Orietta Moretti

 

Ricerca sulle interferenze linguistiche
nella competenza di parlanti bilingui di
francese e friulano

 

 

 


Premessa


Nel 1996 mi è stato proposto dalla professoressa Rizzolatti, docente di lingua e letteratura friulana all’Università di Udine, l’argomento di quella che speravo diventasse la mia tesi di laurea: una ricerca sulle possibili interferenze linguistiche che si verificano nella competenza di parlanti bilingui di francese e friulano.

L’esperienza personale, infatti, mi aveva portato ad ascoltare le conversazioni degli emigranti friulani che rientravano durante le ferie in Friuli ed era interessante constatare come alcuni termini francesi avessero influenzato il lessico dei parlanti friulani tanto da diventarne parte integrante.

Era questa una prima base di partenza di una osservazione linguistica che volentieri avrei sviluppato in direzione fonetica, morfologica e lessicale.

L’intento è infatti di scoprire le interferenze sul friulano di un’altra lingua latina, in questo caso il francese, considerata come lingua modello, ed evidenziare le conseguenze del suo utilizzo sulla lingua originaria (o lingua “madre”).


Un primo problema che si è presentato è stato la ricerca del campione di parlanti da sottoporre ad indagine linguistica.

D’accordo con la professoressa Rizzolatti, abbiamo pensato di scegliere come campione un gruppo di friulani rientrati dalla Francia dopo anni di emigrazione. Ma a questo punto si presentava un secondo problema, cioè individuare la zona di provenienza degli informatori.

Per motivi personali (essendo nata a Spilimbergo e originaria da parte di padre della frazione di Gradisca) e per ovvie ragioni di opportunità (in quanto era necessario trovare un campione omogeneo e limitato, geograficamente e linguisticamente), ho scelto il comune di Spilimbergo e sue frazioni per svolgere le mie indagini, in quanto zona di forte emigrazione diretta appunto verso la Francia.

A questo punto si trattava solo di scegliere una data post quem per individuare poi

gli informatori, un periodo a partire dal quale collocare i rientri dalla Francia. Qui abbiamo preso in considerazione eventuali motivi personali che avevano condizionato un forte flusso di rientri. Il 1976 (anno del terremoto in Friuli) è stato quindi considerato come buon punto di partenza per stabilire una data dopo il secondo conflitto mondiale per il rientro definitivo in patria. A partire da questa data, quindi, sono stati selezionati i nomi dei friulani rientrati in Italia dopo un periodo trascorso in Francia, residenti nel comune di Spilimbergo e sue frazioni (Tauriano, Barbeano, Gradisca, Vacile, Istrago, Gaio, Baseglia).


La collaborazioni degli impeigati dell’ufficio anagrafe ed emigrazione del Comune mi ha in breve tempo consentito di disporre di una lunga lista di potenziali informatori .Dal gruppo originario di 108 persone, attraverso le opportune scremature si è giunti infine alla selezione di un gruppo di 14 persone che corrispondevano alle necessità dell’inchiesta.

All’inizio il campione avrebbe dovuto essere abbastanza composito, includendo sia donne che uomini di diverse età, appunto per avere un insieme abbastanza vario di registri linguistici e di disporre di un congruo numero di variabili che rispondessero ai requisiti necessari (tra le quali appunto il sesso e l’età).

Gli informatori contattati so sono mostrati molto diffidenti e questo non ha permesso di ottenere l’insieme vario che ci si aspettava. Gli intervistati hanno tutti superato i 50 anni; molti dei quali trascorsi all’estero (a volte qualche decina). Nella lista degli informatori si nota un relativo equilibrio nel numero di donne e uomini.


L’intervista è composita e propone innanzitutto una serie di domande sulle vicende personali riguardanti essenzialmente il genere di vita trascorsa all’estero; questa prima parte non è sorretta da un vero e proprio questionario. Si è provveduto a guidare, ponendo alcune domande, la conversazione con l’informatore. Un punto molto importatne in cui si è tentato di provocare una riflessione autovalutativa circa la competenza linguistica ha consentito di raccogliere dati di metalinguistica1: la competenza linguistica della lingua straniera (scritta, letta, ecc.), il suo uso orale (al lavoro, in famiglia, ecc.) e nei contatti personali con altri emigranti. La redazione della “batteria” di test ha richiesto un lungo tempo di preparazione.

Una seconda parte del test riguarda gli aspetti fonetici e infine il terzo momento consiste nella morfologia del friulano.

Il test è piuttosto lungo, ma grazie alla paziente collaborazione degli informatori che durante tutta l’estate del 1996 sono stati a mia disposizione, sono riuscita a portarlo a termine con soddisfazione, raccogliendo dati importanti su di un campione di 14 persone. Fin dal primo contatto con gli informatori ho riscontrato proprio al momento delle risposte una sovrapposizione dei registri linguistici e lo scambio frequente di termini in francese con altri friulani. Questo risultato, d’altra parte, è comprensibile quando si pensi che gli emigrati in questione hanno vissuto all’estero per circa 30 anni o anche più! Tutti i dati raccolti, ovviamente, sono stati opportunamente registrati affinché più chiara risultasse la comprensione di particolarità fonetiche che potevano essere sfuggite all’atto dell’inchiesta.

Un particolare ringraziamento va alle 14 persone che ho incontrato per la disponibilità e perché mi hanno fornito materiale importante per la tesi ma anche ulteriori spunti di ricerca. Resisi conto della semplicità delle mie richieste (ho prodotto infatti un questionario abbastanza agile), sono stati tutti gentili con me e si sono divertiti a rispondere alle mie domande. Credo, infine, che per i miei gentili informatori sia stato motivo di orgoglio raccontare la vita passata all’estero e i sacrifici sopportati in un paese straniero lontani dalle famiglie di origine. E’ infatti quasi proverbiale l’attaccamento alla casa e al proprio paese per i friulani e gli anni di emigrazione sono stati sopportati proprio in vista di un ritorno per “mettere radici” e finalmente godere il frutto di questi stessi sacrifici.

