FRANCESCO CARGNELUTTI

 


PASTORALE E SPADA

 

Il Beato Bertrando di Saint - Geniès
Patriarca d'Aquileia

 

 

 



Udine, 26 agosto 1943


 

 

 

Una Tomba



Indubbiamente il Duomo di Udine colpisce il visitatore con la sua imponenza. E quando, toccata l'acqua lustrale in quella vasca di pietra dell'aureo cinquecento (1) in fondo alla navata di sinistra, si cominciano a passare in rassegna marmi candidi e rabeschi d'oro, angeli svolzazzanti e forti figure del Tiepolo e dell'Amalteo - per tacere d'altro -, allora allo stupore s'aggiunge l'ammirazione. Anche i difetti sembrano svanire.
Ed il coro? Sentite che ne dice Giovanni Del Puppo (2):" II coro della maggior chiesa di Udine è un misto di severo, di fantastico, di bizzarro; una ridda di volute, di rosoni, di cartocci, di putti, di nuvole, di santi, di tappeti, di fiori... L'imponenza grandiosa e il dettaglio studiato, il marmo e lo stucco, lo splendore dell'oro e la tinta cupa del legno, vi si rimescolano in un impasto curioso che vi affascina, che vi mette le vertigini... ".
Osservate in particolare l'Altar maggiore con l'Annunciazione del Torretti: Ah, quella Madonna dalla freschezza verginale ! e specialmente l'Arcangelo Gabriele... di una leggerezza aerea, agile, vivo, bellissimo! E tutto questo candore su uno sfondo in penombra, a tinte calde, a figure in movimento, con quella raggerà barocca che ricorda un po' la " Gloria " del Bernini, e la Colomba che si libra in un nimbo azzurro...: via, è una festa per gli occhi! Eppure, non è questo che attira maggiormente al Duomo l'anima friulana. E' qualcosa di più grande e di più sentito: qualcosa che parla, che ode, che lenisce, che trasforma. E' la spoglia di un Uomo, amico di Dio e della gente d'Aquileia: il Patriarca Bertrando di Saint - Geniès. E gira il popolo dietro l'Altar maggiore, e si inginocchia davanti a quell'Arca così severa in tanto splendore, e prega e confida e si rasserena. Il Beat Bertrand!... Udine - che a lui tanto deve - lo ha proclamato suo Patrono primario, ed il sei giugno, giorno suo natalizio, perché giorno della morte, l'intera Arcidiocesi ne celebra la festa. E non son certo soltanto fiori caduchi, quelli che per antica consuetudine in questa solennità si portano alla sua Tomba...

Campane a festa

 

Luglio del 1334.
Il Friuli esulta. Ricchi mercanti e cittadini agiati si felicitano col Clero, mentre il popolo riversatosi sulle piazze acclama vivamente attorniando i Magistrati. Le suonate squillanti dei pifferi e delle trombe contendono la voce alle campane. E si vuotano i boccali di vin nostrano, e si alzano i calici spumeggianti di moscatello o di vin di Creta e di Tino. Frattanto i giovani pensano ai " pagnaroli " della sera. Si preparano a gara i ciambelloni di sego che dovranno ardere sulle cime dei campanili e sulle più alte torri dei castelli: perché tutto dev'essere una luminaria. Anche le piazze avranno i loro grandi falò (3)Allegria ci vuole! Dopo due anni d'attesa! Davvero che la notizia dell'elezione del nuovo Patriarca Bertrando di Saint - Geniès ha elettrizzata la buona gente friulana. E non riescono certo a comprimerne l'entusiasmo quei signorotti prepotenti, che spiando dalle finestre a feritoia dei loro foschi castelli, ringhiano come mastini al sentirsi avvicinare il padrone che strapperà loro dai denti l'ingiusta preda e li terrà bene avvinti alla catena. Al Friuli si unisce pure tutta la provincia ecclesiastica dipendente da Aquileia. Un regno addirittura! Sentite: Como, Mantova, Trento, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Concordia, Feltre, Belluno, Ceneda, Trieste, Cittanova, Capodistria, Parenzo, Pedena, Pola! E dire che a nord-est si giunge alla Carinzia e alla Carniola fino ai confini con la Croazia.
In data 8 luglio 1334 (4), dopo lunghe incertezze dovute alla difficoltà della scelta, sollecitato anche dai due legati del Friuli, Guido decano di Cividale ed Ettore Savorgnano recatisi appositamente ad Avignone, papa Giovanni XXII s'era finalmente deciso alla nomina. Ci voleva per il Patriarcato d'Aquileia - terra flagellata dalle invasioni germaniche e dal brigantaggio di una parte della nobiltà locale - un uomo di fine diplomazia e dal pugno d'acciaio. E Bertrando di Saint - Geniès lo era. Vera tempra di un Bonifacio VIII. E santo per giunta. Certamente, non era indirizzata a lui - pure di Cahors - la frecciata dantesca Del sangue nostro Caorsini e Guaschi S'apparecchian di bere... (5) Che, se Dante fosse vissuto abbastanza per conoscere il Patriarca Bertrando in tutta la sua gigantesca figura, si sarebbe nobilmente inchinato davanti a lui (6). Il novello Patriarca, ottenute dal Papa speciali facoltà, parte verso la sua sede. Siamo ai primi d'ottobre. Aquileia, la seconda Roma di Augusto rutilante di magnificenza, la cittadella cristiana profumata dalla presenza dei primi evangelizzatori e fortificata dal sangue di Ermagora e Fortunato, gli splende davanti allo sguardo. Valeriano, Cromazio, Niceta, suoi predecessori e campioni di zelo, di santità e di scienza, sfilano nella sua mente, e talora scoloriscono il paesaggio, e gli fanno sentire meno la fatica del viaggio. Preghiera e propositi: ecco il viatico di ogni giorno mentre attraversa valli e pianure. Anzi, anche la vita egli darà per la salvezza del suo nuovo gregge e per i diritti della Chiesa. Già... ha avuto ormai sentore di qualche prepotenza... Oh, ma lo si vedrà se questi ribelli.... Basta! Deus nos adiuvet... Finalmente s'affaccia allo sguardo la prima città della sua immensa provincia ecclesiastica: Verona. E' il 16 ottobre (7). Le mura, le torri merlate, i bastioni, si stagliano nell'azzurro. Un corriere, partito a spron battuto ancora il giorno precedente, ha ormai avvertito . dell'imminente arrivo Mastino e Alberto della Scala, i fieri ed ambiziosi nipoti di Cangrande, e il Vescovo della città. Difatti, avvicinandosi, scorgono del movimento e dei pennoni. Viene attraversato l'Adige, oltrepassata la nuova cinta di mura fatta costruire da Cangrande, ed entrano nell'abitato. Bertrando di Saint - Geniès cavalca un magnifico palafreno bruno da parata. Una folla acclamante costeggia la via. Ma perché s'ammira tanto insistentemente il cavallo del Patriarca?... Si ha la spiegazione quando il corteo arriva davanti alla Cattedrale e Bertrando scende. Il Patriarca fa per consegnare le redini filettate d'argento al suo cavallerizzo Pietro de la Motte, quand'ecco un canonico in cappa, con un inchino rispettosissimo ma con mossa vivace, afferra il cavallo per il freno come per prenderne possesso. Il cavallerizzo rimane di stucco. Ha ancora la mano attaccata alle redini. Ma un gesto e un sorriso del Patriarca lo disarmano. E i canonici si portano via il cavallo tra gli applausi della folla. Il buon Pietro de la Motte si scuote sol quando sente sulla palma un dischetto metallico: la mancia del Capitolo: un fiorino d'oro puro! Meno male. Ma... perché quest'indiscrezione da parte dei reverendissimi canonici di Verona? Una consuetudine plurisecolare. Spettava loro - all'ingresso d'un nuovo Patriarca - portarsi via il cavallo (8).Gli storici però ci avvertono che fu l'ultima cuccagna. I successori di Bertrando, piuttosto che permettere queste confidenze, saranno disposti anche a girar al largo la magnifica città scaligera. II 20 ottobre entra a Padova accolto con grandi segni di onore, onore che poi gli viene reso anche dagli abitanti di Treviso (9).). Il Beato è dunque entrato nella regione veneta. La fertilità della terra e la bontà nativa della gente gli aprono il cuore. Sarà così anche nella sua diocesi di Aquileia?... E come l'accoglieranno i suoi figli?... 28 ottobre 1334. Aquileia - per l'occasione - è tutta un palpito. Sembra risorta. Pennoni e drappi, fiori e stendardi; e tanto sole ed azzurro. La folla, Clero, nobili e popolo - tavolozza sgargiante di colori - riempie le vie e le piazze per dove passerà il corteo. E quanta attesa nell'aria. Anche la mole imponente e maestosa della Basilica di Poppo, e il campanile alto, quadrato, imperiale (10) - costruito con le pietre dell'anfiteatro antico -, non sembrano più scolte veglianti sopra le rovine d'Aquileia romana (11) ), ma giganti che han ritrovato il fiotto della vita. Frattanto sulla strada che ha conosciuto il passo delle legioni romane, lo zoccolo dei destrieri e le ruote tenaci delle bighe, Autorità e rappresentanze sono andati incontro al nuovo Patriarca. Ad un tratto la folla ha un fremito. Le campane ricominciano a suonare. Un cavaliere con la spada sguainata passa di corsa e grida di far largo. Le porte della Basilica si spalancano. " Arriva! Arriva! ". " E' qui". " Salute! Vita al Patriarca! " grida la moltitudine. Difatti, laggiù, spunta il corteo. Lungo, brillante, lento corteo medioevale. Le acclamazioni e gli applausi scoppiano irrefrenabili. " Da due anni eravamo senza Patriarca! " commenta un povero vecchio con le lacrime tremolanti sul ciglio. Le mamme alzano sulle braccia i figlioletti. Ed il nuovo Patriarca incede sorridente e paterno benedicendo. Anch'egli ha gli occhi lustri. Al suo passaggio la folla si piega come si piegano a una folata di vento le spighe biondeggianti di un campo di grano. Ed eccolo entrare nella Chiesa massiccia, Le navate nude divise dalle grandi colonne, l'abside con le sue figure ieratiche (12), tutto sembra animarsi. I piviali e le dalmatiche trapunte d'oro mandano vividi guizzi, e gli antifonari miniati aperti sugli antichi leggii danno gioia all'anima. E quando, in tutta la pompa della liturgia, attorniato dalle dignità, il novello Patriarca si volge a parlare dalla tribuna impugnando il pastorale, un brivido percorre l'enorme folla. La sua statura gigantesca (13), il suo volto incorniciato di capelli bianchi - aveva settantaquattro anni! -, il portamento nobile e fiero, temperato da un sorriso, sembravano ricordare tutta la sua grandezza morale. Salutò quei suoi cari figlioli e parlò loro di Dio, della Chiesa, del Paradiso. Si sentiva il cuore in quell'accento. E quale dottrina! Quando poi, accennò ai diritti della Chiesa e delle anime conculcati, si drizzò e strinse il pastorale come una clava. Ma fu un momento. Appena ebbe finito - un mormorio di entusiasmo a stento represso si sollevò da tutto quel mare di gente - intonò il Te Deum. II popolo rispose a ondate travolgenti. Egli lo aveva già conquistato! Allor che calò la notte, e dai pennoni scesero le fiamme, ed anche le luminarie si spensero, e sull'abitato d'Aquileia passò una folata d'aria mefitica venuta dai pantani e dai canneti della vicina palude - quasi a ricordarle, dopo tanta gloria, la triste realtà quotidiana -, le rappresentanze e la moltitudine dei forestieri che s'incamminavano ormai sulla via del ritorno si chiedevano ancora: " Ma chi è quest'uomo?... Dev'essere un santo. Siamo proprio fortunati. Viene dalla Provenza, vero? E quale ufficio ebbe fino a ora? "Appartiene alla nobiltà?...".

 

In terra di Francia

 

Il Beato Bertrando nacque nel 1260 nella parrocchia di Saint - Geniès, regione di Cahors (Francia meridionale). La sua famiglia - della vecchia nobiltà feudale - aveva legami di sangue con le più pure stirpi del luogo, e contava cavalieri ardenti e pii uomini di Chiesa (14) Data la sua condizione, non sono necessari alambicchi cerebrali per dedurre che fin dai primi anni dovette coltivare l'ingegno con lo studio. Anzi, giacché allora si credeva - e non riteniamo ingenuamente - che la virtù e la pietà cristiana fossero il miglior ornamento del blasone (nel caso nostro la vita che ne seguì ce lo conferma) dovette pure sforzarsi di essere un piccolo cavaliere di Cristo. E ci è caro immaginarlo nelle sue ricche vesti di patrizio distribuire ai poveri pane e parole buone, oppure genuflesso nella cappella gentilizia pregare fervidamente davanti a un Crocefisso o a una Madonna dalle caratteristiche linee dure e semplici del duecento. Lo troviamo più tardi all'Università di Tolosa. Allora - in piena efflorescenza d'eroismo e di santità - anche gli studi superiori prosperavano sotto l'impulso della Chiesa. (E' noto che tutte le Università del Medio Evo, sì numerose e fiorenti, furono fondate e confermate o protette dai Sommi Pontefici). Eppure fino a ieri, non si poteva aprir bocca su questo famigerato Medio Evo senza tirar sul tappeto le immancabili " tenebre ". Del resto, Papini e Giuliotti osservano (15) che in queste " tenebre Arnolfo ci vedeva abbastanza per innalzare le sue fabbriche, Giotto per dipingere la Cappella degli Scrovegni, Dante per scrivere la Commedia, e S. Tommaso la Somma ". Nell'Università di Tolosa dove studia Bertrando, hanno il primo posto la Teologia ed il Diritto, ed il secondo, le Arti liberali. Egli si applica seriamente allo studio delle "Decretali", cioè ordinanze dei Papi che costituiscono la legislazione della Chiesa; e come i suoi contemporanei, accorda gran valore al " Decretum " di quel famoso monaco Graziano (16), che Dante magnifica nel canto X del Paradiso come fulgidissima luce, tra San Tommaso, Alberto Magno, Pietro Lombardo ed altri. Bertrando di Saint - Geniès s'è lungamente preparato alla sua carriera. Allora, un baccelliere doveva aver studiato per cinque anni Diritto Canonico e sette anni Diritto Civile. E il candidato alla Licenza che coronava gli studi e costituiva il grado più ricercato, doveva essere stato per cinque anni lettore di Diritto Canonico e per sei di Diritto Civile (17). In qual anno comincia l'insegnamento universitario del chierico Bertrando di Saint -Geniès? Non lo sappiamo. Certo, nel 1314 è già licenziato in Diritto Civile e Canonico, e rimpiazza - in cappa solenne - Guglielmo de Montlauzun, professore assai celebre. Doveva quindi possedere una scienza eminente se gli venne dato l'onore di supplire un tale maestro. Il fatto è, che il suo sapere e quello dei colleghi attirano gli alunni da ogni regione; l'Università di Tolosa acquista nome e splendore, tanto da rivalizzare vittoriosamente con quella di Bologna. Anzi, la competenza giuridica del Beato viene così riconosciuta, che lo s'invoca anche fuori dell'Università, sia per risolvere questioni delicate, sia - in special modo - come consultore nelle cause d'importanza del Tribunale dell'Inquisizione. (18)Frattanto, il Papa Clemente V era morto il 2O aprile 1314, e due anni dopo circa, veniva eletto a Lione Giovanni XXII, francese, che si stabiliva in Avignone. Egli era nativo di Cahors, ed era considerato come uomo di grande sapienza e virtù. Bertrando - pur nella sua umiltà - era apprezzato dal nuovo Papa, che il 21 ottobre 1316 gli conferisce un canonicato ad Angoulême, e nel 1317 lo nomina Cappellano papale e Uditore delle cause del Palazzo pontificio. Certo, se Giovanni XXII volle che all'ufficio di Uditore (19) ) non dovessero essere scelti se non uomini rinomati per scienza, sinceri e saggi nell'esporre il loro consiglio, tolleranti della fatica, adorni - come egli si esprime - di un'avvenente modestia, mondi le mani e puri di cuore, queste doti d'eccezione rifulsero anche in Bertrando di Saint -Geniès. Sembra quindi che lasciata Tolosa nel 1317 passasse alla Corte pontificia in Avignone fino al 1334, data della sua elevazione al Patriarcato d'Aquileia (20). Ed eccolo vestito del rocchetto e della cappa sedere con tanto impegno al suo ufficio, eccolo tra i fasti della Corte, esempio mirabile di vita. Mentr'era Uditore, ebbe l'onore d'essere invitato a cooperare a un avvenimento solenne: la canonizzazione di S. Tommaso d'Aquino. Morto a quarantott'anni, dopo aver scritto sulla Fede e la ragione opere immortali, questo. angelico frate domenicano era conosciuto dall'ex professore dell'Università di Tolosa. La profondità del suo pensiero, l'estensione del sapere, la sobrietà e chiarezza del linguaggio ne facevano ormai il principe della Teologia cattolica (21). Ebbene: dopo un delicato e importante lavoro, viene il 18 luglio 1323, il gran giorno della canonizzazione. Per ordine del Re la popolazione deve festeggiarlo come il Natale. Lo splendore eccezionale delle cerimonie suscita meraviglia ed entusiasmo. Nella chiesa di Notre - Dame des Doms, il Sommo Pontefice celebra la Messa di San Tommaso e pronuncia un discorso, attorniato dal Re di Napoli, dal collegio dei Cardinali e da numerosi Prelati (22). Bertrando di Saint - Geniès gioisce profondamente. Nel suo cuore sensibile ammirazione e devozione si fondono, e divenuto Patriarca d'Aquileia introdurrà o almeno accrescerà il culto verso il Santo Dottore, ordinando che nella Basilica di Poppo si dovesse festeggiare con particolare solennità il suo giorno natalizio (23). Finalmente accenniamo che ad Avignone il Beato conobbe il grande poeta nostro Francesco Petrarca. Ed è probabile che Bertrando di Saint - Geniès, il giurista santo, tanto stimato tra i personaggi della Residenza papale, abbia influito con qualche colpo d'ala ad elevare l'animo del cantore di Laura, animo naturalmente mistico, ed a farlo più tardi traboccare in quella Canzone Alla Vergine che forse è la più bella innalzata da un cuore cristiano alla Madre dei peccatori.

