Racconti Popolari Friulani

Zona di Arzene


(illustrazione di Federica Pagnucco)

 

Adriana e Dani Pagnucco

Società Filologica Friulana - Comune di Arzene
gennaio 2001


 

PRESENTAZIONE

Alla fine degli anni settanta, con la convinzione di poter fermare una parte del patrimonio orale tramandato nei nostri paesi di generazione in generazione, avevamo iniziato a registrare con impegno le storie narrateci dagli anziani di Arzene e San Lorenzo. Poi, per una serie di impegni sopraggiunti, ma con la speranza che qualcun altro continuasse questo lavoro, abbiamo dovuto rallentare il ritmo dell'indagine.

Era una ricerca che meritava di essere effettuata perché, purtroppo, il ritmo di vita odierno cancella ormai le memorie.

Sul finire degli anni ottanta da parte della Società Filologica Friulana, anche su consiglio di Renato Appi e di Andreina Nicoloso Ciceri, veniva per varie volte proposta la stampa di quanto era stato raccolto per aggiungere l'esplorazione di una nuova zona a quelle già toccate dalle inchieste inserite nell'importante corpus dei "Racconti popolari friulani" che, con il presente, giunge al ventesimo volume.

Proprio nel primo, curato dall'indimenticabile Andreina Nicoloso Ciceri, la studiosa scriveva... diamo inizio alla pubblicazione di un nucleo di favole e racconti, raccolti dalla viva voce del popolo. Si apre così un nuovo canale di ricerche, tendenti a costituire un corpus della nostra narrativa popolare...

Nel 1991, per uno dei due autori, in seguito ad un incarico in seno alla S.F.F., - che ha voluto assolvere con il massimo impegno, - anteponendo gli interessi dell'Ente a quelli culturali personali, iniziava un periodo importante ed impegnativo.

Ciò ha contribuito al temporaneo rinvio della pubblicazione che, ora che lo svincolo istituzionale dall'incarico è praticamente avvenuto, abbiamo deciso possa finalmente avvenire dopo aver completato la ricerca.

Alla ripresa delle indagini ci siamo resi conto, con molto rammarico, che molti degli anziani, che avrebbero potuto ancora arricchire la nostra ricerca, avevano definitivamente chiusa la loro vita terrena, portando con sé un patrimonio prezioso. Abbiamo anche riscontrato che il ricordo non solo di fatti lontani nel tempo, ma anche delle antiche tradizioni, si è affievolito se non addirittura spento. Sono inoltre diminuiti i parlanti in friulano e si è impoverita la ricchezza del vocabolario usato. In pratica la memoria collettiva si sta affievolendo; rimangono solamente dei modesti bagliori, in grave pericolo di spegnimento totale.

Nella realtà odierna gli anziani mescolano tra loro racconti e tradizioni o non rammentano più: i mass media hanno offuscato i loro ricordi di infanzia e di gioventù.

Lo svolgersi della vita degli abitanti di Arzene e San Lorenzo era quello del mondo contadino: le persone erano legate con cordone ombelicale alla terra, all'allevamento degli animali, ai raccolti. Era un mondo che non ha saputo, né avrebbe potuto, scrivere la propria storia; piuttosto l'ha subita tra stenti, povertà, fame, carestie, malattie, contagi, epidemie, ruberie, sciacallaggi, guerre, terremoti, inondazioni.

Nonostante tutte le oggettive difficoltà della vita, la gente soleva incontrarsi nei tempi definiti morti, in cui non si poteva lavorare nei campi. In questi momenti di aggregazione, mentre venivano svolte alcune attività sussidiarie ai lavori agricoli, si raccontavano storie, fiabe, detti, proverbi e si recitavano preghiere.

I periodi più favorevoli a questi incontri erano l'autunno e l'inverno. I componenti della famiglia, o di più famiglie, si radunavano nelle stalle per godere del tepore prodotto da mucche, vitelli, asini e cavalli. Il "salotto" era costituito da sgabelli, sedie, "banciadòris", balle di paglia; il lavoro più comune per le donne era la filatura, mentre gli uomini provvedevano a costruire o a riparare semplici attrezzi agricoli. I ragazzi inventavano giochi o imparavano i lavori degli adulti.

