SIEPI
E DINTORNI
E
NEGLI USI E COSTUMI CINTESI

a cura e di
MARIO MIORIN
Edizioni Proloco
di Cinto Caomaggiore
indice
e immagini in preparazione
|
A Giuseppe Campagnolo "Beppino",
che prima di volare via,
ha diviso con me il piacere
di guardare dall'alto "I
luoghi della memoria"
Mario
Testi: Mario
Miorin, Monica Saronni, Fabrizio Scalon, Giampaolo Muzzin, Angelo Liut,
Federico Correale, Raffaele Spinelli.
Illustrazioni e disegni: Loris
Pancino, Piereugenio Cuzzuol, Tiziano Stefanuto, Gianni Diamante, Elisa
Pellegrini, Giorgia Vecchies.
Ricerche tematiche: Dario
Bertolo, Mauro Gabbana, Glauco Zancai.
Consulenza tecnica: Adriano
Daneluzzi, (agraria ed agrofaunistica), Fabrizio
Scalon, (biologia ed entomologia), Emanuele
Pavan, Gianfranco Campanerut, (stufe e caldaie a legna).
Video-impaginazione: Fabio
Pivetta.
Coordinatore e curatore: Mario
Miorin.
Si ringrazia Ezra Pavan per
la concessione della poesia inedita
"Fosso natio" pubblicata
a pagina 158
In copertina: Rosa
canina, Fotografia di Mario Miorin.
© 2001 Proloco di Cinto Caomaggiore,
Via Roma, 76 - 30020 Cinto Caomaggiore
(VE). Per la riproduzione anche
parziale dei testi occorre citare la fonte.
LA PRO LOCO PER LA STORIA
E L'AMBIENTE
Questa pubblicazione s'inserisce
tra le scritture che l'Ente Locale di Promozione Territoriale ha
dato alle stampe negli ultimi anni nell'intento di valorizzare l'ambiente
paese, con le sue peculiarità, la sua storia, i suoi usi ed i suoi
costumi.
L'interesse verso l'ambiente,
le sue interazioni con l'uomo, le attività che in esso si
svolgono danno l'occasione di ripensare alle nostre origini, per
meglio definire il presente ed il percorso davanti a noi.
Poche centinaia di anni sono passati da
quando la Serenissima (1776) prende coscienza della situazione in cui
versa l'intero comparto agrario. È questa dei lagunari una
preoccupazione più economica che sociale. Di fatto, un movimento
di opinione non tardò ad impadronirsi del problema. I governanti
di Venezia alle prese con un bilancio statale pesante in cui la voce importazione,
soprattutto di animali, diventava ogni anno più gravosa. "L'affare
dei bovi", cioè l'allevamento, la produzione cerealicola,
il miglioramento delle condizioni della vita in campagna, gelsi e bachi
da seta, pascoli, boschi, pensionatico, diventavano argomenti di discussione
corrente anche tra i nobili.
Intanto nelle campagne si continuava a
vivere nella miseria, nell'abbrutimento e nell'ignoranza.
Coltivazioni tecnicamente arretrate avevano reso l'agricoltura un
settore di sopravvivenza che andava a riflettersi nelle casse dello stato.
Fu una ducale del 10 settembre 1768 a
invitare con sollecitudine le Accademie "Agrarie" ad abbandonare
gli studi letterari per interessarsi di argomenti pratici e di pubblica
utilità.
Nel trentennio che va dal 1768 al 1797
sorgono e vivono, più o meno attivamente, diciannove accademie
agrarie: Bassano, Bergamo, Belluno, Brescia, Cefalonia, Conegliano, Udine
e le restanti, nei più grossi centri dei possedimenti veneziani.
Pare certo che, uno degli animatori dell'Accademia
Agraria di Cefalonia, sia stato proprio quel cintese tale Paolo Trevisan
(1772), che da colà rientrò dopo aver svolto la carica primaria
di Prefetto. Ne parla esaurientemente lo stesso Miorin in "S Gaetano"
pg 38.
Da questi fatti, molta acqua è
passata anche sotto i ponti della nostra cara Venezia, e i contadini non
sono più l'ultimo gradino della scala sociale e la vita in
campagna è ora degna di essere vissuta, sia sotto il profilo ambientale,
sia sotto quello economico e sociale.
È per questo doveroso rispetto
delle nostre origini, alle fatiche sopportate dalla nostra gente dei campi,
che la Pro Loco di Cinto Caomaggiore è impegnata a diffondere il
patrimonio culturale di generazioni di cintesi. Un patrimonio alla base
del nostro quotidiano, un patrimonio che segna anche la via maestra del
nostro futuro. Un futuro che si auspica ricco di siepi, ma anche dei suoi
dintorni.
Giuliano Franzon
Presidente Pro Loco di Cinto Caomaggiore
PRESENTAZIONE
Al suo esordio come scrittore Mario Miorin
subisce il fascino della novellistica, lo si evince con chiarezza sfogliando
"Scarpe gialle e altre tracce" e "La neve e il Sahara":
i suoi primi due lavori di narrativa. Soltanto più tardi decide
di tentare la strada dell'intreccio storico-narrativo con "S.
Gaetano" e "Nini", per continuare ora con questo "Siepi
e dintorni", che racchiude in se molte tematiche letterarie che
spaziano dal costume alla tecnica, dalla narrativa alla saggistica.
Ne parlo con soddisfatta complicità,
avendo l'autore recepito il senso di una lunga chiacchierata sugli
usi e costumi locali.
A distanza di qualche anno da quell'incontro,
che ci aveva condotto a percorrere un viaggio a ritroso ricco di riflessioni
e paragoni sui tempi e sui cambiamenti della nostra comunità, mi
trovo tra le mani il lavoro finito. Naturalmente Mario non è riuscito
a trattenersi, anzi ha trasformato i ricordi in un'opera poliedricamente
completa, spaziando molto, toccando diverse tematiche, costringendomi
ad immedesimarmi nel suo rappresentato letterario.
Esperienze comuni mi uniscono al curatore
di questo lavoro, che mi fa rivivere non senza nostalgia gli anni del
"Brolo" di don Linguanotto a Settimo, il "Ci-be"
e i fossi gelati percorsi dalle nostre rudimentali slitte. Un tempo in
cui tutti ci conoscevamo per nome, cognome e soprannome, divisi in bande,
per far di tutte una banda sola, la banda dei "selvaggi di Settimo".
È questo il mondo del narrare
di Miorin, che trae le sue origini nell'infinita cultura paesana
e contadina della nostra gente. Da questo mondo, Mario ci propone personaggi
come "Gigi" Vaccher, Graziano del Rizzo, Aldo Bei, Luciano
Cesco e Angelo Cesselon ed altri ancora; fino a rivestire di dignità
quasi "umana" un fosso ed una riva, che troviamo qui in "Siepi
e dintorni".
Pare questo un pretesto (anzi lo è)
per condurci in un mondo, per proporci una riflessione sulle interazioni
tra uomo ed ambiente, tra uomo e tradizioni. Sta nella natura delle cose
che questo mondo non ci sia più, che questo mondo sia scomparso.
Forse questo è un modo di dire
comune, che non rende, però, certo giustizia all'incedere
del tempo, perché questo mondo non è un mondo scomparso,
ma semplicemente passato. Un mondo che rivive per
merito di persone come Mario Miorin. Un
mondo che sta alle fondamenta del nostro presente, del nostro futuro e
del nostro saper interagire e gestire il territorio, con la nostra gente,
con i suoi usi e con i suoi costumi.
C'è in fine un secondo motivo
di soddisfazione che credo vada rilevato in questo libro, l'aver
saputo coinvolgere alcune persone per affidare ad esse la trattazione
di argomenti specialistici nelle singole materie. È il caso della
dottoressa Monica Saronni che qui ha trattato l'aspetto poetico,
il biologo Fabrizio Scalon per gli insetti della siepe. Il cintese Giampaolo
Muzzin che da apicoltore ci ha accompagnato nel mondo delle api, Angelo
Liut per i regolamenti di polizia rurale e Adriano Daneluzzi per la consulenza
tecnica in materie agro-faunistiche.
A quanti hanno fornito le illustrazioni
e i disegni che corredano il testo: Loris Pancino, Piereugenio Cuzzuol,
Tiziano Stefanuto, Gianni Diamante, Elisa Pellegrini e Giorgia Vecchies.
A quelli che pur non comparendo in questo lavoro, hanno dato il loro indispensabile
contributo affinché il libro fosse dato alle stampe. A tutti va
il mio personale ringraziamento e quello dell'amministrazione comunale
di Cinto Caomaggiore.
Luigi Bagnariol
Sindaco di Cinto Caomaggiore
INTRODUZIONE
DI MARIO
MIORIN
Con il termine biosfera intendiamo lo
strato sottilissimo occupato da tutti gli esseri viventi, che circonda,
senza fine di continuità o quasi, il pianeta terra.
La consistenza quantitativa (spessore)
e qualitativa (complessità) della vita nei vari punti della biosfera
dipende dalla combinazione locale di molti fattori. Semplificando, si
può affermare che essa è il risultato dell'interazione
degli esseri viventi tra loro e con una serie di fattori fisico-chimici
quali luce e calore, acqua, anidride carbonica e sali minerali.
Nei mari, ad esempio, la vita si trova
negli strati più superficiali delle acque, in una situazione tanto
ideale quanto povera di stimoli. Ragionando su scala planetaria, la complessità
della biosfera marina è regolata dalla luce. Con l'estinguersi
della luce con il crescere della profondità, non presenta grandi
variazioni. Sulle terre emerse lo spessore della biosfera dipende invece,
essenzialmente, dall'impalcatura di cellulosa che le piante riescono
a costruire e da cui tutti gli altri esseri viventi ricavano sostegno
e nutrimento. Qui il fattore limitante di notevole importanza è
la disponibilità d'acqua.
Un efficace esempio si ha nella foresta
pluviale tropicale: in presenza di abbondanti precipitazioni costantemente
distribuite per tutto l'arco dell'anno, si giunge ad un'assenza
pressoché completa di fattori limitanti lo sviluppo vegetale.
Estrapoliamo queste considerazioni da
un ragionamento più ampio disseminato lungo tutto il lavoro, le
quali c'introducono d'un fiato nel nostro mondo fatto d'acqua,
di alberi ed arbusti e di animali.
Nella nostra epoca l'albero è
il simbolo di quelle risorse naturali che l'uomo moderno deve imparare
ad amministrare con saggezza.
I secoli dello sviluppo scientifico e
tecnologico hanno coinciso con le più estese distruzioni di foreste
che la storia della terra possa ricordare. L'episodio di questo
genere più impressionante, per la quantità e qualità
di patrimonio naturale distrutto e per la brevità di tempo impiegato
(pochi decenni), è senza dubbio la distruzione della foresta che
ricopriva la metà orientale degli Stati Uniti. Del milione e più
chilometri quadrati di foresta oggi restano frammenti che assommano a
non più di cinquemila chilometri quadrati, in condizioni tali,
comunque, da costituire un ricordo del suo stato primitivo.
Da noi, in Europa, nei due ultimi conflitti
mondiali e nell'instabilità politica ed economica che n'è
conseguita, abbiamo assistito alla sparizione d'importanti lembi
del nostro patrimonio forestale. Di esso rimangono tracce nel vicino Bosco
del Cansiglio e nella "foresta" di Tarvisio al confine con
l'Austria. Solo per citare alcuni esempi nostrani; ma, non vogliamo
dimenticare la Foresta Nera germanica nel Baden, dalle sue risorgive nasce
il Danubio, o le imponenti distese di alberi della Siberia e quegli spicchi
rimasti qua e là tra le nostre nazioni a ricordarci un passato
ricco di alberi e di leggende.
In scala proporzionale, nel Veneto Orientale
e nel cintese, l'opera dell'uomo non causò danni minori.
D'obbligo ricordare la Foresta Patriarcale aquileiese, di cui Cinto
vantava il possesso in un tempo non lontanissimo, fonte d'approvvigionamento
di legname per i patriarchi di Aquileia prima e per la Serenissima dopo.
Da queste considerazioni, nasce, forse,
la riscoperta dell'albero come patrimonio per l'Uomo e fa
dire a sua santità Giovanni Paolo II: "Così come gli
alberi, anche gli uomini hanno bisogno di radici ancorate nella profondità".
Ed è forse questa "profondità", che sta alla
base del nuovo interesse per gli alberi che tende a far ritornare nelle
nostre campagne quell'aspetto che a noi era familiare.
Fino ad un cinquantennio fa la nostra
campagna era stata caratterizzata da una diffusa presenza d'alberi
piantati tra i campi. Una coltivazione di siepi -rive-, abbondantemente
estesa anche lungo tutti i corsi d'acqua, siano stati questi naturali
che artificiali; consuetudine che si ripeteva lungo tutta la rete stradale,
tanto pubblica quanto interpoderale, di regola bordata da alberature trattate
a capitozza, potate in pratica a qualche metro dal suolo. Nel suo complesso,
il sistema delle siepi di campagna aveva una densità ragguardevole,
non di rado superiore anche a 200 metri quadrati per ettaro.
Le funzioni svolte dalle siepi campestri
erano, e lo sono anche ai nostri giorni, sia pure per motivi diversi,
di gran rilievo tanto per l'economia rurale, quanto per la corretta
gestione del territorio. Nella prima metà del secolo passato si
guardava alla siepe quale fonte produttiva di legna da ardere, unica energia
disponibile per la cottura dei cibi e per il riscaldamento delle nostre
case. Comune era l'impiego di siepi il cui fogliame era usato come
foraggio per gli animali domestici (olmo campestre) e per il baco da seta
(gelso). Notevole importanza aveva anche il sostegno delle viti, in questo
caso, maritate ad alberi che ne fornivano il sostegno (tutori vivi) e
delle rive dei corsi d'acqua. Non ultime venivano in ordine d'importanza
la delimitazione e la difesa della proprietà, l'ombreggiatura
delle strade e la protezione dal vento.
Le siepi più complesse e produttive
erano, e lo sono ancor oggi, quelle che bordano i corsi d'acqua
naturali, ed in maniera minore quelli artificiali: a Cinto Caomaggiore
è evidente il caso del Reghena Nuovo -Canal novo-, al confine con
Sesto al Reghena ed il comune di Gruaro. Le sponde di questo canale sono
cementate e completamente, o quasi, prive di vegetazione. Queste siepi
erano strutturate su due, tre o anche quattro piani di vegetazione (arbusti,
alberi a ceppaia, alberi a capitozza, alberi ad alto fusto) ed erano organizzate
in sistemi multifilari larghi anche 10-15 metri. È questa la disposizione
della siepe lungo il nostro Caomaggiore. Le siepi erano molto apprezzate
dalle popolazioni rurali, che vi trovavano piante commestibili, officinali
e piccoli frutti; esse costituivano un habitat ideale per molte specie
di animali.
L'evoluzione economica, sociale,
culturale e tecnologica degli ultimi decenni ha messo in crisi i tradizionali
usi delle siepi e delle alberature: si pensi a come il miglioramento delle
condizioni economiche abbia permesso di sostituire la legna da ardere
con i combustibili fossili, o a come l'evoluzione della viticoltura
abbia reso del tutto superata la coltivazione delle viti maritate agli
alberi tutori. Queste mutate condizioni socioeconomiche hanno dato inizio
alla distruzione generalizzata del sistema delle siepi campestri a partire
dalla fine degli anni 50, non solo nel nostro paese, ma anche nel resto
della penisola.
Un peso importante nell'eliminazione
delle siepi va ricercato nei nuovi criteri di gestione e meccanizzazione
dell'agricoltura e alla trasformazione della rete viaria di campagna,
con il sistematico allargamento delle strade. Una somma di fattori che
ha portato in un cinquantennio alla scomparsa fin quasi al 90% delle siepi
campestri e quelle che oggi restano tra i nostri campi o lungo i nostri
corsi d'acqua si presentano in condizioni regressive (discontinuità
di copertura, generalizzato invecchiamento, presenza di specie infestanti,
ecc.). Questi sintomi denotano una totale perdita d'interesse da
parte dei proprietari.
Da qualche anno però, assistiamo
ad un'inversione di tendenza dovuta sia ai risultati di molti studi
e ricerche condotti in Italia e in Europa che hanno dimostrato l'utilità
delle siepi sotto il profilo ecologico ed ambientale, sia ad alcuni Regolamenti
comunitari che tendono a favorire l'introduzione delle siepi nelle
campagne.
LE SIEPI, UN GRADITO RITORNO
Nel 1992, la Comunità europea varò
una profonda riforma della politica agricola comune, (la cosiddetta pac)
che prevedeva il riconoscimento del valore ambientale e sociale dell'agricoltura
e la conseguente decisione di remunerare i servizi che l'agricoltura
svolge a favore della comunità. Con le cosiddette "misure
di accompagnamento alla riforma della pac" (Regolamenti n. 2078/92
e n. 2080/92) venne per la prima volta dato un valore a tutto ciò
che caratterizza l'ambiente ed il paesaggio delle campagne europee,
comprese le siepi campestri. Si riconobbe per la prima volta in maniera
esplicita che l'agricoltura oltre a produrre beni, produce anche
servizi e che questi, al pari dei primi, vanno remunerati.
Se nel passato gli aspetti paesaggistici,
l'acqua pulita, lo spazio per la fauna selvatica, ecc. erano dei
"sottoprodotti" dell'agricoltura, qualcosa che era prodotto
involontariamente e senza importanza per chi lo produceva, dopo la riforma
della pac del 1992, ambiente, natura, paesaggio sono diventati dei veri
e propri "prodotti". Ogni agricoltore da allora ha la possibilità
di scegliere diverse strade per garantire alla propria azienda un reddito
sufficiente: può esasperare la produzione oppure la può
contenere ed indirizzare verso forme più compatibili con la conservazione
del paesaggio, dell'ambiente, della natura, delle tradizioni. Le
linee guida della riforma della pac del 1992 sono state riprese e consolidate
in "Agenda2000", all'interno del "Programma di
sviluppo rurale", che fissa gli obiettivi futuri della politica
agricola dell'Unione europea.
In questi mesi, le nostre Regioni stanno
predisponendo i "Programmi di sviluppo rurale", il documento
di programmazione economica e finanziario, che dà attuazione ad
una parte di "Agenda 2000". Dopo il vaglio della commissione
europea, a partire dal 2000 i "Programmi di sviluppo rurale"
sostituiranno numerosi regolamenti con i quali molti agricoltori e proprietari
di terreni agricoli si erano familiarizzati. Per quanto riguarda le siepi
campestri, essi conterranno le nuove norme e procedure riguardanti i finanziamenti
relativi all'impianto ed alla conservazione delle siepi, fino ad
oggi contenute nella Misura D del Reg. Cee 2078/92 (ed in qualche Regione
anche nel Reg Cee 2080/92).
Tutti coloro che possiedono già
delle siepi campestri o che intendano piantarne di nuove potranno informarsi
su quanto previsto dai "Programmi di sviluppo rurale" presso
le sedi delle associazioni di categoria degli agricoltori o presso gli
uffici regionali competenti in materia di agricoltura (ex Ispettorati
agrari).
PRIMA DELLA MESSA A DIMORA
DELLE SIEPI:
ALCUNE NORME DA RISPETTARE
Prima della messa a dimora delle siepi
occorre conoscere la distanza da rispettare dai confini e dalle strade.
Una serie di norme contenute nel Codice
civile determina le distanze minime dai confini che devono essere osservate
nelle piantagioni di alberi e nella realizzazione di siepi interposte
tra fondi appartenenti a proprietari diversi. Gli articoli del Codice
civile che si riferiscono a questo argomento vanno dal n. 892 al n. 896.
Prima di procedere alla messa a dimora
delle piante che formeranno la nuova siepe è però opportuno
accertare l'esistenza di regolamenti ed usi locali che impongono
il rispetto di misure e norme diverse. Gli accertamenti vanno effettuati
presso gli uffici tecnici del Comune in cui si trovano i terreni. Per
il Comune di Cinto Caomaggiore queste norme sono raccolte nel "Regolamento
comunale di polizia rurale", che in questo lavoro è pubblicato
integralmente in 1° appendice. Angelo Liut, invece, con il titolo
"Un paese, due civiltà" metterà in relazione
le norme attuali con le norme del primo strumento normativo che si conosca
in materia di polizia rurale del comune di Cinto, che data 1935.
L'articolo 892 del Codice civile
dispone che gli alberi di alto fusto (1) devono essere piantati ad una
distanza pari o superiore ai 3 metri dal confine, gli alberi di non alto
fusto (2) a 1,5 metri; le viti, gli arbusti, le siepi vive e le piante
da frutto di altezza non superiore ai 2,5 metri (3) devono essere mantenuti
a non meno di 0,5 metri dai confini. Fanno eccezione alcune particolari
piante, quando sono usate per la formazione di siepi: per ontano, castagno
o altre simili, che si tagliano periodicamente vicino al ceppo, la distanza
deve essere di 1 metro (4), per le piante di robinia di 2 metri (5). La
distanza si misura dal confine fino alla base esterna del tronco al momento
dell'impianto o fino al punto dove è stato collocato il seme.
Se il terreno è in pendio la distanza si misura prolungando verticalmente
la linea di confine e tracciando la perpendicolare fino al tronco; per
gli alberi inclinati si considera come punto di riferimento la base del
tronco.
Le distanze sopraindicate non devono essere
ossservate se sul confine esiste un muro divisorio proprio o comune, purché
l'altezza delle piante sia mantenuta più bassa o pari alla
sommità del muro (6). Se invece il muro è di proprietà
del vicino, si devono rispettare le distanze legali.
La legge, pur essendo sufficientemente
chiara, può tuttavia dare adito a dubbi interpretativi riguardanti
in particolare modo la definizione di alberi ad alto fusto: l'articolo
892 indica come tali tutti gli alberi il cui fusto arriva ad una altezza
notevole, come noci, castagni, querce, pini, cipressi, olmi, pioppi, platani
e simili, senza dare un'altezza precisa. Invece gli alberi di non
alto fusto sono individuati in quelli i cui rami si diffondono per un'altezza
non superiore ai 3 metri. Da questo si deduce che gli alberi di alto fusto
possono essere considerati quelli il cui fusto presenta uno sviluppo in
altezza superiore ai 3 metri. Quanto esposto vale anche per gli alberi
che s'impiantano presso strade, canali e sul confine di boschi,
se di proprietà privata; per la pubblica proprietà esistono
leggi apposite.
In base all'articolo 894 il mancato
rispetto delle distanze autorizza il vicino a richiedere e ottenere, sia
per gli alberi piantati sia per quelli spontanei, l'estirpazione
totale in quanto il solo taglio non preclude la rivegetazione.
Le distanze dalle strade pubbliche.
In forza di quanto disposto dall'articolo
16 del nuovo Codice della strada, approvato con legge 13 giugno 1991 n.
190, e dall'art. 26 del relativo regolamento applicativo, fuori
dai centri abitati, per le strade pubbliche, la distanza dal confine stradale
da rispettare per impiantare alberi non può essere inferiore alla
massima altezza raggiungibile per ciascun tipo di essenza giunta a maturità
e comunque non inferiore a 6 metri (7).
Sempre fuori dei centri abitati, le siepi
vive tenute ad altezza non superiore a 1 metro, potranno essere piantate
lungo le strade ad una distanza non inferiore ad 1 metro (8). Le siepi
di altezza superiore ad 1 metro potranno essere piantate ad una distanza
non inferiore ai 3 metri (9). Le ceppaie costituite da essenze con uno
sviluppo vegetativo che raggiunge e supera i 6 metri (platano, robinia,
carpino nero, ecc). dovranno distare dal confine stradale non meno di
metri 6 (10).
Per quanto riguarda le distanze da osservare
negli impianti di siepi alberate od altre, lungo le curve delle strade,
le disposizioni del nuovo Codice della strada e del relativo regolamento
attrattivo sono di assai dubbia interpretazione. In attesa quindi dei
necessari chiarimenti dobbiamo in questo lavoro limitarci a raccomandare
ai possessori dei terreni confinanti con le sedi stradali di non effettuare
impianti che tolgano o diminuiscano la piena visibilità in curva
ai veicoli che percorrano le strade stesse, allo scopo di evitare incidenti
che coinvolgerebbero i responsabili degli impianti.
QUATTRO PASSI DENTRO LA
SIEPE
La rapidità dei cambiamenti che
la nostra civiltà impone, ci obbliga quasi tutti i giorni a rinunciare
a qualcosa; rinunce a volte accettate con disarmante indifferenza. Gli
studiosi di cose degli Uomini, guardando al secolo appena passato, si
premurano di farci sapere che se una cosa è morta nel ventesimo
secolo, questa è la civiltà contadina. Un processo che pare
irreversibile, ma che per nostra fortuna, così proprio non è.
Però, se i sociologi si affannano
a stendere un drappo nero sopra una civiltà, qualche buona ragione
si dovrà pur trovare. Questo lo facciamo con l'aiuto di Antonio
Zanon, gran pensatore e industriale udinese coetaneo di Giambattista Tiepolo
(con cui ha in comune gli anni di nascita e di morte 1696-1770). Di origine
borghese Antonio Zanon, era figlio di un commerciante di tessuti di seta,
naturalmente orientato ad analizzare e a risolvere i problemi di carattere
economico. Trasferitosi a Venezia per produrre tessuti di seta, cosa che
non gli era riuscita in quel di Udine. Zanon mantenne costanti rapporti
con il Friuli del quale costatava, da uomo esperto e attento economista,
le condizioni di arretratezza economica e sociale, come si ricava dalle
precise descrizioni che ci ha lasciato nel suo imponente epistolario.
