SIEPI E DINTORNI

E NEGLI USI E COSTUMI CINTESI

a cura e di

MARIO MIORIN

Edizioni Proloco di Cinto Caomaggiore

indice e immagini in preparazione

 

 

 

A Giuseppe Campagnolo "Beppino", che prima di volare via, ha diviso con me il piacere di guardare dall'alto "I luoghi della memoria"

Mario

           


Testi: Mario Miorin, Monica Saronni, Fabrizio Scalon, Giampaolo Muzzin, Angelo Liut, Federico Correale, Raffaele Spinelli.

Illustrazioni e disegni: Loris Pancino, Piereugenio Cuzzuol, Tiziano Stefanuto, Gianni Diamante, Elisa Pellegrini, Giorgia Vecchies.

Ricerche tematiche: Dario Bertolo, Mauro Gabbana, Glauco Zancai.

Consulenza tecnica: Adriano Daneluzzi, (agraria ed agrofaunistica), Fabrizio Scalon, (biologia ed entomologia), Emanuele Pavan, Gianfranco Campanerut, (stufe e caldaie a legna).

Video-impaginazione: Fabio Pivetta.

Coordinatore e curatore: Mario Miorin.

 

Si ringrazia Ezra Pavan per la concessione della poesia inedita "Fosso natio" pubblicata a pagina 158

In copertina: Rosa canina, Fotografia di Mario Miorin.

 

© 2001 Proloco di Cinto Caomaggiore, Via Roma, 76 - 30020 Cinto Caomaggiore (VE). Per la riproduzione anche parziale dei testi occorre citare la fonte.


 

LA PRO LOCO PER LA STORIA E L'AMBIENTE

Questa pubblicazione s'inserisce tra le scritture che l'Ente Locale di Promozione Territoriale ha dato alle stampe negli ultimi anni nell'intento di valorizzare l'ambiente paese, con le sue peculiarità, la sua storia, i suoi usi ed i suoi costumi.

L'interesse verso l'ambiente, le sue interazioni con l'uomo, le attività che in esso si svolgono danno l'occasione di ripensare alle nostre origini, per meglio definire il presente ed il percorso davanti a noi.

Poche centinaia di anni sono passati da quando la Serenissima (1776) prende coscienza della situazione in cui versa l'intero comparto agrario. È questa dei lagunari una preoccupazione più economica che sociale. Di fatto, un movimento di opinione non tardò ad impadronirsi del problema. I governanti di Venezia alle prese con un bilancio statale pesante in cui la voce importazione, soprattutto di animali, diventava ogni anno più gravosa. "L'affare dei bovi", cioè l'allevamento, la produzione cerealicola, il miglioramento delle condizioni della vita in campagna, gelsi e bachi da seta, pascoli, boschi, pensionatico, diventavano argomenti di discussione corrente anche tra i nobili.

Intanto nelle campagne si continuava a vivere nella miseria, nell'abbrutimento e nell'ignoranza. Coltivazioni tecnicamente arretrate avevano reso l'agricoltura un settore di sopravvivenza che andava a riflettersi nelle casse dello stato.

Fu una ducale del 10 settembre 1768 a invitare con sollecitudine le Accademie "Agrarie" ad abbandonare gli studi letterari per interessarsi di argomenti pratici e di pubblica utilità.

Nel trentennio che va dal 1768 al 1797 sorgono e vivono, più o meno attivamente, diciannove accademie agrarie: Bassano, Bergamo, Belluno, Brescia, Cefalonia, Conegliano, Udine e le restanti, nei più grossi centri dei possedimenti veneziani.

Pare certo che, uno degli animatori dell'Accademia Agraria di Cefalonia, sia stato proprio quel cintese tale Paolo Trevisan (1772), che da colà rientrò dopo aver svolto la carica primaria di Prefetto. Ne parla esaurientemente lo stesso Miorin in "S Gaetano" pg 38.

Da questi fatti, molta acqua è passata anche sotto i ponti della nostra cara Venezia, e i contadini non sono più l'ultimo gradino della scala sociale e la vita in campagna è ora degna di essere vissuta, sia sotto il profilo ambientale, sia sotto quello economico e sociale.

È per questo doveroso rispetto delle nostre origini, alle fatiche sopportate dalla nostra gente dei campi, che la Pro Loco di Cinto Caomaggiore è impegnata a diffondere il patrimonio culturale di generazioni di cintesi. Un patrimonio alla base del nostro quotidiano, un patrimonio che segna anche la via maestra del nostro futuro. Un futuro che si auspica ricco di siepi, ma anche dei suoi dintorni.

Giuliano Franzon

Presidente Pro Loco di Cinto Caomaggiore

 

PRESENTAZIONE

Al suo esordio come scrittore Mario Miorin subisce il fascino della novellistica, lo si evince con chiarezza sfogliando "Scarpe gialle e altre tracce" e "La neve e il Sahara": i suoi primi due lavori di narrativa. Soltanto più tardi decide di tentare la strada dell'intreccio storico-narrativo con "S. Gaetano" e "Nini", per continuare ora con questo "Siepi e dintorni", che racchiude in se molte tematiche letterarie che spaziano dal costume alla tecnica, dalla narrativa alla saggistica.

Ne parlo con soddisfatta complicità, avendo l'autore recepito il senso di una lunga chiacchierata sugli usi e costumi locali.

A distanza di qualche anno da quell'incontro, che ci aveva condotto a percorrere un viaggio a ritroso ricco di riflessioni e paragoni sui tempi e sui cambiamenti della nostra comunità, mi trovo tra le mani il lavoro finito. Naturalmente Mario non è riuscito a trattenersi, anzi ha trasformato i ricordi in un'opera poliedricamente completa, spaziando molto, toccando diverse tematiche, costringendomi ad immedesimarmi nel suo rappresentato letterario.

Esperienze comuni mi uniscono al curatore di questo lavoro, che mi fa rivivere non senza nostalgia gli anni del "Brolo" di don Linguanotto a Settimo, il "Ci-be" e i fossi gelati percorsi dalle nostre rudimentali slitte. Un tempo in cui tutti ci conoscevamo per nome, cognome e soprannome, divisi in bande, per far di tutte una banda sola, la banda dei "selvaggi di Settimo".

È questo il mondo del narrare di Miorin, che trae le sue origini nell'infinita cultura paesana e contadina della nostra gente. Da questo mondo, Mario ci propone personaggi come "Gigi" Vaccher, Graziano del Rizzo, Aldo Bei, Luciano Cesco e Angelo Cesselon ed altri ancora; fino a rivestire di dignità quasi "umana" un fosso ed una riva, che troviamo qui in "Siepi e dintorni".

Pare questo un pretesto (anzi lo è) per condurci in un mondo, per proporci una riflessione sulle interazioni tra uomo ed ambiente, tra uomo e tradizioni. Sta nella natura delle cose che questo mondo non ci sia più, che questo mondo sia scomparso.

Forse questo è un modo di dire comune, che non rende, però, certo giustizia all'incedere del tempo, perché questo mondo non è un mondo scomparso, ma semplicemente passato. Un mondo che rivive per

merito di persone come Mario Miorin. Un mondo che sta alle fondamenta del nostro presente, del nostro futuro e del nostro saper interagire e gestire il territorio, con la nostra gente, con i suoi usi e con i suoi costumi.

C'è in fine un secondo motivo di soddisfazione che credo vada rilevato in questo libro, l'aver saputo coinvolgere alcune persone per affidare ad esse la trattazione di argomenti specialistici nelle singole materie. È il caso della dottoressa Monica Saronni che qui ha trattato l'aspetto poetico, il biologo Fabrizio Scalon per gli insetti della siepe. Il cintese Giampaolo Muzzin che da apicoltore ci ha accompagnato nel mondo delle api, Angelo Liut per i regolamenti di polizia rurale e Adriano Daneluzzi per la consulenza tecnica in materie agro-faunistiche.

A quanti hanno fornito le illustrazioni e i disegni che corredano il testo: Loris Pancino, Piereugenio Cuzzuol, Tiziano Stefanuto, Gianni Diamante, Elisa Pellegrini e Giorgia Vecchies. A quelli che pur non comparendo in questo lavoro, hanno dato il loro indispensabile contributo affinché il libro fosse dato alle stampe. A tutti va il mio personale ringraziamento e quello dell'amministrazione comunale di Cinto Caomaggiore.

Luigi Bagnariol

Sindaco di Cinto Caomaggiore


INTRODUZIONE

DI MARIO MIORIN

Con il termine biosfera intendiamo lo strato sottilissimo occupato da tutti gli esseri viventi, che circonda, senza fine di continuità o quasi, il pianeta terra.

La consistenza quantitativa (spessore) e qualitativa (complessità) della vita nei vari punti della biosfera dipende dalla combinazione locale di molti fattori. Semplificando, si può affermare che essa è il risultato dell'interazione degli esseri viventi tra loro e con una serie di fattori fisico-chimici quali luce e calore, acqua, anidride carbonica e sali minerali.

Nei mari, ad esempio, la vita si trova negli strati più superficiali delle acque, in una situazione tanto ideale quanto povera di stimoli. Ragionando su scala planetaria, la complessità della biosfera marina è regolata dalla luce. Con l'estinguersi della luce con il crescere della profondità, non presenta grandi variazioni. Sulle terre emerse lo spessore della biosfera dipende invece, essenzialmente, dall'impalcatura di cellulosa che le piante riescono a costruire e da cui tutti gli altri esseri viventi ricavano sostegno e nutrimento. Qui il fattore limitante di notevole importanza è la disponibilità d'acqua.

Un efficace esempio si ha nella foresta pluviale tropicale: in presenza di abbondanti precipitazioni costantemente distribuite per tutto l'arco dell'anno, si giunge ad un'assenza pressoché completa di fattori limitanti lo sviluppo vegetale.

Estrapoliamo queste considerazioni da un ragionamento più ampio disseminato lungo tutto il lavoro, le quali c'introducono d'un fiato nel nostro mondo fatto d'acqua, di alberi ed arbusti e di animali.

Nella nostra epoca l'albero è il simbolo di quelle risorse naturali che l'uomo moderno deve imparare ad amministrare con saggezza.

I secoli dello sviluppo scientifico e tecnologico hanno coinciso con le più estese distruzioni di foreste che la storia della terra possa ricordare. L'episodio di questo genere più impressionante, per la quantità e qualità di patrimonio naturale distrutto e per la brevità di tempo impiegato (pochi decenni), è senza dubbio la distruzione della foresta che ricopriva la metà orientale degli Stati Uniti. Del milione e più chilometri quadrati di foresta oggi restano frammenti che assommano a non più di cinquemila chilometri quadrati, in condizioni tali, comunque, da costituire un ricordo del suo stato primitivo.

Da noi, in Europa, nei due ultimi conflitti mondiali e nell'instabilità politica ed economica che n'è conseguita, abbiamo assistito alla sparizione d'importanti lembi del nostro patrimonio forestale. Di esso rimangono tracce nel vicino Bosco del Cansiglio e nella "foresta" di Tarvisio al confine con l'Austria. Solo per citare alcuni esempi nostrani; ma, non vogliamo dimenticare la Foresta Nera germanica nel Baden, dalle sue risorgive nasce il Danubio, o le imponenti distese di alberi della Siberia e quegli spicchi rimasti qua e là tra le nostre nazioni a ricordarci un passato ricco di alberi e di leggende.

In scala proporzionale, nel Veneto Orientale e nel cintese, l'opera dell'uomo non causò danni minori. D'obbligo ricordare la Foresta Patriarcale aquileiese, di cui Cinto vantava il possesso in un tempo non lontanissimo, fonte d'approvvigionamento di legname per i patriarchi di Aquileia prima e per la Serenissima dopo.

Da queste considerazioni, nasce, forse, la riscoperta dell'albero come patrimonio per l'Uomo e fa dire a sua santità Giovanni Paolo II: "Così come gli alberi, anche gli uomini hanno bisogno di radici ancorate nella profondità". Ed è forse questa "profondità", che sta alla base del nuovo interesse per gli alberi che tende a far ritornare nelle nostre campagne quell'aspetto che a noi era familiare.

Fino ad un cinquantennio fa la nostra campagna era stata caratterizzata da una diffusa presenza d'alberi piantati tra i campi. Una coltivazione di siepi -rive-, abbondantemente estesa anche lungo tutti i corsi d'acqua, siano stati questi naturali che artificiali; consuetudine che si ripeteva lungo tutta la rete stradale, tanto pubblica quanto interpoderale, di regola bordata da alberature trattate a capitozza, potate in pratica a qualche metro dal suolo. Nel suo complesso, il sistema delle siepi di campagna aveva una densità ragguardevole, non di rado superiore anche a 200 metri quadrati per ettaro.

Le funzioni svolte dalle siepi campestri erano, e lo sono anche ai nostri giorni, sia pure per motivi diversi, di gran rilievo tanto per l'economia rurale, quanto per la corretta gestione del territorio. Nella prima metà del secolo passato si guardava alla siepe quale fonte produttiva di legna da ardere, unica energia disponibile per la cottura dei cibi e per il riscaldamento delle nostre case. Comune era l'impiego di siepi il cui fogliame era usato come foraggio per gli animali domestici (olmo campestre) e per il baco da seta (gelso). Notevole importanza aveva anche il sostegno delle viti, in questo caso, maritate ad alberi che ne fornivano il sostegno (tutori vivi) e delle rive dei corsi d'acqua. Non ultime venivano in ordine d'importanza la delimitazione e la difesa della proprietà, l'ombreggiatura delle strade e la protezione dal vento.

Le siepi più complesse e produttive erano, e lo sono ancor oggi, quelle che bordano i corsi d'acqua naturali, ed in maniera minore quelli artificiali: a Cinto Caomaggiore è evidente il caso del Reghena Nuovo -Canal novo-, al confine con Sesto al Reghena ed il comune di Gruaro. Le sponde di questo canale sono cementate e completamente, o quasi, prive di vegetazione. Queste siepi erano strutturate su due, tre o anche quattro piani di vegetazione (arbusti, alberi a ceppaia, alberi a capitozza, alberi ad alto fusto) ed erano organizzate in sistemi multifilari larghi anche 10-15 metri. È questa la disposizione della siepe lungo il nostro Caomaggiore. Le siepi erano molto apprezzate dalle popolazioni rurali, che vi trovavano piante commestibili, officinali e piccoli frutti; esse costituivano un habitat ideale per molte specie di animali.

L'evoluzione economica, sociale, culturale e tecnologica degli ultimi decenni ha messo in crisi i tradizionali usi delle siepi e delle alberature: si pensi a come il miglioramento delle condizioni economiche abbia permesso di sostituire la legna da ardere con i combustibili fossili, o a come l'evoluzione della viticoltura abbia reso del tutto superata la coltivazione delle viti maritate agli alberi tutori. Queste mutate condizioni socioeconomiche hanno dato inizio alla distruzione generalizzata del sistema delle siepi campestri a partire dalla fine degli anni 50, non solo nel nostro paese, ma anche nel resto della penisola.

Un peso importante nell'eliminazione delle siepi va ricercato nei nuovi criteri di gestione e meccanizzazione dell'agricoltura e alla trasformazione della rete viaria di campagna, con il sistematico allargamento delle strade. Una somma di fattori che ha portato in un cinquantennio alla scomparsa fin quasi al 90% delle siepi campestri e quelle che oggi restano tra i nostri campi o lungo i nostri corsi d'acqua si presentano in condizioni regressive (discontinuità di copertura, generalizzato invecchiamento, presenza di specie infestanti, ecc.). Questi sintomi denotano una totale perdita d'interesse da parte dei proprietari.

Da qualche anno però, assistiamo ad un'inversione di tendenza dovuta sia ai risultati di molti studi e ricerche condotti in Italia e in Europa che hanno dimostrato l'utilità delle siepi sotto il profilo ecologico ed ambientale, sia ad alcuni Regolamenti comunitari che tendono a favorire l'introduzione delle siepi nelle campagne.

 

LE SIEPI, UN GRADITO RITORNO

Nel 1992, la Comunità europea varò una profonda riforma della politica agricola comune, (la cosiddetta pac) che prevedeva il riconoscimento del valore ambientale e sociale dell'agricoltura e la conseguente decisione di remunerare i servizi che l'agricoltura svolge a favore della comunità. Con le cosiddette "misure di accompagnamento alla riforma della pac" (Regolamenti n. 2078/92 e n. 2080/92) venne per la prima volta dato un valore a tutto ciò che caratterizza l'ambiente ed il paesaggio delle campagne europee, comprese le siepi campestri. Si riconobbe per la prima volta in maniera esplicita che l'agricoltura oltre a produrre beni, produce anche servizi e che questi, al pari dei primi, vanno remunerati.

Se nel passato gli aspetti paesaggistici, l'acqua pulita, lo spazio per la fauna selvatica, ecc. erano dei "sottoprodotti" dell'agricoltura, qualcosa che era prodotto involontariamente e senza importanza per chi lo produceva, dopo la riforma della pac del 1992, ambiente, natura, paesaggio sono diventati dei veri e propri "prodotti". Ogni agricoltore da allora ha la possibilità di scegliere diverse strade per garantire alla propria azienda un reddito sufficiente: può esasperare la produzione oppure la può contenere ed indirizzare verso forme più compatibili con la conservazione del paesaggio, dell'ambiente, della natura, delle tradizioni. Le linee guida della riforma della pac del 1992 sono state riprese e consolidate in "Agenda2000", all'interno del "Programma di sviluppo rurale", che fissa gli obiettivi futuri della politica agricola dell'Unione europea.

In questi mesi, le nostre Regioni stanno predisponendo i "Programmi di sviluppo rurale", il documento di programmazione economica e finanziario, che dà attuazione ad una parte di "Agenda 2000". Dopo il vaglio della commissione europea, a partire dal 2000 i "Programmi di sviluppo rurale" sostituiranno numerosi regolamenti con i quali molti agricoltori e proprietari di terreni agricoli si erano familiarizzati. Per quanto riguarda le siepi campestri, essi conterranno le nuove norme e procedure riguardanti i finanziamenti relativi all'impianto ed alla conservazione delle siepi, fino ad oggi contenute nella Misura D del Reg. Cee 2078/92 (ed in qualche Regione anche nel Reg Cee 2080/92).

Tutti coloro che possiedono già delle siepi campestri o che intendano piantarne di nuove potranno informarsi su quanto previsto dai "Programmi di sviluppo rurale" presso le sedi delle associazioni di categoria degli agricoltori o presso gli uffici regionali competenti in materia di agricoltura (ex Ispettorati agrari).

 

PRIMA DELLA MESSA A DIMORA DELLE SIEPI:
ALCUNE NORME DA RISPETTARE

Prima della messa a dimora delle siepi occorre conoscere la distanza da rispettare dai confini e dalle strade.

Una serie di norme contenute nel Codice civile determina le distanze minime dai confini che devono essere osservate nelle piantagioni di alberi e nella realizzazione di siepi interposte tra fondi appartenenti a proprietari diversi. Gli articoli del Codice civile che si riferiscono a questo argomento vanno dal n. 892 al n. 896.

Prima di procedere alla messa a dimora delle piante che formeranno la nuova siepe è però opportuno accertare l'esistenza di regolamenti ed usi locali che impongono il rispetto di misure e norme diverse. Gli accertamenti vanno effettuati presso gli uffici tecnici del Comune in cui si trovano i terreni. Per il Comune di Cinto Caomaggiore queste norme sono raccolte nel "Regolamento comunale di polizia rurale", che in questo lavoro è pubblicato integralmente in 1° appendice. Angelo Liut, invece, con il titolo "Un paese, due civiltà" metterà in relazione le norme attuali con le norme del primo strumento normativo che si conosca in materia di polizia rurale del comune di Cinto, che data 1935.

