Chi ha ucciso il curato di San Martino?

 

Fa sempre piacere scoprire un autore, uno scrittore nuovo. Soprattutto piace incontrare la penna felice di chi persuade a leggere e diverte insieme. Se poi il libro considera gli antichi fasti friulani - i fatti e misfatti di quanti ci hanno preceduto, il mondo d'un tempo, così bello per chi lo riscopre, ma così duro e faticoso per chi lo ha vissuto - allora il connubio è completo e il volume può essere letto con gusto.

Chi ha ucciso il Curato di San Martino? è un libro che si legge d'un fiato, perché trascinati da una narrazione sciolta che scorre via con ritmo veloce ed incalzante (Guerrino Ermacora, Chi ha ucciso il Curato di San Martino? Edizioni del Girasole, Ravenna). Si tratta di un romanzo storico, ambientato nel lontano 1499, proprio durante la fine niente affatto crepuscolare del Medio Evo, quando il mondo e la civiltà di allora vivevano turbamenti epocali e cominciavano ad aprirsi agli orizzonti dell'era moderna. Era quella un'età interessantissima, un mondo straordinariamente ricco di vitalità, ma anche pieno di grandiosità e bassezze, di fede e di ribellioni, di miseria diffusa ed evidente, che strideva di fronte alla ricchezza dei pochi: età di contraddizioni, forse gloriosa per i Signori e i Castellani, ma epoca miseranda e talvolta crudele per i poveri che lavoravano la terra. Il romanzo di Guerrino Ermacora (un insegnante che ora vive in Casarsa della Delizia, ma che è originario dell'Udinese) con efficaci pennellate ricostruisce realisticamente l'antico mondo friulano e ne fa una descrizione efficace e magistrale.

Il libro prende le mosse da un assassinio. Il curato di San Martino al Tagliamento viene trovato ucciso sul greto del fiume. Chi ha ucciso il prete? Chi ha commesso un delitto così abominevole? Toccherà ai Signori di Valvasone intraprendere le indagini e fare giustizia.

In quel tempo, Valvasone era ancora prospero. I Nobili Consorti (i signori che abitavano il castello, che ne dividevano l'usufrutto e i beni di pertinenza) vivevano nella dignità del loro rango e si arricchivano con gli affitti, i livelli (le tasse che incameravano sulle proprietà immobiliari), le quote a loro spettanti sui raccolti e sul bestiame. Ma la vita dei nobili non era solo rose e fiori: c'era la mano pesante della Repubblica di Venezia, c'erano le faide e le controversie tra castellani, c'era la gente umile, gli abitanti dei borghi e delle ville (dei paesi) che rialzava la testa e voleva contare qualcosa. C'era, soprattutto, il contrasto tra Zambarlani e Strumieri, due partiti che allora dividevano il Friuli, la sua nobiltà, la gente di penna, gli uomini comuni. Su tale scenario, che resta quasi sfumato, sullo sfondo, ma che si può dire palpabile e presente ovunque nel romanzo dell'Ermacora, si svolge l'affannosa ricerca del colpevole, dell'ignoto assassino del curato.

Sarà la grande invasione dei Turchi ad avviare in forma drammatica le vicende dell'epilogo che a poco a poco condurranno alla scoperta della verità. Per triste esperienza, i Friulani conoscevano i Turchi molto bene. La minaccia si era fatta sentire già nel lontano 1415, quando l'esercito turco aveva invaso la Slovenia. La prima seria irruzione nel Friuli avvenne però nel 1472 ed ebbe effetti devastanti. Venezia tentò di apprestare delle difese le quali però risultarono gravemente inefficienti tanto che, nel 1477, si ebbe una nuova invasione che vide gli scorridori turchi devastare campagne e paesi fino al corso del Livenza. Una pace faticosamente stipulata dalla Serenissima nel 1479 tenne a bada gli invasori per oltre un ventennio. Nel 1499 (è l'anno in cui è ambientato il nostro romanzo), alla ripresa delle ostilità tra Venezia e il Sultano, si ebbe l'ultima e più grave scorreria che causò enormi disastri e lutti a non finire. Dall'alto del campanile di San Marco, gli stessi Veneziani potevano vedere i fumi lontani degli incendi e rendersi conto di quanto e come la pianura che stava loro davanti venisse orrendamente devastata. E da Treviso si vedeva il campo deli turchi, rammentava il Priuli, il quale poi aggiungeva con tristezza: Questa cosa fu molto vergognosa et spaventosa al senato veneto che li turchi havessero habutto animo de venir tanto avanti senza contrasto alchuno per non aver facto provisione. I protagonisti del romanzo (il giovane Antonio, galeotto che ha servito tre anni come rematore sulle galere, il conte di Valvasone, la bella Margherita, la gente umile del borgo di San Martino) rimangono anch'essi presi dalla tragedia, travolti da sconvolgimenti più grandi di loro di fronte ai quali cercano di difendersi come meglio possono.