Per gentile concessione degli emigranti, è stato inoltre possibile pubblicare il loro nome e cognome. Inoltre, la breve biografia contiene date e luoghi che sono quelli propri delle vicende di ogni singolo informatore. Per la disponibilità dimostrata esprimo a tutti loro il mio caloroso ringraziamento.







Introduzione alla ricerca



Presentazione

“Un aspetto dell’indagine sociolinguistica è la convivenza di più parlate in uno stesso territorio. Un errore che si è spesso fatto è studiare le lingue dell’informatore a compartimenti stagni, non incrociando le diverse parlate dello stesso parlante”; così ancora nel 1974 si esprimeva Giuseppe Francescato durante un intervento tenuto a Napoli al XIV Congresso Internazionale di Linguistica e Filologia Romanza.



Attraverso le interviste condotte nel 1996 su di un campione di persone emigrate all’estero (si tratta soprattutto di emigranti friulani del comune di Spilimbergo e frazioni vissuti in Francia per un certo periodo e poi rientrati in patria a partire dal 1976), la tesi si è proposta di raccogliere dei dati significativi relativamente al tipo friulano di quell’area, ai rapporti che interagiscono tra i diversi codici presenti in una zona specifica oggetto dell’inchiesta, e cioè Spilimbergo e sue frazioni. Bisogna peraltro sottolineare che in quest’area particolare, come in tutta quella nelle immediate vicinanze del fiume Tagliamento, si riscontrano particolari fenomeni di interferenza che procedono in duplice direzione verso il Veneto ma anche verso il friulano più propriamente “centrale”, con le sue particolarità linguistiche, fonetiche e morfologiche che saranno illustrate più avanti.

Preme qui ricordare che è stato preso in considerazione il repertorio dei codici posseduti dagli informatori: “... due o più lingue si diranno in contatto se sono usate alternativamente dalle stesse persone. Il luogo del contatto è quindi costituito dagli individui che usano le lingue”.2

“Chiameremo bilinguismo la pratica dell’uso alternativo di due lingue, e bilingui le persone interessate. Indicheremo con il nome di fenomeni di interferenza quegli esempi di deviazione dalle norme dell’una e dell’altra lingua che compaiono nel discorso del bilingue come risultato della loro familiarità con più di una lingua, cioè come risultato di un contatto linguistico. Sono appunto questi fenomeni del discorso e il loro influsso sulle norme dell’una o dell’altra lingua esposta al contatto a sollecitare l’interesse del linguista. In particolare non si tratta solo del rapporto tra diversi registri linguistici, ma del modo di parlare di una persona che varia in base a numerosissimi altri fattori che sono detti extralinguistici, indipendenti quindi dalle differenze strutturali delle lingue”3.


Non dobbiamo infatti dimenticare che la lingua è veicolo di comunicazione e mezzo per esprimersi ed entrare in contatto con altre persone; inoltre, risultano evidenti le influenze subite dalla lingua cosiddetta “madre” a partire dalla lingua “appresa”.

Non sono comunque esclusi qui i fenomeni di diglossia e bilinguismo, dove per il primo termine si intende l’utilizzo di un particolare registro linguistico a seconda di determinate circostanze, mentre con il termine bilinguismo, si deve intendere la padronanza e la capacità di un parlante di utilizzare indifferentemente una lingua o l’altra.


Area dell’inchiesta

Nella nostra inchiesta si è preso in considerazione:

1- il friulano della zona di transizione del Medio-Tagliamento (che appartiene alle parlate del Friulano Occidentale d’oltre Tagliamento). Nel caso specifico, si tratta del friulano parlato nel comune di Spilimbergo e sue frazioni. Quest’area, dove sono state condotte le inchieste, è caratterizzata da tratti del Friulano Occidentale (es. vocale -a finale), ma anche da fenomeni di tipo centrale (es. tendenza a trasformare i dittonghi in monottonghi, cioè vocali allungate - neif > ne:f - ).

2 - il veneto, la cui immagine arriva anche in questa zona seppur in modo limitato. Come in tutta la fascia della Destra Tagliamento, l’influenza del Veneto è più sensibile a mano a mano che ci si avvicina al confine geografico delle due regioni. Inoltre, anche un aspetto strettamente sociale, come il pendolarismo industriale nelle zone di Pordenone e limitrofe (dove il dialetto veneto ha una parte rilevante nella comunicazione), ha sicuramente influito sulla parlata locale. Il veneto ha toccato solo marginalmente il repertorio linguistico degli emigranti, per cui al fine dell’inchiesta verranno sottolienati solo i casi di interferenza più evidenti.

3 - L’italiano, inteso come lingua standard della scolarizzazione;

4 - il francese. In questo caso se si dovesse creare una classifica relativamente al maggiore o minore utilizzo (lingua minor o lingua major)4, il francese risulterebbe senz’altro al secondo posto dopo il friulano. Questo è facilmente comprensibile quanto si pensi che, per gli interlocutori, la permanenza all’estero si è protratta in tutti i casi per oltre i 10 anni (in modo continuativo ad eccezione dei rientri temporanei in patria in occasioni particolari).

Per questo motivo si può affermare che per il gruppo qui preso in considerazione la lingua appresa in Francia può senz’altro essere considerata come la seconda lingua. Si noti ad esempio il fatto che, durante lo svolgimento del test linguistico per la competenza passiva, la traduzione dei termini veniva più liberamente eseguita in francese piuttosto che in italiano.

Va qui sottolineato che gli informatori sono cresciuti con genitori che dialogavano in friulano, vivevano in un ambiente contadino (nella maggior parte dei casi), dove il radicamento del dialetto era molto forte. Alcuni di loro hanno avuto modo di frequentare solo pochi anni di scuola (verosimilmente solo le scuole elementari e, a volte, il ciclo non è stato completato).

Il “dialetto” friulano della zona specifica di Spilimbergo assume il ruolo di lingua madre rispetto all’italiano, mentre l’italiano conosce solo un ruolo marginale.