L'articolo 892 del Codice civile dispone che gli alberi di alto fusto (1) devono essere piantati ad una distanza pari o superiore ai 3 metri dal confine, gli alberi di non alto fusto (2) a 1,5 metri; le viti, gli arbusti, le siepi vive e le piante da frutto di altezza non superiore ai 2,5 metri (3) devono essere mantenuti a non meno di 0,5 metri dai confini. Fanno eccezione alcune particolari piante, quando sono usate per la formazione di siepi: per ontano, castagno o altre simili, che si tagliano periodicamente vicino al ceppo, la distanza deve essere di 1 metro (4), per le piante di robinia di 2 metri (5). La distanza si misura dal confine fino alla base esterna del tronco al momento dell'impianto o fino al punto dove è stato collocato il seme. Se il terreno è in pendio la distanza si misura prolungando verticalmente la linea di confine e tracciando la perpendicolare fino al tronco; per gli alberi inclinati si considera come punto di riferimento la base del tronco.

Le distanze sopraindicate non devono essere ossservate se sul confine esiste un muro divisorio proprio o comune, purché l'altezza delle piante sia mantenuta più bassa o pari alla sommità del muro (6). Se invece il muro è di proprietà del vicino, si devono rispettare le distanze legali.

La legge, pur essendo sufficientemente chiara, può tuttavia dare adito a dubbi interpretativi riguardanti in particolare modo la definizione di alberi ad alto fusto: l'articolo 892 indica come tali tutti gli alberi il cui fusto arriva ad una altezza notevole, come noci, castagni, querce, pini, cipressi, olmi, pioppi, platani e simili, senza dare un'altezza precisa. Invece gli alberi di non alto fusto sono individuati in quelli i cui rami si diffondono per un'altezza non superiore ai 3 metri. Da questo si deduce che gli alberi di alto fusto possono essere considerati quelli il cui fusto presenta uno sviluppo in altezza superiore ai 3 metri. Quanto esposto vale anche per gli alberi che s'impiantano presso strade, canali e sul confine di boschi, se di proprietà privata; per la pubblica proprietà esistono leggi apposite.

In base all'articolo 894 il mancato rispetto delle distanze autorizza il vicino a richiedere e ottenere, sia per gli alberi piantati sia per quelli spontanei, l'estirpazione totale in quanto il solo taglio non preclude la rivegetazione.

Le distanze dalle strade pubbliche.

In forza di quanto disposto dall'articolo 16 del nuovo Codice della strada, approvato con legge 13 giugno 1991 n. 190, e dall'art. 26 del relativo regolamento applicativo, fuori dai centri abitati, per le strade pubbliche, la distanza dal confine stradale da rispettare per impiantare alberi non può essere inferiore alla massima altezza raggiungibile per ciascun tipo di essenza giunta a maturità e comunque non inferiore a 6 metri (7).

Sempre fuori dei centri abitati, le siepi vive tenute ad altezza non superiore a 1 metro, potranno essere piantate lungo le strade ad una distanza non inferiore ad 1 metro (8). Le siepi di altezza superiore ad 1 metro potranno essere piantate ad una distanza non inferiore ai 3 metri (9). Le ceppaie costituite da essenze con uno sviluppo vegetativo che raggiunge e supera i 6 metri (platano, robinia, carpino nero, ecc). dovranno distare dal confine stradale non meno di metri 6 (10).

Per quanto riguarda le distanze da osservare negli impianti di siepi alberate od altre, lungo le curve delle strade, le disposizioni del nuovo Codice della strada e del relativo regolamento attrattivo sono di assai dubbia interpretazione. In attesa quindi dei necessari chiarimenti dobbiamo in questo lavoro limitarci a raccomandare ai possessori dei terreni confinanti con le sedi stradali di non effettuare impianti che tolgano o diminuiscano la piena visibilità in curva ai veicoli che percorrano le strade stesse, allo scopo di evitare incidenti che coinvolgerebbero i responsabili degli impianti.

QUATTRO PASSI DENTRO LA SIEPE

La rapidità dei cambiamenti che la nostra civiltà impone, ci obbliga quasi tutti i giorni a rinunciare a qualcosa; rinunce a volte accettate con disarmante indifferenza. Gli studiosi di cose degli Uomini, guardando al secolo appena passato, si premurano di farci sapere che se una cosa è morta nel ventesimo secolo, questa è la civiltà contadina. Un processo che pare irreversibile, ma che per nostra fortuna, così proprio non è.

Però, se i sociologi si affannano a stendere un drappo nero sopra una civiltà, qualche buona ragione si dovrà pur trovare. Questo lo facciamo con l'aiuto di Antonio Zanon, gran pensatore e industriale udinese coetaneo di Giambattista Tiepolo (con cui ha in comune gli anni di nascita e di morte 1696-1770). Di origine borghese Antonio Zanon, era figlio di un commerciante di tessuti di seta, naturalmente orientato ad analizzare e a risolvere i problemi di carattere economico. Trasferitosi a Venezia per produrre tessuti di seta, cosa che non gli era riuscita in quel di Udine. Zanon mantenne costanti rapporti con il Friuli del quale costatava, da uomo esperto e attento economista, le condizioni di arretratezza economica e sociale, come si ricava dalle precise descrizioni che ci ha lasciato nel suo imponente epistolario. Nelle lettere agli accademici di Udine ed in particolare in quelle con Fabio Asquini di Fagagna, egli descrive i contadini che non coltivano la patata perché temono di danneggiare le colture vicine o hanno schifo dei bachi da seta e le donne che muoiono senza aver assaggiato mai nemmeno un frutto o un bicchiere di vino, che erano tutti del padrone. Se è questa la civiltà contadina che danno per morta, allora dobbiamo rallegrarci.

Disporre della macchina del tempo per un viaggio a ritroso sarebbe forse una delle avventure più straordinarie, guardare con i nostri occhi com'era il mondo attorno ai nostri vecchi. Un sogno, che come tutti i sogni ci riporta alla nostra condizione umana. Noi ci limitiamo a dare uno sguardo che spazia si nel passato, ma che si ferma con obbligo a quello che riusciamo meglio a capire, lasciando alla fantasia il compito d'immaginare le fattezze di un mondo che in buona misura abbiamo contribuito a far scomparire.

Un mondo che pareva non esistere più: ma questo mondo, che ci sta tanto a cuore e che è materia del nostro dire, torna ad essere riproposto con nuove e più concrete argomentazioni. Oggi, si guarda alle siepi di campagna motivando la loro presenza tra i campi con ragioni assai diverse da quelle del passato. Com'è logico pensare, ci sono molti fattori alla base della richiesta di un diffuso ritorno degli alberi tra i campi, oltre al riconoscimento del valore economico previsto dalle misure d'accompagnamento alla riforma della Pac del 1992 e confermate da "Agenda 2000".

Un primo beneficio di questo nuovo modo di guardare alla campagna si è avuto nel comune di S. Stino di Livenza. In questo territorio è in atto oramai da anni il rimboschimento di una parte consistente di terreno che già sta assumendo l'aspetto di un vero e proprio bosco di pianura. Altri e più eclatanti esempi si potrebbero fare per il resto della provincia di Venezia e per il vicino Friuli. Occupandoci però di cose più domestiche, queste ci fanno subito affermare che si possono individuare quattro ottime ragioni alla base del nuovo interesse nei riguardi delle siepi.

La prima va imputata ad una più attenta cultura mirante alla conservazione dell'ambiente: la campagna, come il resto del territorio, deve essere ospitale sia per l'uomo sia per la vita selvatica; l'agricoltura deve ridurre il suo impatto ed essere praticata con tecniche sostenibili che guardino al lungo periodo, va da sè che qui s'inserisca l'uso di fonti energetiche rinnovabili come il legname.

La seconda s'individua nella diversificazione dell'uso del territorio: le aziende agrifaunistiche, i maneggi, la pesca sportiva e l'agriturismo e, più in generale, quelle attività legate al tempo libero della campagna, accrescono il suo valore naturalistico e paesaggistico. Senza dimenticare gli aspetti economici che da loro derivano.

La terza si ricerca nella giusta evoluzione tecnologica: tutta una serie d'innovazioni si sono venute affiancando negli ultimi anni. Molte di queste vedono il legno come rinnovato elemento o complemento, non solo quale sostituto di materie sintetiche, ma anche come fonte d'energia rinnovabile.

La quarta ragione è il progresso della ricerca scientifica: la ricerca scientifica ha messo recentemente in evidenza l'importanza delle siepi nel campo della lotta biologica e integrata, nella difesa delle colture dagli stress climatici e nella difesa delle acque superficiali da inquinamenti dovuti ad eccessi di fertilizzanti.

 

UNA SIEPE MOLTE FUNZIONI

Molte sono le funzioni che attualmente si riconoscono alle siepi di campagna, anche se alcune di esse si discostano da quelle che originariamente avevano dato vita al suo impianto, ma che con queste sono concatenate. Tra quelle che elencheremo, ne richiamiamo subito una che nel passato, a buon diritto, giustificava in gran misura il suo impianto: la produzione della legna da ardere. Un prodotto che torna a mostrare tutta la sua valenza economica, anche a merito di nuove tecnologie di sfruttamento, tanto nella fase di crescita delle piante quanto in quella di sfruttamento del prodotto.

È' il caso della legna destinata a produrre calore, tipicamente per le unità abitative o produttive rurali. Un uso che si richiamerà con più forza tra quelli che compaiono in questo lavoro, giustificato dall'estremo interesse economico -si tratta senza dubbio del prodotto della siepe più direttamente commerciabile o comunque di valore sempre quantificabile-. Da questa considerazione alla base degli antichi sistemi agroforestali che hanno dato vita alle siepi, possono essere individuati altri fattori non meno importanti, che per motivi di praticità raggrupperemo, suddividendoli in sei grandi categorie; riservando il sesto, per una prova pratica di taglio meccanizzato in campo aperto, realizzata da: Raffaele Spinelli del CNR Istituto per la ricerca sul legno di Firenze e da Federico Correale di Veneto Agricoltura a cura di Veneto Agricoltura Azienda Regionale per il settore Agricolo, forestale e Agro-Alimentare.

1) Funzioni Produttive: produzione di legna da ardere, paleria e legname, di miele e altri prodotti delle api. Produzione di selvaggina, di chiocciole, ecc.; produzione di piccoli frutti, di piante alimentari ed officinali; produzione di funghi.

2) Ecologiche: creazione di habitat per pronubi ed ausiliari (animali che favoriscono l'impollinazione delle piante); creazione di habitat per la fauna selvatica. Modificazione del clima a livello locale; ombreggiamento dei corsi d'acqua, assorbimento dell'anidride carbonica atmosferica.

3) Protettive: consolidamento delle rive dei corsi d'acqua; regimazione idraulica nei terreni collinari e montani, difesa della proprietà.

4)Igieniche: difesa dal rumore; difesa dalle sostanze inquinanti prodotte dal traffico.

5)Estetico-ricreative: abbellimento del paesaggio; creazione di occasioni di svago (raccolta di piccoli frutti, attività venatoria, ecc.); possibilità di effettuare osservazioni naturalistiche.

6)Utilizzazione razionale della legna nelle siepi campestri: l'esperienza di un cantiere dimostrativo a Montecchio Precalcino in Provincia di Vicenza.

Al riguardo degli aspetti biologici integrati nelle funzioni ecologiche della siepe, verrà dedicata un'apposita trattazione sugli insetti a cura di Fabrizio Scalon.

Alcune delle funzioni elencate rivestono da sole, o in associazione con altre, di motivarne il reimpianto in maniera diffusa e più confacente ai moderni criteri di gestione del territorio. Ecocompatibilità, un termine che si va diffondendo sempre più, nel suo uso e nel suo abuso, anche in campo agricolo e che, non sempre ha prodotto quei benefici desiderati e dati per migliorativi. Fattori ambientali, economici, sociali e culturali, interagiscono con questo mondo fatto di sottili equilibri in grado da soli di trasformarsi in eventi quasi mai giustificati e che hanno permesso per il passato di togliere alla campagna quell'aspetto tipicamente campagnolo, che l'aveva caratterizzata per tanti decenni. Come sempre accade però, la natura si riprende quello che gli appartiene portando a termine le sue vendette con fredda lucidità dandoci l'opportunità di fare una seria riflessione sul nostro agire.

Divagazioni? Forse, non per farci prendere la mano, ma per permetterci di affermare che le funzioni primarie delle siepi variano da luogo a luogo, proprio in virtù di quanto sopra considerato. Guardando oltre cortile, in molte parti della Francia o dell'Inghilterra è l'interesse per la tutela del paesaggio a motivarne la conservazione e là dove le siepi avevano lasciato lo spazio a coltivazioni intensive, si procede al loro reimpianto.

In Scozia, Irlanda e Danimarca è la necessità di difendere le coltivazioni dal vento. Ed è per contrastare la negativa azione eolica sulle coltivazioni agricole che si concentrano gli sforzi di gruppi, associazioni e amministrazioni, interessate al loro ritorno tra i campi.

Come si è fin qui visto, molte sono le funzioni delle siepi; nell'impossibilità di trattarle tutte in maniera estesa in questa sintetica Guida, di seguito ne analizzeremo alcune ritenendole tra quelle più importanti. Cominciamo con le funzioni produttive.

 

FUNZIONI PRODUTTIVE

Riguardano tutti i beni materiali prodotti dalle siepi campestri: la legna da ardere, i pali e le bacchette, il legname da lavoro, i frutti e le piante commestibili, le piante officinali, la selvaggina, i funghi, il nettare bottinato dalle api, ecc. Tra i prodotti della siepe si possono individuare senza indugio quelli che hanno un valore economico per chi li produce, nel senso che il produttore se ne può riservare la raccolta, traendone un valore subito vendendoli, o riservandoli per l'autoconsumo. Altri prodotti invece non hanno nessun valore economico per chi li produce, perché leggi e tradizioni permettono anche ad altri di appropriarsene. Nel primo esempio troviamo la legna da ardere, nessuno si sognerebbe mai di andarsela a procurare tagliandola nelle siepi altrui. Nel secondo caso troviamo la selvaggina, i funghi, le more e le piante officinali e commestibili.

Questa distinzione è importante perché, se i proprietari avessero la possibilità di riservarsi la raccolta di tutti i prodotti delle proprie siepi, il loro interesse a conservarle o ripiantarle non potrebbe che essere maggiore. Oggi, come nel passato, è la produzione di legna da ardere quella che riserva il maggior interesse da parte dei proprietari. A questo proposito giova qui ricordare che, fin dal medioevo, benché le località di Cinto, Settimo e S. Biagio fossero immerse nella selva patriarcale d'Aquileia, il procurarsi la legna da ardere fu questione ardua, tanto da aver con la vicina comunità di Basedo liti continue, protrattesi per più di trecento anni. Anche negli anni moderni legna e liti sono state un binomio ricorrente nelle nostre contrade. Per nostra fortuna questo è rimasto un retaggio del passato. Vediamo dunque in breve cosa c'è di nuovo attorno a questa antica ed agognata funzione delle siepi campestri.

Tra le funzioni della siepe campestre, quella di dare legna da ardere è sempre stata uno degli elementi principali per il suo impianto, il mantenimento e la gestione da parte della gente delle campagne. Questo, come abbiamo molte volte qui richiamato, fin dai primordi degli antichi sistemi agroforestali.

Ora, il suo rilancio è possibile ed auspicato, motivato dall'evoluzione tecnologica in campo aperto, che in quello termotecnico, che ha messo a disposizione caldaie anche per l'uso domestico ad elevata efficienza e di semplice gestione che rende la legna un combustibile pulito, economico e pratico. Per le utenze domestiche sono particolarmente indicate le caldaie a fiamma rovesciata che possono essere facilmente installate a fianco o al posto di una caldaia tradizionale a gas od a gasolio, a patto di disporre di un locale caldaia di facile accesso con i carichi di legna. Queste caldaie impiegano legna tagliata a grossi pezzi. Nella stagione fredda sono richieste da due a tre carichi di legna al giorno, impiegando complessivamente in questo lavoro una decina di minuti. Per questo, la caldaia può essere alimentata da persone che lavorano fuori casa per tutta la giornata.

L'efficienza termodinamica delle caldaie a fiamma rovesciata è molto elevata (superiore al 90%) conseguentemente le sue emissioni sono poco inquinanti, così come il consumo di legna. Nelle nostre località di pianura sono sufficienti dai 70 ai 100 quintali di legna secca per scaldare bene una casa di dimensioni ordinarie (di circa 600-800 metri cubi) durante l'arco dell'anno, producendo nello stesso tempo anche l'acqua calda sanitaria. Inoltre le caldaie a legna a fiamma rovesciata presentano emissioni gassose compatibili con le più restrittive legislazioni europee in tema di difesa dell'aria dall'inquinamento.

Il cuore di questa innovativa caldaia è dato da un ventilatore-aspiratore installato all'uscita fumi dalla caldaia. L'aria di combustione viene aspirata in un perfetto equilibrio gas-dinamico con i fumi che si liberano nella canna fumaria, ciò determina un'eccezionale uniformità di combustione. A completamento del progetto l'aspiratore-ventilatore è comandato da un sistema modulare a microprocessore installato in un pannello di nuova concezione. In questo modo si adatta la potenzialità della caldaia alle effettive necessità d'assorbimento dell'impianto.

L'integrazione di nuove tecnologie continua poi con tutta una serie d'innovazioni che includono altre caldaie combinate a tre tipi di fuoco: gas, gasolio e legna, selezionabili a scelta dall'utente secondo le sue esigenze e la disponibilità di combustibile. Un ulteriore metodo d'utilizzo della legna per il riscaldamento domestico è quello antico e sempre valido delle stufe tradizionali, "Stube", tanto care ancor oggi alle nostre genti altoatesine. A completamento di questo aspetto si fa memoria anche dei moderni caminetti, il cui calore può essere contemporaneamente utilizzato per irradiare le superfici dei termosifoni del convenzionale impianto di riscaldamento.

Sia nel caso della caldaia a fiamma rovesciata, sia in quello del caminetto irradiante non si dimentichi di predisporre l'impianto d'apposito vaso d'espansione termica aperto, o di uno scambiatore automatico che funga da scarico termico di sicurezza. Non si perderà tempo nel ricordare a tutti gli utenti d'impianti a fiamma che la manutenzione delle canne fumarie e dei bruciatori va fatta eseguire da personale specializzato, nei modi e nei tempi previsti dalle vigenti normative di sicurezza.

Prima di avviarci a chiudere la parte inerente gli aspetti produttivi della siepe di campagna, vediamo nel dettaglio gli aspetti che rendono molto pratica la coltivazione degli alberi e la raccolta del legname.

A Cinto Caomaggiore, come nel resto della nostra zona e più in generale nell'Italia settentrionale, le specie proposte sono principalmente: la robinia ed il platano. Nel Veneto Orientale a queste due specie si affianca anche il salice bianco, per tutte il governo è a ceduo semplice con turni di 4-6 anni. Nei terreni migliori la produttività di questi cedui è molto elevata, per dare subito un dato: 100 metri di siepe monofilare di platano governato a ceduo, in questo caso, di cinque anni com'è nell'uso cintese danno al taglio 100.120 quintali di legna verde. Un quantitativo quasi sufficiente al fabbisogno annuale di legna da destinare al riscaldamento domestico di un'abitazione rurale media.

Come conseguenza, 500-800 metri di siepe monofilare, occupanti una superficie di circa 3.000-5.000 metri quadrati, garantiscono l'autosufficienza energetica di un'abitazione. Se a questo dato si assomma il "valore di sostituzione" della legna prodotta (In pratica, quanto vale "per me" la legna visto che risparmio sull'acquisto delle altre fonti energetiche), al contributo percepibile attraverso il Reg. Cee 2078/92, misura D1, e si sottraggono i costi di produzione e di gestione dell'impianto a legna, -Caldaie a legna stufa ecc. - si ottengono risultati economici molto interessanti che, da soli, giustificano l'impianto delle siepi da legna.

