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In copertina: Arvârs della Val
Tramontina nel 1934 in Romagna.
Nella foto, accanto alle inseparabili biciclette, cariche di pentolame,
si vede il paùç (il capo), due gamei (garzoni esperti) e un ciovatel (garzone
alle prime armi).
Anche donne e bambini lavoravano
nelle fornaci della Baviera e del Salisburghese, da uno “scuro” all’altro.
(Arch. Menis, Buja)
Arvârs in provincia di Mantova,
1930 circa. (Foto Quinto Minin)
Un ciovatel, il garzoncello degli
arvârs. (particolare della foto di copertina)
INDICE
Introduzione
Una tradizione secolare
La scena
Le case de’ lavoratori campagnuoli
I reati contro la proprietà
I lagni e le aspirazioni della popolazione campestre
La pellagra
Informazioni sulle usure campestri
Nel Friuli austriaco
Le comparse
La lingua delle comparse
Lasinpon
Pendolari e nomadi
Lessico friulano dell’emigrazione
I friulani sulla Transiberiana
I protagonisti
Giacomo Ceconi conte di Montececon
Gian Domenico Facchina
Domenico Indri
Pietro Collino
Giovanni Ciani
Angelo Garlatti Venturini
Primo Carnera
La famiglia Jacuzzi
Tina Modotti
Introduzione
“Datemi le vostre stanche, povere accalcate masse anelanti d’un libero
respiro, i miseri rifiuti delle vostre sponde brulicanti. Mandateli a
me i senza tetto, sballottati dalle tempeste. Io levo la fiaccola presso
la soglia d’oro.” EMMA LAZARUS (Versi incisi sul piedistallo della Statua
della Libertà, all’ingresso del porto di New York)
Il nostro Friuli, fino alla seconda guerra mondiale, è stato considerato,
non a torto, terra di emigranti. Il terreno poco produttivo e il perdurare
di una feudalizzazione che ha sfruttato a suo profitto le genti legate
alla terra senza dar loro i mezzi per vivere con decoro precludendo l’accesso
alle forme di istruzione più elementari, hanno notevolemente contribuito
a questa scelta da parte delle persone più povere che, d’altronde, fedeli
alla loro formazione morale, non hanno seguito la facile via del brigantaggio.
Si può ben dire che, nella maggior parte dei casi, i nostri lavoratori,
riprendendo un felice spunto del poeta Leonardo Zanier, erano libars di
scugnî lâ.
Si verificò così il fatto che molti paesi della nostra zona, specialmente
quelli della pedemontana, durante le stagioni più favorevoli, si vuotassero.
Il fenomeno era tanto importante che, su sollecitazione del deputato udinese
Giuseppe Girardini, la legge che vietava l’emigrazione ai minori di 15
anni venne modificata in modo da delegare ai prefetti la facoltà di concedere
deroghe per i ragazzi di famiglie numerose.
Vi fu una migrazione interna derivata da fattori locali quali ad esempio
l’istituzione del porto franco di Trieste e la richiesta di manodopera
in molte altre zone del paese, che assorbì anche l’artigianato tipico
della montagna e mestieri non propriamente legati alla produzione di massa
quali osti, camerieri, facchini, balie e domestiche. Ricordiamo anche
le ragazze friulane che a Murano lavoravano nelle cosiddette conterie,
le fabbriche di perline colorate, merce di scarsissimo valore ma basilare
per lo scambio che alimentava l’imponente “trafego” veneziano.
Ma la gran massa era costituita da muratori, carpentieri, manovali nei
territori danubiani e in Russia, vignaioli, boscaioli e norcini in Ungheria
e Romania, fornaciai in Baviera, terrazzieri e mosaicisti in Danimarca,
Norvegia, Francia e Inghilterra.
Nel tardo Ottocento l’emigrazione venne favorita anche dall’entrata in
funzione della ferrovia Udine-Pontebba-Vienna che consentì maggiore mobilità
e la possibilità di trasferire interi gruppi familiari. Si è trattato,
almeno in alcune zone, di una emigrazione temporanea, nel senso che l’attività
veniva svolta all’estero generalmente durante le stagioni più favorevoli
ed il ritorno temporaneo in patria coincideva con la fine dell’autunno,
periodo durante il quale gli emigranti portavano sollievo alle donne di
casa ed ai vecchi che avevano faticato in loro vece nella buona stagione
per mantenere in vita la modestissima azienda familiare, costituita nella
maggior parte dei casi da qualche campicello, la mucca, le galline e forse
il maiale.
Essi portavano a casa il gruzzolo faticosamente racimolato ma, i più accorti,
che rappresentavano sicuramente la maggioranza, portavano anche l’esperienza
acquisita all’estero nel lavoro e nella vita sociale.
Si è così sviluppato il desiderio di istruire i figli in modo che una
preparazione scolastica adeguata evitasse loro di perpetuare le fatiche
dei padri ed avessero la possibilità di acquisire quelle nozioni che permettessero
di accedere a lavori più qualificati. Al di fuori delle poche esistenti,
sono così sorte delle scuole sovvenzionate, tra le quali, esempio tipico,
ricordiamo quella voluta e realizzata a Pielungo dal conte Giacomo Ceconi.
In questa scuola gli allievi imparavano il disegno ed i primi rudimenti
di quelle attività che avrebbero probabilmente svolto una volta avviati
al lavoro.
Sul finire dell’Ottocento e negli anni immediatamente precedenti la Grande
Guerra sorsero le prime Società Operaie di Mutuo Soccorso create sui modelli
visti in Inghilterra, Francia e Germania, alcune delle quali, malgrado
difficoltà e peripezie varie, sopravvivono ancora oggi sia pur con mutato
indirizzo.
La lunga permanenza nei paesi stranieri, Austria, Ungheria, Baviera quasi
sempre negli stessi luoghi ed a contatto con le stesse persone, ha creato
un sistema di pacifica convivenza e di rispetto che ha resistito nonostante
i disgreganti conflitti che certamente nessuno approvava.
Visti i contatti di lavoro, di amicizia e di parentela, si può affermare
che i friulani migranti erano riusciti a creare, pur nel piccolo, un primo
nucleo di unità europea. Per le scarse conoscenze linguistiche dei paesi
in cui si recavano, gli emigranti hanno creato anche dei curiosi neologismi
che traducono in friulano parole frequentemente ascoltate sul lavoro.
Tipico esempio è il lasinpon che è la traduzione fonetica del
tedesco Eisenbahn, la ferrovia e così cramârs che indica i venditori ambulanti
e arvârs gli stagnini.
E a proposito di cramârs, bisogna citare il fiorente commercio fra le
zone di confine, costituito dall’esportazione di prodotti tipici regionali
e l’importazione di prodotti che in regione non venivano fabbricati. I
nostri emigranti hanno quasi sempre dimostrato una grande solidarietà
nei confronti dei compaesani e quando trovavano sistemazione pensavano
ai loro amici e parenti. Si può notare infatti che, qui in Friuli, vi
sono zone in cui l’emigrazione ha preso la via della Francia, in altre
quella dell’Olanda, della Germania, dell’Inghilterra, per non parlare
dei paesi d’oltremare.
Non abbiamo qui la pretesa di riassumere quanto hanno fatto i friulani
nel mondo ma ricordiamo, a titolo di curiosità, che essi hanno partecipato
alla corsa dell’oro nel Klondike, che un medunese è stato capomastro a
Rushmore (South Dakota) dove sono stati scolpiti nella montagna i volti
di quattro famosi presidenti USA, che un friulano è stato uno dei fondatori,
in Argentina, di un’industria di importanza internazionale per la lavorazione
del legno e che, in Ungheria e a Vienna, Vidoni era una primaria ditta
di norcineria al punto che il cognome stesso divenne sinonimo del prodotto.
Un cenno a parte meritano las golandrinas, le rondini, cioé quei lavoratori
che, puntando sull’inversione delle stagioni, facevano la spola fra il
Friuli e l’Argentina per evitare le pause morte invernali. Esempi del
genere se ne potrebbero citare a decine ma questo evidentemente non rientra
nei nostri intenti.
L’emigrazione in sud America, quasi sempre in Argentina, ha assunto in
certi periodi carattere di esodo in massa e proprio in Argentina i friulani
hanno costruito interi paesi e sono talmente numerosi da far pensare a
Udine come capitale del Friuli ed a Buenos Aires come capitale dei friulani.
Finito il dopoguerra, terminata la ricostruzione, il fenomeno dell’emigrazione
è diminuito in misura notevole ed è subentrato un turismo reciproco sorto
dal desiderio di ricongiungere, sia pur temporaneamente, i figli ed i
nipoti che hanno messo radici nei paesi che ormai sono diventati i loro.
Reciproco perché i residenti all’estero non hanno dimenticato il sapore
della loro terra ed anche coloro che sono nati fuori dal Friuli sentono
il desiderio di conoscere i luoghi che sono stati loro descritti con tanta
nostalgia e ricordati con tanto rimpianto.
ARMANDO MIORINI
GIANNI COLLEDANI
Dedico queste pagine anche a Gino di Caporiacco maestro e amico che seppe
di questo saggio ma non poté leggerlo perchè si spense il 28 luglio 2001.
Una tradizione secolare
Giulio Savorgnan, in una lettera del 1592, inviata al Doge, scrisse che
“le terre cosi secche hanno consumato quel poco di buono, che havevano,
et da disperatione che la maggior parte delle terre non fruttano, li contadini
se ne fuggono in Alemagna, o in altri paesi per poter vivere, et se non
saranno aiutati, del tutto la Patria del Friuli sarà abbandonata, e V.
Ser.tà, resterà padrona di paese dishabitato.” L’emigrazione era, già
nel Cinquecento, un rimedio contro la fame e la sottoccupazione per i
contadini che fuggivano in Alemagna, cioè in Germania, ma Giulio Savorgnan
non è l’unico testimone del loro esodo.
