La Caccia

 

Erasmo di Valvason

1523 - 1593

 

 

 

INDICE

Ritorno di primavera
La patria mia
Alla Vergine
Le streghe
Doti del cacciatore
La volpe
L’ira dell’orso
Le orme degli animali
La giovane età

 

 


 


RITORNO DI PRIMAVERA

Questa è quella stagion, che più convene
a’ novelli himenei: piacevol ora
spira, et fin dentro de l’ascose vene
de la terra s’infonde, et l’innamora;
onde di qua, di là, ridon l’amene
piagge, ch’Amor di propria mano infiora,
e i larghi fiumi, e le fontane vive
scendon più dolci per l’herbose rive.


Rivestonsi le selve i verdi manti,
et gli augelletti per gli ombrosi rami
scherzando vanno, et dir con dolci canti
sembrano al ciel, sembrano a l’aria, ch’ami;
nulla fera è, che i suoi fieri sembianti
non spogli, e l suo consorte a sé non chiami :
dolce al leon la leonessa rugge,
et dolce la giuvenca al toro mugge.

Amor da tutto il ciel l’aurea faretra
vota, et fin sotto al procelloso fondo
de l’implacabil mar lento penetra,
et amar fa di Nereo il gregge immondo;
ogni aspra voglia, ogni durezza spetra,
ogni rigido fa molle, et giocondo,
et dal sen piove ovunque scalda il Sole,
alma vaghezza di novella prole.

 

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LA PATRIA MIA


Siede la patria mia tra il monte, e l mare,
quasi theatro, c’abbia fatto l’arte
non la natura, a’ riguardati appare,
e l Tagliamento l’interseca, et parte;
s’apre un bel piano, ove si possa entrare,
tra l Merigge, et l’occaso, e in questa parte
quanto aperto ne lassa il mar, e l monte
chiude Liquenza con perpetuo fonte.

Nel mezzo siede la città, ch’eresse
Attila, et gli Hunni, onde il suo nome ottenne
nobil città, ch’ad Aquilea successe,
che inanzi a quel flagello a terra venne;
et lo stesso crudel, che l’una oppresse,
sollevò l’altra, ove il suo campo ei tenne:
così si cambia il mondo, et le ruine
son de le cose ad un principio, et fine.

Non è di basso nome, et fu già caro
albergo al grande Iulo, onde s’appella:
dolci acque, verdi selve, et aer chiaro,
bei colli, largo pian, vaghe castella,
fertil terren che la speranza raro
ingannar suol, la fan leggiadra, et bella,
e l liquor di Lieo cresce in tal copia,
ch’a largo anco d’altrui tempra l’inopia.

Dolce è il veder per le campagne amene
mentre attendonsi i greggi a far satolli,
Titiri, et Tirsi al suon d’humili avene
far le lor fiamme note a’ verdi colli,
et pietose le ninfe a le lor pene
correr, et carolar per l’herbe molli:
scherzan tra’ rami mille augelli intanto
e l dolce suon seguon col dolce canto.

Guizzando van ne’ fiumi a schiere, a schiere
i pesci, e l pescator sfidan da l’onde,
et sfidano il falcon le gru straniere
l’anitre, e i cigni da l’herbose sponde;
per tutti i siti di diverse fere
son le foreste al cacciator feconde,
et seconda non meno i colli, e i piani
son a l’astor di starne, et di fagiani.

Amica a peregrin cortese gente,
destra ne l’arme, et ne’ perigli ardita,
ancor non sa scordar anticamente
questa colonia esser di Roma uscita;
et s’a più questi studi erge la mente,
vien da le muse anchor non men gradita:
facil natura ovunque vuoi s’intende,
lieta vi s’affatica, et tosto apprende.

Gode errar per le selve, et accompagna
l’opra, e l riposo con ugual fatica;
quanto de l’opra avanza, a la campagna
dona, et la caccia ha più, che i tetti, amica:
hor i veltri, hor l’astor, et hor la ragna
adopra, et hor gli augei col vischio intrica;
la posa cangia col sudor, et l’otio
converte per piacer sempre in negotio.

