Jacopo D' Andrea
tra storia e romanticismo

A San Giorgio della Richinvelda si ricorderà in questi giorni l'illustre pittore rauscedano Jacopo D'Andrea (1819 - 1906). L' occasione è la ristampa, con commento critico a cura di Stefano Aloisi, di un rarissimo fascicolo commemorativo dato alle stampe l'anno successivo alla morte del pittore a cura degli amici artisti veneziani. E' a Venezia, infatti, che si svolge gran parte della carriera artistica di Jacopo, culminata nel 1872 con l'incarico per la cattedra di "disegno della figura" all'Accademia di belle Arti (succederà a Michelangiolo Grigoletti), incarico che manterrà fino al 1899.
La pubblicazione per la prima volta rivela, attraverso una foto, il volto del pittore e fa luce su periodi della vita dell'artista poco noti, come l'alunnato trascorso a Roma e il soggiorno a Parigi, dove avrà modo di partecipare all' Esposizione di Versailles ricevendo importanti consensi.

Alla presentazione, che avverrà sabato 20 alle ore 18 nell'Auditorium della Biblioteca a San Giorgio, farà cornice una mostra dei più importanti quadri di Jacopo disponibili nel territorio, alcuni di essi mai esposti in pubblico.

La stampa del libro è stata possibile grazie alla sensibilità di Ferdinando, Sergio e Mauro D'Andrea, che cogliendo lo stimolo dell'Amministrazione Comunale hanno voluto così onorare la memoria dell'illustre antenato.

 


La presentazione di Stefano Aloisi




Tra Storia e Romanticismo: Jacopo D’Andrea pittore (1819-1906) Una recente scoperta nel mercato librario d’antiquariato ha permesso l’acquisizione di una copia di un rarissimo fascicolo commemorativo dato alle stampe l’anno successivo alla dipartita del pittore Jacopo D’Andrea (Rauscedo 1819 - Venezia 1906). Edito nel 1907 a Venezia per i tipi delle Officine grafiche Carlo Ferrari, l’opuscolo, che non risulta essere conservato in alcuna biblioteca pubblica veneziana, presenta significativi motivi d’interesse.
Non solo vengono acclarati alcuni periodi della vita dell’artista finora poco noti quali l’alunnato trascorso a Roma presso l’Accademia di San Luca ed il soggiorno a Parigi culminato con la partecipazione alla Nona Esposizione di Versailles, ma notevole importanza assumono anche i rapporti epistolari intercorsi tra il pittore e un nume titolare della contemporanea critica d’arte quale Pietro Selvatico ed affermati artisti come lo scultore Pietro Tenerani ed il pittore tedesco Friedrich Overbeck.
Oltre alla riproduzione, nel detto fascicolo, di alcuni dipinti per noi inediti, è bene evidenziare, a puro titolo iconografico, l’esistenza di un ritratto fotografico del D’Andrea che mostra fattezze sino ad ora sconosciute anche ai suoi discendenti. Varie e degne d’interesse, dunque, sono le novità apportate da questa pubblicazione che, peraltro, s’inserisce in quell’uso editoriale encomiastico e commemorativo proprio delle istituzione accademiche nei confronti dei suoi figli migliori.

Accanto alla riproposizione anastatica dell’opuscolo, arricchita tramite alcune note di una lettura ragionata, si ritiene di dover rideterminare per vie brevi l’avventura artistica di Jacopo D’Andrea incrementata, peraltro, dagli studi e dalle osservazioni più recenti dedicate dalla critica alla sua opera.