Terminata la bufera, scomparsi i cavalieri turchi, si contano i morti e si cerca di riparare al disastro, di sanare le ferite. L'assassino sarà scoperto, arriverà la speranza, sorgerà un nuovo giorno, la vita potrà ricominciare: quella dei Signori del castello, ma soprattutto la vita degli umili, dei villani (gli abitanti dei paesi), dei contadini del nostro San Martino al Tagliamento. E forse il maggior pregio del romanzo sta proprio qui: nell'aver descritto la vita quotidiana dei piccoli, la giornata dei poveri, la fatica di chi si rompeva la schiena a rimestare la terra.

Nel libro di Guerrino Ermacora troviamo la simpatia di chi ama la patria friulana, la sua storia, il vivere antico. Accenni sapientemente lasciati cadere qua e là, non per caso, ricostruiscono la vita d'un tempo, il mondo dei padri: le case con i tetti di paglia, il cerchio delle pietre con il fuoco nel mezzo, la catena che sale in alto e che regge la caldaia, il fumo che non esce dal buco del tetto; e le ragazze che vanno ad attingere al pozzo, le monete di rame nascoste sotto le pietre del focolare, gli uomini che si trovano sotto il tiglio della vicinia (assemblea dei rappresentanti della famiglie), la solidarietà dei contadini di San Martino che mettono i soldi nel cappello per soccorrere il giovane che si trova nei guai.

Nelle campagne la vita era faticosa e stentata e già in quei tempi, nei paesi, serpeggiava un malcontento quasi palpabile: le annate scarse e magre, gli abusi dei signori, dei gastaldi e dei padroni di terre, le campagne devastate dalle incursioni e dalle guerre (la guerra tra l'Imperatore e Venezia aveva richiamato schiere numerose di soldati mercenari che spogliarono e mandarono in rovina buona parte del Friuli) furono il terreno fertile su cui crebbero le rivolte contadine magistralmente descritte nel recente libro di Furio Bianco 1511 La "crudel zobia grassa" (1511 il "crudele Giovedì grasso"). Le ribellioni dei contadini si innestarono sulle antiche faide nobiliari e, più in generale, nelle accanite lotte tra Zambarlani e Strumieri, i due partiti che allora dividevano gli animi e la gente della nostra terra. Senza entrare in merito alle vicende posteriori al romanzo di cui stiamo parlando (accadute 12 anni dopo), possiamo dire che per gli antichi friulani non era certo facile sbarcare il lunario.