 

Nunzio in Italia

 

Tre volte Bertrando di Saint-Geniès venne In Italia prima d'essere Patriarca.
La prima, nell'agosto del 1320 (24), per una modesta missione affidatagli dal Papa Gioirmi XXII, e da assolversi in Toscana. Oh allora la nostra patria, se era per fascino di natura e dolcezza di linguaggio l'" Italia bella", il "bel paese là dove il "sì" suona", per le fiere discordie sembrava una " nave senza nocchiero in gran tempesta " (25). Dante Alighieri, il più illustre figlio di Firenze, in esilio a Ravenna presso Guido Da Polenta, aveva ancora un anno da vivere. Quale impressione sull'animo del Beato?... Al suo ritorno in Avignone, Giovanni XXII, soddisfatto dell'opera compiuta, gli concede la dignità più importante della Chiesa di Angoulême, cioè il decanato. Una seconda missione gli viene affidata il 19 agosto 1328 ancora per la Toscana (26). La situazione è poco rosea. Tutto il paese è in armi. Le principali città come Firenze, Siena, Perugia, Bologna, alleate con il Re Roberto di Napoli e l'esercito della Chiesa, lottano contro Luigi di Baviera. Ed è pericoloso avventurarsi... Ma Bertrando di Saint - Geniès non sa davvero dove abiti la paura, affronta la situazione, ed esegue il mandato. Il 1. settembre 1333, il Beato riparte per l'Italia. E' la terza missione (27). Questa volta, non si tratta semplicemente di consegnare un rotolo di pergamena dal cui orlo penda il sigillo papale di piombo, di un duplice compito dove la più esperta diplomazia deve unirsi a un cuore sacerdotale tutto ardore e carità. Il nunzio Bertrando di Saint - Geniès deve ridonare a Roma la pace interna mettendo fine alle ostilità tra le due onnipotenti famiglie degli Orsini e dei Colonna, e poi convincere il Re di Napoli su delicate questioni politiche. Il viaggio verso la Città eterna è lungo è scabroso. E ce ne vuole del tempo prima di por piede sullo squallido tavoliere della Campagna Romana. Qui, le strade sono cattive, e si dice che non di rado i viaggiatori vengano assaliti e spogliati dai briganti. La scorta armata del Nunzio tiene la mano alla spada. Talora, da qualche siepe spuntano facce rassicuranti che tosto si eclissano; più spesso, esseri umani fasciati di stracci chiedono l'elemosina. Ebbero anche un incontro, che in un primo tempo li mise sul " chi va là ". Dalle rovine di un castello, quasi nascoste in una folta macchia, era uscito un signorotto a cavallo attorniato da una muta di veltri " seguito da una dozzina di uomini pure a "avallo armati fino ai denti. S'avanza tracotante senza turbamento, mentre un falcone incappucciato gli dondola sulla spalla. All'inchino del Nunzio appena risponde. Però la sua scorta ammicca con poca simpatia. S'allontanano. Meno male. Finché si va alla caccia di lepri e di fagiani!... Bertrando e i suoi percorrono ancora qualche miglio tra acquedotti e ville rosi dai secoli. Finalmente, ecco lontano sulla piana, avvolta nei vapori della sera, una foresta di torri e di campanili. Roma! La Roma santa, la Roma nobilis... Il cuore del Beato batte con veemenza. Una ridda di sentimenti gli tumultuano nell'anima. Sente - malgrado tutto - d'essere giunto al centro della Cristianità. Bertrando di Saint - Geniès ha trovato nella città la confusione e la lotta. In assenza del Papa, Roberto d'Angiò Re di Napoli vi esercita i poteri di vicario delegato. Ma egli - con poco tatto - non se ne cura dell'antica aristocrazia romana, disprezza l'orgoglio dei Colonna e degli Orsini, ed allora la sua autorità si riduce a un'ombra. Le risse si moltiplicano ed il sangue scorre. Specialmente di notte, per le viuzze buie, tra torre e torre. Quanto sfogo di invidie e d'ambizioni! Potrà il Nunzio pontificio far cessare lo scandalo? Da parte sua, egli vi pone tutte le risorse dell'intelligenza e del cuore. Del resto, le lettere pontificie che l'accreditano, e più ancora le relazioni e conoscenze che egli ha con le due nobili famiglie in guerra, servono almeno ad aprirgli le porte ferrate di questi palazzi -fortezze. Indubbiamente le porte dei cuori sono ancora più inaccessibili; ma la preghiera, la pazienza, l'esposizione piana di argomenti indiscussi, l'appello al Cristo vendicatore del Calvario di cui pur si onorano seguaci, ottengono la distensione degli animi e conseguentemente la pace. Tutta Roma respira di sollievo. E si benedice a Bertrando di Saint - Geniès. Ma egli sa a chi dare la gloria del successo. E più volte i mendicanti che affollano il quadriportico scintillante di S. Pietro han visto il nobile Prelato entrare nella Basilica fastosa, e là, tra gli ori e i marmi, tra le tombe di Papi e di Re, inginocchiarsi umilmente ai piedi dell'Altare, e dare a Dio la lode dovuta. Certo però, Pietro, primo Pontefice di Roma, dal suo glorioso sepolcro deve avergli fatto sentire una voce di plauso : " Bene meruisti... ". Ora, rimane l'altra partita. Forse più delicata. Si tratta, per il Nunzio, di esporre al Re di Napoli le viste superiori del Papa sul ristabilimento della pace nella Cristianità d'ottenere il suo assenso, e di prevenire soprattutto il suo malcontento per una possibile cessione del reame d'Arles - appannaggio della Casa d'Angiò - nelle mani di Filippo di Valois (28). Bertrando di Saint - Geniès, anche in questo affare, chiama a raccolta tutte le sue energie. E ci mette del tempo. Ma invano questa volta. Gli avvenimenti precipitano. Le difficoltà si complicano. E compromettono il successo. Che fare?... Ritentare i negoziati?... Ma egli - senza nuove istruzioni - non può prolungare il suo soggiorno... Decide allora di ripartire. E riprende la via d'Avignone, e saluta questa magnifica terra italiana - sorriso di Dio , senza immaginare che pochi mesi dopo - come Patriarca d'Aquileia - ne sarebbe divenuto figlio d'elezione. L'11 giugno 1334 rientra alla Corte pontificia. Il suo viaggio - che avrebbe dovuto durare 90 giorni - ne durò 284. Ai 300 fiorini datigli per le spese, il tesoriere del patrimonio di S. Pietro dovette aggiungerne altri 300. E il Pontefice - malgrado la piega degli avvenimenti, certamente non imputabile al Nunzio - fu soddisfatto (29).

 

Abbozzo di casa nostra

 

Dicemmo che nell'ottobre del 1334, Bertrando di Saint - Geniès, eletto Patriarca d'Aquileia, poneva piede sulla nostra terra. Vi tenne il pastorale e la spada fino al 1350. Però, ci sembra opportuno, prima di tratteggiar la sua figura, dare quattro colpi di matita allo sfondo del quadro. In questo periodo, politicamente, l'Italia subisce profonde perturbazioni. Non è più l'epoca gloriosa del Carroccio. Anzi, i Comuni volgono a decadenza; come pure decade l'impero. Ne approfittano allora i signori per aumentare il territorio e la potenza. Da qui, lotte interne senza sosta. E l'Italia diviene un agglomerato di piccoli Stati rivali tra loro. Religiosamente, ci si va raffreddando. E certo la lontananza dei Papi da Roma non aiuta a ravvivar la fiamma che languisce. Quando si pensi al ritmo che assume la corruzione dei costumi, non ci si meraviglia se mancando il piedestallo anche la Fede rovini. Invece fioriscono la letteratura e l'arte. E' l'epoca del Petrarca, il gran padre dell'umanesimo; è l'epoca del Boccaccio, il principe dei prosatori del trecento. In arte poi si ha il rinascimento. Ed ecco - proprio nel 1334! - Giotto cominciar a Firenze quel miracolo d'arte che è il suo Campanile, forse il più bello del mondo; ecco l'Orcagna con il Tabernacolo di Orsammichele, gioiello di scoltura; ecco ancora - nel regno dei colori - accanto a Giotto, Duccio di Buoninsegna e gli altri pittori della scuola senese pieni di soavità e di ingenua poesia. Da non dimenticare finalmente, che - nonostante il grigiore politico - la prosperità e l'agiatezza continuano. I commerci delle città marinare, le industrie di quelle entro terra, fanno affluire nel Paese grandi ricchezze. Conseguenza logica: l'ammorbidirsi e l'ingentilirsi dei costumi (30). Questo per l'Italia, in genere. Ma, e per questa nostra ...piccola terra, baciata dal mare, poggiata sui monti, ai vasti orizzonti la libera fronte levata, ... terra, cui l'ombra dei Giuli del fiero suo fascino ammalia, ... piccola Italia, che ha memore un nome: Friuli...? (31).Ecco. Politicamente, comanda il Patriarca d'Aquileia. Egli è duca del Friuli, marchese d'Istria, principe del Sacro Romano Impero (32). Già fin dal 1077, l'Imperatore Enrico IV aveva concesso alla Chiesa d'Aquileia la contea del Friuli con i diritti ducali. E la contea comprendeva anche il Cadore. Donò pure allora la marca di Carniola e quella d'Istria. Con ciò ebbe principio il vero potere temporale del Patriarca (33).Accanto a lui - espressione di autonomia - ecco il Parlamento friulano: formato da baroni ecclesiastici e laici, e da rappresentanti delle piccole città friulane. Anzi, a lato del Patriarca, governa sovente una Giunta parlamentare (34). Il guaio ,è che nella regione, oltre le Terre e le nobiltà fedeli, esiste un arcipelago di giurisdizioni feudali indipendenti e ribelli in continua lotta tra loro; ed anche oggi lo ricordano gli avanzi di certi castelli sparsi qua e là sulle pendici, i passi, le gole. Religiosamente - lasciamo le diverse eccezioni: - c'è abbastanza da ringraziare Iddio. Le chiese ed i conventi pullulano. Il popolo è sobrio e laborioso. Ed anche tanto caritatevole. Difatti, non sono pochi gli ospizi per i malati, i pellegrini ed i mendicanti. Degne di particolare rilievo sono le Confraternite o Scuole. Erano sodalizi laici in cui . si raggruppavano gli operai, gli artieri, i contadini, i quali, non avendo che scarsa difesa nelle leggi contro le prepotenze dei nobili, la durezza e l'avidità dei ricchi borghesi e mercanti, si rifugiavano sotto le ali della loro naturale protettrice, la Chiesa. Ogni Confraternita si poneva sotto il patrocinio di un santo e ne solennizzava la festa o nella propria Cappella o in una delle Chiese del luogo. Lo scopo erano la preghiera, la carità, il mutuo soccorso, e, in caso di morte, la partecipazione ai funerali ed il suffragio. Ad Udine, per esempio, ce n'era una ventina. La più antica, quella di Santa Maria de' Battuti, ha dato origine all'odierno Ospedale civile. C'era quella dei Calzolai - la via di questo nome ne ricorda la sede -; quella " de' buoni uomini " di Grazzano, quasi tutti contadini; quella dei macellai di S. Pietro Martire; quella dei pellicciai a S. Giacomo (35).E riguardo alla letteratura e all'arte? Per le lettere, noi che pur avemmo anticamente eccellenti scrittori, da Cornelio Gallo - l'amico di Virgilio e di Grazio - fino al gentile poeta latino il Patriarca d'Aquileia S. Paolino, ora non contiamo alcuno davvero grande. Però le scuole non mancano. I capitoli, le badie, i comuni - di regola - provvedono nel modo loro migliore a tener accesa la fiaccola. Certo, non possiamo giudicare i tempi d'allora con i moderni criteri, e dobbiamo anche distinguere Terra da Terra. Ad Udine, pochi andavano alle scuole; e questi pochi non imparavano che a leggere ed a scrivere. Delle donne poi, era assai ristretto il numero di coloro che sapevano leggere, e minuscolo addirittura quello delle scrittrici... di qualche riga, s'intende (36). Riguardo all'arte, non si rimane nell'ombra. Ed ecco - tra i pittori - Nicolo di Marcuccio e Valente quondam Valcone di Gemona, Pietro e Zanda di Udine, Giovanni q. Pertoldo di Cividale. Tra gli scultori eccelle Giovanni detto " Griglio " di Gemona. Egli è l'autore delle principali sculture di cui è ornato il Duomo di questa Terra. Anche il colossale S. Cristoforo l'ha fatto lui, assieme al figlio. E vi impiegarono 123 giornate, con la retribuzione - per ognuna - di circa tre lire e sei centesimi. Pure di Gemona, è Buzeta, che scolpisce la grande rosa centrale del Duomo; e tra gli scultori troviamo anche un prete: certo Giovanni di Pertoldo (37).Passando all'architettura, accenneremo soltanto che in questo periodo ci son costruzioni che si distinguono, o per arditezza di lavoro o per vastità di proporzioni (38). E tacciamo degli orafi, degl'intagliatori, dei miniaturisti. Ci resta a toccare l'aspetto economico - sociale. Ci sbrigheremo in due parole L'agricoltura progredisce; ed a questo progresso corrisponde maggior attività commerciale. Il merito di quest'ultima, si deve anche alle folte immigrazioni di Toscani trapiantatisi da noi circa il trecento, che si diedero parte al commercio minuto, ai mestieri, alle arti, parte - i più facoltosi - a tener banchi di prestito. Logicamente il benessere aumenta. Così il Friuli viene a trovarsi sempre più in contatto col complesso movimento che fiorisce nel resto d'Italia (39). Crediamo finalmente opportuno chiudere questo capitolo, col dilucidar le idee sulla potenza estensiva del Patriarca d'Aquileia. Egli aveva tre autorità: era Metropolita, Vescovo e Principe. Come Metropolita, aveva potere - ve lo dicemmo già - addirittura su un regno; come Vescovo, esercitava le sue funzioni pastorali sulla Diocesi di Aquileia che comprendeva il Friuli fino al Tagliamento, la zona di Sacile, l'abbazia di Sesto, Moniego, il Cadore, gran parte della Carintia, la contea di Gorizia, tutta la Carniola e parte della Stiria; come Principe, comandava su tutte queste zone più l'Istria.

 

Ad Udine

 