Il luogotenente Stefano Viaro riferì, nel 1599, che “non vi è villa, che
per due terzi delle case di essa, et anco li tre quarti non siano ruinate,
et dishabitate, et poco meno della mittà delli terreni di essa pustoti,
cosa veramente da compassionar molto, poi che se di questo modo anderà
declinando, come di necessità doverà essere partendosi ogni giorno li
habitanti di essa (come fano) resteranno tutti quelli poveri sudditi miserabili.”
Il luogotenente Tommaso Morosini, nella relazione del 1601, scrisse che
“La Cargna (...) riposta fra i monti, in sito poverissimo, vien sostenuta
dal solo ritratto d’animali e dal negotio d’Alemagna, non havendo ricolta
propria di biade che per due mesi all’anno”.
Molti emigranti carnici facevano i “cramârs”, cioè i merciai ambulanti,
e i tessitori, al punto che nel dialetto cadorino la parola “cargnel”
indica proprio l’artigiano capace di produrre tessuti. Eravamo allora
alla vigilia delle grandi carestie e delle pestilenze del Seicento, che
furono certamente causa di emigrazione. Il 1628 fu un anno di carestia,
e in Friuli ci furono morti per fame. Nel 1629, l’anno della peste a Milano,
delle febbri malariche, dell’epizoozia, molti cercarono scampo dapprima
a Udine, poi a Venezia. E dovettero essere tanti gli indesiderati e affamati
ospiti sulle rive del Canal Grande, se poi i Veneziani ricordarono il
1629 come “l’anno dei furlani”!
Queste poche citazioni hanno il solo scopo di dimostrare la lunga tradizione
migratoria dei Friulani e dei Carnici,che naturalmente continuò nel Settecento
e, complice il boom demografico e la crisi economica, coinvolse tutti
gli strati sociali nella seconda metà dell’Ottocento. Nel secolo scorso
si passò dalle descrizioni del fenomeno alla sua misurazione statistica.
Sappiamo, così, che nel 1845 furono rilasciati 20 quindicimila passaporti
a lavoratori diretti a Vienna,Venezia e Trieste, in Lombardia, in Piemonte
e in Francia. Ecco un passo della relazione letta in quell’anno da Gian
Domenico Ciconi in occasione della distribuzione dei premi d’industria:
“Dal distretto di Codroipo vanno a Roma per esercitarvi anche ereditariamente
l’arte del pistore e del ciambellaio, e gli abitanti del distretto di
Maniago girano per l’Allemagna e il Friuli vendendo manifatture; come
gli Slavi di Resia e Sanpietro trovansi in Ungheria e nel Tirolo venditori
di sacre immagini e miniature. I muratori e falegnami dai distretti di
Tricesimo e Gemona corrono ad esercitar l’arti loro nella Carintia, in
Austria, ed in Stiria, e le donne di questi paesi escono per filare la
seta in altre parti del Friuli, nel Trevigiano e Padovano, nel Polesine
e nell’Illirio.”
La scena
La grande scena sulla quale si muovono migliaia e migliaia di comparse
e alcuni protagonisti dell’emigrazione di massa è il Friuli della seconda
metà dell’Ottocento e dei primi quattordici anni del Novecento, illuminata
dalle pagine dell’“Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola”,
che prese il nome dal Presidente della Commissione, il conte Stefano Jacini.
Le indagini sul Veneto e sul Friuli centro-occidentale (quello orientale
o goriziano faceva allora parte dell’Impero austriaco) fu affidata all’onorevole
Emilio Morpurgo, che stese la relazione finale in due ponderosi volumi
pubblicati nel 1882. Con opportune citazioni tratte da questa preziosissima
fonte possiamo rivedere il Friuli di quel tempo.
Le case de’ lavoratori campagnuoli “ (...) nel distretto di Tarcento il
caseggiato si qualifica quasi tutto buono; buono a Venzone in quel di
Gemona,comodo e salubre a Povoletto e a Faedis di Cividale, nel Comune
di Pordenone e a Fontanafredda, che si dice Comune modello per buona volontà;
sufficiente a 21 Borgata Valent. Da case come questa, posta tra Pradis
di Sotto e Campone, partivano i nostri emigranti in cerca di fortuna.
(Foto Italo Zannier) 22 Budoia di Sacile, a Casarsa, a Villotta, a Sesto
al Reghena di San Vito, a Pinzano e a Travesio di Spilimbergo e in qualche
Comune di Maniago, a Trivignano, a Bagnaria Arsa di Palmanova; ma il men
che si dica altrove è che questi ricoveri di povera gente, stipata persino
colle sue bestie in breve spazio, o lasciano molto a desiderare o sono
in grande disordine o inducono il municipio (Bertiolo di Codroipo) a fare
un’inchiesta, o sono a mala pena bastanti agli usi della vita (Fanna di
Maniago). A San Quirino di Pordenone si dice addirittura che la condizione
è spaventosa; a Brugnera di Sacile parlasi nient’altro che di canili.
In tutta la zona montuosa, anzi in gran parte della provincia, l’abituro
è proprietà dell’abitatore, sfortunatamente poverissima e desolata proprietà.”
I reati contro la proprietà “ (...) ad Ampezzo, a Moggio, a Tolmezzo,
a Spilimbergo e, si può dire, in ogni parte del Friuli, la proprietà sarebbe
da qualificare siccome sacra e la moralità siccome esemplare, se non fosse
invincibile la consuetudine di considerare le selve siccome d’uso comune,
e se la miseria dei braccianti (sottani) non facesse diffusa qui pure
la credenza, diffusissima al piano, che i frutti della terra, specialmente
quelli che non derivano dalla fatica dell’omo, sono destinati dalla Provvidenza
a satollare i più poveri.” I lagni e le aspirazioni della popolazione
campestre “II lagno maggiore è la mancanza di mezzi e la fame - Questa
la laconica e triste risposta che si dà a Maniago. Dà molestia invece
la tassa sul sale a Sacile, detta da taluno tassa sulla salute, e quella
sui suini; si mormora anche sulla larghezza dei bilanci comunali sulle
spese facoltative, e per la ingordigia dei sovventori di grano che usureggiano
sulla fame. Non a guari querimonie molto insistenti si facevano contro
la tassa sul macinato, rovina del contado; a Spilimbergo le accuse sono
23 identiche, benché il punto di vista sia diverso: il contadino qui è
laborioso e niente affatto dedito alla crapula. Dal suo lavoro vorrebbe
ritrarre almeno quanto può bastare a una vita frugalissima; ma quanto
lavoro non è inutilmente gettato? Accresciute le imposte, gli aggravi
lo sono del pari, riversati a più potere sul possidente.”
La pellagra
“II medico di Codroipo (provincia di Udine) scrive:“Ardua impresa lo specificare
le cause note e determinate dei morbi: tuttavia si suppone sommessamente
che chi non lavora né nei campi né nelle officine, che dimora in luoghi
comodi e sani, che può procurarsi una vittitazione inappuntabile, chi
è circondato da cure affettuose, da medici distinti, chi insomma vive
in un ambiente di larga agiatezza e di benessere materiale e morale, questi
si ammalerà molto meno e guarirà molto meglio del contadino, che fatica
come un cane nei campi, abita in fetenti tuguri, si ubriaca (quando può)
di pessimo alcool, mangia polenta di mais guasto e quando è ammalato viene
considerato dalla famiglia come un ingombro fastidioso. L’estendersi spaventoso
della pellagra, della scrofola e della tubercolosi nelle nostre campagne,
mostra per qualche lato almeno che noi non esageriamo”.
Informazioni sulle usure campestri
“Cividale. Si domanda l’istituzione di Banche agricole ove con una certa
facilità e a un tasso non superiore al quattro per cento il proprietario
possa avere sussidi nei casi di disastri o per reali lavori di miglioria
o acquisto di animali da lavoro, ecc. (...) Pordenone (comune di Aviano).
Enormi interessi che oggidì si esigono, sino al 120 per cento. Codroipo.
L’usura è una grande piaga del distretto di Codroipo. Ogni villaggio ha
i suoi strozzini che si fanno benedire perché aiutano negli estremi del
bisogno (...). Le Banche popolari assistono anche i contadini, ma questi
ne approfittano scarsamente. (...). Chi approfitta invece delle Banche
sono gli usurai stessi. Prendono il denaro al sei per 24
Un manifesto del 1879 che invita
ad emigrare in Argentina. (Archivio Fotografico dell’Istituto per
l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia)
cento e lo investono al cinquanta, sessanta e anche al centoventi per
cento. Sacile. Credesi che un grande mezzo per aiutare materialmente il
piccolo proprietario contadino sarebbe il poter limitare l’usura, la quale
purtroppo in questo distretto è spudoratamente esercitata anche dai contadini
stessi più agiati (...). Latisana. Una delle piaghe della nostra campagna
sono i piccoli usurai che esigono interessi veramente enormi. Per il nostro
villico le banche popolari è come se non esistessero; piuttosto ricorre
al Monte di Pietà. San Vito.Voglio parlare di quegli avvoltoi che si aggirano
intorno alla banca pronti a offrire la loro firma di garanzia a chi domanda
danari, non potendo disporre che di una sola firma e per ottenere questo
favore pagano lo star del credere, e così l’interesse del denaro si accresce.”
Nel Friuli austriaco
Ed ecco, per completare il quadro, qualche nota sul Friuli orientale,
descritto nel 1909 da Ermanno Ritter von Schullern (citato da Gian Francesco
Cromaz nel volume “Cooperazione cattolica e riforma agraria nel Friuli
austriaco”):
“Nella parte italiana (del Friuli austriaco) si mostra il colonato nelle
sue forme più antiquate e in un’estensione che gli dà la massima importanza
per tutta la situazione economica e sociale della contea,così che riesce
ben comprensibile che proprio da qui sia risuonato per la prima volta
il grido invocante salvezza (...). Uno studio esauriente della regione
ci mostra che i difetti cardinali del vecchio sistema coloniale, come
l’incertezza della durata della relazione contrattuale, rispettivamente
la soverchia brevità della medesima, la mancanza d’ogni garanzia per il
colono d’essere indennizzato per miglioramenti effettuati al possesso,
anzi la molteplice sicurezza di non ottenere tale indennizzo e finalmente
(ciò che è una specialità della regione) la sussistenza d’obblighi di
robotta (prestazioni di lavoro) che stanno sempre in prima linea, si manifestano
in modo ostentativo e dovunque nell’insufficiente utilizzazione del suolo,
negli arretrati sistemi di coltivazione, in un basso livello di cultura
della popolazione e nella poco favorevole condizione non soltanto dei
coloni, ma degli stessi proprietari.” Perché meravigliarci se scopriamo
che migliata di emigranti partivano, nella seconda metà dell’Ottocento,
anche dalla Felix Austria?