 

Siepi per le api

Anche l'apicoltura, non potrebbe essere altrimenti, si giova in modo decisivo delle siepi di campagna. Uno scambio su basi paritarie, che solo le api sanno gestire e sublimare a livelli tanto eccelsi, proprio là dove le siepi campestri giustificano la loro presenza. Molte specie di alberi tradizionalmente coltivati lungo le nostre siepi hanno un elevato valore apistico. Questo particolare aspetto, che mette in relazione siepi ed api, è qui trattato da Giampaolo Muzzin, che meglio di me conosce la materia, essendo da molti anni appassionato apicoltore. Con il titolo: "Di fiore in fiore", Giampaolo ci condurrà nel meraviglioso mondo dei fiori, degli uomini, del miele e delle api.

Di fiore in fiore

Ognuno di noi, camminando per i campi, ha potuto vedere sulle rive dei fossi o lungo i canali formazioni d'arbusti, di alberi, di rampicanti di ogni tipo cresciuti spontaneamente e in modo rigoglioso. Quante volte ci siamo avvicinati per scrutare meglio quelle impenetrabili barriere della natura! Altre volte, per gioco, ci siamo nascosti incoscienti, in mezzo a quel piccolo mondo abitato, vivo, meraviglioso.

Non eravamo soli: ci facevano compagnia i salici cinerini, le rose canine, i rovi, le edere, le sanguinelle, i viburni, i sambuchi, i biancospini, le acacie, i prugnoli, i platani, gli olmi, gli aceri.

Tali piante, cresciute senza un ordine preciso, costituiscono le nostre siepi compendio di fonti di legna da ardere e da lavoro, una volta utilizzata per costruire attrezzi agricoli, zoccoli e l'archetto per le fionde " sandina" nel nostro dialetto, di fiori e profumi, di rifugio e luogo sicuro di nidificazione per pettirossi, cardellini, merli nonché fonte nettarifera per le nostre api.

I fiori delle piante producono nettare per attrarre questi simpatici "imenotteri" per essere da loro impollinati.

Le api volano di fiore in fiore: basta osservarle nella loro frenetica attività per considerarle delle "specialiste" in materia in quanto, per vivere, dipendono esclusivamente dai fiori.

Le api traggono dal nettare i loro carboidrati, i grassi e le proteine dal polline per allevare le nuove generazioni. Le loro visite permettono, grazie alla peluria superficiale di cui sono dotate, di favorire quel processo appunto denominato impollinazione indiretta: infatti, esse trasferiscono il polline contenuto nell'androceo, germe maschile del fiore, nell'ovulo racchiuso nel gineceo che è l'organo femminile.

Noi apicoltori siamo orgogliosi delle nostre api quando, in primavera, le osserviamo rientrare dalla bottinatura (raccolta) con le ampolle delle zampine piene di polline multicolore e cariche di nettare. Il primo raccolto le api lo fanno sui minuscoli ed innumerevoli fiori del nocciolo poi, via via che la stagione si apre ai tepori primaverili, le vedi avvicendarsi sui fiori dei frutteti e su quelli a grappolo dell'acacia.

Proprio in coincidenza di questa fioritura, le api ronzano giulive da un fiore all'altro succhiandone le sostanze nettarifere per poi trasferirle con la lingua (trofallassi) alle api operaie che attendono fiduciose il bottino all'interno dell'alveare; nello stesso tempo trasferiscono l'una all'altra, messaggi per invitare le sorelle bottinatrici, tramite il linguaggio della danza, a seguirle sui fiori ancora ricchi di nettare.

Le api che hanno ricevuto il cibo, lo trasportano e lo immagazzinano all'interno delle cellette dei favi, lo elaborano mediante le ghiandole salivari e quando il prodotto è asciutto, lo chiudono con un opercolo di cera e lo lasciano maturare. Questo nuovo prodotto, ricco di sostanze minerali quali il potassio, il calcio, il fosforo, il ferro, il magnesio, di proteine ed enzimi, di vitamine quali la "C" ed alcune del gruppo "B", è il miele.

Apprezzato è senz'altro quello dell'acacia che appare trasparente, molto chiaro, incolore; non meno pregiato è il miele multiflora, ricco di sali minerali proprio per la varietà di nettari raccolti che esercita un beneficio per il nostro organismo ed in particolare per le prime vie respiratorie in cui svolge un'azione decongestionante e calmante della tosse. Non solo: per il fegato, l'azione è disintossicante e protettiva. Per le ossa contribuisce alla fissazione di calcio e di magnesio; per i muscoli poiché fa aumentare la potenza fisica e la resistenza.

Il miele, insomma, dai tempi dei romani alla nostra apicoltura moderna, è cibo e sostegno per l'uomo, ma l'apicoltura ha senso d'essere solo quando c'è rispetto per la natura. Le api, infatti, sono un termometro del grado di inquinamento dell'acqua e dell'aria; purtroppo anche a Cinto, in diversi casi, le laboriose api non fanno rientro all'alveare perché trasportano nelle loro sacche polline contaminato dagli anticrittogamici, dai pesticidi usati in agricoltura, in frutticoltura durante la fioritura. Basterebbe un po' più di sensibilità, d'organizzazione, ma soprattutto di rispetto per la vita da parte di ognuno di noi per ridurre il danno ecologico.

Noi apicoltori siamo animati da questi sentimenti, cerchiamo di testimoniare con le nostre conoscenze ed esperienze il favoloso mondo delle api, in particolare agli alunni delle scuole perché proprio dai più giovani cresca l'amore, la voglia di conservare , il rispetto per il grande dono fattoci dalla Natura.

Pur essendo noi apicoltori cintesi un gruppo sparuto, siamo attivi: contiamo una decina di appassionati con oltre 60 alveari distribuiti sul territorio; produciamo circa 20 quintali di miele di acacia, di tiglio, di millefiori, di tarassaco e di melata. Grazie alla nostra passione ci siamo ben attrezzati: ognuno di noi possiede la smelatrice (centrifuga), il disopercolatore (forchetta), i maturatori e quant'altro occorrente per la conduzione moderna dell'apiario.

Non pratichiamo il nomadismo, ovvero non trasportiamo le api da un luogo all'altro: la nostra è un'apicoltura di tipo stanziale poiché le api si trasferiscono alla ricerca di fiori anche sino a 2 km di distanza dalla loro arnia senza perdere l'orientamento, ma con estenuante fatica.

Quanto importante invece sarebbe per tutti noi vederle bottinare su siepi messe a dimora sui nostri campi, sui nostri confini, lungo le rive anziché costrette a percorsi sempre più lunghi ed insidiosi a causa dell'incauto disboscamento!

Giampaolo Muzzin

 

FUNZIONI ECOLOGICHE

Le siepi campestri si integrano con gli ecosistemi del territorio rurale fino a modificarlo, rendendolo più adatto alle colture agrarie, agli animali domestici e a quelli selvatici. Le siepi depurano l'acqua e l'aria, difendono le coltivazioni dalla violenza del vento, forniscono alimento, rifugio e un luogo dove riprodursi a molte specie animali. Tra le numerose funzioni elencate nello schema d'apertura e quelle qui ricordate, ne vediamo di seguito alcune che riteniamo importanti per la nostra campagna.

Insetti della siepe

Un milione e mezzo di forme viventi sono state finora catalogate dagli scienziati. Gli insetti, con circa 900.000 specie, sono gli esseri viventi più numerosi della Terra e si trovano ovunque tranne che nell'oceano aperto. La loro dimensione ridotta (da meno di un millimetro fino a trenta centimetri), la loro capacità di volare permise a questi artropodi già da 240 milioni d'anni fa, di invadere e popolare ogni parte del pianeta. La gran varietà di piante esistenti ha permesso di fornire una varietà di risorse che possono essere sfruttate da insetti con esigenze e adattamenti differenti.

Per quanto riguarda il ciclo vitale, le forme immature di molti insetti passano generalmente attraverso i vari stadi del loro sviluppo in vicinanza del luogo in cui la femmina ha deposto l'uovo. Gli insetti giovani in via di sviluppo cambiano non solo grandezza ma anche forma: questo processo è chiamato metamorfosi. Molte volte l'insetto giovane assomiglia all'adulto solo che è più piccolo, in seguito cresce mediante una serie di mute, fino a raggiungere le sue dimensioni definitive. Le mute sono necessarie perché l'insetto deve eliminare l'esoscheletro vecchio per formarne uno nuovo e più grande. Nella maggior parte degli insetti avviene una metamorfosi completa e gli adulti hanno una forma del tutto diversa da quella delle larve; dopo lo stadio larvale l'insetto entra nello stadio di pupa in cui si ha un rimodellamento dell'organismo. Ad operazione completata l'insetto emerge nella sua forma definitiva, come ad esempio nelle farfalle.

Spesso le richieste alimentari tra larve e adulti sono così diverse da occupare ambienti diversi e non entrare così in competizione reciproca.

Le siepi sono sottili fasce di vegetazione, che rappresentano un ecosistema, un piccolo bosco in miniatura, che con la sua bassa luminosità, la sua umidità, i detriti vegetali che si accumulano e che lentamente subiscono il processo di umificazione, rappresenta un rifugio ideale per molte specie e soprattutto per gli insetti.

Gli insetti possono usare la siepe come abitatori dell'ecosistema oppure come rifugio temporaneo o stagionale. In primavera le siepi fiorite si ricoprono di un gran numero di Ditteri, Coleotteri, Imenotteri ecc: per molti insetti i fiori sono necessari a completare il loro ciclo biologico. D'estate i rovi ed altre piante vengono utilizzate dagli Ortotteri e Omotteri per deporre le uova. Le foglie sono spesso invase da Afidi e Psillidi la cui melata attira soprattutto le formiche. Andando verso la stagione autunnale, il grillo campestre (Gryllus campestris), questo simpatico Ortottero che allieta le serate estive con il suo canto, da vita a una di quelle piccole, grandi manifestazione della natura ad un dolce concerto.

Gli insetti frequentano il suolo nello strato più superficiale, nei primi dieci centimetri di profondità, per ripararsi dai rigori invernali o negli stadi preimmaginali. In quasi tutti gli ordini abbiamo un rappresentante che vive in questa lettiera composta da foglie morte che lentamente vengono trasformate in terriccio.Se andiamo a vedere gli ordini che vivono la loro vita in questo habitat, allora troviamo i Proturi, i Collemboli, i Dipluri e i Tisanuri. Sono di minuscole dimensioni e dai caratteri primitivi non hanno ali e non vi è una vera e propria metamorfosi per cui le forme giovanili sono molto simili a quelle adulte. Si nutrono di detriti vegetali in decomposizione, di muffe, di ife fungine e hanno una funzione positiva nell'evoluzione della sostanza organica. I Collemboli possiedono un organo a forca, posto sotto l'addome, che in caso di necessità si sgancia e facendo leva contro il suolo fa compiere dei salti pari a dieci /quindici volte la propria lunghezza. La distribuzione dei Collemboli è più vasta di quella di ogni altro gruppo di insetti; probabilmente questo è dovuto a due motivi: i Collemboli sono facilmente trasportati dalle correnti d'aria, dall'acqua o in altri modi, inoltre fanno parte delle specie più primitive che si conoscano (Devoniano).

Nelle zone umide e riparate dal sole o alla base delle piante, sotto le cortecce trovano riparo le "forbicine"(Forficula auricularia).

I Coleotteri sono gli insetti più numerosi che possiamo trovare nel terreno e nelle foglie in decomposizione. Con nientemeno di 300000 specie di cui più di 10000 presenti nella fauna italiana, sono l'ordine più numeroso in tutto il regno animale.

Questi insetti non hanno grandi attitudini al volo, quindi molti vivono nel terreno e prediligono le zone umide, altri vivono a spese del legno degli alberi o sono coprofili. Sono Coleotteri i Carabidi Carabus violaceus piceus e il Carabus coriaceu, questi splendidi insetti dai colori metallici, raggiungono i 4/5 centimetri di lunghezza e sono dei temibili predatori delle chiocciole che infestano prati e pascoli.Molti Coleotteri sono predatori sia allo stadio larvale sia adulto. Per esempio alcune specie appartenenti alla sub-famiglia Harpalini conducono prevalentemente attività nelle aree aperte e sono predatori di altri artropodi dannosi alla vegetazione e alla coltura.

I Coccinellidi sono dei graziosi insetti che si rendono particolarmente utili perché divorano grandi quantità di afidi e cocciniglie.

Altri gruppi che trovano rifugio vicino al suolo, come ad esempio gli Elateridi e i Melolontini di cui fa parte il maggiolino (Melolontha melolonta), possono causare danni in quanto allo stadio larvale si nutrono di radici.

Molti insetti vivono all'interno dei tronchi o rami degli alberi, anche qui i Coleotteri sono presenti con molte specie, come ad esempio gli Scolitidi: le femmine scavano una galleria sotto la corteccia dove depongono le uova, quando nascono le larve scavano a sua volta ognuna una galleria e che si allontana a raggiera da quella materna, alla fine della galleria costruiscono una cella ninfale, il sistema di gallerie ha un disegno caratteristico per ogni specie, non sono dannosi in quanto non attaccano le piante in buone condizioni di salute.

I Cerambicidi si riconoscono per le lunghe antenne che molte volte sono più lunghe del corpo, le larve sono all'interno dei tronchi e rametti di alberi poco vigorosi, a maturazione si dirigono verso la corteccia e predispongono l'uscita dell'adulto con un foro circolare; lo sfarfallamento dell'adulto avviene spesso all'inizio dell'inverno ma si aspettano temperature più miti per uscire. Molte specie sono floricole e si possono trovare nei prati, altri sono legati biologicamente a un solo tipo di pianta.

Il Cerambyx cerdo è il Cerambicide più grande d'Italia; le sue larve condividono con quelle del cervo volante (Lucanus cervus) che è il più grosso Coleottero d'Europa, l'interno dei tronchi debilitati o dei ceppi morti delle querce insieme con altri Lucanidi più piccoli.

I Buprestiti sono simili per forma del corpo agli Elareridi, si distinguono per i colori metallici o le livree variamente maculate, le larve sono quasi tutte Xilofaghe e sono quelle che maggiormente si introducono nel legno sano e in alcuni casi sono più dannose. I Cossidi e i Sesidi sono Lepidotteri; le loro larve vivono all'interno di rami e tronchi, provocando grossi danni,fortunatamente la loro diffusione è controllata dai loro predatori naturali:picchi e alcuni imenotteri Icneumoidi e Calcidoidei.

I Bombi e gli Apidi solitari occupano e modificano le gallerie aperte da altre specie per la loro nidificazione, questi insetti contribuiscono in maniera positiva all'equilibrio ecologico dell'ambiente.

Spostandoci nella parte aerea della siepe troviamo molte più specie di quelle che si trovano nella parte bassa e nel tronco.

La maggior parte degli Emitteri sono dei fitofagi, che popolano le siepi e con il loro stiletto acuminato ne succhiano la linfa dei germogli e delle giovani foglie: i più noti sono gli Afidi e le Cocciniglie, i verdi Pentatomidi chiamati comunemente cimici delle piante, i Tingidi e le Cicaline, troviamo, inoltre Emitteri acquatici e altri ancora predatori di specie dannose alle siepi e all'agricoltura.

Gli Asilidi, sono dei grossi Ditteri che cacciano intensamente le loro prede, afferrandole con le robuste zampe e affondando il rostro nel corpo per succhiarne l'emolinfa.

I Silfidi sono un'altra importante famiglia dei Ditteri hanno delle ottime capacità di volo riescono ad effettuare sbalzi velocissimi, le larve di alcune di queste specie sono delle ottime cacciatrici di Afidi, da adulte molte sono impollinatrici e assomigliano agli Apidi.

Tra gli insetti predatori molti appartengono all' ordine dei Coleotteri, e parecchi lo sono sia allo stadio larvale che adulto. Per esempio alcune specie appartenenti alla sub-famiglia Harpalini conducono prevalentemente attività nelle aree aperte e sono predatori di altri artropodi dannosi alla vegetazione e alla coltura. La Lebia scapularis, che vive generalmente sugli olmi è uno specifico predatore di Galerucella luteola e Galerucella lineola, conduce vita attivissima percorrendo velocemente i rami degli olmi alla ricerca di prede.

I Neurotteri sono dei formidabili predatori di insetti, soprattutto di afidi. Le Crisope appartengono allo stesso ordine, sembrano delle piccole farfalline verdi, con ali di fata e occhi dorati, ma feroci divoratori di afidi.

Possiamo incontrare, la mantide religiosa (Mantis religiosa) mentre sta cacciando. Sul finire dell'estate, la femmina finita la copula, che dura alcune ore, divora il maschio più piccolo e meno forte di lei, quindi depone le uova, proteggendole con una schiuma, che è emessa dall'estremità addominale assieme alle uova e che al contatto dell'aria solidifica. Nel giugno dell'anno successivo alla deposizione delle uova, i neonati a sviluppo embrionale compiuto escono e ricoperte di minutissime scaglie colorate) vengono suddivise in due muteranno diverse volte prima di raggiungere il loro aspetto definitivo.

Le farfalle o Lepidotteri, (così chiamati perché hanno le ali grandi gruppi: Ropaloceri ed Eteroceri. I Ropaloceri sono attivi durante il giorno, hanno antenne a forma di clava ed ali colorate che, durante il riposo, sono tenute sollevate verticalmente sul corpo. 

Gli Eteroceri hanno generalmente attività notturna, antenne di forma diversa oppure più corte e piumose ed ali molto meno vistose che, nel riposo, vengono tenute orizzontalmente rispetto al corpo.

Nella prima parte della sua esistenza, la farfalla è un bruco dotato di un apparato boccale trituratore con il quale si ciba di vegetali soprattutto di foglie; successivamente compie una meravigliosa trasformazione detta "metamorfosi che ne fa quell'essere aereo che si nutre di nettare e che costituisce senz'altro uno dei fenomeni più affascinanti della biologia.

Le larve delle farfalle sono per la maggior parte concentrate nelle foglie che vengono divorate, inoltre le larve di alcune specie hanno comportamento gregario e avvolgono con fili di seta parte della pianta, altre specie hanno le larve minatrici che vivono nella foglia come i Nepticulidi, altre ancora sono xilofage che vivono all'interno di grossi rami e tronchi. Le piante della siepe che ospitano più specie di farfalle sono il il prugno, il salice, il Biancospino e il rovo.

Le larve di farfalle costituiscono la parte preponderante della biomassa dei consumatori primari (fitofagi). Gli uccelli insettivori, traggono gran parte delle proteine per la propria sopravvivenza e quella della loro prole dalle farfalle che visitano i fiori e dalle loro larve.

Arvicole e Crocidare predano le pupe interrate o nascoste tra le erbe. I Ditteri Larvevoridi e gli imenotteri Calcidoidei, Braconidi e Icneumoidi depongono le uova sulla superficie o all'interno delle larve dei Lepidotteri, contribuendo in maniera decisiva a limitarne le popolazioni.

Nelle siepi vivono inoltre insetti che producono galle. Le galle sono una crescita anomala dei tessuti vegetali, prodotte dalla puntura dell'insetto su foglie, gemme frutti. Alcune specie di Afidi, alcuni Acari e Ditteri, producono galle; le più note sono quelle generate dalla famiglia dei Cinipidi, questi Imenotteri, depongono le uova sui tessuti vegetali inoculando contemporaneamente del veleno, successivamente le larve emettono una particolare secrezione: si ha come conseguenza il formarsi di rigonfiamenti ipertrofici, all'interno delle quali le larve si sviluppano. Nella siepe troviamo anche i loro antagonisti naturali,gli Imenotteri Terebranti,in grado di raggiungere l'interno delle galle con il loro ovopositore a trivella (tenebra) per deporvi le loro uova.