Nelle lettere agli accademici di Udine ed in particolare in quelle con
Fabio Asquini di Fagagna, egli descrive i contadini che non coltivano
la patata perché temono di danneggiare le colture vicine o hanno
schifo dei bachi da seta e le donne che muoiono senza aver assaggiato
mai nemmeno un frutto o un bicchiere di vino, che erano tutti del padrone.
Se è questa la civiltà contadina che danno per morta, allora
dobbiamo rallegrarci.
Disporre della macchina del tempo per
un viaggio a ritroso sarebbe forse una delle avventure più straordinarie,
guardare con i nostri occhi com'era il mondo attorno ai nostri vecchi.
Un sogno, che come tutti i sogni ci riporta alla nostra condizione umana.
Noi ci limitiamo a dare uno sguardo che spazia si nel passato, ma che
si ferma con obbligo a quello che riusciamo meglio a capire, lasciando
alla fantasia il compito d'immaginare le fattezze di un mondo che
in buona misura abbiamo contribuito a far scomparire.
Un mondo che pareva non esistere più:
ma questo mondo, che ci sta tanto a cuore e che è materia del nostro
dire, torna ad essere riproposto con nuove e più concrete argomentazioni.
Oggi, si guarda alle siepi di campagna motivando la loro presenza tra
i campi con ragioni assai diverse da quelle del passato. Com'è
logico pensare, ci sono molti fattori alla base della richiesta di un
diffuso ritorno degli alberi tra i campi, oltre al riconoscimento del
valore economico previsto dalle misure d'accompagnamento alla riforma
della Pac del 1992 e confermate da "Agenda 2000".
Un primo beneficio di questo nuovo modo
di guardare alla campagna si è avuto nel comune di S. Stino di
Livenza. In questo territorio è in atto oramai da anni il rimboschimento
di una parte consistente di terreno che già sta assumendo l'aspetto
di un vero e proprio bosco di pianura. Altri e più eclatanti esempi
si potrebbero fare per il resto della provincia di Venezia e per il vicino
Friuli. Occupandoci però di cose più domestiche, queste
ci fanno subito affermare che si possono individuare quattro ottime ragioni
alla base del nuovo interesse nei riguardi delle siepi.
La prima va imputata ad una più
attenta cultura mirante alla conservazione dell'ambiente: la campagna,
come il resto del territorio, deve essere ospitale sia per l'uomo
sia per la vita selvatica; l'agricoltura deve ridurre il suo impatto
ed essere praticata con tecniche sostenibili che guardino al lungo periodo,
va da sè che qui s'inserisca l'uso di fonti energetiche
rinnovabili come il legname.
La seconda s'individua nella diversificazione
dell'uso del territorio: le aziende agrifaunistiche, i maneggi,
la pesca sportiva e l'agriturismo e, più in generale, quelle
attività legate al tempo libero della campagna, accrescono il suo
valore naturalistico e paesaggistico. Senza dimenticare gli aspetti economici
che da loro derivano.
La terza si ricerca nella giusta evoluzione
tecnologica: tutta una serie d'innovazioni si sono venute affiancando
negli ultimi anni. Molte di queste vedono il legno come rinnovato elemento
o complemento, non solo quale sostituto di materie sintetiche, ma anche
come fonte d'energia rinnovabile.
La quarta ragione è il progresso
della ricerca scientifica: la ricerca scientifica ha messo recentemente
in evidenza l'importanza delle siepi nel campo della lotta biologica
e integrata, nella difesa delle colture dagli stress climatici e nella
difesa delle acque superficiali da inquinamenti dovuti ad eccessi di fertilizzanti.
UNA SIEPE MOLTE FUNZIONI
Molte sono le funzioni che attualmente
si riconoscono alle siepi di campagna, anche se alcune di esse si discostano
da quelle che originariamente avevano dato vita al suo impianto, ma che
con queste sono concatenate. Tra quelle che elencheremo, ne richiamiamo
subito una che nel passato, a buon diritto, giustificava in gran misura
il suo impianto: la produzione della legna da ardere. Un prodotto che
torna a mostrare tutta la sua valenza economica, anche a merito di nuove
tecnologie di sfruttamento, tanto nella fase di crescita delle piante
quanto in quella di sfruttamento del prodotto.
È' il caso della legna destinata
a produrre calore, tipicamente per le unità abitative o produttive
rurali. Un uso che si richiamerà con più forza tra quelli
che compaiono in questo lavoro, giustificato dall'estremo interesse
economico -si tratta senza dubbio del prodotto della siepe più
direttamente commerciabile o comunque di valore sempre quantificabile-.
Da questa considerazione alla base degli antichi sistemi agroforestali
che hanno dato vita alle siepi, possono essere individuati altri fattori
non meno importanti, che per motivi di praticità raggrupperemo,
suddividendoli in sei grandi categorie; riservando il sesto, per una prova
pratica di taglio meccanizzato in campo aperto, realizzata da: Raffaele
Spinelli del CNR Istituto per la ricerca sul legno di Firenze e da Federico
Correale di Veneto Agricoltura a cura di Veneto Agricoltura Azienda Regionale
per il settore Agricolo, forestale e Agro-Alimentare.
1) Funzioni Produttive: produzione di
legna da ardere, paleria e legname, di miele e altri prodotti delle api.
Produzione di selvaggina, di chiocciole, ecc.; produzione di piccoli frutti,
di piante alimentari ed officinali; produzione di funghi.
2) Ecologiche: creazione di habitat per
pronubi ed ausiliari (animali che favoriscono l'impollinazione delle
piante); creazione di habitat per la fauna selvatica. Modificazione del
clima a livello locale; ombreggiamento dei corsi d'acqua, assorbimento
dell'anidride carbonica atmosferica.
3) Protettive: consolidamento delle rive
dei corsi d'acqua; regimazione idraulica nei terreni collinari e
montani, difesa della proprietà.
4)Igieniche: difesa dal rumore; difesa
dalle sostanze inquinanti prodotte dal traffico.
5)Estetico-ricreative: abbellimento del
paesaggio; creazione di occasioni di svago (raccolta di piccoli frutti,
attività venatoria, ecc.); possibilità di effettuare osservazioni
naturalistiche.
6)Utilizzazione razionale della legna
nelle siepi campestri: l'esperienza di un cantiere dimostrativo
a Montecchio Precalcino in Provincia di Vicenza.
Al riguardo degli aspetti biologici integrati
nelle funzioni ecologiche della siepe, verrà dedicata un'apposita
trattazione sugli insetti a cura di Fabrizio Scalon.
Alcune delle funzioni elencate rivestono
da sole, o in associazione con altre, di motivarne il reimpianto in maniera
diffusa e più confacente ai moderni criteri di gestione del territorio.
Ecocompatibilità, un termine che si va diffondendo sempre più,
nel suo uso e nel suo abuso, anche in campo agricolo e che, non sempre
ha prodotto quei benefici desiderati e dati per migliorativi. Fattori
ambientali, economici, sociali e culturali, interagiscono con questo mondo
fatto di sottili equilibri in grado da soli di trasformarsi in eventi
quasi mai giustificati e che hanno permesso per il passato di togliere
alla campagna quell'aspetto tipicamente campagnolo, che l'aveva
caratterizzata per tanti decenni. Come sempre accade però, la natura
si riprende quello che gli appartiene portando a termine le sue vendette
con fredda lucidità dandoci l'opportunità di fare
una seria riflessione sul nostro agire.
Divagazioni? Forse, non per farci prendere
la mano, ma per permetterci di affermare che le funzioni primarie delle
siepi variano da luogo a luogo, proprio in virtù di quanto sopra
considerato. Guardando oltre cortile, in molte parti della Francia o dell'Inghilterra
è l'interesse per la tutela del paesaggio a motivarne la
conservazione e là dove le siepi avevano lasciato lo spazio a coltivazioni
intensive, si procede al loro reimpianto.
In Scozia, Irlanda e Danimarca è
la necessità di difendere le coltivazioni dal vento. Ed è
per contrastare la negativa azione eolica sulle coltivazioni agricole
che si concentrano gli sforzi di gruppi, associazioni e amministrazioni,
interessate al loro ritorno tra i campi.
Come si è fin qui visto, molte
sono le funzioni delle siepi; nell'impossibilità di trattarle tutte
in maniera estesa in questa sintetica Guida, di seguito ne analizzeremo
alcune ritenendole tra quelle più importanti. Cominciamo con le
funzioni produttive.
FUNZIONI PRODUTTIVE
Riguardano tutti i beni materiali prodotti
dalle siepi campestri: la legna da ardere, i pali e le bacchette, il legname
da lavoro, i frutti e le piante commestibili, le piante officinali, la
selvaggina, i funghi, il nettare bottinato dalle api, ecc. Tra i prodotti
della siepe si possono individuare senza indugio quelli che hanno un valore
economico per chi li produce, nel senso che il produttore se ne può
riservare la raccolta, traendone un valore subito vendendoli, o riservandoli
per l'autoconsumo. Altri prodotti invece non hanno nessun valore
economico per chi li produce, perché leggi e tradizioni permettono
anche ad altri di appropriarsene. Nel primo esempio troviamo la legna
da ardere, nessuno si sognerebbe mai di andarsela a procurare tagliandola
nelle siepi altrui. Nel secondo caso troviamo la selvaggina, i funghi,
le more e le piante officinali e commestibili.
Questa distinzione è importante
perché, se i proprietari avessero la possibilità di riservarsi
la raccolta di tutti i prodotti delle proprie siepi, il loro interesse
a conservarle o ripiantarle non potrebbe che essere maggiore. Oggi, come
nel passato, è la produzione di legna da ardere quella che riserva
il maggior interesse da parte dei proprietari. A questo proposito giova
qui ricordare che, fin dal medioevo, benché le località
di Cinto, Settimo e S. Biagio fossero immerse nella selva patriarcale
d'Aquileia, il procurarsi la legna da ardere fu questione ardua,
tanto da aver con la vicina comunità di Basedo liti continue, protrattesi
per più di trecento anni. Anche negli anni moderni legna e liti
sono state un binomio ricorrente nelle nostre contrade. Per nostra fortuna
questo è rimasto un retaggio del passato. Vediamo dunque in breve
cosa c'è di nuovo attorno a questa antica ed agognata funzione
delle siepi campestri.
Tra le funzioni della siepe campestre,
quella di dare legna da ardere è sempre stata uno degli elementi
principali per il suo impianto, il mantenimento e la gestione da parte
della gente delle campagne. Questo, come abbiamo molte volte qui richiamato,
fin dai primordi degli antichi sistemi agroforestali.
Ora, il suo rilancio è possibile
ed auspicato, motivato dall'evoluzione tecnologica in campo aperto,
che in quello termotecnico, che ha messo a disposizione caldaie anche
per l'uso domestico ad elevata efficienza e di semplice gestione
che rende la legna un combustibile pulito, economico e pratico. Per le
utenze domestiche sono particolarmente indicate le caldaie a fiamma rovesciata
che possono essere facilmente installate a fianco o al posto di una caldaia
tradizionale a gas od a gasolio, a patto di disporre di un locale caldaia
di facile accesso con i carichi di legna. Queste caldaie impiegano legna
tagliata a grossi pezzi. Nella stagione fredda sono richieste da due a
tre carichi di legna al giorno, impiegando complessivamente in questo
lavoro una decina di minuti. Per questo, la caldaia può essere
alimentata da persone che lavorano fuori casa per tutta la giornata.
L'efficienza termodinamica delle
caldaie a fiamma rovesciata è molto elevata (superiore al 90%)
conseguentemente le sue emissioni sono poco inquinanti, così come
il consumo di legna. Nelle nostre località di pianura sono sufficienti
dai 70 ai 100 quintali di legna secca per scaldare bene una casa di dimensioni
ordinarie (di circa 600-800 metri cubi) durante l'arco dell'anno,
producendo nello stesso tempo anche l'acqua calda sanitaria. Inoltre
le caldaie a legna a fiamma rovesciata presentano emissioni gassose compatibili
con le più restrittive legislazioni europee in tema di difesa dell'aria
dall'inquinamento.
Il cuore di questa innovativa caldaia
è dato da un ventilatore-aspiratore installato all'uscita
fumi dalla caldaia. L'aria di combustione viene aspirata in un perfetto
equilibrio gas-dinamico con i fumi che si liberano nella canna fumaria,
ciò determina un'eccezionale uniformità di combustione.
A completamento del progetto l'aspiratore-ventilatore è comandato
da un sistema modulare a microprocessore installato in un pannello di
nuova concezione. In questo modo si adatta la potenzialità della
caldaia alle effettive necessità d'assorbimento dell'impianto.
L'integrazione di nuove tecnologie
continua poi con tutta una serie d'innovazioni che includono altre
caldaie combinate a tre tipi di fuoco: gas, gasolio e legna, selezionabili
a scelta dall'utente secondo le sue esigenze e la disponibilità
di combustibile. Un ulteriore metodo d'utilizzo della legna per
il riscaldamento domestico è quello antico e sempre valido delle
stufe tradizionali, "Stube", tanto care ancor oggi alle nostre
genti altoatesine. A completamento di questo aspetto si fa memoria anche
dei moderni caminetti, il cui calore può essere contemporaneamente
utilizzato per irradiare le superfici dei termosifoni del convenzionale
impianto di riscaldamento.
Sia nel caso della caldaia a fiamma rovesciata,
sia in quello del caminetto irradiante non si dimentichi di predisporre
l'impianto d'apposito vaso d'espansione termica aperto,
o di uno scambiatore automatico che funga da scarico termico di sicurezza.
Non si perderà tempo nel ricordare a tutti gli utenti d'impianti
a fiamma che la manutenzione delle canne fumarie e dei bruciatori va fatta
eseguire da personale specializzato, nei modi e nei tempi previsti dalle
vigenti normative di sicurezza.
Prima di avviarci a chiudere la parte
inerente gli aspetti produttivi della siepe di campagna, vediamo nel dettaglio
gli aspetti che rendono molto pratica la coltivazione degli alberi e la
raccolta del legname.
A Cinto Caomaggiore, come nel resto della
nostra zona e più in generale nell'Italia settentrionale,
le specie proposte sono principalmente: la robinia ed il platano. Nel
Veneto Orientale a queste due specie si affianca anche il salice bianco,
per tutte il governo è a ceduo semplice con turni di 4-6 anni.
Nei terreni migliori la produttività di questi cedui è molto
elevata, per dare subito un dato: 100 metri di siepe monofilare di platano
governato a ceduo, in questo caso, di cinque anni com'è nell'uso
cintese danno al taglio 100.120 quintali di legna verde. Un quantitativo
quasi sufficiente al fabbisogno annuale di legna da destinare al riscaldamento
domestico di un'abitazione rurale media.
Come conseguenza, 500-800 metri di siepe
monofilare, occupanti una superficie di circa 3.000-5.000 metri quadrati,
garantiscono l'autosufficienza energetica di un'abitazione. Se a questo
dato si assomma il "valore di sostituzione" della legna prodotta
(In pratica, quanto vale "per me" la legna visto che risparmio
sull'acquisto delle altre fonti energetiche), al contributo percepibile
attraverso il Reg. Cee 2078/92, misura D1, e si sottraggono i costi di
produzione e di gestione dell'impianto a legna, -Caldaie a legna stufa
ecc. - si ottengono risultati economici
molto interessanti che, da soli, giustificano l'impianto delle siepi da
legna.
Siepi per le api
Anche l'apicoltura, non potrebbe
essere altrimenti, si giova in modo decisivo delle siepi di campagna.
Uno scambio su basi paritarie, che solo le api sanno gestire e sublimare
a livelli tanto eccelsi, proprio là dove le siepi campestri giustificano
la loro presenza. Molte specie di alberi tradizionalmente coltivati lungo
le nostre siepi hanno un elevato valore apistico. Questo particolare aspetto,
che mette in relazione siepi ed api, è qui trattato da Giampaolo
Muzzin, che meglio di me conosce la materia, essendo da molti anni appassionato
apicoltore. Con il titolo: "Di fiore in fiore", Giampaolo
ci condurrà nel meraviglioso mondo dei fiori, degli uomini, del
miele e delle api.
Di fiore in fiore
Ognuno di noi, camminando per i campi,
ha potuto vedere sulle rive dei fossi o lungo i canali formazioni d'arbusti,
di alberi, di rampicanti di ogni tipo cresciuti spontaneamente e in modo
rigoglioso. Quante volte ci siamo avvicinati per scrutare meglio quelle
impenetrabili barriere della natura! Altre volte, per gioco, ci siamo
nascosti incoscienti, in mezzo a quel piccolo mondo abitato, vivo, meraviglioso.
Non eravamo soli: ci facevano compagnia
i salici cinerini, le rose canine, i rovi, le edere, le sanguinelle, i
viburni, i sambuchi, i biancospini, le acacie, i prugnoli, i platani,
gli olmi, gli aceri.
Tali piante, cresciute senza un ordine
preciso, costituiscono le nostre siepi compendio di fonti di legna da
ardere e da lavoro, una volta utilizzata per costruire attrezzi agricoli,
zoccoli e l'archetto per le fionde " sandina" nel nostro
dialetto, di fiori e profumi, di rifugio e luogo sicuro di nidificazione
per pettirossi, cardellini, merli nonché fonte nettarifera per
le nostre api.
I fiori delle piante producono nettare
per attrarre questi simpatici "imenotteri" per essere da loro
impollinati.
Le api volano di fiore in fiore: basta
osservarle nella loro frenetica attività per considerarle delle
"specialiste" in materia in quanto, per vivere, dipendono
esclusivamente dai fiori.
Le api traggono dal nettare i loro carboidrati,
i grassi e le proteine dal polline per allevare le nuove generazioni.
Le loro visite permettono, grazie alla peluria superficiale di cui sono
dotate, di favorire quel processo appunto denominato impollinazione indiretta:
infatti, esse trasferiscono il polline contenuto nell'androceo,
germe maschile del fiore, nell'ovulo racchiuso nel gineceo che è
l'organo femminile.
Noi apicoltori siamo orgogliosi delle
nostre api quando, in primavera, le osserviamo rientrare dalla bottinatura
(raccolta) con le ampolle delle zampine piene di polline multicolore e
cariche di nettare. Il primo raccolto le api lo fanno sui minuscoli ed
innumerevoli fiori del nocciolo poi, via via che la stagione si apre ai
tepori primaverili, le vedi avvicendarsi sui fiori dei frutteti e su quelli
a grappolo dell'acacia.
Proprio in coincidenza di questa fioritura,
le api ronzano giulive da un fiore all'altro succhiandone le sostanze
nettarifere per poi trasferirle con la lingua (trofallassi) alle api operaie
che attendono fiduciose il bottino all'interno dell'alveare;
nello stesso tempo trasferiscono l'una all'altra, messaggi
per invitare le sorelle bottinatrici, tramite il linguaggio della danza,
a seguirle sui fiori ancora ricchi di nettare.
Le api che hanno ricevuto il cibo, lo
trasportano e lo immagazzinano all'interno delle cellette dei favi,
lo elaborano mediante le ghiandole salivari e quando il prodotto è
asciutto, lo chiudono con un opercolo di cera e lo lasciano maturare.
Questo nuovo prodotto, ricco di sostanze minerali quali il potassio, il
calcio, il fosforo, il ferro, il magnesio, di proteine ed enzimi, di vitamine
quali la "C" ed alcune del gruppo "B", è
il miele.
Apprezzato è senz'altro quello
dell'acacia che appare trasparente, molto chiaro, incolore; non
meno pregiato è il miele multiflora, ricco di sali minerali proprio
per la varietà di nettari raccolti che esercita un beneficio per
il nostro organismo ed in particolare per le prime vie respiratorie in
cui svolge un'azione decongestionante e calmante della tosse. Non
solo: per il fegato, l'azione è disintossicante e protettiva.
Per le ossa contribuisce alla fissazione di calcio e di magnesio; per
i muscoli poiché fa aumentare la potenza fisica e la resistenza.
Il miele, insomma, dai tempi dei romani
alla nostra apicoltura moderna, è cibo e sostegno per l'uomo,
ma l'apicoltura ha senso d'essere solo quando c'è
rispetto per la natura. Le api, infatti, sono un termometro del grado
di inquinamento dell'acqua e dell'aria; purtroppo anche a
Cinto, in diversi casi, le laboriose api non fanno rientro all'alveare
perché trasportano nelle loro sacche polline contaminato dagli
anticrittogamici, dai pesticidi usati in agricoltura, in frutticoltura
durante la fioritura. Basterebbe un po' più di sensibilità,
d'organizzazione, ma soprattutto di rispetto per la vita da parte
di ognuno di noi per ridurre il danno ecologico.
Noi apicoltori siamo animati da questi
sentimenti, cerchiamo di testimoniare con le nostre conoscenze ed esperienze
il favoloso mondo delle api, in particolare agli alunni delle scuole perché
proprio dai più giovani cresca l'amore, la voglia di conservare
, il rispetto per il grande dono fattoci dalla Natura.
Pur essendo noi apicoltori cintesi un
gruppo sparuto, siamo attivi: contiamo una decina di appassionati con
oltre 60 alveari distribuiti sul territorio; produciamo circa 20 quintali
di miele di acacia, di tiglio, di millefiori, di tarassaco e di melata.
Grazie alla nostra passione ci siamo ben attrezzati: ognuno di noi possiede
la smelatrice (centrifuga), il disopercolatore (forchetta), i maturatori
e quant'altro occorrente per la conduzione moderna dell'apiario.
Non pratichiamo il nomadismo, ovvero non
trasportiamo le api da un luogo all'altro: la nostra è un'apicoltura
di tipo stanziale poiché le api si trasferiscono alla ricerca di
fiori anche sino a 2 km di distanza dalla loro arnia senza perdere l'orientamento,
ma con estenuante fatica.
Quanto importante invece sarebbe per tutti
noi vederle bottinare su siepi messe a dimora sui nostri campi, sui nostri
confini, lungo le rive anziché costrette a percorsi sempre più
lunghi ed insidiosi a causa dell'incauto disboscamento!
Giampaolo Muzzin
FUNZIONI ECOLOGICHE
Le siepi campestri si integrano con gli
ecosistemi del territorio rurale fino a modificarlo, rendendolo più
adatto alle colture agrarie, agli animali domestici e a quelli selvatici.
Le siepi depurano l'acqua e l'aria, difendono le coltivazioni
dalla violenza del vento, forniscono alimento, rifugio e un luogo dove
riprodursi a molte specie animali. Tra le numerose funzioni elencate nello
schema d'apertura e quelle qui ricordate, ne vediamo di seguito
alcune che riteniamo importanti per la nostra campagna.
Insetti della siepe
Un milione e mezzo di forme viventi sono
state finora catalogate dagli scienziati. Gli insetti, con circa 900.000
specie, sono gli esseri viventi più numerosi della Terra e si trovano
ovunque tranne che nell'oceano aperto. La loro dimensione ridotta
(da meno di un millimetro fino a trenta centimetri), la loro capacità
di volare permise a questi artropodi già da 240 milioni d'anni
fa, di invadere e popolare ogni parte del pianeta. La gran varietà
di piante esistenti ha permesso di fornire una varietà di risorse
che possono essere sfruttate da insetti con esigenze e adattamenti differenti.
Per quanto riguarda il ciclo vitale, le
forme immature di molti insetti passano generalmente attraverso i vari
stadi del loro sviluppo in vicinanza del luogo in cui la femmina ha deposto
l'uovo. Gli insetti giovani in via di sviluppo cambiano non solo
grandezza ma anche forma: questo processo è chiamato metamorfosi.
Molte volte l'insetto giovane assomiglia all'adulto solo che
è più piccolo, in seguito cresce mediante una serie di mute,
fino a raggiungere le sue dimensioni definitive. Le mute sono necessarie
perché l'insetto deve eliminare l'esoscheletro vecchio
per formarne uno nuovo e più grande. Nella maggior parte degli
insetti avviene una metamorfosi completa e gli adulti hanno una forma
del tutto diversa da quella delle larve; dopo lo stadio larvale l'insetto
entra nello stadio di pupa in cui si ha un rimodellamento dell'organismo.
Ad operazione completata l'insetto emerge nella sua forma definitiva,
come ad esempio nelle farfalle.
Spesso le richieste alimentari tra larve
e adulti sono così diverse da occupare ambienti diversi e non entrare
così in competizione reciproca.
Le siepi sono sottili fasce di vegetazione,
che rappresentano un ecosistema, un piccolo bosco in miniatura, che con
la sua bassa luminosità, la sua umidità, i detriti vegetali
che si accumulano e che lentamente subiscono il processo di umificazione,
rappresenta un rifugio ideale per molte specie e soprattutto per gli insetti.
Gli insetti possono usare la siepe come
abitatori dell'ecosistema oppure come rifugio temporaneo o stagionale.
In primavera le siepi fiorite si ricoprono di un gran numero di Ditteri,
Coleotteri, Imenotteri ecc: per molti insetti i fiori sono necessari a
completare il loro ciclo biologico. D'estate i rovi ed altre piante
vengono utilizzate dagli Ortotteri e Omotteri per deporre le uova. Le
foglie sono spesso invase da Afidi e Psillidi la cui melata attira soprattutto
le formiche. Andando verso la stagione autunnale, il grillo campestre
(Gryllus campestris), questo simpatico Ortottero che allieta le serate
estive con il suo canto, da vita a una di quelle piccole, grandi manifestazione
della natura ad un dolce concerto.