Jacopo D’andrea nasce a Rauscedo il 5 febbraio 1819 da Giuseppe e Maria D’Angelo. Dimostrando precoci capacità artistiche viene da subito avviato al disegno, nel 1835 s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia dove ottiene vari riconoscimenti negli annuali concorsi indetti dall’istituto. Nel 1841 esegue l’opera Booz e Ruth (Pordenone, Seminario Vescovile) che, esposta a Venezia nel 1842 e due anni dopo a Trieste dove viene acquistata dal barone triestino Carlo Marco Morpurgo, ottiene un buon successo di critica e il benevolo consenso di Pietro Selvatico. Successivamente Jacopo ottiene particolari consensi con le opere Agar e Ismaele, Cristo che da la voce al muto, Fedeltà e Giacobbe che invita Rachele e Lia con quest’ultima che viene incisa dallo Zuliani per le "Gemme d’Arte Italiane".
Il 1° ottobre 1847 al pittore, con regio decreto, viene assegnato il pensionato artistico in Roma della durata di tre anni poi in seguito prolungato di un quarto per i buoni uffici del Selvatico come peraltro attestano alcuni brani di un epistolario intercorso tra Jacopo e l’illustre critico. Da Roma il D’Andrea invia a Venezia al termine di ogni anno dei lavori testimonianti il suo impegno ed il suo migliorarsi: la Disputa del SS. Sacramento cartone desunto dagli affreschi di Raffaello nelle Stanze Vaticane, Penelope (Venezia, Accademia di Belle Arti in deposito presso la locale Intendenza di Finanza), Dante scortato da Beatrice parla a Piccarda de’ Donati, Nabucodonosor ai piedi del profeta Daniele (Venezia, Accademia di Belle Arti in deposito a Ca’ Pesaro). Del periodo romano e della buona impressione destata dal D’Andrea nell’urbe ci rimangono le testimonianze di alcune lettere a firma di illustri artefici quali l’Overbeck ed il Tenerani dense di ammirazione per l’opera del pittore di Rauscedo. Partecipe delle molte esposizioni che si svolgono in terra veneto-friulana da Venezia a Trieste ed Udine, Jacopo ottiene la consacrazione nel 1855 allorché gli viene commissionato dall’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe I un quadro raffigurante Giovanni Bellini e Alberto Durero festeggiati dagli artisti veneziani (Vienna, Österreichische Galerie - Belvedere). L’opera, esposta a Venezia nel 1856, raccolse plausi e critiche in una chiave di lettura che travalicava il valore formale affermando, piuttosto, un’interpretazione senz’altro politica. Il quadro, in effetti, oltre ad acclarare i presunti legami tra pittura veneziana e germanica allude inequivocabilmente a ben altri rapporti allora esistenti tra Venezia e Austria. L’opera, nondimeno, ottenne un notevole successo tanto da meritare una trasposizione grafica del Gandini e di essa, come attesta una lettera di Pietro Selvatico inviata al D’Andrea, esisteva un disegno preparatorio sottoposto, tramite proprio il Selvatico, al giudizio dell’Imperatore d’Austria.
Sempre nel 1856 il D’Andrea esegue un Ritratto di donna veneziana e Tiziano che insegna la pittura ad Irene di Spilimbergo (collezione privata) tema iconografico, quest’ultimo, particolarmente in auge all’epoca come dimostrano le redazioni attese da William Dyce, Domenico Fabris ed Eugenio Moretti-Larese. L’anno dopo l’artista esegue il Balestriere (collezione privata), un Ritratto di donna romana, il Ritratto di donna con maschera (collezione privata) e, reiterando l’iconografia dell’anno precedente, la tela La regina Bona di Polonia dona ad Irene di Spilimbergo un diadema di pietre preziose (collezione privata).
Nel 1860, morto l’anno prima Placido Fabris propugnatore dell’idea e incaricato di porla in opera, il Conservatore del Palazzo Ducale di Venezia su ordine del governo austriaco diede incarico a Giulio Carlini e Jacopo D’Andrea di recarsi a Parigi ed eseguire fedeli copie dei dipinti del Veronese asportati nel 1797 da Napoleone dalla Sala del Consiglio dei Dieci e poi allogati nel Louvre. Al D’Andrea sono affidate le copie del Giove che folgora i Vizi e San Marco incorona le Virtù Teologali, lavori che nella primavera del 1862 vengono collocati in Palazzo Ducale. Il soggiorno parigino diviene per Jacopo occasione per partecipare nel 1860, con buon riscontro di critica, alla Nona Esposizione d’Arte di Versailles dove presenta due opere: una Madonna col Bambino ed un Ritratto di donna. L’anno dopo si conta la partecipazione dell’artista al Salon di Parigi dove espone un Pescatore. Tornato in patria, nel 1864 esegue per la chiesa della Madonna delle Grazie di Casarsa una notevole Madonna col Bambino (Casarsa della Delizia, chiesa parrocchiale) e varie opere oggi disperse quali La sirena e La preghiera del castellano.