Il Patriarca salì agilmente sul suo cavallo bardato, diede ancora uno sguardo alla triste pianura malata che circondava di melanconia quei due titani, la Basilica e il campanile, e pizzicò con gli speroni d'oro i fianchi del destriero. Anche il corteo si mosse. La poca gente d'Aquileia - facce gialle e sparute - gli augurarono buon viaggio, ed egli li ricambiò con un'ampia benedizione. Il suo volto sembrava l'espressione del " misereor super turbam ". Comprese allora quanto opportuna era stata la decisione del suo predecessore Bertoldo dei duchi di Merania (1218 -1251) di trasportare provvisoriamente nella villa di Udine - assai salubre e al centro del suo principato - la residenza dei Patriarchi e la sede del governo. Senza dire, che così sarebbero stati più sicuri dagli attacchi dei loro eterni nemici, i conti di Gorizia (40). Già da diversi giorni, sul Castello c'era un andirivieni di persone affaccendate. Servi, donne, consiglieri della Terra, il cameraro che girava con sussiego tenendo gli immancabili quaderni delle spese sotto il braccio, e specialmente il Gastaldo che faceva addirittura la spola - ansando non poco - tra la Casa comunale (41) ed il Castello. Voleva assolutamente che tutto fosse in ordine nel palazzo del Patriarca. Ed anche un'ammenda fece pagare alla moglie dì Ser Uguccione, grosso mercante di olio, per aver permesso ai suoi maiali di vagare in una stradicciola laterale. - Quando dico che le gride... - Messere, scusate, ma... - Viene il Patriarca, capite? E non aveva voluto sentire ragioni. Badò che nell'ampio stanzone di ricevimento del palazzo - dal focolare sterminato- , le armature fossero pulite dalla polvere, che le pancate si lucidassero con uno straccio leggermente intinto nell'olio, che alle poche mazze ferrate pendenti dai muri fosse tolta la ruggine. E più volte andò a controllare anche l'opera di mastro Leonardo, che stava dipingendo, tra gli affreschi di Santi rigidi e di fieri Patriarchi, lo stemma del nuovo Signore. Però, dove si lavorava di più, eran le strade e le piazze. Dato che nessun luogo era selciato (42), l'acqua piovana o i cariaggi scavavano buche e fossatelli fangosi che ora bisognava riempire e spianare. E venne finalmente il giorno dell'ingresso! Fin dall'alba i giovani avevan faticato ad ornare di verdi frasche la Villa, specialmente la piazza del Comune e Mercatovecchio. Le campane squillano. Alle voci argentine che partono dall'ex pieve di S. Maria di Castello, rispondono quelle virili della chiesa di S. Odorico (Dov'è ora il Duomo.), poi, a ondate, come si divertissero a comporre nell'aria una ghirlanda di suoni, le campane dell' antichissima chiesa di S. Pietro nella villa di Bertaldia, quelle di S. Gervasio (ora delle Grazie), di S. Pietro Martire, in una parola, di tutte le quindici chiese circa della Terra, Gli abitanti si son radunati per muovergli incontro. Ci sono i Magistrati, il Clero, le Confraternite con i loro stendardi. I popolani han messo il vestito delle feste, ed i signori sfoggiano abiti sgargianti di seta, e spade e stili dall'impugnature scintillanti. Le loro donne specialmente - scappellate e inchinate con devozione - danno un tono di gaiezza con le lunghe vesti scarlatte ornate di vaio (43) e strette ai fianchi da cinture di argento, con i ricchi serti di perle, e le caratteristiche code di velluto ed oro intrecciate fra i capelli (44). Ed eccolo il Patriarca Bertrando! Incede a cavallo seguito dalla sua corte. La folla acclama vivamente. E si ripete - in proporzioni minori - il trionfo di Aquileia. Ma qui l'omaggio sembra più sentito. E' la festa di famiglia. II ritorno del padre. E lo intuisce il Patriarca: e saluta affabilmente con quel suo gesto largo, che è davvero la prima carezza del pastore al gregge trepido. Quando inizia la salita del Castello, il sole sta per tramontare, ma c'è ancora tanta luminosità nell'aria. Giunto sulla spianata, il Patriarca si ferma lungamente ad ammirare il solenne panorama. Ne sembra avvinto. Poi, entra nella sala del suo palazzo preparata per l'omaggio. E sfilano davanti al trono le Autorità, il Clero, le rappresentanze. Per tutti ha un sorriso e una parola benevola. Di modo che uscendo, non sanno che benedire il Papa il quale ha compensato la lunga attesa con un tale Pastore. A II giorno seguente il Patriarca visita la Villa. Si capisce: sarà il primo, superficiale contatto. Ed eccolo nella pieve di S. Odorico. E' la chiesa maggiore, e sufficientemente capace ed adorna. E' anche tenuta con cura. Bertrando di Saint - Geniès ne loda i preposti. Eppure... non sembra soddisfatto. Evidentemente il tempio non risponde alle esigenze di un centro che ospita il Patriarca, i cui abitanti ed il cui progresso materiale e morale vanno di giorno in giorno aumentando. E allora?... Basta. Si procurerà di sciogliere anche questo problema. Poi, la Casa comunale. Entra sotto la loggia terrena dove si riunisce il Consiglio e si tengono i giudizi, osserva le stanze degli uffici, esamina l'armeria, ma si sofferma specialmente nell'archivio. Leva dagli scaffali diversi codici e pergamene, osserva, commenta, ripone. Il Gastaldo e gli ufficiali gli mostrano anche i dipinti delle pareti. Sono le gesta di Troia, che i magistrati hanno creduto opportuno far ritrarre, per stimolare alle imprese di guerra e di gloria gli abitanti della Terra (45). Usciti di lì - il Patriarca fa notare amabilmente che le vie son troppo strette e tortuose - passano alle sedi di alcune Confraternite, agli ospizi, a diverse chiese, a qualche convento. Il Patriarca si interessa paternamente di tutto. Loda le provvidenze sociali e caritative, ma fa intendere ch'è suo desiderio un maggiore sviluppo dell'industria. Un po' di disappunto, lo dimostra anche per le chiese della Villa. Difatti, eccetto San Francesco e S. Pietro Martire, le altre son troppo anguste e disadorne (46). In Mercatonuovo, si china a guardar dentro il pozzo. Ed il Gastaldo a fargli notare che ve ne son altri quattro. E tutti assai profondi, fatti scavare dal Patriarca Raimondo nella puddinga (47), che forma il sottosuolo di Udine (48). Giungono infine all'ultima cinta di mura, cominciate ancora nel 1330, ma innalzate solo in parte. Il cameraro, additando il troncone di alta e grossa muraglia merlata, prega umilmente il Patriarca a volerne continuare la costruzione. - Ma... - risponde il Beato sorridendo - se Udine continua ad ingrassare così, non ci starà nemmeno in questa corazza. Vi pare? Non m'avete detto che questa è la quarta cerchia innalzata? - La quinta, reverendissimo... (49),- Tanto meglio! - Sì, ma... non si tratta... - Ho capito, ho capito. Faremo anche le nuove mura. Non temete. E si ferma a guardare le vaste praterie comunali dove pascolano gli armenti, e i campi arati, e più giù, la tanta buona terra del Friuli, che sa docile al braccio e feconda al sudore.

 

La mano all'aratro

 

Prima della spada il pastorale. Bertrando di Saint-Geniès era Vescovo, anzitutto. E Vescovo santo si dimostra, in tutta la sua vita tumultuosa. Amore ardente e zelo che non conosce difficoltà sia per la gloria di Dio quanto per la salvezza delle anime: ecco il suo programma. E la Chiesa d'Aquileia ne saprà qualcosa. La gloria di Dio. Francesco, il poverello d'Assisi, ha già offerto a Dio, dall'aspra solitudine di S. Fabiano, il cantico muto di tutte le creature: il sole, la luna, le stelle, il vento, il fuoco, la morte... E' la " laus perennis " del creato. Ma, e gli uomini?... Solo gli uomini - capolavoro delle mani di Dio - se ne disinteresseranno?... Ecco allora il Beato a promuovere il culto divino. Appena giunto in sede, nello stesso 1334, unisce alla chiesa di S. Odorico in Udine il capitolo di S. Odorico al Tagliamento con tutti i suoi beni e diritti, e ordina il rifacimento della Collegiata. Egli stesso la consacra - benché incompiuta - nel 1335, e la dedica a S. Maria (50) Quindi, a ragione egli è considerato come il costruttore dell'odierna Metropolitana, che non è se non l'antica chiesa di S. Maria rinnovata. Per il decoro poi delle funzioni, l'accresce di ministri, di libri liturgici, d'ornamenti. Scrive il co. Fabio di Maniago: " Ricca (di pitture) ne andava singolarmente la cattedrale di Udine, dove sappiamo che alla metà del mille e trecento in una delle cappelle il Patriarca Bertrando aveva speso quasi quattrocento scudi in esse (pitture) soltanto; che nella cappella maggiore il suddetto Patriarca s'era fatto ritrarre unitamente ad altri illustri personaggi; che nella cappella di S. Nicolo erano dipinti a fresco i ritratti di Giovanni da Imola, del Petrarca, e del Dante... " (51). E l'urna marmorea che ora contiene il corpo del Beato Bertrando, non era forse stata eseguita per ordine suo, affinchè le reliquie dei santi protettori Ermacora e Fortunato avessero nobile dimora? Certo che allora, egli non sognava neppure di far scolpire la sua tomba! Ma, il Beato non restringe il suo zelo per il decoro della casa di Dio a Udine sola. Ed ecco i doni preziosi che egli fa alle chiese d'Aquileia, di Gemona (un bel graduale miniato), di Venzone, di Cividale (un calice di gran valore), e di altri luoghi. Ricorderemo poi, che fu Bertrando di Saint - Geniès a far mettere il cono a coronamento del campanile di Aquileia, e a dare così a quel tronco massiccio un soffio di serena snellezza. Però, il suo amore per il culto divino si manifesta maggiormente nelle costituzioni dei due Concili provinciali, ed in quelle di almeno uno dei quattro Sinodi diocesani - che noi finora conosciamo - tenuti dal Patriarca Bertrando. Ad esempio, l'art. 16 del primo Concilio provinciale tenuto a Udine nella chiesa del Castello il 29 maggio 1335, dice " Acciocché l'ira di Dio non si scarichi sopra i Ministri per l'irriverenza ai Sacramenti, in virtù di santa obbedienza strettamente comandiamo a tutti i nostri suffraganei, che nelle chiese a loro soggette provvedano con diligenza e a sufficienza, che l'Eucaristia, il Crisma e l'Olio santo siano chiusi in luogo particolare e mondo, e siano sotto fida custodia serbati... E quando devano essere trasferiti da un luogo all'altro, sieno portati... con tutta decenza ". E l'art. 17: "Provvedano inoltre che nelle loro chiese i loro ministri celebrino gli uffici divini tanto notturni che diurni con impegno e devozione... ". In queste ordinanze si sente tutta la fragranza di santità del Beato. E nel Sinodo diocesano d'Aquileia del 1338? E nel Concilio provinciale, pure d'Aquileia, del '39?... Apriamo un istante il cosidetto Codice della, catena, che si conserva nella sagrestia della Metropolitana di Udine. E' un buon codice in pergamena del 1300 con 57 fogli. La scrittura - a mano s'intende! - con quei caratteri ed abbreviature del tempo, sarà indecifrabile per un profano. Ma c'è l'aiuto del bibliotecario. Si chiama Codice della catena, perché porta ancora appese due rozze catenelle di ferro che vanno a unirsi in un'altra lunga un metro, da infiggersi con l'estremità nel piedestallo di un leggìo. Questo codice doveva rimanere continuamente esposto sopra il leggìo nella sagrestia del Duomo di Udine - allora non c'era la stampa! - per conoscenza degli interessati. Ebbene: leggete gli articoli 12-22 del Sinodo; e poi dal 33 al 37, sempre nella prima parte; e nella terza, il settimo, l'ottavo e il nono articolo che riguardano il rispetto dovuto alle chiese ed ai camposanti allora dappertutto annessi alle chiese...; e se non siete stanchi, date una sbirciatina anche a certi articoli del Concilio provinciale... (52). Via!... e siamo - non lo dimenticate mai - nel 1300! * ** La salvezza delle anime. Bertrando di Saint - Geniès sapeva che un'anima è più preziosa di un tabernacolo; e che consacrare chiese, donarle d'oro e di gemme, . sono azioni sante, ma certo non reggono al paragone con una consacrazione di anime ed una distribuzione di grazia. Ed allora, ecco l'Angelo della Chiesa d'Aquileia. Al Clero anzitutto - come forgiatore di popoli - rivolge la sua cura. Egli ordinava colle proprie mani i sacerdoti e i ministri inferiori dell'altare - ed un numero assai grande per quei tempi -, ma dopo d'essersi assicurato sulle loro qualità morali ed intellettuali. Anzi, su questo punto il Beato era così prudente e delicato, che neppure nell'estrema vecchiezza, mentre commise a Giovanni, Vescovo di Cittanova, di visitare l'Arcidiaconato del Cadore, riguardo all'Ordine Sacro gli diede solo la facoltà di conferir la tonsura; naturalmente, a quei giovani che dessero speranza di buona riuscita nella pietà e nella scienza (53) . Se poi abbiamo la pazienza di sbirciare ancora nel citato Codice detta catena, ci accorgiamo che ad Aquileia si precorrono le stesse severe leggi emanate dal Concilio di Trento. Difatti, l'art. 29 (parte prima) del Sinodo tenuto nel 1338, dice ch'è proibito presentare alcun estradiocesano agli ordini, come pure è proibito al chierico forestiero, senza lettera del suo Vescovo o senza licenza del Patriarca, di presentarsi per ordini o benefici(54). Il Beato non attribuiva questi benefici che ai più degni (55). Convocava tutto il suo Clero a sinodi frequenti (56) , dove con la parola e più con il fascino della sua santità, lo trascinava alla pratica dei doveri ecclesiastici. Ma anche con la legge li richiamava. Sentite il contenuto di alcuni articoli del Sinodo citato, interessanti non solo perché ci danno notizia del costume dei tempi, ma anche perché ci rivelano tutta la sollecitudine del Pastore, pur - talora - nelle prescrizioni di margine. Art. 44 (parte prima). Viene comandata ai curatori d'anime la residenza nella propria cura, escluse anche le filiali. (Egli ne dava certo l'esempio!). Art. 4 (seconda parte). Proibizione a preti e canonici di intervenire in aliquo spectaculo publico, o in adunanze proprie di laici, se non per trattare gli affari propri o della chiesa. Art. 5. E' vietato ai chierici di qualsiasi grado, sia in pubblico che in privato, di giocare ad taxillos, vel alleas cioè ad aliossi o dadi. (Giochi che dipendevano solo dalla sorte). Art. 6. I chierici non possono portare vesti che sappiano di mondanità, sia pel colore che pel lusso. Eccolo tradotto alla lettera: " Nessun chierico... osi portare vesti rosse, o verdi, o screziate, o pelli di qualsiasi genere cum bavaro; o usare... di selle, freni o speroni dorati, pena la multa ogni volta ". Art. 7. Per i medesimi, c'è pure la proibizione di portare cultellum, o qualsiasi altra arma sospetta. Questo veniva però permesso in viaggio, o contro i pubblici nemici, ma sempre col consenso del Patriarca. Finalmente, con l'art. 2 della terza parte del Sinodo, il Beato Bertrando prende misure opportune per il buon nome e l'onestà del ceto clericale. Oh, il santo Patriarca sapeva che tenendo il Clero nella " diritta via " si sanava la società (57). E talora, occorrendo, non si asteneva certo dal ricorrere a misure energiche. Come avvenne per il chierico Alessio, che avendo occupata con la violenza e la simonia la prepositura della chiesa collegiata di Santo Stefano vicino Aquileia, dovette in quattro e quattr'otto darsela a gambe (58). Ma, il Beato, da buon superiore, pensava pure alla vita materiale dei suoi chierici. Un esempio solo: l'abolizione a Cividale della dignità di Preposito. Gli antichi Prepositi avevano un ampio diritto di amministrare le rendite del capitolo, con l'obbligo però di dispensarle fedelmente ai canonici ed agli altri ministri della chiesa. Purtroppo s'abusava di questa autorità: inde irae. E dev'essere stato davvero un grosso malanno, se i buoni canonici d'Aquileia, per riconoscenza, incisero sulla pietra tombale del patriarca Volrico II - che aveva messo a ferri corti il Preposito - l'elogio di aver resi felici i fratelli. Il fatto è, che a Cividale non se ne poteva più. E dire, che questo signor Preposito (non andava quasi mai in chiesa!) cercava persino . di dare lo sgambetto nel primato al Decano,, che pur rappresentava il Patriarca nel governo temporale di quella Chiesa. Ma il Beato taglia corto. Nel 1338 sopprime il nome e l'ufficio di Preposito di Cividale, e devolve i trecento e più fiorini d'oro - fino allora succhiati da uno solo - a vantaggio dello stesso capitolo e del culto divino (59). Non è abbastanza ripetuto: le anime che pregano sono i parafulmini della società. Lo stesso Victor Hugo, certo poco tenero per i conventi, dice che è necessario vi siano persone che preghino per coloro che mai rivolgono il pensiero a Dio. E Guglielmo il Conquistatore - famoso nella storia - soleva esclamare : " I monasteri sono le più sicure fortezze della Normandia " (60). Durante le battaglie - afferma la Bibbia - gli Ebrei vincevano quando Mosè teneva le braccia alzate a preghiera. Ecco perché, il Patriarca Bertrando di Saint - Geniès, fonda a Udine il 6 novembre 1341 presso la chiesa di S. Nicolo, un monastero per vergini, vedove e peccatrici che vogliono fare penitenza. Ecco perché, chiama i frati Celestini, tanto pii ed austeri, e dà loro, il 28 ottobre 1349, la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio. "...Confidiamo " si legge nel diploma patriarcale di concessione " che la nostra Chiesa col gregge commesso alla nostra sollecitudine sempre più si conservi e fiorisca per le preghiere di uomini sì cari a Dio " (61). Il Beato ha poi una vera predilezione per i Frati domenicani di S. Pietro Martire. Studioso ed amico degli eruditi, apprezza la cultura di questi Padri; esperto di biblioteche, fruga nella loro, provveduta di rarissimi codici. Anzi sarà proprio a questo convento che il dotto Patriarca, con l'ultima disposizione, lascerà in dono tutta la sua personale e ricca biblioteca (62). Ma, egli stesso s'occupa - e con quale zelo! - per la salvezza delle anime. Le ordinanze dei Concili e Sinodi già ricordati, sono la espressione migliore di quanto gli ardesse in cuore. Era indefesso nel visitare l'ampia Diocesi; ed allora, non imponeva alle Chiese nemmeno quel modesto contributo che pure i canoni permettevano. E la cura per i penitenti? Una volta trovandosi lontano dalla sua Chiesa verso la fine della Quaresima, viaggiò dì e notte - e non certo in automobile! - per arrivar in tempo a riconciliarli con Dio per mezzo delle antiche solenni cerimonie penitenziali. Ed accorrevano ad Aquileia per la confessione pasquale da ogni regione della Diocesi: slavi, tedeschi e italiani. Il Patriarca non poteva dividersi. Ed allora eccolo chiamare in aiuto un dotto e buon frate domenicano che conoscesse queste tre lingue (63). Poi, predicava con frequenza. Al popolo e nei monasteri. Eloquentemente?... Certo con efficacia. Perché la parola di un santo scuote sempre ed innalza. Finalmente - come Vescovo - non possiamo non ricordare la sua energica azione contro l'usura per mezzo delle costituzioni sinodali. E' saputo, che questa era la piaga principale di quell'età. Pensate: prestar denaro, con l'interesse del quarantotto e più per cento! Ora, si può solo immaginare quanto dolore recasse al Beato - vero padre dei poveri - questo traffico infame. Così, nel Concilio provinciale del 1335, con perizia da canonista, bolla l'usura, la reprime, da norme opportune, e stabilisce le pene contro gli usurai. Questi, era Bertrando di Saint - Geniès. Oh, il Patriarca d'Aquileia poteva ben essere additato come modello a tutti i Vescovi del tempo! Ed il Villani vorrà darci a bere, che Papa Giovanni XXII nel distribuire le mitre più riguardevoli - tra cui, prima quella di Aquileia - aveva mire di vile interesse? (64). Dov'è il vescovo simoniaco, azzimato, fannullone, mercante, intento solo alla caccia di uccellame o selvaggina, e peggio?...