Se il friulano è certamente una lingua parlata quotidianamente dagli informatori (e quindi il carattere di oralità richiesto ad un lingua sarebbe soddisfatto), non si può invece affermare che svolga anchela funzine di lingua scritta. Si può affermare infatti, con una certa sicurezza, che gli intervistati non sono in grado di scrivere nella lingua “friulana” e nemmeno di leggerla (forse solo un 10% del totale lo sa fare, ma con difficoltà).

Resta comunque il fatto che nemmeno l’italiano è ben conosciuto, anzi: si assiste al fenomeno inverso. Se, grazie ai giornali e alla televisione l’italiano è ovviamente compreso a livello di conversazione non esiste la stessa padronanza a livello di scrittura.

Si può affermare invece che per tutti i livelli di comunicazione orale (dai servizi pubblici al negozio di alimentari) l’unico veicolo di comunicazione è il friulano (chiaramente nell’ambito del territorio regionale!).

L’italiano che è stato la lingua della scolarizzazione è stato abbandonato (ma non certo dimenticato) e si utilizza solo ed esclusivamente il friulano. Questa è la situazione dal punto di vista della diglossia per tutti i 14 intervistati.


Se l’italiano è stato abbandonato, il francese lo ha sostituito per ambiti e funzioni. Infatti al momento dell’arrivo in Francia, per l’emigrante era assoluta necessità imparare il Francese, per entrare subito in contatto con la popolazione locale ma anche e soprattutto per cercare lavoro. Scopo primo di tutti i nostri emigranti era quello di trovare un lavoro per sopperire alla sua mancanza in patria e per mantenere la famiglia. A questo punto è chiaro che ci si inoltra in un discorso strettamente sociale, dove le vicende personali dei singoli lavoratori e delle loro famiglie fanno da sfondo alle storie di tutti gli emigrati italiani all’estero. E’ comunque chiaro che, per uno studio linguistico non si può assolutamente prescindere da uno studio a livello sociale in quanto i due campi sono strettamente collegati. E’ da questo momento che si passa all’analisi cosiddetta sociolinguistica, dove lingua e società si compenetrano tra di loro. Tra l’altro, da un intervento di G. Francescato, a proposito del problema dell’indagine linguistica e sociale, lo studioso avverte che “... possono essere due inchieste distinte, svolte da persone diverse, ma le due sfere di indagine si incontreranno inevitabilmente e le conclusioni probabilmente saranno date dall’incrocio tra i due lavori. Ma il linguista non deve confondersi con il sociologo e viceversa. I due campi in cui operano sono diversi”5.


Bisogna comunque considerare che i dati raccolti si basano sul racconto diretto degli informatori e che possono essere meglio individuati nei “profili degli intervistati”, dove per ogni persona si è cercato di riassumere quanto più fedelmente possibile, le esperienze di vita che dagli stessi sono state, orgogliosamente, riferite.



Esperienze dell’inchiesta

Le prime interviste si sono svolte a partire dall’estate del 1996, ma prima di arrivare all’approccio diretto con gli emigranti, è stato necessario trovare un campione omogeneo che corrispondesse alle caratteristiche prefisse.

Il primo passo, stabilito l’argomento da trattare, è stato quello di individuare un’area del Friuli in cui fosse più facile trovare una concentrazione consistente di emigranti di rientro dalla Francia. Come già premesso6, la ricerca era già orientata verso il comune di Spilimbergo, per motivi personali legati all’origine della scrivente. Tale direzione si è poi dimostrata adatta anche allo scopo della ricerca linguistica in questione, per la presenza di una forte concentrazione di emigranti rientrati proprio dalla Francia. Quindi, una volta stabilita l’area di ricerca, è stato necessario ottenere la lista di tutte le persone rientrate dalla Francia da circa venti anni (l’inchiesta è stata svolta nel 1996), a partire cioè dalla data funesta che per i friulani rappresenta uno spartiacque nelle loro vicende di vita. Ci si riferisce qui al 1976, anno del terremoto in Friuli. Anche questa data non è stata scelta a caso, proprio perché, verosimilmente, si ipotizza che il flusso di rientro sia stato più consistente proprio a partire da questo momento7.

La lista8 inizialmente comprendeva 108 nomi di emigranti rientrati dalla Francia. A questo punto, però, era necessario verificare che queste persone rispondessero a tutti i requisiti necessari al fine dell’inchiesta. Per tale motivo, è stata predisposta una serie di parametri entro i quali circoscrivere gli informatori. In un secondo momento attraverso un primo contatto telefonico ho verificato la reale adesione dei parlanti ai parametri stabiliti.

Già con queste telefonate si è potuta operare una prima scrematura: si è chiesto a ciascuno dei nominativi inclusi nella lista se fossero originari di Spilimbergo (o comunque di sue frazioni) in quanto l’inchiesta prevedeva lo studio di eventuali interferenze linguistiche sul friulano di quest’area. Pertanto, sono state escluse le persone provenienti da altre aree del Friuli ma poi trasferitesi in questa zona, per esempio dopo aver contratto matrimonio.9 Inoltre, è stato richiesto di precisare la durata del periodo di permanenza all’estero (sono stati esclusi i lavoratori stagionali), e il grado di competenza nella lingua appresa, vale a dire il francese, per assicurarsi che ci fosse almeno una piccola possibilità all’interferenza .

Già dopo queste domande, è stato possibile operare una prima scrematura e, dall’originaria lista comprendente ben 108 nomi, alla fine il campione si è ridotto a 14 persone che, in base alle informazioni raccolte, poteva rispondere alle esigenze dell’inchiesta.

 


Profili degli intervistati


SIGNORA MARIA BATTISTELLA

La prima persona incontrata durante la mia inchiesta linguistica è stata la signora Maria Battistella.