In questi momenti si discuteva anche sulle annate agricole e sui problemi della comunità, ci si scambiavano confidenze, nascevano simpatie, si ascoltavano racconti.

Tra i presenti emergeva sempre qualcuno che, possedendo l'arte del dicitore, riusciva a mantenere ben vivi l'attenzione e l'interesse degli ascoltatori, "tegneva su la fila " raccontando fatti accaduti, inventati o appresi a sua volta.

Quasi sempre i racconti erano alla portata di tutte le orecchie e di tutte le età, sia per le tematiche che per il linguaggio. Se talvolta si usciva dai binari di questa consuetudine il narratore veniva prontamente bloccato con un "tàs, che chi a è l'inocensa!".

Proprio i bambini erano particolarmente attratti da fiabe e racconti che, avendo intento moraleggiante, spesso incutevano paura e timore verso particolari situazioni: in questa maniera il controllo della personalità dei ragazzi era molto più facile.

Anche gli adulti, comunque, non rimanevano indifferenti ai fantastici racconti. Spesso immaginazione e realtà si mescolavano; a fatti veri locali si intrecciavano episodi accaduti chissà dove e chissà quando.

Pure i luoghi menzionati avevano la loro emozionante importanza. In questa raccolta spesso si fa cenno a località ben precise, zone del territorio identificabili per fatti accaduti, crocicchi, strade appartate, campi a volte distanti dal centro abitato. Questi nomi: Pis'ceris, Crosara dal simiteri, Maiarof, Li' Rimitis, Taronda dai pòi, che sono ancora carichi di simboli e di suggestione, si rivestivano di immagini e luci affascinanti ed accendevano la fantasia degli uditori.

Per la presente raccolta sono state interpellate 56 persone (43 femmine e 13 maschi) delle quali, all'inizio di dicembre, 24 risultavano decedute. I dati anagrafici sono quelli rilevati dagli elenchi comunali perché talvolta si sono riscontrate, in taluni cognomi, delle discordanze con i documenti ufficiali.

Per quanto riguarda la parlata si possono notare ancora alcune differenze tra quella degli abitanti del capoluogo e quella degli abitanti della frazione; tale differenza, un tempo più accentuata, va ormai scomparendo. A titolo esemplificativo proponiamo alcuni dei termini riscontrati nella nostra ricerca, lasciando il compito di approfondire l'argomento agli studiosi del campo specifico.

Italiano: lei, vangheggia, falò, tutolo, scartocciare, Signore, fuori.

Arzene: i', sulsìt, arboràt, scòl, disclofà, Signor, fór.

San Lorenzo: ic, rumami, fogaroto, rùtul, disclofolà, Signour, four.

La catalogazione di una parte dei racconti è stata organizzata sulla base della classificazione per TIPI (AT) di Antti Aarne's e Stith Thompson, pur facendo presente che pochi sono quelli completamente attribuibili ad un determinato Tipo perché, spesso, essi risultano mutati, o perché mescolati tra loro o per esser stati privati di alcune parti o perché arricchiti con particolari aggiunti dagli informatori. Questi racconti, con un riscontro solo parziale con il Tipo AT, sono stati classificati con AT tra parentesi.

La maggior parte è però risultata non classificabile (N.C.) in base al Tipo AT, ma raggruppabile in base alle sezioni principali di tale indice, o, in parte, ordinata secondo i criteri usati da Salvatore Lo Nigro.

Abbiamo raccolto un discreto numero di racconti di animali (11 catalogati e 3 non catalogati) riguardanti soprattutto la volpe astuta ed il lupo sciocco.

Non molte sono state le fiabe di magia narrateci (14 catalogate e 2 non catalogate). Un numero consistente di queste (5) è centrato sul personaggio di Genoveffa di Brabante, la storia della quale - insieme alle vicende dei Reali di Francia ed alle prodezze di Bertoldo - era una delle letture preferite dai non molti paesani che sapevano leggere, rimanendo poi nel repertorio orale dei narratori.