 

Lottatore imbattibile

 

Bertrando di Saint - Geniès fu anche un Vescovo guerriero. E quante volte noi friulani amiamo figurarcelo - lui, un colosso! - chiuso nella maglia d'acciaio con lo spadone al fianco, oppure che cavalca fiero e sereno in testa alle sue truppe per le giuste battaglie, od ancora, ritto in arcioni sul campo - nell'imminenza della lotta - mentre i cavalli impazienti percuotono con lo zoccolo il terreno ed i cavalieri ed i fanti fremono, arringare alla vittoria l'esercito schierato con l'ardore e la convinzione di un Pietro l'Eremita. Ma il Patriarca Bertrando non faceva la guerra per la guerra. Egli, che un giorno aveva scritto: " La pace è la più ricca eredità, che un Vescovo possa lasciare al suo caro gregge... " (65) non avrebbe certo impugnato la spada se non per un dovere sacrosanto. E questo dovere, era la difesa dei diritti della Chiesa. Tanto, che al declinare della sua vita tormentata, in una memorabile lettera al Decano d'Aquileia egli poteva scrivere : " Non è per ammassar tesori, né per arricchire i nostri nipoti, che noi abbiamo sopportato tante pene, elargito tanto denaro, corsi tanti pericoli: l'abbiamo fatto unicamente per riavere e conservare i diritti ed i privilegi della nostra Chiesa " (66). Oh per questi, sì, " nelle sue operazioni e-gli fu simile a un leone " come si esprime Giovanni abbate di Viktring, che lo conobbe personalmente (67). Dalla lontana Inghilterra, gli veniva una voce gorgogliante nel sangue che era insieme monito e sprone: quella di S. Tommaso Arcivescovo di Canterbury, assassinato sull'altare perché strenuo campione dei diritti della Chiesa. E lo accompagnerà l'ombra di questo Grande, lungo le coste dell'Adriatico, sulle doline del Carso, ai fianchi delle Alpi, attraverso la verde piana del Friuli, finchè anch'egli cadrà trafitto. Ed il suo sangue bagnando l'erba tenera, ed inzuppando le zolle frementi di vita, continuerà ad innalzare a Dio l'eterna canzone dei Martiri. * ** Ma, non si creda che il Patriarca Bertrando, non tentasse prima tutti i mezzi pacifici per evitare questo tremendo flagello della guerra. Era disposto anche a sacrificare considerevoli somme di denaro, ed a piegarsi a oneste condizioni senza sostenere a tutto rigore i propri diritti (68). Doveva essere proprio il mezzo estremo. Come pure, il Beato non combatteva personalmente. La lama del suo spadone mai si arrossò del sangue umano. Questo non è lecito a un Ministro di Dio. Ed è qui l'alone dì mistica poesia che avvolge la sua figura di guerriero. Sì, il Patriarca comanderà sempre alle sue truppe, sarà il primo soldato per la fatica, le privazioni, le marce. Al momento dell'attacco - è il suo cappellano che ce lo racconta - darà lui l'ordine di lanciarsi. Ma basta. Come Mosè, si butterà a ginocchi nudi sulla terra, e a testa scoperta, con le mani levate al cielo, insisterà nella preghiera fino alla vittoria (69) . * ** 14 gennaio 1335. Nella campagna tra Cavolano e Sacile. Il Patriarca Bertrando, allentate le redini, cavalca al solito davanti a tutti, discorrendo con frate Giberto abbate di Moggio sulla situazione delle terre istriane. Lo seguono immediatamente, canonici, conti, dottori. Quand'ecco un cavaliere della pattuglia d'avanguardia, venire incontro a briglia sciolta e fermarsi caracollando a lato del suo Signore. - Reverendissimo... - Che c'è? - Il nobil uomo Rizzardo da Camino s'avanza con forte scorta armata. Sembra però con intenzioni pacifiche. Si trova a un miglio. A quel nome, il Patriarca contrasse leggermente i muscoli del viso. Sulla sua fronte serena vagò un'ombra. Guglielmo, Decano, guardò frate Giberto e compresse le labbra. Anche la scorta commentò sottovoce. Era quel Rizzardo, che durante la vacanza della sede patriarcale aveva mosso guerra alla Chiesa d'Aquileia e recati tanti danni (70). Dopo venti minuti si incontravano. Il superbo signore, conte di Ceneda, sfoggiava un magnifico costume di broccato rosso fregiato d'argento. Ma questa volta non si mostrò affatto tracotante. Anzi. Del resto, la nobile figura del Patriarca si imponeva con una potenza più forte della spada e della mazza. Balzato di sella, e inchinatesi profondamente, Rizzardo - con un rispetto devoto che meravigliò tutti, ma sulla cui sincerità nessuno avrebbe rischiato un piccolo (71) - pregò il Patriarca che si degnasse dargli l'investitura dei feudi della Chiesa Aquileiese tenuti dalla sua casa, dichiarandosi pronto a prestare il solito giuramento di vassallaggio. II Patriarca lo fissava tacendo. E sol quando Rizzardo ebbe finito di esporre il motivo dell'incontro, fece un cenno a frate Giberto. Questi levò un Vangelo legato in pelle con borchie d'argento, e l'aprì davanti al conte di Ceneda. - Giurate! - intimò Bertrando di Saint-Geniès con voce solenne in cui vibravano fulmini per un eventuale spergiuro. Rizzardo stese la destra su quella pagina d'Evangelo vergata con la cura minuziosa del monaco, e pronunciò la formula di rito: " Giuro di essere fedele al reverendissimo Signor nostro Patriarca e alla Chiesa d'Aquileia come un vassallo è tenuto ad essere verso il suo Signore ". Alzò gli occhi come per aspettare ora l'investitura. Ma Bertrando di Saint - Geniès incrociò le braccia e strinse le mascelle. - Voi - disse con forza, scandendo - durante la vacanza della Sede Aquileiese, ci avete recato molti e gravi danni...; voi, tenete ancora prigionieri, indebitamente e ingiustamente i nostri buoni sudditi Varnero, Corrado e Odorico...; voi... Le due scorte, attonite, guardavano il vecchio e fiero Patriarca che s'era drizzato, e parlava scotendo le bianche ciocche di capelli e mandando lampi dagli occhi. Anche Rizzardo sembrava inchiodato sul terreno. - Rilasciate i nostri sudditi! - finì il Beato con voce velata di tenerezza. Ma l'astuto conte, aveva avuto tempo di riprendere l'abituale felina disinvoltura e di combinare una risposta. Con un altro inchino, fece osservare al suo reverendissimo Signore che egli non li teneva prigionieri per odio a lui; erano in carcere per un'altra ragione. Il Patriarca ribattè energicamente. L'altro tentò di scusarsi... - Be', - troncò a secco il Beato - datemi l'elenco dei feudi. Rizzardo gli consegnò un foglio di carta di seta che fu letto subito davanti a tutti. - Quanto all'investitura - concluse il Patriarca - ci debbo pensar sopra. Ve ne farò nota la deliberazione. State bene. - E spronato il cavallo proseguì, seguito dalla sua scorta. Rizzardo da Camino balzò in sella ruggendo (72). Era necessario che Bertrando di Saint-Geniès reggesse il Friuli in virga ferrea. C'eran troppe prepotenze da fiaccare. Anzi, per condurre a termine le dovute rivendicazioni, chiese ed ottenne la protezione di Carlo Re d'Ungheria e di sua moglie Elisabetta (73). E difatti ricupera terre e castelli in Friuli e nell'Istria, e combatte vittoriosamente coi Veneziani. Però attendeva sempre la vendetta da parte di Rizzardo da Camino. Costui aveva frattanto preparato un buon nerbo di truppe. Fanti armati di balestra, e specialmente cavalieri. Venuto il momento, scatena un brusco attacco. Credeva di sorprendere. Ma gli esploratori del Patriarca da tempo spiavano, specialmente dall'alto delle torri, le mosse nemiche. I segnali di fumo erano stati fatti tempestivamente. Allora s'era allungato l'argine d'acciaio. L'urto viene sostenuto, respinto, e si passa al contrattacco. E' la vittoria! Rizzardo da Camino, livido di rabbia, deve segnare una tregua. Oh, certamente per un bel po' il ribelle sarà innocuo. E' stata troppo sonora la mazzata che l'ha stordito. Gli verrà ancora il prurito di ritentar l'impresa?... Frattanto il Patriarca approfitta del sereno. Abbisognando di un colloquio con Otto duca d'Austria, parte per Lubiana. L'accompagna una scorta brillante. Tutto serve per il bene. Ed il Principe di un piccolo regno qual'è il suo, non può sfigurare davanti a questo nobile signore. Quindi, assai alte le spese, come nota lo stesso Bertrando nella lettera a Guglielmo decano d'Aquileia. E' il giugno del 1335. Nel ritorno da Lubiana - tra le montagne della Carniola, prima squallide, poi ammantate dal verde cupo dei boschi con qualche rocca sui picchi più impervi - si fermano a Circhina per riposarsi e passare la notte. Quand'ecco arrivare un corriere in gran fretta. E' latore di un'urgente ambasciata. Coperto di polvere e di sudore si butta su una panca, mentre il ciambellano del Patriarca discute con un gentiluomo del seguito se si debba svegliare il venerando Signore. La missiva annuncia che l'implacabile Rizzardo - contro ogni ragionevole previsione - ha invaso il territorio della Chiesa e va incendiando per la Patria (74). A tutta notte, il Patriarca ordina di rimontar in sella e riprendere a spron battuto la via del ritorno. Delle torce fumose, recate a mano dai cavalieri di scorta, illuminano alla meglio il sentiero e danno al corteo una parvenza spettrale. La strada sembra interminabile. Difatti quando spunta l'aurora, s'accorgono d'aver percorso ben poco cammino. E dire che il Patriarca deve ancora celebrare la Messa. Oh, lo si sa : cada l'universo, ma quel sant'uomo non lascierà la Messa. Per fortuna, al levar del sole, sul loro stesso cammino appare un castello, appollaiato sopra una collina. Poche casuccie d'attorno, e assai povere. Il Patriarca ringrazia Iddio. La vedetta sulla più alta torre del maniero, ha già scorto i cavalieri ed avvertito il corpo di guardia. Viene calato il ponte levatoio con un aspro cigolar di catene. La notizia che c'è il Patriarca ha messo tutti sossopra. Si presentano poco dopo anche il castellano e famiglia, assonnati, confusi, profondendosi in inchini e ringraziando per la degnazione. Il Patriarca chiede di poter celebrare la Messa. E mentre squilla la campana ed echeggia il corno per invitare i fedeli al castello, egli si preparerà all'atto solenne, inginocchiato su un bancone intarsiato della cappella. Intanto il castellano s'arrabatta a far onore agli ospiti nel salone principale. Poi, salgon tutti per la Messa. Indossati i preziosi paramenti, ricamati dalla castellana con le sue mani, il Beato celebra il divin Sacrificio con una devozione che incanta. Ma il tempo stringe. E dopo la colazione, ci si accinge a ripartire. Eccoli di nuovo in sella. I signori, le guardie, i servi, le donne, i bambini, chiedono in ginocchio la benedizione. E poi, accompagnano con l'occhio e col cuore il loro buon Patriarca ed il seguito, finché il corteo scompare in fondo in fondo, tra i vigneti, le siepi, la polvere, ed il sole. Bertrando di Saint - Geniès con grandi fatiche, spese e pericoli, ha radunato l'esercito (75). Ora si vedrà di farla finita con questo nemico della Chiesa santa di Dio. Anzi, il 4 luglio 1335, il Patriarca presiede il Parlamento della Patria, L'assemblea, numerosa ed eletta, attende con ansia la parola del saggio Principe. Gli animi sono elettrizzati. Ma la fiducia nel Patriarca, che veglia continuamente al bene dei suoi sudditi, è completa. Difatti, quando appare, uno scroscio d'acclamazioni l'accoglie. Egli spiega il perché dell'adunanza: la guerra. Difendere il Friuli da qualsiasi nemico. Le minacce armate di Rizzardo da Camino devono cessare. La Terra ha bisogno di pace. Con la pace fioriscono le campagne, le industrie, la famiglia. Invece un pericolo incombente - e da un tale uomo! - tutto tronca e rovina. La si finisca dunque! Per la Chiesa e per la Patria. Dio lo vuole! Le ultime parole del Patriarca, lanciate con un tono infiammato, sono coperte da un subisso di grida. Le spade sguainate s'innalzano, e ci si proclama pronti a combattere per la Chiesa d'Aquileia ed il Patriarca, campione della libertà e della giustizia. L'entusiasmo più sincero ha invaso tutti gli animi. E senz'altro si delibera di radunare i le truppe a Codroipo, e di dividere la Patria in cinque parti o quintieri: 1. - Cividale con tutto il territorio fra il Torre e l'Iudrio e con tutta la Schiavonia sotto Filippo de Portis; 2. - Aquileia col territorio di Monfalcone e la pianura sotto la Stradalta sino al Tagliamento sotto Nicolò di Castello; 3. - Udine col territorio ad occidente del Torre e dell'Iudrio sino alla Stradalta ed al Tagliamento con Colloredo, Pers, Mels, e S. Daniele sotto Federico di Savorgnano; 4. - Gemona con Tarcento ed il resto del territorio, compresi la Carnia ed il Canale del Ferro, sotto Artico di Prampero; 5. - il territorio oltre il Tagliamento sotto Bregogna di Spilimbergo. Ciascuno dei cinque capitani sarebbe stato assistito da consiglieri. Finalmente, furono stabilite delle pene per i sudditi che mancassero al loro dovere o fossero ribelli (76). Ma non basta. Due giorni dopo il Parlamento si raduna di nuovo, nella sala inferiore del Castello Patriarcale di Udine. E' presente anche Guido Vescovo di Concordia. Una fantasmagoria. Di colori e di forme. Tonache, cappe, mantelli, brache a soffietto, cappelli piumati, spade scintillanti, decorazioni, cinture. E più che tutto ardore di donarsi per la Patria. Il Patriarca ricorda di nuovo le malefatte che Rizzardo commette partendo soprattutto dal Cadore, da Cordignano, da Cavolano, e costituisce Guglielmo Mairano dottore in decreti, giudice contro questo vassallo ribelle. Propone infine, che per le sue colpe, egli sia privato dei luoghi datigli in feudo dalla Chiesa di Aquileia. Il Parlamento acconsente clamorosamente. Anzi, il Mairano fa subito una citazione formale al conte, di presentarsi personalmente a San Vito entro otto giorni - tra l'ora nona e i vesperi (77), per rispondere delle imputazioni fattegli (78). Intanto le truppe del Patriarca raggiungono San Vito. Inutile dire, che Rizzardo da Camino non si fa vivo. Per questo il 17 luglio viene privato in contumacia dei suoi feudi (79). Da là ci si reca presso San Daniele e si pone l'accampamento. La sosta è lunga. Ma non si sta in ozio: pulizia e maneggia delle armi, addestramento della cavalleria, esercizi per il lancio di frecce e verettoni. E viene finalmente il momento di andar incontro al nemico. Si pone il campo fuori di Sacile e si attende l'ordine di attaccare. La battaglia è accanita. Da tutte e due le parti non si vuoi mollare. Il diritto e la giustizia accendono gli animi e ingigantiscono le forze dei soldati del Patriarca; ma anche la disperazione e l'accanimento degli avversari sono fonte di energia. E nemmeno quando le bandiere del Patriarca sventolano vittoriosamente sui morti e le rovine, non si piega il ginocchio, non si rinfodera la spada. Scriverà più tardi il " Beato a Guglielmo decano d'Aquileia : " Quanto durasse questa guerra tu sai bene; finalmente... ". Sì, finalmente, dopo aver inseguito e martellato il nemico, dopo aver scovato e distrutto ogni nido di resistenza " ...Dio ci diede la vittoria e lo stesso Rizzardo nemico e persecutore della Chiesa, abbattuto e debellato, per il dolore morì pochi giorni dopo (il 3 settembre) senza eredi maschi e la sua eredità passò agli stranieri " (80). La piana del Friuli respirò.

 

Sotto le mura di Venzone

 

- E del matrimonio di Giovanni Enrico di Gorizia con Anna figlia di Federico d'Austria, che ne dite reverendissimo?... Il Patriarca sembrava osservare il modesto soffitto a travi della stanza. Forse, al fedele signore, la domanda era stata suggerita dalla voce melodiosa della figliola, che in un angolo del giardino provava in sordina una canzone d'amore accompagnandola con l'arpa. Dalla finestra aperta entravano fasci di sole, e - a intervalli regolari - lo stridìo petulante delle rondini che sfrecciavano lì d'intorno. Udine brulicava per il mercato. - Vedete - rispose dopo un po' il Patriarca, coordinando i pensieri - questo legame rende più delicata ancora la nostra situazione politica. Io temo per Venzone... ch'è nelle mani di Giovanni Enrico. - Credete proprio che la santa Chiesa d'Aquileia lo debba perdere? - Sì. Voi sapete che i possessi austriaci confinano, quasi dappertutto col nostro dominio. Ed è facile che gli Asburghesi, non potendo allargarsi verso la Germania, tentino di spingersi nel patriarcato d'Aquileia. Ora, questo matrimonio con Anna d'Asburgo, potrebbe fare di Venzone una spina infitta nel corpo della Patria. Vi pare? (81). - Avete ragione. Non ci riflettevo. Ma.., ed allora? - Pregheremo. E poi ci penserò. Certo bisogna agire decisamente, prima che il male diventi inguaribile. Un taglio, se ne spremono fuori i Goriziani - probabilmente qualche urlo - e la Patria è salva. In quel momento entrò un donzello, recando su un vassoio due eleganti nappi di cristallo dipinti a fiori. Lo seguiva un altro con due bottiglie di vino greco. Il discorso fu interrotto. Il Patriarca ringraziò, e, assaggiato il calice, ne fece le dovute lodi. Allora il vecchio signore - appassionato della campagna - scivolò a discorrere di viti e di colture. Il Beato udiva, chiedeva spiegazioni, approvava. Però tutti quei filari, quelle messi, quelle piantagioni, non avevano che uno sfondo: le mura di Venzone. *** Non se ne vuoi sapere. Alla richiesta del Patriarca di riavere il feudo di Venzone - date le mutate circostanze -, da Gorizia s'è risposto picche. Ma Bertrando di Saint - Geniès ha già deciso. Montato in sella, ha ordinato al suo esercito di seguirlo. Ed eccolo apparire improvvisamente con le truppe davanti a Venzone. Son gli ultimi di luglio del 1336. II Patriarca fa circondare le mura e intima la resa. Si tenta di opporsi. Ma la mossa è stata così impreveduta e repentina, che la Terra, benché munita di grosse muraglie e difesa da armi da fuoco, non si trova nella possibilità di resistere, perché senza viveri, senza munizioni, senza difensori (82). Seppure non arrivino al più presto da Gorizia gli aiuti necessari. Gli abitanti ne sono smarriti. Frattanto il 24 luglio, sotto il castello di Braulins, si ingaggia la battaglia con le truppe del Goriziano. Infiammati dalla parola e dalla presenza del loro santo Principe, i soldati del Patriarca non solo sconfiggono il nemico, ma catturano molti prigionieri e persino lo stendardo. Dentro le mura, si sentiranno poi le grida altissime di vittoria e lo scoraggiamento crescerà. Molti però son riusciti a fuggire. Il 10 agosto 1336, i Venzonesi si radunano nella loro chiesa di S. Andrea per decidere. Ci sono anche i rappresentanti dei Goriziani. Barbe lunghe e facce stanche; qualche testa fasciata, qualche braccio al collo. E chiazze di sangue sulle bende. Non c'è più nulla da fare. - A durarla ancora, si sarà poi trattati male dai nemici vittoriosi. - Siam costretti ad arrenderci. - No. Mai! - Ma a quale scopo? - Mai! - Lasciar morir di fame le nostre donne e i bambini? - E' orribile! - E allora?... - Ma a Gorizia che si fa? - E gli aiuti? - Non se ne può più! Si alzò in quel momento un giovane cavaliere, privo di un occhio e con una cicatrice di traverso sulla fronte. Dev'essere stato un prode, perché non ostante l'età, tutti tacquero per ascoltarlo. - Fratelli, - disse - arrendersi, ancora, no. Piuttosto proponiamo un armistizio. I soccorsi possono giungere. Attendiamo la fine del mese, e poi... Si ebbe una breve discussione, ma la proposta veniva accettata. E poco dopo, un messo degli assediati la recava al Patriarca: si sarebbero arresi, se entro il 31 agosto non avessero potuto ricevere aiuto sufficiente dai Goriziani. Il Patriarca acconsentiva. Ma, il 27 agosto, capitolava il castello di Braulins. Ed il 31, anche Venzone apriva la sue porte. Si sarebbero però conservate le mura, le fortificazioni, i privilegi; Venzone avrebbe avuto un mercato settimanale: il lunedì; le discordie tra Gemona e Venzone si dovevano comporre amichevolmente; e si ottenne anche qualche altra agevolazione. Il Patriarca s'era mostrato benigno, per mantenere saldo questo dominio della Chiesa d'Aquileia. Anzi, il 2 agosto 1338, egli ne consacrava solennemente il magnifico Duomo romanico -gotico - capolavoro dell'architetto e " mastro tajapiera " Giovanni Griglio - assistito da Pietro, Arcivescovo di Nazareth e da altri otto Vescovi (83). Anche oggi, un affresco trecentesco sulla parete di una cappella, ricorda l'avvenimento. Venzone - terra strategicamente importante - era dunque salva. Per difendere la Patria, nel 1343, il Patriarca rinforzava pure saldamente il fortilizio di Chiusa (84). La rocca - a strapiombo sul fiume Fella - era stata costruita per difendere il passo. A ricordo del restauro, venne incastrata sopra la porta di ferro dell'ingresso alla rocca una lapide scolpita in caratteri gotici, e la località fu anche chiamata Chiusa Bertranda (85). E finché visse, mai il Beato permise che i duchi d'Austria mettessero piede nella Chiusa ed in Venzone (86).