Nata nel 1931, è sempre vissuta a Barbeano, frazione di Spilimbergo, eccetto per un periodo di 15 anni in cui si è trasferita all’estero. Infatti la sig. Battistella ha conosciuto il marito , anche lui di Barbeano, in paese durante uno dei suoi rientri periodici dalla Francia dove il sig. Battistella lavorava come muratore. Sposati in Italia, la signora ha quindi seguito il marito fino a St-Etienne, nei pressi di Lione, partendo il 18 agosto del 1960 e rientrando per brevi periodi estivi a trovare i familiari fino al rientro definitivo nel gennaio 1976. I signori Battistella hanno avuto tre figli, di cui i primi 2 sono rimasti in Francia dove hanno costruito una famiglia, mentre l’ultima figlia abita con loro a Barbeano. I primi approcci della sig. Battistella con il francese sono stati piuttosto difficili, visto che non sapeva assolutamente nulla di questa lingua. Attraverso la televisione e, soprattutto, lavorando in un bar a contatto con la gente di St-Etienne, ha dovuto imparate la lingua anche se, ammette ha impiegato parecchio tempo. Poi, però, con la nascita dei figli, la sig. Battistella ha smesso di lavorare. L’utilizzo del francese era riservato perciò solo ai contatti con altri francesi e nei luoghi pubblici. Il friulano era invece usato in tutte le altre occasioni; all’interno della famiglia sia con il marito che con i figli, sebbene questi frequentassero le scuole francesi. A volte perciò si parlava sia il friulano che il francese, ma la signora confessa che la preferenzaenza era per il friulano.

Poteva addirittura capitare che i figli parlassero francese e i genitori rispondessero in friulano.

La sig. Battistella comunque confessa che usava il francese il meno possibile: con il marito parlava il friulano e anche fuori casa, visto che c’era una comunità abbastanza numerosa di friulani a St-Etienne per cui i rapporti con questi emigranti erano molto stretti.

La competenza linguistica francese della signora Battistella è quindi limitata all’uso parlato della lingua. Non sa scriverlo e tantomemo leggerlo e non si sente comunque “ diversa” dagli altri friulanofoni di Barbeano, visto che, come già detto, il friulano come lingua parlata non è mai stato abbandonato. La sig. Battistella ritiene perciò che siano poche le differenze tra il suo friulano e quello dei compaesani non emigrati. Inoltre ammette che per lei era un motivo di conservazione quello di utilizzare la lingua del proprio paese all’estero, perché costituiva un momento di ritrovo con i connazionali e un’esclusione di coloro che non appartenevano alla stessa comunità.




FAM. MARIO ZANNIER E PASQUA RIZZOTTI


I coniugi Zannier abitano a Barbeano ed hanno vissuto in Francia insieme per 19 anni a Parigi, ma prima di conoscersi e sposarsi le loro storie “linguistiche” erano ben diverse. Il sig. Zannier , nato nel 1937, è emigrato a Parigi nel giugno del 1958 all’età di 21 anni, come muratore e successivamente è diventato impiegato edile avendo frequentato la scuola di mosaicista in Italia, nell’impresa per la quale lavorava.

La sig. Zannier invece ha avuto un diverso tipo di esperienza . Nata nel 1943 in Italia, nel 1949 si trasferiva in Francia, a Gèrardmer (regione della Lorena), insieme con i genitori ( il padre era muratore).

Nel 1956 rientrava a Barbeano per un breve periodo. Infatti, dopo 2 anni, nel 1958, all’età di 15 anni, tornava in Francia con la famiglia e trovava lavoro come operaia in fabbrica. Poi, salvo brevi periodi di ferie estive in cui rientrava in Friuli e per le nozze con il sig. Mario celebrate a Barbeano, non ha fatto più ritorno in patria fino al 1977.

Conosciutisi in Francia, a Parigi, si sono sposasti in Italia per poi tornare a vivere a Parigi. Insieme hanno avuto una figlia, nata nel 1968, che ha frequentato le scuole francesi fino alla nostra 3° elementare.

La sig. Zannier ha frequentato le scuole in Francia fino alla 5° elementare per cui sa leggere e scrivere il francese e, per la sua emigrazione in Francia fin da bambina, quando tornava a Barbeano tutti la consideravano una francese. D’altra parte la sig. usava correntemente il francese nel luogo di lavoro visto che non c’erano altri italiani. In famiglia invece usava sempre il friulano sia quando viveva ancora con i genitori che da sposata. Usava invece alternativamente il friulano e il francese fuori dal luogo di lavoro con altri connazionali a seconda delle circostanze. Il sig. Zannier ammette invece di avere una minor padronanza della lingua visto che la sa parlare e leggere correttamente ma non sa scriverla. Nel luogo di lavoro usava sia l’italiano (c’erano infatti anche muratori provenienti da altre zone d’Italia) che il friulano e il francese.

In ogni caso, se si incontrava con altri friulani nel lavoro o al di fuori di questo, la preferenza era riservata al friulano.

Entrambi i coniugi hanno utilizzato il francese con la figlia perché frequentava le scuole in Francia; poi, al rientro, hanno usato il friulano.

Se la sig. Zannier era considerata anche in Francia un francese a tutti gli effetti, il sig. Mario confessa che si sentiva un po’ penalizzato per il fatto di non essere francese, soprattutto nei rapporti extra-lavorativi con altri francesi. Mi è parso capire che si trattava di una sensazione di esclusione piuttosto che di emarginazione.



FAMIGLIA DOMENICO USTINO E ELSA LIVA


Il sig. Domenico Ustino e sua moglie Elsa abitano a Barbeano ed hanno rispettivamente 76 e70 anni. Il sig. Ustino è stato emigrante in Francia per 35 anni in 3 posti diversi dal Nord al Sud del paese: Seine-sur-mer (dipartimento della Var, presso Marsiglia); Tully (dip. della Somme, Manica); Fumay (dip. delle Ardenne).

Partito dall’Italia il 17 novembre 1947, ha svolto sempre l’attività di operaio di fonderia e, dopo 36 anni, è rientrato a Barbeano nel 1983.

Ha conosciuto la moglie a Barbeano durante uno dei suoi rientri per le ferie estive; si sono sposati e poi lei nel 1949 ha seguito il marito a Tully. Qui Elsa ha svolto per un certo periodo l’attività di domestica presso le famiglie del luogo prima di dedicarsi completamente alla famiglia. Anche lei è rientrata con il marito nel 1983 dopo 34 anni di emigrazione. Entrambi confessano però che avrebbero preferito rimanere in Francia, ma la figlia si è accasata qui in Italia e quindi hanno deciso seguirla.