La siepe non costituisce solo un elemento paesaggistico, la sua funzione ecologica è importante anche nella lotta biologica in agricoltura per l'equilibrio tra organismi nocivi e i loro antagonisti naturali, citiamo ad esempio le coccinelle predatrici degli Afidi dannosi per molte culturee arboree o erbacee, oppure l'Antochoris nemoralis che trova cibo in una psilla non dannosa che vive sul (Cercis siliquastrum) " albero di Giuda" a sua volta questo insetto predatore, sferra i suoi micidiali attacchi sulla psilla del pero dannosa per questa coltura.

La siepe è luogo di conservazione e diffusione di organismi utili, rifugio di molti antagonisti dei fitofagi dannosi alle piante coltivate. Ad esempio, il Ciliegio, il Frassino, il Nocciolo, il Mirabolano, l'Olmo, il Prugnolo e il Rovo, sono solo alcune, fra le piante ospiti di insetti predatori che colpiscono gli insetti dannosi alle colture; la presenza o introduzione in una siepe di tali piante, permette il controllo delle specie nocive alle colture agrarie.

Fabrizio Scalon

Siepi ripariali

L'opinione pubblica, così come i mezzi d'informazione mettono l'agricoltura tra le attività umane che inquina i corsi d'acqua e le falde idriche. A scanso di equivoci o di fraintendimenti va detto subito una cosa che ne può chiarire tante altre. L'agricoltura inquina né più né meno delle altre attività produttive umane. Se prendiamo questo come dato certo, bisognerà intervenire all'origine del problema togliendo dalla filiera produttiva tutti i componenti inquinanti. Non v'è dubbio alcuno che un siffatto mondo oltre che inventarlo abbisogna di uno sforzo ancora più grande per immaginarlo. D'obbligo quindi rimanere con i piedi per terra.

Tra le sostanze che più concorrono all'inquinamento delle nostre acque, vanno evidenziati in primo luogo i fosfati e i nitrati, seguiti con pari importanza dai diserbanti delle tre classi, (tossici, nocivi, irritanti). Per quanto attiene ai concimi azotati, si sta assistendo ad un positivo cambio di tendenza, infatti, le aziende produttrici di fertilizzanti si stanno sempre più orientando verso la messa a punto di prodotti a lenta cessione. Un più lento dissolvimento e assorbimento della sostanza, ne riduce le potenzialità inquinanti anche in presenza di pioggia. Pari impegno dovrebbe essere posto anche al momento in cui si procede alla concimazione con le sostanze organiche quali, i liquami e lo stallatico.

La presenza incontrollata di queste sostanze inquinanti, come del resto di tutte le altre, a parte gli eventuali danni alla salute umana, causa impatti di vario tipo sul terreno e sull'ambiente circostante. Resta a noi mettere in atto interventi in grado di limitarne gli effetti negativi: modalità e dosaggio dei prodotti, classi delle sostanze impiegate e successivamente di compensare in qualche modo il danno prodotto. E' questo il concetto di compensazione. Un intervento mirato là dove il danno si verifica o dove si concentrano i suoi effetti. Operare a danno avvenuto significherebbe maggiori costi che, il più delle volte, ricadono sull'intera comunità.

Da tempo è noto che le siepi che bordano i fossi e i canali (siepi ripariali) sono in grado di ridurre l'inquinamento delle acque superficiali causato da eccessi di fertilizzanti. Tale funzione veniva un tempo esclusivamente attribuita alla capacità di assorbire direttamente dall'acqua i sali minerali in essa disciolti. Un secondo meccanismo da tempo noto è la capacità di filtrare fisicamente le acque, prima che s'immettano nei fossi e nei canali, in tal modo riducendo il trasporto solido e la presenza degli inquinanti fissati ai colloidi del terreno (in particolare il fosforo ed alcuni antiparassitari). Ciò che rende di grande interesse le siepi ripariali è la recente scoperta del fatto che esse favoriscono l'attività dei batteri denitrificatori capaci, in altre parole, di trasformare in azoto molecolare i nitrati disciolti nell'acqua drenata dai fossi e dai fiumi.

L'attività dei batteri denitrificatori è favorita da vari fattori; tra questi sono di primaria importanza l'assenza o la carenza d'ossigeno (condizione di anaerobiosi) e la presenza di sostanza organica che costituisce la loro fonte di alimentazione. A parità di disponibilità di ossigeno nei diversi strati del terreno, la presenza di vegetali legnosi arricchisce di sostanza organica strati più profondi di suolo, arrivando a portare contenuti significativi fino alle zone che presentano periodiche o costanti condizioni di anaerobismo.

In tale modo l'attività dei batteri denitrificatori è esaltata e, in presenza di formazioni forestali (lineari o a pieno campo), la sottrazione d'azoto dalle acque di percolazione e/o di falda diviene rilevante. Condizione essenziale perché le siepi possano svolgere, attraverso i vari meccanismi illustrati, la loro azione positiva di sottrazione di elementi minerali all'acqua, è che vi sia continuità tra gli apparati radicali degli alberi e degli arbusti e l'acqua, soprattutto quella che dai campi fluisce verso i canali appena sotto la superficie del terreno.

Come abbiamo visto, oltre che a migliorare la qualità dell'acqua, le siepi ripariali e quelle campestri sono deputate a svolgere tutta una serie di altri sevizi a favore dei fiumi e dei canali: sostengono le rive, riducendo l'erosione e diminuendo la tendenza dei corsi d'acqua ad interrarsi. Ombreggiano l'alveo, riducendo lo sviluppo delle erbe acquatiche e quindi la necessità di ricorrere a periodiche manutenzioni; migliorano l'habitat per molte specie di pesci e di altri animali che vivono lungo i corsi d'acqua.

Da quanto esposto si comprende che un corso d'acqua, bordato di siepi, richiede minor manutenzione ed è più ricco di vita, dentro e fuori dall'acqua. Ancora oggi in molte parti d'Italia si vedono fiumi, fossi e canali privi delle loro siepi. In molti casi, proprio gli enti preposti alla loro gestione sono stati la causa della loro distruzione. Un esempio di questo malcostume è ben visibile nel nostro comune, dove le rive del Reghena Nuovo -Canal Novo- oltre ad essere cementate, sono anche completamente prive di qualsiasi vegetazione.

Siepi per la fauna selvatica

Una campagna ricca di siepi è una campagna ricca di vita: numerosissime specie di animali e piante selvatiche trovano nella siepe un ambiente di vita ideale. Paragonare le nostre siepi alla barriera corallina o alla foresta tropicale, pur nei giusti rapporti nel numero dei loro ospiti animali e vegetali pare appropriato. La presenza di molte specie animali e vegetali fa sentire la loro presenza a grande distanza. Uccelli insettivori, granivori e rapaci trovano proprio nella siepe la loro ragione di vita, così come alcune varietà di mammiferi, di pipistrelli, di rettili e di insetti, di anfibi. In una parola cara agli etologi il "Territorio" relativo ad una certa specie animale è "Spazio vitale" legato a ragioni e momenti particolari, connessi ad esempio con il corteggiamento o con l'allevamento della prole. La siepe diviene elemento caratterizzante del territorio d'importanza crescente, incentrata sì sull'allevamento, ma anche nell'elemento primo della vita, vale a dire la terra.

Va da sé che le siepi, per la fauna selvatica, vanno intese tenendo conto di quali gruppi di animali in essa si integrano, nessuno si sognerebbe di cercare mai un beccaccino tra i rami di un salice. Questo per dire che in zone faunistico-venatorie, da abbinare in genere ad altri miglioramenti ambientali dell'agro sistema, quali il mantenimento di zone umide, a prato e di semina di colture a perdere. Queste migliorie dovranno essere pensate tenendo conto di quali specie si vogliono favorire. In tutti i casi si dovrà porre attenzione a non creare condizioni che favoriscano l'insediamento di specie animali indesiderate.

A Cinto Caomaggiore, da un po' di tempo si sta assistendo ad una vera e propria emigrazione di uccelli dalla campagna, verso il centro abitato: gufi comuni che albergano sui pini marittimi del viale principale del paese, gazze che pongono il loro nido tra le betulle dei giardini, più della metà dei merli ha preso dimora tra gli orti delle case e l'elenco potrebbe continuare. Il fatto che molte specie tipiche della campagna aperta si siano inurbate è un segnale certo che tra le nostre siepi campestri, l'equilibrio si è rotto.

Da qualche anno stanno diventando di moda i corridoi ecologici, le siepi campestri, se pensate soprattutto per favorire la vita selvatica all'interno degli ecosistemi agrari, dovrebbero essere degli efficaci sistemi in grado di mettere in comunicazione residui lembi d'ambiente naturale ancora presenti nel nostro territorio. Come nel caso delle siepi frangi-vento, per massificare la loro efficacia come corridoi ecologici, devono essere tra loro collegate e organizzate in rete a maglia irregolare. I capi di queste siepi dovrebbero comunicare con le zone naturali più vocate del l'intera area.

 

FUNZIONI PROTETTIVE

Per chi si occupa di cose della natura, parlare delle siepi equivale ad aprire una finestra su di un mondo che, se pur conosciuto, ogni giorno riserva qualcosa di nuovo da sapere o da approfondire. Un mondo, la cui didattica ambientale forse è seconda solo a quella del fosso che, peraltro, con la siepe, nella stragrande maggioranza dei casi, vive in stretto connubio. Infatti, almeno per il nostro territorio, siepe si coniuga con fosso e non potrebbe essere altrimenti anche se gli studiosi mettono quest'ultimo tra gli ecosistemi e la siepe tra i biotopi. Se ne potrebbe discutere, questo ci porterebbe a filosofare in materia scientifica e le nostre limitate conoscenze ce lo impediscono. Lasciamo però la materia ai cattedratici e torniamo nel nostro piccolo alle funzioni protettive della siepe.

Le siepi migliorano la sicurezza del territorio, proteggono le abitazioni e gli annessi rustici dal vento; difendono dall'erosione e dagli smottamenti i versanti delle colline e delle montagne, difendono le rive dei corsi d'acqua, creano delle efficaci chiudende che difendono le proprietà dall'entrata degli intrusi. Prima che s'inventasse la rete metallica e il filo spinato, le siepi erano piantate, per difendere le abitazioni, i campi ed i pascoli dal passaggio d'animali e di persone indesiderate. Fino agli anni 70 attorno alle nostre case si vedevano le recinzioni fatte con le bacchette di legno -palade-, legate a del fil di ferro, impedivano l'uscita del pollame e difendevano la proprietà dagli estranei. In questo specifico uso, la recinzione prende il termine di -stroppa-, così almeno a Settimo e a Cinto; ma non è d'uso frequente. Nell'azzanese, con "Stroppa" si vogliono indicare le siepi di campagna che, in ogni caso, per noi cintesi restano sempre le "rive".

Ai nostri giorni attorno alle abitazioni, scomparso l'uso delle palade, invece di freddi muretti in calcestruzzo, può essere esteticamente gradevole l'uso di chiudende vive, al posto di manufatti morti.

Le siepi campestri evitano l'erosione delle rive di canali e di fiumi incanalando l'acqua verso gli strati profondi del terreno, si evita in questo modo il depositarsi in superficie dei sedimenti sospesi. In tal modo il sistema siepe-fosso-argine, tra l'altro evita l'interramento del corso d'acqua.

Tutto questo, in poche parole, si potrebbe riassumere con: "Un territorio ricco di siepi è un territorio più sicuro".

Quanto alla sicurezza delle nostre case, la situazione pare oggi del tutto simile a quella che vivevano gli antichi greci e romani. Rileggendo le cronache di oltre due mila anni fa, si ha la convinzione che nulla sia cambiato: traffico, rumore, aria malsana, borseggiatori rendevano difficile per chiunque percorrere strade, recarsi al mercato, occuparsi delle proprie faccende. Di notte, poi, le cose si aggravavano e la minaccia giungeva fin dentro le case: bande d'assassini, ladri, ubriachi e balordi scorrazzavano ovunque razziando, taglieggiando, picchiando. Oltre alle abitazioni svaligiavano anche i templi.

Nell'antica Atene, ad esempio, le brutalità erano commesse anche da giovani di buona famiglia, assetati di distrazioni illecite e sacrileghe; mentre a Roma le violenze erano più generalizzate e pronte a scoppiare per qualsiasi ragione, compresi i motivi più futili.

Un affanno continuo, che spingeva la cittadinanza più facoltosa ad allontanarsi dalla città e trovare rifugio nelle ville di campagna, dove l'aria più salubre doveva riservare qualche problema in meno. Anche in campagna però, se pur contenuto, il pericolo aveva la forma del rapimento, del furto d'ogni bene compreso quello degli animali. Logico quindi, difendere la proprietà. Una prima protezione del fondo romano consisteva nel recintare i confini in modi diversi, come meglio ci viene spiegato da Varrone, (II-I sec.a.C.), ne Il fondo rustico traduzione italiana, Utet Torino 1974.

"Vi sono quattro generi di siffatte

difese: uno naturale, un secondo

rustico, un terzo militare, un quarto

d'arte muraria. Ciascuno di questi

generi comprende parecchie specie,

il primo tipo, quello naturale, è la

siepe, che suole formarsi piantando

virgulti o pruni, che viene su da radici

e non ha nulla da temere dai brutti

scherzi di un viandante che passa

con la torcia accesa. Il secondo

tipo di recinzione, quello rustico,

è costruito con legname, ma non è un

corpo vivente. Si fa con molti pali ritti

e virgulti intrecciati o con pali perforanti

di grosso spessore e trapassati,

attraverso questi fori, usualmente da

due a tre pertiche; o anche con tronchi

d'albero distesi sul terreno e poi

fissati. Il terzo tipo di chiusura, quello

militare, è costituito da una fossa o da

un terrapieno... Il quarto e ultimo tipo

di recinzione, quello murario, è fatto di

muri a secco..."

La siepe quindi, assieme ad altre forme protettive, diventa uno degli elementi che s'interpongono a fenomeni sociali, meglio sarebbe definirli "devianze"; concetto più prossimo e sicuramente più autentico, anche se meno suffragato da atteggiamenti o comportamenti che non siano di pura istintività. Un'istintività che l'uomo ha con il suo territorio.

FUNZIONI IGENICHE

Le funzioni igieniche delle siepi si possono riassumere in poche importanti funzioni.

Oltre a quelle intrinseche a tutte le essenze arboree, in questo specifico settore ci si rivolge alle siepi che costeggiano strade autostrade e ferrovie. Le siepi che rientrano di diritto in questa categoria sono quelle composte in prevalenza dalle seguenti specie: noce nero, carpino bianco, spin cervino, pallon di maggi, lantana. Anche la sanguinella e il ligustro volgare o ligustrello possono rientrare a buon titolo tra le varietà che compongono queste siepi, così come tutte le varietà a foglia a lamina increspata o ricoperta di peluria. Infatti, la funzione principe di queste siepi è proprio quella di catturare i metalli pesanti, le polveri e i particolati da combustione autoveicolare, interponendo tra la fonte d'inquinamento e la campagna o l'abitato, un filtro naturale che trattiene le particelle sospese nell'aria che successivamente saranno dilavate dalla pioggia.

Le stesse essenze, con le medesime funzioni, possono essere messe a dimora attorno alle abitazioni; in questo secondo caso sono da preferire composizioni di soli arbusti potati. Ottime allo scopo sono le siepi di bosso, con questa varietà di pianta, oltre che alla funzione protettiva dato dalla vegetazione fitta, si ha anche l'effetto estetico di abbellire la casa con una siepe sempre verde.

Nei decenni passati si pensava a questo tipo di siepe anche in funzione di protezione del rumore. In qualche misura le siepi pensate in difesa dagli inquinanti prodotti dal traffico, hanno dimostrato un'utile barriera anche contro il fastidioso frastuono prodotto dagli autoveicoli. Recentemente, per questa funzione, sono preferite teorie di pannelli fonoassorbenti che allo scopo danno prestazioni certamente migliori.

FUNZIONI ESTETICO-RICREATIVE

Come si è fin qui visto, la siepe, sia essa di campagna o da giardino, non svolge mai un'unica funzione, ma le sue peculiarità s'intrecciano le une alle altre in virtù delle essenze che la compongono e del luogo dov'è messa a dimora. La funzione estetica però resta la più appariscente, la prima a cui si guarda. Abbiamo già accennato, e lo vedremo meglio nel proseguimento del lavoro, che dentro la siepe, insieme alle piante, vive un mondo fatto di uccelli, d'insetti e di una miriade d'altre creature.

Queste considerazioni, andrebbero tenute a memoria al momento della scelta delle varietà di piante che comporranno una nuova siepe. Se da un lato la siepe non può che abbellire il paesaggio, dall'altro lo può esaltare. Infatti, modificando la composizione con opportuni apporti cromatici, si possono ottenere interessanti colorazioni di foglie, di fiori e di frutti. In questo caso, l'intervento andrà mirato in modo particolare alle speci arbustive, scegliendo tra quelle a fogliame sempre verde o dai frutti autunnali o tra quelle dalle coloratissime bacche autunnali e invernali, come la Rosa canina dagli stupendi fiori a cinque petali bianco-aburnei striati di rosa e di lilla. Il falso frutto di questa bella pianta rustica e nostrana, s'infiamma d'autunno. A Settimo, questa pianta è conosciuta con il nome di Rosa de cian, a Cinto invece la stessa pianta diventa: Rosa de can. Gli acheni della Rosa canina sono ricchi d'una sostanza astringente, sarà per questo che tanto a Cinto, quanto a Settimo, sono noti con il nome dialettale di Stroppacui.

Altre specie sono la Fitolacca, il Biancospino, l'Agrifoglio, il Prugnolo, il Nespolo, e perché no, nei luoghi più riparati anche il Corbezzolo dalle rosse e gustosissime bacche. Queste varietà d'effetto, di solito s'impiantano alla base di grandi siepi.

La presenza di frutti nella siepe costituisce una fonte di nutrimento per molte specie di uccelli nostrani quali il merlo, il tordo, la capinera, il pettirosso, la cesena, il fringuello e il ciuffolotto. Ma l'elenco dei volatili, che visitano questi supermercati della natura, potrebbe continuare. Sarà questo un aspetto della siepe che approfondiremo nella seconda parte di questo lavoro, dove tratteremo della siepe negli usi e costumi locali.

La siepe è anche uno degli elementi portanti del giardino all'italiana. In questo specifico uso, la siepe sublima, diviene l'elemento estetico dominante d'architettura verde di sontuose dimore patrizie, di conventi e castelli.

L'Italia è stata nei secoli passati la patria del giardino classico, tanto da essere punto di riferimento per molte nazioni europee. Oggi, chi visita Firenze, non può dire conclusa la sua visita se nell'itinerario non ha incluso anche una sosta al giardino di Boboli, che si trova dietro Palazzo Pitti, sull'omonima collina. Qui, nel 1550, Cosimo 1° Medici diede incarico all'architetto Nicolò Tribolo di costruire un giardino classico all'italiana. Inizialmente piuttosto semplice, il giardino venne via via ampliato e articolato su progetti di Bernardo Buontalenti e Alfonso Parigi, fino a raggiungere nel Sette-Ottocento le dimensioni e l'aspetto attuali. La sua superficie si estende su 45 mila metri quadrati; oltre all'eleganza e alla grandiosità dell'impianto vegetale, il giardino di Boboli è anche un museo all'aria aperta, con gruppi scultorei ed episodi architettonici.

Per la maggior parte degli italiani, di tutta questa cultura del giardino è rimasto solo qualche vago ricordo collegato a quadri di grandi pittori delle epoche passate o a film che s'ispirano a quel periodo storico. Per far riscoprire anche nel nostro paese, come già avviene in Francia, in Inghilterra, in Germania ed in Austria, la cultura storica per il verde e l'architettura del paesaggio, i proprietari d'alcuni giardini storici italiani hanno unito le loro forze, aprendo le porte al pubblico.