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Le comparse
“L’Europa - scrive il compianto Gino di Caporiacco - era divorata da
una nuova febbre, le grandi costruzioni. Ferrovie, canali, fognature,
edifici pubblici, scuole, caserme, case. Si chiedevano ovunque braccianti,
fornaciai, manovali, scalpellini, muratori. Subito i friulani s’adeguano,
imparano i mestieri richiesti; oltre alle genti di montagna, rispondono
all’appello - sempre in maggior numero - quelle del piano.” Ma non sono
pochi ormai coloro che abbandonano definitivamente il Friuli per andare
alla colonizzazione della Repubblica Argentina o per stabilirsi in Brasile,
in Venezuela e negli Stati Uniti. Resistencia, la capitale del Chaco,
fu fondata da friulani giunti nel 1878. Colonia Caroya nacque in quegli
anni per merito di 130 famiglie friulane, centoventi delle quali provenienti
da Gemona.Ausonia, l’attuale Avellaneda, iniziò a vivere quando divenne
la sede stabile di altrettante famiglie friulane, che conquistarono il
territorio dopo una
Mosaicisti e terrazzieri di Sequals
al lavoro presso il costruendo Museo di Ginevra, 1908. (Archivio Comune
di Sequals)
dura lotta contro gli Indios. Furono più di seimila i friulani che nel
quinquennio 1876-80 si stabilirono in America del Sud. Se l’emigrazione
definitiva era un fiume, quella stagionale era un mare. Con i maschi adulti,
a “far la stagione” in Austria, in Baviera, partivano anche molte donne
e numerosi bambini, che partecipavano soprattutto ai lavori nelle fornaci
di mattoni. Si calcola che i bambini emigranti stagionali fossero in numero
pari al 10-11% del totale degli espatriati, che superarono, anche negli
anni del miracolo giolittiano, il 10% della popolazione del Friuli italiano.
L’emigrazione definitiva del periodo 1885-1914 è valutata in circa 92.000
persone. Più difficile, per tanti motivi, è la valutazione dell’emigrazione
stagionale o temporanea. Ma anche sottraendo i militari di leva, gli studenti
universitari, e altri assenti per cause diverse dal lavoro, si rimane
stupefatti scoprendo che gli “assenti” dalla Provincia di Udine, alla
data del censimento del 1911, erano 91.655, su una popolazione residente
contata in 628.081 persone.
“La Carnia - scrive Lodovico Zanini - forniva artigiani per ogni sorta
di costruzioni; il Canal del Ferro specialmente capi ai lavori edili e
forestali; la zona delle Prealpi muratori e tagliapietre; la regione dei
colli e del piano un esercito di manovali e di sterratori. Il Friuli si
poteva considerare ripartito in plaghe distinte secondo la prevalenza
dei mestieri; i quali avevano qua e là i loro centri particolari. Per
esempio, Aupa, Studena, Preone e Cercivento erano paesi di boscaioli,
di montatori e conduttori di segherie; Chievolis di squadratori di traverse
ferroviarie; Sequals di terrazzai e di mosaicisti. E mentre gli operai
di Moggio aspiravano tutti a divenire imprenditori o almeno capimastri,
a Buia non c’era uomo di propositi che non volesse porsi alla direzione
di una fabbrica di laterizi. Speciali zone si potevano considerare quelle
che davano i magnani (Tramonti di Mezzo e Oseacco), gli arrotini (Tàusia
e Stolvizza), i raccoglitori di trementina (Treppo Carnico), i cavatori
di torba (Lusevera), gli infermieri (Pantianicco e Bertiolo). Interessanti
isole di mestiere aveva anche la Valcellina; poiché i montanari di Barcis
giravano il mondo a vendere i coltelli forgiati nelle officine di Maniago
e quelli di Erto e Casso percorrevano l’Europa per il commercio delle
piume; mentre le donne di Claut e di Cimolais scendevano nelle contrade
venete coi piccoli utensili di legno eseguiti dai loro uomini al tornio.”
Quarant’anni fa l’Ente Friuli nel Mondo riassumeva la realtà friulana
in due cifre: un milione in patria, due milioni all’estero.
Si trattava, probabilmente, di numeri indicativi, come quelli che si
incontrano nella Bibbia (perdona settanta volte sette), ma non lontani
dal vero, anche perché l’emigrazione dalla Carnia e dal Friuli era un
fenomeno secolare. A Vienna, per esempio, verso la metà del Settecento,
c’erano cinquemila friulani, che costituivano la più numerosa minoranza
etnica della capitale austriaca. Anche a Venezia ce n’erano tanti, in
quel tempo. Un centinaio di vetrai di Maniago Libero lavoravano a Murano
per dieci mesi all’anno. Molti altri andavano a sterrare i fossi affluenti
della laguna di Venezia. Voltaire, è noto, comunicava con il conte di
Polcenigo tramite i terrazzieri che lavoravano i Francia.
E le citazioni potrebbero essere numerose. Per valutare l’attendibilità
dei due numeri bisognerebbe stabilire che cosa si intende dicendo “friulani”:
se si ascolta Radio Trieste e si leggono i nostri quotidiani, infatti,
in Friuli risiedono gli isontini, i carnici, i pordenonesi, i bisiachi,
quelli della Destra Tagliamento, e anche i friulani, cioè quelli della
pianura centrale, detta anche Sinistra Tagliamento; quelli “nel mondo”
sono di solito argentini, brasiliani, australiani, canadesi, francesi,
belgi, svizzeri... con radici friulane.
Tholey (Saarbrucken), Alsazia,
1908. Gio Batta Peresson, originario della Val d’Arzino, (primo a sinistra)
con i suoi tagliapietre friulani.
Bisognerebbe ancora distinguere gli “stagionali” o “temporanei”,come i
mattonai che nella belle époque andavano a far mattoni nelle fornaci dell’Austria
e della Baviera, dai “definitivi”, come le centoventi famglie di Gemona
che partirono per l’Argentina nel 1878. Comunque sia è certo che, sulla
scena dell’emigrazione, le comparse, delle quali quasi sempre non si ricorda
neanche il nome, furono molte migliaia ogni anno in un lungo giro di secoli.
Ecco come venivano ricordate, le comparse, che vestivano peraltro i panni
dei protagonisti, o dei comprimari, nelle piccole storie delle loro famiglie,
in una delle tante fonti disponibili: “Sono circa cinquant’anni - scrisse
il pievano di Buja mentre già molti progettavano il viaggio definitivo
sull’Atlantico - che gli uomini di Buja hanno cominciato a girare le Germanie
onde procurarsi il vitto essendo che il territorio non dà da mangiare
neppure per la metà di un anno. Da due o tre anni hanno cominciato a migrare
anche le giovinette. In quest’anno, 1873, da venti a ventidue sono andate
in Baviera in una fabbrica di fulminanti.”
Interessante anche il rapporto alla Curia di Udine redatto da un parroco
friulano nel 1912:“In Campoformido vi sono 150 emigranti temporanei e
150 pure in Bressa. Quasi tutti si recano in vari stati della Germania,
massime sul Reno. Si fanno speciali preghiere ogni seconda domenica del
mese e secondo le necessità, alla partenza e al ritorno.” Furono tante
le comparse, e i loro volti scompaiono nell’astrazione quantitativa dei
numeri.
Debreczin (Ungheria) 1904.Titolari
e maestranze del Salumificio Fratelli Vidoni festeggiano la fine della
stagione. Molti erano i norcini provenienti dal comune di Castelnovo
del Friuli.
La lingua delle comparse
Non ci possono essere dubbi sul fatto che il friulano (non quello letterario
e, da qualche anno, standardizzato, ma quello dei singoli paesi, perché
l’emigrazione temporanea era spesso una corrente continua fra un paese
del Friuli e un paese o una città della Germania, dell’Austria, della
Francia, dell’Italia...) era la lingua di quegli emigranti che noi, con
lessico teatrale, abbiamo definito comparse.
Sarebbe anche interessante sapere che cosa pensavano, in friulano, i nostri
emigranti, ma ciò che resta sono frasi scritte su vecchie foto inviate
a casa per far sapere che si era fatta fortuna (“Anìn, varìn furtune”
recitava una vecchia villotta composta su testo poetico di Enrico Fruch),
rare e sgrammaticate lettere in un italiano faticosamente appreso sui
banchi della scuola elementare, spesso adattato al calco della marilenghe
(“sono dietro a lavorare nella mina” in luogo di “sto lavorando in miniera”),
e qualche rara villotta, un canto popolare al quale affidare sentimenti
collettivi più che individuali.
Lo storico dell’emigrazione Gino di Caporiacco ne ha individuate soltanto
tre, attribuendo la scarsità relativa al fatto che “al popolo quell’andare
e poi tornare, tipico dell’emigrazione temporanea, non suscitò particolari
sentimenti”:
1 - Al cjante il gjal al criche il di mandi ninine mi tocje partî.
2 - Se sintîs a dî, ninine, ch’o soi muart in chest paîs, mi darês un
“De profundis” che us al torni in Paradîs.
3 - Biel tornant da l’Ongjarìe la cjatài sul lavadôr, bandonai la companie
mi metèi a fa l’amôr.
E siccome fra le cause dell’emigrazione maschile ci fu, all’inizio dell’Ottocento,
anche la leva militare introdotta da Napoleone (sei “prelievi” di ottocento
uomini per volta fra il 1806 e il 1813), che produceva una forma di emigrazione
coatta, spesso senza ritorno, è interessante ricordare due villotte contro
Napoleone e la guerra, cantate evidentemente da madri, sorelle, mogli
e murosis:
4 - No volês che mi disperi e che mueri di passion, il mio puèm al à
di lâ vie a servi Napoleon.