 

Di qui non si passa !

 

Lo sa l'Italia che il Patriarca d'Aquileia Bertrando di Saint - Geniès, l'ha salvata da una disastrosa incursione che le preparava Lodovico il Bavaro?... Siamo quasi alla fine del 1337. Dal nord tira vento di bufera. Lodovico, usurpatore del titolo imperiale, scomunicato ed eretico, vuoi scendere a capo di una grande armata in quest'Italia bella e ferace che egli ha già inorridito con i suoi delitti. E sollecita il Patriarca, per aver libero e pacifico passaggio attraverso il Friuli. Che risponderà il Beato? Questo signore è scaltro, onnipotente, cattivo. Per milioni di uomini la sua volontà è legge. Ma Bertrando di Saint - Geniès non è una canna. Egli si profila il disastro che ne verrebbe alla Chiesa e agl'italiani, e risponde con dura franchezza. No. Egli non avrebbe favorito uno scomunicato. E se avesse osato presentarsi così, gli si sarebbe opposto con le armi, fino all'ultima goccia di sangue. Ne da anche partecipazione al Papa. Anzi, in caso d'attacco, chiede umilmente per i suoi soldati le indulgenze che si concedono ai difensori della Fede. Poi, con ardore e generosità, organizza la nuova crociata. Bello questo vecchio gagliardo, che percorre il suo dominio a suscitare nel nome di Dio e della Chiesa, entusiasmi e dedizioni! Nobili e popolo, tra il saluto commosso della loro gente, abbandonano terre e castelli e vanno ad arruolarsi sotto le sue bandiere. Egli raduna così una poderosa armata. E scenda ora Lodovico ad assaggiar le sue frecce e le sue lance, o meglio, le palle di ferro e di piombo delle recenti armi adottate, gli schioppi. Frattanto è giunta la risposta del Pontefice, Benedetto XII. Il Papa loda la fermezza del Patriarca d'Aquileia, e lo esorta ad opporre la più accanita resistenza. Concede - com'è giusto - tutte le indulgenze richieste. Dice, che sbarrar la strada a questo nemico di Dio e della Fede cattolica, è un atto di religiosità che il Patriarca ed i suoi sudditi sono pregati di fare virilmente. E conclude il Papa : " A te noi concediamo per un anno, la facoltà di accordare l'indulgenza plenaria dei loro peccati a coloro che morranno in battaglia, o in seguito alle ferite riportate, purché contriti e confessati. E noi vogliamo ed intendiamo, che se anche a Te capitasse una morte simile - ciò che a Dio non piaccia! - tu pure possa approfittare della medesima grazia". Questa lettera pontificia conferma i fieri propositi del Patriarca. Ed ecco l'esercito Aquileiese aspettare con l'armi in pugno le truppe imperiali. Gli sbocchi alpini sono ostruiti, e su ogni sperone di roccia vigilano le sentinelle. Ma... passano i giorni; e dopo i giorni le settimane. Nessuno compare. Ormai si vedono corazze sfibbiate, soldati che giocano ai dadi, macchine da guerra allentate. Il perché è facile. Lodovico il Bavaro, stupito ed intimorito dalla intrepidità marziale di questo terribile vegliardo, non aveva osato varcare la frontiera. E non l'avrebbe varcata mai più (87).

 

I Conti di Gorizia

 

Giornata grigia, fredda, piovigginosa. Il Patriarca, investito ed avvolto dalla benefica ondata di calore che le legna del camino scoppiettando sprigionavano, andò diritto a sedersi sul trono, mentre ai lati - in piedi - si ponevano l'Abbate del monastero di San Gallo di Moggio frate Giberto, Guglielmo Decano, canonici, nobiluomini, curiali. La sala sfarzosa del Palazzo patriarcale d'Aquileia, illuminata da candelabri, con le pareti ornate a disegni geometrici di vivaci colori, il pavimento coperto in tutta l'ampiezza da tappeti, tendaggi flessuosi alle finestre, scranne dorate e cuscini di broccato, presentava un aspetto regale. E dovette colpire anche il conte Alberto V di Gorizia quando fu introdotto dal ciambellano. II nobile signore veniva a chiedere, anche a nome dei fratelli Enrico e Mainardo, di essere investito dei feudi che la sua casa teneva in Friuli dalla Chiesa d'Aquileia (88). Con la testa scoperta, senza spada né speroni, si avanzò fino ai gradini del trono, e inchinandosi profondamente chiese al Patriarca che si degnasse concedergli l'investitura. Bertrando di Saint - Geniès annuì con un cenno del capo, e con l'atteggiare delle labbra a un così nobile sorriso, che aureolò di paternità la sua già imponente figura. Oh, in qual modo i conti di Gorizia potevano nutrire ostilità verso un tal Signore? Lo sapevano che egli diveniva d'acciaio soltanto di fronte all'iniquità: quindi... Il conte si inginocchiò sui gradini del trono, mentre un gentiluomo porgeva al Patriarca un anello su un piattino d'oro. Il Beato l'infilò al vassallo. Un altro gli mise tra le mani la bandiera bianco - rossa della contea di Gorizia. Ed ancora il Patriarca la passò ad Alberto V. L'investitura era data. Allora si ebbe il giuramento. Il conte di Gorizia, rimanendo sempre nella stessa posizione, stese la destra sul libro dei Santi Vangeli aperto sulle ginocchia del Beato, e giurò con voce ferma d'essere fedele al Patriarca e alla Chiesa d'Aquileia anche a costo della vita, del suo braccio e del suo onore. Quando si alzò, Bertrando lo fissava negli occhi. Era monito e speranza. Alberto sembrò comprendere... Il notaro segnava l'atto ai 25 febbraio 1339 (89). - Reverendissimo, il conte di Gorizia, aiutato dalle truppe dei conti di Veglia, ha assalito il vostro fedele Giorgio di Duino. - Giorgio di Duino? Come? Quando? - Di notte. Tre giorni or sono. - Sembra impossibile! Non ne possono fare a meno. Ce l'hanno nel sangue! - Il demonio hanno. Ed è trascorso poco più d'un anno dal giuramento di fedeltà... - Ma dite : s'è difeso il nobile Giorgio? Han recato danni gravi? Ucciso? Incendiato?... - Sembra, reverendissimo Padre; però non si sa ancora con precisione. Abbiamo spedito d'urgenza un altro corriere. - Tenetemi informato di volta in volta. Anche se arrivano notizie durante la notte. Intesi? - Ai vostri ordini, Signore. Ed il Patriarca si ritirava nella sua stanza - addolorato ma non sorpreso - a pregare ed a far penitenza per queste pecorelle smarrite del suo ovile d'Aquileia. Aveva appena fatta una tregua con Giorgio di Duino, che il conte di Gorizia assalì con le sue schiere le terre del Patriarca Bertrando. In sella di nuovo, ed avanti contro l'indomabile avversario. Ma azione di difesa in un primo tempo. Che il numero e la valentia del nemico suggerivano una tattica prudenziale. Però, quando in aiuto del Patriarca e della Chiesa, vennero Carlo di Moravia e Giovanni del Tirolo con un sufficente numero di cavalieri e di fanti, oh allora, unite le truppe in un sol esercito, si passò all'offensiva. Da notarsi, che in quel tempo non si avevano sanguinose battaglie campali, ma, tolti gli scontri fra gli armati, si esercitava il diritto di guerra nel fare guasti alle campagne, nell'incendiar casolari, nel tagliar le messi, nell'impadronirsi di qualche castello. Quindi si comprende perché il Beato scrivesse nella sua nota lettera: "...prima di tutto ci dirigemmo contro Cormons e vi stemmo dieci giorni, e fatto là quel danno che si poteva, alla vigilia di Natale (del 1340) movemmo il campo contro Gorizia...". Le truppe - passato Isonzo che scorre gonfio e rumoreggiante - sostano nella campagna. Davanti a loro s'apre uno scenario fantastico. Una corona di alture bianche di neve, a cui il sole del tramonto da riflessi e tinte delicatissime, racchiude in grembo la Terra nemica, come una conchiglia aperta, la perla. E quale contrasto tra l'abitato scuro, cerchiato dalle solide mura, e lo sfondo d'un chiarore scintillante. Sopra le case, assai elevato, troneggia il castello. Frattanto scende la notte. La notte di Natale. Fredda, purissima, cristallina. Il pensiero dei capitani e dei soldati vola alle proprie famiglie, e sogna il ceppo che arde, un bicchiere di quel buono, e la Messa tradizionale al chiaror delle torce. Più di tutti Bertrando. Oh, non è possibile passare così, come gli ebrei, la notte sacratissima della nascita del Salvatore! E senz'altro ordina di drizzare lì, all'aperto, un altare elevato. Vi avrebbe celebrato come ad Aquileia, e il Dio degli eserciti avrebbe benedetto i suoi soldati. E fu davvero una scena suggestiva quella funzione santa nel cuor della notte, alla luce rossastra delle fiaccole, sotto quel firmamento che sembrava un immenso velario di velluto su cui fosse stato gettato a spaglio pulviscolo d'oro, davanti all'esercito schierato. In prima fila vi assistevano i principi Carlo e Giovanni, i conti di Ortemburg, e tanti altri nobili signori chiusi nelle loro armature. Gli elmi, le corazze, gli schinieri, riflettevano i vividi bagliori delle fiaccole. Il Patriarca Bertrando, aiutato dai suoi ministri, aveva indossato sopra l'armatura di ferro le vesti sacre (e così anche l'Abbate di Moggio) e compiva la funzione con tutta la pietà ardente di cui era ripiena la sua bell'anima ( 90). Avanti l'alba celebrò la prima Messa, all'aurora la seconda - il freddo agghiacciava addirittura le membra! -, e la terza - solennemente - quando ormai la terra, l'aria, gli uomini e le cose erano innondati dal pallido sole del dicembre. Ma fu allora che lo spettacolo di pietà - caduto il velame delle tenebre -, se perdette qualcosa del misticismo a cui era assurto nel silenzio raccolto della notte, acquistò una grandiosità commovente. Sembrava proprio l'esercito dei Crociati, invocanti l'aiuto divino sotto le mura di Gerusalemme. Anzi, gli stessi abitanti di Gorizia, rapiti da quella scena, ammiravano dall'alto dei loro bastioni. Però, il punto di convergenza degli sguardi era il Patriarca: quel meraviglioso guerriero dai capelli bianchi - vero pugile di Cristo - che non ostante i suoi ottant'anni sapeva ancora trascinare gli eserciti alla vittoria e le anime a Dio. Partivano da là il giorno di San Giovanni Evangelista (27 dicembre) dopo l'azione di guerra, e si portavano - con una marcia lunga e faticosa (per fortuna davanti ai fanti c'erano i pifferi, le cornamuse, le nacchere e i tamburi, e dietro, le salmerie dei venditori di pane e vino!) - sino a Belgrado e Latisana allora nelle mani del conte di Gorizia. Tutte due le Terre furono strette d'assedio. Si voleva piegare la fronte superba di questo ribelle feudatario. E difatti, il 7 gennaio 1341, non potendo più sostenere l'assedio, egli era costretto a chiedere tregua per un anno. Il Patriarca - altro tentativo per guadagnarsi l'anima del figliolo lontano - gliela concede. Ma questa guerra consumò - come racconta lo stesso Beato - una immensa somma di denaro. Non ci fu giorno in cui non si spendessero almeno 500 fiorini d'oro: soltanto nella biada per i cavalli si sborsarono quotidianamente quaranta marche, e talvolta anche sessanta (91). Senza dire poi, che tutti gli stipendiati furono soddisfatti e partirono contenti, perché oltre l'assegno loro dovuto, ebbero dalla munificenza del Patriarca anche dei donativi (92). Si quetarono i conti di Gorizia?.... Ecco un altro " pezzo " edificante : Siamo nel 1345. E' sempre il Patriarca che narra. " ... I conti di Gorizia di nuovo mossero guerra contro di noi e della Chiesa, ed in questa tenemmo quasi sempre due eserciti: uno presso Latisana e l'altro nei campi presso Manzano per resistere ai nemici; e per tre mesi, che tanto durò la guerra, tenemmo ai nostri ordini trecento cavalieri d'arme oltre i pedoni; ci costò infatti quella guerra 15.000 fiorini; eppure per grazia di Dio ne uscimmo in tutto con onore " (93). E permettete di farvi grazia riguardo a colloqui, tregue, arbitrati, ecc. ecc. Però, non si creda sia tutto qui. E' tale il susseguirsi e talvolta l'intreccio dell'operosità bellica del Patriarca Bertrando, che volemmo descrivere soltanto alcune azioni per non rendere indigesta questa sua vita (" libro grosso, malanno grosso " affermava già ai suoi tempi Callimaco!). Per essere esatti, dobbiamo dire che il Beato combattè - più o meno s'intende --, quasi tutti gli anni che visse tra noi. Ed ecco quelle buone lane dei Veneziani - ben sapendo che il Papa aveva bisogno del loro braccio e delle loro galee per una nuova Crociata - invocare la sua autorità per tenere a freno il Patriarca d'Aquileia che aveva avuto il torto di indovinare le loro mire e buttava lance tra le ruote impedendo così le loro usurpazioni in Istria; ecco i due tiranni Alberto e Martino della Scala che seminavano il terrore nel territorio di Conegliano, vedersi ad un tratto piombare come vindice Bertrando di Saint - Geniès, che per giunta - incaricato dal Pontefice - istruisce un terribile processo contro di essi, rei di aver assassinato il Vescovo Bartolomeo loro fratello (94); ecco Lodovico di Brandeburgo, affrontato eroicamente in Cadore col suo forte esercito, da un manipolo di soldati del Patriarca; ecco... be', piantiamola: altrimenti ci diamo la zappa sui piedi. Invece - giacché la guerra ha vincoli stretti di consanguineità con la diplomazia - agganciamo qui un accenno su questa forma di attività del Beato. Che la conoscesse bene, ci è noto. Che, dopo la sua venuta in Friuli, l'esercitasse meglio, ce lo provano i risultati tangibili tramandati dalla storia. Lo stesso Pontefice, più volte gli affidò missioni delicatissime. Ad esempio, nel 1335 stringe una lega con Alberto II ed Otto duchi d'Austria, Stiria e Carintia per averne aiuto nel ricuperare quanto spettava alla Chiesa d'Aquileia; nel '39 conchiude dei patti con Alberto V di Gorizia per un vicendevole aiuto in Friuli, Carsia ed Istria; in parecchie occasioni ottiene o concede tregue amichevoli. Che dire poi del pasticcio matrimoniale tra Margherita Maultasche e Lodovico di Brandeburgo che egli - per incarico del Papa - doveva sbrogliare? Ed il viaggio disastroso e pericoloso del '46 " attraverso i monti Gelboe e nazioni barbare e tremende " (95) per recarsi dal Re d'Ungheria che con un forte esercito teneva assediata Zara, affin di indurlo alla pace coi Veneziani e per regolare le gravi questioni del regno di Napoli?... (96). Naturalmente, in questo settore delicato, non tutte le ciambelle gli riuscivano col buco: ma certo non per causa sua. Invece, in guerra - sembrerà strano, ma è storicamente provato - egli riportò sempre vittoria. Fortuna? Perizia? Audacia?... Probabilmente tutte tre insieme. E - crediamo - non senza un pizzico di aiuto da... Lassù.