Dislocati in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Campania, sono quattordici giardini tra loro diversissimi, alcuni di stile romantico, altri all'italiana, altri ancora medioevali, ma con un minimo comune denominatore: il grande amore per una tradizione culturale tipicamente italiana e tristemente dimenticata.

Uno di questi giardini storici è visitabile in provincia di Verona nella località di Negrar nella zona della Valpolicella, da secoli conosciuta ed apprezzata per i suoi vini. Al centro del vigneto di Poiega, il conte Rizzardi incaricò nel 1783 l'architetto Luigi Trezza di creare un giardino che s'ispirasse al concetto di giardino ideale. A lui si deve l'abilità di aver saputo conciliare il giardino della gran tradizione italiana, spettacolare e formale, con quello romantico, rendendo così Poiega uno degli ultimi giardini disegnati per essere un giardino all'italiana.

Il giardino di Poiega si sviluppa su un'area di 30.000 metri quadrati e tre livelli diversi tra loro paralleli. In un'appendice semicircolare è stato realizzato un teatro di verzura, i cui gradini, in proporzione perfetta, sono costituiti da siepi di bosso e cipresso e le nicchie dell'anfiteatro, che ospitano statue raffiguranti vari personaggi mitologici della commedia e della tragedia greca, sono state ricavate nel carpino. Il livello superiore del giardino ospita invece un boschetto di carpini, lecci, tassi, aceri e palmette nane, popolato da animali in pietra. Tra gli alberi all'improvviso appare un incantevole tempietto circolare, con una cupola creata da carpini e riquadri aperti sul verde tra una statua e l'altra.

Il giardino di Poiega e gli altri giardini storici della tradizione italiana, sono visitabili prendendo contatto con l'associazione "Grandi Giardini Italiani" al telefono -031756211- (E-mail: grandigiardini @ tiscalinet.it).

L'elenco delle buone funzioni della siepe potrebbe continuare ancora per molte pagine. Incombono però altri argomenti che ci costringono a gestire lo spazio con molta economia.

Per quanto abbiamo fin qui accennato, ci pare opportuno evidenziare la straordinarietà e molteplicità delle funzioni; tutto questo occupando soltanto una piccola porzione di terreno aziendale.

La siepe, sia essa di campagna o da giardino, oppure da complemento architettonico o d'arredo urbano, è sempre in grado di mutare in modo profondo e corretto i caratteri ambientali, naturalistici e paesaggistici con ripercussioni non solo estetiche, ma, anche economiche tutt'altro che trascurabili, un'utilità economica particolarmente gradita, quando la siepe è inserita tra le colture produttive della moderna azienda agricola.

 

L'UTILIZZAZIONE RAZIONALE DELLA LEGNA NELLE SIEPI CAMPESTRI

L'ESPERIENZA DI UN CANTIERE DIMOSTRATIVO
A M
ONTECCHIO PRECALCINO (VI).

Negli ultimi anni, anche a causa delle crescenti possibilità di ottenere finanziamenti comunitari per l'impianto e la gestione di siepi campestri e di bande boscate, si è assistito ad un rinnovato interesse per alcuni prodotti tradizionali della siepe, che tornano a mostrare la loro valenza economica alla luce di nuove tecniche di gestione e di tecnologie sempre più avanzate.

Il caso della legna destinata a produrre calore, tipicamente per il riscaldamento di unità abitative o produttive rurali, è di estremo interesse sia per l'effettiva portata economica (si tratta senza dubbio del prodotto della siepe più direttamente commerciabile o comunque di valore sempre quantificabile), sia per gli oggettivi ampi margini d'innovazione tecnologica che interessano l'intera filiera.

Nell'ambito del ventaglio di iniziative di informazione, divulgazione e dimostrazione che Veneto Agricoltura svolge nei confronti dei tecnici agricoli, dei professionisti agronomi e forestali, nonché dell'utente finale, ovvero l'imprenditore agricolo, la filiera legno assume una grande importanza, sia nei bacini montani e pedemontani, sia in ambito planiziale, dove la gestione di una rete di siepi campestri, fra fortune alterne, resta un elemento profondamente radicato nella tradizione e nella infrastrutturazione territoriale di ogni ordinaria azienda agricola.

In questo quadro nell'aprile di quest'anno, si è tenuta una dimostrazione pratica volta a mostrare le possibilità di razionalizzazione di un semplice cantiere di utilizzazione di una siepe campestre di nuovo tipo, inserita nella rete degli impianti dimostrativi di Veneto Agricoltura (RIFF - Rete degli Impianti Fuori Foresta).

La siepe in questione è localizzata nell'alta pianura vicentina, sui terreni dell'Azienda Agricola Sperimentale della Provincia di Vicenza, in Comune di Montecchio Precalcino.

Si tratta di un impianto bifilare posto a dimora nel 1993, progettato e realizzato con le tecniche messe a punto dall'A.R.F. del Veneto per la localizzazione e la realizzazione di siepi campestri nelle moderne aziende agricole.

La specie principale, il platano ibrido (Platanus acer/folla Aiton), è stata scelta in ragione delle sue caratteristiche di adattamento a terreni relativamente umidi e della rapidità di crescita, che unitamente alla discreta qualità della legna da ardere ritraibile ne fa ancora una delle specie «guida» per la realizzazione di siepi di medie dimensioni destinate alla produzione di biomassa.

Nel caso in questione si trattava di rivegetare ambo le rive di un fosso di scolo delle acque consortili, mediante la realizzazione di una siepe multifunzionale.

Tutte le finalità richieste all'impianto, evidenziate nella scheda descrittiva, si possono dire pienamente raggiunte in occasione della prima utilizzazione della legna da ardere prodotta dalla siepe, che peraltro svolgeva appieno già da circa tre anni le funzioni protettive cui è deputata.

Proprio in occasione del primo taglio, che ha interessato circa metà delle ceppaie, vista la valenza dimostrativa dell'impianto, si è organizzato un cantiere esemplificativo teso a mostrare le possibilità di razionalizzazione del taglio e dell'allestimento, interventi apparentemente semplici e tradizionali, ma spesso gestiti con attrezzature inadeguate e senza una programmazione accurata delle operazioni e della loro sequenza.

Nel corso della dimostrazione sono stati illustrati due sistemi di raccolta alternativi, destinati alla produzione di cippato per caldaia e di tronchetti da stufa. L'agricoltore potrà scegliere tra i due secondo la richiesta di mercato.

In entrambi i casi, i criteri di progettazione sono gli stessi: massimizzare l'efficienza del cantiere e utilizzare risorse già disponibili nell'azienda agricola o comunque acquisibili con investimenti limitati.

Pertanto, la meccanizzazione proposta dai due cantieri si basa sulla motosega e sul trattore agricolo, generalmente presenti in tutte le aziende. Le operatrici applicate al trattore hanno un costo limitato, in modo che l'agricoltore possa dotarsene senza troppa difficoltà. In alternativa, queste possono essere acquisite da un terzista locale. In tal caso, l'agricoltore può sempre effettuare l'abbattimento, preparando il lavoro al terzinata. Con un paio di milioni, chiunque può acquistare una buona motosega, e tutto l'equipaggiamento di protezione che è necessario a chi la impiega.

Per quanto riguarda la razionalizzazione dei cantieri, innanzitutto si è cercato di limitare il numero di manipolazioni necessarie ad ottenere un prodotto finito. Entrambi i sistemi fanno ricorso a catene di lavorazione integrate, dove una stessa squadra può eseguire contemporaneamente più fasi del medesimo ciclo produttivo.

Inoltre, si è voluta ridurre la taglia delle squadre e la quantità di lavoro manuale necessario per ciascun'operazione. È noto che le squadre meno numerose lavorano meglio e costano meno, e che un eccessivo impegno fisico abbatte la produttività giornaliera e allontana i giovani dalle attività agricole. Questi però non sono gli unici motivi per diminuire l'apporto manuale nei cantieri proposti. Un cantiere che richieda poco lavoro manuale ha il vantaggio di poter essere allestito direttamente dall'agricoltore, facendo ricorso alla manodopera interna aziendale - che spesso è scarsa di numero e ricca di anni!

Fortunatamente l'arboricoltura lineare offre condizioni di accessibilità molto favorevoli alla meccanizzazione. Il terreno è piatto e livellato, e le capezzagne offrono ampio spazio alla circolazione dei mezzi - soprattutto se si ha l'accortezza di intervenire prima che i campi siano stati arati e seminati.

Il cantiere destinato alla produzione di cippato è il più semplice. Le piante sono abbattute verso il fosso, inclinate di circa 45° rispetto alla direzione di marcia del trattore - che procede sulla capezzagna. In questo modo esse si trovano allineate con la bocca della cippatrice, cui presenta i calci. L'abbattimento è effettuato da un solo operatore, equipaggiato con una motosega leggera o media. In caso, un secondo operaio può aiutarlo a direzionare la caduta delle piante, così da velocizzare l'operazione. La cippatura è eseguita da una squadra di tre persone, di cui una è alla guida del trattore. Eventualmente, la taglia della squadra può essere ridotta a due persone - o addirittura al solo conducente se il trattore venisse equipaggiato con una gru idraulica, Il cippato è scaricato in un rimorchio, trainato da un secondo trattore che procede affiancato al primo. Qualsiasi rimorchio agricolo va bene, a patto che abbia le sponde alte. Il cippato è un prodotto voluminoso e dovrebbe sempre essere movimentato in contenitori particolarmente capienti. Altrimenti è impossibile sfruttare appieno il carico utile dei mezzi di trasporto.

La cippatrice impiegata per la prova era una Gandm1 07 TPS, progettata appositamente per il montaggio ai tre punti del trattore agricolo. La macchina impiega un disco trilama da 85 cm di diametro, e può cippare materiale con un diametro massimo di 27 cm. Questa è la taglia ideale per il lavoro nei filari da legno. Oltre ad una capacità adeguata alle dimensioni dei fusti da cippare, la macchina offre peso e ingombro limitati, che ne consentono il montaggio su un trattore relativamente leggero. Nel corso della prova, la cippatrice era azionata da un trattore da 74 Kw, che si è dimostrato all'altezza del compito. Oltretutto, una cippatrice leggera costa almeno la metà di un qualsiasi modello industriale, la cui esuberante capacità risulterebbe comunque eccessiva.

Destinato alla produzione di pezzi da stufa, il secondo cantiere è stato costruito intorno ad una operatrice combinata sega-spaccalegna. Anche qui l'abbattimento è effettuato da un operatore equipaggiato di motosega leggera o media. In questo caso però le piante sono fatte cadere sulla capezzagna, perpendicolarmente alla direzione di avanzamento del trattore. Una volta a terra, i fusti sono sramati fino ad un diametro minimo di circa 5 cm. Rami e cimali sono ammucchiati sul campo, disposti in modo diverso a seconda del trattamento che riceveranno. Se n'è previsto il recupero come cippato, essi saranno riuniti in fasci, con i calci girati di circa 45° verso la direzione di avanzamento della cippatrice - dello stesso tipo di quella già illustrata-. Se invece si pensa di eliminarli con un trinciarami, basterà lasciarli in andana direttamente sul campo.

Il trattore con la sega-spaccalegna procede lungo la capezzagna, azionato da due operatori incluso il trattorista. I fusti sono caricati sull'operatrice che li sega in tronchetti di lunghezza adeguata, spaccando quelli più grossi. Tronchetti e spacconi cadono su un convogliatore e sono caricati su un rimorchio, trainato da un secondo trattore che marcia affiancato. Con una sola operazione si passa quindi dal fusto lungo al pezzo da stufa, già caricato sul mezzo di trasporto!

La combinata sega-spaccalegna usata per la prova era pure una Gandini, il modello Forest Cut 26. Questa è la più grande delle combinate sega-spaccalegna prodotte dalla ditta mantovana, e presenta diverse caratteristiche innovative. Innanzi tutto la troncatrice a catena, che occupa meno spazio e assorbe meno potenza delle seghe circolari o a nastro montate su altre operatrici analoghe. In secondo luogo il doppio spaccalegna alternativo, che permette di velocizzare tutta l'operazione. Infatti, lo spaccalegna oleodinamico è un attrezzo abbastanza lento, ed in genere è l'organo che limita la produttività delle combinate sega-spaccalegna.

Sulla Forest Cut 26 l'ostacolo è stato aggirato montando un doppio spaccalegna, in modo che mentre il primo cuneo è impegnato nella corsa di ritorno, un nuovo pezzo può già essere spaccato dal secondo cuneo. Tutto questo in una macchina leggera e compatta, che può essere applicata all'attacco a tre punti di un trattore agricolo e circolare liberamente in campo. Oltre alle dimensioni, anche il prezzo è piuttosto limitato, restando sotto i 30 milioni di lire. Il diametro massimo lavorabile ammonta a 26 cm, e per quanto riguarda la potenza richiesta, i 50 Kw del trattore usato nella dimostrazione sono sicuramente abbondanti.

Federico Correale

Veneto Agricoltura

Raffaele Spinelli

CNR -Istituto per la ricerca sul legno di Firenze

L'IMPIANTO

Molte sono le tecniche adatte alla messa a dimora di nuove piante che formeranno la siepe; tra tutte, la più pratica e più produttiva, resta quella che prevede l'impiego di piantine coltivate con pane di terra e con il moderno sistema di pacciamature con film in materiale plastico. Questa tecnica è stata messa a punto dall'azienda regionale delle foreste del Veneto, verso la fine degli anni '80 e da quella data si è rapidamente estesa in tutte le regioni italiane e nel resto d'Europa.

Questa tecnica è in sostanza basata sui seguenti punti: provenienza certa delle piante impiegate, per le specie indigene, privilegiando le provenienze locali, lmpiego di piante giovani di tipo forestale, consentendo di contenere i costi. Le piantine forestali hanno dimensioni che vanno dai 40 centimetri ai 150 centimetri, nel caso delle latifoglie (le conifere in genere non rientrano tra quelle d'impiego nelle siepi campestri). Per raggiungere questa dimensione le giovani piante hanno bisogno di uno o due anni. L'utilizzo di piante con pane di terra permette la messa a dimora con facilità e rapidità, anche da persone inesperte; si possono piantare in tutti i periodi dell'anno anche quando sono in piena attività vegetativa, allungando così di molto il periodo utile per l'esecuzione dei lavori in aperta campagna.

Questa tecnica, consente alle piante una crescita rapida perché durante le fasi del trapianto non vengono danneggiate le radici. L'insieme di questi vantaggi compensa in modo ampio il maggior costo d'acquisto, che si aggira tra le 1.500 e le 3.500 lire per piantina.

L'esperienza ha ampiamente dimostrato che, nel caso delle specie indigene, le piantine che danno i risultati migliori sono quelle che provengono da seme o da talee d'origine locale. Ogni specie vegetale, all'interno del suo vasto areale di distribuzione, presenta sempre delle sottili differenziazioni (razze ed ecotipi), selezionate per rispondere alle mutevoli condizioni ambientali ed ecologiche.

Le piante di provenienza locale sono le più idonee alle condizioni ecologiche, del clima e del suolo di una determinata zona e di un certo ambiente. La priorità alle piante del luogo migliora il risultato finale, evita che accadano ibridazioni sempre negative tra le piante selvatiche presenti nel territorio e quelle messe artificialmente a dimora per l'impianto di nuove siepi. Va da sé, che lo stesso fenomeno accade con gli stessi danni anche negli arbusti e più in generale per tutte le specie vegetali e l'inquinamento genetico va in ogni caso sempre salvaguardato.

La siepe può rappresentare nel suo insieme un valido elemento produttivo ed estetico, sia per le nostre campagne, sia per i nostri luoghi di residenza. È quindi necessario, prima di scegliere la specie da usare; valutare e prevedere il risultato che si vuole ottenere. D'importanza fondamentale è che la nuova siepe sia ben inserita ed integrata nel paesaggio e sia in grado, nel tempo, di mostrare tutte le caratteristiche che ne hanno determinato la programmazione.

Non andranno logicamente dimenticati tutti quegli elementi che devono influire sulla scelta: l'esposizione, il clima, ed il tipo di terreno. Uguale importanza hanno anche gli usi e costumi locali. Questo particolare ed importante aspetto, sarà materia di una trattazione apposita con il proseguire del lavoro.

Alle erbe del fosso, della siepe, della capezzagna e delle sue vicinanze, nulla fin qui si è detto. Avviandoci a concludere la prima parte del lavoro ci pare doveroso almeno un accenno.

Gli alberi e gli arbusti attirano maggiormente l'attenzione di chi va per campi a godersi il panorama campagnolo senza porsi troppe domande, senza stare lì ad osservare specie e genere di quel che incontra. Molti mondi stanno sotto i nostri piedi, avvinghiati agli alberi, tra l'acqua del fosso, sulla ripa, o sui prati perenni che quasi d'apertura accompagnano le nostre siepi di campagna.

Di primavera, guardando nel fosso del Trattor, là dove confluisce nella Roiuzza, sono le tife (Typha latifolia), a farsi notare, in estate queste piante, svilupperanno la loro caratteristica infruttescenza marrone, dall'aspetto cilindrico. Questa pianta d'acqua, è chiamata anche "mazza sorda" o, semplicemente "sorda", il termine è messo in relazione al rumore attutito che emette, quando, con la mazza, si percuote un corpo più rigido.

L'incontro con la "sorda", invoglia a portarsi a casa un grosso mazzo da piazzare magari in bella mostra sul tavolo del salotto, attenti però, quando la pianta sfiorisce un'invasione di miriadi di peli invaderà ogni cosa.

In età del bronzo la peluria della "mazza sorda" raccolta in mucchietti veniva adoperata per accendere il fuoco con la pietra focaia. Questo, pare, fosse nel corredo dell'uomo di "Similaun", la mummia rinvenuta nel ghiacciaio trentino ai confini con il Tirolo e, da una decina di anni fa molto discutere gli studiosi, costretti dopo molti ed approfonditi esami, a spostare indietro l'età del bronzo di un migliaio di anni.

Lungo il fosso del Trattor, più ancora nella sua parte terminale, non manca la cannuccia (Phragmites australis), una pianta tanto umile, quanto utile; dalla quale un tempo non molto lontano si ricavavano i "sturini" per i bacchi da seta, ma anche, supporto per intonacare con calce i soffitti di legno delle nostre case e, per mille altri usi ancora. Assieme alla "caniela", grosse e verdi macchie di giunco (Schoenoplectus lacustris), veniva usato per assicurare le piante dei pomodori al paletto di sostegno. Con il giunco, lo strame dalle molte varietà, tra le più comuni (Carex elata , C. riparia), indispensabile per impagliare le sedie, ancora di "moda" ai nostri giorni.

L'elenco delle piante erbacee che popolano le nostre siepi, i fossi e le capezzagne, come anche i viottoli di campagna e i prati, non si può certo esaurire con questi pochi cenni. Rimandiamo il lettore più attento all'elenco che segue, permettendo così a chi non direttamente interessato di soffermarsi solo un momento, o di saltarlo nella sua interezza.

Erbe della siepe del fosso e delle sue vicinanze

Acetosella minore (Oxalis fontana)

Aglio selvatico (Allium sp. div.)

Amaranto (Atúarantbus sp. div.)

Angelica silvestre (Angelica Sylvest@s)

Aristolochia clematite (Aristolochia clematitis)

Aristolochia rotonda (Aristolochia rotunda)

Aspraggine comune (Picris bz'eracioides)

Assenzio selvatico (Artemisia vulgaris)

Asteroide salicina (Buphtbalmum salicifolium)

Astro americano (Aster novi-beigit)

Avena altissima (Arrbenatherum elatius)

Avena selvatica (Avenafatua)

Bambagiona (Holcus lanatus)

Barba di becco (Tragopogon on'entalis

Bardana minore (Arctium minus)

Billeri primaticcio (Cardamine hz'rsuta)

Borsa del pastore (Capsella bursa-pastoris)

Bubbolini (Silene vulgaris)

Bugola (Ajuga genevensis)

Caglio zolfino (Galium verum)

Calderugia (Senecio vulgaris)

Camomilla comune (Matricharia chamomilla)

Campanelle (Leucoium aestivum)

Campanula aggiomerata (Campanula glomerata)

Canna gentile (Arundo donax)

Cannella (Calamagrostis sp.)