Gli insetti frequentano il suolo nello
strato più superficiale, nei primi dieci centimetri di profondità,
per ripararsi dai rigori invernali o negli stadi preimmaginali. In quasi
tutti gli ordini abbiamo un rappresentante che vive in questa lettiera
composta da foglie morte che lentamente vengono trasformate in terriccio.Se
andiamo a vedere gli ordini che vivono la loro vita in questo habitat,
allora troviamo i Proturi, i Collemboli, i Dipluri e i Tisanuri. Sono
di minuscole dimensioni e dai caratteri primitivi non hanno ali e non
vi è una vera e propria metamorfosi per cui le forme giovanili
sono molto simili a quelle adulte. Si nutrono di detriti vegetali in decomposizione,
di muffe, di ife fungine e hanno una funzione positiva nell'evoluzione
della sostanza organica. I Collemboli possiedono un organo a forca, posto
sotto l'addome, che in caso di necessità si sgancia e facendo
leva contro il suolo fa compiere dei salti pari a dieci /quindici volte
la propria lunghezza. La distribuzione dei Collemboli è più
vasta di quella di ogni altro gruppo di insetti; probabilmente questo
è dovuto a due motivi: i Collemboli sono facilmente trasportati
dalle correnti d'aria, dall'acqua o in altri modi, inoltre fanno parte
delle specie più primitive che si conoscano (Devoniano).
Nelle zone umide e riparate dal sole o
alla base delle piante, sotto le cortecce trovano riparo le "forbicine"(Forficula
auricularia).
I Coleotteri sono gli insetti più
numerosi che possiamo trovare nel terreno e nelle foglie in decomposizione.
Con nientemeno di 300000 specie di cui più di 10000 presenti nella
fauna italiana, sono l'ordine più numeroso in tutto il regno
animale.
Questi insetti non hanno grandi attitudini
al volo, quindi molti vivono nel terreno e prediligono le zone umide,
altri vivono a spese del legno degli alberi o sono coprofili. Sono Coleotteri
i Carabidi Carabus violaceus piceus e il Carabus coriaceu, questi splendidi
insetti dai colori metallici, raggiungono i 4/5 centimetri di lunghezza
e sono dei temibili predatori delle chiocciole che infestano prati e pascoli.Molti
Coleotteri sono predatori sia allo stadio larvale sia adulto. Per esempio
alcune specie appartenenti alla sub-famiglia Harpalini conducono prevalentemente
attività nelle aree aperte e sono predatori di altri artropodi
dannosi alla vegetazione e alla coltura.
I Coccinellidi sono dei graziosi insetti
che si rendono particolarmente utili perché divorano grandi quantità
di afidi e cocciniglie.
Altri gruppi che trovano rifugio vicino
al suolo, come ad esempio gli Elateridi e i Melolontini di cui fa parte
il maggiolino (Melolontha melolonta), possono causare danni in quanto
allo stadio larvale si nutrono di radici.
Molti insetti vivono all'interno
dei tronchi o rami degli alberi, anche qui i Coleotteri sono presenti
con molte specie, come ad esempio gli Scolitidi: le femmine scavano una
galleria sotto la corteccia dove depongono le uova, quando nascono le
larve scavano a sua volta ognuna una galleria e che si allontana a raggiera
da quella materna, alla fine della galleria costruiscono una cella ninfale,
il sistema di gallerie ha un disegno caratteristico per ogni specie, non
sono dannosi in quanto non attaccano le piante in buone condizioni di
salute.
I Cerambicidi si riconoscono per le lunghe
antenne che molte volte sono più lunghe del corpo, le larve sono
all'interno dei tronchi e rametti di alberi poco vigorosi, a maturazione
si dirigono verso la corteccia e predispongono l'uscita dell'adulto
con un foro circolare; lo sfarfallamento dell'adulto avviene spesso
all'inizio dell'inverno ma si aspettano temperature più
miti per uscire. Molte specie sono floricole e si possono trovare nei
prati, altri sono legati biologicamente a un solo tipo di pianta.
Il Cerambyx cerdo è il Cerambicide
più grande d'Italia; le sue larve condividono con quelle
del cervo volante (Lucanus cervus) che è il più grosso Coleottero
d'Europa, l'interno dei tronchi debilitati o dei ceppi morti
delle querce insieme con altri Lucanidi più piccoli.
I Buprestiti sono simili per forma del
corpo agli Elareridi, si distinguono per i colori metallici o le livree
variamente maculate, le larve sono quasi tutte Xilofaghe e sono quelle
che maggiormente si introducono nel legno sano e in alcuni casi sono più
dannose. I Cossidi e i Sesidi sono Lepidotteri; le loro larve vivono all'interno
di rami e tronchi, provocando grossi danni,fortunatamente la loro diffusione
è controllata dai loro predatori naturali:picchi e alcuni imenotteri
Icneumoidi e Calcidoidei.
I Bombi e gli Apidi solitari occupano
e modificano le gallerie aperte da altre specie per la loro nidificazione,
questi insetti contribuiscono in maniera positiva all'equilibrio
ecologico dell'ambiente.
Spostandoci nella parte aerea della siepe
troviamo molte più specie di quelle che si trovano nella parte
bassa e nel tronco.
La maggior parte degli Emitteri sono dei
fitofagi, che popolano le siepi e con il loro stiletto acuminato ne succhiano
la linfa dei germogli e delle giovani foglie: i più noti sono gli
Afidi e le Cocciniglie, i verdi Pentatomidi chiamati comunemente cimici
delle piante, i Tingidi e le Cicaline, troviamo, inoltre Emitteri acquatici
e altri ancora predatori di specie dannose alle siepi e all'agricoltura.
Gli Asilidi, sono dei grossi Ditteri che
cacciano intensamente le loro prede, afferrandole con le robuste zampe
e affondando il rostro nel corpo per succhiarne l'emolinfa.
I Silfidi sono un'altra importante famiglia
dei Ditteri hanno delle ottime capacità di volo riescono ad effettuare
sbalzi velocissimi, le larve di alcune di queste specie sono delle ottime
cacciatrici di Afidi, da adulte molte sono impollinatrici e assomigliano
agli Apidi.
Tra gli insetti predatori molti appartengono
all' ordine dei Coleotteri, e parecchi lo sono sia allo stadio larvale
che adulto. Per esempio alcune specie appartenenti alla sub-famiglia Harpalini
conducono prevalentemente attività nelle aree aperte e sono predatori
di altri artropodi dannosi alla vegetazione e alla coltura. La Lebia scapularis,
che vive generalmente sugli olmi è uno specifico predatore di Galerucella
luteola e Galerucella lineola, conduce vita attivissima percorrendo velocemente
i rami degli olmi alla ricerca di prede.
I Neurotteri sono dei formidabili predatori
di insetti, soprattutto di afidi. Le Crisope appartengono allo stesso
ordine, sembrano delle piccole farfalline verdi, con ali di fata e occhi
dorati, ma feroci divoratori di afidi.
Possiamo incontrare, la mantide religiosa
(Mantis religiosa) mentre sta cacciando. Sul finire dell'estate,
la femmina finita la copula, che dura alcune ore, divora il maschio più
piccolo e meno forte di lei, quindi depone le uova, proteggendole con
una schiuma, che è emessa dall'estremità addominale
assieme alle uova e che al contatto dell'aria solidifica. Nel giugno
dell'anno successivo alla deposizione delle uova, i neonati a sviluppo
embrionale compiuto escono e ricoperte di minutissime scaglie colorate)
vengono suddivise in due muteranno diverse volte prima di raggiungere
il loro aspetto definitivo.
Le farfalle o Lepidotteri, (così
chiamati perché hanno le ali grandi gruppi: Ropaloceri ed Eteroceri.
I Ropaloceri sono attivi durante il giorno, hanno antenne a forma di clava
ed ali colorate che, durante il riposo, sono tenute sollevate verticalmente
sul corpo.
Gli Eteroceri hanno generalmente attività
notturna, antenne di forma diversa oppure più corte e piumose ed
ali molto meno vistose che, nel riposo, vengono tenute orizzontalmente
rispetto al corpo.
Nella prima parte della sua esistenza,
la farfalla è un bruco dotato di un apparato boccale trituratore
con il quale si ciba di vegetali soprattutto di foglie; successivamente
compie una meravigliosa trasformazione detta "metamorfosi che ne
fa quell'essere aereo che si nutre di nettare e che costituisce senz'altro
uno dei fenomeni più affascinanti della biologia.
Le larve delle farfalle sono per la maggior
parte concentrate nelle foglie che vengono divorate, inoltre le larve
di alcune specie hanno comportamento gregario e avvolgono con fili di
seta parte della pianta, altre specie hanno le larve minatrici che vivono
nella foglia come i Nepticulidi, altre ancora sono xilofage che vivono
all'interno di grossi rami e tronchi. Le piante della siepe che
ospitano più specie di farfalle sono il il prugno, il salice, il
Biancospino e il rovo.
Le larve di farfalle costituiscono la
parte preponderante della biomassa dei consumatori primari (fitofagi).
Gli uccelli insettivori, traggono gran parte delle proteine per la propria
sopravvivenza e quella della loro prole dalle farfalle che visitano i
fiori e dalle loro larve.
Arvicole e Crocidare predano le pupe interrate
o nascoste tra le erbe. I Ditteri Larvevoridi e gli imenotteri Calcidoidei,
Braconidi e Icneumoidi depongono le uova sulla superficie o all'interno
delle larve dei Lepidotteri, contribuendo in maniera decisiva a limitarne
le popolazioni.
Nelle siepi vivono inoltre insetti che
producono galle. Le galle sono una crescita anomala dei tessuti vegetali,
prodotte dalla puntura dell'insetto su foglie, gemme frutti. Alcune
specie di Afidi, alcuni Acari e Ditteri, producono galle; le più
note sono quelle generate dalla famiglia dei Cinipidi, questi Imenotteri,
depongono le uova sui tessuti vegetali inoculando contemporaneamente del
veleno, successivamente le larve emettono una particolare secrezione:
si ha come conseguenza il formarsi di rigonfiamenti ipertrofici, all'interno
delle quali le larve si sviluppano. Nella siepe troviamo anche i loro
antagonisti naturali,gli Imenotteri Terebranti,in grado di raggiungere
l'interno delle galle con il loro ovopositore a trivella (tenebra)
per deporvi le loro uova.
La siepe non costituisce solo un elemento
paesaggistico, la sua funzione ecologica è importante anche nella
lotta biologica in agricoltura per l'equilibrio tra organismi nocivi e
i loro antagonisti naturali, citiamo ad esempio le coccinelle predatrici
degli Afidi dannosi per molte culturee arboree o erbacee, oppure l'Antochoris
nemoralis che trova cibo in una psilla non dannosa che vive sul (Cercis
siliquastrum) " albero di Giuda" a sua volta questo insetto
predatore, sferra i suoi micidiali attacchi sulla psilla del pero dannosa
per questa coltura.
La siepe è luogo di conservazione
e diffusione di organismi utili, rifugio di molti antagonisti dei fitofagi
dannosi alle piante coltivate. Ad esempio, il Ciliegio, il Frassino, il
Nocciolo, il Mirabolano, l'Olmo, il Prugnolo e il Rovo, sono solo
alcune, fra le piante ospiti di insetti predatori che colpiscono gli insetti
dannosi alle colture; la presenza o introduzione in una siepe di tali
piante, permette il controllo delle specie nocive alle colture agrarie.
Fabrizio Scalon
Siepi ripariali
L'opinione pubblica, così
come i mezzi d'informazione mettono l'agricoltura tra le attività
umane che inquina i corsi d'acqua e le falde idriche. A scanso di
equivoci o di fraintendimenti va detto subito una cosa che ne può
chiarire tante altre. L'agricoltura inquina né più
né meno delle altre attività produttive umane. Se prendiamo
questo come dato certo, bisognerà intervenire all'origine
del problema togliendo dalla filiera produttiva tutti i componenti inquinanti.
Non v'è dubbio alcuno che un siffatto mondo oltre che inventarlo
abbisogna di uno sforzo ancora più grande per immaginarlo. D'obbligo
quindi rimanere con i piedi per terra.
Tra le sostanze che più concorrono
all'inquinamento delle nostre acque, vanno evidenziati in primo
luogo i fosfati e i nitrati, seguiti con pari importanza dai diserbanti
delle tre classi, (tossici, nocivi, irritanti). Per quanto attiene ai
concimi azotati, si sta assistendo ad un positivo cambio di tendenza,
infatti, le aziende produttrici di fertilizzanti si stanno sempre più
orientando verso la messa a punto di prodotti a lenta cessione. Un più
lento dissolvimento e assorbimento della sostanza, ne riduce le potenzialità
inquinanti anche in presenza di pioggia. Pari impegno dovrebbe essere
posto anche al momento in cui si procede alla concimazione con le sostanze
organiche quali, i liquami e lo stallatico.
La presenza incontrollata di queste sostanze
inquinanti, come del resto di tutte le altre, a parte gli eventuali danni
alla salute umana, causa impatti di vario tipo sul terreno e sull'ambiente
circostante. Resta a noi mettere in atto interventi in grado di limitarne
gli effetti negativi: modalità e dosaggio dei prodotti, classi
delle sostanze impiegate e successivamente di compensare in qualche modo
il danno prodotto. E' questo il concetto di compensazione. Un intervento
mirato là dove il danno si verifica o dove si concentrano i suoi
effetti. Operare a danno avvenuto significherebbe maggiori costi che,
il più delle volte, ricadono sull'intera comunità.
Da tempo è noto che le siepi che
bordano i fossi e i canali (siepi ripariali) sono in grado di ridurre
l'inquinamento delle acque superficiali causato da eccessi di fertilizzanti.
Tale funzione veniva un tempo esclusivamente attribuita alla capacità
di assorbire direttamente dall'acqua i sali minerali in essa disciolti.
Un secondo meccanismo da tempo noto è la capacità di filtrare
fisicamente le acque, prima che s'immettano nei fossi e nei canali,
in tal modo riducendo il trasporto solido e la presenza degli inquinanti
fissati ai colloidi del terreno (in particolare il fosforo ed alcuni antiparassitari).
Ciò che rende di grande interesse le siepi ripariali è la
recente scoperta del fatto che esse favoriscono l'attività
dei batteri denitrificatori capaci, in altre parole, di trasformare in
azoto molecolare i nitrati disciolti nell'acqua drenata dai fossi
e dai fiumi.
L'attività dei batteri denitrificatori
è favorita da vari fattori; tra questi sono di primaria importanza
l'assenza o la carenza d'ossigeno (condizione di anaerobiosi)
e la presenza di sostanza organica che costituisce la loro fonte di alimentazione.
A parità di disponibilità di ossigeno nei diversi strati
del terreno, la presenza di vegetali legnosi arricchisce di sostanza organica
strati più profondi di suolo, arrivando a portare contenuti significativi
fino alle zone che presentano periodiche o costanti condizioni di anaerobismo.
In tale modo l'attività dei
batteri denitrificatori è esaltata e, in presenza di formazioni
forestali (lineari o a pieno campo), la sottrazione d'azoto dalle
acque di percolazione e/o di falda diviene rilevante. Condizione essenziale
perché le siepi possano svolgere, attraverso i vari meccanismi
illustrati, la loro azione positiva di sottrazione di elementi minerali
all'acqua, è che vi sia continuità tra gli apparati
radicali degli alberi e degli arbusti e l'acqua, soprattutto quella
che dai campi fluisce verso i canali appena sotto la superficie del terreno.
Come abbiamo visto, oltre che a migliorare
la qualità dell'acqua, le siepi ripariali e quelle campestri
sono deputate a svolgere tutta una serie di altri sevizi a favore dei
fiumi e dei canali: sostengono le rive, riducendo l'erosione e diminuendo
la tendenza dei corsi d'acqua ad interrarsi. Ombreggiano l'alveo,
riducendo lo sviluppo delle erbe acquatiche e quindi la necessità
di ricorrere a periodiche manutenzioni; migliorano l'habitat per
molte specie di pesci e di altri animali che vivono lungo i corsi d'acqua.
Da quanto esposto si comprende che un
corso d'acqua, bordato di siepi, richiede minor manutenzione ed
è più ricco di vita, dentro e fuori dall'acqua. Ancora
oggi in molte parti d'Italia si vedono fiumi, fossi e canali privi
delle loro siepi. In molti casi, proprio gli enti preposti alla loro gestione
sono stati la causa della loro distruzione. Un esempio di questo malcostume
è ben visibile nel nostro comune, dove le rive del Reghena Nuovo
-Canal Novo- oltre ad essere cementate, sono anche completamente prive
di qualsiasi vegetazione.
Siepi per la fauna selvatica
Una campagna ricca di siepi è una
campagna ricca di vita: numerosissime specie di animali e piante selvatiche
trovano nella siepe un ambiente di vita ideale. Paragonare le nostre siepi
alla barriera corallina o alla foresta tropicale, pur nei giusti rapporti
nel numero dei loro ospiti animali e vegetali pare appropriato. La presenza
di molte specie animali e vegetali fa sentire la loro presenza a grande
distanza. Uccelli insettivori, granivori e rapaci trovano proprio nella
siepe la loro ragione di vita, così come alcune varietà
di mammiferi, di pipistrelli, di rettili e di insetti, di anfibi. In una
parola cara agli etologi il "Territorio" relativo ad una certa
specie animale è "Spazio vitale" legato a ragioni e
momenti particolari, connessi ad esempio con il corteggiamento o con l'allevamento
della prole. La siepe diviene elemento caratterizzante del territorio
d'importanza crescente, incentrata sì sull'allevamento,
ma anche nell'elemento primo della vita, vale a dire la terra.
Va da sé che le siepi, per la fauna
selvatica, vanno intese tenendo conto di quali gruppi di animali in essa
si integrano, nessuno si sognerebbe di cercare mai un beccaccino tra i
rami di un salice. Questo per dire che in zone faunistico-venatorie, da
abbinare in genere ad altri miglioramenti ambientali dell'agro sistema,
quali il mantenimento di zone umide, a prato e di semina di colture a
perdere. Queste migliorie dovranno essere pensate tenendo conto di quali
specie si vogliono favorire. In tutti i casi si dovrà porre attenzione
a non creare condizioni che favoriscano l'insediamento di specie
animali indesiderate.
A Cinto Caomaggiore, da un po' di
tempo si sta assistendo ad una vera e propria emigrazione di uccelli dalla
campagna, verso il centro abitato: gufi comuni che albergano sui pini
marittimi del viale principale del paese, gazze che pongono il loro nido
tra le betulle dei giardini, più della metà dei merli ha
preso dimora tra gli orti delle case e l'elenco potrebbe continuare.
Il fatto che molte specie tipiche della campagna aperta si siano inurbate
è un segnale certo che tra le nostre siepi campestri, l'equilibrio
si è rotto.
Da qualche anno stanno diventando di moda
i corridoi ecologici, le siepi campestri, se pensate soprattutto per favorire
la vita selvatica all'interno degli ecosistemi agrari, dovrebbero
essere degli efficaci sistemi in grado di mettere in comunicazione residui
lembi d'ambiente naturale ancora presenti nel nostro territorio.
Come nel caso delle siepi frangi-vento, per massificare la loro efficacia
come corridoi ecologici, devono essere tra loro collegate e organizzate
in rete a maglia irregolare. I capi di queste siepi dovrebbero comunicare
con le zone naturali più vocate del l'intera area.
FUNZIONI PROTETTIVE
Per chi si occupa di cose della natura,
parlare delle siepi equivale ad aprire una finestra su di un mondo che,
se pur conosciuto, ogni giorno riserva qualcosa di nuovo da sapere o da
approfondire. Un mondo, la cui didattica ambientale forse è seconda
solo a quella del fosso che, peraltro, con la siepe, nella stragrande
maggioranza dei casi, vive in stretto connubio. Infatti, almeno per il
nostro territorio, siepe si coniuga con fosso e non potrebbe essere altrimenti
anche se gli studiosi mettono quest'ultimo tra gli ecosistemi e
la siepe tra i biotopi. Se ne potrebbe discutere, questo ci porterebbe
a filosofare in materia scientifica e le nostre limitate conoscenze ce
lo impediscono. Lasciamo però la materia ai cattedratici e torniamo
nel nostro piccolo alle funzioni protettive della siepe.
Le siepi migliorano la sicurezza del
territorio, proteggono le abitazioni e gli annessi rustici dal vento;
difendono dall'erosione e dagli smottamenti i versanti delle colline
e delle montagne, difendono le rive dei corsi d'acqua, creano delle
efficaci chiudende che difendono le proprietà dall'entrata
degli intrusi. Prima che s'inventasse la rete metallica e il filo
spinato, le siepi erano piantate, per difendere le abitazioni, i campi
ed i pascoli dal passaggio d'animali e di persone indesiderate.
Fino agli anni 70 attorno alle nostre case si vedevano le recinzioni fatte
con le bacchette di legno -palade-, legate a del fil di ferro, impedivano
l'uscita del pollame e difendevano la proprietà dagli estranei.
In questo specifico uso, la recinzione prende il termine di -stroppa-,
così almeno a Settimo e a Cinto; ma non è d'uso frequente.
Nell'azzanese, con "Stroppa" si vogliono indicare le
siepi di campagna che, in ogni caso, per noi cintesi restano sempre le
"rive".
Ai nostri giorni attorno alle abitazioni,
scomparso l'uso delle palade, invece di freddi muretti in calcestruzzo,
può essere esteticamente gradevole l'uso di chiudende vive,
al posto di manufatti morti.
Le siepi campestri evitano l'erosione
delle rive di canali e di fiumi incanalando l'acqua verso gli strati
profondi del terreno, si evita in questo modo il depositarsi in superficie
dei sedimenti sospesi. In tal modo il sistema siepe-fosso-argine, tra
l'altro evita l'interramento del corso d'acqua.
Tutto questo, in poche parole, si potrebbe
riassumere con: "Un territorio ricco di siepi è un territorio
più sicuro".
Quanto alla sicurezza delle nostre case,
la situazione pare oggi del tutto simile a quella che vivevano gli antichi
greci e romani. Rileggendo le cronache di oltre due mila anni fa, si ha
la convinzione che nulla sia cambiato: traffico, rumore, aria malsana,
borseggiatori rendevano difficile per chiunque percorrere strade, recarsi
al mercato, occuparsi delle proprie faccende. Di notte, poi, le cose si
aggravavano e la minaccia giungeva fin dentro le case: bande d'assassini,
ladri, ubriachi e balordi scorrazzavano ovunque razziando, taglieggiando,
picchiando. Oltre alle abitazioni svaligiavano anche i templi.
Nell'antica Atene, ad esempio, le
brutalità erano commesse anche da giovani di buona famiglia, assetati
di distrazioni illecite e sacrileghe; mentre a Roma le violenze erano
più generalizzate e pronte a scoppiare per qualsiasi ragione, compresi
i motivi più futili.
Un affanno continuo, che spingeva la cittadinanza
più facoltosa ad allontanarsi dalla città e trovare rifugio
nelle ville di campagna, dove l'aria più salubre doveva riservare
qualche problema in meno. Anche in campagna però, se pur contenuto,
il pericolo aveva la forma del rapimento, del furto d'ogni bene
compreso quello degli animali. Logico quindi, difendere la proprietà.
Una prima protezione del fondo romano consisteva nel recintare i confini
in modi diversi, come meglio ci viene spiegato da Varrone, (II-I sec.a.C.),
ne Il fondo rustico traduzione italiana, Utet Torino 1974.
"Vi sono quattro generi di siffatte
difese: uno naturale, un secondo
rustico, un terzo militare, un quarto
d'arte muraria. Ciascuno di questi
generi comprende parecchie specie,
il primo tipo, quello naturale, è
la
siepe, che suole formarsi piantando
virgulti o pruni, che viene su da radici
e non ha nulla da temere dai brutti
scherzi di un viandante che passa
con la torcia accesa. Il secondo
tipo di recinzione, quello rustico,
è costruito con legname, ma non
è un
corpo vivente. Si fa con molti pali ritti
e virgulti intrecciati o con pali perforanti
di grosso spessore e trapassati,
attraverso questi fori, usualmente da
due a tre pertiche; o anche con tronchi
d'albero distesi sul terreno e poi
fissati. Il terzo tipo di chiusura, quello
militare, è costituito da una fossa
o da
un terrapieno... Il quarto e ultimo
tipo
di recinzione, quello murario, è
fatto di
muri a secco..."
La siepe quindi, assieme ad altre forme
protettive, diventa uno degli elementi che s'interpongono a fenomeni
sociali, meglio sarebbe definirli "devianze"; concetto più
prossimo e sicuramente più autentico, anche se meno suffragato
da atteggiamenti o comportamenti che non siano di pura istintività.
Un'istintività che l'uomo ha con il suo territorio.
FUNZIONI IGENICHE
Le funzioni igieniche delle siepi si possono
riassumere in poche importanti funzioni.
Oltre a quelle intrinseche a tutte le
essenze arboree, in questo specifico settore ci si rivolge alle siepi
che costeggiano strade autostrade e ferrovie. Le siepi che rientrano di
diritto in questa categoria sono quelle composte in prevalenza dalle seguenti
specie: noce nero, carpino bianco, spin cervino, pallon di maggi, lantana.
Anche la sanguinella e il ligustro volgare o ligustrello possono rientrare
a buon titolo tra le varietà che compongono queste siepi, così
come tutte le varietà a foglia a lamina increspata o ricoperta
di peluria. Infatti, la funzione principe di queste siepi è proprio
quella di catturare i metalli pesanti, le polveri e i particolati da combustione
autoveicolare, interponendo tra la fonte d'inquinamento e la campagna
o l'abitato, un filtro naturale che trattiene le particelle sospese
nell'aria che successivamente saranno dilavate dalla pioggia.
