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1496-1996
GIANFRANCESCO da TOLMEZZO
a Provesano
Testo di Vannes
Chiandotto
Fotografie di Pietro
De Rosa
Gli affreschi di Gianfrancesco Del Zotto, o da Tolmezzo, che si ammirano
nella Chiesa Parrocchiale di Provesano, hanno cinquecento anni. Anni portati
bene perché conservano la freschezza dei colori, la nitidezza dei disegni,
la poesia tutta del Tolmezzino, che, a Provesano, tocca il culmine e colloca
l'autore in un posto di preminenza nell'ambito della pittura friulana
del Quattrocento.
GLI AFFRESCHI
DI GIANFRANCESCO DA TOLMEZZO
1. Il pittore
Gianfrancesco del Zotto firmava le sue opere come "Giovanni Francesco
da Tolmezzo" e come tale è comunemente conosciuto. Poco si sa della sua
nascita, che potrebbe essere capitata intorno al 1450, ma non è comprovato
se avvenuta a Socchieve come alcuni sostengono o proprio a Tolmezzo come
gli piaceva scrivere sui dipinti. Pare più sicuro che il padre facesse
il sarto. Ben poco si conosce sulla sua formazione e la disputa tra gli
studiosi risulta piuttosto accesa se l'arte di Gianfrancesco appalesa
maggiori influssi dalla pittura "nordica" o meglio "carinziana" e quindi
vicina alla sua Carnia oppure più "veneta", ma altrettanto vicina ai suoi
luoghi di origine. Probabilmente hanno ragione i sostenitori di entrambi
le tesi, perché è verosimile che egli abbia appreso da tutti e due gli
ambienti, ma cercando di dare al tutto una personale rielaborazione che,
in molti casi, appare assai originale e di grande forza espressiva. È
certo che Gianfrancesco, pur provenendo dal medesimo mondo di molti pittori
e scultori dei Quattrocento che saranno identificati come "tolmezzini"
(Domenico, i due Nicolò e altri), riesce a imporre la sua personalità
in modo quasi del tutto autonomo rispetto agli artisti suoi conterranei
e contemporanei. Risale al 1482 la prima opera di Gianfrancesco documentata:
è un ciclo di affreschi nella chiesa di San Nicolò di Comelico, ma si
discute se gli affreschi di Barbeano risalgono alla stessa epoca o a qualche
anno dopo, ma sicuramente a prima del 1489. Seguono, poi, molte altre
opere, che spesso come usava all'epoca, ripetono raffigurazioni già dipinte
altrove (dati i limitati spostamenti delle persone pressoché nessuno si
accorgeva delle "repliche", ma la cosa allora poco importava). Oltre al
ciclo di Provesano e a quelli già citati, opere importanti di Gianfrancesco
da Tolmezzo sono collocate a Castel d'Aviano (dove "ricopia" smorzate
anche scene provesanesi), Santa Lucia di Budoia, Pordenone, Sclavons di
Cordenons, Vivaro, Forni di Sotto e di Sopra, Socchieve e in poche altre
località del Friuli e di paesi limitrofi in Veneto. Ma molte sue pitture,
specie quelle su tavola, risultano purtroppo distrutte o disperse. Avendo
lavorato soprattutto in Carnia e nella Destra Tagliamento, Gianfrancesco
è considerato un artista quasi esclusivamente "friulano". Il pittore dovrebbe
essere morto intorno al 1511, ma anche questa data è controversa, perché
si basa solo sul fatto che dopo tale anno non si rinvengono più tracce
di dipinti suoi. E, quindi, l'incertezza a dominare nella biografia di
quello che qualche studioso considera il massimo pittore del Quattrocento
friulano. In ogni caso Gianfrancesco - sia o non sia stato il maestro
come appare più probabile - anticipa felicemente il geniale ed irrequieto
Giovanni Antonio de' Sacchis detto il Pordenone la cui arte illumina i
primi decenni del Cinquecento in Friuli e in varie altre località italiane.