Anche se entrambi nativi di Barbeano e con una completa competenza del friulano, i signori Ustino hanno quasi sempre usato il francese mentre si trovavano all’estero.

La sig. Elsa ha imparato la lingua per necessità lavorative, dovendo venire a contatto con famiglie francesi mentre il sig. Domenico ammette di aver imparato il francese sul luogo di lavoro anche se c’erano altri italiani; inoltre adoperava il francese al lavoro, fuori dal lavoro e in ambito familiare sia con la moglie che con la figlia. Il sig. Ustino ha una perfetta padronanza del francese sia parlato che scritto, mentre la sig. Elsa non sa scriverlo. In ogni caso loro si sentivano perfettamente integrati nei vari paesi dove hanno abitato e al loro rientro non hanno avuto difficoltà a reinserirsi nel paese e a riutilizzare il friulano che è pur sempre la loro prima lingua. Durante l’inchiesta, però, quando parlavano tra loro, usavano il francese.






SIGNORA GINETTE HAGLON IN CEDOLIN


La signora Haglon Ginette vive a Barbeano con il marito, sig. Cedolin originario del luogo, mentre lei è nata in Francia a Lisieux (Normandia) e in Francia ha sempre abitato fino al 1985, anno del suo rientro con il marito a parte brevi periodi di viaggi in Italia per rendere visita alla famiglia del Sig. Cedolin. Il marito è emigrato in Francia nel 1947 ed è andato a lavorare come muratore a Gèrardmer fino al 1952.

Durante le ferie a St-Malo ha conosciuto la sig. Ginette che qui passava la stagione estiva lavorando in un albergo. Nel 1956 si sono sposati a Parigi e lì hanno abitato fino al 1985 quando sono rientrati definitivamente. Subito dopo le nozze , la sig. Ginette ha lavorato presso famiglie come domestica e, a 45 anni, dopo la nascita di 3 figli, ha frequentato dei corsi di ragioneria ed è stata poi assunta presso la prefettura di polizia di Parigi. La sua competenza francese è completa, essendo di madrelingua, mentre dice di aver imparato l’italiano per caso e il friulano per forza, visto che la famiglia del marito si esprimeva solo in friulano. Peraltro dove lavorava lei non c’erano altri italiani per cui non ha mai praticato questa lingua. Ha una sufficiente competenza attiva e passiva del friulano: dice di capirlo tutto ma quando parla mescola elementi delle 2 lingue; in ogni caso si fa capire. Da notare che sa leggere il friulano e con il marito si esprime in francese.

Il caso appena presentato si distingue in quanto si tratta, in questo caso, di una francofona che ha imparato il friulano. Ginette è emigrata dalla Francia per vivere assieme al marito a Barbeano ma, nonostante i loro dialoghi si svolgano in francese, per le comuni comuni conversazioni “paesane” (anche solo con i vicini), la signora ha dovuto adattarsi ed imparare il friulano. E’ certo che non ha una estesa padronanza della lingua, ma riesce comunque ad esprimersi in modo piuttosto sciolto.






SIGNORA EDDA MONACO IN MAZZON


La Sig.ra Mazzon abita a Spilimbergo con il figlio, nato in Francia e rientrato insieme ai genitori nel 1980. Tra madre e figlio la lingua comunemente usata nella conversazione è il francese. Nata nel 1932 a Carpacco, la Sig.ra Mazzon ha trascorso 25 anni in Francia, dagli inizi del 1956 fino al 1980 a Chatillon-sur-Bagneau, a circa 4 km da Parigi, occupandosi della famiglia.

Sposata in Italia con uno spilimberghese, la Sig.ra Mazzon è poi partita con il marito per la Francia dalla quale è rientrata ogni anno ad agosto per le ferie estive.

L’intervistata ha una perfetta padronanza del francese parlato e letto, ma non altrettanta nello scritto. Quando abitava in Francia, con il marito parlava friulano mentre con i figli usava (e usa tuttora) il francese.

In ogni caso, le risposte della Sig.ra Mazzon al questionario rivelano chiaramente la sua origine: infatti la varietà di friulano da lei parlato è quello centrale e non quello proprio di Spilimbergo.

 

 

FAM. VITTORIO BONIN E MARGHERITA FELTRIN


I coniugi Bonin abitano a Vacile, frazione di Spilimbergo, dal 1989, anno del loro rientro dalla Francia dopo parecchi anni di emigrazione.

Il Sig. Bonin Vittorio, nato nel 1928 e originario di Vacile, è partito nel 1950 a soli 22 anni, per la città di Le Havre, nell’estremo nord della Francia, svolgendo l’attività di mosaicista-capo cantiere.

Durante uno dei suoi rari rientri in Italia ha conosciuta la Sig.ra Margherita a Vacile e si sono sposati nel 1953.

Nel 1954 si trasferivano entrambi in Francia, nei pressi di Parigi dove il Sig. Bonin continuava a lavorare come mosaicista, mentre la moglie lavorava presso le famiglie del luogo facendo pulizie. In Francia hanno avuto 2 figlie di cui una è rimasta all’estero mentre l’altra si è sposata a Spilimbergo.

Per quanto riguarda la competenza linguistica, il Sig. Bonin conosce bene il francese ma non sa scriverlo correttamente. Nel luogo di lavoro c’erano parecchi stranieri, perciò il Sig. Vittorio ha imparato anche il Portoghese e questa è diventata la lingua più usata nei cantieri.

Ha quindi imparato il francese per necessità di contatti con altri francesi, ma era pure in contatto anche con altri connazionali e pure con altri friulani con i quali ultimi parlava friulano, mentre con i primi la lingua usata era il francese.

In famiglia si parlava friulano tra coniugi, mentre con le figlie si utilizzava il francese, anche perché queste andavano a scuola in Francia.

Il Sig. Bonin afferma comunque che i friulani erano molto ben visti in Francia perché considerati gran lavoratori, cosa che ci conferma poi anche la Sig.ra Margherita.