 

Il Principe saggio

 

E' vero che ai nostri giorni una filosofia antisociale afferma che la guerra è il ritmo normale della vita e che la pace è l'ideale degli ignavi (97), ma non crediamo che questa tesi vada troppo d'accordo col buon senso. Il grande S. Agostino - una delle mentì più poderose dell'umanità - affermava invece : " bellum geritur ut pax adquiratur " cioè : " si fa la guerra per aver la pace " (98). E per questo, il Patriarca Bertrando fu condottiero di eserciti. Ma, non ostante dovesse anche dormire con la spada al fianco, pure trovò tempo e modo per amministrare saggiamente il suo principato. Ed eccolo intento ad accelerare il ritmo di benessere dei suoi sudditi. Nel 1339 tratta con Belluno per aprire una strada che da Polcenigo andasse al piano d'Alpago, volendo così rendere più agevoli le comunicazioni tra il Friuli occidentale e l'alta valle del Piave. Favorisce Venzone per aver frequentata la via di Pontebba; e quando il Doge di Venezia gli invia delle rimostranze per quanto faceva a vantaggio di questa Terra e per agevolare i mercanti che venivano dall'Austria, egli risponde che gli importava assai l'incolumità dei mercanti e di ogni altra persona sulle sue strade (per questo aveva epurato Venzone da " molti mali uomini "), e che " per mantenerle sicure spendeva più di mille marche ogni anno " (99). Pensa però anche alla sicurezza della via del Predil. Da l'approvazione agli statuti di Monfalcone riformati sugli antichi. Concede a Pontebba ed a San Vito un mercato settimanale; ed alla prima, la fiera annuale dell'otto settembre (100). Singolare, ma saggia, è la prescrizione che il 27 luglio 1342 - in seguito a un voto emesso dal Parlamento il giorno precedente - il Patriarca emana " a proposito delle eccessive superfluità degli ornamenti tanto negli uomini che nelle donne ". Davvero ch'è ottima per l'utilità " di tutta la Patria del Friuli". Nessun uomo doveva portare oro, argento, perle, e mantelli tessuti con fili di questi preziosi metalli. Si concedeva però che per ciascuna manica - ce n'era di amplissime! - .si potessero avere venti botonos d'argento del valore di 14 centesimi l'uno. Così, nessuna donna, nobile o popolana, doveva portare in capo perle, veli dorati ed argentati, né qualsiasi altro ornamento, eccettuata una curdella per raccogliere e comporre i capelli, del valore di una marca et non ultra. Era pure proibito aver ornamenti di perle, d'oro, d'argento, di seta, di velluto, sulle vesti. Si chiudeva un occhio per qualche spilla sul petto, ma non di grande valore. Finalmente non dovevano osare di portar la coda nella sottana più lunga d'un braccio (101). Ma, uno stato ben organizzato, deve avere anche le proprie monete: ecco allora che il Patriarca Bertrando pensa di coniarne. Scrive Prè Giovanni Schiratti nella sua " Vita del B. Bertrando " (102). " Diedesi... a far batter nuove Monete d'Argento, alcune con l'effigie di S. Hermagora da una parte, e dall'altra una Croce, attorno alla quale era scritto DEUS, di valuta di quattro danari (103), altre pur con la Croce, & iscrittione BERTRANDUS da una parte, dall'altra l'effigie col nome di S. Hermagora, & altre ancora con l'impronto da una parte della Beatissima Vergine col Bambino, a torno a cui è scritto BERTRANDUS, & dall'altra l'arma della Città d'Aquileia. Di queste Monete io Autore ne ho vedute, & avute nelle proprie mani ecc. ecc. ". Il prof. Alberto Puschi, Direttore nell'anno 1898 del museo civico di Trieste, comunicava allora alla Commissione preposta alla Biblioteca e Museo civici di Udine un prospetto di " Monete de' Patriarchi d'Aquileia ", dal quale appare che Bertrando di Saint-Geniès avrebbe fatto coniare il grosso, il mezzodenaro ed il quattrino (104). E gli studi? Già da molti anni Cividale aspirava a veder eretto entro le proprie mura lo studio generale, cioè un'università. E fin dal 1303, sotto il Patriarca Ottobono, la comunità aveva deciso di contribuire con 50 fiorini d'oro all'onorario dei maestri delle diverse facoltà. Certo, sarebbe stata una vera fortuna per tutto il Friuli, sia riguardo all'istruzione, sia riguardo al prestigio, come pure per la stessa vita economica della regione. Il Beato incoraggia a riprendere i tentativi. Difatti, il 3 giugno 1342, viene mandato ad Avignone dal Pontefice, Giacomo di Treviso canonico di Cividale. Nel '43 e nel '44 si torna alla carica. E... - Deo gratias! - durante il '44 sembra che lo studio abbia cominciato in qualche modo. Ma fu purtroppo soltanto una fiammata. Perché? Forse per le lotte del Comune con il Patriarca. Seppure i Cividalesi non si indispettirono, per non vedersi da lui secondati quanto avrebbero voluto (105). Peccato! Ma, certamente, le cure più affettuose del "Principe furono rivolte alla Villa di Udine. Era la beniamina questa, fra le Terre del vasto Patriarcato. Anche se Cividale - grande ed illustre, ma che andava perdendo l'antico splendore - se ne sarebbe adontata. Aveva egli nel cuore, il desiderio di farne una seconda Aquileia?... In ogni caso, Udine sentì la sua paterna carezza, amorevole e fattiva. Oh, non diciamo che alla sua morte, potesse vantare il titolo di città come noi ora la concepiamo (basterebbe ricordare che le abitazioni delle classi agiate non avevan nulla di comodo o di grandioso, mentre quelle degli artigiani e contadini erano autentiche capanne coperte di paglia o di assicelle) però, se essa - apparsa tardi nella storia del Friuli - ne divenne la vera capitale, lo deve in buona parte al Beato Bertrando (106). semplicità antica. Una descrizione ufficiale di Udine, redatta poco dopo la sua tragica scomparsa, ci può illuminare sulle benemerenze del grande Patriarca. Si trova nella supplica presentata al Papa Innocenze VI da Nicolo di Lussemburgo - successore del Beato -, dai Vescovi suffraganei, dal Clero e dal Parlamento friulano, affinchè il Pontefice si degni trasferire in una della chiese di Udine - da decorarsi col titolo di cattedrale - la sede dei Patriarchi. Adducono come motivo, lo stato infelice e desolato della città di Aquileia, mentre invece descrivono la florida situazione della Terra udinese. Questo luogo - vi si legge - insigne più che ogni altro della diocesi per numero di abitanti (se ne contavano difatti circa seimila), è salubre e fertile. Munito di mura e fossati possiede molte chiese, molti monasteri ed ospitali; ha un Clero devoto e un popolo fedele, pronto a battersi in difesa dei diritti della Chiesa d'Aquileia. E proprio a Udine - dove c'è il Castello e il Palazzo patriarcale - da lunghi anni i Patriarchi hanno la residenza; in esso tengono la corte e i tribunali. La Terra è fornita di alberghi appropriati e capaci di molte persone; è frequentata da cavalieri, giurisperiti, medici, notai, mercanti ed artefici. Vi son le scuole e quanto può far ragguardevole una civitas destinata ad ereditare il nome di Aquileia (107). Da non dimenticarsi poi, che il Parlamento della Patria veniva radunato quasi sempre a Udine. Oltre a ciò, sappiamo che nel 1348, il Patriarca Bertrando sussidiò largamente il comune di Udine, perché vi fosse introdotta da parte del fiorentino mastro Tizio Nerasi l'arte della lana (108). Sotto il suo governo, le fabbriche private e pubbliche furono migliorate e moltiplicate. Come pure è dei suoi tempi, la divisione della Terra in cinque quintieri, interni ed esterni: Mercatovecchio, Mercatonuovo, Gemona, Aquileia, e Poscolle con Grazzano. Ciò serviva per convocare le milizie cittadine, e distribuirle nelle vie e sulla mura in caso di tumulti o incursioni nemiche; serviva per riscuotere tasse ed esigere prestanze, e per eleggere i magistrati. Ogni quintiere aveva la sua bandiera coi colori del Comune - bianco e nero - listati da una fascia rossa, e gli armati dovevano appunto stringersi intorno a questa bandiera quando suonava la campana a martello (109). Infine, non è il Beato a rafforzar le mura e - ciò che più importa, come dicemmo - a consolidare materialmente e spiritualmente la Vita religiosa di Udine, base e struttura - in modo speciale allora - dell'organismo sociale? A coronamento di questo capitolo, aggiungiamo quattro righe sulla splendida e cavalleresca ospitalità del Patriarca Bertrando. E' evidente: l'anima che vive davvero il Cristianesimo, è sempre gentile, accogliente, generosa. E' lei che vi spalanca le braccia ed il cuore, e vi sorride senza rubarvi il portafogli. Per questo accentra la simpatia di tutti. Ora, proprio tali qualità si decantano a riguardo del Beato. Sentite, ad esempio, un brano della solita lettera: " Restituita la pace al Friuli (dopo la guerra di Venzone) Carlo che divenne poi re dei Romani, sbarcò in Aquileia (1337) e lo accogliemmo come si conveniva a tanto signore; ed egli condusse con sé Bartolomeo (conte di Segna e di Veglia) e rimase con noi a Udine a nostre spese un mese e più; e poi Giovanni suo fratello, conte del Tirolo, insieme col vescovo di Trento venne da noi a Sacile conducendo con sé 700 cavalli e facemmo loro largamente le spese... ". E quando passò per il Friuli, Ludovico Re d'Ungheria?... Sappiamo che di soli cavalli ne aveva 500. Eppure la storia ci assicura che anch'egli fu trattato dal Patriarca con ogni onore e riguardo (110). Si dirà con una punta di insinuazione: " Ma costoro, eran pezzi grossi... ". E' vero. Volete degli ospiti più modesti? Ce n'è a volontà. Non dubitate... Vi basterà leggere il capitolo seguente.

 

Battiti d'ala

 

La poetessa Ada Negri, dell'Accademia d'Italia, pur durante la triste parentesi della sua incredulità, ha cantato con magnifici versi soffusi di nostalgia, l'anelito dell'anima alla pace ed al raccoglimento in Dio. Sentitela in Tempio antico: O ceri, o arcate, o pace di convento, o larve erranti negli sfondi oscuri, o gracili Madonne del trecento, che impallidite sui giallastri muri; tutto il mal ch'io commisi, e ch'io soffersi fra voi, fra voi vorrei dimenticar; fra voi sui marmi benedetti e tersi, le preci dei sereni anni cantar. Ebbene, crediamo che più volte, nella ridda delle vicende di guerra o di governo del Patriarca Bertrando, questa visione di pace, evocata dalla poetessa nei primi versi con tocchi così delicati, sia apparsa davanti al suo sguardo abituato alle intimità con Dio. L'anima che ne è affascinata, cerca sempre la solitudine per parlargli. Ora, il Beato, dovendo di regola durante gran parte della giornata occuparsi della cosa pubblica, strappava nella notte il sonno agli occhi per occuparsi di Dio. Ed ecco lo scarso riposo interrotto dalla preghiera. Anzi - come rivela il suo cappellano - passava talora le notti intere pregando, ed a ginocchia nude. Significativa a questo proposito è la tavoletta dipinta che si conserva nel coro invernale della cattedrale di Udine. E' il quadro più antico che lo rappresenti, ed è certo di autore contemporaneo. Ve lo riproduciamo qui accanto . Notate, che prega davanti all'immagine della Madonna: quasi a ricordare la sua tenera devozione verso la buona Madre degli uomini. Una notte - è sempre il suo cappellano che narra - licenziato il cameriere, chiude la porta della sua camera fingendo di voler riposare. Invece si spoglia, si distende sul pavimento con la faccia contro terra e si mette a pregare fervidamente. Il tempo passa, ma il santo vecchio continua con più ardore. Quand'ecco uno dei suoi intimi famigliari aprir la porta. Stupore ammirato in lui, si capisce. Il patriarca invece - vedendosi scoperto - rimane male. Ed al famigliare che gli rimprovera filialmente lo strappazzo, comanda di giurare il secreto sulla cosa fino alla propria morte. Ma, egli santificava con la preghiera, in modo speciale la Settimana che ricorda agli uomini l'amore, lo strazio e la morte di Gesù. Oh, allora procurava di essere almeno un po', l'alter Christus. E di notte, dopo congedata la famiglia, egli scendeva a piedi scalzi nella Basilica d'Aquileia congiunta al palazzo da un portico, e davanti al Crocefisso meditava l'insondabile Bontà divina. E fu qui, che scoperto da alcuni Sacerdoti, anche ad essi comandò di giurare che non avrebbero palesato il fatto a nessuno: neppure al suo Cappellano. Il quale, avverte appunto, che pur essendo continuamente con lui per tre anni, mentre visse non ne potè saper nulla. Infine, dove la sua pietà contese l'ardore alle anime più grandi, fu certo la S. Messa. La celebrava ai primi chiarori, quando ancor la terra è avvolta nel silenzio e nel raccoglimento e poi ne ascoltava una o due. Era il suo viatico: per le marce, le battaglie, il governo, l'affannosa vita di ogni giorno. Ed allora meravigliarsi se fu un forte? (111). La penitenza. Già vi accennammo. Aggiungeremo che ne faceva molta, e occultamente. Nel cibo era di una sobrietà ammirevole. Oltre le astinenze e i digiuni prescritti dalla Chiesa - e non certo così blandi come ora - egli digiunava tutti i venerdì e i sabati dell'anno. Preferiva poi le vivande più semplici. Nemico del fasto e della mollezza, vestiva modestamente. E d'inverno, non solo non s'avvicinava al fuoco, ma nemmeno usava le pelli (112). E se il sacrificio fosse richiesto dal suo ministero?... Un esempio solo. Ci fu un anno, in cui le esigenze della guerra lo costrinsero a starsene fuori d'Aquileia durante la Settimana Santa. Ma c'eran gli Olii da consacrare... materia necessaria per diversi Sacramenti. Ed allora? Sale sul suo destriere, e malgrado le insidie del nemico, la distanza, l'oscurità, cavalca a trotto serrato tutta la notte del mercoledì santo, pur di arrivare in tempo - il giovedì mattina - a compiere la sacra Funzione (113). Umiltà e mitezza. Sissignori. Malgrado la sua fermezza apostolica quando si trattava di diritti sacrosanti e inalienabili (qualche storico la scambia con quella dura e cattiva parola che è l'implacabilità) il Patriarca Bertrando fu umile e mite. E non reggono alla critica le calunnie fabbricate malignamente dai suoi avversari. Del resto con le cuffie non si copre il sole.Osservatelo al Concilio di Padova del 1350 - ne tratteremo al prossimo capitolo -, osservatelo questo superbo signore, che pur sotto una tempesta di ingiurie che devono flagellare a sangue la sua nobile anima, o risponde con magnanima dolcezza, o tace come il suo divino Maestro nei tribunali di Gerusalemme. Osservatelo tutte le volte - e son tante! - in cui lascia impunite le ostilità usate contro la sua persona. Osservatelo vendicarsi dei suoi detrattori col più ampio perdono. Qui, o signori c'è tale grandezza d' animo che incute rispetto e ammirazione. Non altro (114). Durante la terribile carestia (forse coincide con la pestilenza del 1348 che spopolò gran parte dell' Europa) egli nutre ogni giorno duemila poveri. Sull'esempio del diacono Lorenzo nel clima ardente della Chiesa primitiva, distribuisce i tesori della Chiesa Aquileiese agli indigenti di quella provincia. Provvede della dote, e quindi apre l'avvenire, sia alle figliole che sognano un focolare, sia a quelle -più fortunate - che Dio sceglie a Sue spose nel chiostro. Opera di carità questa, veramente fiorita a quei tempi. E vi spende la bazzecola di oltre 12.000 fiorini d'oro. Soccorre i lebbrosi del Lazzaretto di Udine - esisteva fuori dell'odierna porta S. Lazzaro - stabilendo per essi il ricavato delle multe. Essendosi poi verificati dei casi di << fuoco sacro >> (115), pone le fondamenta di un nuovo ospedale per i colpiti (116). Ma, e che dire della sua paterna, oculata, inesauribile carità in occasione del tremendo terremoto che la notte del 25 gennaio 1348 danneggiò fortemente Venezia, il Friuli e la Carintia? E' interessantissima per noi la narrazione di Giovanni Villani. Sentite: " In Udine parte del palagio di messer lo patriarca cadde, e più altre case; e cadde il castello di S. Daniello in Friuli e morironvi più uomini e femmine. Caddono due torri del castello di Ragogna e iscorsono infine al fiume Tagliamento, così nomato e morironvi più genti. In Gemona la metà e più delle case sono rovinate e cadute, e il campanile della maggior chiesa tutto si fesse e aperse, e la figura di San Cristofano intagliata in pietra viva si fesse tutta per lo lungo. ... In Venzone il campanile della terra si fesse per mezzo e più case rovinarono; e il castello di Tormezzo (Tolmezzo?) e quello di Dorestagno e quello di Destrafitto (?) caddono e rovinarono quasi tutti, ove morì molta gente. Per Carnia più di millecinquecento uomini femmine e fanciulli sono trovati morti per gli tremuoti; e tutte le chiese e case di Carnia sono cadute e il monistero di Oscalecche (Ossiach?) e quello di Velchiera: quasi tutti morirono e i rimanenti tutti sbigottiti e quasi fuori di loro senno". Anche la basilica d'Aquileia fu diroccata (117). Ora, dall'estensione e dalla gravita del disastro, noi possiamo legittimamente immaginare quanto desse di sé e delle sue ricchezze. Del resto, un ignoto autore della fine del trecento o dei primordi del quattrocento, forse a caratterizzare la sua vita virtuosa, in un dipinto esistente anch'esso nel coro invernale della cattedrale di Udine, lo raffigurava a distribuire la carità, (pag. 123). " Chi ama Dio ", scrisse l'Apostolo dell'amore, " ami anche il proprio fratello " (118). * ** La giustizia. ! Certo: anche la giustizia è una virtù; e - contro il sentimentalismo popolare - affermiamo che non fa a pugni né con la bontà né con la misericordia. Il Patriarca Bertrando ebbe il culto della giustizia. Per questo, e non per il prurito di menar le mani, egli combattè. Per questo, nel 1344 bandisce dalla Patria i Pinzano, rei di aver ucciso " con morte crudelissima " (119) tre loro stretti parenti; per questo poteva scrivere : " Abbiamo assediato la casa di Francesco di Villalta perché costui non voleva eseguire il testamento del padre che ci aveva fatto suo commissario... " (120); per questo ancora espugna Castel Raimondo " spelonca di ladroni e malanno dei mercanti " (121). Concludendo, a chi ci chiedesse se in Bertrando di Saint - Geniès sia più da ammirare il Duca del Friuli e Marchese d'Istria o il Patriarca santo risponderemmo senza esitare: II santo. Che, non ci son medaglie d'oro, o titoli allucinanti, o monumenti grandiosi che ricompensino l'eroismo tenace e continuo della virtù. Difatti: quante volte gli stessi eroi della spada, della scienza, della filantropia, non sanno essere grandi di fronte al proprio cameriere!...

