’amarezza che “esse sono più numerose dove il proletariato ha già fatto le sue prove validamente nel campo della resistenza”.

Un notevole ritardo insomma, improvvisamente colmato nei mesi durissimi che seguirono l’agosto 1914. Come abbiamo sommariamente documentato in un capitolo precedente, le amministrazioni pubbliche friulane si attivarono a tutti i livelli (compresi cioè i Municipi più piccoli) per consentire alla spaventosa disoccupazione di trovare uno sbocco nei più svariati lavori pubblici. Le cooperative di lavoro sorsero allora numerose, concorrendo agli appalti per la costruzione o il riatto di strade, ponti ed edifici, alleviando in parte una situazione che dava fondate preoccupazioni alle élites dirigenti anche per le tensioni sociali che comportava. Fu l’ultima fiammata del cooperativismo friulano, prima del totale azzeramento imposto dall’invasione del 1917, seguito negli anni fervidi del dopoguerra da una nuova stagione, intensa ancorché precocemente sopita dal fascismo.

 <<pagina precedente

indice libro

 nuova pagina>>