Ma quel mondo lontano aveva lo stesso la sua speranza. E la speranza, unitamente al premio eterno e alle consolazioni ultime - di chi guardava all'al di là, di chi bramava fuggire dalla valle di lacrime, di chi credeva in Dio e in Gesù Cristo - le forniva la Chiesa. In quel Medioevo friulano, così restio ad aprirsi alle novità dei tempi, così ripiegato su se stesso e sulle consuetudini tramandate, il radicamento della Chiesa costituiva un riferimento primario ed incrollabile. Era lei che battezzava i bambini, che istruiva nella verità della fede, che dava i sacramenti, celebrava messe, preparava funerali. Gli uomini di San Martino e del contado, perfino i castellani che sapevano leggere e scrivere, non potevano fare a meno della chiesa che era presente in ogni tappa della vita. E così cielo e terra si univano e alla società celeste si accompagnava la società terrena. Quanto accadeva nel mondo degli umani, era ogni giorno santificato e benedetto dal clero, o dalle elemosine, o dai gesti di carità, o dalle varie liturgie. Le rogazioni e le processioni solenni propiziavano i raccolti, le campane delle chiese chiamavano al lavoro e, alla sera, mandavano a casa i contadini stanchi, le chiese erano piene di gente che cercava conforto e leniva la fatica del vivere. Gli stessi edifici di culto venivano tirati su con grande spesa ed erano il vanto e il reale orgoglio della comunità. In Valvasone, la basilica dedicata al Sacratissimo Corpo di Cristo custodiva la tovaglia miracolosa, che in tempi passati era stata macchiata dal sangue uscito da un frammento di ostia consacrata. Il duomo di Valvasone era diventato il grande reliquiario che custodiva la prova del miracolo e la costruzione della chiesa era stata autorizzata dallo stesso Papa Nicolò V nel marzo del 1454.

Non sorprende, dunque, che l'assassinio di un curato - un prete della Santa Chiesa di Dio - offenda gli animi e colpisca tristemente la gente del paese di San Martino. Nel romanzo di Ermacora leggiamo: Il misfatto aveva offeso la villa. Gli uomini erano intrattabili; quella mattina erano usciti a lavorare malvolentieri e più di uno, nelle osterie, si diceva pronto a dare una mano se c'era da impiccare qualcuno. Ai tempi in cui è ambientato il libro, il clero godeva praticamente dell'immunità. Il diritto ecclesiastico codificava minuziosamente i diritti e i doveri del clero e quello civile - sia pur tra contrasti, fatiche e tensioni che qui non è il caso di menzionare - più o meno sanzionava e confermava uno status sociale che indubbiamente forniva opportunità ed enormi vantaggi. Possiamo dire, insomma, che per la dignità conferita dalla sacra unzione, per le rendite e le numerose risorse economiche che lo sosteneva, il clero viveva in una situazione di complessiva agiatezza e di chiaro privilegio.

Chi ha ucciso il curato di San martino? è ambientato in un periodo prossimo all'epoca della Riforma protestante. Nel 1499 Lutero aveva 16 anni. Sei anni dopo si sarebbe fatto monaco e in una vigilia di Ognissanti - il 31 ottobre del 1517, secondo la tradizione - avrebbe attaccato alla porta della chiesa del castello e dell'università di Wittemberg le sue 95 tesi. Se c'è stata la Riforma protestante, ciò è avvenuto per un motivo. Anzi, per molti e complessi motivi, perché molte ne furono le cause. Una da non trascurare, fu la rilassatezza del clero. Erano molte le molte ombre che si potevano vedere nella Chiesa Cattolica. Il romanzo dell'Ermacora tratta di queste cose con garbo, perché le fa emergere con naturalezza da una vicenda corale e complessiva, se pure circoscritta al comprensorio di Valvasone. Abbiamo, dunque, le liti tra i preti, le gerarchie ecclesiastiche all'interno del borgo (dapprima viene il Pievano, poi il Curato, poi il Cappellano...), il coinvolgimento nelle realtà temporali, negli affari, nei prestiti, negli appalti, gli uomini di chiesa che inseguono meschine rendite o che si fanno lo sgambetto per mettere le mani sulle più succose prebende, ecc....

Tuttavia il romanzo non ferisce. L'autore guarda le cose con occhio bonario e sembra talvolta, voler egli stesso mitigare le asprezze di un vivere che in quei tempi si sentiva crudo e disgustoso. C'è, infine, l'appassionante ricerca dell'assassino che inanella le varie vicende e che trascina il lettore da una situazione all'altra, in un incalzare di avvenimenti e di situazioni che piacciono.

Un libro che diverte è certamente un buon libro. Chi ha ucciso il curato di San Martino? si può raccomandare a tutti. La prosa limpida e chiara, l'originalità della vicenda e degli intrecci, il sottofondo storico documentato, rendono la lettura sempre agevole ed accattivante. Un piccolo ed interessante glossario alla fine del libro, aiuta il lettore a capire luoghi, parole friulane, economia e situazioni di fine Quattrocento.

 

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