5 - Jesus, jò soi disperade ch’al è muart il gno curòn! Maledete sei la
guere, maledet Napoleon. (Tratte da G.Perusini,Franco-carolingi e francesi
nelle tradizioni popolari friulane,“Memorie Storiche Forogiuliesi”, Udine
1962-1964.)
Terrazzieri di Tauriano con mogli
e figli a L’Aia. (Archivio SOMSI Tauriano).
Lasinpon
La Francia, la Germania, l’Austria e un po’ più tardi la Russia puntarono
molto sulle ferrovie come mezzo per dilatare la propria economia, mettendo
in contatto tra loro zone ricche di materie prime grazie ad opere di eccezionale
fattura come tunnel e viadotti che, solo pochi decenni prima, sarebbe
stato follia pensare.
Già nel 1866, nel panorama dell’imprenditoria europea, cominciò ad imporsi
la figura di Giacomo Ceconi di Pielungo che, impadronitosi in breve di
tutti i requisiti necessari ad affermarsi nel settore delle grandi costruzioni,
realizzò opere memorabili con febbrile attività e con partecipe ausilio
di una vera e propria legione di operai e maestranze che, al culmine dell’attività,
toccò le 16.000 unità. Particolarmente degno di nota, nella biografia
del Ceconi, il quinquennio 1890/94 in cui fu realizzata la costruzione
della ferrovia dell’Arlberg.
Un nome sconosciuto cominciò allora a percorrere le nostre valli, un nome
pregno di arcana magia, un nome tedesco di difficile pronuncia: Eisenbahn,
la via del ferro, la ferrovia, nome che ben presto in Friuli si corruppe
diventando lasinpon.
Indicò, beninteso, la ferrovia ma si dilatò prendendo nel contempo il
valore di “terra straniera, fôr pal mont”. “Al lavora tal lasinpon” dicevano
con una punta d’orgoglio madri, spose, sorelle, cognate parlando dei loro
uomini impegnati sui lavori della ferrovia “pa las Gjermanies.”
GIANNI COLLEDANI Emigranti tramontini, in “Sot la Nape”, 3/1997 33
Pendolari e nomadi
Una caratteristica dell’emigrazione stagionale era la pendolarità: gli
emigranti partivano sul principio della primavera e tornavano al paese
verso Ognissanti. Per molti stagionali il pendolo oscillava fra il paese
natio e una certa località cis o transalpina, fra Clauzetto, poniamo,
e Omsk o Camsk; fra Maniago Libero e Murano; fra Vivaro e Trieste, e così
via. Ma spesso capitava che, come ricorda il Ciconi nel passo in precedenza
citato, alla condizione di pendolare si sovrapponesse quella di nomade,
resa necessaria dal mestiere esercitato.
Era questo il caso dei merciai ambulanti della Carnia, detti “cramârs”
(o “cràmars”), che battevano l’Austria e la Baviera; delle venditrici
di mestoli della Valcellina, che trainando i loro carretti percorrevano
le strade della pianura friulana e del Veneto, ma talvolta si spingevano
fino a Nizza o a Pisa; degli arrotini della Val di Resia; e degli stagnini
della Val Tramontina, detti “arvârs”, che fra tutti ci appaiono come i
più miserabili.
Gli stagnini viaggiavano a piedi, con il solo vestito che indossavano,
recando in spalla i pochi indispensabili ferri del mestiere. Dalla loro
valle partivano dopo il Carnevale e ritornavano poco prima di Natale.
Si spingevano fino in Emilia e in Romagna, mangiando poco, male e saltuariamente;
dormivano nei fienili o nelle stalle, quando pioveva o faceva freddo,
ma d’estate anche all’aperto. Non raramente viaggiavano in compagnia di
ragazzini, che andavano a raccogliere pentole e altri recipienti da stagnare
di casa in casa e così facevano il loro garzonato: gratis, naturalmente,
perché imparavano il mestiere; ma se avevano lavorato bene a fine stagione
ricevevano in compenso l’unico vestito dismesso dallo stagnino. Se riuscivano
a non consumare tutto il denaro rimasto nei due o tre mesi dell’ozio invernale,
dopo qualche anno riuscivano a comperare un carretto con due grandi ruote,
trainato da un cavallo, sul quale salivano anche tre o quattro “arvârs”,
di solito amici o parenti. In queste condizioni era più facile lavorare,
vivere, guadagnare, e anche avviare relazioni sociali. Alcuni si sono
sposati nelle regioni a cavallo del Po, e Sante Ferroli da Tramonti di
Mezzo fu il fondatore di quella che sarebbe diventata la “Industrie Ferroli
S.p.a.”, specializzata in caldaie e impianti termici, con stabilimenti
in Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda e Turchia.
“Gli arvârs - scrive Gianni Colledani in “Lis Vilis di Tramonç”, Società
36 Filologica Friulana 1997 - erano figure umili, anche se dignitosissime,
del contesto sociale. Di loro si sa così poco che il più delle volte si
è costretti a tessere l’intera tela disponendo soltanto di pochi fili.”
Ma ci hanno lasciato un glossario gergale quanto mai interessante, che
è stato raccolto e studiato su “II Barbacian” dell’agosto 1986.
Glossarietto del gergo degli arvârs
Giovanni Cominotto, di Baseglia,
in una mattonaia in Argentina nel 1926. (Archivio “I due campanili”
Gaio-Baseglia)
Lessico friulano dell’emigrazione
Alcuni neologismi friulani creati dagli emigranti Bintar: giramondo,
dal tedesco Winter, letteralmente “inverno”. Il termine friulano sembra
derivato da Winter, perché si diceva al fâs il bintar, cioè sta fuori
per l’inverno, dell’emigrante che non rientrava per la stagione fredda.
- Capucjàt: reclutatore di fornaciai a Buja e dintorni.
- Lasinpon: corruzione alla friulana del termine tedesco Eisenbahn,
ferrovia, ma adoperato per indicare una terra straniera e lontana.
- Lis Calabriis: termine generalizzante per indicare le regioni dell’Italia
meridionale.
- Lis Gjermaniis: plurale generalizzante di Germania. Stava per terre
a nord delle Alpi, per terre genericamente germaniche. Si diceva anche
lis Russiis, per le regioni orientali europee.
- Palîr: reclutatore di mano d’opera in Friuli.
- Risine: scivolo lungo anche qualche chilometro per far scorrere il
legname verso valle, dal tedesco Riese.
- Sine (o sina nel friulano occidentale): rotaia, dal tedesco Schiene.
- Slipa: dall’inglese sleeper, letteralmente “dormiente”. Indica la
traversina in legno che sorregge e tiene unite le rotaie della ferrovia.
Nel linguaggio dei boscaioli tramontini impegnati nella costruzione
delle grandi ferrovie nordamericane è diventato sinonimo di tronco squadrato
e tagliato in determinate dimensioni.
- Sliperâr: tagliatore di sleepers (vedi slipa).
Sliperârs di Chievolis in Germania.
La foto è stata scattata ad Altendorf il 29 luglio 1913. (da:“Una valle
si racconta”, GEAP, 1985)
All’arrivo della primavera arrivava
anche il gua. Una voce conosciuta, una bicicletta piena di meraviglie
che attirava l’attenzione di grandi e piccoli. Il gua fa parte della cosiddetta
emigrazione interna. (Foto Pietro De Rosa)
I friulani sulla Transiberiana
Il primo invito ai lavori della Transiberiana capitò a Osoppo nell'inverno
del 1894 (...). I nostri operai andavano alle cave per la squadratura
delle pietre, o erano attesi nei cantieri per la costruzione dei ponti
e viadotti, o per il rivestimento delle gallerie. Presso i grandi fiumi
erano sorti grandi villaggi di capanne, con depositi e officine; mentre
un esercito di manovali era già occupato nei lavori di sterro, più di
cinquantamila tra soldati, esiliati, coatti, cinesi e coreani. I ponti
sui grandi fiumi dovevano essere le opere di maggiore importanza: una
quarantina, secondo i ricordi dei friulani; più di cinquanta secondo le
citazioni del Kramer (...) Quanta parte di queste opere è dovuta al braccio
della nostra gente? Sappiamo che uomini di Osoppo guidarono la costruzione
dei ponti di Chulin, di Kaidolovo, di Onon, di Nerchinsk; che alcuni di
Artegna e di Clauzetto ebbero parte in quelli dell'Achinsk e del Jenissei;
che altri di vari paesi condussero lavori a Nijniudinsk, a Kaivan, e specialmente
nei più lontani luoghi di Harborosch, del Jablonowi e dell'Amur. Sappiamo
infine che i friulani lavoravano a cottimo, associati in piccole squadre;
e che gli uffici governativi e gli impresari di subappalti preferivano
trattare con essi direttamente un sistema che conciliava la necessità
di far presto con il tornaconto degli operai (...).
Interessante sarebbe conoscere quanti friulani andarono in Siberia nel
ventennio 1894-1914, dapprima sui lavori delle linee principali (1896-1899)
e della curva del Baikal (1899- 1904); in seguito per la costruzione dei
tronchi minori e per il rifacimento in pietra dei ponti già allestiti
in legno; e infine per i lavori del secondo binario, che doveva avere
ponti e viadotti appositi, così da costituire quasi una seconda linea,
discosta e indipendente dalla prima.