A 22 lei ha seguito il marito a Parigi e, come già detto, ha svolto mansioni di domestica presso famiglie del luogo. Afferma di sapere sia leggere che scrivere bene il francese, anche perché si “allena” tenendo contatti epistolari con vecchi conoscenti francesi.

Per quanto riguarda la competenza linguistica, la Sig.ra Bonin usava il francese per necessità presso le famiglie in cui lavorava, mentre fuori del luogo di lavoro, a contatto con altri italiani, usava il friulano.

Emigrato per 38 anni lui, per 35 lei, entrambi hanno trascorso un periodo di 17 anni senza far mai ritorno in Italia.

 


SIGNORA ARGENTINA ROSSI


La signora Rossi Argentina ha avuto una vita molto movimentata, avendo abitato in Olanda, Marocco e Francia. Originaria di Tauriano ( dove attualmente risiede) la sig. Argentina è nata nel 1922 in Olanda dove ha vissuto fino al 1931 quando è rientrata con la famiglia in Italia (i genitori erano entrambi di Tauriano).Trascorsi 3 anni è poi emigrata in Marocco a Casablanca e qui si è successivamente sposata e ha avuto i figli. Nel 1957 a 35 anni, la sig. Rossi emigrava con il marito, mosaicista, e i figli in Francia stabilendosi a Fernet-Voltaire, un paesino nel nord della Francia. Durante la sua permanenza all’estero ha svolto vari mestieri: commessa, portinaia, operaia ,ecc.

Nel 1979 è rientrata definitivamente in Italia.

Ha imparato il francese grazie al padre che le insegnava a leggere in questa lingua; la signora Rossi comunque ancor oggi legge e scrive francese e con la figlia che abita a Tauriano parla francese.

Ricorda che in Francia la lingua usata in famiglia era prevalentemente il friulano, mentre fuori casa utilizzava il francese. Nel paese dove si trovava c’erano anche altri friulani e con loro parlava il dialetto d’origine.



SIG. ITALO VETTOR


Il sig. Vettor Italo abita a Spilimbergo e ha 73 anni. Nell’ottobre 1946 è partito per la Francia a 23 anni dove ha trovato lavoro come gruista a Lenis, nel nord della Francia, regione di Pas de Calais.

Nel 1948 si è sposato con la sig. Loredana Miletti , di madrelingua francese e all’estero è rimasto per 35 anni, fino al 1981 quando è rientrato a Spilimbergo in concomitanza con il pensionamento.

Ha imparato quindi il francese per necessità di lavoro ma poi, con la moglie francese, ha sempre utilizzato questa lingua sia in famiglia, sia al lavoro, che all’infuori di questo.

Il sig. Italo usava addirittura il francese anche con altri italiani con i quali lavorava. In conclusione il sig. Vettor ha una grande padronanza della lingua francese parlata e letta, ma ammette che non la sa scrivere.




SIG. CARLO FRANCESCONI


Il sig. Francesconi Carlo è originario di Barbeano e qui vive dal 1979, anno del suo rientro dalla Francia. Nato nel 1929, a 19 anni il Sig. Carlo è emigrato in Francia a Limoges e poi nel nord del paese, ma ha anche trascorso un periodo di circa 6 mesi in Corsica, ad Ajaccio.

Ha svolto l’attività di muratore durante il suo soggiorno in Francia e qui si è anche sposato a Parigi con la sig. Rosa, originaria della provincia di Treviso e venuta ad abitare in Friuli a 15 anni.

Il Sig. Carlo conosce il francese parlato e ammette di saperlo anche leggere, ma non sa scriverlo. Ha imparato la lingua straniera sul luogo di lavoro perché c’erano altri operai stranieri ma ha anche parlato il friulano con altri muratori provenienti da Spilimbergo. In famiglia usava il friulano sia con la moglie che con i figli e con loro rientrava ogni anno in Italia in occasione delle ferie estive. Questa preferenza data al friulano non gli ha impedito però di avere contatti con altri francesi e, anzi, il sig. Carlo conferma che comunque i friulani erano ben visti perché lavoravano molto bene e non davano mai problemi ai loro padroni.




SIGNORA ANNA MIOTTO


La sig. Miotto Anna è vedova ed abita a Barbeano anche se è nata a Ponte di Piave da dove è emigrata nel 1927 quando aveva 4 anni. Durante il lungo periodo di emigrazione ( 30 anni), la sig. Anna ha abitato in una frazione di Besançon ma qui si è trasferita quando, a 32 anni, era già sposata, perché ha raggiunto il marito che faceva il muratore. La sig. Anna ha avuto 4 figli, di cui 3 nati in Italia e uno in Francia e quindi si è sempre dedicata alla sua famiglia.

Morto nel 1978 il marito, è rientrata in Italia per seppellirlo a Barbeano, ma poi ha passato in Francia ancora 8 anni prima del suo rientro definitivo. La sig. Miotto sa leggere e parlare in francese, ma non sa scriverlo correttamente. Quando era in famiglia parlava solitamente il friulano anche se i figli rispondevano in francese. Inoltre a Besançon c’era una comunità piuttosto numerosa di friulani, per cui con loro usava parlare in dialetto, mentre per le altre necessità della vita quotidiana ha dovuto imparare il francese.

Come per il caso della signora Haglon, si tratta di un altro informatore non nativo del luogo e che però ha imparato il friulano. Sicuramente la giovane età nella quale la signora Anna si è trasferita a Barbeano ha facilitato l’apprendimento della nuova lingua. Ben diverso appare invece il caso della signora Haglon che, linguisticamente parlando, proveniva da una consolidata conoscenza del francese.




SIGNORA MARIA AVOLEDO


La Sig. Avoledo Maria abita a Spilimbergo da parecchi anni ma è originaria di Valvasone come il marito con il quale si è sposata il 14 dicembre del 1949. Dopo dieci giorni dalle nozze, i coniugi sono partiti insieme per Grenoble dove sono vissuti fino al 1978.

La Sig. Maria era “femme de ménage” ossia donna di servizio presso le famiglie del luogo.

Ha avuto 2 figli: il maschio è rimasto in Francia, mentre la figlia si è sposata in Italia e abita a Spilimbergo.