Le stesse essenze, con le medesime funzioni,
possono essere messe a dimora attorno alle abitazioni; in questo secondo
caso sono da preferire composizioni di soli arbusti potati. Ottime allo
scopo sono le siepi di bosso, con questa varietà di pianta, oltre
che alla funzione protettiva dato dalla vegetazione fitta, si ha anche
l'effetto estetico di abbellire la casa con una siepe sempre verde.
Nei decenni passati si pensava a questo
tipo di siepe anche in funzione di protezione del rumore. In qualche misura
le siepi pensate in difesa dagli inquinanti prodotti dal traffico, hanno
dimostrato un'utile barriera anche contro il fastidioso frastuono
prodotto dagli autoveicoli. Recentemente, per questa funzione, sono preferite
teorie di pannelli fonoassorbenti che allo scopo danno prestazioni certamente
migliori.
FUNZIONI ESTETICO-RICREATIVE
Come si è fin qui visto, la siepe,
sia essa di campagna o da giardino, non svolge mai un'unica funzione,
ma le sue peculiarità s'intrecciano le une alle altre in
virtù delle essenze che la compongono e del luogo dov'è
messa a dimora. La funzione estetica però resta la più appariscente,
la prima a cui si guarda. Abbiamo già accennato, e lo vedremo meglio
nel proseguimento del lavoro, che dentro la siepe, insieme alle piante,
vive un mondo fatto di uccelli, d'insetti e di una miriade d'altre
creature.
Queste considerazioni, andrebbero tenute
a memoria al momento della scelta delle varietà di piante che comporranno
una nuova siepe. Se da un lato la siepe non può che abbellire il
paesaggio, dall'altro lo può esaltare. Infatti, modificando
la composizione con opportuni apporti cromatici, si possono ottenere interessanti
colorazioni di foglie, di fiori e di frutti. In questo caso, l'intervento
andrà mirato in modo particolare alle speci arbustive, scegliendo
tra quelle a fogliame sempre verde o dai frutti autunnali o tra quelle
dalle coloratissime bacche autunnali e invernali, come la Rosa canina
dagli stupendi fiori a cinque petali bianco-aburnei striati di rosa e
di lilla. Il falso frutto di questa bella pianta rustica e nostrana, s'infiamma
d'autunno. A Settimo, questa pianta è conosciuta con il nome
di Rosa de cian, a Cinto invece la stessa pianta diventa: Rosa de can.
Gli acheni della Rosa canina sono ricchi d'una sostanza astringente,
sarà per questo che tanto a Cinto, quanto a Settimo, sono noti
con il nome dialettale di Stroppacui.
Altre specie sono la Fitolacca, il Biancospino,
l'Agrifoglio, il Prugnolo, il Nespolo, e perché no, nei luoghi
più riparati anche il Corbezzolo dalle rosse e gustosissime bacche.
Queste varietà d'effetto, di solito s'impiantano alla
base di grandi siepi.
La presenza di frutti nella siepe costituisce
una fonte di nutrimento per molte specie di uccelli nostrani quali il
merlo, il tordo, la capinera, il pettirosso, la cesena, il fringuello
e il ciuffolotto. Ma l'elenco dei volatili, che visitano questi
supermercati della natura, potrebbe continuare. Sarà questo un
aspetto della siepe che approfondiremo nella seconda parte di questo lavoro,
dove tratteremo della siepe negli usi e costumi locali.
La siepe è anche uno degli elementi
portanti del giardino all'italiana. In questo specifico uso, la
siepe sublima, diviene l'elemento estetico dominante d'architettura
verde di sontuose dimore patrizie, di conventi e castelli.
L'Italia è stata nei secoli passati
la patria del giardino classico, tanto da essere punto di riferimento
per molte nazioni europee. Oggi, chi visita Firenze, non può dire
conclusa la sua visita se nell'itinerario non ha incluso anche una sosta
al giardino di Boboli, che si trova dietro Palazzo Pitti, sull'omonima
collina. Qui, nel 1550, Cosimo 1° Medici diede incarico all'architetto
Nicolò Tribolo di costruire un giardino classico all'italiana.
Inizialmente piuttosto semplice, il giardino venne via via ampliato e
articolato su progetti di Bernardo Buontalenti e Alfonso Parigi, fino
a raggiungere nel Sette-Ottocento le dimensioni e l'aspetto attuali. La
sua superficie si estende su 45 mila metri quadrati; oltre all'eleganza
e alla grandiosità dell'impianto vegetale, il giardino di Boboli
è anche un museo all'aria aperta, con gruppi scultorei ed episodi
architettonici.
Per la maggior parte degli italiani, di
tutta questa cultura del giardino è rimasto solo qualche vago ricordo
collegato a quadri di grandi pittori delle epoche passate o a film che
s'ispirano a quel periodo storico. Per far riscoprire anche nel
nostro paese, come già avviene in Francia, in Inghilterra, in Germania
ed in Austria, la cultura storica per il verde e l'architettura
del paesaggio, i proprietari d'alcuni giardini storici italiani
hanno unito le loro forze, aprendo le porte al pubblico.
Dislocati in Piemonte, Lombardia, Veneto,
Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Campania, sono quattordici giardini tra
loro diversissimi, alcuni di stile romantico, altri all'italiana,
altri ancora medioevali, ma con un minimo comune denominatore: il grande
amore per una tradizione culturale tipicamente italiana e tristemente
dimenticata.
Uno di questi giardini storici è
visitabile in provincia di Verona nella località di Negrar nella
zona della Valpolicella, da secoli conosciuta ed apprezzata per i suoi
vini. Al centro del vigneto di Poiega, il conte Rizzardi incaricò
nel 1783 l'architetto Luigi Trezza di creare un giardino che s'ispirasse
al concetto di giardino ideale. A lui si deve l'abilità di
aver saputo conciliare il giardino della gran tradizione italiana, spettacolare
e formale, con quello romantico, rendendo così Poiega uno degli
ultimi giardini disegnati per essere un giardino all'italiana.
Il giardino di Poiega si sviluppa su un'area
di 30.000 metri quadrati e tre livelli diversi tra loro paralleli. In
un'appendice semicircolare è stato realizzato un teatro di
verzura, i cui gradini, in proporzione perfetta, sono costituiti da siepi
di bosso e cipresso e le nicchie dell'anfiteatro, che ospitano statue
raffiguranti vari personaggi mitologici della commedia e della tragedia
greca, sono state ricavate nel carpino. Il livello superiore del giardino
ospita invece un boschetto di carpini, lecci, tassi, aceri e palmette
nane, popolato da animali in pietra. Tra gli alberi all'improvviso
appare un incantevole tempietto circolare, con una cupola creata da carpini
e riquadri aperti sul verde tra una statua e l'altra.
Il giardino di Poiega e gli altri giardini
storici della tradizione italiana, sono visitabili prendendo contatto
con l'associazione "Grandi Giardini Italiani" al telefono
-031756211- (E-mail: grandigiardini @ tiscalinet.it).
L'elenco delle buone funzioni della
siepe potrebbe continuare ancora per molte pagine. Incombono però
altri argomenti che ci costringono a gestire lo spazio con molta economia.
Per quanto abbiamo fin qui accennato,
ci pare opportuno evidenziare la straordinarietà e molteplicità
delle funzioni; tutto questo occupando soltanto una piccola porzione di
terreno aziendale.
La siepe, sia essa di campagna o da giardino,
oppure da complemento architettonico o d'arredo urbano, è sempre
in grado di mutare in modo profondo e corretto i caratteri ambientali,
naturalistici e paesaggistici con ripercussioni non solo estetiche, ma,
anche economiche tutt'altro che trascurabili, un'utilità economica
particolarmente gradita, quando la siepe è inserita tra le colture
produttive della moderna azienda agricola.
L'UTILIZZAZIONE RAZIONALE
DELLA LEGNA NELLE SIEPI CAMPESTRI
L'ESPERIENZA DI UN CANTIERE
DIMOSTRATIVO
A MONTECCHIO PRECALCINO (VI).
Negli ultimi anni, anche a causa delle
crescenti possibilità di ottenere finanziamenti comunitari per
l'impianto e la gestione di siepi campestri e di bande boscate, si è
assistito ad un rinnovato interesse per alcuni prodotti tradizionali
della siepe, che tornano a mostrare la loro valenza economica alla luce
di nuove tecniche di gestione e di tecnologie sempre più avanzate.
Il caso della legna destinata a produrre
calore, tipicamente per il riscaldamento di unità abitative o produttive
rurali, è di estremo interesse sia per l'effettiva portata
economica (si tratta senza dubbio del prodotto della siepe più
direttamente commerciabile o comunque di valore sempre quantificabile),
sia per gli oggettivi ampi margini d'innovazione tecnologica
che interessano l'intera filiera.
Nell'ambito del ventaglio di iniziative
di informazione, divulgazione e dimostrazione che Veneto Agricoltura
svolge nei confronti dei tecnici agricoli, dei professionisti agronomi
e forestali, nonché dell'utente finale, ovvero l'imprenditore
agricolo, la filiera legno assume una grande importanza, sia nei
bacini montani e pedemontani, sia in ambito planiziale, dove la gestione
di una rete di siepi campestri, fra fortune alterne, resta un elemento
profondamente radicato nella tradizione e nella infrastrutturazione
territoriale di ogni ordinaria azienda agricola.
In questo quadro nell'aprile di
quest'anno, si è tenuta una dimostrazione pratica volta
a mostrare le possibilità di razionalizzazione di un
semplice cantiere di utilizzazione di una siepe campestre di nuovo tipo,
inserita nella rete degli impianti dimostrativi di Veneto Agricoltura
(RIFF - Rete degli Impianti Fuori Foresta).
La siepe in questione è localizzata
nell'alta pianura vicentina, sui terreni dell'Azienda
Agricola Sperimentale della Provincia di Vicenza, in Comune
di Montecchio Precalcino.
Si tratta di un impianto bifilare posto
a dimora nel 1993, progettato e realizzato con le tecniche messe
a punto dall'A.R.F. del Veneto per la localizzazione e la realizzazione
di siepi campestri nelle moderne aziende agricole.
La specie principale, il platano
ibrido (Platanus acer/folla Aiton), è stata scelta in ragione
delle sue caratteristiche di adattamento a terreni relativamente
umidi e della rapidità di crescita, che unitamente alla discreta
qualità della legna da ardere ritraibile ne fa ancora una
delle specie «guida» per la realizzazione di siepi di
medie dimensioni destinate alla produzione di biomassa.
Nel caso in questione si trattava
di rivegetare ambo le rive di un fosso di scolo delle acque consortili,
mediante la realizzazione di una siepe multifunzionale.
Tutte le finalità richieste all'impianto,
evidenziate nella scheda descrittiva, si possono dire pienamente
raggiunte in occasione della prima utilizzazione della legna da ardere
prodotta dalla siepe, che peraltro svolgeva appieno già da
circa tre anni le funzioni protettive cui è deputata.
Proprio in occasione del primo taglio,
che ha interessato circa metà delle ceppaie, vista la valenza
dimostrativa dell'impianto, si è organizzato un cantiere
esemplificativo teso a mostrare le possibilità di razionalizzazione
del taglio e dell'allestimento, interventi apparentemente
semplici e tradizionali, ma spesso gestiti con attrezzature inadeguate
e senza una programmazione accurata delle operazioni e della loro sequenza.
Nel corso della dimostrazione sono stati
illustrati due sistemi di raccolta alternativi, destinati alla produzione
di cippato per caldaia e di tronchetti da stufa. L'agricoltore
potrà scegliere tra i due secondo la richiesta di mercato.
In entrambi i casi, i criteri di progettazione
sono gli stessi: massimizzare l'efficienza del cantiere e utilizzare
risorse già disponibili nell'azienda agricola o comunque
acquisibili con investimenti limitati.
Pertanto, la meccanizzazione proposta
dai due cantieri si basa sulla motosega e sul trattore agricolo,
generalmente presenti in tutte le aziende. Le operatrici applicate al
trattore hanno un costo limitato, in modo che l'agricoltore possa
dotarsene senza troppa difficoltà. In alternativa, queste
possono essere acquisite da un terzista locale. In tal caso, l'agricoltore
può sempre effettuare l'abbattimento, preparando il
lavoro al terzinata. Con un paio di milioni, chiunque può acquistare
una buona motosega, e tutto l'equipaggiamento di protezione
che è necessario a chi la impiega.
Per quanto riguarda la razionalizzazione
dei cantieri, innanzitutto si è cercato di limitare il numero
di manipolazioni necessarie ad ottenere un prodotto finito.
Entrambi i sistemi fanno ricorso a catene di lavorazione integrate,
dove una stessa squadra può eseguire contemporaneamente più
fasi del medesimo ciclo produttivo.
Inoltre, si è voluta ridurre la
taglia delle squadre e la quantità di lavoro manuale necessario
per ciascun'operazione. È noto che le squadre meno numerose lavorano
meglio e costano meno, e che un eccessivo impegno fisico abbatte
la produttività giornaliera e allontana i giovani dalle attività
agricole. Questi però non sono gli unici motivi per diminuire l'apporto
manuale nei cantieri proposti. Un cantiere che richieda poco lavoro manuale
ha il vantaggio di poter essere allestito direttamente dall'agricoltore,
facendo ricorso alla manodopera interna aziendale - che spesso è
scarsa di numero e ricca di anni!
Fortunatamente l'arboricoltura
lineare offre condizioni di accessibilità molto favorevoli
alla meccanizzazione. Il terreno è piatto e livellato, e le capezzagne
offrono ampio spazio alla circolazione dei mezzi - soprattutto se
si ha l'accortezza di intervenire prima che i campi siano
stati arati e seminati.
Il cantiere destinato alla produzione
di cippato è il più semplice. Le piante sono abbattute
verso il fosso, inclinate di circa 45° rispetto alla direzione di
marcia del trattore - che procede sulla capezzagna. In questo modo
esse si trovano allineate con la bocca della cippatrice, cui presenta
i calci. L'abbattimento è effettuato da un solo operatore,
equipaggiato con una motosega leggera o media. In caso, un secondo
operaio può aiutarlo a direzionare la caduta delle piante, così
da velocizzare l'operazione. La cippatura è eseguita
da una squadra di tre persone, di cui una è alla guida del trattore.
Eventualmente, la taglia della squadra può essere ridotta a due
persone - o addirittura al solo conducente se il trattore venisse
equipaggiato con una gru idraulica, Il cippato è scaricato in un
rimorchio, trainato da un secondo trattore che procede affiancato
al primo. Qualsiasi rimorchio agricolo va bene, a patto che abbia
le sponde alte. Il cippato è un prodotto voluminoso e
dovrebbe sempre essere movimentato in contenitori particolarmente
capienti. Altrimenti è impossibile sfruttare appieno
il carico utile dei mezzi di trasporto.
La cippatrice impiegata per la prova era
una Gandm1 07 TPS, progettata appositamente per il montaggio
ai tre punti del trattore agricolo. La macchina impiega un disco
trilama da 85 cm di diametro, e può cippare materiale con un diametro
massimo di 27 cm. Questa è la taglia ideale per il lavoro nei filari
da legno. Oltre ad una capacità adeguata alle dimensioni dei fusti
da cippare, la macchina offre peso e ingombro limitati, che ne consentono
il montaggio su un trattore relativamente leggero. Nel corso della
prova, la cippatrice era azionata da un trattore da 74 Kw, che si
è dimostrato all'altezza del compito. Oltretutto, una cippatrice
leggera costa almeno la metà di un qualsiasi modello industriale,
la cui esuberante capacità risulterebbe comunque eccessiva.
Destinato alla produzione di pezzi da
stufa, il secondo cantiere è stato costruito intorno ad una
operatrice combinata sega-spaccalegna. Anche qui l'abbattimento
è effettuato da un operatore equipaggiato di motosega leggera o
media. In questo caso però le piante sono fatte cadere sulla capezzagna,
perpendicolarmente alla direzione di avanzamento del trattore. Una
volta a terra, i fusti sono sramati fino ad un diametro minimo di circa
5 cm. Rami e cimali sono ammucchiati sul campo, disposti in modo
diverso a seconda del trattamento che riceveranno. Se n'è
previsto il recupero come cippato, essi saranno riuniti in fasci,
con i calci girati di circa 45° verso la direzione di avanzamento
della cippatrice - dello stesso tipo di quella già illustrata-.
Se invece si pensa di eliminarli con un trinciarami, basterà
lasciarli in andana direttamente sul campo.
Il trattore con la sega-spaccalegna
procede lungo la capezzagna, azionato da due operatori incluso
il trattorista. I fusti sono caricati sull'operatrice che li sega
in tronchetti di lunghezza adeguata, spaccando quelli più grossi.
Tronchetti e spacconi cadono su un convogliatore e sono caricati su un
rimorchio, trainato da un secondo trattore che marcia affiancato. Con
una sola operazione si passa quindi dal fusto lungo al pezzo da stufa,
già caricato sul mezzo di trasporto!
La combinata sega-spaccalegna usata
per la prova era pure una Gandini, il modello Forest Cut 26. Questa
è la più grande delle combinate sega-spaccalegna
prodotte dalla ditta mantovana, e presenta diverse caratteristiche
innovative. Innanzi tutto la troncatrice a catena, che occupa meno
spazio e assorbe meno potenza delle seghe circolari o a nastro montate
su altre operatrici analoghe. In secondo luogo il doppio spaccalegna
alternativo, che permette di velocizzare tutta l'operazione.
Infatti, lo spaccalegna oleodinamico è un attrezzo abbastanza
lento, ed in genere è l'organo che limita la produttività
delle combinate sega-spaccalegna.
Sulla Forest Cut 26 l'ostacolo è
stato aggirato montando un doppio spaccalegna, in modo che mentre
il primo cuneo è impegnato nella corsa di ritorno, un nuovo pezzo
può già essere spaccato dal secondo cuneo. Tutto questo
in una macchina leggera e compatta, che può essere applicata
all'attacco a tre punti di un trattore agricolo e circolare liberamente
in campo. Oltre alle dimensioni, anche il prezzo è piuttosto
limitato, restando sotto i 30 milioni di lire. Il diametro massimo lavorabile
ammonta a 26 cm, e per quanto riguarda la potenza richiesta, i 50 Kw del
trattore usato nella dimostrazione sono sicuramente abbondanti.
Federico Correale
Veneto Agricoltura
Raffaele Spinelli
CNR -Istituto per la ricerca sul legno
di Firenze
L'IMPIANTO
Molte sono le tecniche adatte alla messa
a dimora di nuove piante che formeranno la siepe; tra tutte, la più
pratica e più produttiva, resta quella che prevede l'impiego
di piantine coltivate con pane di terra e con il moderno sistema di pacciamature
con film in materiale plastico. Questa tecnica è stata messa a
punto dall'azienda regionale delle foreste del Veneto, verso la
fine degli anni '80 e da quella data si è rapidamente estesa
in tutte le regioni italiane e nel resto d'Europa.
Questa tecnica è in sostanza basata
sui seguenti punti: provenienza certa delle piante impiegate, per le specie
indigene, privilegiando le provenienze locali, lmpiego di piante giovani
di tipo forestale, consentendo di contenere i costi. Le piantine forestali
hanno dimensioni che vanno dai 40 centimetri ai 150 centimetri, nel caso
delle latifoglie (le conifere in genere non rientrano tra quelle d'impiego
nelle siepi campestri). Per raggiungere questa dimensione le giovani piante
hanno bisogno di uno o due anni. L'utilizzo di piante con pane di
terra permette la messa a dimora con facilità e rapidità,
anche da persone inesperte; si possono piantare in tutti i periodi dell'anno
anche quando sono in piena attività vegetativa, allungando così
di molto il periodo utile per l'esecuzione dei lavori in aperta
campagna.
Questa tecnica, consente alle piante una
crescita rapida perché durante le fasi del trapianto non vengono
danneggiate le radici. L'insieme di questi vantaggi compensa in
modo ampio il maggior costo d'acquisto, che si aggira tra le 1.500
e le 3.500 lire per piantina.
L'esperienza ha ampiamente dimostrato
che, nel caso delle specie indigene, le piantine che danno i risultati
migliori sono quelle che provengono da seme o da talee d'origine
locale. Ogni specie vegetale, all'interno del suo vasto areale di
distribuzione, presenta sempre delle sottili differenziazioni (razze ed
ecotipi), selezionate per rispondere alle mutevoli condizioni ambientali
ed ecologiche.
Le piante di provenienza locale sono le
più idonee alle condizioni ecologiche, del clima e del suolo di
una determinata zona e di un certo ambiente. La priorità alle piante
del luogo migliora il risultato finale, evita che accadano ibridazioni
sempre negative tra le piante selvatiche presenti nel territorio e quelle
messe artificialmente a dimora per l'impianto di nuove siepi. Va
da sé, che lo stesso fenomeno accade con gli stessi danni anche
negli arbusti e più in generale per tutte le specie vegetali e
l'inquinamento genetico va in ogni caso sempre salvaguardato.
La siepe può rappresentare nel
suo insieme un valido elemento produttivo ed estetico, sia per le nostre
campagne, sia per i nostri luoghi di residenza. È quindi necessario,
prima di scegliere la specie da usare; valutare e prevedere il risultato
che si vuole ottenere. D'importanza fondamentale è che la
nuova siepe sia ben inserita ed integrata nel paesaggio e sia in grado,
nel tempo, di mostrare tutte le caratteristiche che ne hanno determinato
la programmazione.
Non andranno logicamente dimenticati
tutti quegli elementi che devono influire sulla scelta: l'esposizione,
il clima, ed il tipo di terreno. Uguale importanza hanno anche gli usi
e costumi locali. Questo particolare ed importante aspetto, sarà
materia di una trattazione apposita con il proseguire del lavoro.
Alle erbe del fosso, della siepe, della
capezzagna e delle sue vicinanze, nulla fin qui si è detto. Avviandoci
a concludere la prima parte del lavoro ci pare doveroso almeno un accenno.
Gli alberi e gli arbusti attirano maggiormente
l'attenzione di chi va per campi a godersi il panorama campagnolo
senza porsi troppe domande, senza stare lì ad osservare specie
e genere di quel che incontra. Molti mondi stanno sotto i nostri piedi,
avvinghiati agli alberi, tra l'acqua del fosso, sulla ripa, o sui
prati perenni che quasi d'apertura accompagnano le nostre siepi
di campagna.
Di primavera, guardando nel fosso del
Trattor, là dove confluisce nella Roiuzza, sono le tife (Typha
latifolia), a farsi notare, in estate queste piante, svilupperanno la
loro caratteristica infruttescenza marrone, dall'aspetto cilindrico.
Questa pianta d'acqua, è chiamata anche "mazza sorda"
o, semplicemente "sorda", il termine è messo in relazione
al rumore attutito che emette, quando, con la mazza, si percuote un corpo
più rigido.
L'incontro con la "sorda",
invoglia a portarsi a casa un grosso mazzo da piazzare magari in bella
mostra sul tavolo del salotto, attenti però, quando la pianta sfiorisce
un'invasione di miriadi di peli invaderà ogni cosa.
In età del bronzo la peluria della
"mazza sorda" raccolta in mucchietti veniva adoperata per
accendere il fuoco con la pietra focaia. Questo, pare, fosse nel corredo
dell'uomo di "Similaun", la mummia rinvenuta nel ghiacciaio
trentino ai confini con il Tirolo e, da una decina di anni fa molto discutere
gli studiosi, costretti dopo molti ed approfonditi esami, a spostare indietro
l'età del bronzo di un migliaio di anni.
Lungo il fosso del Trattor, più
ancora nella sua parte terminale, non manca la cannuccia (Phragmites australis),
una pianta tanto umile, quanto utile; dalla quale un tempo non molto lontano
si ricavavano i "sturini" per i bacchi da seta, ma anche,
supporto per intonacare con calce i soffitti di legno delle nostre case
e, per mille altri usi ancora. Assieme alla "caniela", grosse
e verdi macchie di giunco (Schoenoplectus lacustris), veniva usato per
assicurare le piante dei pomodori al paletto di sostegno. Con il giunco,
lo strame dalle molte varietà, tra le più comuni (Carex
elata , C. riparia), indispensabile per impagliare le sedie, ancora di
"moda" ai nostri giorni.
L'elenco delle piante erbacee che
popolano le nostre siepi, i fossi e le capezzagne, come anche i viottoli
di campagna e i prati, non si può certo esaurire con questi pochi
cenni. Rimandiamo il lettore più attento all'elenco che segue,
permettendo così a chi non direttamente interessato di soffermarsi
solo un momento, o di saltarlo nella sua interezza.
Erbe della siepe del fosso
e delle sue vicinanze
Acetosella minore (Oxalis fontana)
Aglio selvatico (Allium sp. div.)
Amaranto (Atúarantbus sp. div.)
Angelica silvestre (Angelica Sylvest@s)
Aristolochia clematite (Aristolochia clematitis)
Aristolochia rotonda (Aristolochia rotunda)
Aspraggine comune (Picris bz'eracioides)
Assenzio selvatico (Artemisia vulgaris)
Asteroide salicina (Buphtbalmum salicifolium)
Astro americano (Aster novi-beigit)
Avena altissima (Arrbenatherum elatius)
Avena selvatica (Avenafatua)
Bambagiona (Holcus lanatus)
Barba di becco (Tragopogon on'entalis
Bardana minore (Arctium minus)
Billeri primaticcio (Cardamine hz'rsuta)
Borsa del pastore (Capsella bursa-pastoris)
Bubbolini (Silene vulgaris)
Bugola (Ajuga genevensis)
Caglio zolfino (Galium verum)
Calderugia (Senecio vulgaris)
Camomilla comune (Matricharia chamomilla)
Campanelle (Leucoium aestivum)
Campanula aggiomerata (Campanula glomerata)
Canna gentile (Arundo donax)
Cannella (Calamagrostis sp.)