LODOVICO ZANINI in "Friuli nostro", Udine 1946
I protagonisti
Non tutti gli emigranti rimasero anonime comparse. Alcuni fra essi seppero
emergere dalla massa per meriti personali e conquistare un posto nei libri
di Storia. Potremmo inserire nel numero dei protagonisti anche alcuni
emigranti “speciali”, che meritano tale qualificazione perché indotti
ad emigrare non dalla fame e dall’indigenza, bensì dalla fede religiosa,
come Basilio Brollo di Gemona, l’autore del vocabolario cinese-latino,
e Marco D’Aviano, che salvò Vienna (e l’Europa occidentale) dai turchi
nel 1683, o dalle condizioni di sottosviluppo politico e culturale della
Patria del Friuli come, nel Settecento, Gian Giacomo Marinoni, matematico
e creatore del primo osservatorio astronomico in Austria, e Daniele Antonio
Bertoli, pittore ritrattista alla corte di Carlo VI a Vienna.O, per venire
a tempi più recenti, come Pietro Blaserna di Fiumicello, professore all’Università
di Roma e pioniere nel campo della fisica; Egidio Feruglio, geologo e
geografo dell’Argentina; Pietro Savorgnan di Brazzà, esploratore in Africa...:
ad essi è dedicato il volume di Giuseppe Bergamini e Ottorino Burelli
“Friulani. I grandi uomini di un piccolo popolo”, edito dall’Ente Friuli
nel Mondo nel 1996.
Questi protagonisti furono “speciali” perché in possesso di una particolare
specializzazione professionale o perché portatori di grandiosi progetti
linguistici e politici, e quindi già in partenza erano distinti dalla
massa dei tessitori carnici, dei cramârs (merciai ambulanti), dei terrazzieri,
dei braccianti che eccedevano il numero sopportabile da un sistema economico,
quello friulano, basato su un’agricoltura di sussistenza.
Noi vogliamo, invece,occuparci di persone che pur non essendo favorite
dalle condizioni di partenza, seppero conquistarsi grande onore, fama
e, talvolta, ricchezza.
Giacomo Ceconi conte di Montececon
La nostra esemplificativa galleria di ritratti non può non iniziare da
Giacomo Ceconi, divenuto Eisenbahner (costruttore di ferrovie) dell’imperatore
Francesco Giuseppe d’Austria, che lo insignì del titolo di conte con il
predicato “di Montececon”.
Nato nel 1833 a Pielungo, crebbe come pastorello analfabeta. Da adolescente
emigrò a Trieste e trovò lavoro come manovale nell’edilizia. Ma volle
uscire dalla sua condizione di ignoranza frequentando, con successo, le
scuole serali. Progredì poi rapidamente sul lavoro, assumendo via via
incarichi di crescente responsabilità e, alla fine, avviò un’autonoma
impresa di costruzioni.
A partire dal 1865 assunse in proprio numerose opere in Ungheria, sulla
linea che congiunge Sopron a Szombathely, e successivamente costruì le
stazioni di Sterzing (Vipiteno), Gossensass (Colle Isarco), Brennero e
Gries. Lavorò ancora in Boemia, a Fiume e a San Pietro del Carso. Nel
1875-76 costruì la ferrovia fra Reden in Baviera e Eisenstein (Zelezna
Ruda); nel 1877-79 costruì le stazioni di Tarvis e Pontafel, sul tratto
austriaco della linea Udine-Villach, inaugurata il 30 ottobre 1879. Nel
1880 affrontò la più difficile e rischiosa delle sue imprese: la galleria
dell’Arlberg con le linee di accesso. Assunse in proprio la metà orientale
della galleria, e in società con i fratelli Lapp la metà occidentale.
La galleria, lunga dieci chilometri, fu costruita da cinquemila operai;
le numerose opere “minori”, di traforo, sostegno e protezione, da undicimila.
Il complesso delle opere, sotto la minaccia di una penale di ottocento
fiorini per ogni giorno di ritardo, doveva essere consegnato il 15 agosto
1885, ma il primo treno transitò il 3 settembre 1884,con quasi un anno
di anticipo. Di grande rilievo è anche il fatto che nel tratto di sua
esclusiva competenza, costruito in maggior parte da operai friulani, non
ci furono vittime. Fu per il grande successo dell’Arlberg, riconosciuto
anche dalla grande stampa europea, che Giacomo Ceconi ottenne il titolo
di conte. Negli anni successivi si impegnò nella costruzione di un’ardita
ferrovia in Boemia e poi, per una decina d’anni, lavorò per l’allargamento
delle strutture del porto di Trieste. Fra il 1896 e il 1900 si occupò
dell’allargamento di porti in Sardegna, e nei primi anni del nuovo secolo
si dedicò alla costruzione del Wocheiner tunnel, lungo sei chilometri
e mezzo, fra Podbrdo (Piedicolle) e Bohinjska Bistrica. Il primo treno
lo percorse l’11 novembre 1905.
Grazie al premio lucrato per l’anticipata consegna della galleria dell’ArIberg,
Giacomo Ceconi diventò ricchissimo, e costruì a Pielungo una sontuosa
dimora in stile castello Kitsch, ma usò la sua ricchezza anche per opere
di beneficenza, in particolare per l’erezione di edifici scolastici nel
suo paese e in quelli vicini, e soprattutto per la costruzione della Strada
Margherita, che pose fine all’isolamento di Pielungo e cambiò la vita
degli abitanti della valle dell’Arzino. Morì a Udine nel 1910.
L’impresario Giacomo Ceconi (Pielungo
1833-Udine 1910), ritratto nel 1883 in occasione dell’inaugurazione
del traforo dell’Arlberg. All’epoca Ceconi aveva 50 anni.
Gian Domenico Facchina
La vita di Gian Domenico Facchina, di sette anni più anziano, assomiglia
a quella di Giacomo Ceconi. Nato a Sequals nel 1826, fu costretto giovanissimo
a trasferirsi a Trieste per lavorare come garzone, e nelle ore libere
imparò il disegno.
L’incontro con l’arte musiva avvenne nel 1843, quando potè partecipare
al restauro dei mosaici della cattedrale di San Giusto, e si trattò di
un impatto talmente emozionante e decisivo che avrebbe segnato il destino
di un uomo e il nuovo indirizzo di un’arte. Per poter coltivare la sua
passione artistica fece appello a uno zio monsignore, canonico di San
Marco, che lo fece assumere come apprendista da artisti romani incaricati
di restaurare i mosaici della basilica. Fu chiamato poi dal conte Cassis
al restauro del pavimento della basilica di Aquileia, e poi lavorò a Villa
Vicentina nel palazzo della principessa Baciocchi, imparentata con Napoleone.
Fu proprio in quella sontuosa dimora che senti parlare di antichi 42 mosaici
scoperti nella Francia meridionale,e Gian Domenico decise di recarsi sul
luogo del ritrovamento per poterli studiare.
Nel 1847 è a Montpellier, dove esegue i suoi primi restauri in Francia,
facendo ricorso a una tecnica innovativa, che suscitò l’ammirazione degli
studiosi transalpini. Prima di lui il restauro consisteva, praticamente,
nella distruzione dell’originale e nel rifacimento della figura: Facchina,
che non accettava quella tecnica deturpante, fu il primo a usare il procedimento
dell’ “estrazione e posa senza alterazione di mosaici antichi”, estraendo
le tessere a strappo, dopo averle incollate su una carta speciale o su
una garza, per riapplicarle sul nuovo letto di cemento nella posizione
originale. La tecnica da lui inventata fu brevettata in Francia il 23
marzo 1858.
Da allora gli furono affidati i restauri più delicati, e così furono salvati
dalla distruzione i bellissimi mosaici della Maison Carrée di Nimes, e
altri antichi tessuti musivi a Lillebonne, Beziers, Narbonne, Lescar (nei
pressi di Pau) e in altre città. I suoi interventi, che fecero risplendere
di nuova luce mosaici sepolti da secoli, e la presenza di numerosi mosaicisti
sequalsesi capaci di imitarli, fece esplodere la moda del mosaico pavimentale,
e Facchina aprì a Beziers uno studio di terrazzo e mosaico nel 1852. Mise
a punto, allora, una nuova tecnica, derivata dalla prima per logica, consistente
nell’esecuzione del mosaico a rovescio su cartoni, che poi venivano incollati
sul cemento nel luogo prescelto.
Anche i non esperti capiscono i grandi vantaggi pratici ed economici del
nuovo metodo, che abbassò di molto il costo del mosaico e ne fece aumentare
la domanda.
Facchina nacque a Sequals il 13.10.1826 e morì a Parigi il 26.4.1903.
Il suo monumento funebre si trova al cimitero Père Lachaise.
Verso il 1860 si trasferì a Parigi e nel 1867 partecipò all’Esposizione
Universale. Seppe allora che l’architetto Charles Garnier non riusciva
a trovare mosaicisti capaci di decorare il pavimento e la cupola del suo
Teatro dell’Opera a prezzi e in tempi accettabili per il committente.
Facchina fu lesto nell’offrire i suoi servigi e alla fine fu incaricato
della decorazione della volta centrale; il veneziano Salviati, applicando
il metodo del collega, eseguì quattro pannelli raffiguranti personaggi
mitologici.
Il grande successo artistico produsse uno straordinario aumento della
domanda di mosaici in Francia, e il Facchina fu costretto a rifiutare,
a causa dei numerosi incarichi, il posto di direttore della scuola del
mosaico istituita dal governo su reiterata proposta dell’architetto Garnier.
Dai suoi laboratori parigini uscirono le decorazioni musive di sedi prestigiose
nei cinque continenti.
Basterà ricordare la cupola di San Paolo a Londra, il Metropolitan di
Chicago, la villa Vanderbilt a New York, la basilica di Nôtre Dame de
Sion a Gerusalemme, il palazzo imperiale di Kioto, e molte altre residenze.
Numerosi e importanti, dopo l’Opera, i suoi interventi a Parigi, dal Grand
Palais al Trocadero, dal Sacré Coeur a Montmartre al cimitero del Pére
Lachaise, e in varie città francesi. Decorò anche gli altari della basilica
di Lourdes, ma non dimenticò la chiesa di Sant’Andrea a Sequals. Nel 1886
gli fu attribuita la Legion d’onore. Morì nel 1904.
Facchina fu il primo di una serie di dinastie di mosaicisti che si affermarono
in Europa e nel mondo, come gli Odorico di Rennes, i Carnera e gli Odorico
di Copenaghen, gli Avon, i Pellarin, i cui membri sarebbero degni di altrettanti
medaglioni. Le loro vite sono state raccontate nel volume,“Dal sasso al
mosaico”, di vari autori, curato per il Comune di Sequals da Gianni Colledani
e Tullio Perfetti. Domenico Indri
Foto autografata di Giandomenico
Facchina. L’immagine è dell’Atelier Nadar di Parigi incaricato di
preparare tutte le foto dei partecipanti all’Esposizione Universale di
Parigi del 1878.