Ha imparato il francese sul luogo di lavoro e anche se c’erano altri friulani con loro usava comunque il francese.

In famiglia la sig. Maria parlava sempre il friulano anche con i figli, sebbene loro rispondessero in francese. Perciò parla correttamente il francese e dice anche di saperlo leggere, ma non sa assolutamente scriverlo.

 


Osservazioni

Da quanto sopra descritto, per tutti il primo impatto con il nuovo paese doveva certo essere piuttosto difficoltoso. Alcuni emigranti avevano però già dei contatti in Francia, per cui l’inserimento non risultava poi così sconvolgente. Per altri c’era la difficoltà di cercare un lavoro non sapendo a chi rivolgersi e soprattutto in che modo.

Ecco allora che si pone drammaticamente il problema della lingua. Per necessità i nostri emigranti furono costretti ad imparare il francese; se gli uomini portavano con loro le mogli, anche queste dovevano imparare la nuova lingua, se non altro eseguire le più semplici commissioni. Alcune di loro, tra l’altro, “andavano a servizio” espressione che indica le mansioni che attualmente ricoprono le “colf”, presso le famiglie del luogo.

Se poi c’erano anche dei figli, questi andando a scuola, imparavano la lingua francese e i genitori a casa erano costretti a parlar loro in francese.

E’ importante distinguere i casi di bilinguismo con diglossia, rappresentati di solito dalla generazione degli adulti (che parlano in casa la lingua nativa - sul posto di lavoro la lingua del paese ospite) in opposizione al bilinguismo, relativamente equilibrato e solitamente proprio dei giovani scolarizzati nel paese ospite (di cui usano la lingua con più sicurezza) ma che pure hanno qualche conoscenza della lingua nativa.

Preme qui sottolineare che, nel caso specifico dei nuclei familiari incontrati, i figli sono nati e cresciuti all’estero e perciò hanno piena conoscenza e competenza della lingua del paese ospitante, cioè francese. Per i genitori, invece, anche a causa della parziale scolarizzazione, non esiste la stessa competenza della lingua italiana.

Dai dati raccolti risulta inoltre che i figli di emigranti conoscono il friulano come lingua della conversazione familiare utilizzata dai e con i genitori, a dispetto dell’italiano.

“Bilinguismo con diglossia significa che l’uso di questi due registri (nds: francese e friulano) è riservato a funzioni diverse - per esempio si può trattare di utilizzo della lingua straniera del paese ospitante durante il lavoro; oppure si usa il proprio dialetto solo nell’ambito familiare. Un altro dato particolarmente significativo è l’utilizzo della lingua straniera del paese ospitante a causa della presenza di altri stranieri, per cui la lingua appresa diventa un elemento necessario se non fondamentale nella comunicazione e nei rapporti con altre persone. Bisogna anche rilevare che i friulani all’estero erano numerosi per cui l’uso del proprio dialetto d’origine diventava anche fattore di coesione tra connazionali e di mantenimento delle proprie origini”10.

Da questi eventi sociali si desume una sostanziale prevalenza nell’utilizzo della lingua francese; esiste però anche un altro aspetto, ossia quello opposto di utilizzo esclusivo del friulano.

Alcuni lavoratori, infatti, venivano inseriti in contesti in cui già esistevano altri lavoratori italiani o specificamente friulani: il generico “macaroni” era il soprannome che veniva adottato anche per i friulani che lavoravano nei cantieri edili. Nelle imprese in cui c’erano solo operai friulani, la lingua utilizzata era certamente il friulano. Nell’ambito familiare, inoltre, specialmente con la moglie, veniva ancora utilizzato il friulano: in alcuni casi addirittura si continuava a parlare friulano anche con i figli.

Per cui l’ago della bilancia della lingua, se in un primo momento era orientato solo dalla parte del francese, ora si sposta più verso il centro, tanto da creare un certo equilibrio (sempre in riferimento al gruppo di intervistati) tra coloro che parlavano prevalentemente francese e coloro che parlavano prevalentemente friulano.

E’ da questo momento che diventa necessario allora iniziare ad utilizzare una terminologia specifica per i nostri parlanti, che diventano parlanti “alloglotti”. Il termine alloglotto indica una persona che parla un lingua diversa da quella propria dello stato in cui vive. Nel nostro caso specifico non si tratta dell’emigrante italiano che parla italiano in suolo francese, ma parla un dialetto tipico del suo paese di provenienza, cioè il friulano. E’ comunque chiaro che da questa definizione ne scaturisce un’altra strettamente collegata e cioè il concetto di minoranza (dal punto di vista linguistico). Intendiamo per “minoranza linguistica” un gruppo di parlanti alloglotti che possiedono come prima lingua (lingua materna) una lingua diversa da quella nazionale. Nel nostro caso si tratta del friulano degli emigranti nei confronti delle locali popolazioni parlanti francese11.

 


Lavori precedenti


“Le parlate d’oltre Tagliamento, pur conservando un carattere friulano, si distinguono dal resto del Friuli per il fatto che il territorio è rimasto legato alla Diocesi di Concordia, con una propria unità ecclesiale e una unità linguistica particolare”.12

Ci si riferisce qui ad un’inchiesta linguistica svolta da G. Francescato nel comune di Maniago, in cui si metteva a confronto la vitalità della parlata di questa particolare zona del Friuli occidentale percorsa da numerose influenze venete. Infatti, il comune in questione risente in modo sensibile dell’intromissione di questo dialetto per motivi che, secondo Francescato, sono prevalentemente sociali. Pur essendo diverso lo scopo dell’inchiesta dello studioso, si è comunque fatto riferimento alla sua indagine, per trarre un punto di riferimento.

L’inchiesta si compone infatti di un questionario con un test lessicale per saggiare la competenza attiva e passiva del friulano rispetto al francese e/o all’italiano.

Inoltre gli intervistati sono stati sottoposti ad una serie di domande relative alla morfologia lessicale, a quella verbale, alcune frasi per quanto riguarda la sintassi ed infine a termini specifici per valutare le variazioni fonetiche in particolari contesti.