 

La rupe spezzata

 

- Ci son tutti?... Francesco di Villalta si volse, e prese a numerare i convenuti: Gian Francesco di Castello, Simone di Castellerio, Guglielmo di Colloredo, Nicolussio e Rizzardo di Prampero, Giacomo di Savorgnano, Simone di Valvasone e qualche altro. - Undici; e dodici con te. - Bene! - esclamò soddisfatto Valterpertoldo di Spilimbergo. - Chiudete la porta. 'Tu, Guglielmo, hai provveduto che ci sian le guardie di fuori?... - Tutto è a posto. - A noi, allora. Avvicinatevi. E badate... - sibilò accentuando le parole - che questa volta dobbiamo andare fino in fondo. - Sicuro! Ammazzarlo bisogna. - La finiremo. - Io ho troppi conti da saldare con messere il Patriarca. - Un momento: Voi sapete che il 15 scorso, qui a Cividale, in piazza, abbiam fatto proclamare che tutti i cavalieri e i pedoni devono tenersi pronti - sotto pena di multa - per seguire la bandiera del conte di Gorizia e del Comune. - ...Ma, e i denari? - Un momento, dico. Il conte ha già pensato. Glieli ha prestati Castrone de' Bardi di Firenze. - Allora non manca nulla! - Manca il più. Quello che tratteremo ora. Ma venite più vicino: nemmeno l'aria deve sapere. Si strinsero in circolo, e dopo l'esposizione di Valterpertoldo discussero a lungo. Qualche faccia stravolta, diverse soltanto accalorate, le altre fredde, ma più perfide e lancinanti. Calici di vino e pugnali. La congiura aveva luogo nel palazzo del conte Mainardo, il 1. Maggio 1350 (122). *** Però, già da qualche anno aveva cominciato a rumoreggiare la tempesta sulla testa del Patriarca Bertrando. E' inutile: la verità e la giustizia trovan sempre la via sbarrata dalla malizia degli uomini. Ed ecco che s'aveva cominciato con la calunnia. E fino ad Avignone eran giunti. Ma vedendo che non se ne poteva oscurare il nome, s'arriva persino a tentare un assalto a mano armata contro di lui, come avvenne a Cividale il 4 agosto 1348 da parte di un gruppo di ribelli guidati da Giovanni Rodolfo di Portis. Certo le gelosie di Cividale contro Udine che sembrava preferita dal Patriarca - c'era stata anche una guerra tra loro! - andavano crescendo sempre più. Il 23 ottobre 1348 il comune di Cividale stringe una lega di dieci anni con Enrico e Mainardo conti di Gorizia, concedendo loro dei diritti su cui non aveva alcun potere. Il Beato minaccia la scomunica. Cividale ed i conti fanno spallucce. Allora nel dicembre, viene davvero lanciata contro il conte Enrico, mentre su Cividale piomba l'interdetto. La tensione si accentua. Nel 1349 questi nemici del Patriarca - aiutati da altri - prendono con la forza Fagagna, S. Daniele, Buia, Tricesimo e rompono le rogge di Udine. Succede una tregua; ma ne approfittano diverse Terre per stringersi più fortemente al loro Patriarca, tra cui la fedele Gemona. Senza dubbio il Friuli avrebbe bisogno di pace. E gli uomini di buona volontà gliela vorrebbero dare. Ma la si avrà, finalmente?... (123). 1350. L'ultimo anno di vita del Beato. Novant'anni! Eppure - nella sua invidiabile robustezza fisica e lucidità d'intelletto - continua a viaggiare ed a governare. Ed eccolo a Padova il 4 febbraio, in occasione della solenne traslazione delle reliquie di S. Antonio nella tomba definitiva. Vi presenzia assieme al Cardinale Legato Guido dì Montfort e tre Vescovi. E quando il Legato parte per Roma, egli passa a Venezia e poi si ritira a Sacile. Ritorna a Padova (si noti: sempre a cavallo!) per il Concilio dell'otto maggio convocato dal Cardinale Guido di Montfort. Alla solenne assemblea, in cui ci sarà la prova del fuoco per le sue virtù e una palestra per il suo sapere, intervengono il Patriarca di Grado, l'Arcivescovo di Zara ed altri Vescovi o loro procuratori. Si promulgano parecchi canoni disciplinari, ma poi si passa alle contese riguardanti il Patriarca d'Aquileia. Evidentemente i prelati vorrebbero comporre i dissensi tra il conte di Gorizia e il Beato. Parla anzitutto il conte, per giustificare le sue invasioni e i suoi pretesi diritti. Bertrando con la testa china, calmo, ascolta quel torrente di parole che vorrebbero sommergere la leggittimità delle rivendicazioni sue. Ma non si turba. Non contrae un muscolo. Solo qualche volta alza lo sguardo, quasi per domandarsi se l'avversario abbia finito. L'assemblea, attentissima, ascolta. Qualcuno anzi si chiede come il vecchio Patriarca - che sembra ormai fiaccato dagli anni - se la caverà. Finalmente il conte tace. Un mormorio sommesso corona il discorso. Tutti gli occhi ora si volgono al Patriarca d'Aquileia. Il Cardinale gli ha già data la parola. E si alza Bertrando: e drizza la sua bella fronte piena di maestà, e con voce calma, sicura, incisiva, comincia a parlare. Sembra risuscitato l'antico professore di Decretali. Signore della parola, con quella moderazione che esprime il sicuro possesso della verità, egli ribatte, stronca, dimostra. Anche la sua figura imponente, aureolata di fama, d'esperienza, di lotta, contribuiscono a conquistare l'assemblea. Lo si vede dai volti. Il conte rugge. Costui ad un tratto balza, e interrompendo il Patriarca, gli lancia una domanda che vorrebbe distruggere tutta l'argomentazione. Bertrando di Saint - Geniès, con sicura e rapidissima analisi ne individua il punto vulnerabile, e d'un colpo annulla la stoccata. L'assemblea sbotta in un mormorio d'approvazione. Ma Enrico di Gorizia non è tipo che rinfoderi la spada. Controbatte energicamente. Anche il Beato risponde con energia: son di mezzo i diritti della Chiesa ed egli non può mollare. Il conte allora diviene mordace. Son frecciate intime, dolorosissime, che vanno dritte al cuore del Patriarca. L'assemblea stessa ne sente pena, e attende la contropartita. Questa volta però rimane delusa. Il terribile vecchio risponde con un triste sorriso e con poche parole blande. D'altra parte il conte, maggiormente sferzato da questa superiorità morale, raddoppia di furore. E Bertrando tace. Non sono più il diritto e la giustizia, è la sua persona colpita: ed egli che si ritiene un povero peccatore trangugia l'assenzio. Ma quando Enrico di Gorizia ritorna sul vero terreno della contesa, oh allora ritrova una rupe di volontà non disposta a cedere d'un apice. L'assemblea ne è ammirata. Piuttosto, dopo altri tentativi, considerata l'irriducibilità degli avversari, stima inutile continuare. E la seduta vien tolta. Però, la storia dei Cortusii qualificherà il Patriarca come vir probus et sapiens: uomo retto e sapiente; ed il Cardinale Guido, in una lettera ai Vescovi di Treviso e di Concordia ed all'Abate di Moggio, dichiarerà nulle le leghe strette dai sudditi del Patriarca contro il loro signore. Anzi darà il potere a questi prelati di scioglierle senz'altro. Ma ormai era troppo tardi (124). Anche il Beato lo sentiva. Egli però - che ogni giorno al Mattutino e ai Vesperi faceva la commemorazione di S. Tommaso di Canterbury, il martire invitto d'Inghilterra, suo patrono - era preparato alla morte (125). Ora specialmente, in cui Enrico di Gorizia avrebbe atteso di potersi vendicare. Da Padova ritorna a Sacile, e vi rimane alcuni giorni. Poi decide di proseguire per Udine. Ma, viene avvertito segretamente di certe voci che circolano, e di certe facce straniere apparse nella campagna e poco rassicuranti. Oh, egli sa che si tratta di lui, che la vittima è già segnata! I notabili della scorta, come Ermanno dì Carnia, Gerardo di Cucagna, Federico di Savorgnano, lo supplicano di non esporsi al pericolo. II grande vecchio ascolta, sorride, rincuora. A un certo momento però - è il mattino del 5 giugno - la debolezza della natura accascia anche lui. E' terribile una morte così vicina e tragica!... E già gli sembra di sentire nelle carni lo spasimo delle lame, e negli orecchi l'urlo orgiastro dei suoi assassini. Un brivido gli corre per tutta la persona, il cuore martella, mentre l'angoscia lo serra alla gola. - Reverendissimo, vi sentite male? - Oh!... - Dell'aceto; presto! Difatti il Patriarca s'è sbiancato d'improvviso. Pochi istanti. Si passa una mano sulla fronte come per scacciare una brutta visione, guarda d'attorno, e tenta di abbozzare un sorriso. - Grazie! Non è nulla Quanto siete buoni!... Si mette invece a pregare. A mano a mano anche il suo bel viso riprende colorito e serenità. La bufera è passata. Subito dopo recita le ore canoniche, si confessa per l'ultima volta con tutto il dolore di cui si sente capace, e salendo l'altare per celebrare la Messa, si unisce - per il bene della sua diletta Chiesa d'Aquileia - alla Vittima divina che sta per immolare. - Domattina - ordina a Federico di Savorgnano - si partirà senz'altro. Domenica 6 giugno 1350. Il cielo è coperto, e un'afa soffocante incombe sugli uomini e sulle cose. Il Patriarca, già in sella, s'accomiata dal popolo di Sacile ch'è venuto a salutarlo e a chiedergli la benedizione. E' sorridente, vigoroso, calmissimo. Qualche voce gli sussurra ancora: - Attenzione, Padre nostro!... - Guardatevi!... - Rimanete tra noi... Ma egli sembra non udire. Soltanto quando spronò il destriero, uscì in una frase che scosse i pochi che l'udirono : " Andiamo a immolarci per Cristo e per la Chiesa di Dio! ". Coperti di polvere e di sudore, il Patriarca e la scorta formata da duecento elmi, s'arrestano dopo il mezzogiorno per riposare un po' e rifocillarsi. La sosta però non è lunga: che il ciclo diviene sempre più bigio, ed il Beato crede opportuno rimontare in sella. Verso le tre dei pomeriggio, s'attraversa la piana della Richinvelda. Sulla sinistra - a circa tre miglia - appare Spilimbergo tra folte macchie d'alberi. Si cavalca assonnati e quasi in silenzio. Ad un tratto però, Ermanno di Carnia che si trovava a sinistra del Patriarca, lancia un'esclamazione protendendo il braccio verso Spilimbergo. - Fermi! fermi! - Un assalto! - Tradimento! - Lance in resta! Difatti a poche centinaia di metri, dal folto degli alberi, erano sbucati e venivano incontro al galoppo - avvolti nella polvere - forti schiere di armati. Fulmineamente, Federico di Savorgnano, Gerardo di Cucagna ed altri notabili Udinesi, sguainate le spade, corsero avanti e si serrarono a scudo del Patriarca. Ermanno di Carnia gridava ordini alla truppa. Il cozzo fu tremendo. Balenarono le spade, molte lance si spezzarono, e si prese a rotear le mazze. Grida, colpi risonanti su gli elmi e le corazze, nitrire di cavalli, lamenti di feriti. Evidentemente i soldati di Enrico di Spilimbergo son troppi e la difesa vacilla. I congiurati premono in modo speciale su quella corona di petti che difendono il Patriarca. Là è la vittima. Là si deve giungere. E con furia satanica menano colpi su colpi. Ad un tratto, viene aperto un piccolo varco. Un cavaliere vi si butta ed è tosto sopra il Patriarca con un urlo e la spada alzata. L'agnello, in preghiera, è pronto al sacrificio. Uno, due, tre colpi!... Il Patriarca si rovescia da cavallo. Quattro, cinque!... Ora il sangue gli esce a fiotti. E' finita finalmente! Le grida di vittoria riaccendono negli assalitori il furore. Dapprima si continua a difendersi bene, poi la lotta diminuisce. Del resto la scorta - assai ridotta di numero - non ha più motivo di battersi. Ancora alcuni duelli isolati... Qualche altro che cade... (126). Però diversi fedeli del Patriarca sono corsi a lui col cuore spezzato. Oh! non è morto ancora!... Federico di Savorgnano lo chiama con la voce rotta dal pianto. Quelle pupille semispente si riaprono... Il buon Padre guarda con riconoscenza i suoi figlioli... Poi, con un fil di voce scandisce: " Signo-re nel-le tue ma-ni rimet-to l'a-ni-ma mi-a... ". Il viso si fa più pallido, e il respiro roco e gorgogliante... Frattanto i vincitori gridano per incolonnare i molti prigionieri e feriti Udinesi e condurli a Spilimbergo. Difatti il cielo s'è fatto di bronzo, rumoreggia il tuono, e cominciano a cadere goccioloni radi ed impetuosi. Ma Federico di Savorgnano ed i più affezionati non sanno staccarsi dal santo vecchio che muore. Ne li devono trarre con la forza. Del resto, come ci possono essere ancora energie in quel corpo crivellato e senza sangue? E veramente, poco dopo, la pioggia divenuta un rovescio torrenziale, non lava ormai che la salma insanguinata di un Grande (127).

 

Il ritorno

 

La voce corsa fulmineamente colpì e addolorò in un modo indescrivibile gli Udinesi. Col pianto in gola si riversarono dalle case, dai conventi, dalle botteghe, e si incanalarono - fiumana vivente - ad accogliere la Salma del loro più grande padre e benefattore. Lacrime, preghiere, imprecazioni. Ed eccolo il buon Patriarca sul carro, condotto da uno di Spilimbergo (128). La folla vi si serra attorno in lamento. Immobile, cereo, con un largo taglio visibile dai margini violetti, il Pastore buono sembra riposare. Si forma allora il più strano e grandioso corteo funebre che Udine abbia visto. Senz'ordine, ma tutti uniti nel dolore e nella preghiera, si dirigono verso la chiesa di Santa Maria. Di qua, la gran macchia grigia dei Frati di S. Francesco ha intonato il Miserere, e vi risponde più giù, assieme al popolo, la massa candida dei Domenicani. I vecchi, affacciati alle soglie, si fanno il, segno della Croce piangendo. E passa Bertrando di Saint - Geniès per l'ultima volta attraverso le contrade della sua diletta città che l'ha visto tante volte trionfatore. Giungono finalmente alla Collegiata; il santo Corpo viene rivestito degli abiti pontificali con mitra in testa e pastorale al fianco; e così, accompagnato dai canti solenni della liturgia e dall'acqua lustrale, scende in quel sepolcro ricavato sotto il pavimento che ora si trova dietro l'Altari maggiore. Da non dimenticare, che il conte di Gorizia ha la sfrontatezza d'inviare in tutta fretta agli Udinesi le sue condoglianze e la sua deplorazione per la perdita di un prelato " così religioso e santo " ! (129).