Parigi, 9 aprile 1894. L’impresario
mosaicista Giandomenico Facchina, quinto da sinistra seduto in seconda
fila, posa con i suoi lavoranti davanti alla casa-laboratorio di rue Cardinet
47
Domenico Indri
La geografia dell’emigrazione temporanea disegnata da Gian Domenico Ciconi
nel volume “Udine e sua provincia” del 1862 ci mostra un areale transalpino
corrispondente all’impero austroungarico e alla Germania. Ma pochi anni
più tardi ci furono dei friulani che “invasero” l’impero russo, e fra
questi Domenico Indri da Pradis di Sopra, nato il 25 ottobre 1845. Le
poche notizie che ci rimangono sulla vita e le opere di quest’uomo straordinario
ci dicono che, dopo aver imparato a leggere, scrivere, far di conto, dimostrando
una spiccata inclinazione per il disegno e la matematica, fu precoce emigrante.
Garzone in Austria, trovò poi lavoro in Germania, Ungheria, Romania. Domenico
Indri (1845-1917) già nel 1893 era presente come impresario e socio di
Pietro Collino alla costruzione della ferrovia Transiberiana, sull’ansa
del lago Baikal. La foto scattata a Omsk nel 1895, è racchiusa in una
cornice di betulla.
Nel 1883 è in Caucaso, dove lavora alla costruzione della ferrovia che
doveva collegare Batumi sul Mar Nero a Baku sul Caspio. Dieci anni più
tardi - scrisse alla moglie - un triestino di nome Taburno lo invita a
presentarsi a San Pietroburgo “per un grande e nobil progetto del zar
di metter binari fino alla Cina”, e nel 1894 si trova a capo di una squadra
di 56 friulani che lavora a Cibulà, a 125 chilometri dalla Città di Tomsk.
La ferrovia avanza verso est, e nel 1895 Indri e la sua squadra, rimpolpata
da alcune decine di operai russi, si trova già oltre Krasnoiarsk, e dunque
in prossimità della Città di Camsk. Doveva essere davvero valente nel
suo ruolo se, negli anni successivi, lo vediamo, de facto, nelle vesti
di direttore dei lavori sul lotto assegnato dai funzionari imperiali,
fatto abbastanza raro se si pensa che la Direzione Ministeriale delle
ferrovie non concedeva a stranieri la gestione diretta dei lavori.
Nei brevi soggiorni a Clauzetto non stava in ozio: viaggiava in Friuli
e in altre regioni per ingaggiare scalpellini e altri lavoratori per sé
e per altri impresari. Egli emerge, quindi, come un ricco protagonista
dell’epopea siberiana, come un vero “palîr”, cioè come uomo capace di
dirigere un’impresa di costruzioni, di valutare gli uomini per collocarli
al posto giusto, di reclutare mano d’opera. Pur non avendo appreso che
i primi rudimenti scolastici, Indri era uno scalpellino poliglotta di
vasta cultura, che spesso la sapeva più lunga degli ingegneri, fino al
punto che poi faticava a convincere la burocrazia russa di essere sprovvisto
di titolo di studio superiore.
Egli era, in conclusione, una persona conosciuta, apprezzata, degna di
fiducia, con la quale è utile mettersi in affari, anche perché ben conosceva
la lingua russa e la mentalità del popolo che la parla. È per questo che
a lui si associarono, a partire dal 1898, Pietro Collino, Gio Batta Vidoni
e Giovanni Toffoli.
“Ma nel 1904 - scrive Gianni Colledani, che di Domenico Indri tracciò
un nitido medaglione su “II Barbacian” dell’agosto 1985 - (...) molti
operai, che lui aveva spesso aiutato e beneficato, lo abbandonarono al
momento della partenza stagionale per andare alla costruzione del Canale
di Panama, dove si diceva che la paga oraria fosse maggiore e soprattutto
che si potessero fare ore straordinarie quante se ne voleva. Poveri e
benedetti friulani!”.
A quel punto, pur stanco e sfiduciato, lo stesso Indri aveva preso in
considerazione l’ipotesi di andare a Panama con una squadra di operai,
ma rinunciò al progetto perché, pur parlando correntemente il russo, il
tedesco, l’italiano, e naturalmente il friulano, gli mancava la conoscenza
della lingua inglese.
Verso il 1907 si ritirò a Pradis,dove morì il primo giorno di ottobre
del 1917 precipitando dal vecchio noce di casa, sul quale si era arrampicato
per far cadere le noci dai rami più alti. Una morte davvero strana e quasi
ironica per un costruttore della Transiberiana, ma pietosa, perché gli
risparmiò la visione dei cruenti scontri di Pradis nei giorni della ritirata
di Caporetto.
Stazione Jablonevaja, 4 gennaio
1898. Conto spesa di generi vari (zucchero, tè, olio per lampade) acquistati
da Domenico Indri nell’emporio di Ivana Aleksandrovic¡a Kolev, mercante
della città di Cita.
Pietro Collino
Nato a Forgaria nel 1868, Pietro Collino emigra in Romania a undici anni,
perché le povere famiglie non potevano permettersi di mantenere a lungo
i figli.
Lo ritroviamo poi in Austria, a Klagenfurt, dove, dopo quattro anni di
apprendistato diventa “artigiano scalpellino”. Subito si imbarca per gli
Stati Uniti e lavora a Washington, in Pennsylvania e nel Maine. Rientra
nel 1891 ed emigra di nuovo in Austria.Nel 1894 si sposa (dal matrimonio
nasceranno nove figli).
Parte per la Russia quattro anni più tardi, sulle orme dei primi friulani,
che vi erano giunti nel 1893 perché invitati dal governo all’esecuzione
dei lavori più difficili sulla Transiberiana, voluta dallo zar Alessandro
III nel 1891.
Fu in Russia sul finire dell’800 e nel I e II decennio del ’900. Nacque
a San Rocco di Forgaria nel 1868 e morì a Spilimbergo il 24 ottobre 1918.
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Il più grave problema da risolvere, anche per le proibitive condizioni
ambientali, era la gigantesca curva che doveva assecondare l’ansa meridionale
del lago Bajkal, tra Irkutsk e Cita: il freddo metteva in pericolo persino
le pietre da costruzione! Pietro Collino vi lavora per due anni, in un
ruolo direttivo (ancorché di non facile definizione, con mansioni di tecnico
e amministratore): ai suoi ordini un migliaio di persone, fra maestranze,
operai, in buona parte friulani ma anche locali, e russi condannati ai
lavori forzati. Il suo gruppo costruisce anche trentuno ponti per la ferrovia,
scavando nel ghiaccio dei corsi d’acqua per posare i cassoni pneumatici.
Nel 1900 Collino è a Mosca, dove partecipa al concorso per la direzione
dei lavori dell’erigendo Museo delle Belle Arti, un grande edificio con
facciata neoclassica intitolato ad Alessandro III (oggi Museo Puskin).
Mentre fervono i lavori di erezione dell’edificio museale Collino, che
comanda un folto gruppo di operai friulani e russi, accetta di eseguire
anche i lavori in marmo e terrazzo nella cappella dove verrà sepolto il
granduca Sergio, zio di Nicola II e governatore di Mosca, ucciso nel corso
della prima delle ondate insurrezionali che porteranno alla fine della
grande Russia.
Nel 1911 Collino, partito con la seconda elementare, ritornò definitivamente
in Friuli poliglotta e carico di onori dopo trentadue anni di lavoro all’estero.
Morì nel 1918.
Pietro Collino in tenuta siberiana.
Altri sarebbero i “transiberiani” degni di un medaglione, a partire da
quel Pietro Brovedani che arrivò in Siberia nel 1893, e per il tramite
di Domenico Indri riuscì a far venire da Clauzetto trentaquattro operai,
che partirono verso la terra del grande freddo nel febbraio Medaglia conferita
dallo zar al Collino. La parola “assiduità” rivela l’impegno e la capacità
con cui l’impresario costruì a Mosca tra il 1901 e il 1911 il Museo delle
Belle Arti Alessandro III, ora Museo Puskin. L’équipe comprendeva lavoratori
provenienti in gran parte dai comuni di Forgaria, Clauzetto, Pinzano,
Sequals, Meduno e Travesio. del 1894. Altri li seguirono, a centinaia,
nei mesi e negli anni successivi. Fra essi anche Bonaventura Zannier da
Pradis, con i suoi fratelli Francesco e Giovanni (soprannome di famiglia
Locandin), il tagliapietra Luigi Tramontin (Laurinçut), il fabbro Leonardo
Colledani (Barbe Nato), gli impresari Luigi Brovedani (Martinut) e Leonardo
Razzolati (Corgnalin), gli scalpellini Domenico e Pietro Del Missier (Materia),
che lavorarono alla costruzione dell’imponente stazione di Vladivostok,
citati nei taccuini del diario di Pietro Collino. Ma non sempre i protagonisti
hanno lasciato documenti scritti in numero sufficiente per un attendibile
profilo biografico. Ai lavori sulla Transiberiana accorse anche un consistente
numero di osovani, e uno di essi si portò a casa, per souvenir, un metro
di rotaia!
L’epopea dei friulani in Siberia ispirò numerose pagine degli storici
dell’emigrazione - Ludovico Zanini, Novella Cantarutti, Alessandro Ivanov,
Gianni Colledani…- e ispirò la penna di Carlo Sgorlon nel romanzo “La
conchiglia di Anataj”.
Giovanni Ciani
Nella galleria degli emigranti illustri, un posto d’onore spetta a Giovanni
Ciani di Lestans, nato nel 1847 nella famiglia di Leonardo, scalpellino
assai noto per la sua abilità.