2. Significato
dei dipinti
Si è già affermato che le pitture di Gianfrancesco da Tolmezzo probabilmente
vengono effettuate al completamento della costruzione della vecchia chiesa
di Provesano. Colpisce subito la scelta del pittore di rappresentare la
Crocifissione, che si staglia grandiosa nella parte centrale dell'abside
e impressiona per la drammatica raffigurazione dell'evento. La scena sprigiona
una così forte emozione che sembra voler atterrire chi si sofferma a contemplarla.
Ma, appena distolto lo sguardo e si guarda l'insieme degli affreschi,
si ripercorre, nelle scene di minore dimensione che fanno da contorno
a quella principale, un po' tutta la terribile "Via Crucis" che Gesù dovette
affrontare ma per poi arrivare al momento più esaltante, quello della
Resurrezione, che per il credente costituisce il momento centrale e il
completamento della Rivelazione contenuta nelle sacre scritture. Il linguaggio
sconvolgente e a volte violento delle pitture vuole inoltre far capire
che per l'uomo, nonostante la sua fragilità, esiste sempre la possibilità
di raggiungere il Regno dei cieli e di sfuggire la dannazione eterna.
L'individuo - sembrano voler dire ancora i dipinti - ha a disposizione,
per conseguire la salvezza, oltre alla guida della Chiesa attraverso i
suoi pastori e i suoi "dottori", l'intercessione dei santi - come Sebastiano,
Rocco, effigiati da Gianfrancesco in tutta evidenza - che possono provvedere,
oltre che per le sue esigenze spirituali, anche per i suoi bisogni materiali
e per i suoi malanni fisici su questa terra. Il messaggio profondo che
proviene dagli affreschi di Gianfrancesco a Provesano è dunque rivolto
all'uomo che, pur con le sue gravi colpe, grazie alla fede, se vuole,
ottiene rimedio alle sue mancanze. E Gianfrancesco, forse, nei dipinti
di Provesano ha espresso altresì qualcosa d'altro. Pur non sapendo probabilmente
nulla dei grandi avvenimenti che il mondo in quegli anni si prepara a
conoscere - dalla scoperta dell'America alla divisione della cristianità
provocata dalla riforma protestante - egli è riuscito a intuire che sconvolgimenti
stanno approssimandosi. Perciò la tragedia della Passione simboleggia
il terrore di fronte alle novità che scardinano certezze e modi di vivere
secolari. Ma a questo deve seguire quanto può dare sicurezza, ossia i
valori perenni della fede cristiana. L'artista fa vedere così il dramma
della condizione umana e la maniera per superarlo. Si potrebbe allora
sostenere - parafrasando un celebre "pensiero" di Blaise Pascal' - che
con la sua sensibilità artistica Gianfrancesco è capace di esprimere ansie
e aspettative che sono già nell'animo dei suoi contemporanei, ma essi
non sono in grado di riconoscerle. Occorre appunto che qualcuno le espliciti
in formule facili. La sua pittura è, pertanto, lo strumento più efficace
per far comprendere immediatamente, ai semplici abitanti di Provesano
del XV secolo, concetti altrimenti incomprensibili. Allora i suoi affreschi
assurgono proprio a «vera Bibbia dei poveri», secondo la spiegazione di
mons. Arrigo Sedran e don Sisto Bortolussi in Parrocchia di Provesano-Cosa.