 

Nella gloria

 

La nuova dell'enorme delitto aveva contristata la Romana Chiesa (130) Ed il Papa Clemente VI - dopo matura riflessione - nominava Patriarca d'Aquileia Nicolo di Lussemburgo. Questi, appena giunto in Udine - nel maggio del '51 -, pensa non solo a punire il sacrilego assassinio, ma specialmente ad onorare il suo santo Predecessore (131). Difatti, nell'anniversario della sepoltura, ne ordina l'esumazione. Con profonda meraviglia di tutti, allo scoperchiar della cassa si constata la perfetta conservazione del corpo e delle vesti. Il fatto si spande ben presto in Friuli e fuori, e con esso la notizia di guarigioni avvenute. Allora la devozione e la confidenza s'accrescono. E sono tante le grazie, che Nicolo di Lussemburgo, per assecondare la voce del popolo, il 6 giugno 1352, ordina una seconda esumazione (132). Questa, avviene con una, solennità eccezionale. Si pensi che i devoti del Patriarca Bertrando eran giunti persino dall'Illirico, dalla Germania, dall'Ungheria. Son presenti anche due Vescovi e quattro Abati. E quando - dopo le funzioni di rito - viene aperto di nuovo il sepolcro e il Corpo del Patriarca esposto sopra l'Altare, è tale l'ondata di commozione e di entusiasmo che invade l'enorme folla al veder quelle carni così fresche ed intatte, da scoppiare in acclamazioni travolgenti. I Prelati suddetti, cominciano a ricevere le testimonianze di molti che avevano ricorso a Lui - chiamato fin d'allora il Beato Bertrando - e a farne registrare i miracoli. La sua fama di santità si propaga anche nel Trevigiano, nel Bellunese, nella Liburnia. Quindi, voti di visitarne il sepolcro a piedi scalzi, d'osservar digiuni straordinari specialmente nella vigilia o nella festa del Beato, di far celebrare in suo onore una o più Messe. Poi, offerte di candele, d'olio, di figure di cera. Ma da allora, il Corpo del Beato non fu più sepolto sotto il pavimento. Rimase sopra terra, chiuso provvisoriamente in un'arca di legno (133). E in quest'arca fu posta per la prima volta la spada che ora si trova fra le sue reliquie. E' un lavoro di fattura antica, e proprio quella che l'ha ucciso (134). Ma, era conveniente collocare il Corpo del Beato in un luogo più degno. E lo si trovò senz'altro in quel magnifico mausoleo di marmo fatto da lui elevare nella Chiesa di Santa Maria. Egli, il grande mecenate di Udine di cui voleva fare probabilmente una seconda Aquileia, aveva pensato di trasportare qui anche le reliquie dei santi patroni Ermacora e Fortunato. Quindi aveva fatto scolpire un sarcofago su cui erano raffigurate scene della vita e del martirio dei Patroni, e che doveva esse re sostenuto da cinque statuette (non si sa con precisione chi rappresentino) in funzione di cariatidi. Ebbene, proprio qui - dato che le reliquie di S. Ermacora e Fortunato non s'erano potute trasportare - viene deposto il Corpo di Colui che sarà il vero Patrono di Udine (135). Un interessantissimo dipinto esistente nel Palazzo Arcivescovile di Udine, e che riproduce l'ultimo dei Concili provinciali aquileiesi tenuto in Duomo nel 1596 sotto il Patriarca Francesco Barbaro, ci mostra il posto esatto dove allora si trovava il mausoleo. Cioè, nella prima cappella a destra di chi guarda l'Altar maggiore, (pag. 146). E in questo luogo rimarrà fino al 1706, quando per la munificenza dei patrizi Manin " udinesi per l'affetto al paese natio, e veneziani per la grandiosità dell'impresa " il tempio sarà trasformato da gotico in barocco secondo i gusti del tempo (136). E le grazie ottenute frattanto per mezzo della sua intercessione? Son tante e tali, che il Patriarca Nicolo di Lussemburgo deve costituire delle commissioni quasi permanenti per l'esame relativo (137). Provate - ad esempio - a scartabellare gli Acta Sanctorum dove sono elencati i miracoli... Persino la regina Elisabetta d'Ungheria, nel 1384, chiede ed ottiene un'insigne reliquia del Beato (138). Non parliamo poi del culto ch'egli ebbe dagli Udinesi. Fin dai primi anni, l'anniversario della sua morte viene chiamato la festa del Beato Bertrando, e non vi si lavora. La città l'elegge a Protettore (e così anche Gemona), e provvede i mezzi necessari per poterne chiedere la canonizzazione a Roma. S'arriva così fino al 1595, quando il Patriarca Francesco Barbaro chiede consiglio alla Santa Sede sul culto che si prestava al Beato. Clemente VIII affida la cosa allo studio dell'illustre Card. Baronio, e poi risponde autorizzando il culto pubblico. L'esultanza degli Udinesi è grande. Finalmente, nel 1756, Benedetto XIV aumenta questo culto, e Clemente XIII - suo successore - estende a tutta la Diocesi di Udine la Messa e l'Ufficio propri del Beato quale Confessore Pontefice (139). Ma, ritorniamo un istante al 1706. Il Duomo di Udine - come accennammo - assume l'odierna veste pomposa e drammatica. Nella trasformazione, è tolto anche il mausoleo dove riposa il Patriarca Bertrando: e mentre le cinque cariatidi vanno a finire nel coro invernale, il sarcofago - sorretto da quattro bassi pilastrini barocchi - viene addossato dietro l'Altar maggiore. Sotto la mensa del medesimo, una bella statua distesa del Beato Bertrando scolpita dal Torretti, lo ricorderà ai fedeli. Così rimane per oltre duecent'anni. Ma, evidentemente non era questo il miglior luogo di collocazione. Senza dire che l'arte richiedeva si ricostruisse il mausoleo. Quindi nel 1937, vien data all'arca l'attuale decorosa e definitiva sistemazione. In mezzo al coro d'estate dei Canonici, le cinque cariatidi son ritornate a sorreggere il prezioso sarcofago. Ora sì, i devoti possono comodamente venerare il Corpo del Beato, ed ammirare il lavoro trecentesco in quelle fini statuette e specialmente in quell'arca così interessante per la storia dell'arte (140). Ricordiamo da ultimo, che in fondo alla parete entro due robusti armadi, sono state collocate le reliquie del grande Patriarca: reliquie che avvincono gli occhi e il pensiero, suscitano visioni lontane e fanno fremere di commozione. Ed ora, posando la penna, dopo aver procurato di lumeggiare la nobile figura del Beato Bertrando, ritorna vivo l'elogio a lui tributato da Papa Giovanni XXII quando lo volle Patriarca d'Aquileia. Allora il Pontefice notava già gli " illustri meriti di lui verso la Romana Chiesa " (141). Ebbene, dopo tanta attività, non è soltanto la Chiesa che lo può annoverare tra i suoi figli migliori, ma è anche l'Italia, ed in modo speciale la Terra del Friuli, che a Bertrando di Saint - Geniès devono riconoscenza, venerazione, amore.


 

INDICE

 

Una Tomba

Campane a festa

In terra di Francia

Nunzio in Italia

Abbozzo di casa nostra

Ad Udine

La mano all'aratro

Lottatore imbattibile

Sotto le mura di Venzone

Di qui non si passa !

I conti di Gorizia

II Principe saggio

Battiti d'ala

La rupe spezzata

Il ritorno

Nella gloria

 


 

NOTE

1 Co. FABIO DI MANIAGO - " Guida di Udine ". S. Vito, 1839, pag. 31.
2 " Guida di Udine ", 1883, pagg. 42-43.
3 VINCENZO JOPPI - Prefazione agli " Statuti Ordinamenti del Comune di Udine ". Udine, 1898.
4 Registr. Vatic. to. 117, n. 1392; P. PASCHINI -Storia del Friuli, vol. II, Udine 1935, pag. 276 nota (1).
5 DANTE - Paradiso, XXVII, 58-59.
6 CLEMENT TOURNIER - Le Bienheureux Bertrand de Saint-Geniès. Toulouse 1929, pag. 16. Ottima vita del Beato e l'ultima scritta.Ce ne siamo serviti. ).
7 TOURNIER - op. cìt., pag. 125
8 UGHELLI - Italia sacra, t. V, col. 87 ; " Acta Sanctorum ". Venetiis, 1741, giugno, t. I, p. 781.
9 FR. FLORIO - Vita del Beato Beltrando patriarca d'Aquileia. Bassano, 1791, pag. 135.E' la più recente scritta in italiano.
10 UGO OIETTI - II Friuli di Chino Ermacora. Vicenza, 1935, pag. 202.
11 Cfr. Poesie scelte di Gius. ELLERO: "Laguna di Grado ", pag. 47 ; Udine, Editr. " Aquileia " 1940.
12 CHINO ERMACORA - II Friuli, pag. 200.
13 Tutta l'iconografia lo raffigura di una statura non comune. Anzi, dalle ricognizioni fatte all'apertura del sarcofago, si deduce che raggiungesse circa un metro e novanta d'altezza.
14 TOURNIER - op. cit., pag. 21.).
15 Dizionario dell'Omo Salvatico. Firenze 1923,pag. 19.
16 TOURNIER - op. cit., pag. 26. 17 Id., id., pag. 38.
18 TOURNIER - op. cit., pagg. 41 e 42.
19 Bullar. Tom. III, Parte III Const. XLVI, pag. 195. FRANCESCO FLORIO - Vita del Beato Beltrando. Bassano, 1791, pag. 130.
20 Il TOURNIER (op. cit., pagg. 55-56; 72-73; 84) non crede che il Beato abbia lasciato nel 1317 la cattedra e Tolosa.
21 GIULIO BONATTO - La Religione, vol. IV, pag. 144.
22 P. PERCIN - Monumenta Conventus Tolosani, pag. 229; TOURNIER - op. cit., pag. 87.
23 Necrologium Aquilejense ad diem VII Martii -FLORIO - op. cit., pag. 131.
24 TOURNIER - op. cit., pag. 77.
25 DANTE - Inf. XX, 61; XXXIII, 80; Purg. VI, 77.
26 MOLLAT - Lettres communes de Jean XXII, 71. 42226; TOURNIEK - op. cit., pag. 91.
27 TOURNIER - op. cit., pag. 107 e segg.
28 TOURNIER - op. cit., pag. 112 e 113.
29 Reg. Vat. 117, ep. 12, ep. 1187; TOURNIER -op. cit., pag. 114.
30 FR. FOFFANO - Compendio di Storia della Letteratura italiana. Torino 1922; C. COSTANTINI - Athena. Firenze 1922.
31 G. ELLERO - Poesie scelte, " Per un Vescovo friulano ", pag. 125. Udine 1940.
32 TOURNIER - op. cit., pag. 139.
33 Poi, altri Patriarchi, ebbero altre donazioni. Pio PASCHINI - Encicl. Treccani, 1929; voi. IlI, voce " Aquileia ", pagg. 806, 807.
34 PIER SILVERIO LEICHT - Encicl. Treccani, voi. XVI, alla voce " Friuli ", pag. 98.
35 In Via Pelliccerie erano le case della Confraternita. La Confraternita dei Calzolai aveva la Cappella in Duomo. VINCENZO JOPPI - Prefazione agli " Statuti e Ordinamenti del Comune di Udine ". Udine 1898, pagg. XII e XIII.
36 VINCENZO JOPPI - Op. cit., pag. XVI.
37 VINCENZO JOPPI - Contributo quarto alla Storia dell'Arte nel Friuli.
38 Co. FABIO DI MANIAGO - Storia delle Belle Arti Friulane. Venezia 1819.
39 P. PASCHINI - Encicl. Treccani, 1929, vol. IlI, voce " Aquileia ", pag. 807.
40 TOURNIER - op. cit., pag. 130.
41 Era situata dove ora c'è la Loggia del Lionello.
42 V. JOPPI - op. cit., pag. XX.
43 Vaio: pelliccia dello scoiattolo grigio e bianco usata anticamente per risvolti di abiti della nobiltà.
44 V. JOPPI - op. cit., pag. XVII.
45 V. JOPPI - op. cit., pag. X. 46 V. JOPPI - op. cit., pag. XVIII).
47 Puddinga: conglomerato di detriti tondeggianti.
48 V. JOPPI - op. cit., pag. X. Ora son tutti chiusi.
49 Le torri che ancor oggi si vedono in fondo alle vie Villalta e Aquileia, appartengono alla quinta cerchia.
50 V. JOPPI - op. cit., pag. XIII).
51 Di questi nulla più resta, essendo periti nella rinnovazione del Duomo. Storia delle Belle Arti Friulane, Venezia 1819, p. 23.
52 G. MARCUZZI - Sinodi Aquileiesi. Udine 1910, pagg. 147-180
53 FR. FLORIO - op. cit., pag. 137.
54 G. MARCUZZI - Sinodi Aquileiesi, pag. 162.
55 TOURNIER - op. cit., pag. 193.
56 G. MARCUZZI - op. cit., pag. 147.
57 G. MARCUZZI - op. cit., pagg. 162-174.
58 TOURNIER - op. cit. pag. 181).
59 FR. FLORIO - op. cit., pagg. 162-164.
60 FR. OLGIATI - Schemi di Conferenze, pag. 213.
61 Ex Veteri Apographo in Tabular. Can. Utin. FR. FLORIO - op. cit., pagg. 222, 223.
62 GIAN GIUSEPPE LIRUTI - Notìzie de' Letterati del Friuli, Venezia 1760, voi. I. Prefaz. pagg. X-XI.
63 FR. FLORIO - op. cit., pagg. 136, 137.
64 GIOVANNI VILLANI - lib. XI, cap. XIX, Rer. Ital. .Script. Tom. XIII, pag, 765; FLORIO - op. cit., pag. 133.
65 Bertrandi decretum die 2 Febr. 1338. Monum. cap. XC num. III; FLORIO - op. cit., pag. 161.
66 Acta Sanctorum, Giugno, to. I, pag. 783.
67 P. PASCHINI - Storia del Friuli, Udine 1935,. voi. II, pag. 275.
68 FLORIO - op. cit., pag. 145.
69 Acta Sanctorum, Giugno, I t., pag. 778.
70 P. PASCHINI - op. cit., pag. 246.
71 II piccolo valeva un centesimo.
72 GIAMBATTISTA VERCI - Storia della Marca Trevigiana. Venezia 1789, to. XI, docum. 1271.
73 P. PASCHINI - op. cit., pag. 246. 74 P. PASCHINI - op. cit., pag. 247.
75 Lettera del Patriarca al Decano d'Aquileia. Acta Sanctorum, Giugno, to. I, pag. 783.
76 P. PASCHINI - op. cit., pag. 248.
77 Tra le quindici e le diciotto.
78 P. PASCHINI - op. cit., pag. 249. - G. VERCI -op. cit., docum. 1272.
79 LÈICHT - Parlamento friulano, pag. 125 e segg.; P. PASCHINI - op. cit., pag. 249.
80 Acta Sanctorum, Giugno, to. I, pag. 783; P. PASCHINI - op. cit., pag. 247. 81 P. PASCHINI - op. cit., pag. 250.
82 V. JOPPI - Notizie della Terra di Venzone. Udine, 1871, pag. 18.
83 P. PASCHINI - op. cit., pagg. 250, 251.
84 L'odierna Chiusaforte.
85 G. MARINELLI - Guida del Canale del Ferro, pag. 247.
86 P. PASCHINI - op. cit., pag. 252.
87 TOURNIER - op. cit., pagg. 147-150.
88 P. PASCHINI - op. cit., pag. 255.
89 V. JOPPI - Appendice ai Documenti goriziani del sec. XII e XIII, pag. 16.
90 Liber certarum historiarum Johannis abbatis Victoriensis, to. II, pagg. 188, 220.
91 Una marca valeva circa una ventina delle nostre lire. Ma qui avvertiamo, una volta per sempre, che intendiamo attribuire alle monete italiane il valore che avevano nell'anno 1900.
92 P. PASCHINI - op. cit., pagg. 255, 256.
93 P. PASCHINI - Storia del Friuli, voi. II, pag. 259.
94 Opuscoletto della Commissione Arc. per le onoranze al Beato Bertrando nel VI Centenario della sua venuta in Friuli. Udine, 1934, pag. 7.
95 Dalla lettera al Decano d'Aquileia.
96 Anche questo per incarico del Pontefice. P. PASCHINI - Storia del Friuli, voi. II, pagg. 263. 250, 255, 256, 272.
97 P. M. CORDOVANI - Cittadino e Società, " Osservatore Romano ", 14 luglio 1943.
98 Epist. 189, al. 95, ad Bonif. 5.
99 Quindi, circa 21.000 lire.
100 P. PASCHINI - op. cit., pagg. 251, 252, 264.
101 DE RUBEIS - Monumenta Ecclesiae Aquilejensis. Venezia 1740, pagg. 902, 903.
102 Udine, 1671, pag. 26.
103 Equivaleva perciò a 56 centesimi nostri.
104 Rispettivamente: 24 centesimi, 6 centesimi e 4 centesimi.
105 P. PASCHINI - Storia del Friuli, vol. II, pag. 266.
106 In via Mazzini, al n. 1, si può oggi vedere una casetta trecentesca ridonata alla graziosa
107 Per quanto si sa, il Papa nulla decise. Doc. Bianchi 3838; in Prefazione agli " Statuti e Ordinamenti del Comune di Udine " di Vincenzo Joppi, pag. XV.
108 P. PASCHINI - op. cit., pag. 264.
109 V. JOPPI - op. cit., pagg. XIII, XIV.
110 P. PASCHINI - Op. cit., pagg. 254,269.
111 Acta Sanctorum, Venetiis 1741, to. I Junii, pagg. 787-788.
112 Acta Sanctorum, to. I Junii, pag. 789.
113 TOURNIER - Le bienheureux Bertrand de Saint-Geniès, pag. 200.
114 Acta sanctorum, to. I Junii, pag. 789.
115 Fuoco sacro : sorta di malattia eruttiva consistente in una specie d'erpete.
116 FR. FLORIO - Vita del Beato Beltrando, pag. 219-222.
117 P. PASCHINI - op. cit., pagg. 269, 270.
118 I Joann., IV, 21.
119 Dalla lettera al Decano d'Aquileia.
120 Sempre dalla lettera al Decano d'Aquileia.
121 P. PASCHINI - op. cit., pag. 262.
122 P. PASCHINI - Storia del Friuli, vol. II, pagg. 274, 275.
123 P. PASCHINI - op. cit., pagg. 267, 268, 271, 272.
124 P. PASCHINI - op. cit., pagg. 273, 274; C. TOURNIER - op. cit., pagg. 217, 218.
125 F. FLORIO - op. cit., pag. 238.
126 P. PASCHINI - op. cit., pag. 275.
127 C. TOURNIER - op. cit., pag. 225.
128 Chron. Spilimberg.; PASCHINI - op. cit., pagg. 275, 281.
129 TOURNIER - op. cit., pagg. 227, 228.
130 Cortus. de Novit. Paduae, lib. X, cap. III, p. 933; FLORIO - op. cit., pag. 242.
131 FR. FLORIO - op. cit., pag. 243.
132 TOURNIER - op. cit., pagg. 231, 232.
133 FLORIO - op. cit., pagg. 244, 245.
134 Diplomata ms. Bibl. Guarner. Tom. XV, pag. 612; FLORIO - op. cit., pag. 245.
135 TOURNIER - op. cit., pagg. 233, 234.
136 CHINO ERMACORA - " Guida di Udine ",1932, pag. 90.
137 TOURNIER - op. cit., pagg. 234.
138 Acta sanctorum, to. I Junii, pag. 778; FLORIO - op. cit., pag. 250.
139 FLORIO - op. cit., pag. 252-256.
140 Come ci dice il prof. cav. Carlo Someda de Marco.
141 FR. FLORIO - op. cit., pag. 134.

 


 

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