Cannuccia palustre (Pbragmites australis)

Carota selvatica (Daucus carota)

Centinodìa (Polygonum aviculare)

Centocchio comune (Stellaria media)

Cespica acre (Erigeron acre,)

Cespica annua (Erigeron annuus)

Cicerchia dei prati (Lathyrus pratensis)

Cinquefoglio (Potentilla reptans)

Clematide eretta (Clematis recta)

Clematide paonazza (Clematis viticella)

Coda di topo (Alopecorus sp.)

Codolina (Pbleum pratense)

Consolida maggiore (Symplithum officinale

Crepide (Crepis taraxacifolia)

Cresta di gallo (Rhinantbus sp.)

Dente di leone comune (Leontodon bispidus)

Draba primaverile (Erophila verna)

Dulcamara (Solanum dulcamara)

Eliantemo maggiore (Helianthemum nummularium)

Enagra comune (Oenotbera biennis)

Enula aspra (Inula salicina)

Equiseto maggiore (Equisetum telmateia)

Erba da porri (Chelz'donium majus)

Erba di S. Giovanni (Hyperz'cum perforatum)

Erba mazzolina (Dactylis glomerata)

Euforbia (Euphorbia belioscopia, E. cyparissias ecc.)

Falsa ortica purpurea (Lamium purpureum)

Farfaro (Tussilago farfara)

Farinello comune (Chenopodium album)

Festuca (Festuca sp.)

Fienarola (Poa sp. div.)

Fiordaliso stoppione (Centaurea jacea)

Forasacco (Bromus sp. dl'Y.)

Forbicina comune (Bidens tripartita)

Fragola (Fragaria vesca)

Garofanina spaccasassi (Petrorbagia saxifraga)

Garofanino d'acqua (Epilobium birsutum)

Geranio (Geranium sp. div.)

Ginestrino comune (Lotus corniculatus)

Ginestrino marittimo (Tetragonolobus maritimus)

Giunco (juncus sp. div.)

Gramigna (Agropyron sp.)

Gramigna altissima (Molinia arundinacea)

Gramignone (Glyceria sp.)

Grespino (Soncbus sp. div.)

Imperatoria (Peucedanum sp.)

Incensaria comune (Pulicaria dysenterica)

Lino d'acqua (Samolus valerandz)

Loglio (Lolium sp. div.)

Ma.rgherita (Leucanthemum volgare)

Malva selvatica (Malva sylvestris)

Mazza d'oro comune (Lysimachia vulgaris)

Meliloto (Melilotus sp.)

Mercorella annua (Mercurialis annua)

Millefoglio (Acbillea millefolt'urn)

Milzadella (Lamium maculatum)

Mordigallina (Anagallis arvensis)

Morella comune (Solanum nigrum)

Muscari (Muscari atlanticum)

Nappola italiana (Xantbz'um z'talicum)

Nontiscordardime (Myosotis scorpioides)

Ortica (Urtiea dioica, U. urens)

Orzo selvatico (Hordeum mu77'num)

Paléo alpino (Koeleria pyramidata)

Paléo comune (Bracbypodium pinnatum)

Paléo odoroso (Antboxanthum odoratum)

Papavero (Papaver rhoeas, P. argemone)

Parietaria (Part'etdrt'a officinalis)

Pastinaca comune (Pastinaca sativa)

PCaglio bianco (Galium mollugo)

Persicaria (Polygonum persicaria)

Peverina (Cerastium sp. div.)

Piantaggine (Plantago sp. div.)

Poligala comune (Polygala vulgaris)

Porcellana (Portulaca oleracea)

Pratolina (Bellis perennis)Equiseto dei campi (Equisetum arvense)

Primula comune (Primula vulgaris)

Prunella comune (Prunella vulgaris)

Quattrinella (Lysimachia nummularia)

Radicchio (Cichorium intybus)

Ranuncoli (Ranunculus acris, R. repens, R. bulbosus, ecc.)

Reseda comune (Reseda lutea)

Romice (Rumex crispus, R. conglomeratus, R. obtusifolius, ecc.)

Rovo bluastro (Rubus caesius)

Ruchetta selvatica (Diplotaxis muralz's)

Saeppola (Conyza canadensis)

Salvia dei prati (Salvia pratensis)

Sanguisorba maggiore (Sanguisorba officinalis)

Scardaccione (Dipsacusfullonum)

Silene bianca (Silene alba)

Specchio di venere (Legousia speculum-veneris)

Stancabue (Ononis spinosa)

Stoppione (Cirsz'um arvense)

Stregona annuale (Stacbys annua)

Succiamele (Orobanche sp.)

Tamaro (Tamus communis)

Tarassaco (Taraxacum offtcinale)

Topinambur (Heliantbus tuberosus)

Trifoglino legnoso (Dorycnium pentapbyllum)

Trifoglio (Trifolium sp.)

Veccia (Vicia sp.)

Vedovina (Scabiosa columbaria)

Verbasco (Verbascum sp.)

Verbena comune (Verbena officinalis)

Verga d'oro maggiore (Solidago gigantea)

Veronica (persica, V polt'ta, V cbamaedrys, ecc.)

Vilucchio comune (Convolvolus arvensis)

Vilucchione (Calystegia sepium)

Viola (Viola sp. div.)

Vitalba (Clematis vitalba)

Nell'introduzione a questo lavoro, abbiamo accennato, seppur in breve, alla biosfera e alla foresta tropicale pluviale, ed ancora, altri e brevi accenni alla foresta in zone temperate.

La foresta pluviale tropicale è una manifestazione fondamentalmente arborea. Essa presenta una straordinaria ricchezza di alberi appartenenti a specie, generi e famiglie diverse e in rari luoghi si trovano foreste dominate da una o due specie. In ventitré ettari di foresta malaysiana furono contate 376 specie di alberi diversi, divisi in 139 generi compresi in 52 famiglie.

Per contro, nella foresta temperata la componente arborea domina da un punto di vista strutturale, ma è rappresentata da un numero di specie nettamente inferiore a quello della componente arbustiva ed erbacea. Per quanto sia estesa, il numero di specie arboree necessarie a descrivere una foresta temperata è sempre molto esiguo. Nella maggior parte dei casi una o due specie sono nettamente dominanti, accompagnate da una decina scarsa di specie in posizione subalterna. Le flore d'intere regioni temperate non assommano, il più delle volte, le venti specie arboree.

Passando ora ad elencare gli alberi e gli arbusti che compongono le nostre siepi, pare giusto tenere in debita considerazione quanto poc'anzi detto.

Elencheremo di seguito, dieci specie di alberi e dieci di arbusti che, nella consuetudine del Veneto Orientale e in particolare a Cinto Caomaggiore, compongono le siepi di campagna. L'ordine di presentazione rispecchia quello di diffusione della specie nell'area presa in esame.

Per una migliore chiave di lettura, i nomi scientifici (in latino) sono formati in ordine da "genere" e "specie", seguiti dalla sigla dell'autore che ha stabilito quella determinata nomenclatura (per esempio: L.= Linneo, D.C.= De Candolle, Jacq.= Jaquin, ecc.). Tra parentesi sono indicati i sinonimi, con il nome di genere abbreviato alla prima lettera se corrisponde ancora al genere generico attualmente adottato. Segue il nome volgare italiano e, in grassetto sottolineato, quello in uso nella parlata cintese. La lettera D tra parentesi dopo il nome in italiano, sta ad indicare che la specie è a fogliame deciduo, (esempio: Salice bianco (D)= deciduo); qualora il nome in italiano sia seguito dalla lettera S tra parentesi, sta invece ad indicare che la specie è a fogliame sempreverde, (esempio: Bosso (S)= sempreverde).

Ogni scheda si conclude citando alcuni uccelli, che su quel tipo di pianta, amano costruire il proprio nido.

ALBERI

SALIX ALBA L.

Salice bianco (D)

Famiglia SALICACEAE

Sales

Il salice bianco è diffuso in tutta l'Europa centromeridionale, dove costituisce formazioni miste, con altre specie igrofile, lungo i corsi d'acqua su terreni fertili, profondi, soggetti a periodica sommersione; si spinge dal piano basale a 1000 m di altitudine.

Il salice bianco è una delle trentacinque specie di salici che vivono nel territorio italiano, tra il livello del mare ed il piano culminare, il salice bianco (Salix alba) è sicuramente il rappresentante della sua specie di maggior sviluppo ed è tra le poche ad avere un portamento propriamente arboreo.

Questo salice raggiunge l'altezza di 15-20 m., classificandosi come elemento di terza grandezza nel panorama della dendroflora italiana. Per contro, la sua via è molto modesta, raramente raggiunge e supera i cent'anni; in compenso la sua crescita è rapidissima, con un incremento annuale tra i più elevati. Assai rapida è anche la propagazione naturale, favorita da semi piccolissimi, avvolti di fibre leggerissime a formare una vela, che conferisce a questi semi una mobilità invidiabile.

Il salice bianco, come tutti gli altri salici del genere Salix è pianta dioica, vale a dire, presenta sessi separati. La differenza tra i due sessi si evidenzia solo all'inizio della primavera, quando il salice fiorisce, contemporaneamente all'emissione delle foglie. Gli amenti fioriferi sono infatti eretti e lunghi circa 3-6 cm, di colore giallo negli esemplari maschili, verdi invece ed esili quelli femminili.

Nel nostro paesaggio agrario, il salice cresce spontaneo o piantato dall'uomo. Spontaneo lo è con certezza quando si sviluppa lungo i corsi d'acqua di bonifica e nelle fasce di canneto o lungo le ripe. Spontaneo lo è anche lungo i ruscelli di risorgiva, in queste acque fresche concorre, assieme all'ontano, al sambuco, al pioppo e ed altre specie arbustive alla formazione di macchie e di fitte barriere vegetali selvatiche.

Il salice è impiantato artificialmente quando cresce allineato e distanziato con regolarità, lungo i nostri fossi o lungo le nostre "scoline", ed ancora, quando è piantato a formare boschetti nelle marginalità del terreno agrario diversamente utilizzabile per la sua conformazione. In quest'ultimo caso, il salice viene educato a capitozza bassa, com'è nell'uso della siepe campestre di Cinto Caomaggiore e più in generale in tutto il Veneto. Questa coltivazione è di norma finalizzata alla produzione di paleria.

Il salice bianco, infatti, è il primo "fornitore" di paleria dell'azienda agricola nostrana. Per quest'uso sono utilizzati i rami triennali, che si liberano dalle ramificazioni laterali, favorendo una crescita rettilinea ed allungata, così da essere destinati a svariati usi aziendali che vanno dai pali per la vite ai manici per i badili e le zappe e quelli da rastrello, per finire sotto le travi delle cantine, quale sostegno per salami, pancette e salsicce nostrane.

Il legno del salice bianco, più in generale, lo s'impiega per costruirvi cassette e imballaggi e nell'industria cartaria. Con il legno di salice vengono anche fabbricati oggetti minuti, sculture e i mitici zoccoli, intendendo con zoccoli quelli chiusi per l'inverno, non certo quelli aperti da passeggio. In questo particolare uso la scelta era ed è motivata dalla leggerezza del suo legno bianco. Il carbone di salice è d'ottima qualità, per questo è utilizzato per la produzione dei "carboncini" da disegno.

La corteccia del salice contiene la Salicina, un glucoside che dà per ossidazione l'acido salicilico, dal quale si può sintetizzare l'acido acetilsalicilico in pratica, il principio attivo dell'aspirina. Per questo, la corteccia, era usata come febbrifugo.

Tra le trentacinque varietà di salice, che vivono nel nostro paese, una riveste notevole importanza, pari quasi a quella del fratello maggiore: è il salice rosso. Questa varietà di salice forniva la totalità del materiale per legature che si usavano in campagna; indispensabile ad esempio per la legatura delle viti e di tutta la fase di potatura nel vigneto. A Cinto Caomaggiore e nella gran parte del Veneto, il salice rosso è noto con il nome di "Vencher o sache zale". Oggi questo tradizionale uso sta per essere definitivamente soppiantato dal materiale plastico.

Nel panorama veneto, ancora un altro salice ha fatto la sua comparsa, in quest'ultimo caso, nei nostri giardini. Si tratta della varietà Salix alba f. Rehd., come pianta ornamentale, per il portamento "piangente". Questa specie, come tutti i salici, è molto tollerante nei confronti del vento e dell'inquinamento atmosferico.

Nella ceppaia del salice, pone il suo talamo il merlo (Turdus merula) e nelle sue cavità nidificano i passeri e le cince (Parus caeruleus - P. major) e l'upupa (Upupa epops), dal caratteristico ciuffo di piume sulla testa "galut de montagna", un po' bistrattato nei "Sepolcri" di Foscolo, ma uccello di grazia e di bellezza sublime. Lungo i corsi d'acqua, tra i rami del salice, a mezz'altezza, che ombreggiano l'alveo, trova casa invece, il pendolino (Remiz pendulinus), che vi attacca, tessendolo, un caratteristico nido a forma di pendolo. Questo grazioso uccelletto nidifica anche lungo il nostro Caomaggiore, anche se con pochi individui. Merli e cincie, sono molto comuni nel nostro territorio, dove le loro dimore s'incontrano con facilità.

POPULUS ALBA L.

Pioppo bianco (D)

Famiglia SALICACEE

Talpon

Per spiegare il nome del genere, che già in latino designava i pioppi, si suggericse un'etimologia suggestiva, che si richiama alle fitte formazioni che queste piante tendono a costituire, come un "popolo" lungo le rive di un fiume.

Il pioppo è albero a portamento eretto, alto fino a 30 m. Sia il tronco sia i rami sono ricoperti da una corteccia biancastra e liscia, interrotta da numerose screpolature (lenticelle). Le foglie sono di due tipi: quelle che crescono sui corti rami fioriferi, cioè destinati a portare i fiori, sono provviste di picciolo breve e hanno forma ovoidale, con margine sinuoso o dentato; la pagina superiore è di un bel verde intenso, quella inferiore grigiastra.

Le foglie presenti sui rami destinati all'allungamento sono invece più grandi, bianche e fittamente pelose sulla pagina inferiore, di forma grossolanamente cuoriformi triangolari e con margine inciso in modo da individuare cinque lobi dentati. In febbraio-marzo, prima delle foglie, compaiono i fiori, unisessuali e portati da individui diversi. Piante maschili e piante femminili si distinguono le une dalle altre anche per il diverso portamento: le prime hanno in genere chioma piramidale, con rami poco divaricati, mentre le seconde presentano una chioma più espansa e irregolare.

I fiori maschili sono formati da squamate sfrangiate alla cui ascella sono posti 6-8 stami, dapprima porporini e poi gialli. I vari fiori sono riuniti in infiorescenze pendule chiamate «gattini», lunghe 8-10 cm, dall'aspetto tipicamente piumoso. I fiori femminili, che formano amenti meno fitti, più lunghi e più nettamente penduli, constano anch'essi di squamate sfrangiate alla cui ascella si trova un unico pistillo.

L'impollinazione avviene ad opera del vento. I frutti sono capsule contenenti numerosi, piccoli semi, muniti di lunghi peli sericei. La miriade di fiocchetti bianchi che vagano nell'aria nei primi giorni di maggio sono proprio i minutissimi semi dei pioppi, alla ricerca di un terreno adatto per germogliare.

Il pioppo bianco predilige i terreni alluvionali, profondi, freschi, permeabili, con un certo grado d'umidità. Difficilmente forma boschi estesi: in genere lo si trova in piccoli e sporadici gruppi, talvolta puri, ma spesso in associazione con pioppi neri, frassini, ontani e salici. In Italia è presente in tutta la penisola, sia a livello del mare sia ad altitudini superiori, spingendosi, sulle Alpi, sino a 1500 m.

Questa specie di pioppo, può essere coltivata a scopo ornamentale, soprattutto nella varietà globosa, pyramidalis, ricardii. Si usa anche per alberature stradali e per rimboschire le rive dei fiumi e i terreni a scarpata.

Il legno del pioppo è chiaro, tenero, omogeneo e leggero, ma di valore mediocre; è usato per tavolame corrente e per imballaggi, per la fabbricazione di compensati o come supporto nella costruzione di mobili di legno più pregiato. Il pioppo, nelle sue varietà, è al secondo posto, dopo le conifere, quale fornitore di cellulosa da carta. Per questo scopo, si usano ibridi con il pioppo nero europeo o sul tipo del: «Populus deltoides Marshall»,Il pioppo nero americano, con lo scopo di preservare le piante da insetti infestanti, in particolare, dal temutissimo tarlo del legno. Queste ultime varietà, insieme con altre, sono quelle che formano i nostri estesi pioppeti coltivati per legno da carta.

Tra le tante varietà, presenti nel nostro territorio, non possiamo dimenticare il pioppo tremolo: Populu tremola L.Il Pioppo tremolo è un albero caratteristico, alto 20-30 metri con fusto dritto e slanciato, nudo per un buon tratto e quindi coronato da una chioma sorretta da numerosi rami ascendenti. La corteccia è di colore grigio-verdastro, è liscia nei giovani individui, più scura e screpolata negli adulti.

Le foglie di questo pioppo sono molto caratteristiche e permettono di distinguere il pioppo tremolo dagli altri: lisce su entrambe le facce, di forma quasi tondeggiante e hanno un lungo picciolo appiattito, assai flessibile ed elastico, che permette loro di "tremolare" al minimo alito di vento. -Per saperne un poco di più su questo particolare pioppo, si può anche leggere la novella "L'albero degli aviatori", nella raccolta "Scarpe gialle e altre tracce" M.M. Ellerani Ed. San Vito al Tagliamento (PN) 1996-.

Sulle cime dei pioppi mette su casa, con rozzi e voluminosi nidi, la gazza "ladra" (Pica pica) e sui rami vicini al tronco nidificano la "gazza" ghiandaia (Garrulus glandarius), la tortora (Streptopelia decaocto) e l'averla maggiore (Lanius senator). Sulle sporgenze dei primi grossi rami, invece, è il rigogolo (Oriolus oriolus) che dimora, costruendovi un tipico ed intrecciato nido appeso a forma di cupola rovesciata, dove alleva la sua famiglia. Per convogliare a nozze, il rigogolo predilige il pioppo tremolo. Il picchio rosso e quello verde (Picoides major - Picus virdis), amano introdursi attraverso dei fori che loro stessi praticano, nel tronco del pioppo bianco, dove depongono le uova su poca segatura, frutto del lavoro d'entrata. In queste buie caverne, il picchio cova ed alleva la sua numerosa nidiata.

PLATANUS HYBRIDA Brot.

(= P. acerifolia (Ait.) Willd.; Phispanica Menhh.)

Platano comune (D)

Famiglia PLATANACEE

Platano - (platana - platina)

Il platano è il terzo albero che s'incontra lungo le nostre siepi, la sua presenza è quindi delle più indicative sia dal punto di vista produttivo, sia da quello ornamentale. Infatti il platano è da sempre una pianta dai molteplici impieghi. Con il proseguire della presentazione ne elencheremo alcuni.

Il platano raggiunge un'altezza di 30 metri, il suo tronco eretto ha rami grossi e incurvati; corteccia grigio-verdastra, liscia, che si stacca a placche sottili sotto le quali, è già formata la nuova scorza spesso chiarissima. Le foglie del platano sono semplici, palmato-lobate di 10-25 cm a 3-5 lobi. La foglia del platano è la foglia per antonomasia, ed è la prima che rappresenta bene l'autunno.