3. Descrizione
delle pitture
Cerchiamo, rapidamente, di descrivere il ciclo di affreschi di Gianfrancesco
a Provesano. La scelta di dipingere alle spalle dell'altare una Crocifissione
è ritenuta dalla critica d'arte «di vigore icastico ... impetuoso e prepotente»
(Marchetti), «di ampio respiro» (Bergamini), «acme espressiva del ciclo»
(Casadio), «assolutamente innovativa» (Dell'Agnese) per l'epoca e anche
uno dei motivi del tutto originali dei dipinti. Perché molte delle altre
scene della Passione che fanno da contorno alla Crocifissione appaiono
- come hanno rilevato gli studiosi - letteralmente copiate dai disegni
dell'incisore tedesco Martin Schongauer (1453-1491) e da quelli del monogrammista
conosciuto come I.A.M. di Zwolle. Nell'affrescare questi quadri, Gianfrancesco
si è limitato a ingentilire il disegno, a impostare e a inserire sapientemente
i colori, tutto il resto è una fedele riproduzione da disegni altrui (la
cosa - come è stato già osservato - allora avveniva piuttosto di frequente:
ancora il greco Isocrate ha avvertito che non è importante parlare "su
argomenti da nessuno affrontati prima, ma chi sa parlare come nessun altro
potrebbe ", perciò, nel caso di Gianfrancesco a Provesano, essenziale
diventa dipingere "come nessun altro potrebbe"). Nella spaziosa Crocifissione
colpiscono il volto sofferente ma sereno del Cristo, la cui figura sulla
croce domina l'intero quadro in un voluto rilievo che la normale prospettiva
non avrebbe consentito: è evidente che in tal modo il pittore intende
far capire immediatamente quale è l'aspetto centrale della storia illustrata.
Accanto a Gesù, ma spostati indietro, stanno i due ladroni: quello pentito
appare con il capo reclinato e sembra spirato tranquillamente mentre l'altro
è ancora in lotta con il demonio. Sotto, c'è lo strazio della Madonna
svenuta, soccorsa dalle pie donne, mentre l'insieme è popolato anche da
armigeri, gente a cavallo, soldati che ai dadi disputano le vesti del
Cristo, curiosi e altri. Sullo sfondo, fra i monti, compare la città di
Gerusalemme, dove la tragedia ha avuto svolgimento. E certamente una composizione
di potente impatto e con scorci di alta poesia, come qualcuno ha sottolineato.
Il genio di Gianfrancesco nella Crocifissione coglie una delle sue più
felici espressioni e qui nessuno finora ha potuto dire che sia tributario
ad altri di qualcosa. Appena sotto la Crocifissione Gianfrancesco ha dipinto
varie scene apocalittiche con diavoli, dannati, mostri e altre simili
figure, che evidentemente fanno pensare al destino che attende il peccatore
se non si converte. Oltre alla Crocifissione, il ciclo di affreschi di
Provesano presenta: nella fiancata destra dell'abside Gesù nell'orto,
l'ultima cena, la Cattura, Gesù davanti a Caifa e, alla base, ancora scene
apocalittiche; nella fiancata sinistra la Risurrezione, la Deposizione,
Gesù davanti a Pilato, la Flagellazione, l'Incontro con la Veronica e,
alla base, gli apostoli; nella volta e nel sottarco gotico figure di profeti,
di dottori della chiesa, di angeli, di sante e santi, fra i quali i veneratissimi
Sebastiano e Rocco occupano una ragguardevole posizione, forse perché
soddisfatto del lavoro compiuto, Gianfrancesco ha voluto fissare, con
la firma, anche il suo profilo nelle linee di un veloce autoritratto,
sopra il cui capo sta scritto: «Zuane Francesco D. Tolmezzo depenzeva...
mexe... 1496». Un'altra scritta sta sopra il cartiglio del grande affresco
raffigurante San Sebastiano: «Zuane Francesco/ D. Tolmezzo Depe/nzeva
sotto la Chura/ D... lo. D. Riame. D. La/ Tera del Titu 1496-AX'». Il
pittore si riferisce al fatto che il parroco di Provesano, un certo Giovanni,
sotto la cui cura gli affreschi vennero realizzati, era originario dalla
Basilicata, come risulta anche scritto sul fusto del fonte battesimale.
ALTRE OPERE
D'ARTE DELLA PARROCCHIALE
La chiesa di
Provesano, oltre agli affreschi di Gianfrancesco, raccoglie diverse opere
d'arte. L'acquasantiera, in pietra, è stata scolpita nel 1497 da Giovanni
Antonio da Carona, detto il Pilacorte. L'anno dopo lo stesso scultore
realizza il battistero (il Pilacorte per la chiesa fornisce anche un altorilievo
raffigurante l'Eterno Padre, ora collocato nella vicina canonica). Pietro
da San Vito ha rappresentato in un affresco del 1513 la Madonna e i santi
Rocco e Sebastiano, molto venerati - come già sottolineato - nei secoli
scorsi perché protettori dalle pestilenze e l'opera venne commissionata
al pittore proprio per questa ragione, come egli stesso registrò firmandola.