Che possa i giorni suoi tranquilla, et lieta
con questi studi trar per le foreste
le consente dal ciel fausto pianeta
sotto la cura del Leon celeste,
ch’ovunque volge il grave aspetto, acqueta
de la terra, et del mar l’atre tempeste,
et de l’util commune alto custode
d’eterna pace si nutrica, et gode.

 

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ALLA VERGINE

Vera Madre di Dio, figliuola, et sposa,
che regina del ciel Vergine splendi,
a queste terre, che non han mai posa
da le miserie, il divin sguardo intendi:
col tuo favor ad aiutarci scendi
spesso chiamata, et gli odorati incensi
tu le provasti, et tu non mai ritrosa
ricevi in segno de’ tuoi merti immensi.

Da te mercé con le ginocchia inchine,
da te pace pregamo: oh ne sia dato
ne’ tuoi tempi ottener sempre quel fine,
che certo vien per te da Dio sperato;
ma nessuno a’ tuoi tempi s’avvicine,
ch’abbia di rea malitia il cor gravato;
lungi oh, lungi o profani: è questa fede
agli empi aversa, et sorda a chi non crede.

 

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LE STREGHE

Non è favola no, sono le streghe,
che san mille arti scelerate, et maghi,
et sovra un becco van per molte leghe
lungi da’ tetti lor, notturne, et vaghe:
ov’è chi laute mense ordini, et spieghe,
ov’è chi di regal festa le appaghe,
et quanto la gran festa, e l gran convito
dura, ciascuna ha seco il drudo unito.

Più ti dirò: che scapigliate, et scinte
spesso sen van per li sepolcri errando,
et mordon come can da l’ossa estinte
l’homai tabide carni, horror nefando;
serbansi il grasso, onde le rene tinte
fanno a’ demoni i rei scongiuri,
quando si fan portar a le profane danze,
o di bruto animal prendon sembianze.

Però, che in mille illusioni, et modi
sanno offuscar l’imagine natia
et quella assomigliar ch’a l’empie frodi,
ch’esse intendon di far, più pronta sia,
fanno talhor d’indissolubil nodi
a gli sposi, a gli amanti empia malia;
tacita van talhor per l’ombra brune
consumando i bambin fin ne le cune.

Fan stender per lo ciel nubi moleste,
et spaventar altrui con tuoni, et lampi;
fan per l’aria cader gravi tempeste,
et distrugger gli altrui grani ne’ campi;
fan, che in altri crudel odio si deste,
in altri amor senza alcun freno avampi;
rnetton discordie tra marito, et moglie,
et schife fanno in lor tutte le voglie.

Et s’egli è degno, che si creda tanto,
chiamano l’ombre da l’inferne chiostre,
et le fan riempir l’antico manto
con strane larve, et spaventose mostre:
chiaman gli spirti d’Acheronte al canto
ne l’aria pura de le spiagge nostre,
et spesso da lor san qualche futuro
sia quanto vuol da noi lungi, et oscuro.

Falsano ancora a gli huomini viventi
dal capo a pie’ la lor vera figura,
et li fanno sembrar bruti giumenti
contro il fermo voler de la natura;
guastano spesso in noi le stesse menti,
gli stessi sensi con crudel fattura;
onde quel, ch’è, noi non veggiamo, et spesso
quel, che non è, ci pervero, et espresso.

Fan caratteri, e imagini crudeli
a l’altrui case danneggiar sì forti,
che se sotto le soglie alcun le celi,
v’inducon mille infermitadi, et morti:
ne l’intestine altrui fan nascer peli
ad aghi, a chiodi avviluppati, et torti,
che in un cruccio indicibile, et horrendo
prolungano la vita ognihor morendo.

Han pronti sempre mille vasi pieni
di tutto quel, che con sinistri parti
produce la natura, empi veleni
di qua, di là per tutto il mondo sparti
in terra, in mar, in siti aspri, in ameni,
aiutati anco col favor de l’arti,
aconiti, mandragore, et cicute,
et mille altre herbe di peggior virtute.

Han di cagne arabbiate immonde bave,
occhi di lupi, et ossa hanno d’hiene,
aspidi, draghi, et catoblepe ignave,
e vipere, e ceraste, e anfesibene,
et gli orror tutti de le serpi prave,
ch’abitar soglion l’africane arene,
il pesce han, che ritien ferma su l’onde
nave, che l’aure in poppa habbia seconde.