Il nome della pianta deriva dalla forma ampia delle foglie, dal greco platys: largo. L'origine di questo diffusissimo albero non è nota: si ritiene un ibrido tra platanus orientalis e P. occidentalis, formatosi nel Nord Europa alla fine del '600 e successivamente diffuso a tutto il continente come pianta ornamentale. Attualmente tra i platani è il più comune, manifesta una notevole variabilità di forme. Viene ampiamente impiegato nei parchi per l'ombra e nelle alberature stradali per la notevole resistenza alle drastiche potature.

In questi ultimi tempi il platano è in serio pericolo per gli attacchi di un insetto parassita, il tingide del platano (Coryhacha ciliata), che provoca ingiallimento e precoce caduta delle foglie.

(Nulla a che vedere con: "Piangono le foglie gialle tutte intorno a me, chiedo l'armonia dei platani dov'è, vedendomi con te".- Almeno, questo mi pare di ricordare, nel motivo di una vecchia canzone dal titolo "Viale d'autunno").

- Più nitidamente, invece, ricordo una "riva" di platani coltivata a ceppaia bassa, che ormai da molti anni non c'è più. Si trovava in fondo alla campagna della mia vecchia casa contadina di Settimo. Salii in una stanga di quei platani per "calarmi"; ma, il platano non è certo flessibile come il salice. L'improvvisa rottura della stanga mi fece precipitare malamente a terra con molto spavento e poche conseguenze. Ecco perché a parlare di quest'albero mi sento un poco a casa.

Questa siepe di platani costeggiava uno stradone d'uso agricolo da un unico lato, dal versante siepe, invece, un prato stabile che terminava in un medicaio dal nome "Lecata granda". Il suggestivo e inusuale toponimo di questo campo, credo andasse ricondotto all'infestazione di "lingue de vacca" (Rumex), che il coltivo sopportava da sempre -.

Dopo queste divagazioni sul platano, resta ancora da ricordare che il suo legno è simile a quello del Platanus orientalis, ma di miglior qualità; è usato in falegnameria per travature. Per la sua durezza e compattezza si presta per fabbricare i blocchi dei macellai e le tavole rustiche da taverna. Molto più pregiate sono invece le radiche per le belle venature, il suo legno rientra tra i primi come fornitore di calore per le nostre abitazioni. Ne parliamo nell'apposita scheda: "Utilizzazione razionale della legna nelle siepi campestri".

Le parti giovani della pianta sono rivestite da una leggera peluria che provoca allergie all'apparato respiratorio. Il platano orientale è originario dell'Europa sudorientale e dell'Asia occidentale; da lì si è diffuso nel continente europeo, dove s'incontra nella Penisola Balcanica e più raramente in Italia meridionale.

Il platano cresce bene in boschi radi e ariosi, perché amante della luce, esige terreni piuttosto umidi e profondi. I rami contengono una sostanza tintorica bruna adatta per colorare tessuti. La corteccia e le foglie, ad azione astringente, erano applicate sulle scottature e sulle infiammazioni della pelle.

Sulle fronde del platano costruisce il nido il cardellino (Carduelis carduelis), scegliendo per questo i rami più sporgenti. Ma la pianta dev'essere priva del nido della gazza "ladra", temutissima dal cardellino per le razzie che il corvide compie nei riguardi delle sue uova e dei suoi piccoli.

ALNUS GLUTINOSA (L.) Gaertn.

Ontano nero (D)

Famiglia BETULACEE

Orner - ornar

Per un banalissimo errore di traduzione, il nome dell'ontano ha finito per essere associato ad una maligna figura magica, il "re degli ontani", consacrato da una ballata di Goethe (Erlkönig) e da un lied di Schubert. Accade, infatti, che un certo Herdert, il primo a tradurre la leggenda danese alla quale s'ispirano i due artisti, confuse ontani con elfi, due parole che nella lingua danese hanno un suono simile. Insomma gli ontani non c'entrano proprio. Ben presenti sono invece nel passato dell'uomo, visto che con il loro legno si costruivano le palafitte preistoriche.

Ma torniamo al presente, per conoscere i due ontani più diffusi in Italia e naturalmente anche a Cinto Caomaggiore, dov'è l'ontano nero la pianta che è identificata con questo nome. La specie bianca (Alnus incana) non è presente nel nostro territorio, essendo questa d'areale alpino e subalpino.

L'ontano raggiunge un'altezza di 20 metri, talvolta arbusto in fitte colonie lungo i fossi dove cresce spontaneo. Quando lo si incontra in forma arborea, ha un tronco slanciato, ricoperto da una corteccia bruno-verdognola che negli esemplari adulti è profondamente screpolata. Le foglie sono ovali, quasi arrotondate, prive di un apice appuntito e con margine irregolarmente dentato. Le foglie dell'ontano sono cosparse di una sostanza vischiosa che le rende appiccicose.

Le infiorescenze maschili, cilindriche e lunghe 6-12 cm, sono formate da tante squamate disposte come le lastre d'ardesia dei tetti, alla cui ascella sono disposti i fiori, costituiti da un ciuffetto di stami e da una piccola brattea. Le infiorescenze femminili sono più piccole (1-3 cm) riunite in gruppi di 3-5. I frutti sono acheni alati.

Nei mesi autunnali i frutti dell'ontano, che si presentano alla vista come delle ciliegie rinsecchite e screpolate o, se si vuole, come delle piccole pigne nere di conifera, sono presi d'assalto dai lucherini, che ne fanno scorpacciate infinite, anche gli organetti ed i ciuffolotti amano trascorrere lunghe ore attorno a questi frutti per estrarvi i minuscoli semi, vere e proprie leccornie.

Lungo le siepi della campagna cintese l'ontano di solito spontaneo, è coltivato a ceppaia bassa, più raramente come albero da fusto singolo. Preferisce i corsi d'acqua, dove mette su comunella con salici e pioppi. Non disdegna per niente l'acqua, infatti, cresce rigoglioso anche nelle paludi e nei terreni inondati ed argillosi. In boschi puri lo si può incontrare in Piemonte e da Pisa a La Spezia.

Il legno dell'ontano, che alla stagionatura si presenta del colore della terra bruciata di Siena, s'impiega nella costruzione delle matite, di zoccoli e per piccoli lavori d'intaglio e al tornio. A Settimo, in un tempo non lontano, con il suo legno si costruivano le "dalmine". Nella vicina località di Bagnara, nel comune di Gruaro, attorno ad uno stagno di proprietà della famiglia Segatto, crescevano tre ontani che oggidì si potrebbero definire eccezionali, infatti, la loro circonferenza era pari a sei braccia d'uomo adulto. Tagliati tra le due guerre, fornirono legname per i mobili di più abitazioni.

Dalla corteccia dell'ontano si estraggono tannini per la concia delle pelli. Queste stesse sostanze, mescolate a sali di ferro, si usano nella preparazione degli inchiostri.

I rami dell'ontano sono i preferiti dalle tortore (Streptopedia decaocto), che vi costruiscono uno spartano nido, con pochi stecchi; anche l'averla piccola (Lanius collurio) e la capinera (Sylvia atricopilla) lo scelgono per crescere la loro famigliola. In questo caso, però, la pianta deve dare sostegno al luppolo "selvatico" (Vidisoni o bruscandui), a qualche rovo o all'edera, creando sulla pianta degli ammassi verdi, dove i volatili possono proteggere i loro nidi e covare indisturbati.

ACER CAMPESTRE L.

Acero campestre (D)

Famiglia ACERACEAE

Acero

L'acero campestre, raggiunge un'altezza che va dai 15 fino ai 20 metri; la chioma è globosa su tronco breve, diviso e ramificato, talvolta un poco inclinato. L'acero campestre ha la corteccia bruna, solcata a placche, le foglie di questa pianta sono semplici, di 8-10 cm, a 3.5 lobi ottusi, picciolate ad inserzione opposta, il colore autunnale è giallo oro. L'infiorescenza è a corimbo eretto, di circa 10 fiori, ciascuno con cinque sepali e cinque petali simili, giallo-verdi. Fiorisce in aprile e in maggio, durante l'emissione delle foglie

I frutti dell'acero campestre sono chiamati disamare, con ali perpendicolari al peduncolo, simili a delle piccole eliche d'aereo di non più 5-6 centimetri; quando i frutti cadono, roteando, simulano alla perfezione il movimento di un'elica.

L'acero campestre è spontaneo lungo le nostre siepi, talvolta però è l'uomo che lo fa dimorare là dove più lo aggrada. Spontaneo lo è anche in tutta l'Europa, raggiungendo a nord l'Inghilterra e la Svezia meridionale. Questa specie d'acero è frequente nei boschi di latifoglie e negli orizzonti collinari e montani, ma non supera i 1200 m. Predilige posizioni solatie, pur essendo tra gli aceri il meno esigente, sopportando bene anche le basse temperature. Vegeta su terreni freschi e profondi, rifuggendo però quelli troppo umidi o quelli troppo aridi: è dunque complessivamente pianta da definire mesofila.

Questa specie d'acero è a lento accrescimento, per questo poco utilizzata come albero per produrre legna da ardere. Rientra invece, quale elemento delle siepi da giardino e di quelle d'arredo urbano, in quanto resiste bene alle drastiche potature. Con il legno, rossastro e durevole, ha applicazioni per i manici degli attrezzi. Il fogliame è invece utilizzato come foraggio per gli ovini e i caprini.

L'acero campestre, quando vegeta in aperta campagna, ospita il nido delle cornacchie e dei corvi (Corvus frugilegus - C. corone). I corvidi lo scelgono, però, solo quando l'albero ha raggiunto un'altezza che garantisca una sufficiente sicurezza, rifuggendo quindi le piante giovani, che sono, invece, le preferite dai verdoni (Carduelis chloris) e dai cardellini (Carduelis carduelis) quando l'acero cresce nei giardini o sulle siepi d'arredo. Questa scelta, fatta dagli uccelletti, è motivata dalla necessità di proteggere meglio la loro dimora di nozze dalle razzie dei predatori e la vicinanza con l'uomo dà evidenti opportunità.

ULMUS MINOR Miller

(= U. carpinifoglia Suckow

U. campestris Auct. non L. )

Olmo campestre (D)

Olmo

L'olmo raggiunge un'altezza di 30 metri e la sua chioma è densa e allungata, allargata in alto. Il tronco è dritto e ramoso in alto; pollonifero con ramuli sottili e glabri, corteccia grigio-bruna. Le foglie dell'olmo campestre sono semplici, obovate-ellittiche, di 5-10 cm, a base asimmetrica che coprono con il lobo il picciolo; hanno margine doppiamente seghettato dentato, l'apice è acuto o acuminato. Le foglie dell'olmo sono glabre e lucide nella parte superiore, in quella inferiore tendono all'opaco e sono ad inserzione alterna.

I fiori di questa pianta sono ascellari, più o meno sessili con perianzio ridotto; stami 4-6 sporgenti ad antere rosso-brune. L'olmo fiorisce da marzo ad aprile, prima di emettere le foglie. I frutti sono samare di 1-2 cm, con seme spostato verso l'apice; ali glabre al margine.

La pianta dell'olmo è molto longeva, supera di fatto i 600 anni d'età, ha vasto areale europeo centromeridionale e di norma non sale oltre gli 800-1000 m di altitudine. Vive di preferenza su suoli freschi, fertili pur tollerando terreni compatti e pesanti, è questa una pianta molto adattabile alle condizioni climatiche.

Famosi in Europa sono l'olmo di Worms (47m. di altezza e 2.5 di diametro) e l'olmo di Brignoles che nel secolo scorso aveva una circonferenza di ben 9 m.

Tutti gli olmi, e l'olmo campestre in particolare, sono utilizzati come piante ornamentali per i notevoli pregi della chioma, per la resistenza all'inquinamento e ai fumi e perché tollerano potature drastiche, ricacciando polloni alla base; sono impiegati ormai raramente come tutori delle viti. Il fogliame di tutte le specie di olmo è buon foraggio per il bestiame.

Il legno dell'olmo campestre, di colore da bianco rosato a bruno, è mediamente duro, pesante, molto durevole e resistente alle fenditure. È difficile da stagnare, ma ben lavorabile, perciò se ne fanno mobili, vetture ferroviarie e carri. I nostri falegnami apprezzano un particolare tipo d'olmo detto "rigatino", dalle tipiche venature chiare e privo di nodi. È usato per particolari e pregiati arredi. L'olmo resiste particolarmente all'umidità e all'immersione in acqua e si utilizza per attrezzi agricoli e per lavori di tornitura. Le foglie e la corteccia hanno impiego officinale, sono astringenti, cicatrizzanti e depurative. Con le foglie verdi dell'olmo ridotte in poltiglia, si ottiene un mastice assai valido per otturare le falle su botti e caratelli.

Ci piace qui ricordare che i frutti dell'olmo appena formati, di sapore aromatico, gradevole e con un leggero retrogusto di viola mammola e un sospetto sapore amarognolo, possono essere gustosissimi ingredienti per tutte le insalate.

Albero legato nell'antichità al motivo della morte: Enea trova davanti alla porta dell'Ade un olmo gigantesco che nasconde con le sue fronde i vani sogni degli uomini. Un presagio.

Negli ultimi decenni la gran parte degli olmi nostrani sono stati colpiti dalla grafiosi, che rinsecchisce le piante d'ogni età, prediligendo, purtroppo, quelle dal portamento più maturo e maestoso. Un esempio di questa falcidia si ha nel vicino comune di Sesto al Reghena. I notissimi e vecchi olmi che circondano i Prati Burovic, nella prima periferia del paese, stanno morendo con una cadenza inimmaginabile.

Per far fronte a questa piaga, che ha raggiunto dimensioni più che preoccupanti, al posto delle piante nostrane, si mettono a dimora olmi siberiani Ulmus Pumila. Questa specie d'olmo è stata importata in Europa negli anni trenta per la sua resistenza proprio alla grafiosi, che è il risultato di due azioni combinate di un unico e piccolissimo insetto infestante: la Scolitide. Il parassita, scavando delle gallerie tra legno e corteccia, dissemina di spore i minuscoli corridoi. Le spore si svilupperanno in seguito lungo i condotti, riempiendo le gallerie che diventeranno dei cordoni di funghi tanto nocivi da asfissiare la pianta.

L'olmo siberiano ha inoltre il pregio di resistere a condizioni climatiche con aridità estiva e gelo invernale molto spinti, adattandosi anche a qualsiasi terreno. Tra tutti gli olmi è questa la specie che si sviluppa più rapidamente.

L'olmo è preferito dal colombaccio (Columba palumbus) che vi costruisce un nido spartano con pochi stecchi, anche quando la pianta dimora nei parchi pubblici; lo fa nei grossi rami vicino al tronco, ad un'altezza che garantisca alla sua famiglia l'assoluta tranquillità, essendo questo volatile particolarmente diffidente. Il colombaccio solitamente arriva al nido di soppiatto, questo suo comportamento, rende la dimora difficile da individuare.

Anche il fringuello (Fringilla coelebs) non disdegna l'olmo per fissarvi il suo domicilio. Il carattere esuberante del "cantante", però, rende il sito ben individuabile. Il nido del fringuello è molto "artistico"; all'esterno è ricoperto da pezzettini di corteccia dell'albero che lo ospita, nell'intento di renderlo il più mimetico possibile. Le continue melodie che il maschio emette quand'è in amore, oltre che rallegrare noi e la sua compagna intenta alla cova, rendono l'opera d'occultamento della casa del tutto superfluo.

FRAXINUS EXCELSIOR L.

Frassino comune, F. maggiore (D)

Famiglia OLEACEAE

Frassina, Frassin, Vovul

Questa specie di frassino raggiunge un'altezza di 40 metri, la chioma è globosa e il tronco è dritto spesso fino alla cima. I rami sono opposti e rivolti verso l'alto; la corteccia è grigia, liscia o con solchi sottili. Le foglie, composte, imparipennate, di 20-30 cm, formate da 7-15 foglioline ovali o ellittico-lanceolate, più o meno sessili, larghe 2-3 cm, dentate ad inserzione opposta, la colorazione delle foglie in autunno è giallo-bruna.

I fiori di questa pianta sono poco appariscenti, ermafroditi o unisessuali, quelli femminili sono formati solo da due stami con antere porporine, riuniti in fascette sui rami dell'annata precedente. I fiori maschili sono disposti come quelli femminili, ma di colore che va dal porpora al verde; la pianta fiorisce ad aprile. I frutti sono samare lanceolate di quattro cm.

Simile al precedente, di solito meno alto (fino a 25 m), vi è poi il Fraxinus angustifolia, Vahl. Frassino dalle foglie strette. Questa specie di frassino, assai più comune nel Veneto Orientale, ha le foglie di 20-25 centimetri con 7-13 foglioline larghe 1-2 cm, lungamente lanceolate (3-8cm).

La fitta chioma ha dato il nome al genere, dal greco fràsso, cioè chiudo, e se si vuole, assiepo. Il frassino comune, detto anche maggiore, vive spontaneo in tutta l'Europa; nell'ambiente montano è costituente sporadico della faggeta, salendo fino a 1700 metri d'altitudine. Il frassino è specie eliofila, è piuttosto esigente per il terreno, che preferisce fresco, profondo, sciolto, soffrendo per l'eccessiva aridità.

Questa pianta è sfruttata per il legno, molto pregiato e ricercato, di colore bruno chiaro con riflessi lucidi, di facile lavorazione. Si utilizza in falegnameria, sia massiccio sia sfogliato, per fabbricare mobili, o attrezzi sportivi come: sci, remi, slitte, utensili da cucina e manici di attrezzi. Apprezzate anche le radiche, marezzate di scuro.

Le foglie del frassino venivano utilizzate in passato come foraggio per il bestiame, mentre dalla corteccia si otteneva un decotto per curare le affezioni epatiche e dalla cenere un estratto contro la scabbia. Le nostre famiglie contadine usavano mettere alcuni pezzettini di corteccia di frassino nell'acqua d'abbeverata degli anatroccoli e in quella per le piccole oche, ritenendo questi, un toccasana contro le affezioni intestinali delle bestiole.

Oltreché lungo le nostre siepi campestri, il frassino, lo s'incontra anche nei giardini quale pianta ornamentale, soprattutto alcune varietà che hanno un particolare portamento e una colorazione piuttosto appariscente del fogliame.

Il frassino è l'albero preferito dalla tordella "merlo biso-gaion" (Turdus viscivorus). La tordella si ciba d'insetti e di vermi, di ciliege, d'uve e di more nella buona stagione; si ciba di bacche nella cattiva, di bacche specialmente del vischio e da questa pianta parassita, ha preso il nome viscivora, e passò agli occhi dell'antichità, per fabbricarne, dopo elaborata digestione, la tenace colla che s'adoprava ai danni di tanti uccelli. "Turdus sibi malum cacat", sentenziavano i nostri vecchi. Il tempo e l'esperienza però, di questa e di molte altre stoltezze ha fatto giustizia.

Qualche esemplare di questa specie di tordo nidificava, fino a poco tempo fa, nel veneto orientale e a Cinto nel Bosco Zacchi. Anche lungo la riva del Trattor qualche tordella albergava per nidificare e passarvi l'estate. Ora, il bosco si è ridotto a pochi alberi e la nostra riva pare abbia perso quel fascino suggestivo che un tempo aveva anche per la tordella, e il tordo ci ha abbandonato. Si spera in un suo ritorno con il ripristino di condizioni ambientali più favorevoli.

Solitamente la tordela costruisce il nido, che è del tutto simile a quello del merlo, sulla biforcazione dei grossi rami di vecchi alberi, non molto alto da terra; con radichette e fango all'esterno, via via sempre più sottili, verso l'interno lo fodera con un poco di muschio perché i figli siano mollemente adagiati. A fabbrica finita, la cuna ha l'aspetto di una vera e propria scodella, dove la femmina cova ed alleva da tre a cinque piccoli. Il maschio di questa specie, quando è libero dalle faccende domestiche, si posa in un albero vicino e dalla cima, là, vicino al cielo ed al sole, libera i suoi gorgheggi fatti di tanti "ciraciacia", inframmistati a dei chioccoli. Benedetto chi canta! Benedetto chi nel nome della Provvidenza ci annuncia giorni migliori! Nel comunicarci la sua gioia, ci dà l'opportunità di sapere vicina la sua casa.