Probabilmente alla fine del Seicento risale l'odierno altare con elegante
tabernacolo. È un manufatto barocco, rivestito nella parte anteriore di
marmo policromo. Le statue in pietra, di ignoto scultore del Settecento,
raffiguranti il patrono San Leonardo e Sant'Andrea apostolo, originariamente
all'altare maggiore, poi addossate alla facciata, sono ora ritrasportate
nella chiesa, in una cappella laterale. C'è una pala riportante i santi
Floreano, Rocco e Sebastiano, dipinta nel 1846 dal pittore veneziano Fortunato
Luigi Bello. Si contano così nella chiesa di Provesano ben tre diverse
immagini dei santi Sebastiano e Rocco, evidentemente la peste mieteva
moltissime vittime e non ci si stancava di invocarli (e raffigurarli).
In un altare laterale, è collocato il gruppo ligneo della Madonna di Lourdes
con Santa Bernadetta inginocchiata, scolpito, negli anni Trenta dell'attuale
secolo, da Giuseppe Scalambrin coadiuvato dal figlio Amilcare. Le stazioni,
in rame, della Via Crucis sono un lavoro di Pierino Sam (1972).
BREVE STORIA
DI PROVESANO
I dintorni dell'odierna
Provesano risultano abitati fin dalla preistoria: verso Gradisca di Spilimbergo
sono stati rinvenuti i resti di un castelliere. Ma forse è solo nell'epoca
romana che l'area viene popolata stabilmente. Infatti, Provesano è un
toponimo di origine latina, che dovrebbe significare "podere di Probus
o Publicius". Nei documenti risulta, però, citato solo dal 1140 e poi
nel 1177 in atti concernenti vescovi di Concordia, sotto la cui giurisdizione
spirituale rimane sempre unito tramite l'antica pieve di San Giorgio detta
un tempo "di Cosa" poi "della Richinvelda". Da questa Provesano, comprendente
allora anche Gradisca, si distacca - costituendosi in parrocchia - prima
del 1392 (anche se una certa supremazia viene mantenuta dalla chiesa matrice
ancora per vario tempo). Provesano, come molta parte del territorio circostante,
civilmente è dipeso dai conti di Spilimbergo e nei loro documenti compare
in atti di divisione dal 1244. Tale situazione rimane pressoché inalterata
anche quando nel 1420 la Repubblica di Venezia si impossessa del Friuli,
assoggettato fino allora al patriarca di Aquileia. Agli inizi del XVI
secolo viene istituita a Provesano la Confraternita dei Battuti il cui
statuto ottiene l'approvazione vescovile. Nel succedersi dei secoli anche
a Provesano capitano varie calamità: nel 1478 scorrerie di turchi, nel
1623 persino un'invasione di lupi che ammazzano due persone e ne feriscono
tre e nel 1631 epidemie coleriche. Grossi perturbamenti sociali e civili
accadono con l'arrivo di Napoleone, che, nel marzo 1797, si scontra con
gli austriaci nella brughiera del vicino Tagliamento. In quell'anno finiscono,
con il dominio della Serenissima, le giurisdizioni feudali. In seguito
si istituiscono le nuove municipalità e anche a Provesano, regnante Napoleone,
ne viene nominata in qualche modo una. L'Austria, quando vi subentra,
aggrega inizialmente Provesano al comune di Barbeano, ma soppresso anche
questo, lo include, dal 1819, nel comune di Spilimbergo. Pure tale circoscrizione
amministrativa non rimane ferma, perché, attuata ormai l'unificazione
del Friuli al Regno d'Italia, Provesano chiede di dividersi da Spilimbergo
per ottenere migliori servizi pubblici. Così, dal 14 ottobre 1871, diventa
una frazione del comune di San Giorgio della Richinvelda che conta già,
oltre al capoluogo, i paesi di Domanins, Rauscedo, Aurava, Pozzo e Cosa.