Cannuccia palustre (Pbragmites australis)
Carota selvatica (Daucus carota)
Centinodìa (Polygonum aviculare)
Centocchio comune (Stellaria media)
Cespica acre (Erigeron acre,)
Cespica annua (Erigeron annuus)
Cicerchia dei prati (Lathyrus pratensis)
Cinquefoglio (Potentilla reptans)
Clematide eretta (Clematis recta)
Clematide paonazza (Clematis viticella)
Coda di topo (Alopecorus sp.)
Codolina (Pbleum pratense)
Consolida maggiore (Symplithum officinale
Crepide (Crepis taraxacifolia)
Cresta di gallo (Rhinantbus sp.)
Dente di leone comune (Leontodon bispidus)
Draba primaverile (Erophila verna)
Dulcamara (Solanum dulcamara)
Eliantemo maggiore (Helianthemum nummularium)
Enagra comune (Oenotbera biennis)
Enula aspra (Inula salicina)
Equiseto maggiore (Equisetum telmateia)
Erba da porri (Chelz'donium majus)
Erba di S. Giovanni (Hyperz'cum perforatum)
Erba mazzolina (Dactylis glomerata)
Euforbia (Euphorbia belioscopia, E. cyparissias
ecc.)
Falsa ortica purpurea (Lamium purpureum)
Farfaro (Tussilago farfara)
Farinello comune (Chenopodium album)
Festuca (Festuca sp.)
Fienarola (Poa sp. div.)
Fiordaliso stoppione (Centaurea jacea)
Forasacco (Bromus sp. dl'Y.)
Forbicina comune (Bidens tripartita)
Fragola (Fragaria vesca)
Garofanina spaccasassi (Petrorbagia saxifraga)
Garofanino d'acqua (Epilobium birsutum)
Geranio (Geranium sp. div.)
Ginestrino comune (Lotus corniculatus)
Ginestrino marittimo (Tetragonolobus maritimus)
Giunco (juncus sp. div.)
Gramigna (Agropyron sp.)
Gramigna altissima (Molinia arundinacea)
Gramignone (Glyceria sp.)
Grespino (Soncbus sp. div.)
Imperatoria (Peucedanum sp.)
Incensaria comune (Pulicaria dysenterica)
Lino d'acqua (Samolus valerandz)
Loglio (Lolium sp. div.)
Ma.rgherita (Leucanthemum volgare)
Malva selvatica (Malva sylvestris)
Mazza d'oro comune (Lysimachia vulgaris)
Meliloto (Melilotus sp.)
Mercorella annua (Mercurialis annua)
Millefoglio (Acbillea millefolt'urn)
Milzadella (Lamium maculatum)
Mordigallina (Anagallis arvensis)
Morella comune (Solanum nigrum)
Muscari (Muscari atlanticum)
Nappola italiana (Xantbz'um z'talicum)
Nontiscordardime (Myosotis scorpioides)
Ortica (Urtiea dioica, U. urens)
Orzo selvatico (Hordeum mu77'num)
Paléo alpino (Koeleria pyramidata)
Paléo comune (Bracbypodium pinnatum)
Paléo odoroso (Antboxanthum odoratum)
Papavero (Papaver rhoeas, P. argemone)
Parietaria (Part'etdrt'a officinalis)
Pastinaca comune (Pastinaca sativa)
PCaglio bianco (Galium mollugo)
Persicaria (Polygonum persicaria)
Peverina (Cerastium sp. div.)
Piantaggine (Plantago sp. div.)
Poligala comune (Polygala vulgaris)
Porcellana (Portulaca oleracea)
Pratolina (Bellis perennis)Equiseto dei
campi (Equisetum arvense)
Primula comune (Primula vulgaris)
Prunella comune (Prunella vulgaris)
Quattrinella (Lysimachia nummularia)
Radicchio (Cichorium intybus)
Ranuncoli (Ranunculus acris, R. repens,
R. bulbosus, ecc.)
Reseda comune (Reseda lutea)
Romice (Rumex crispus, R. conglomeratus,
R. obtusifolius, ecc.)
Rovo bluastro (Rubus caesius)
Ruchetta selvatica (Diplotaxis muralz's)
Saeppola (Conyza canadensis)
Salvia dei prati (Salvia pratensis)
Sanguisorba maggiore (Sanguisorba officinalis)
Scardaccione (Dipsacusfullonum)
Silene bianca (Silene alba)
Specchio di venere (Legousia speculum-veneris)
Stancabue (Ononis spinosa)
Stoppione (Cirsz'um arvense)
Stregona annuale (Stacbys annua)
Succiamele (Orobanche sp.)
Tamaro (Tamus communis)
Tarassaco (Taraxacum offtcinale)
Topinambur (Heliantbus tuberosus)
Trifoglino legnoso (Dorycnium pentapbyllum)
Trifoglio (Trifolium sp.)
Veccia (Vicia sp.)
Vedovina (Scabiosa columbaria)
Verbasco (Verbascum sp.)
Verbena comune (Verbena officinalis)
Verga d'oro maggiore (Solidago gigantea)
Veronica (persica, V polt'ta, V cbamaedrys,
ecc.)
Vilucchio comune (Convolvolus arvensis)
Vilucchione (Calystegia sepium)
Viola (Viola sp. div.)
Vitalba (Clematis vitalba)
Nell'introduzione a questo lavoro,
abbiamo accennato, seppur in breve, alla biosfera e alla foresta tropicale
pluviale, ed ancora, altri e brevi accenni alla foresta in zone temperate.
La foresta pluviale tropicale è
una manifestazione fondamentalmente arborea. Essa presenta una straordinaria
ricchezza di alberi appartenenti a specie, generi e famiglie diverse e
in rari luoghi si trovano foreste dominate da una o due specie. In ventitré
ettari di foresta malaysiana furono contate 376 specie di alberi diversi,
divisi in 139 generi compresi in 52 famiglie.
Per contro, nella foresta temperata la
componente arborea domina da un punto di vista strutturale, ma è
rappresentata da un numero di specie nettamente inferiore a quello della
componente arbustiva ed erbacea. Per quanto sia estesa, il numero di specie
arboree necessarie a descrivere una foresta temperata è sempre
molto esiguo. Nella maggior parte dei casi una o due specie sono nettamente
dominanti, accompagnate da una decina scarsa di specie in posizione subalterna.
Le flore d'intere regioni temperate non assommano, il più
delle volte, le venti specie arboree.
Passando ora ad elencare gli alberi e
gli arbusti che compongono le nostre siepi, pare giusto tenere in debita
considerazione quanto poc'anzi detto.
Elencheremo di seguito, dieci specie di
alberi e dieci di arbusti che, nella consuetudine del Veneto Orientale
e in particolare a Cinto Caomaggiore, compongono le siepi di campagna.
L'ordine di presentazione rispecchia quello di diffusione della
specie nell'area presa in esame.
Per una migliore chiave di lettura, i
nomi scientifici (in latino) sono formati in ordine da "genere"
e "specie", seguiti dalla sigla dell'autore che ha stabilito
quella determinata nomenclatura (per esempio: L.= Linneo, D.C.= De Candolle,
Jacq.= Jaquin, ecc.). Tra parentesi sono indicati i sinonimi, con il nome
di genere abbreviato alla prima lettera se corrisponde ancora al genere
generico attualmente adottato. Segue il nome volgare italiano e, in grassetto
sottolineato, quello in uso nella parlata cintese. La lettera D tra parentesi
dopo il nome in italiano, sta ad indicare che la specie è a fogliame
deciduo, (esempio: Salice bianco (D)= deciduo); qualora il nome in italiano
sia seguito dalla lettera S tra parentesi, sta invece ad indicare che
la specie è a fogliame sempreverde, (esempio: Bosso (S)= sempreverde).
Ogni scheda si conclude citando alcuni
uccelli, che su quel tipo di pianta, amano costruire il proprio nido.
ALBERI
SALIX ALBA L.
Salice bianco (D)
Famiglia SALICACEAE
Sales
Il salice bianco è diffuso in tutta
l'Europa centromeridionale, dove costituisce formazioni miste, con
altre specie igrofile, lungo i corsi d'acqua su terreni fertili,
profondi, soggetti a periodica sommersione; si spinge dal piano basale
a 1000 m di altitudine.
Il salice bianco è una delle trentacinque
specie di salici che vivono nel territorio italiano, tra il livello del
mare ed il piano culminare, il salice bianco (Salix alba) è sicuramente
il rappresentante della sua specie di maggior sviluppo ed è tra
le poche ad avere un portamento propriamente arboreo.
Questo salice raggiunge l'altezza
di 15-20 m., classificandosi come elemento di terza grandezza nel panorama
della dendroflora italiana. Per contro, la sua via è molto modesta,
raramente raggiunge e supera i cent'anni; in compenso la sua crescita
è rapidissima, con un incremento annuale tra i più elevati.
Assai rapida è anche la propagazione naturale, favorita da semi
piccolissimi, avvolti di fibre leggerissime a formare una vela, che conferisce
a questi semi una mobilità invidiabile.
Il salice bianco, come tutti gli altri
salici del genere Salix è pianta dioica, vale a dire, presenta
sessi separati. La differenza tra i due sessi si evidenzia solo all'inizio
della primavera, quando il salice fiorisce, contemporaneamente all'emissione
delle foglie. Gli amenti fioriferi sono infatti eretti e lunghi circa
3-6 cm, di colore giallo negli esemplari maschili, verdi invece ed esili
quelli femminili.
Nel nostro paesaggio agrario, il salice
cresce spontaneo o piantato dall'uomo. Spontaneo lo è con
certezza quando si sviluppa lungo i corsi d'acqua di bonifica e
nelle fasce di canneto o lungo le ripe. Spontaneo lo è anche lungo
i ruscelli di risorgiva, in queste acque fresche concorre, assieme all'ontano,
al sambuco, al pioppo e ed altre specie arbustive alla formazione di macchie
e di fitte barriere vegetali selvatiche.
Il salice è impiantato artificialmente
quando cresce allineato e distanziato con regolarità, lungo i nostri
fossi o lungo le nostre "scoline", ed ancora, quando è
piantato a formare boschetti nelle marginalità del terreno agrario
diversamente utilizzabile per la sua conformazione. In quest'ultimo
caso, il salice viene educato a capitozza bassa, com'è nell'uso
della siepe campestre di Cinto Caomaggiore e più in generale in
tutto il Veneto. Questa coltivazione è di norma finalizzata alla
produzione di paleria.
Il salice bianco, infatti, è il
primo "fornitore" di paleria dell'azienda agricola nostrana.
Per quest'uso sono utilizzati i rami triennali, che si liberano
dalle ramificazioni laterali, favorendo una crescita rettilinea ed allungata,
così da essere destinati a svariati usi aziendali che vanno dai
pali per la vite ai manici per i badili e le zappe e quelli da rastrello,
per finire sotto le travi delle cantine, quale sostegno per salami, pancette
e salsicce nostrane.
Il legno del salice bianco, più
in generale, lo s'impiega per costruirvi cassette e imballaggi e
nell'industria cartaria. Con il legno di salice vengono anche fabbricati
oggetti minuti, sculture e i mitici zoccoli, intendendo con zoccoli quelli
chiusi per l'inverno, non certo quelli aperti da passeggio. In questo
particolare uso la scelta era ed è motivata dalla leggerezza del
suo legno bianco. Il carbone di salice è d'ottima qualità,
per questo è utilizzato per la produzione dei "carboncini"
da disegno.
La corteccia del salice contiene la Salicina,
un glucoside che dà per ossidazione l'acido salicilico, dal
quale si può sintetizzare l'acido acetilsalicilico in pratica,
il principio attivo dell'aspirina. Per questo, la corteccia, era
usata come febbrifugo.
Tra le trentacinque varietà di
salice, che vivono nel nostro paese, una riveste notevole importanza,
pari quasi a quella del fratello maggiore: è il salice rosso. Questa
varietà di salice forniva la totalità del materiale per
legature che si usavano in campagna; indispensabile ad esempio per la
legatura delle viti e di tutta la fase di potatura nel vigneto. A Cinto
Caomaggiore e nella gran parte del Veneto, il salice rosso è noto
con il nome di "Vencher o sache zale". Oggi questo tradizionale
uso sta per essere definitivamente soppiantato dal materiale plastico.
Nel panorama veneto, ancora un altro salice
ha fatto la sua comparsa, in quest'ultimo caso, nei nostri giardini.
Si tratta della varietà Salix alba f. Rehd., come pianta ornamentale,
per il portamento "piangente". Questa specie, come tutti i
salici, è molto tollerante nei confronti del vento e dell'inquinamento
atmosferico.
Nella ceppaia del salice, pone il suo
talamo il merlo (Turdus merula) e nelle sue cavità nidificano i
passeri e le cince (Parus caeruleus - P. major) e l'upupa
(Upupa epops), dal caratteristico ciuffo di piume sulla testa "galut
de montagna", un po' bistrattato nei "Sepolcri"
di Foscolo, ma uccello di grazia e di bellezza sublime. Lungo i corsi
d'acqua, tra i rami del salice, a mezz'altezza, che ombreggiano
l'alveo, trova casa invece, il pendolino (Remiz pendulinus), che
vi attacca, tessendolo, un caratteristico nido a forma di pendolo. Questo
grazioso uccelletto nidifica anche lungo il nostro Caomaggiore, anche
se con pochi individui. Merli e cincie, sono molto comuni nel nostro territorio,
dove le loro dimore s'incontrano con facilità.
POPULUS ALBA L.
Pioppo bianco (D)
Famiglia SALICACEE
Talpon
Per spiegare il nome del genere, che
già in latino designava i pioppi, si suggericse un'etimologia
suggestiva, che si richiama alle fitte formazioni che queste piante tendono
a costituire, come un "popolo" lungo le rive di un fiume.
Il pioppo è albero a portamento
eretto, alto fino a 30 m. Sia il tronco sia i rami sono ricoperti da una
corteccia biancastra e liscia, interrotta da numerose screpolature (lenticelle).
Le foglie sono di due tipi: quelle che crescono sui corti rami fioriferi,
cioè destinati a portare i fiori, sono provviste di picciolo breve
e hanno forma ovoidale, con margine sinuoso o dentato; la pagina superiore
è di un bel verde intenso, quella inferiore grigiastra.
Le foglie presenti sui rami destinati
all'allungamento sono invece più grandi, bianche e fittamente
pelose sulla pagina inferiore, di forma grossolanamente cuoriformi triangolari
e con margine inciso in modo da individuare cinque lobi dentati. In febbraio-marzo,
prima delle foglie, compaiono i fiori, unisessuali e portati da individui
diversi. Piante maschili e piante femminili si distinguono le une dalle
altre anche per il diverso portamento: le prime hanno in genere chioma
piramidale, con rami poco divaricati, mentre le seconde presentano una
chioma più espansa e irregolare.
I fiori maschili sono formati da squamate
sfrangiate alla cui ascella sono posti 6-8 stami, dapprima porporini e
poi gialli. I vari fiori sono riuniti in infiorescenze pendule chiamate
«gattini», lunghe 8-10 cm, dall'aspetto tipicamente
piumoso. I fiori femminili, che formano amenti meno fitti, più
lunghi e più nettamente penduli, constano anch'essi di squamate
sfrangiate alla cui ascella si trova un unico pistillo.
L'impollinazione avviene ad opera
del vento. I frutti sono capsule contenenti numerosi, piccoli semi, muniti
di lunghi peli sericei. La miriade di fiocchetti bianchi che vagano nell'aria
nei primi giorni di maggio sono proprio i minutissimi semi dei pioppi,
alla ricerca di un terreno adatto per germogliare.
Il pioppo bianco predilige i terreni
alluvionali, profondi, freschi, permeabili, con un certo grado d'umidità.
Difficilmente forma boschi estesi: in genere lo si trova in piccoli e
sporadici gruppi, talvolta puri, ma spesso in associazione con pioppi
neri, frassini, ontani e salici. In Italia è presente in tutta
la penisola, sia a livello del mare sia ad altitudini superiori, spingendosi,
sulle Alpi, sino a 1500 m.
Questa specie di pioppo, può essere
coltivata a scopo ornamentale, soprattutto nella varietà globosa,
pyramidalis, ricardii. Si usa anche per alberature stradali e per rimboschire
le rive dei fiumi e i terreni a scarpata.
Il legno del pioppo è chiaro,
tenero, omogeneo e leggero, ma di valore mediocre; è usato per
tavolame corrente e per imballaggi, per la fabbricazione di compensati
o come supporto nella costruzione di mobili di legno più pregiato.
Il pioppo, nelle sue varietà, è al secondo posto, dopo le
conifere, quale fornitore di cellulosa da carta. Per questo scopo, si
usano ibridi con il pioppo nero europeo o sul tipo del: «Populus
deltoides Marshall»,Il pioppo nero americano, con lo scopo di preservare
le piante da insetti infestanti, in particolare, dal temutissimo tarlo
del legno. Queste ultime varietà, insieme con altre, sono quelle
che formano i nostri estesi pioppeti coltivati per legno da carta.
Tra le tante varietà, presenti
nel nostro territorio, non possiamo dimenticare il pioppo tremolo: Populu
tremola L.Il Pioppo tremolo è un albero caratteristico, alto 20-30
metri con fusto dritto e slanciato, nudo per un buon tratto e quindi coronato
da una chioma sorretta da numerosi rami ascendenti. La corteccia è
di colore grigio-verdastro, è liscia nei giovani individui, più
scura e screpolata negli adulti.
Le foglie di questo pioppo sono molto
caratteristiche e permettono di distinguere il pioppo tremolo dagli altri:
lisce su entrambe le facce, di forma quasi tondeggiante e hanno un lungo
picciolo appiattito, assai flessibile ed elastico, che permette loro di
"tremolare" al minimo alito di vento. -Per saperne un poco
di più su questo particolare pioppo, si può anche leggere
la novella "L'albero degli aviatori", nella raccolta
"Scarpe gialle e altre tracce" M.M. Ellerani Ed. San Vito
al Tagliamento (PN) 1996-.
Sulle cime dei pioppi mette su casa, con
rozzi e voluminosi nidi, la gazza "ladra" (Pica pica) e sui
rami vicini al tronco nidificano la "gazza" ghiandaia (Garrulus
glandarius), la tortora (Streptopelia decaocto) e l'averla maggiore
(Lanius senator). Sulle sporgenze dei primi grossi rami, invece, è
il rigogolo (Oriolus oriolus) che dimora, costruendovi un tipico ed intrecciato
nido appeso a forma di cupola rovesciata, dove alleva la sua famiglia.
Per convogliare a nozze, il rigogolo predilige il pioppo tremolo. Il picchio
rosso e quello verde (Picoides major - Picus virdis), amano introdursi
attraverso dei fori che loro stessi praticano, nel tronco del pioppo bianco,
dove depongono le uova su poca segatura, frutto del lavoro d'entrata.
In queste buie caverne, il picchio cova ed alleva la sua numerosa nidiata.
PLATANUS HYBRIDA Brot.
(= P. acerifolia (Ait.) Willd.; Phispanica
Menhh.)
Platano comune (D)
Famiglia PLATANACEE
Platano - (platana - platina)
Il platano è il terzo albero che
s'incontra lungo le nostre siepi, la sua presenza è quindi
delle più indicative sia dal punto di vista produttivo, sia da
quello ornamentale. Infatti il platano è da sempre una pianta dai
molteplici impieghi. Con il proseguire della presentazione ne elencheremo
alcuni.
Il platano raggiunge un'altezza
di 30 metri, il suo tronco eretto ha rami grossi e incurvati; corteccia
grigio-verdastra, liscia, che si stacca a placche sottili sotto le quali,
è già formata la nuova scorza spesso chiarissima. Le foglie
del platano sono semplici, palmato-lobate di 10-25 cm a 3-5 lobi. La foglia
del platano è la foglia per antonomasia, ed è la prima che
rappresenta bene l'autunno.
Il nome della pianta deriva dalla forma
ampia delle foglie, dal greco platys: largo. L'origine di questo
diffusissimo albero non è nota: si ritiene un ibrido tra platanus
orientalis e P. occidentalis, formatosi nel Nord Europa alla fine del
'600 e successivamente diffuso a tutto il continente come pianta
ornamentale. Attualmente tra i platani è il più comune,
manifesta una notevole variabilità di forme. Viene ampiamente impiegato
nei parchi per l'ombra e nelle alberature stradali per la notevole
resistenza alle drastiche potature.
In questi ultimi tempi il platano è
in serio pericolo per gli attacchi di un insetto parassita, il tingide
del platano (Coryhacha ciliata), che provoca ingiallimento e precoce caduta
delle foglie.
(Nulla a che vedere con: "Piangono
le foglie gialle tutte intorno a me, chiedo l'armonia dei platani
dov'è, vedendomi con te".- Almeno, questo mi pare di
ricordare, nel motivo di una vecchia canzone dal titolo "Viale d'autunno").
- Più nitidamente, invece, ricordo
una "riva" di platani coltivata a ceppaia bassa, che ormai
da molti anni non c'è più. Si trovava in fondo alla
campagna della mia vecchia casa contadina di Settimo. Salii in una stanga
di quei platani per "calarmi"; ma, il platano non è
certo flessibile come il salice. L'improvvisa rottura della stanga
mi fece precipitare malamente a terra con molto spavento e poche conseguenze.
Ecco perché a parlare di quest'albero mi sento un poco a
casa.
Questa siepe di platani costeggiava uno
stradone d'uso agricolo da un unico lato, dal versante siepe, invece,
un prato stabile che terminava in un medicaio dal nome "Lecata granda".
Il suggestivo e inusuale toponimo di questo campo, credo andasse ricondotto
all'infestazione di "lingue de vacca" (Rumex), che il
coltivo sopportava da sempre -.
Dopo queste divagazioni sul platano,
resta ancora da ricordare che il suo legno è simile a quello del
Platanus orientalis, ma di miglior qualità; è usato in falegnameria
per travature. Per la sua durezza e compattezza si presta per fabbricare
i blocchi dei macellai e le tavole rustiche da taverna. Molto più
pregiate sono invece le radiche per le belle venature, il suo legno rientra
tra i primi come fornitore di calore per le nostre abitazioni. Ne parliamo
nell'apposita scheda: "Utilizzazione razionale della legna
nelle siepi campestri".
Le parti giovani della pianta sono rivestite
da una leggera peluria che provoca allergie all'apparato respiratorio.
Il platano orientale è originario dell'Europa sudorientale
e dell'Asia occidentale; da lì si è diffuso nel continente
europeo, dove s'incontra nella Penisola Balcanica e più raramente
in Italia meridionale.
Il platano cresce bene in boschi radi
e ariosi, perché amante della luce, esige terreni piuttosto umidi
e profondi. I rami contengono una sostanza tintorica bruna adatta per
colorare tessuti. La corteccia e le foglie, ad azione astringente, erano
applicate sulle scottature e sulle infiammazioni della pelle.
Sulle fronde del platano costruisce il
nido il cardellino (Carduelis carduelis), scegliendo per questo i rami
più sporgenti. Ma la pianta dev'essere priva del nido della
gazza "ladra", temutissima dal cardellino per le razzie che
il corvide compie nei riguardi delle sue uova e dei suoi piccoli.
ALNUS GLUTINOSA (L.) Gaertn.
Ontano nero (D)
Famiglia BETULACEE
Orner - ornar
Per un banalissimo errore di traduzione,
il nome dell'ontano ha finito per essere associato ad una maligna
figura magica, il "re degli ontani", consacrato da una ballata
di Goethe (Erlkönig) e da un lied di Schubert. Accade, infatti, che
un certo Herdert, il primo a tradurre la leggenda danese alla quale s'ispirano
i due artisti, confuse ontani con elfi, due parole che nella lingua danese
hanno un suono simile. Insomma gli ontani non c'entrano proprio.
Ben presenti sono invece nel passato dell'uomo, visto che con il
loro legno si costruivano le palafitte preistoriche.
Ma torniamo al presente, per conoscere
i due ontani più diffusi in Italia e naturalmente anche a Cinto
Caomaggiore, dov'è l'ontano nero la pianta che è
identificata con questo nome. La specie bianca (Alnus incana) non è
presente nel nostro territorio, essendo questa d'areale alpino e
subalpino.
L'ontano raggiunge un'altezza
di 20 metri, talvolta arbusto in fitte colonie lungo i fossi dove cresce
spontaneo. Quando lo si incontra in forma arborea, ha un tronco slanciato,
ricoperto da una corteccia bruno-verdognola che negli esemplari adulti
è profondamente screpolata. Le foglie sono ovali, quasi arrotondate,
prive di un apice appuntito e con margine irregolarmente dentato. Le foglie
dell'ontano sono cosparse di una sostanza vischiosa che le rende
appiccicose.
Le infiorescenze maschili, cilindriche
e lunghe 6-12 cm, sono formate da tante squamate disposte come le lastre
d'ardesia dei tetti, alla cui ascella sono disposti i fiori, costituiti
da un ciuffetto di stami e da una piccola brattea. Le infiorescenze femminili
sono più piccole (1-3 cm) riunite in gruppi di 3-5. I frutti sono
acheni alati.