Nocciono dunque elle et con questi toschi,
onde ne san cavar usi diversi,
et col fascino anchor de’ guardi foschi,
et col susurro di tartarei versi.
Tu dunque se desii passar ne’ boschi,
et non haver tutti i successi avversi,
fuggile quanto puoi, da lor ti schiva,
et leva i preghi a la celeste Diva.

Che se col suo favor ti movi, et vaghi,
se tu ti reggi co’ suoi santi auspici,
saranno i passi tuoi non pur tra’ maghi,
non tra le streghe pur sempre felici,
ma felice anco tra gli antropofaghi
potrai nudo cercar l’empie pendici:
l’ordine volge, et senza lei non puoi
sortir mai lieto fin de’ pensieri tuoi.

 

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DOTI DEL CACCIATORE

La caccia è con sudor trastullo degno,
e degno studio del regal valore,
che la forza mantien, lo stanco ingegno
raviva, et empie d’arditezza il core;
ma non arriva già ciascuno al segno,
ch’acquista ne le caccie eterno honore:
quel, che dal vulgo il cacciator sublima,
è fatica maggior, ch’altrui non stima.

Lungi, oh, lungi da’ boschi animi molli,
ch’allettan le delitie a vita pegra,
che lauta mensa suol render satolli,
cui non basta a dormir la notte integra.
Per voi non fa salir rapidi colli,
dure pietre calcar; ansante, et egra
turba sedete: a voi più torna a grado
troncar del lungo dì parte col dado.

Altro animo, altro ardir, altra possanza
voglio io per far un cacciatore, che saglia
spedito, et destro a quella somma horranza,
che di farlo a tutti altri essempio vaglia:
su dunque, ogni timor, ogni tardanza
romper al nobil giovanetto caglia
fin da’ primi anni, se robusto, et duro
farsi, et passar tra’ boschi ama securo.

Se meco vuoi per discoscese rupi,
per aspre selve, per fangose valli,
per rapidi torrenti, et antri cupi
superar faticosi horridi calli;
se vuoi seguir orsi, cinghiali, et lupi,
damme, et lepri fugaci, et che non falli
lo studio suo, se stesso spoltri, et gli anni
suoi primi doni a virtuosi affanni.

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LA VOLPE

La volpe è ladra di natura astuta,
è sospettosa, è timida, è guardinga:
ascolta intorno ogni rumor, rifiuta
ogni gioco, ogni mostra, ogni lusinga;
sovente i suoi consigli hor lassa, hor muta
comunque più l’occasion l’astringa,
et pure a i furti suoi sì spesso riede,
che talhor pon dentro gli aguati il piede.
Quando presso il cortil, dove ella intenda
il vigilante gallo, et la consorte
haver l’albergo, un laccio tu le tenda
di canape, che sia corrente, et forte,
la sua gola farà, che tu la appenda
come scherana, et la condanni a morte;
ne’ boschi schiva ella più scaltra i lacci
se non ha can, che la persegua, et cacci.

Ha la sua casa attorcigliata, et scura,
cento bocche a l’entrar, cento a l’uscire;
se cacciarne la vuoi, tutte le ottura
di fumo, et foco che là dentro gire:
una aperta ne lascia, et poni cura,
che tosto la vedrai quindi fuggire,
et istordita da la fiamma accesa
la rete non scoprir, che le havrai tesa.

 

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L’IRA DELL’ORSO

Conobbi io un cavalier di molta lode,
habitator di questi alpestri monti,
onde il Timavo tra sassose prode
manda tributo al mar da nove fonti:
nobile era, era ricco, et era prode,
e i suoi fatti a gran spatio erano conti;
accresceva la sua felice sorte
sovra ogni gratia la fedel consorte.

Ella era come bella honesta, et saggia,
et cara a lui come la vita stessa;
haveva un orso anchor, che la selvaggia
ira mostrava haver tutta dimessa:
da sé sol giva a la frondosa piaggia
(ch’ogni ampia libertà gli era concessa),
et poi quasi un del gregge al fin del giorno
tornava al tetto del heril soggiorno.