Più consistente ed abbastanza vario il numero di racconti a sfondo religioso o morale (14 catalogati e 7 non catalogati); essi riguardano soprattutto il Signore e san Pietro in viaggio sulla terra.

Quattro soltanto (3 riguardanti il medesimo argomento) sono le fiabe dell'orco stolto, tutte riferentesi alla stupidità di un giovane che, talvolta, riesce a portare però dei buoni frutti.

Di tipo abbastanza vario sono i racconti di scherzi e di aneddoti (20 catalogati e 14 senza catalogazione). Hanno come soggetto coppie sposate, donne, uomini, preti; non risparmiano alcuna categoria di persone.

Tra i racconti non classificati 9 si riferiscono ad apparizioni o manifestazioni di spiriti o di dannati.

Il gruppo più consistente, ben quaranta, riguarda i racconti su streghe, stregoni, malefici. Qui i soggetti sono molto vari; bambini, donne, uomini, animali di varie specie, piante tutti possono essere bersaglio delle arti magiche in possesso di particolari individui.

Per il permanere di un così gran numero di tali storie nel nostro territorio oseremmo prospettare l'ipotesi che, durante i secoli, non sia mai svanita la memoria dei fatti accaduti ai tempi della Controriforma quando, dopo il Concilio di Trento (1545-1563), -di cui si fa menzione in alcuni racconti come del momento di termine del potere delle streghe - si scatenò la caccia agli eretici o presunti tali.

Facile diventava, a quei tempi, anche per futili o banali motivi sssere accusati di stregoneria o di partecipazione a presunte sette diaboliche. La ricerca di colpevoli, anche tra l'inerme e povera gente dei nostri paesi, ed i processi che ne seguirono colpirono certamente la fantasia dei loro contemporanei lasciando una traccia indelebile. Nei nostri paesi il processo e la condanna di Valentina del Net di Valvasone (accusata di essere blasfema), l'accusa, la confessione e la condanna di Giorgio Sala per aver invocato il Diavolo per ottenere del denaro, l'accusa di stregoneria ad una non identificata donna di Arzene devono aver suscitato grande sensazione e, insieme alla notizia di altri processi, di torture e roghi, un grande timore sia nei riguardi degli inquisitori che di coloro che avevano il potere di scatenare le forze del male.

Oltre alle streghe, protagonisti di parecchi racconti sono l'orco ed altri esseri mitici (rispettivamente 4 e 17) come fate, fuochi fatui, lupi mannari, colubri con la cresta.

Un gruppo abbastanza numeroso (22 racconti) fa riferimento alle proibizioni legate a ricorrenze particolari: non uccidere animali, specialmente i maiali, nel giorno dedicato a sant'Antonio abate; non rimanere alzati e assolutamente non lavorare dopo la mezzanotte alla vigilia di santa Lucia o Natale; non uscire di casa la notte del primo novembre.

I racconti riguardanti tesori nascosti (4) o fatti e personaggi storici (5) sono strettamente legati alle vicende storiche del territorio, passaggio obbligato verso i guadi del Meduna e del Tagliamento, crocevia dei percorsi verso il nord per commerci, emigrazioni e, purtroppo, invasioni.

Alla fine di questo lavoro, che intende fermare il poco che ancora rimane di una tradizione orale ormai perduta, vogliamo affettuosamente ricordare tutti coloro che ci hanno accolto, regalandoci con disponibilità il loro tempo e condividendo con noi i loro ricordi.

Un ulteriore ringraziamento va a tutte le persone che ci hanno messo a disposizione le immagini che illustrano questo volume: è uno spaccato di architettura, di socialità, di costume, di come si viveva nei nostri paesi fino ad alcuni decenni fa.

Agli amici Bosa Luigi Redento, De Paoli Franco, Gri Antonietta, Janna Vittorio, Scodellare Aldo il nostro pensiero per la loro disponibilità.

Il ringraziamento particolare a Elvia che con competenza e dedizione ha saputo essere per noi determinante guida.