Appresi dal padre i rudimenti dell’arte, si rivela precoce scultore e
si distingue nella scuola serale di disegno a Spilimbergo. A quattordici
anni è già a Vienna,dove lavora al Teatro dell’Opera e trova il modo per
rivelare le sue non comuni doti artistiche. Nel 1864 è di nuovo in Friuli,
e lavora alla tomba di famiglia a Lestans, a Spilimbergo nella Cappella
del Rosario del Duomo, e a Latisana. Dopo il servizio militare a La Spezia,
si ferma a Roma per affinare la sua arte di scultore e decoratore in marmo.
Nel 1873 è di nuovo a Vienna per l’Esposizione mondiale, e inizia a lavorare
per le nobili famiglie della città. Due anni più tardi si trasferisce
a Praga, attratto dalla proposta di lavorare alle decorazioni del Teatro
nazionale boemo. E siccome sta crescendo la domanda del suo lavoro, decide
di acquistare un palazzo in Salmgasse n. 7, e di fondare la “Marmor und
Granit Industrie”.
E per la fama conquistata a Praga, viene insignito del titolo di “Imperiale
e regio Maestro scalpellino di Corte”, conferitogli dall’Imperatore d’Austria.
Dopo il matrimonio, avvenuto nel 1874 con Geltrude Kasper, prosegue nel
suo fortunato lavoro artistico, e nel 1898 decide di impegnarsi in un’opera
filantropica, da lui stesso fondata e presieduta: l’Associazione Italiana
di Soccorso,“onde i poveri fossero anzitutto aiutati dai connazionali
senza bisogno di provare quanto sa di sale lo pane altrui”, scrisse.Parole
esatte, se si considera che in quel tempo non esisteva un nostro consolato
nella capitale della Boemia. Non seguiremo,in questo medaglione, le vicende
dell’Associazione,che gli procurò la decorazione di cavaliere del Regio
Ordine della Corona d’Italia, anche perché molto ben narrate nel volume
intitolato “Storia della Società operaia di Lestans” (Grafiche Tielle,
Sequals, 2001). Diremo soltanto che nel 1909 fu di ritorno e divenne Sindaco
del suo Comune. Nel 1914 lascia l’industria di Praga a suo nipote Edoardo
e nello stesso anno diventa dapprima consigliere, poi assessore: si occupa
dell’assistenza civile e della distribuzione dei sussidi settimanali alle
centonovantacinque famiglie dei richiamati alle armi.
Il 31 ottobre 1917, dopo la rotta di Caporetto, abbandona la sua villa
e si rifugia a Roma. Ritorna al paese nel dicembre 1918 ma, a causa della
devastazione della sua casa, è costretto a rimanere per alcuni mesi in
Trentino, ospite di amici. Fra i segni della sua generosità e sensibilità
sociale meritano un cenno la donazione di un terreno alla Società per
l’abbellimento di Sequals nel 1908 e la creazione di un fondo di centocinquantamila
lire di Rendita Italiana 5% per tre borse di studio da assegnare a due
studenti e una studentessa di Lestans o di origine lestanesi. Muore a
Lestans, nel 1926, due anni dopo l’amata consorte.
Giovanni Ciani (17.3.1847 - 13.4.1926).
Imprenditore filantropo e figura di spicco del Fiuli emigrante. (Foto
Archivio Somsi Lestans)
Angelo Garlatti Venturini
Era nato a Forgaria il 22 dicembre 1859 da Domenico ed Elena Bosero.
Fin da ragazzo dimostrò una singolare attitudine per il disegno progettuale
e l’arte edile, per la quale rivelava un’evidente predisposizione. Dotato
di una spiccata e forte personalità, e cosciente dei propri mezzi,voleva
sempre primeggiare e distinguersi:è per questo che, per evitare un caso
di omonimia, aggiunse a Garlatti il secondo cognome, Venturini.
“Forgaria e dintorni - scrisse Gianni Colledani,che restituì quest’uomo
alla luce della storia con un saggio biografico su “II Barbacian” nel
1986 - era terra fertile di brillanti ingegni e ciò non a caso. Certi
ingegni infatti riescono meglio a manifestarsi e a crescere proprio là
dove, tra i miseri grebani, c’è maggior difficoltà a procacciarsi il pane
quotidiano. Non per niente Angelo Garlatti Venturini, Giacomo Ceconi,
Pietro Collino, Domenico Indri e Biagio Vidoni sono fiori del medesimo
giardino rupestre.” 51 Sinaia (Romania, 1907). Angelo Garlatti Venturini
con, da sinistra, i figli Emilio, Clara, Adamo e la moglie Eugenia.
Nel 1881, dopo il servizio militare. Angelo partì per la Romania assieme
ai fratelli Domenico e Luigi. Erano passati quindici anni dall’annessione
della Provincia di Udine (allora comprendente anche l’odierna di Pordenone),
e paradossalmente, nonostante la costruzione della Ferrovia “Pontebbana”
- inaugurata il 30 ottobre 1879 -, del Canale Ledra-Tagliamento - inaugurato
il 5 giugno 1881 -, la diffusione delle industrie tessili e l’apparire
delle prime banche, il Friuli centro-occidentale si trovava nelle condizioni
descritte negli atti dell’Inchiesta Jacini, in precedenza citati. Angelo
e i suoi fratelli partirono, dunque, per la Romania, forse attratti dall’affinità
linguistica, ma molto probabilmente dalle ricchezze “nascoste” del paese,
che proprio nel 1881 era diventato un regno per effetto dell’unione della
Valacchia e della Moldavia. Angelo si stabili a Sinaia, un’importante
stazione climatica, meta di un turismo di élite, attratto dal clima mite,
dal casinò e dalla presenza di molte teste coronate di mezza Europa. L’espansione
edilizia del villaggio situato ai piedi delle Alpi Transilvaniche era
dunque assicurata da una forte domanda di alloggi, e così Sinaia divenne
una delle prime città dello Stato.
Angelo Garlatti Venturini divenne, anche per la sua perfetta padronanza
del rumeno, il primo impresario della città: comperava terreni, vi costruiva
delle villette di lusso e rivendeva il tutto a possidenti e professionisti.
Fra le costruzioni maggiori vanno ricordati l’Hotel Palas, e l’Hotel des
Bains. A chi gli consigliava di non affannarsi troppo soleva rispondere:“Clap
ch’al cor a nol fâs muscli”. Non era il solo friulano emergente in Romania
negli del boom. C’erano anche - scrive Colledani nel saggio citato - Giuseppe
Lenarduzzi di Domanins, Giovanni Tomat di Valeriano,Virgilio Craighero
di Paluzza e Luigi Gerussi di Piano d’Arta. La sua impresa disponeva di
trenta/quaranta persone, fra le quali numerosi erano i muratori che egli
reclutava a Forgaria. Nel 1885 s’era sposato con Eugenia Coletti da Forgaria
che gli aveva dato sei figli. E se nei primi anni del secolo la moglie
veniva saltuariamente in Romania per badare alla mensa degli operai, nel
1910 potè stabilirsi nella bella casa che il marito aveva costruito per
sé in Boulevard Ghica. Nel frattempo i figli Adamo ed Emilio erano cresciuti,
avevano frequentato con profitto la “Scuola Primaria di Disegno” e potevano
affiancarlo sul lavoro.
Provvido e caritatevole con il prossimo - a ogni ritorno a Forgaria ordinava
una grande infornata di pane da distribuire ai poveri - amava il vestire
ricercato ed elegante e, cosa davvero eccezionale, si era guadagnato il
soprannome di “boccadoro” perché si era fatto rivestire i denti con il
più nobile dei metalli, come segno di eccentrica distinzione. Era anche
un esperto di fotografia, spesso di casa nello studio dei Pignat a Udine.
Nell’imminenza della Prima Guerra Mondiale, Angelo fiutò il vento infido,
capì che gli anni delle vacche grasse erano finiti, e investì parte dei
suoi risparmi a Spilimbergo, abbastanza vicina a Forgaria, dunque, ma
più viva e vivace del paese natio, e pertanto più adatta al suo carattere.
Qui infatti, fra il 1911 e il 1916, in località Ponte Roitero, acquistò
una ventina di ettari di buon terreno agricolo con un vasto caseggiato
secentesco dal nobile Daniele Asquini.
Dalla Romania rientrò definitivamente nel 1919, mentre i suoi figli continuavano
a lavorare a Sinaia mantenendo l’impresa su livelli di eccellenza. Perse
la moglie nel 1935, e lui stesso si spense dieci anni più tardi.
Primo Carnera
Si diventa protagonisti mettendo a frutto qualche eccezionale talento.
Primo Carnera ebbe dalla natura una straordinaria forza fisica e un’altrettanto
eccezionale bontà d’animo. Anche lui, nato nel 1906 fra gli avarissimi
magredi e i colli improvvisamente irti di Sequals, a sedici anni dovette
emigrare, dopo aver lasciato gli studi alla terza elementare. Emigrò in
Francia, dove trovò lavoro come boscaiolo.
Ma subito qualcuno pensa di offrirgli lavoro nel circo, per mettere a
profitto il suo corpo, eccezionale per energia fisica e dimensioni: duecentosei
centimetri di altezza, centoventotto centimetri di circonferenza toracica,
centoventicinque chilogrammi di peso. Un vero gigante, che troverà lavoro
in esibizioni circensi, anche truccate ma altamente spettacolari in quasi
tutte le principali città della Francia. Gli impresari del pugilato pensano
che potrebbe andare lontano nel loro mondo, e Carnera accetta di diventare
ufficialmente boxeur nel 1928. È a corto di preparazione tecnica, ma dispone
di un’incredibile resistenza e di una voglia di combattere che gli consentono
di battere Leon Sebilo per K.O. Quella sorprendente vittoria segna l’inizio
di una folgorante carriera. Nei due anni successivi combatte in Europa
per diciotto volte senza subire sconfitte.
Nel 1930 sbarca in America, dove la sua mole non viene giudicata adatta
al pugilato. Ma il 24 gennaio, sul ring del Madison Square Garden, spedisce
al tappeto alla prima ripresa Big Boy Peterson. Vincerà altre ventisei
volte nel 1930, nove nel 1931, ventiquattro nel 1932 (due sconfitte),
e così si conquista il diritto alla sfida mondiale, che tale può essere
definita anche perché Carnera era ormai considerato un “fenomeno” in tutti
i continenti. Il suo mito era dovuto anche alla morte del pugile Ernie
Shaat, avvenuta due giorni dopo il combattimento.