Quando ecco picciol moto, et lieve offesa,
che contra lui da bassa mano uscío,
gli fé’ scordar l’obedienza appresa,
et ritornar nel suo furor natio:
né contra l’offensor havendo presa
vendetta a modo suo, che gli fuggio,
posesi a ricercar per tutto il tetto
dove sfogar l’imperversato affetto.

Con le labra bavose, et con le ciglia,
che parean vive bragie, et con muggito,
che intronava non pur quella famiglia,
ma i vicini a gran spatio, ove era udito,
verso la stanza al fin la strada piglia,
ove era soli allhor moglie, et marito,
et al proprio signor strappa repente
fuor de le braccia la moglier gemente.

Il cavalier immantinente il guardo
gira a la spada, che pendea dal muro,
et sì come guerriero era, et gagliardo,
corre al soccorso intrepido, et securo:
ma non può tanto, che non giunga tardo,
che ‘l bel volto, che dianzi era sì puro,
è fatto homai tutto una piaga sotto
la crudel bestia, et tutto il petto rotto.

Il cavalier da l’ira, et da la doglia
rabbioso più, che la rabbiosa fera,
mille volte la spada, ovunque coglia,
caccia ne l’orso in fin a l’elsa intera:
ma quanto più il percote, et più l’invoglia
come la donna sia pur, che lo fera,
d’incrudelir in lei, né pria si satia,
che morendo ei tutta non l’apre, et stratia.
Sovra il lacero corpo, et sanguinoso,
che mentre visse egli ebbe in tanto prezzo,
lo sventurato non homai più sposo
restò muto, et attonito gran pezzo;
ma poi che l’aspro duol da l’angoscioso
seno trovò d’uscir la via da sezzo,
si fer di pianto due profonde rive
gli occhi d’ogni conforto estranie, et schive.

Pianser di lui, pianser di lei la sorte,
sorte maligna, a molte miglia intorno
gli homini tutti, et paventose, et smorte
le ninfe, che in quei monti hanno soggiorno:
et parve di quel duol fatto consorte
tutto anco il montuoso aspro contorno,
et con una ampia sua tristezza oscura
del reo caso imitò l’empia figura.


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LE ORME DEGLI ANIMALI

Pon mente intorno intorno a tutto il loco,
osserva tutti i segni, et tutte l’orme;
se poi tu trovi il cervo, a poco a poco
imparerai come ei camina, et dorme,
et ti farai del boschareccio gioco
tra molte prove indubitate norme:

che d’ogni fera il terren molle, et l’herba
alcun particolar vestigio serba.

Con tutto il ventre in giù steso si corca
il cervo, et su la schena appoggia il corno,
in lato si ripon l’immonda porca,
et gode molto fango haver d’intorno.
Vedi come in se stesso il can si torca?
Tal il lupo si sta nel suo soggiorno.
Da mille ambagi intorniato, et cinto
la volpe ha sotto terra il labirinto.


Co’ pie’ davanti si solleva, et monta
da la sua cova in alto il fier maiale;
le ginocchia davanti in terra impronta
il cervo, et prima con le groppe sale;
la lupa lascia, et lascia l’orsa inconta
quando sorgono in pie’ noto segnale:
che questa, et quella de l’unghiuta zampa
diversa effigie vi dipinge, et stampa.

Il lepretin di passo in passo un piede
per lo sentier, ch’ei tiene, alto sospende,
onde de l’orme sue, dovunque incede,
una triangolar forma ti rende;
ma non di passo già sempre procede
fin a la cova, ove s’adagia, et stende:
a salti va dove si vuol riporre,
che l segno non ne possa altri raccorre

Fa che tu miri anchor ciascuna fera
quel che da l’alvo grave in terra mande,
et tragger ne potrai scienza vera
se sia presso, o lontan, picciola, o grande,
et di qual spetie anchor, ché da l’altera
l’humil belva diverso il fimo spande:
et tra l’humili, et tra l’altere stesse
sonvi non men pur differenze espresse.

 

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LA GIOVANE ETÀ

La giovanotta etade è come un vaso
novo, in cui quell’odor, che ei prima apprende,
si vede anco in vecchiezza esser rimaso,
et di rado, o non mai vien, che s’emende:
e come un germe tenero, ch’a caso
cresce, et nessun giamai lo pota, o stende,
che si torce, et s’imbosca, et forma adduce
selvaggia, et che poi reo frutto produce.

 

 

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