Nel 1872 Jacopo D’Andrea succede a Michelangelo Grigoletti nella cattedra di "disegno della figura" dell’accademia veneziana, insegnamento che si protrarrà fino al 1899 quando il suo posto viene preso da Angelo Alessandri. Alla metà degli anni Settanta risale La partenza del doge Leonardo Loredan alla difesa di Padova già nella collezione Papadopoli di Venezia di cui è ignota l’attuale ubicazione come sconosciute sono le collocazioni di altre opere citate dalle fonti: Rosmunda, Margherita del Faust, nonché i ritratti della moglie e della figlia. Al decennio successivo si datano il Ritratto del fratello, il Ritratto di Antonio Crovato, un Ritratto di giovane uomo e una Testa della Madonna desunta dalla Vergine col Bambino giovanile esercizio di Michelangelo Grigoletti su Bonifacio de’ Pitati (tutti in collezioni private). Nel 1881 per i suoi buoni uffici la chiesa di Rauscedo ottiene dall’Accademia di Venezia il deposito della secentesca Incoronazione della Vergine oggi attribuita a Matteo Ingoli.
Che il D’Andrea fosse particolarmente attento allo stato del patrimonio artistico friulano e al restauro dello stesso lo si evince anche dal rapporto amicale che lo legava al coetaneo Giuseppe Uberto Valentinis, pittore, critico e restauratore fautore del celebre, nonché discusso, metodo di restauro Pettenkofer così conosciuto dal nome del suo inventore. Lo stesso D’Andrea fece parte di una commissione, composta, tra gli altri, da Pompeo Molmenti, Giulio Carlini ed Antonio Rotta, che nel 1876 fu promotrice del detto metodo di restauro.
Nel 1882 al pittore di Rauscedo viene conferito per meriti artistici il Cavalierato dell’Ordine della Corona d’Italia. Seppur oramai rarefatta, la produzione del pittore continua ad esplicarsi in una visione tardo-romantica e sempre allusiva alla storia. Al 1896 risale la tela Contemplazione (Udine, Galleria d’Arte Moderna) che sembra riflettere la diuturna attenzione posta dall’artista alla pittrice Irene di Spilimbergo. Sul finire dell’attività si segnala il Ritratto del conte Guglielmo di Porcia, ed ancora nel 1903 all’Esposizione Regionale d’Arte di Udine l’anziano pittore è presente con varie opere: due Ritratti, Sorpresa nell’abbigliarsi, Ortruda e Margherita).

Il 22 novembre 1906 Jacopo D’Andrea spira in Venezia, dopo grave malattia, nella sua casa in calle Gambara a San Trovaso, quattro giorni dopo si svolge il suo funerale con larghissimo seguito come dettagliate cronache dell’epoca ci hanno tramandato.
Una biografia scritta da Guglielmo Talamini e Mario De Maria mentre il D’Andrea è oramai gravemente ammalato non trova pubblicazione presso la rivista d’arte a cui era stata inviata, di essa ci rimane uno stralcio in una lettera indirizzata dai due pittori alla moglie dell’artista.

Di Jacopo D’Andrea, tanto noto in vita quanto poco ricordato dopo la sua dipartita, ci resta la consapevolezza di un artista senz’altro legato alla forza della tradizione nonché a quella pittura storico-romantica allora in voga alla quale diede un considerevole contributo, ponendosi sulla scia di Giuseppe Tominz, Odorico Politi e Michelangelo Grigoletti come accertata gloria artistica dell’Ottocento friulano. Stefano Aloisi

Altre note sull'artista e immagini dei suoi quadri su: Jacopo D'Andrea pittore dell'ottocento a Venezia

 


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