La sfida si svolse sul ring del Madison Square Garden il 29 giugno 1933,
quando Camera sconfisse il campione in carica, Jack Sharkey. Difese il
titolo di campione mondiale dei pesi messimi nel 1934 contro Tommy Longhram,
ma lo perse con Max Baer nel giugno dello stesso anno. La guerra interruppe
la sua attività sportiva, che proseguì poi nel “catch”. Prese parte ad
alcuni film a fianco di attori importanti,e quando si sentì vicino alla
fine volle ritornare a Sequals, dove morì e fu sepolto nel 1967.
Fu definito il “gigante buono”, perché rispettò sempre i suoi avversari,
riuscì a provar pena per le loro sconfitte e seppe aiutarli nella sfortuna.
Si spiega così l’aureola romantica che arricchisce la sua figura nella
storia della “noble art”.
Ritratto in mosaico del pugile
Primo Carnera, campione mondiale dei pesi massimi il 29.6.1933 al
Madison Square Garden di New York. Nacque a Sequals il 26.10.1906 e qui
morì il 29.6.1967. L’opera musiva è di Francesco Scodellaro.
La famiglia Jacuzzi
Giovanni Jacuzzi di Valvasone aveva avuto da Teresa, sua moglie, tredici
figli. Valeriano e Francesco oltrepassano l’Atlantico nel 1907, diretti
a San Francisco, seguiti un po’ alla volta dagli altri fratelli e sorelle.
Mettendo in atto una singolare e vincente strategia imprenditoriale, basata
sul gruppo familiare, tre anni più tardi la famiglia fonda un’azienda
a Berkeley, in California, dove il neonato aeroplano riceve dalla loro
creatività un contributo determinante. Sarà l’elica Jacuzzi, infatti,
che darà all’aereo velocità e stabilità, trasformando la macchina volante
da attrezzo sportivo in mezzo di trasporto. E i fratelli Jacuzzi organizzano
il primo servizio postale con aereo di linea nella storia degli Stati
Uniti. Ma l’invenzione davvero rivoluzionaria fu l’elica “a passo variabile”,
che fu brevettata e applicata a numerose invenzioni.
La Jet Pump Jacuzzi, ad esempio, capace di estrarre acqua da falde profonde,
è del 1926, e trova immediata e vasta applicazione in California, prima
che altrove in America e nel mondo: apre infatti insperate possibilità
di irrigazione a costi relativamente bassi per produzioni agricole e ortofrutticole
pregiate. Ma la Jet Pump si presta a moltissime applicazioni, la più nota
fra le quali è la vasca per idromassaggi, lanciata sul mercato con il
nome di Roman Bath; costruita dai fratelli Jacuzzi per un familiare che
aveva bisogno di idromassaggi, divenne un prodotto “ever green”, di domanda
illimitata, in quanto utile a organizzazioni collettive, come ospedali,
case di cura, scuole.
Tale è stato il successo di questa invenzione, che il nome Jacuzzi è diventato
nel mondo sinonimo di vasca per idromassaggi. Ma il vero boom della vasca,
profondamente modificata rispetto all’originale e dotata di una quarantina
di innovazioni tecnologiche, è scoppiato dopo la seconda guerra mondiale,
quando, parallelamente a quella filosofia che si chiama “salutismo”, è
entrata in molte famiglie del mondo occidentale diventando uno status
symbol. Ne ha fatta di strada quella famiglia contadina di Valvasone!
Tina Modotti
Tina Modotti non è spilimberghese, ma crediamo di doverla includere in
questa piccola galleria di ritratti non tanto perchè Adelaide Zuliani,
la nonna materna, era di Spilimbergo, bensì perché la sua fama, davvero
“mondiale”, è il risultato di una parabola vitale straordinaria.
Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti, figlia di Giuseppe e Assunta
Mondini, nacque a Udine, al n. 113 di Borgo Pracchiuso, il 16 agosto 1896,
e fu battezzata nella Basilica delle Grazie il 27 gennaio 1897. In agosto
dello stesso anno il padre trova lavoro a Klagenfurt come meccanico di
biciclette, e tre mesi più tardi viene raggiunto dalla moglie e dai tre
figli Mercedes, Ernesto e Assunta, detta Tina. In Carinzia Ernesto muore
nel marzo del 1898. Un anno più tardi nasce Valentina Maddalena, detta
Gioconda, e nel 1903 Pasquale Benvenuto. L’ultimo fratello di Tina, Giuseppe
Pietro Maria, nasce nell’estate del 1905 a Udine, quando il padre era
già partito per l’America.
Tina, che già aveva frequentato per un paio d’anni la scuola elementare
in Austria, fu iscritta alla terza classe della Scuola di via Dante, a
Udine,ma dovette frequentare la seconda in quanto, scrisse la maestra
esaminatrice,“non conosce l’italiano”. La lacuna linguistica fu rapidamente
colmata e Tina fu promossa a pieni voti. La famiglia, tuttavia, era molto
povera e numerosa, e Tina dovette interrompere gli studi nel 1908 per
andare a lavorare dapprima in una filanda poi in una tessitura di seta.
Mercedes raggiunse il padre, a San Francisco, nel 1911; Tina nel 1913.
Il resto della famiglia, ad eccezione di Gioconda, nel 1920. Appena giunta
in California,Tina lavorò in una fabbrica di camicie da uomo, poi fece
la modista in una fabbrica di cappelli e d’abbigliamento elegante fino
al 1921-1922 (così scrisse in un questionario compilato a Mosca nel 1932).
Nel 1917 sposò Robo, recitò con successo nei teatri della Little Italy
e interpretò tre film a Hollywood. Suo marito, il pittore Roubaix de l’Abrie
Richey, detto Robo, la introdusse nei circoli intellettuali di Los Angeles,
dove conobbe Edward Weston, del quale divenne discepola, modella e amante.
Si recò una prima volta in Messico nel 1922, in occasione dell’improvvisa
morte del marito.Vi ritornò con Edward Weston nel 1923. Dal grande maestro
americano imparò la fotografia come forma d’arte.
Quella di mestiere non doveva esserle sconosciuta: era infatti nipote
di Pietro Modotti, che l’aveva ritratta da bambina, e molto probabilmente
l’aveva accolta come collaboratrice nell’adolescenza.
La fotografia era del resto un’arte nota anche a suo padre, che nel 1908
a San Francisco aveva aperto uno studio fotografico. Grazie alle amicizie
che Robo e Weston intrattenevano a Los Angeles con illustri personalità
della cultura messicana, fece, ammiratissima per la sua bellezza, un rapido
ingresso nel milieu del mondo intellettuale e artistico della capitale
del Messico. Posò per Diego Rivera e fotografò molte opere dei pittori
muralisti.
Dopo la definitiva partenza di Weston per la California nel 1926, si iscrisse
al Partito Comunista Messicano e iniziò a fotografare per il suo giornale,“El
machete”, e per la rivista “Mexican Folkways”.
La sera del 10 gennaio 1929 si trovava al fianco del leader comunista
cubano Julio Antonio Mella, suo amante, quando questi fu assassinato a
colpi di pistola. Sospettata di essere in qualche modo coinvolta nell’assassinio,
subì una dura campagna diffamatoria sulla stampa messicana, ma alla fine
fu assolta da ogni accusa. Il clima politico stava però cambiando, e sul
principio del 1930, sospettata di coinvolgimento nell’attentato contro
il Presidente della Repubblica, fu imprigionata ed espulsa dal paese con
altri comunisti stranieri. Riparò dapprima a Berlino, dove riprese a fotografare,
e poi a Mosca, dove si dedicò totalmente alle attività di partito nell’ambito
del Soccorso Rosso. A Mosca traduce articoli per “Internationalnij Majak”,
il giornale del Soccorso Rosso, e fornisce sue fotografie a “Puti Mopra”.
Poi inizia a viaggiare clandestinamente in Europa. Nel 1933 è a Parigi
con Vidali per organizzare il Centro estero del Soccorso Rosso. Nel 1936
accorre in Spagna, dove è scoppiata la guerra civile, e con il nome di
“Maria” si arruola nel Quinto Reggimento comandato da Carlos J. Contreras,
ovvero Vittorio Vidali. Lavora nel Soccorso Rosso spagnolo, collabora
all’assistenza sanitaria a fianco del medico canadese Norman Bethune,
scrive articoli per “Ayuda”. Dopo la caduta di Barcellona, nel 1939, si
rifugia in Francia, e per consiglio di Elena Stassova, la potente segretaria
del Soccorso Rosso, non rientra in Unione Sovietica.
Tenta inutilmente di entrare negli Stati Uniti e si stabilisce con Vidali
a Città del Messico, in calle Dr. Balmis, ma evita i contatti con i compagni
degli anni Venti.
Nella notte fra il 5 e il 6 gennaio 1942, Tina muore da sola in un taxi,
forse per infarto, dopo aver trascorso la serata nella casa dell’architetto
Hannes Meyer, già direttore del Bauhaus. Le sue fotografie, esposte assieme
a quelle di Weston a Città del Messico nel 1923, a Guadalajara nel 1926,
e, in una personale, ancora a Città del Messico nel dicembre 1929, suscitarono
l’ammirazione di Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros, Carleton Beals
e altri artisti e intellettuali, che le dedicarono importanti recensioni
sulla stampa messicana. La sua ultima mostra si svolse, postuma, a Città
del Messico nel 1942.
Da un oblio durato trent’anni fu richiamata con una mostra allestita a
Udine nel 1973. Dopo di allora numerose furono le esposizioni delle sue
opere in tutto il mondo, e quasi altrettanto numerose le biografie, più
o meno romanzate. E così la bellissima figlia del meccanico di biciclette
Giuseppe Saltarini Modotti e della cucitrice Assunta Mondini,è diventata
la friulana più famosa nel mondo.

Tina Modotti in una foto “messicana” (Udine 16.8.1896
- Mexico City 6.1.1942).
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