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Tonino Cragnolini Congiura, assassinio, spregio Rivisitazione per immagini
Catalogo della mostra a San Giorgio della Richinvelda
Tonino Cragnolini continua nella sua rievocazione storica e interpretazione simbolica di eventi corali del passato, sempre più identificandosi con l'antico ruolo dell'artista, che è quello di riassumere e rendere per figure avvenimenti, reali o mitici, e loro significati. La sua scelta è soprattutto di indagare in grandi fatti caratterizzati da crudeli e beffarde ritualità, che segnano l'apice di una catena di situazioni violente; di cogliere dunque la storia nei suoi momenti di punta e nello scatenarsi di passioni fomentate dal premere della sofferenza; lo sbocco è a sua volta violenza, che caso per caso si può leggere quale catastrofe o catarsi - o le due cose insieme, come è facile argomentare. Terreno fertile di questa indagine fantastica è la storia del Friuli, in cui l'artista si identifica con un'intensità insieme viscerale e intellettuale: deposito di memorie cui egli attinge in un appassionato scavo delle proprie radici e che, nella loro ricchezza, complessità e drammaticità, gli offrono argomenti per una lettura di largo respiro interpretativo. In particolare i suoi ultimi cicli, e questo, grandioso, che è svolto in ampli pannelli, anche monumentali, sono ispirati a vicende remote; qui lo sguardo affonda nel tardo Medioevo, in quel secolo XIV dove travagli sempre più tumultuosi e feroci sembrano, quando si vedano in prospettiva storica, l'annuncio del disfacimento di un'età: alle soglie, in questo caso, del moderno. Cragnolini ama indagare negli argomenti che lo affascinano tramite testimonianze letterarie di speciale coloritura espressiva: questa volta è la narrazione della vicenda medioevale compiuta da uno storico ottocentesco; e già la scelta costituisce una mediazione interpretativa, giacché ciascuna età e condizione umana e culturale legge a suo modo il documento, anche quando si tratti di un documento preciso e quando l'intenzione sia di filologico rispetto. Accompagnando inoltre la sua lettura figurativa a un testo attuale di commento storico, Cragnolini compie dunque un'operazione complessa, e sottolinea che la sua libertà interpretativa non intende essere una divagazione visionaria sul fragile spunto di un'emozione personale, bensì il modo specifico con cui l'artista restituisce il senso di una vicenda storica acquisita e meditata. La componente fantastica e sentimentale è nondimeno, e naturalmente, forte e da sapore all'intera rappresentazione: che è quella dei funerali di Bertrando, o meglio del trasporto del suo cadavere in un carro per dispregio montato da prostitute e da porci, simboli carnali di peccato e lordura. Cragnolini vede Bertrando avvolto in bende funebri come una mummia; cioè lo vede remoto rispetto allo svolgersi dell'episodio: perché la figura del patriarca si ricollega all'impressione che suscitò il lui ragazzo la presenza del sarcofago nel Duomo di Udine. L'episodio grottesco e blasfemo appare dunque proiettato in una dimensione drammatica ma asettica, dove tutti i personaggi sono alla lor volta mummie bendate, volti mascherati dall'anonimato che il tempo ha loro conferito; tute simboliche, infine, per una rappresentazione acrobatica che utilizza pochi elementi significanti: il carro smembrato nelle sue componenti essenziali, assi, ruote; scale a pioli - o graticole, come in un avvio al rogo - ; e ancora, lance appuntite, funi; tutto si inerpica e ruota in uno spazio convulso da proiezione extraterrestre. Perché questo va soprattutto sottolineato dell'interpretazione di Cragnolini; ancorato com'è a presupposti storici, e alla storia della sua terra, egli evita tuttavia ogni rivisitazione di colore, il medioevalismo rivissuto nel compiacimento dei costumi; anzi, da questo suo ultimo ciclo sono espunte persino quelle poche caratterizzazioni ambientali che in altri casi suggerivano un approccio con tipologie d'epoca. La vicenda crudele è fuori della storia, nel momento in cui è metafora delle ineluttabili crudeltà della storia medesima; assume anzi una sorta di inquietante dimensione avveniristica, le travi di legno si fanno tubi metallici, le tuniche annodate divise spaziali; né avvertiresti l'urlo di questi personaggi, umani o bestiali, trapassati "da sbarre ferrigne in una tortura che accomuna vittime, carnefici e servi del male. Una lettura più surreale che truculenta, dove tuttavia l'artista, con una virata creativa, non rinuncia a immettere presenze carnali, attraverso le quali il dolore non sia soltanto ipotesi intellettuale e metafora, ma fìsica e straziata evidenza: dentro l'esistere, e non nel remoto dell'essere stato. E sono la turgida vitalità dei corpi femminili, e il grasso sogghigno dei maiali, trionfanti sull'uomo nell'irrisione rituale, ma come l'uomo perforati dagli attrezzi di perenni torture. Tutto questo discorso, serrato e complesso, acre e vertiginoso, è assecondato da una tavolozza che si impernia su rossi e verdi insieme intensi e spenti, con nuvolaglie leggermente variegate sullo sfondo, quasi un fumo leggero che è come il vapore di un rogo infinito. Cragnolini racconta vicende efferate senza compiacimenti morbosi, si tiene sull'orlo del beffardo senza dimenticare che la beffa è l'estrema difesa contro la spietatezza della sorte, un sogghigno disperato. Da moralista, non mette sul medesimo piano vittime e carnefici; ma da artista getta uno sguardo lungo oltre la divisione delle parti e ci presenta uno spettacolo funambolico che supera i limiti dell'evento e si proietta nel cosmo. Milano, 1992 Rossana Bossaglia