Nei mesi autunnali i frutti dell'ontano,
che si presentano alla vista come delle ciliegie rinsecchite e screpolate
o, se si vuole, come delle piccole pigne nere di conifera, sono presi
d'assalto dai lucherini, che ne fanno scorpacciate infinite, anche
gli organetti ed i ciuffolotti amano trascorrere lunghe ore attorno a
questi frutti per estrarvi i minuscoli semi, vere e proprie leccornie.
Lungo le siepi della campagna cintese
l'ontano di solito spontaneo, è coltivato a ceppaia bassa,
più raramente come albero da fusto singolo. Preferisce i corsi
d'acqua, dove mette su comunella con salici e pioppi. Non disdegna
per niente l'acqua, infatti, cresce rigoglioso anche nelle paludi
e nei terreni inondati ed argillosi. In boschi puri lo si può incontrare
in Piemonte e da Pisa a La Spezia.
Il legno dell'ontano, che alla
stagionatura si presenta del colore della terra bruciata di Siena, s'impiega
nella costruzione delle matite, di zoccoli e per piccoli lavori d'intaglio
e al tornio. A Settimo, in un tempo non lontano, con il suo legno si costruivano
le "dalmine". Nella vicina località di Bagnara, nel
comune di Gruaro, attorno ad uno stagno di proprietà della famiglia
Segatto, crescevano tre ontani che oggidì si potrebbero definire
eccezionali, infatti, la loro circonferenza era pari a sei braccia d'uomo
adulto. Tagliati tra le due guerre, fornirono legname per i mobili di
più abitazioni.
Dalla corteccia dell'ontano si
estraggono tannini per la concia delle pelli. Queste stesse sostanze,
mescolate a sali di ferro, si usano nella preparazione degli inchiostri.
I rami dell'ontano sono i preferiti
dalle tortore (Streptopedia decaocto), che vi costruiscono uno spartano
nido, con pochi stecchi; anche l'averla piccola (Lanius collurio)
e la capinera (Sylvia atricopilla) lo scelgono per crescere la loro famigliola.
In questo caso, però, la pianta deve dare sostegno al luppolo "selvatico"
(Vidisoni o bruscandui), a qualche rovo o all'edera, creando sulla
pianta degli ammassi verdi, dove i volatili possono proteggere i loro
nidi e covare indisturbati.
ACER CAMPESTRE L.
Acero campestre (D)
Famiglia ACERACEAE
Acero
L'acero campestre, raggiunge un'altezza
che va dai 15 fino ai 20 metri; la chioma è globosa su tronco breve,
diviso e ramificato, talvolta un poco inclinato. L'acero campestre
ha la corteccia bruna, solcata a placche, le foglie di questa pianta sono
semplici, di 8-10 cm, a 3.5 lobi ottusi, picciolate ad inserzione opposta,
il colore autunnale è giallo oro. L'infiorescenza è
a corimbo eretto, di circa 10 fiori, ciascuno con cinque sepali e cinque
petali simili, giallo-verdi. Fiorisce in aprile e in maggio, durante l'emissione
delle foglie
I frutti dell'acero campestre sono
chiamati disamare, con ali perpendicolari al peduncolo, simili a delle
piccole eliche d'aereo di non più 5-6 centimetri; quando
i frutti cadono, roteando, simulano alla perfezione il movimento di un'elica.
L'acero campestre è spontaneo
lungo le nostre siepi, talvolta però è l'uomo che
lo fa dimorare là dove più lo aggrada. Spontaneo lo è
anche in tutta l'Europa, raggiungendo a nord l'Inghilterra
e la Svezia meridionale. Questa specie d'acero è frequente
nei boschi di latifoglie e negli orizzonti collinari e montani, ma non
supera i 1200 m. Predilige posizioni solatie, pur essendo tra gli aceri
il meno esigente, sopportando bene anche le basse temperature. Vegeta
su terreni freschi e profondi, rifuggendo però quelli troppo umidi
o quelli troppo aridi: è dunque complessivamente pianta da definire
mesofila.
Questa specie d'acero è
a lento accrescimento, per questo poco utilizzata come albero per produrre
legna da ardere. Rientra invece, quale elemento delle siepi da giardino
e di quelle d'arredo urbano, in quanto resiste bene alle drastiche
potature. Con il legno, rossastro e durevole, ha applicazioni per i manici
degli attrezzi. Il fogliame è invece utilizzato come foraggio per
gli ovini e i caprini.
L'acero campestre, quando vegeta
in aperta campagna, ospita il nido delle cornacchie e dei corvi (Corvus
frugilegus - C. corone). I corvidi lo scelgono, però, solo
quando l'albero ha raggiunto un'altezza che garantisca una
sufficiente sicurezza, rifuggendo quindi le piante giovani, che sono,
invece, le preferite dai verdoni (Carduelis chloris) e dai cardellini
(Carduelis carduelis) quando l'acero cresce nei giardini o sulle
siepi d'arredo. Questa scelta, fatta dagli uccelletti, è
motivata dalla necessità di proteggere meglio la loro dimora di
nozze dalle razzie dei predatori e la vicinanza con l'uomo dà
evidenti opportunità.
ULMUS MINOR Miller
(= U. carpinifoglia Suckow
U. campestris Auct. non L. )
Olmo campestre (D)
Olmo
L'olmo raggiunge un'altezza
di 30 metri e la sua chioma è densa e allungata, allargata in alto.
Il tronco è dritto e ramoso in alto; pollonifero con ramuli sottili
e glabri, corteccia grigio-bruna. Le foglie dell'olmo campestre
sono semplici, obovate-ellittiche, di 5-10 cm, a base asimmetrica che
coprono con il lobo il picciolo; hanno margine doppiamente seghettato
dentato, l'apice è acuto o acuminato. Le foglie dell'olmo
sono glabre e lucide nella parte superiore, in quella inferiore tendono
all'opaco e sono ad inserzione alterna.
I fiori di questa pianta sono ascellari,
più o meno sessili con perianzio ridotto; stami 4-6 sporgenti ad
antere rosso-brune. L'olmo fiorisce da marzo ad aprile, prima di
emettere le foglie. I frutti sono samare di 1-2 cm, con seme spostato
verso l'apice; ali glabre al margine.
La pianta dell'olmo è molto
longeva, supera di fatto i 600 anni d'età, ha vasto areale
europeo centromeridionale e di norma non sale oltre gli 800-1000 m di
altitudine. Vive di preferenza su suoli freschi, fertili pur tollerando
terreni compatti e pesanti, è questa una pianta molto adattabile
alle condizioni climatiche.
Famosi in Europa sono l'olmo di
Worms (47m. di altezza e 2.5 di diametro) e l'olmo di Brignoles
che nel secolo scorso aveva una circonferenza di ben 9 m.
Tutti gli olmi, e l'olmo campestre
in particolare, sono utilizzati come piante ornamentali per i notevoli
pregi della chioma, per la resistenza all'inquinamento e ai fumi
e perché tollerano potature drastiche, ricacciando polloni alla
base; sono impiegati ormai raramente come tutori delle viti. Il fogliame
di tutte le specie di olmo è buon foraggio per il bestiame.
Il legno dell'olmo campestre, di
colore da bianco rosato a bruno, è mediamente duro, pesante, molto
durevole e resistente alle fenditure. È difficile da stagnare,
ma ben lavorabile, perciò se ne fanno mobili, vetture ferroviarie
e carri. I nostri falegnami apprezzano un particolare tipo d'olmo
detto "rigatino", dalle tipiche venature chiare e privo di
nodi. È usato per particolari e pregiati arredi. L'olmo resiste
particolarmente all'umidità e all'immersione in acqua
e si utilizza per attrezzi agricoli e per lavori di tornitura. Le foglie
e la corteccia hanno impiego officinale, sono astringenti, cicatrizzanti
e depurative. Con le foglie verdi dell'olmo ridotte in poltiglia,
si ottiene un mastice assai valido per otturare le falle su botti e caratelli.
Ci piace qui ricordare che i frutti dell'olmo
appena formati, di sapore aromatico, gradevole e con un leggero retrogusto
di viola mammola e un sospetto sapore amarognolo, possono essere gustosissimi
ingredienti per tutte le insalate.
Albero legato nell'antichità
al motivo della morte: Enea trova davanti alla porta dell'Ade un
olmo gigantesco che nasconde con le sue fronde i vani sogni degli uomini.
Un presagio.
Negli ultimi decenni la gran parte degli
olmi nostrani sono stati colpiti dalla grafiosi, che rinsecchisce le piante
d'ogni età, prediligendo, purtroppo, quelle dal portamento
più maturo e maestoso. Un esempio di questa falcidia si ha nel
vicino comune di Sesto al Reghena. I notissimi e vecchi olmi che circondano
i Prati Burovic, nella prima periferia del paese, stanno morendo con una
cadenza inimmaginabile.
Per far fronte a questa piaga, che ha
raggiunto dimensioni più che preoccupanti, al posto delle piante
nostrane, si mettono a dimora olmi siberiani Ulmus Pumila. Questa specie
d'olmo è stata importata in Europa negli anni trenta per
la sua resistenza proprio alla grafiosi, che è il risultato di
due azioni combinate di un unico e piccolissimo insetto infestante: la
Scolitide. Il parassita, scavando delle gallerie tra legno e corteccia,
dissemina di spore i minuscoli corridoi. Le spore si svilupperanno in
seguito lungo i condotti, riempiendo le gallerie che diventeranno dei
cordoni di funghi tanto nocivi da asfissiare la pianta.
L'olmo siberiano ha inoltre il pregio
di resistere a condizioni climatiche con aridità estiva e gelo
invernale molto spinti, adattandosi anche a qualsiasi terreno. Tra tutti
gli olmi è questa la specie che si sviluppa più rapidamente.
L'olmo è preferito dal colombaccio
(Columba palumbus) che vi costruisce un nido spartano con pochi stecchi,
anche quando la pianta dimora nei parchi pubblici; lo fa nei grossi rami
vicino al tronco, ad un'altezza che garantisca alla sua famiglia
l'assoluta tranquillità, essendo questo volatile particolarmente
diffidente. Il colombaccio solitamente arriva al nido di soppiatto, questo
suo comportamento, rende la dimora difficile da individuare.
Anche il fringuello (Fringilla coelebs)
non disdegna l'olmo per fissarvi il suo domicilio. Il carattere
esuberante del "cantante", però, rende il sito ben
individuabile. Il nido del fringuello è molto "artistico";
all'esterno è ricoperto da pezzettini di corteccia dell'albero
che lo ospita, nell'intento di renderlo il più mimetico possibile.
Le continue melodie che il maschio emette quand'è in amore,
oltre che rallegrare noi e la sua compagna intenta alla cova, rendono
l'opera d'occultamento della casa del tutto superfluo.
FRAXINUS EXCELSIOR L.
Frassino comune, F. maggiore (D)
Famiglia OLEACEAE
Frassina, Frassin, Vovul
Questa specie di frassino raggiunge un'altezza
di 40 metri, la chioma è globosa e il tronco è dritto spesso
fino alla cima. I rami sono opposti e rivolti verso l'alto; la corteccia
è grigia, liscia o con solchi sottili. Le foglie, composte, imparipennate,
di 20-30 cm, formate da 7-15 foglioline ovali o ellittico-lanceolate,
più o meno sessili, larghe 2-3 cm, dentate ad inserzione opposta,
la colorazione delle foglie in autunno è giallo-bruna.
I fiori di questa pianta sono poco appariscenti,
ermafroditi o unisessuali, quelli femminili sono formati solo da due stami
con antere porporine, riuniti in fascette sui rami dell'annata precedente.
I fiori maschili sono disposti come quelli femminili, ma di colore che
va dal porpora al verde; la pianta fiorisce ad aprile. I frutti sono samare
lanceolate di quattro cm.
Simile al precedente, di solito meno
alto (fino a 25 m), vi è poi il Fraxinus angustifolia, Vahl. Frassino
dalle foglie strette. Questa specie di frassino, assai più comune
nel Veneto Orientale, ha le foglie di 20-25 centimetri con 7-13 foglioline
larghe 1-2 cm, lungamente lanceolate (3-8cm).
La fitta chioma ha dato il nome al genere,
dal greco fràsso, cioè chiudo, e se si vuole, assiepo. Il
frassino comune, detto anche maggiore, vive spontaneo in tutta l'Europa;
nell'ambiente montano è costituente sporadico della faggeta,
salendo fino a 1700 metri d'altitudine. Il frassino è specie
eliofila, è piuttosto esigente per il terreno, che preferisce fresco,
profondo, sciolto, soffrendo per l'eccessiva aridità.
Questa pianta è sfruttata per
il legno, molto pregiato e ricercato, di colore bruno chiaro con riflessi
lucidi, di facile lavorazione. Si utilizza in falegnameria, sia massiccio
sia sfogliato, per fabbricare mobili, o attrezzi sportivi come: sci, remi,
slitte, utensili da cucina e manici di attrezzi. Apprezzate anche le radiche,
marezzate di scuro.
Le foglie del frassino venivano utilizzate
in passato come foraggio per il bestiame, mentre dalla corteccia si otteneva
un decotto per curare le affezioni epatiche e dalla cenere un estratto
contro la scabbia. Le nostre famiglie contadine usavano mettere alcuni
pezzettini di corteccia di frassino nell'acqua d'abbeverata
degli anatroccoli e in quella per le piccole oche, ritenendo questi, un
toccasana contro le affezioni intestinali delle bestiole.
Oltreché lungo le nostre siepi
campestri, il frassino, lo s'incontra anche nei giardini quale pianta
ornamentale, soprattutto alcune varietà che hanno un particolare
portamento e una colorazione piuttosto appariscente del fogliame.
Il frassino è l'albero preferito
dalla tordella "merlo biso-gaion" (Turdus viscivorus). La
tordella si ciba d'insetti e di vermi, di ciliege, d'uve e
di more nella buona stagione; si ciba di bacche nella cattiva, di bacche
specialmente del vischio e da questa pianta parassita, ha preso il nome
viscivora, e passò agli occhi dell'antichità, per
fabbricarne, dopo elaborata digestione, la tenace colla che s'adoprava
ai danni di tanti uccelli. "Turdus sibi malum cacat", sentenziavano
i nostri vecchi. Il tempo e l'esperienza però, di questa
e di molte altre stoltezze ha fatto giustizia.
Qualche esemplare di questa specie di
tordo nidificava, fino a poco tempo fa, nel veneto orientale e a Cinto
nel Bosco Zacchi. Anche lungo la riva del Trattor qualche tordella albergava
per nidificare e passarvi l'estate. Ora, il bosco si è ridotto
a pochi alberi e la nostra riva pare abbia perso quel fascino suggestivo
che un tempo aveva anche per la tordella, e il tordo ci ha abbandonato.
Si spera in un suo ritorno con il ripristino di condizioni ambientali
più favorevoli.
Solitamente la tordela costruisce il nido,
che è del tutto simile a quello del merlo, sulla biforcazione dei
grossi rami di vecchi alberi, non molto alto da terra; con radichette
e fango all'esterno, via via sempre più sottili, verso l'interno
lo fodera con un poco di muschio perché i figli siano mollemente
adagiati. A fabbrica finita, la cuna ha l'aspetto di una vera e
propria scodella, dove la femmina cova ed alleva da tre a cinque piccoli.
Il maschio di questa specie, quando è libero dalle faccende domestiche,
si posa in un albero vicino e dalla cima, là, vicino al cielo ed
al sole, libera i suoi gorgheggi fatti di tanti "ciraciacia",
inframmistati a dei chioccoli. Benedetto chi canta! Benedetto chi nel
nome della Provvidenza ci annuncia giorni migliori! Nel comunicarci la
sua gioia, ci dà l'opportunità di sapere vicina la
sua casa.
ROBINIA PSEUDOACACIA L.
Acacia (D)
Famiglia LEGUMINOSAE
Sottofamiglia FABOIDEAE
Casia
L'acacia arriva ad un'altezza
di 25 metri, ha tronco eretto, talora biforcato, ramuli fortemente spinosi;
la corteccia è grigio-bruna, solcata, a liste variamente incrociate.
Le foglie sono composte, imparipennatosette, di 20-30 cm, di 13-15 foglioline
ellittiche di 3-4-centimetri, picciolettate, più o meno opposte
che in autunno assumono un bel colore giallo. L'infiorescenza a
grappoli di 10-25 cm, è formata da 15-25 fiori papilionati bianchi,
profumati. L'acacia fiorisce a maggio e i frutti, legumi pendenti,
di colore bruno, restano sulla pianta fino all'inverno.
Il nome del genere ricorda J. Robin,
curatore dell'Orto Botanico del re di Francia, che nel 1601 introdusse
questa pianta in Europa.
La robinia, o acacia, è originaria
dei monti Allegani, nelle regioni orientali degli Stati Uniti; portata
nel nostro continente come ornamentale per la bellezza della fioritura,
ben presto sfuggì alla coltivazione, naturalizzandosi in tutta
l'Europa, dalla pianura fino a 1200 m di altitudine, in zone a clima
sufficientemente caldo.
La sua gran diffusione è favorita
dalla presenza di stalloni basali e da una ricca disseminazione spontanea;
inoltre i giovani getti sono protetti da pericolose spine. Viene così
a formare boscaglie dense in competizione con le specie arboree spontanee,
sulle quali spesso prende il sopravvento. L'acacia è una
specie a rapido accrescimento ed è stata preferita ad altre meno
produttive.
Il legno, di colore giallo-verdognolo
o bruno-olivastro, ha grana piuttosto grossa e si spacca facilmente, ma
resiste bene all'aperto: perciò è impiegato per paleria,
ad esempio in viticoltura; si adopera in falegnameria perché, per
la sua resistenza, è adatto alla costruzione di parti soggette
a forte usura. Con il suo legno si costruiscono i denti da rastrello,
in sostanza eterni. L'acacia, inoltre, è un ottimo combustibile,
che brucia bene anche appena tagliato.
Dal legno si estraggono fibre, che sono
usate per cordami e stuoli grossolani. Foglie e corteccia sono tintorie
e le prime usate anche come foraggio. I fiori sono usati talvolta in cucina,
per preparare dolci ed infusi, ottimi anche con la frittata. L'acacia
poi è eccellente pianta mellifera e il prodotto, detto miele d'acacia,
è pregiato perché col tempo non cristallizza. I semi sono
molto duri e si usano per rosari e collane.
Va ricordato che la pianta è tossica,
particolarmente semi, corteccia e radici, per questo, tutte le sue parti
vanno usate con molta prudenza.
Come ornamentale, l'acacia è
impiegata per l'estrema rusticità e la resistenza all'atmosfera
urbana. È, infatti, pianta frugalissima, indifferente al substrato,
purché ben drenato e con una certa preferenza per i terreni acidi;
ama la luce e si presta per consolidare e migliorare i terreni sciolti
e franosi.
Sull'acacia costruisce il suo nido
il frosone (Coccothraustes coccothraustes), là dove la specie nidifica
ancora, non da noi. Mette su casa sulla cima, dapprima con stecchi grossi,
poi, la rifinisce via via con radichette sempre più piccole fino
a creare un talamo dove la femmina cova ed alleva la sua nidiata.
Mauro Corona, lo scultore e scrittore
ertano, Lui che parla con gli alberi, (e fa bene), nel suo libro "Le
voci del bosco" dice dell'acacia: "Durissima, taciturna,
solitaria anche se in gruppo, scontrosa e inattaccabile dagli attrezzi,
è sicuramente pazza. È una donna che vive nella sua torre,
difesa da lunghe spine acuminate. Una zitella altera e segaligna che non
vuole ricevere né dare affetto alcuno". Poi, forse un poco
pentito: "L'acacia è una donna perduta che rifiuta
la speranza e la pietà, ma non si lamenta, e a sua difesa devo
dire che non disturba nessuno".
Sulle dita di tutti noi è entrata
qualche spina, è forse per questo, che l'arte va presa per
quel Vaso di Pandora del quale, se ne sente tanto la mancanza.
QUERCUS ROBUR L.
(= pedunculata Ehrh.)
Farnia (D)
Famiglia FAGACEAE
Quercia, Rovere
Il nome dialettale della farnia (rovere),
non deve certo andare confuso con quello del rovere propriamente detto,
infatti, si tratta di due specie diverse, se pur molto simili.
La farnia arriva ad un'altezza
di 20 metri; esemplari isolati possono superare addirittura i 40 m. La
chioma è irregolarmente ovale e globosa, molto ampia, il tronco
è robusto e ramoso, con ramuli glabri; corteccia è solcata,
da brevi placche sottili. Le foglie della farnia sono semplici, obovate-lobate,
di circa 10 cm, a superficie ondulata, alla base hanno due orecchiette
ed il picciolo è brevissimo (0,5-1 cm), glabro; l'inserzione
è alterna.
Le infiorescenze della farnia sono unisessuali,
quelle maschili sono amenti lassi di 2-4 cm, con penduli stami gialli;
fiori femminili solitari o a 2-5 su un lungo peduncolo di 2-5 cm. Questo,
determina il nome della specie: (= Quercus peduncolata!). I fiori singoli
sono sferici, bruni a stimma rosso, la pianta fiorisce da aprile a maggio.
I frutti della farnia sono ghiande ovali allungate 1,5-4 cm; cupola a
squame appressate e tomentose, che ricopre la ghianda fino a ¼
(1/2).
La farnia è una pianta molto longeva,
che raggiunge e supera i 500 anni di vita. Il suo areale è molto
vasto, comprende tutta l'Europa, dalle regioni mediterranee alla
Scandinavia, dov'è diffusa dalle zone di pianura fino a 1000
metri d'altitudine. Si adatta a terreni diversi, preferendo quelli
freschi, profondi e fertili, rifuggendo quelli nettamente basici. Piuttosto
tollerante nei confronti del gelo invernale, esige temperature estive
elevate, condizioni, queste, che favoriscono la sua diffusione nelle aree
europee a clima continentale. Il "rovere", come la farnia,
è esigente nei confronti della disponibilità d'acqua
del terreno e, specialmente nei primi anni di sviluppo, anche della luce.
Il legno di colore bruno-chiaro è
duro e leggero ed è noto con il nome di "rovere di slavonia",
è il prodotto più pregiato della farnia. Il legno viene
utilizzato nella costruzione di mobili di gran pregio e per farne botti,
per produrre carbone di qualità e come combustibile. La corteccia
contiene in media il 1/5 % di tannino ed è usata per conciare le
pelli, le ghiande, invece, costituiscono un ottimo alimento per i suini.
La farnia è raramente impiegata come pianta ornamentale, per la
sua lenta crescita, nonostante ciò, gli esemplari isolati e di
una certa età hanno un fascino unico.
La farnia è un albero sacro in
molte tradizioni antiche: i Greci lo veneravano come sacro a Zeus, in
Epiro, l'oracolo di Dodona era una quercia che rendeva nota la volontà
di Zeus attraverso lo stormire delle sue fronde. L'aspetto sacrale
è presente anche presso le culture nordiche; presso i Celti, la
quercia era sacra ai Druidi, presso i Germani era sacra a Donar, il Dio
del tuono.
Da noi la farnia, pur non rivestendo
sacralità, resta pur sempre un albero che incute rispetto, carattere,
forza e timore.
La farnia è un albero prediletto
da molti uccelli che su di essa costruiscono il proprio nido. Come per
gli altri alberi, fin qui citati, anche per la farnia ne nominiamo alcuni:
il cardellino (Carduelis carduelis), infatti, è uno dei frequentatori
delle sue fronde, dove, nei rami esterni mimetizza la "coppa"
nuziale, prediligendo gli esemplari presenti nei giardini, o nei margini
dei boschi. Anche il tordo bottaccio e il sassello (Turdus p. philomelo
T. musicus), amano costruire il nido, tra i grossi rami vicino al tronco.
L'incessante lavoro di costruzione termina con la deposizione di
3-5 uova che la femmina cova per una ventina di giorni, ma, il lavoro
non è finito: occorrono ancora una trentina di giorni d'incessanti
imbeccate, per vedere i giovani involarsi. Queste ultime due specie di
tordi non nidificano nelle nostre zone di pianura, ma, se si ha un po'
di fortuna, si possono vedere le loro case nel vicino Bosco del Consiglio.
QUERCUS PUBESCENS Willd.
(= Q. lanuginosa Thuile)
Roverella (D)
Famiglia FAGACEACEAE
Rovere
La roverella è la pianta che a
Cinto si utilizza più delle altre fin qui citate nella formazione
di siepi per chiudende agricole e per quelle che dividono le proprietà,
anche in zone residenziali del centro del paese. Raggiunge un'altezza
di 20 metri e la sua chioma è globosa, emisferica negli esemplari
adulti. Il tronco è sinuoso, eretto e i ramuli sono pelosi, la
corteccia è grigio-scura, fessurata in piccole placche ruvide.
Le foglie secche della roverella persistono sulla pianta per tutto l'inverno,
sono semplici, obovate-lobate, di 5-10 cm, più o meno pubescenti,
soprattutto da giovani. Hanno base cuneata, picciolo breve (1cm), peloso,
l'inserzione è alterna.
La roverella ha le infiorescenze unisessuali,
i fiori maschili sono riuniti in amenti lassi di 4-6 cm, i fiori femminili
sono invece solitari o a 2-4, sessili o appena peduncolati, fiorisce da
aprile a maggio. I frutti di questa specie di quercia, sono le classiche
ghiande ovali allungate di 2 cm, con cupola che le ricopre fino alla metà.