Adriana e Dani Pagnucco


 

RACCONTI RELATIVI A TESORI NASCOSTI

 

Attila è un personaggio di cui si favoleggiava spesso in Friuli perché, fino a non moltissimi anni fa, i vecchi ricordavano ancora di quale terribile fama godesse questo crudele personaggio e di quali efferatezze si fosse macchiato durante le sue scorribande in questi territori. Legata all'ambiente locale è invece la leggenda riguardante il beato Bertrando, il Patriarca di Aquileia finito tragicamente, nel 1349, in un agguato preparato dai conti di Gorizia insieme ai signori di Spilimbergo ed ai loro alleati nelle boscaglie della Richinvelda.

 

183.

LA UARZINA DI AUR

Atila al è passât par chi, encia par Darzin e forsi par chi a Cia' di Sot, parse al vigniva jù di San Martin.
Al veva tanciu bés; erin duciu' di aur.
Al saveva che dopo al rivava a Ciasarsa e magari ghi cucavin i bês. Alora se àe fat? A ciapàt i bês e cui bês a fat 'na uarzina di aur e l'à platada ta la glesiuta di san Jacu a San Martin.
Cussi, dopo, era puaret e duciu' l'àn lassât passâ.

Irene Castellan

Attila è passato anche per San Martino ed ha nascosto nella chiesetta di san Giacomo un aratro, ottenuto fondendo le monete d'oro, per farsi credere povero e non farsi derubare mentre andava verso Casarsa.

 


184.

ATILA

Atila, ai timps, al è passât par lassù da la glesia di san Jacu. Dulà ch'ai passava al distruzeva dut.
I vecius che l'àn iodût a disevin ai nostris paris ch'ai veva la vous di cian. Al era un cristian come duciu', ma no fevelava 'na lenga: al baiava come i cians.
'Na volta, no si sa par qual motivo, a platât un vigiel dut di aur e altris robis in banda da la glesia di san Jacu; a di essi enciamò sot.
A disin i vecius che àn ciatàt qualchi tocut d'aur, ma no il vigiel.
Cui ch'a lu ciata al deventa un miliardari!

Elvira Del Cul

 

Attila è passato vicino alla chiesa di san Giacomo. I vecchi che l'avevano visto avevano dichiarato che non parlava nessuna lingua: abbaiava come un cane. Si diceva che aveva nascosto vicino alla chiesa un vitello d'oro e altre cose e forse sono ancora là, sepolti. I vecchi narravano di aver rinvenuto qualche pezzette d'oro, ma non il vitello.


185.

IL TESORO

II beàt Bertrand al veva di costruî 'na glesia, ma dopo, no si sa parsè, noi veva pudût e alora al veva fondût l'oru (i veva dât la forma di un vidièl) e lu veva platàt, lu veva soterât tai prats, zint su pa la Richinvelda e San Zôrs.
Ma cualchidun a saveva pi o mancul il post. A zevin via di not a sgarfâ par tirâ fôr il vidièl di oru.
In tanciu son zûts a sgarfâ, ma nuia!
Il beàt Bertrando al intervegneva cul so spirt in difesa del vidièl e ju faseva s'ciampâ via.
Ciapavin tanta di che pòura ch'a s'ciampavin via; si la fasevin fin intor e dopo s'ciampavin a ciasa.

Agostino Di Bernardo

II Beato Bertrando aveva fatto fondere l'oro, per mezzo del quale avrebbe voluto far costruire una chiesa, in forma di vitello e lo aveva nascosto sotto terra, nei prati verso la Richinvelda. In molti andarono a scavare per trovare il tesoro, ma lo spirito del Patriarca interveniva sempre in difesa del vitello d'oro e tutti scappavano spaventati.

 


186.

IL BÛS DAL DIÀUL

Era un bûs ta la Colvera; lu clamavin Bûs dal diàul. Era un bus cun tuna ciavra ch'a vigneva fôr ogni tant e ti deva un misurìn di bês.

Agostino Di Bernardo

 

In Colvera vi era una cavità chiamata Bûs dal diàul. Vi abitava una capra che talvolta usciva e regalava una misura di danaro.

 


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