La lunga sequenza di lavori che Tonino Cragnolini ha realizzato - nel corso del suo pluridecennale lavoro - a partire da fatti appartenenti alla storia friulana, costituisce un corpus d'immagini imponente, che si da ormai come una sorta di "saga": si pensi ai cicli dedicati alla "Zoiba grassa", al mugnaio Menocchio, alle "Confessioni" del Nievo - per citare quelli che mi vengono in mente per primi - e, naturalmente, al presente ciclo sulla vicenda del Patriarca Bertrando. Si tratta sempre di storie nelle quali si esprime il fortissimo legame tra l'artista e il Friuli, un legame sul quale è opportuno soffermarsi un momento, onde sia fugato ogni sospetto di localismo o folklorismo. Cragnolini è, certamente, un autore "confitto" nel suo territorio, che è per lui casa e natura, orizzonte umano e nutrimento, storia essenziale e sorgente di significati. Ma appunto, è proprio la "primarietà" di questo rapporto, la sua essenzialità antropologica, che lo fa diventare pietra di paragone delle vicende umane, e quindi tutt'altro che occasione di folklore, al contrario, esso diventa lo strumento per esprimere una visione drammatica, conflittuale della storia, di tutta la storia. C'è infatti, al fondo della storia, l'invincibile necessità della sopravvivenza, e quindi un sostrato di violenza che va smascherato, che è compito della cultura e dell arte mettere in evidenza, affinchè dall'evidenza stessa nasca il rimedio — se rimedio sia possibile. Dunque le storie di Cragnolini sono storie "morali", in esse la natura, intesa come sfondo consolatorio e maternale dell'agire dell'uomo, non c'è, c'è invece la "terra", matrice del cibo e palcoscenico ove si rappresenta il teatro sanguinoso del potere. La storia del Patriarca Bertrando è una di queste e le tavole che l'artista ha realizzato per essa sono certo tra le più imponenti e potenti di tutta la sua attività. Bertrando di Saint Geniès, patriarca d'Aquileia, fu ucciso il 6 giugno 1350 sulle ghiaie della Richinvelda, in ciò concretandosi lo scontro finale tra i grandi feudatari friulani e il vecchio, energico uomo di chiesa il quale, perfettamente consapevole del rischio, non rinunciava tuttavia al suo ritorno a Udine da Roma, andando quindi quasi incontro ad una "morte annunciata". Narrano poi le cronache del dispregio cui fu sottoposto il corpo, che giunse alla meta su un carro sopra il quale erano stati posti anche porci e prostitute. Cragnolini da di questa vicenda una versione potentemente demonica, fantasmica, mentre della tradizione cristiana in cui l'evento accade rimane solo, alluso piuttosto che specificamente definito, il segno della croce. Le figure sono certo figure umane, ma solo allusivamente umane. Sono uomini-animali, si direbbe, personificazioni della violenza. E anche sul piano formale il racconto s'incardina in una chiave precisa, cioè l'acuminato castello di canne, di lance, vera graticola della tortura, su cui è disteso Bertrando: il quale è cadavere, mummia, ma forse non più di quanto lo siano i suoi uccisori, sui quali egli incombe come una presenza irredimibile e quasi beffarda. E lo spazio, che è uno spazio certamente ordinato dal punto di vista estetico -nel senso che è uno spazio in cui i ritmi delle forme trovano corrispondenze e giustificazioni — non lo è affatto in senso realistico: ogni cosa qui si dispone secondo necessità simbolica, non secondo necessità tradizionalmente prospettica. E anche la qualità del colore è antinaturalistica, acida — verdini, azzurrini, rosati — sottolineante per contrasto la gotica rappresentazione della violenza. Cragnolini, insomma, non ha pietà: ma il suo non aver pietà è non distruzione, ma svelamento, non fuga dalla realtà, ma al contrario coraggiosa immersione nelle sue contraddizioni, un voler bere fino in fondo il calice della belluinità umana. Un venerdì santo, insomma, dietro il quale, forse, si cela una pasqua: o forse no, ma resta umano, comunque, il cercarla. Maggio 2000 Giancarlo Pauletto
Tonino Cragnolini è nato a Tarcento il 12 giugno 1937. Ha lo studio a Tarcento - Friuli. Località Loneriacco, via del Roccolo. Si è diplomato all'Accademia delle Belle Arti di Venezia. Sue opere si trovano, oltre che in collezioni private in Italia e all'estero, alla Galleria d'Arte Moderna di Udine, al Centro Iniziative Culturali di Pordenone, ai Civici Musei, Palazzo dei Diamanti Ferrara, alla Pinacoteca "Alberto Martini - Oderzo" e in varie sedi di Enti pubblici. Per una costruzione critica del lavoro di Cragnolini la documentazione si trova presso l'Archivio per l'Arte Italiana del Novecento, Kunsthistorishes Institut in Florenz, Firenze. È presente nel repertorio degli incisori italiani edito dal gabinetto delle stampe antiche e moderne del Comune di Bagnacavallo (Ra) Edizioni 1993 e 1997.
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