L'areale della roverella è
molto esteso, comprende l'Europa centromeridionale e orientale,
dai Pirenei all'Asia minore. È comune negli ambienti collinari
e montani inferiori, dove forma boschi puri o misti con cerro, carpino,
orniello e acero campestre. Molto frugale, si adatta a terreni calcarei,
argillosi, aridi, rocciosi e si presta per colonizzare ambienti denudati.
La pianta è eliofila, sensibile al gelo; è, tra le querce,
una delle più adatte a sopportare condizioni di aridità.
La roverella produce legname resistente,
simile a quello della farnia, ma più irregolare e di meno facile
lavorabilità, è usato soprattutto per le traverse ferroviarie,
parti soggette a sollecitazione, per produrre carbone e come combustibile.
Molto limitato il suo interesse come pianta ornamentale, anche se qualche
esemplare ben curato fa la sua ottima figura nei giardini alla friulana,
nelle ville patrizie lungo le rive dello Stella.
Nell'alimentazione umana si utilizzano
le ghiande delle varietà dolci di questa e altre querce, previa
tostatura, per produrre un surrogato del caffè. Quest'usanza,
da noi mai entrata nel costume, neanche in periodi d'estrema carestia,
è tuttora presente tra la gente dell'Asia Minore e in alcuni
paesi balcanici.
Nella roverella costruisce il suo nido
la tortora, prediligendo gli alberi vecchi, nelle vicinanze dei campi
coltivati o lungo i fiumi. È' nelle biforcazioni dei grossi
rami vicino al tronco che questi colombiformi costruiscono, meglio sarebbe
dire, riuniscono degli stecchi in maniera grossolana dove la femmina depone
due uova, cova ed alleva i suoi piccoli. La tortora "selvatica",
(streptopelia turtur), che non può essere paragonata alla comune
tortora dal collare presente in forma stabile nei nostri paesi, è
specie di doppio passo, nidifica, se pur con pochi esemplari, lungo i
fiumi e tra le nostre siepi, a patto che siano appartate e tranquille,
in quanto, per la sua innata timidezza, rifugge i luoghi estranei, rumorosi
e quelli frequentati dall'uomo.
ARBUSTI
CORNUS SANGUINEA L.
Sanguinella (D)
Famiglia CORNACEAE
Sandina
La sanguinella è un arbusto spontaneo
delle nostre siepi di campagna, ma si trova disseminato dappertutto nel
nostro territorio. Là dove c'è un po' di terra,
tra i ruderi o sui margini delle strade asfaltate, le pianticelle della
"sandina" crescono a gruppetti.
È questa una pianta della famiglia
delle Cornaceae, la stessa dei cornioli, può svilupparsi fino ad
un'altezza di 6 metri, su tronco eretto e largamente ramificato
in alto; ha ramuli rossastri a due spigoli. L a corteccia della sanguinella
è bruno-giallastra o grigia, screpolata e divisa in piccole squame,
liscia nelle piante giovani. Le foglie sono acute e i fiori, di colore
bianco, compaiono dopo che la pianta ha emesso le foglie. I frutti sono
drupe nere, a maturazione, prima verdi, poi rossastre nei mesi primaverili
ed estivi.
La sanguinella, come il corniolo, è
diffusa in tutta l'Europa fino all'Asia Minore. È specie
eliofila, mediamente longeva, che vegeta un po' ovunque, preferendo
i boschi termofili di latifoglie, nei cedui e nelle nostre campagne, spingendosi
dalle zone pianeggianti fino a 1200 metri d'altitudine su substrati
calcarei.
Narra Tito Livio (Ab Urbe Condita, l,
XXXII) che il rituale dei feziali (il collegio sacerdotale cui era affidato
presso i romani, il compito di dichiarare la guerra e sancire la pace)
prevedeva che il sacerdote incaricato della dichiarazione di guerra dovesse
scagliare in territorio nemico una lancia ferrata "aut sanguinea",
espressione che alcuni hanno interpretato col significato di "in
Corniolo sanguigno", rappresentante la morte sanguinosa che sarebbe
toccata agli avversari.
Il legno di colore bruno-giallastro, elastico,
molto resistente è assai duro. Va stagionato a lungo, perché
tende a fessurarsi ed è di difficile lavorazione. É talvolta
usato per lavori al tornio e per parti soggette a forte sollecitazione;
nonché per le scope da stalla e da cortile. Per quest'ultima
funzione, fino agli anni '60, i concordiesi erano soliti approvvigionarsi
della sanguinella proprio nel comune di Cinto e, in particolare, a Settimo.
La recente bonifica della bassa concordiese non aveva ancora permesso
alla pianta di proliferare. Con il legno della "sandina",
un tempo, si costruivano gli archetti per le fionde, scegliendo per questo,
le biforcazioni dell'annata precedente, di otto dieci millimetri.
Ne parla in questa pubblicazione Giampaolo Muzzin, nella trattazione delle
siepi per le api, sotto il titolo "Di fiore in fiore".
I frutti della "sandina",
come quelli del corniolo, sono aciduli e gustosi, si possono mangiare
freschi o in marmellate, contengono saccarosio, acidi organici e sono
astringenti. Dai semi si ricava un olio usato in profumeria e, un tempo,
per le lucerne. Esistono varietà ornamentali che differiscono per
il colore delle foglie e per le dimensioni del frutto.
FRANGULA ALNUS Mill.
(= Rhamnus frangula L.)
Frangola (D)
Famiglia RHAMNACEAE
Bissera
La frangola è diffusa in tutta
Europa centrorientale, dove s'incontra nei boschi di latifoglie,
su substrati di preferenza acidi, umidi e poveri, fino a 1300 metri di
altitudine. La sua altezza arriva fino a 6 m; spesso arbusto, a Cinto
e nel Veneto Orientale, unicamente coltivata ad arbusto, più spesso
spontanea, lungo gli argini dei fiumi e dei fossi, tra le nostre siepi
da legna e tra quelle ornamentali e protettive.
La chioma della "bissera"
è irregolarmente globosa, il tronco è eretto, ramoso con
corteccia liscia di colore rossastro con numerose lenticelle chiare. Le
foglie sono semplici, ellittiche, di 4-6 cm, con picciolo di 1 centimetro,
il margine è intero e l'inserzione è alterna. Da maggio
a luglio, la frangola fiorisce in fascette ascellari che raggruppano fino
a 10 fiori di 4 mm di circonferenza con corolla di cinque petali ovali
bianco-verdognoli a cinque stami. I frutti della "bissera"
sono sferette (drupe), di circa otto millimetri, il colore va dal verde
al rossastro, al nero a maturazione completa.
La frangola è una pianta frugale
e molto adattabile, è stata molto usata in passato e ancora oggi
ha impieghi interessanti. Il legno, di colore rossastro fortemente aromatico,
è usato per lavori al tornio e fornisce carbone di buona qualità,
un tempo impiegato nella preparazione della polvere pirica. La corteccia
ha applicazioni medicinali: fresca è emetica, secca è lassativa,
con azione duratura e regolatrice della funzione intestinale. Per l'azione
drastica, va però usata con cautela, dopo lunga stagionatura, almeno
dopo un anno dalla raccolta. Dai frutti si estraggono coloranti grigio-blu,
e dalla corteccia, gialli e bruni.
Il nome frangola deriva dal verbo latino
frangere che significa spezzare e allude alla fragilità dei suoi
rami.
PRUNUS SPINOSA L.
Pruno selvatico (D)
Famiglia ROSACEAE
Brugnul, Brugnui, Spin nero
Il prugnolo è un arbusto della
stessa famiglia del ciliegio, arriva ad un'altezza di 5 metri. Ha
il tronco breve, molto ramificato e spinoso, diviso dal basso, con ramuli
pelosi e corteccia lucida grigio-violetta, con striature chiare poste
trasversalmente.
Le foglie del prugnolo sono obovate, seghettate;
la pianta fiorisce da marzo a maggio, l'infiorescenza è a
corimbo di 6-10 fiorellini odorosi, di cinque petali bianchi ognuno. I
frutti sferici, vanno da pochi millimetri, ad un centimetro di diametro.
Le drupe, prima rossastre, poi nere e lucide a maturità, sono molto
asprigne.
Il prugnolo, che alcuni indicano con
il nome di "Ciliegio Canino", è per noi cintesi il
"brugnul" o "spin nero". Ma, qualcuno, nelle frazioni
del paese, ci aggiunge una c allo spin, tanto da farlo diventare "spinc".
Queste aggiunte sono concesse dalla lingua del "latte", intendendo
con latte, quello materno. In ogni modo, anche nel resto del Veneto Orientale,
il termine dialettale è identico a quello cintese.
L'areale del prugnolo comprende
l'Europa meridionale, dove s'incontra frequentemente nei boschi
sia collinari sia montani, anche sui pendii rocciosi, asciutti, calcarei
fino a 1500 metri. Questa pianta è molto amante della luce, quindi
legata ad ambienti caldi, non è il prugnolo un albero molto longevo.
Nel Veneto e nel Friuli, così come
nel cintese, è questa una pianta tipica da siepe campestre, dove
cresce spontanea, o di quelle protettive e da chiudenda. In questi ultimi
due casi, è l'uomo che la fa dimorare, scegliendo al posto
della natura, il luogo che ritiene più adatto. Da qualche anno,
il prugnolo sta avendo un nuovo interesse, infatti, lo s'incontra
sempre più spesso tra i giardini di ville e case, a far bella mostra
di sé, come arbusto in quei gruppi verdi alternativi, ove si vogliono
utilizzare specie spontanee della flora locale.
Il legno bruno-giallastro, pesante, non
ha grandi usi per le sue ridotte dimensioni; in genere è impiegato
per lavori al tornio, bastoni manici, scatole e in particolare per fabbricare
le pipe che mantengono un gradevole aroma. Infatti, legno e corteccia
sono profumati perché contengono cumarina, usata come aromatizzante
per il tabacco.
SANBUCUS NIGRA L.
Sambuco (D)
Famiglia CAPRIFOLIACEAE
Sambuc, Sanbuc
Il sambuco è un arbusto che arriva
ad un'altezza di 6 metri, con chioma globosa espansa e il tronco
sinuoso biforcato, con molti rami ricoperti di lenticelle brune. Il caratteristico
midollo del sambuco è bianco; la corteccia, invece, è di
colore grigio-bruno profondamente solcata; le foglie di questa pianta
sono composte, imparipennate, di 20-30 cm, a cinque o sette foglioline
ellittiche, seghettate e dentate, di 6-12 ad inserzione opposta.
Il sambuco ha le infiorescenze composte
da ombrelle di corimbi terminali di 10-20 centimetri di diametro; i fiori,
invece, sono di cinque millimetri, su corolla di cinque petali uniti bianchicci
tendenti al crema, cinque stami ad antere gialle sporgenti; la pianta
fiorisce da aprile a tutto giugno emanando il tipico odore intenso. I
frutti del sambuco, bacche di 6 mm di diametro prima verdi, a maturità
nere, molto succose, sono portate da peduncoli rossi.
Escluse le estreme regioni settentrionali,
il sambuco vive spontaneo in tutto il continente europeo, dal piano fino
a 1500 metri d'altitudine. Ha grande adattabilità, sia al
terreno sia alle condizioni climatiche; predilige substrati poco compatti
e con buona disponibilità d'acqua.
Il legno è di qualità diversa
a seconda che provenga dalla parte superiore del fusto, e dai polloni,
o dalla parte basale. Nel primo caso è tenero, poco durevole e
con midollo tenerissimo: nel secondo caso è bianco-giallognolo,
duro, pesante adatto per lavori di tornitura, per oggetti di cucina e
come combustibile. I rami di questa pianta erano anticamente usati per
fabbricare uno strumento musicale a corde, detto sambuca in latino.
Con le parti a midollo grosso del sambuco,
un tempo, si costruiva una specie di cerbottana che poteva funzionare
alternativamente con i frutti verdi della "sandina", in questo
caso a soffio, o con palline di stoppa inumidite dalla saliva, fatte uscire
a pressione esercitata da uno stantuffo "massa" di legno di
sanguinella; per i bambini, un divertimento davvero infinito.
Il sambuco ha molteplici applicazioni
come pianta officinale; tutte le sue parti attivano la sudorazione, in
particolare i fiori, che insieme alle foglie e alla corteccia sono utilizzati
anche per curare malattie della pelle, per favorire la diuresi e come
anticatarrali.
Le bacche hanno proprietà lassative
e sono usate nella preparazione di marmellate e sciroppi. Hanno inoltre
proprietà tintoria molto spiccata, fornendo un colore viola; con
esse si può ottenere un vino, reso celebre dal romanzo di Yoseph
Otto Kesserlig e dall'omonimo film "Arsenico e vecchi merletti"
per la regia di Frank Capra. In questo caso però, il vino di sambuco
è da sconsigliare con forza proprio a tutti.
BUXUS SEMPERVIRENS L.
Bosso (S)
Famiglia BUXACEAE
Bos
Il bosso può arrivare a un'altezza
di otto metri, molto spesso però la pianta è coltivata come
arbustiva, in questo caso, la sua altezza è molto più contenuta,
di solito non supera i cinque metri.
La chioma è globosa e il tronco
molto ramificato, con ramuli angolosi, verdi, e corteccia: bruno-scura.
Il fogliame del bosso è sempreverde con foglie semplici, ovali
ellittiche di 3 cm, o meno, ottuse o smarginate, coriacee; margine revoluto,
picciolo brevissimo e inserzione opposta. I fiori del bosso sono in glomeruli
ascellari; fiori piccoli maschili, con quattro stami che circondano un
fiore femminile con tre stili; perianzio giallo-biancastro. La pianta
fiorisce da marzo fino tutto maggio, i frutti sono portati su capsule
ovali che si aprono per tre valve, ognuna con due cornetti della dimensione
di circa 1 cm.
Il bosso occupa un ampio areale, che
va dalle coste atlantiche della Penisola Iberica e arriva fino alla Penisola
Balcanica. Entra nella formazione dei boschi di quercia e faggio, fino
a 700-800 metri d'altezza, su terreni calcarei, aridi, sassosi,
in posizioni solatie, talvolta però anche nel sottobosco. Interessante
pianta migliorativa del terreno, compie anche un'adeguata azione
protettiva.
Il bosso ha crescita lenta e portamento
per lo più arbustivo, per questo, gli assortimenti legnosi sono
in genere di modeste dimensioni. È molto diffuso come ornamentale
nei parchi e nelle siepi, soprattutto in giardini all'italiana,
sopporta bene la potatura conservando la forma obbligata per molto tempo
data la lentezza della crescita.
Il legno è piuttosto pregiato
e pesantissimo, da secco ha peso specifico superiore a quello dell'acqua.
Viene utilizzato per fare oggetti minuti, come strumenti musicali, fusi,
posate, bottoni, scacchi e i raggi delle ruote dei calessi.
La durezza del legno di bosso è
cosa nota fin dai tempi più remoti dei quali ci sia giunta traccia.
Nel 1856, quando furono ritrovati i resti fossili dell'uomo di Neanderthal
nella Valle della Düssel (Germania), furono rinvenuti anche dei fossili
di legno di bosso, pare che di questo legno i primitivi abitanti dell'Europa
si servissero per scalfire gli utensili in selce.
Le foglie e la corteccia del bosso hanno
applicazioni officinali, sono purgative e febbrifughe; si devono però
usare con estrema prudenza e rispettando le dosi, perché tutta
la pianta è tossica, anche per gli animali.
GRATAEGUS MONOGYNA Jacq.
Biancospino (D)
Famiglia ROSACEAE
Spin bianco
Arbustivo, il biancospino di norma non
supera un'altezza di 5 metri, chioma irregolarmente globosa, allungata.
Il tronco è sinuoso e molto ramoso; rami con spine di due centimetri,
ramuli rossastri, la corteccia invece è bruno-aranciata. Le foglie
del biancospino sono semplici, ovali, profondamente lobate, di 4-8 cm,
per lo più a 2-4 lobi laterali, il margine della foglia è
grossolanamente e doppiamente dentato, le nervature sono incurvate verso
l'esterno, 15-20 fiori sono riuniti in corimbi terminali eretti,
calice a cinque petali bianchi, concavi e rotondeggianti. 20 stami ad
entere rosate, uno stilo e ovario infero; fioritura da aprile a maggio.
I frutti della pianta, sono pomi di circa 1 cm, rossi, con un seme.
Il biancospino lo s'incontra un
po' in tutta Europa dove cresce spontaneo lungo le strade, le siepi
sia di campagna, sia ornamentali e nei boschi, dove il suo portamento
quasi esclusivamente arbustivo non fa raggiungere alla pianta l'aspetto
di un vero e proprio albero, anche se piccolo.
Lo "spin bianco" è
una pianta molto longeva, rustica, adattabile a qualsiasi condizione climatica
e di terreno. Il legno è colore rosso-giallastro a grana fine,
difficile da stagionare e da lavorare. Per le sue ridotte dimensioni è
usato al più per piccoli oggetti di uso domestico e come combustibile.
Il biancospino è associato al
culto di Maria nella tradizione popolare. Si dice, infatti, che in un
cespuglio di biancospino la Sacra Famiglia abbia trovato rifugio durante
la fuga in Egitto. Per questo, era considerato blasfemo imprecare se ci
si pungeva con una dei suoi spini.
Data la sua sacralità, la pianta
era legata a tutta una serie di credenze. Si pensava ad esempio, che proteggesse
dai fulmini, e che, piantato davanti alle stalle v'impedisse l'entrata
dei rospi e delle serpi.
Il biancospino è noto da molto
tempo per le proprietà medicinali; i fiori contengono principi
ad azione cardiotonica simili alla digitalina, ma più attenuati,
servono a equilibrare le funzioni cardio-circolatorie, come antispasmodici
e sedativi vanno usati però, con estrema cautela.
Il biancospino è una presenza
ormai molto abituale in tutto il Veneto Orientale, tanto nelle siepi di
campagna quanto in quelle ornamentali e protettive. A Cinto Caomaggiore
s'incontra soprattutto la varietà rossa, dall'abbondante
fioritura. Un esempio della distinzione di quest'arbusto si ha lungo
la siepe frontestrada del Lago Furlanis in Via Grandis.
LIGUSTRUM LUCIDUM Ait.
Ligustro lucido (S)
Famiglia OLEACEAE
Ligustro
Questa specie di ligustro può
arrivare ad un'altezza di 15 metri, con chioma globosa allungata,
tronco eretto, sinuoso, largamente ramificato, corteccia grigio-scura,
opaca, liscia. Le foglie del ligustro sono semplici, ovali acute, di 10
cm, spesse e arcuate, con i due lembi leggermente piegati verso l'alto,
sopra verdi chiare, inserzione opposta.
Il ligustro ha le infiorescenze terminali
a pannocchia, lunghe fino a 20 cm, largamente piramidate, formate da piccoli
fiori bianchi; la fioritura si ha da agosto a settembre. Le infruttescenze
sono piccole bacche nere, lucide, ovali, di 1 cm, persistenti fino all'inverno.
Oltre a questa specie, nel cintese è
molto più diffusa la varietà, o specie del Ligustrum vulgaris,
o ligustrello. Di queste due ultime specie, i rami erano usati per legatura
e intreccio; il nome del genere deriva proprio dal latino ligo, lego.
Il ligustrello è una pianta molto
rustica e frugale, ad accrescimento lento, diffusa in tutte le zone temperate
dell'Europa. Questa pianta, quasi esclusivamente coltivata ad arbusto,
si adatta a qualsiasi terreno e resiste sia all'aria inquinata delle
città sia a quella salmastra delle località marine.
È molto apprezzata come pianta
ornamentale, perché facile da coltivare e si presta a formare siepi
di molti usi, compresi quelli per la fauna selvatica, infatti, le sue
piccole bacche sono molto ambite da una nutrita schiera di volatili. Di
questa pianta sono diffuse molte varietà, che differiscono nella
colorazione delle foglie e nella loro dimensione.
CORYLUS AVELLANA L.
Nocciolo (D)
Famiglia CORYLACEAE
Noseler, Noselera
Il nocciolo, spesso arbustivo, arriva
ad un'altezza di 5-6 metri con chioma irregolare e tronco eretto,
ramificato fin dal basso, corteccia da bruno-rossastra a bruno-grigia,
liscia. Le foglie della "noselera" sono semplici, obovate,
di 7-12 cm, mucronate, dentate ad inserzione alterna. I fiori sono unisessuali,
quelli maschili riuniti in amenti di 6-8 cm, penduli, che si formano in
autunno, quelli femminili, invece, simili a gemme, dalle quali sporgono
gli stigmi bifidi rossi di due fiori. La pianta fiorisce da gennaio a
marzo. I frutti a noce, di 2 cm circa, sono avvolti da una brattea dentata
fogliacea.
Il nome di questo genere di piante deriva
dal greco Koris, elmo, per la forma dell'involucro membranoso che
ricopre il frutto; avellana, in quanto diffuso, fin da epoca remota, nella
zona di Avellino.
Albero importante presso i popoli nordici
come simbolo della fertilità. Di nocciolo era, nelle pratiche medievali,
la bacchetta di stregoni e cercatori di metalli. Ciò si spiegherebbe
se riferito alla fecondità del ventre della Madre Terra.
Il nocciolo è pianta molto comune
in tutta Europa, dalla zona mediterranea a quella montana, dove si spinge
fino a 1200 metri d'altezza. Partecipa alla costituzione di boschi
misti di latifoglie, prestandosi bene anche alla colonizzazione di suoli
denudati e franosi. Nel Veneto Orientale e nel cintese la specie s'incontra
un po' ovunque tra le nostre siepi campestri e nei gruppi coltivati
per i frutti, in questo caso, per lo più, vicino alle abitazioni.
Il nocciolo si adatta a substrati diversi,
pur preferendo terreni calcarei, fertili e profondi. I frutti del nocciolo
(nocciole), sono molto ricchi d'olio, che è usato nell'alimentazione,
nell'industria dei colori e in profumeria. Il legno è biancastro,
di qualità mediocre e di ridotte dimensioni; è impiegato
soprattutto per paleria e nella costruzione di botti, bastoni e come combustibile.
Con i rami e i fusti più sottili del nocciolo, si costruiscono
anche degli ottimi cesti.
Il nocciolo è una pianta dalla
fioritura molto precoce, visitata dalle nostre api per darci un miele
gustosissimo. Del nocciolo vengono coltivate molte varietà, sia
da frutta sia ornamentali, tra queste ultime, di notevole interesse è
la varietà pendula, piangente e quella contorta, a portamento tortuoso.
Ancora una varietà presente anche a Cinto come le due precedenti,
come naturalmente la principale, è quella conosciuta col nome di
fusco-rubra, a foglie porporine.
RHAMNUS CATHARTICA L.
Spincervino (D)
Famiglia RHAMNACEAE
Spin de cervo
Lo spincervino, coltivato ad arbusto
non supera l'altezza di qualche metro, coltivato ad albero non supera
lo stesso i 6 metri. Ha chioma irregolare e rada; il tronco è eretto
e ramoso, dove i rami si sono però trasformati in spine. Le foglie
del "spin de cervo" sono ellittiche arrotondate, di 4-9 centimetri,
margine dentellato, nervature subpararelle al margine, l'inserzione
è parallela od opposta. I fiori sono riuniti in ombrelle ascellari,
spesso unisessuali, a calice tubuloso, terminante in quattro lembi acuti,
simili a petali giallo-verdi, di cinque millimetri di diametro. La pianta
fiorisce da aprile a giugno. I frutti dello spincervino (drupe) a maturità
nere, sono grandi come un pisello.
Lo "spin de cervo" ha areale
che comprende le regioni dell'Europa centromeridionale, dove vegeta
nei boschi, nelle siepi, su terreni calcarei. I fusti di questa specie
raggiungono modeste dimensioni, il legno, di conseguenza, ha impieghi
marginali, trova però qualche applicazione in tornitura ad intarsio.
Molto più spiccato l'interesse per i frutti, che vengono
usati in veterinaria per le energiche proprietà purgative, proprie
anche della corteccia, che va usata comunque con molta prudenza, perché
ad azione molto drastica. I frutti forniscono, come altre rammacee, un
principio tintorio verde.
Nel cintese, questa specie di "spino
nero" la s'incontra un poco ovunque nelle nostre siepi campestri,
talvolta scambiata per il classico spino nero, il prugnolo. Negli ultimi
anni la pianta ha fatto la sua comparsa anche nelle siepi da giardino.
(ROSA ARVENSIS R.CANINA). (L.)
Rosa canina (D)
Famiglia ROSACEAE
Rosa de can, Rosa de cian
La rosa canina è un arbusto della
famiglia delle rosacee (arbusti aculeati), con foglie sparse, imparipennate-composte,
ricettacolo del fiore ad arciuolo, con cinque sepali e cinque petali bianchi,
rosei, rossi o gialli. Il falso frutto detto cinorrodio e nel cintese
"stropacui o, stropacul", è costituito dal ricettacolo,
una specie di bacca rosso vivo a maturità, contenenti acheni coperti
da radi e rigidi peli. Questo arbusto comprende numerosissime specie quasi
tutte spontanee, come appunto la Rosa Arvensis, canina, agrestis, glauca,
montana, e altre ancora.
Molte le varietà coltivate per
ornamento, originate da varie specie selvatiche nostrane, ed è
proprio la particolare rusticità della pianta, che la fa preferire
come porta-innesto per varietà di rose coltivate; ciò conferisce
alla nuova pianta particolare resistenza alle malattie radicali e alle
carenze organiche e minerali del terreno, rendendone più facile
la coltivazione. Alcune sono sarmentose o rampicanti, altre no.