 

Inchieste dialettali

Indagini di questo tipo sono già state condotte in Friuli; in particolare ci si riferisce qui alle inchieste linguistiche condotte da Francescato nei comuni di Timau (1994) e Maniago (1981), e da Rizzolatti a Tolmezzo (1995). Più recentemente (A.A. 1998/1999) S.Trangoni, nella sua Tesi di Laurea dal titolo Il friulano degli emigranti rientrati dall’Argentina, ha utilizzato lo stesso modello di Francescato per i test di competenza attiva e passiva.

Francescato per primo ha svolto in Friuli un’indagine attraverso la compilazione di un questionario minimo di sondaggio, costituito da un test di competenza attiva e uno di competenza passiva, nel comune di Maniago13 predisponendo una serie di parole stimolo da sottoporre agli informatori. Lo scopo era quello di verificare la competenza del parlante nella sua propria varietà linguistica, chiedendo che venissero riprodotte in friulano una serie di parole (appartenenti a diverse sfere semantiche) italiane e viceversa. In questo modo si voleva verificare la conservatività del friulano di Maniago e ricercare evenutali tracce di interferenze esterne, in particolare quelle che potevano venire dal veneto.

In anni successivi lo stesso tipo di questionario è stato utilizzato di nuovo da Rizzolatti per un questionario linguistico applicato alla realtà del comune di Tolmezzo, con lo scopo anche qui di verificare la vitalità di una lingua sottoposta a diverse interferenze, soprattutto in considerazione del fatto che l’area di Tolmezzo ha conosciuto un veloce processo di urbanizzazione.


Anche per il presente lavoro si è deciso di adottare il metodo già collaudato del questionario linguistico in quanto in grado di dare delle informazioni interessanti per valutare la vitalità del friulano della zona di Spilimbergo, ma anche verificare la possibilità di un’interferenza esterna (in questo caso il francese degli emigranti).

 

Breve nota sul friulano di Spilimbergo

Nell’area di Spilimbergo si distinguono due tipi principali di friulano:

- il tipo con caratteri marcatamente occidentali (a nord e subito a sud di Spilimbergo);

- il tipo con caratteri misti occidentali e centrali (in direzione di Codroipo e della bassa pianura).

Il friulano parlato nel comune di Spilimbergo è una varietà con forti spinte verso i tratti centrali. Questo fatto è legato sia ad un aspetto strettamente geografico che è il confine tra le provincie di Udine e Pordenone (rappresentato dal fiume Tagliamento) sia a fattori di pestigio sociolinguistico. Possiamo immaginare la città del mosaico quindi come crocevia di più parlate. Si è in presenza di un’area contraddistinta da vari tipi di passaggio, ben caratterizzati rispetto alle parlate poste a settentrione e Nord-Ovest, in particolare l’Asino della antica Pieve di Vito D’Asio e di Clauzetto e il Tramontino.

Nel nostro caso particolare, nel friulano di Spilimbergo sono evidenti i caratteri di appartenenza alle parlate d’oltre Tagliamento (friulano occidentale comune), ma lo sono altrettanto gli influssi derivanti dalla vicinanza ad un’area friulana di tipo centrale.

Anzi, sono proprio queste le aree linguisticamente più interessanti, perché proprio qui si misura il grado di vitalità di una lingua, dove “per vitalità si intende la capacità di una lingua di assumere i caratteri di un’altra, adattandoli alla propria, oppure la capacità di resistere alle interferenze esterne mantenendo così la propria originalità”14.

I principali caratteri del friulano di Spilimergo saranno trattati in modo più accurato più avanti, nei capitoli dedicati al commento del questionario grammaticale e a quello fonetico.



1 Si parla di consapevolezza metalinguistica, oggi oggetto di studi della dialettologia percettiva. Cfr. Canobbio, S. e Iannaccaro, G. 2000, Contributo per una bibliografia sulla dialettologia percettiva in Atlante Linguistico ed Etnofgrafico del Piemonte Occidentale, Torino.

2 U. Weinrich. “Languages in contact”- 1953 - pag. 3 e segg.


3 Op. cit. pag. 13.

4 G. Francescato: “Per un’indagine sociolinguistica del friulano nel mondo” in Bilinguismo e Diglossia (Pisa 1973) pagg. 83-90. “...lingua minore: quel linguaggio che, in concorrenza nello stesso territorio con una lingua maggiore, non può, per una serie di motivazioni essenzialmente sociolinguistiche, essere considerato un dialetto di questo. La lingua standard si pone automaticamente come lingua “major”, quando sia accertata la sua convivenza con una lingua “minor”, generando una situazione di bilinguismo, come appunto avviene nel caso dell’italiano (lingua major), nei confronti del friulano (lingua minor)”.

5 Op. cit. pag. 15 pres. Cap.

6 V. premessa

7 Facilitazioni regionali hanno consentito il riatto di vecchi stabili lesionati, che messi a nuovo hanno attratto maggiormente i proprietari a rientrare.

8 Per gentile concessione dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Spilimbergo.

9 In questo parametro non rientrano le signore Mazzon e Avoledo. La prima è infatti originaria di Carpacco (UD), mentre la seconda di Valvasone. In realtà, il soggetto intervistato doveva essere il figlio della signora Mazzon, ma questi non ha poi potuto essere presente al momento dell’intervista. La signora Avoledo, invece, aveva detto di essere di Spilimbergo. Ginette Haglon è evidentemente francese, e l’incontro doveva svolgersi con il marito, ma alla fine questi si è rifiutato di collaborare.


10 Tratto da “Lexicon der Romanistischen linguistik”, op. cit.

11 Per questi termini cfr. Francescato “Sociolinguistica delle minoranze” in “Bilinguismo e Diglossia”, op. cit.

12 Tratto da “Il friulano a Maniago: due vitalità a confronto” G. Francescato, op. cit.

13 Op. cit. p. 35

14 Cfr. Grassi, C. 1969. Il concetto di vitalità nella linguistica di B. Terracini, in “RLR” , 33 pp.1-16, op. cit.

 


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