Intanto, dopo secolari contese, anche la parrocchia di Provesano nel 1858
conosce la separazione di Gradisca eretta in curazia (elevata, esattamente
un secolo dopo, a parrocchia). Nel 1879 si realizza il ponte sul Cosa
tra Provesano e Gradisca, in modo che per andare verso Spilimbergo non
bisogna più attraversare il guado. Un ulteriore miglioramento nei collegamenti
si ha nel 1893 con l'avvio della ferrovia da Casarsa a Spilimbergo che
ha una stazione pure nella frazione. Provesano segnala lutti, distruzioni
e un massiccio esodo degli abitanti durante le giornate della rotta di
Caporetto nel 1917 e l'invasione austro-tedesca. Il paese subisce danni
anche dal ciclone che nel 1919 devasta Domanins e San Giorgio della Richinvelda
e dai bombardamenti, nel 1944-45, durante il secondo conflitto mondiale.
Sotto l'aspetto ecclesiastico un importante cambiamento interviene dall'1
marzo 1987 con l'unione delle due comunità confinanti costituenti la nuova
parrocchia di Provesano-Cosa dal titolo di San Leonardo e San Tommaso
Apostolo.
CHIESA PARROCCHIALE
DI SAN LEONARDO
Dedicato a San
Leonardo, l'edificio sacro, probabilmente innalzato su una precedente
chiesa, risale alla fine del XV secolo. Nel 1494, durante il "placito
di cristianità" nella pieve di San Giorgio - una sorta di assemblea pubblica
per esaminare la condizione dei benefici ecclesiastici e dei loro preposti
-, gli inviati del capitolo concordiese ispezionano la chiesa e chiedono
ai capifamiglia di Provesano di affrettarne il completamento, che avviene
in quello stesso anno o poco successivamente. Due anni dopo l'abside risulta
affrescata da Gianfrancesco da Tolmezzo. Si potrebbe perciò quasi ipotizzare
che i dipinti di Gianirancesco intervengono a suggellare nel miglior modo
l'apertura al culto o quanto meno la fine dei lavori di costruzione della
nuova parrocchiale. E, se le cose andarono così, l'«inaugurazione» con
dipinti tanto imponenti non poteva essere più indovinata. Nei secoli successivi,
la chiesa subisce vari rimaneggiamenti. L'intervento più radicale viene
effettuato nel 1828 dal parroco Mattia Sabbadini che fece assumere al
tempio le attuali linee neoclassiche. L'ampliamento della costruzione,
che fortunatamente salva l'abside affrescata, è determinato dall'accresciuta
popolazione che assiste alle funzioni religiose. Un altro riatto alla
chiesa diventa necessario dopo il terremoto del 1976. Un tempo attorno
alla parrocchiale stava il piccolo cimitero del paese. L'area adesso è
un prato racchiuso da un muretto con tre aperture. Una conduce al cortile
della canonica, mentre le altre due immettono nella spaziosa tipica piazza
di paese friulano che Provesano tuttora conserva: la principale, abbellita
da pilastrini, è posta davanti all'ingresso della chiesa e la più piccola,
segnata da pinnacoli, sta nei pressi del campanile.
IL CAMPANILE
Costruito nei
primi decenni del secolo scorso, quando la chiesa viene profondamente
rimaneggiata, il campanile di Provesano è alto circa 25 metri (secondo
la tradizione locale dovrebbe avere, invece, la stessa misura - 27 metri
- della profondità del pozzo che riforniva il paese). Le campane vennero
rifatte due volte in questo secolo: nel 1922 dopo l'asportazione degli
austro-tedeschi durante l'invasione 1917-18 e nel 1985 per necessità di
restauro che costrinse a rifonderle.
Vannes Chiandotto
TESTO: Vannes
Chiandotto
FOTOGRAFIA: Pietro De Rosa
DIDASCALIE: sac. Sisto Bortolussi
DISEGNI: Stefano Zozzolotto
IMPOSTAZIONE GRAFICA: Studio De Rosa - Spilimbergo (Pn)
Stampato nel mese di novembre 1996 da GRAFICHE TIELLE - Sequals (Pn)
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