Petali, sepali e infruttescenze della
rosa canina, si prestano per essere usati in erboristeria e in cosmetica.
Le infruttescenze si possono usare per sciroppi, inoltre, per aromatizzare
vini e grappe o confezionare marmellata o conserva salata: la prima dolce
e profumata, squisita per crostate e crapfen ripieni, la seconda, alla
stessa stregua di un concentrato di pomodoro, per aromatizzare pietanze
a base di selvaggina.
Questa umile e incantevole rosa selvatica
la s'incontra sempre con piacere, tra le nostre siepi di campagna,
ora però, il rinnovato interesse per le cose "antiche",
ce la fa vedere sempre più spesso anche tra le siepi ornamentali
e nei nostri giardini. A Settimo, lungo le "rive" che costeggiano
Via Contessini e in quelle che vi confluiscono, come su altre strade periferiche
di tutta la zona Melon, si possono ammirare per tutta la primavera e l'estate
i bianchi fiori delle rose canine e, in autunno, è possibile assistere
al dondolante e leggero movimento delle loro bacche rosse mosse dal vento.
Si vuole che Carlomagno fosse un cultore
della rosa di macchia, ne portò una pianta in dono alla moglie
dal suo viaggio di rientro dall'Italia dove fu incoronato imperatore
dal papa Leone III. La rosa canina messa a dimora da Carlomagno più
di un millennio fa, ancora vegeta ad Aquisgrana. Il suo diametro, alla
base, è di cinquanta centimetri, mentre l'altezza supera
i trenta metri.
Sono sicuramente le rose i fiori simbolo
del mese di maggio. Non solo quelle sofisticate di parchi e giardini,
o quelle che si comprano dal fioraio, ma soprattutto le delicate rose
selvatiche o di macchia. Un cespuglio verde e spinoso che, in piena fioritura,
si trasforma in una impalpabile nuvola rosa tenue. Forse non tutti sanno
che questo fiore comune in tutta la Penisola è così antico,
che già era sulla terra un milione di anni prima che l'uomo
facesse la sua comparsa. Questo è quanto ci raccontano i fossili.
Poi ci sono le testimonianze delle antiche civiltà, presso le quali
la rosa canina era usata per estrarne essenze e unguenti odorosi. Come
medicinale fu usata da prima dai cinesi, arrivò agli arabi e poi
agli esponenti della Scuola Salernitana, che usò foglie, petali
e bacche per medicamenti impiegati nell'alleviare un'infinità
di disturbi.
La proverbiale resistenza dei rovi al
fuoco è nota da sempre. La pianta non teme il debbio, rigenerandosi
con maggior vigore ogni qualvolta le fiamme deturpino la sua chioma. Una
pianta generosa che cresce molto in fretta e non ha bisogno di particolari
cure. In primavera vi regalerà i suoi bei fiori dal profumo dolce
e delicato, in estate sarà un rigoglioso cespuglio verde, in autunno
le foglie si tingeranno di giallo oro e in inverno avrete l'allegro
spettacolo delle bacche rosse sui rami bruni che, potrete usare anche
per abbellire le vostre composizioni di fiori da mettere in casa.
E, infine, ci piace pensare che sia stata
proprio una rosa di macchia quel "roveto ardente" che il Signore
scelse per parlare a Mosè sull'Oreb. Ecco dalla Sacra Bibbia
il versetto che lo cita.
"Il roveto ardente" "Ora
Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote
di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al
monte di Dio, l'Oreb. L'angelo del Signore gli apparve in
una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco:
il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè
pensò: "Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo:
perché il roveto non brucia?". Il Signore vide che si era
avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: "Mosè,
Mosè!". Rispose: "Eccomi!. Riprese: "Non avvicinarti!
Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai
è una terra santa!". Es.3,1-5.
GLOSSARIO
acido (terreno)
terreno con pH inferiore a 5, di solito
privo di carbonati.
acidofíle
piante che per svilupparsi esigono suoli
acidi.
achenio
frutto secco indeiscente con un solo seme.
acuminato
terminante con una con una punta aguzza
(spina).
alluvionale
formato da depositi lasciati dai fiumi.
amento
infiorescenza, di solito unisessuale,
formata da fiori sessili, a portamento per lo più pendulo (detta
anche gattice).
amplessicaule
foglia la cui lamina, nel punto d'inserzione,
abbraccia il fusto in modo più o meno completo.
Antera
parte superiore dello stame contenente
il polline.
antispasmodico
sostanza chimica che decontrae i muscoli
doloranti, agendo sulla stimolazione nervosa.
antociani
sostanze colorate di rosso, blu, violetto,
disciolte nei vacuoli cellulari.
apicolato
elemento munito di una sporgenza acuta.
apireno
frutto che a maturità è
sfornito di semi.
areale
area di distribuzione geografica di una
specie o gruppo botanico, diffuso in stazioni ove condizioni ambientali
sono favorevoli.
ascellare
organo inserito all'ascella (angolo tra
fusto e foglia) di una foglia o brattea.
asimmetrico
elemento disposto in modo diverso rispetto
a un suo omologo, in rapporto a un asse (o piano) di simmetria.
Associazione
comunità vegetale a composizione
floristica determinata, stabile e in equilibrio con l'ambiente.
assortimenti
tagli di un albero che differiscono (a
seconda che provengano dal fusto principale, dai polloni, o dai rami)
per diametro, lunghezza e qualità.
autoctono
riferito a specie che vive spontanea in
un certo habitat da tempi remoti.
bacca
frutto carnoso, con semi sparsi nella
polpa.
basico (terreno)
terreno che ha pH superiore a 7, ricco
di carbonati.
basifile
piante che per svilupparsi esigono la
presenza di suoli basici.
bechico
calmante delle irritazioni faringee e
della tosse.
bifído
organo diviso in due parti da una intaccatura
piuttosto profonda.
brattea
foglia modificata, di solito con funzione
di protezione; all'ascella porta un fiore o una infiorescenza.
caduco
vedi deciduo
cardiotonico
sostanza che regola l'attività
cardiaca.
carminativo
sostanza che favorisce l'espulsione dei
gas intestinali, bosco di latifoglie, tagliato a periodi fissi, che si
rinnova per pollone.
ceppo
porzione sotterranea, alla base del fusto
degli alberi, che sovente ricaccia polloni.
ciglia
peli disposti lungo il bordo di un organo.
cono
organo conico, cilindrico o sferico,
formato da squame più o meno lignificate a maturità, che
portano tra di loro uno o più semi (detto anche strobilo o pigna).
cupola
dilatazione a coppa, lignificata o membranacea,
che avvolge in parte o completamente il frutto di alcuni alberi (querce,
noccioli).
deciduo
organo che cade dopo aver assolto alla
propria funzione; termine usato comunemente per il fogliame degli alberi
(detto anche caduco).
dioica
pianta che porta fiori femminili su un
individuo e maschili su un altro, separati.
disamara
coppia di noci alate (samare) accostate
e con le ali opposte rispetto di unione; di solito si separano a maturità.
drupa
frutto carnoso che ha il seme avvolto
da uno strato legnoso (nocciolo).
eliofila
pianta che per sviluppassi esige luoghi
ben illuminati.
epicarpo
strato esterno del frutto; lo strato
intermedio è chiamato mesocarpo, e quello interno endocarpo; i
tre strati assieme pericarpo.
escursione termica
è la differenza tra i valori massimo
e minimo della temperatura; E.T. annua è la differenza tra le temperature
medie estreme dell'anno; E.T. diurna, fra il massimo e minimo diurno.
facies
in questo caso, formazione vegetale che
si diversifica dal tipo fondamentale per la presenza di alcune specie
particolari che la caratterizzano.
falcato
curvo come la lama di una falce.
frugale
pianta poco esigente per quel che concerne
la sostanza nutrizionale disponibile.
fogliolina
parte di una foglia composta.
fustaia
bosco in cui gli alberi sono allevati
in modo da far sviluppare il fusto principale.
galbulo
falso frutto delle Cupressacee, di forma
sferica, con squame lignificate o carnose.
ghiandoloso
organo provvisto di ghiandole produttrici
di oli eterei, aromatici o irritanti.
glabro
privo di peli.
glomerulo
infiorescenza composta da fiori sessili
o brevissimamente peduncolati, che formano una sfera (olmo).
golenale (terreno)
fascia compresa tra l'argine e la riva
del fiume, di solito asciutta.
igrofila
pianta amante dell'umidità.
infuso
preparato che si ottiene versando acqua
bollente su parti vegetali, per estrarne sostanze a effetto medicinale.
imparipennata
(detto di foglia) che termina con una
fogliolina e pertanto ha un numero di dispari di foglioline (come l'acacia).
infiorescenza
insieme di più fiori disposti in
modo diverso a seconda della famiglia o della specie.
ipoglicemizzante
sostanza in grado di abbassare il tasso
di glucosio nel sangue.
laciniato
organo suddiviso in sottili e minute frange.
lasso
a portamento molle, allentato; si riferisce
di solito a un'infiorescenza o alla chioma.
latice
sostanza prodotta da vasi laticiferi,
emessa dalle ferite di alcuni vegetali.
lenticelle
lacune nella corteccia attraverso cui
sono possibili scambi gassosi tra i tessuti profondi e l'ambiente estero.
loculicida (capsula)
frutto secco deiscente che si apre a metà
di ciascun scomparto di cui è costituito
masticatorio
principio attivo o sostanza che, masticata,
produce secrezione di saliva.
mellifera
pianta produttrice di nettare, bottinata
dalle api che ne producono miele.
mesofila
pianta legata a condizioni climatiche
medie, senza eccessi.
microterma
pianta che tollera basse temperature.
naturalizzata
pianta introdotta in nuove regioni dove
si è ambientata, riproducendosi spontaneamente.
obovato
a forma d'uovo rovesciato,con la
parte più larga verso l'apice.
oceanico (clima)
clima a umidità relativamente costante,
piogge frequenti ed escursione termica poco marcata.
ombrella
infiorescenza i cui peduncoli fiorali
partono tutti dallo stesso punto.
ovario
parte dell pistillo contenente gli ovuli.
patente
organo disposto perpendicolarmente all'asse
principale.
peduncolo
asse che sostiene fiori o frutti.
pelosetto
ricoperto di radi peli, corti.
pennato
(detto di foglia). Composto da due file
di foglioline che possono essere in numero pari o dispari (come l'acacia).
perfogliato
vedi amplessicaule.
perianzio
insieme di calice e corolla, involucri
esterni del fiore.
persistente
struttura che dura per pi anni.
piano altitudinale
fascia altimetrica con condizioni climatiche
uniformi, caratterizzata da una formazione vegetale predominante.
pistillo
organo femminile del fiore, composto dall'ovario,
dallo stilo e dallo stimma.
polipioidia
caratteristica di un organismo il cui
corredo cromosomico cellulare non si presenta in coppie (2n) di cromosomi
omologhi, bensì questi sono a tre (3n), a quattro (4n) e così
via.
pollonifero
qualità che possiedono molti alberi,
di emettere ricacci dal ceppo basale.
pronube
impollinatore.
pruinoso
si dice comunemente di frutto cosparso
da uno strato di pruina o cera.
pubescente
coperto di peluria, corta e morbida.
racemoso
con l'aspetto di un grappolo.
ricettacolo
dilatazione apicale dell'asse fioraie
su cui si inseriscono le parti del fiore.
riflesso
elemento rivolto in fuori e piegato in
basso.
rinnovamento
capacità di ripristino della copertura
vegetale (bosco) per disseminazione e moltiplicazione vegetativa spontanea.
ripariale
pianta che si sviluppa e vive sulle rive
e sui greti dei fiumi.
rustica
pianta adattabile a qualsiasi condizione
climatica o di terreno.
sepalo
elemento del calice. Deriva dalla trasformazione
di una foglia.
siliceo
che contiene siliceo (Si02) o silicati.
sincarpo
frutto che deriva dalla fusione di diversi
carpelli (foglie modificate che costituiscono l'ovario) concresciuti.
spadice
spiga densa, su asse spesso e carnoso,
avvolta da una brattea detta spata.
sporadico
che si manifesta di rado
stilo
parte del pistillo che sorregge lo stimma
e lo collega all'ovario.
stimma
parte terminale dello stilo che riceve
il polline.
stipite
fusto a portamento colonnare, privo di
rami, con alla sommità un ciuffo di foglie; proprio delle Palme.
strobilo
vedi cono.
succedaneo
sostanza sostitutiva, surrogato.
temperamento
caratteristiche peculiari di ogni specie,
in rapporto alle esigenze climatiche pedologiche e fisiologiche.
tenifugo
che fa espellere la tenia (verme solitario)
dall'intestino.
tepali
elementi fiorali a funzione vessilare,
senza distinzione di calice e corolla, ma tutti uguali.
termofila
pianta legata a condizioni di temperatura
elevata.
tomentoso
con peli densi, lunghi, di aspetto feltroso.
umoso
terreno ricco di humus.
unicefalo
con un solo fiore (o infiorescenza a capolino)
terininale.
unisessuale
fiore o infiorescenza con soli elementi
riproduttivi maschili (stami) o femminili (pistilli).
vermifugo
che provoca l'espulsione di vermi dall'intestino.
verticillati
organi disposti in più di due,
allo stesso nodo del fusto.
LA SIEPE E IL FOSSO NEGLI USI E COSTUMI
CINTESI
"I luoghi della memoria"
In inverni lontani, quando andavo orgoglioso
con le scarpe sfondate ed i pantaloni frusti, rattoppati dietro con i
"tacconi" quasi mai del colore giusto a mimetizzare il "sette",
un tale che la sapeva lunga mi fissò negli occhi dicendomi: "Bocia,
quando che mi gavevo la to età saltavo i fossi par lungo".
Dei tanti grilli che mi giravano in testa, non trovai un luogo dove alloggiare
"l'insegnamento"; adesso che mi servirebbero le sue
conoscenze sulle siepi e sui fossi, per confrontare le mie conoscenze
con la sua saggezza antica, questa reincarnazione locale del "Tremal
Naik" di salgariana memoria, se n'è andato da questo
mondo oramai da molti anni. Voleva mettermi nel "sacco" da
giovane, devo ammettere che vi è riuscito anche adesso, che giovane,
ahimè, non lo sono più.
Quel "tantin de stieluta"
autobiografica, mai misurata abbastanza, se da un lato, rende partecipi
dell'impegno, del coinvolgimento sempre necessario in quel che si
va facendo, dall'altro t'incammina in un turbinio d'esperienze,
di ricordi, di quel vissuto che sta dentro a questo lavoro. "Chiamato
o non chiamato, qualcuno c'è vicino". Qui, su due piedi,
non so dire dove abbia letto questa frase, o dove io l'abbia sentita,
sarà per questo che, ogni giorno che passo davanti al computer,
mi convinco sempre di più d'aver dietro di me l'uomo
dalla saggezza antica. Sarà l'occasione per ripagarlo di
tutti i suoi insegnamenti e dividere così, con lui, la responsabilità
di quanto vado dicendo.
"E, vist che el fouc a le impiat",
non sprechiamo altra "legna" e, inoltriamoci subito negli
usi e costumi locali. Dentro la siepe, per andare oltre, assieme alla
gente cintese. Nell'incamminarci, preghiamo i nostri lettori di
volerci comprendere se in questa parte di trattazione prevarranno le note
"sentimentali" su quelle tecniche.
Nel complesso delle usanze e delle credenze
locali si fa spesso ricorso al costume, nel tentativo di rendere chiaro
quel che chiaro forse non è.
Discorrendo quotidianamente, la nostra
gente campagnola anteponeva i sostantivi casa, famiglia, chiesa, stalla,
campo, fosso, "riva", dando a loro una sorta di precedenza.
Sette fondamenta di un mondo, di una vita,
di uno "stile" di vita, che aveva il suo inizio nella casa
e il suo confine nella "riva". In questa priorità,
fatta di cose come cardine del vivere, sta la difficoltà di "rendere
chiaro quel che chiaro forse non è". Infatti, nell'immaginario
collettivo, il numero sette va ben oltre il puro significato numerico,
assumendone uno più fantastico e magico.
Non sembri strano se per farci condurre
in un mondo dove realtà e sogno, vero e verosimile, scomodiamo
il numero sacro per eccellenza. Per quei pochi che s'incuriosiranno,
aggiungiamo: sette sono i sacramenti e sette i doni dello Spirito Santo,
sette i dolori e le allegrezze della Madonna; sette sono anche i vizi
capitali e l'elenco potrebbe continuare all'infinito, tanto
per i cristiani, quanto per i musulmani e gli ebrei.
Per restare in argomento, sette erano
in origine anche le torri di guardia dell'abbazia benedettina di
Sesto al Reghena. Negli anni '30, proprio un parroco, abate di Sesto,
fu pregato di recarsi con urgenza presso una famiglia di Settimo (in quel
periodo Settimo era sprovvisto di curato) a benedire i bachi da seta falcidiati
dai topi. Il monsignore fece rispondere ad un cappellano, che non si tenne
per sé il commento del priore, costui informò il buon uomo
che entro un'ora il sacramentale sarebbe stato impartito; ma, per
il futuro, contro i "surditi" e le "pantegane"
migliori garanzie si potevano avere tenendo per la casa dei buoni gatti.
Il novello sacerdote, non si limitò
solo ad eseguire gli ordini, ma pensando al viaggio straordinario e scomodo
fuori parrocchia, esternò il suo disappunto, anticipando, forse,
il cambiamento necessario da apportare ai canoni che regolano le cose
sacre. Chiese se gli abitanti di Settimo non fossero per caso battezzati
anche loro. Avutane, è il caso di dire, meravigliata e positiva
conferma, il cappellano lasciò esterrefatto "l'ambasciatore":
"Allora anche quei da Sietin i ze re, sacerdoti e profeti, la benedision
i se la pol dar anca da soi".
Jòj ven dai ciamps; è il
titolo di una poesia del friulano Eddy Bortolussi che trovate in: "Itinerari
poetico-musicali nel Sanvitese" 1998 in ciclostile presso la Biblioteca
di S.Vito al Tagliamento. Di seguito le prime quattro, delle dodici terzine
del componimento, e sotto la traduzione in lingua dalla parlata friulana
di S. Vito:
"Jòj ven dai ciamps/ col
còur di arba alta/ e pras anciamò di seâ./ Se pòssiu
dîvi... Jò soi di tiara viarta e dentri di me al cianta/
un flum di aga clara./ La riva 'a è alta/ e coma un sgrìsul
d'ala/ a' trìmin parsòra i pòi./ Se pòssiu
dîvi.../ Uchì dùciu i fioi/ sidìns pai
ciamps/ a' si batièin bessòi...(...)".
Io vengo dai campi- Io vengo dai campi
col cuore d'erba alta e prati ancora da falciare. Che cosa posso
dirvi... Io sono di terra aperta e dentro di me canta un fiume d'acqua
chiara. La riva è alta e come un brivido d'ala vi tremano
sopra i pioppi. Che cosa posso dirvi... Qui, tutti i fanciulli, in
silenzio per i campi, si battezzano da sé... (...) -.
Sacro e profano s'intrecciano nella
cultura e nella mentalità "popolare" della gente dei
campi, dove le "Colonne d'Ercole" son spesso individuate
nella siepe che, con il fosso, crea un unico limite tipicamente campestre
a delimitare non solo la proprietà, ma uno spazio non misurabile,
infinitamente più intimo e grandioso. È in questo spazio
"chiuso" che ci si sente a casa. Forse, sta in quest'ancestrale
necessità di protezione il luogo dove nascono e s'ingigantiscono
i nostri fantasmi, dove vanno ricercate le nostre ansie e le nostre paure
dell'ignoto.
"Nulla si sa, tutto s'immagina"
amava dire il grande Federico Fellini. Applicando questo concetto "intellettuale"
moderno alla gente dei campi, ci si trova un poco spiazzati davanti allo
stridente contrasto tra cultura contadina, mai sufficientemente decantata,
e la totale mancanza di istruzione delle popolazioni rurali. Una carenza
in grado di trasformare ogni cosa nella più cupa delle immaginazioni
e quasi mai nel suo esatto contrario. A scanso d'equivoci, va detto
subito che, cultura, in questo caso, comprende quel bagaglio di conoscenze,
di regole, di atteggiamenti non scritti, con le quali la gente delle campagne
interagiva con l'ambiente e con le risorse che esso offriva. Tale
bagaglio di "sapienza" non può essere sostituto da
conoscenze create dai codificati metodi didattici; porta del sapere dell'autocoscienza
e dell'emancipazione.
"L'uomo ha una grande plasticità
di comportamento che deriva dal fatto che quasi tutto il suo modo di agire
è di origine culturale -spiega l'etologo Danilo Mainardi-
Questo ci consente di essere buoni o cattivi, di comportarci come crediamo,
ma non è un fatto genetico. L'aver sostituito gli istinti
con l'apprendimento ci consente, se non proprio il libero arbitrio,
una grande varietà di comportamenti. Siamo l'unica specie
in grado di dare un giudizio etico sui nostri atti".
I primi giorni di novembre, a vendemmia
finita e quando ancora la raccolta del granoturco era in corso, alcuni
componenti della famiglia contadina erano destinati alla "riva".
In quell'occasione, chiedere dove si trovasse quel tale componente
del nucleo familiare, la risposta non poteva che essere questa: "Le
drio la riva sora Siut che el taia stanghe". Naturalmente questo
è un esempio, che c'indica subito tre cose importanti, la
prima: come ormai abbiamo imparato a riconoscere, nella parlata cintese
siepe s'identifica con il termine "riva" e così
la chiameremo fino alla fine di questa trattazione. La seconda: la frase
ci propone un toponimo agrario, "sora Siut", assegna esattamente
il nome del luogo dove la riva è collocata, "sora",
sta per sopra, vale a dire vicino, mentre "Siut" è
il corrispondente Veneto del cognome friulano Ciut. La nostra riva segna.
per questo, un confine tra due proprietà e ne delimita con estrema
chiarezza lo spazio e il luogo. La terza indicazione, data dalla nostra
frase, è quella della funzione alla quale è stato destinato
il componente familiare, "el taia stanghe"; si sta occupando
del taglio della riva.
È questa una funzione primaria
della normale "manutenzione" della riva che, come tutte le
funzioni che si svolgono in campagna, ha delle regole codificate dalla
pratica, dall'esperienza e dalla consuetudine. Quattro o cinque
anni sono passati dall'ultimo taglio, la riva ha quindi bisogno
di essere curata in tutti i suoi elementi. La prima operazione non può
che essere quella di preparare la riva, raccogliendo dapprima le foglie,
che nel frattempo si sono andate ammassando sotto gli alberi e gli arbusti,
una volta accatastate sotto il portico di casa, serviranno da ottima lettiera
per il bestiame. Si è così liberata la capezzagna (el rival)
dal soffice tappeto autunnale che, se da un lato rende l'ambiente
della riva romantico e caratteristico, dall'altro non ne agevola
i movimenti e il comodo accesso alle ceppaie.
Questo primo approccio, che va svolto
quasi interamente con il rastrello, dà anche la piacevole occasione
di rinvenire qualche lumaca (sciosi) (Helix aspersa; H. pomatia) già
in sonno per l'inverno, accasate a qualche centimetro sotto il terriccio
molle nelle immediate vicinanze delle ceppaie (soche). Una volta rientrati
per la cena, la quiescenza delle bestiole era bruscamente interrotta.
Tolte le "cappe" e messi due chicchi di sale grosso per ogni
mollusco, s'accostavano alle braci dentro alla stufa, si illudevano
le poverette che fosse giunta anzitempo la primavera, ma era un'illusione
che durava un attimo. Neanche il tempo di friggere (sizola) per qualche
istante e finivano come antipasto nello stomaco del contadino. Una pietanza
servita oggi nei ristoranti a quattro stelle, dove il solo mettere le
ginocchia sotto i tavoli, costa fior di quattrini e la prenotazione è
d'obbligo con un mese d'anticipo. La scomparsa quasi totale
delle stufe a legna, ha reso anche la vita delle chiocciole un poco più
serena. (La pratica è, lo stesso, ancora in uso presso di chi pratica
la campagna e le sue tradizioni e cuoce fortunatamente a legna).
Desueta, invece, è la pratica di
ingoiare vivi due o tre lumaconi (slacais) (Limax agrestis) con la speranza
di risolvere un'ulcera gastrica. Simili "stomaci", che
una volta si curavano con tali "rimedi", non potevano certo
temere per una semplice ulcera, o una banale gastrite se dotati del coraggio
di ingoiare vivi tali molluschi. Erano, però, i tempi in cui i
salassi si praticavano applicando sul paziente le sanguisughe (sanguete)
(Hirudo medicinalin), e l'Helicobacter Pylori, che si associa al
malanno e alle sue complicanze, benché noto da moltissimi anni,
si combatte con efficacia attraverso un farmaco venutoci in aiuto solo
recentemente.
Lungo la riva, il lavoro continua con
il togliere, meglio sarebbe dire "estirpare" i rovi (roie)
(Robus fruticosus; R. ulmifolius). L'approccio, sempre fastidioso
alle spine "spini", va fatto con la roncola a manico lungo
(qualche metro), aiutandosi all'occorrenza "col rampin":
un lungo ramo usato dalla parte della cima, dove un rametto accorciato
all'estremità opposta serve per "ancorare" i
rovi e poterli trainare (strasinar), senza danni per le mani, nei luoghi
di raccolta dove attenderanno la sera del cinque di gennaio per ardere
sulla "casera".
|