ROBINIA PSEUDOACACIA L.

Acacia (D)

Famiglia LEGUMINOSAE

Sottofamiglia FABOIDEAE

Casia

L'acacia arriva ad un'altezza di 25 metri, ha tronco eretto, talora biforcato, ramuli fortemente spinosi; la corteccia è grigio-bruna, solcata, a liste variamente incrociate. Le foglie sono composte, imparipennatosette, di 20-30 cm, di 13-15 foglioline ellittiche di 3-4-centimetri, picciolettate, più o meno opposte che in autunno assumono un bel colore giallo. L'infiorescenza a grappoli di 10-25 cm, è formata da 15-25 fiori papilionati bianchi, profumati. L'acacia fiorisce a maggio e i frutti, legumi pendenti, di colore bruno, restano sulla pianta fino all'inverno.

Il nome del genere ricorda J. Robin, curatore dell'Orto Botanico del re di Francia, che nel 1601 introdusse questa pianta in Europa.

La robinia, o acacia, è originaria dei monti Allegani, nelle regioni orientali degli Stati Uniti; portata nel nostro continente come ornamentale per la bellezza della fioritura, ben presto sfuggì alla coltivazione, naturalizzandosi in tutta l'Europa, dalla pianura fino a 1200 m di altitudine, in zone a clima sufficientemente caldo.

La sua gran diffusione è favorita dalla presenza di stalloni basali e da una ricca disseminazione spontanea; inoltre i giovani getti sono protetti da pericolose spine. Viene così a formare boscaglie dense in competizione con le specie arboree spontanee, sulle quali spesso prende il sopravvento. L'acacia è una specie a rapido accrescimento ed è stata preferita ad altre meno produttive.

Il legno, di colore giallo-verdognolo o bruno-olivastro, ha grana piuttosto grossa e si spacca facilmente, ma resiste bene all'aperto: perciò è impiegato per paleria, ad esempio in viticoltura; si adopera in falegnameria perché, per la sua resistenza, è adatto alla costruzione di parti soggette a forte usura. Con il suo legno si costruiscono i denti da rastrello, in sostanza eterni. L'acacia, inoltre, è un ottimo combustibile, che brucia bene anche appena tagliato.

Dal legno si estraggono fibre, che sono usate per cordami e stuoli grossolani. Foglie e corteccia sono tintorie e le prime usate anche come foraggio. I fiori sono usati talvolta in cucina, per preparare dolci ed infusi, ottimi anche con la frittata. L'acacia poi è eccellente pianta mellifera e il prodotto, detto miele d'acacia, è pregiato perché col tempo non cristallizza. I semi sono molto duri e si usano per rosari e collane.

Va ricordato che la pianta è tossica, particolarmente semi, corteccia e radici, per questo, tutte le sue parti vanno usate con molta prudenza.

Come ornamentale, l'acacia è impiegata per l'estrema rusticità e la resistenza all'atmosfera urbana. È, infatti, pianta frugalissima, indifferente al substrato, purché ben drenato e con una certa preferenza per i terreni acidi; ama la luce e si presta per consolidare e migliorare i terreni sciolti e franosi.

Sull'acacia costruisce il suo nido il frosone (Coccothraustes coccothraustes), là dove la specie nidifica ancora, non da noi. Mette su casa sulla cima, dapprima con stecchi grossi, poi, la rifinisce via via con radichette sempre più piccole fino a creare un talamo dove la femmina cova ed alleva la sua nidiata.

Mauro Corona, lo scultore e scrittore ertano, Lui che parla con gli alberi, (e fa bene), nel suo libro "Le voci del bosco" dice dell'acacia: "Durissima, taciturna, solitaria anche se in gruppo, scontrosa e inattaccabile dagli attrezzi, è sicuramente pazza. È una donna che vive nella sua torre, difesa da lunghe spine acuminate. Una zitella altera e segaligna che non vuole ricevere né dare affetto alcuno". Poi, forse un poco pentito: "L'acacia è una donna perduta che rifiuta la speranza e la pietà, ma non si lamenta, e a sua difesa devo dire che non disturba nessuno".

Sulle dita di tutti noi è entrata qualche spina, è forse per questo, che l'arte va presa per quel Vaso di Pandora del quale, se ne sente tanto la mancanza.

QUERCUS ROBUR L.

(= pedunculata Ehrh.)

Farnia (D)

Famiglia FAGACEAE

Quercia, Rovere

Il nome dialettale della farnia (rovere), non deve certo andare confuso con quello del rovere propriamente detto, infatti, si tratta di due specie diverse, se pur molto simili.

La farnia arriva ad un'altezza di 20 metri; esemplari isolati possono superare addirittura i 40 m. La chioma è irregolarmente ovale e globosa, molto ampia, il tronco è robusto e ramoso, con ramuli glabri; corteccia è solcata, da brevi placche sottili. Le foglie della farnia sono semplici, obovate-lobate, di circa 10 cm, a superficie ondulata, alla base hanno due orecchiette ed il picciolo è brevissimo (0,5-1 cm), glabro; l'inserzione è alterna.

Le infiorescenze della farnia sono unisessuali, quelle maschili sono amenti lassi di 2-4 cm, con penduli stami gialli; fiori femminili solitari o a 2-5 su un lungo peduncolo di 2-5 cm. Questo, determina il nome della specie: (= Quercus peduncolata!). I fiori singoli sono sferici, bruni a stimma rosso, la pianta fiorisce da aprile a maggio. I frutti della farnia sono ghiande ovali allungate 1,5-4 cm; cupola a squame appressate e tomentose, che ricopre la ghianda fino a ¼ (1/2).

La farnia è una pianta molto longeva, che raggiunge e supera i 500 anni di vita. Il suo areale è molto vasto, comprende tutta l'Europa, dalle regioni mediterranee alla Scandinavia, dov'è diffusa dalle zone di pianura fino a 1000 metri d'altitudine. Si adatta a terreni diversi, preferendo quelli freschi, profondi e fertili, rifuggendo quelli nettamente basici. Piuttosto tollerante nei confronti del gelo invernale, esige temperature estive elevate, condizioni, queste, che favoriscono la sua diffusione nelle aree europee a clima continentale. Il "rovere", come la farnia, è esigente nei confronti della disponibilità d'acqua del terreno e, specialmente nei primi anni di sviluppo, anche della luce.

Il legno di colore bruno-chiaro è duro e leggero ed è noto con il nome di "rovere di slavonia", è il prodotto più pregiato della farnia. Il legno viene utilizzato nella costruzione di mobili di gran pregio e per farne botti, per produrre carbone di qualità e come combustibile. La corteccia contiene in media il 1/5 % di tannino ed è usata per conciare le pelli, le ghiande, invece, costituiscono un ottimo alimento per i suini. La farnia è raramente impiegata come pianta ornamentale, per la sua lenta crescita, nonostante ciò, gli esemplari isolati e di una certa età hanno un fascino unico.

La farnia è un albero sacro in molte tradizioni antiche: i Greci lo veneravano come sacro a Zeus, in Epiro, l'oracolo di Dodona era una quercia che rendeva nota la volontà di Zeus attraverso lo stormire delle sue fronde. L'aspetto sacrale è presente anche presso le culture nordiche; presso i Celti, la quercia era sacra ai Druidi, presso i Germani era sacra a Donar, il Dio del tuono.

Da noi la farnia, pur non rivestendo sacralità, resta pur sempre un albero che incute rispetto, carattere, forza e timore.

La farnia è un albero prediletto da molti uccelli che su di essa costruiscono il proprio nido. Come per gli altri alberi, fin qui citati, anche per la farnia ne nominiamo alcuni: il cardellino (Carduelis carduelis), infatti, è uno dei frequentatori delle sue fronde, dove, nei rami esterni mimetizza la "coppa" nuziale, prediligendo gli esemplari presenti nei giardini, o nei margini dei boschi. Anche il tordo bottaccio e il sassello (Turdus p. philomelo T. musicus), amano costruire il nido, tra i grossi rami vicino al tronco. L'incessante lavoro di costruzione termina con la deposizione di 3-5 uova che la femmina cova per una ventina di giorni, ma, il lavoro non è finito: occorrono ancora una trentina di giorni d'incessanti imbeccate, per vedere i giovani involarsi. Queste ultime due specie di tordi non nidificano nelle nostre zone di pianura, ma, se si ha un po' di fortuna, si possono vedere le loro case nel vicino Bosco del Consiglio.

QUERCUS PUBESCENS Willd.

(= Q. lanuginosa Thuile)

Roverella (D)

Famiglia FAGACEACEAE

Rovere

La roverella è la pianta che a Cinto si utilizza più delle altre fin qui citate nella formazione di siepi per chiudende agricole e per quelle che dividono le proprietà, anche in zone residenziali del centro del paese. Raggiunge un'altezza di 20 metri e la sua chioma è globosa, emisferica negli esemplari adulti. Il tronco è sinuoso, eretto e i ramuli sono pelosi, la corteccia è grigio-scura, fessurata in piccole placche ruvide. Le foglie secche della roverella persistono sulla pianta per tutto l'inverno, sono semplici, obovate-lobate, di 5-10 cm, più o meno pubescenti, soprattutto da giovani. Hanno base cuneata, picciolo breve (1cm), peloso, l'inserzione è alterna.

La roverella ha le infiorescenze unisessuali, i fiori maschili sono riuniti in amenti lassi di 4-6 cm, i fiori femminili sono invece solitari o a 2-4, sessili o appena peduncolati, fiorisce da aprile a maggio. I frutti di questa specie di quercia, sono le classiche ghiande ovali allungate di 2 cm, con cupola che le ricopre fino alla metà.

L'areale della roverella è molto esteso, comprende l'Europa centromeridionale e orientale, dai Pirenei all'Asia minore. È comune negli ambienti collinari e montani inferiori, dove forma boschi puri o misti con cerro, carpino, orniello e acero campestre. Molto frugale, si adatta a terreni calcarei, argillosi, aridi, rocciosi e si presta per colonizzare ambienti denudati. La pianta è eliofila, sensibile al gelo; è, tra le querce, una delle più adatte a sopportare condizioni di aridità.

La roverella produce legname resistente, simile a quello della farnia, ma più irregolare e di meno facile lavorabilità, è usato soprattutto per le traverse ferroviarie, parti soggette a sollecitazione, per produrre carbone e come combustibile. Molto limitato il suo interesse come pianta ornamentale, anche se qualche esemplare ben curato fa la sua ottima figura nei giardini alla friulana, nelle ville patrizie lungo le rive dello Stella.

Nell'alimentazione umana si utilizzano le ghiande delle varietà dolci di questa e altre querce, previa tostatura, per produrre un surrogato del caffè. Quest'usanza, da noi mai entrata nel costume, neanche in periodi d'estrema carestia, è tuttora presente tra la gente dell'Asia Minore e in alcuni paesi balcanici.

Nella roverella costruisce il suo nido la tortora, prediligendo gli alberi vecchi, nelle vicinanze dei campi coltivati o lungo i fiumi. È' nelle biforcazioni dei grossi rami vicino al tronco che questi colombiformi costruiscono, meglio sarebbe dire, riuniscono degli stecchi in maniera grossolana dove la femmina depone due uova, cova ed alleva i suoi piccoli. La tortora "selvatica", (streptopelia turtur), che non può essere paragonata alla comune tortora dal collare presente in forma stabile nei nostri paesi, è specie di doppio passo, nidifica, se pur con pochi esemplari, lungo i fiumi e tra le nostre siepi, a patto che siano appartate e tranquille, in quanto, per la sua innata timidezza, rifugge i luoghi estranei, rumorosi e quelli frequentati dall'uomo.

ARBUSTI

CORNUS SANGUINEA L.

Sanguinella (D)

Famiglia CORNACEAE

Sandina

La sanguinella è un arbusto spontaneo delle nostre siepi di campagna, ma si trova disseminato dappertutto nel nostro territorio. Là dove c'è un po' di terra, tra i ruderi o sui margini delle strade asfaltate, le pianticelle della "sandina" crescono a gruppetti.

È questa una pianta della famiglia delle Cornaceae, la stessa dei cornioli, può svilupparsi fino ad un'altezza di 6 metri, su tronco eretto e largamente ramificato in alto; ha ramuli rossastri a due spigoli. L a corteccia della sanguinella è bruno-giallastra o grigia, screpolata e divisa in piccole squame, liscia nelle piante giovani. Le foglie sono acute e i fiori, di colore bianco, compaiono dopo che la pianta ha emesso le foglie. I frutti sono drupe nere, a maturazione, prima verdi, poi rossastre nei mesi primaverili ed estivi.

La sanguinella, come il corniolo, è diffusa in tutta l'Europa fino all'Asia Minore. È specie eliofila, mediamente longeva, che vegeta un po' ovunque, preferendo i boschi termofili di latifoglie, nei cedui e nelle nostre campagne, spingendosi dalle zone pianeggianti fino a 1200 metri d'altitudine su substrati calcarei.

Narra Tito Livio (Ab Urbe Condita, l, XXXII) che il rituale dei feziali (il collegio sacerdotale cui era affidato presso i romani, il compito di dichiarare la guerra e sancire la pace) prevedeva che il sacerdote incaricato della dichiarazione di guerra dovesse scagliare in territorio nemico una lancia ferrata "aut sanguinea", espressione che alcuni hanno interpretato col significato di "in Corniolo sanguigno", rappresentante la morte sanguinosa che sarebbe toccata agli avversari.

Il legno di colore bruno-giallastro, elastico, molto resistente è assai duro. Va stagionato a lungo, perché tende a fessurarsi ed è di difficile lavorazione. É talvolta usato per lavori al tornio e per parti soggette a forte sollecitazione; nonché per le scope da stalla e da cortile. Per quest'ultima funzione, fino agli anni '60, i concordiesi erano soliti approvvigionarsi della sanguinella proprio nel comune di Cinto e, in particolare, a Settimo. La recente bonifica della bassa concordiese non aveva ancora permesso alla pianta di proliferare. Con il legno della "sandina", un tempo, si costruivano gli archetti per le fionde, scegliendo per questo, le biforcazioni dell'annata precedente, di otto dieci millimetri. Ne parla in questa pubblicazione Giampaolo Muzzin, nella trattazione delle siepi per le api, sotto il titolo "Di fiore in fiore".

I frutti della "sandina", come quelli del corniolo, sono aciduli e gustosi, si possono mangiare freschi o in marmellate, contengono saccarosio, acidi organici e sono astringenti. Dai semi si ricava un olio usato in profumeria e, un tempo, per le lucerne. Esistono varietà ornamentali che differiscono per il colore delle foglie e per le dimensioni del frutto.

FRANGULA ALNUS Mill.

(= Rhamnus frangula L.)

Frangola (D)

Famiglia RHAMNACEAE

Bissera

La frangola è diffusa in tutta Europa centrorientale, dove s'incontra nei boschi di latifoglie, su substrati di preferenza acidi, umidi e poveri, fino a 1300 metri di altitudine. La sua altezza arriva fino a 6 m; spesso arbusto, a Cinto e nel Veneto Orientale, unicamente coltivata ad arbusto, più spesso spontanea, lungo gli argini dei fiumi e dei fossi, tra le nostre siepi da legna e tra quelle ornamentali e protettive.

La chioma della "bissera" è irregolarmente globosa, il tronco è eretto, ramoso con corteccia liscia di colore rossastro con numerose lenticelle chiare. Le foglie sono semplici, ellittiche, di 4-6 cm, con picciolo di 1 centimetro, il margine è intero e l'inserzione è alterna. Da maggio a luglio, la frangola fiorisce in fascette ascellari che raggruppano fino a 10 fiori di 4 mm di circonferenza con corolla di cinque petali ovali bianco-verdognoli a cinque stami. I frutti della "bissera" sono sferette (drupe), di circa otto millimetri, il colore va dal verde al rossastro, al nero a maturazione completa.

La frangola è una pianta frugale e molto adattabile, è stata molto usata in passato e ancora oggi ha impieghi interessanti. Il legno, di colore rossastro fortemente aromatico, è usato per lavori al tornio e fornisce carbone di buona qualità, un tempo impiegato nella preparazione della polvere pirica. La corteccia ha applicazioni medicinali: fresca è emetica, secca è lassativa, con azione duratura e regolatrice della funzione intestinale. Per l'azione drastica, va però usata con cautela, dopo lunga stagionatura, almeno dopo un anno dalla raccolta. Dai frutti si estraggono coloranti grigio-blu, e dalla corteccia, gialli e bruni.

Il nome frangola deriva dal verbo latino frangere che significa spezzare e allude alla fragilità dei suoi rami.

PRUNUS SPINOSA L.

Pruno selvatico (D)

Famiglia ROSACEAE

Brugnul, Brugnui, Spin nero

Il prugnolo è un arbusto della stessa famiglia del ciliegio, arriva ad un'altezza di 5 metri. Ha il tronco breve, molto ramificato e spinoso, diviso dal basso, con ramuli pelosi e corteccia lucida grigio-violetta, con striature chiare poste trasversalmente.

Le foglie del prugnolo sono obovate, seghettate; la pianta fiorisce da marzo a maggio, l'infiorescenza è a corimbo di 6-10 fiorellini odorosi, di cinque petali bianchi ognuno. I frutti sferici, vanno da pochi millimetri, ad un centimetro di diametro. Le drupe, prima rossastre, poi nere e lucide a maturità, sono molto asprigne.

Il prugnolo, che alcuni indicano con il nome di "Ciliegio Canino", è per noi cintesi il "brugnul" o "spin nero". Ma, qualcuno, nelle frazioni del paese, ci aggiunge una c allo spin, tanto da farlo diventare "spinc". Queste aggiunte sono concesse dalla lingua del "latte", intendendo con latte, quello materno. In ogni modo, anche nel resto del Veneto Orientale, il termine dialettale è identico a quello cintese.

L'areale del prugnolo comprende l'Europa meridionale, dove s'incontra frequentemente nei boschi sia collinari sia montani, anche sui pendii rocciosi, asciutti, calcarei fino a 1500 metri. Questa pianta è molto amante della luce, quindi legata ad ambienti caldi, non è il prugnolo un albero molto longevo.

Nel Veneto e nel Friuli, così come nel cintese, è questa una pianta tipica da siepe campestre, dove cresce spontanea, o di quelle protettive e da chiudenda. In questi ultimi due casi, è l'uomo che la fa dimorare, scegliendo al posto della natura, il luogo che ritiene più adatto. Da qualche anno, il prugnolo sta avendo un nuovo interesse, infatti, lo s'incontra sempre più spesso tra i giardini di ville e case, a far bella mostra di sé, come arbusto in quei gruppi verdi alternativi, ove si vogliono utilizzare specie spontanee della flora locale.

Il legno bruno-giallastro, pesante, non ha grandi usi per le sue ridotte dimensioni; in genere è impiegato per lavori al tornio, bastoni manici, scatole e in particolare per fabbricare le pipe che mantengono un gradevole aroma. Infatti, legno e corteccia sono profumati perché contengono cumarina, usata come aromatizzante per il tabacco.

SANBUCUS NIGRA L.

Sambuco (D)

Famiglia CAPRIFOLIACEAE

Sambuc, Sanbuc

Il sambuco è un arbusto che arriva ad un'altezza di 6 metri, con chioma globosa espansa e il tronco sinuoso biforcato, con molti rami ricoperti di lenticelle brune. Il caratteristico midollo del sambuco è bianco; la corteccia, invece, è di colore grigio-bruno profondamente solcata; le foglie di questa pianta sono composte, imparipennate, di 20-30 cm, a cinque o sette foglioline ellittiche, seghettate e dentate, di 6-12 ad inserzione opposta.

Il sambuco ha le infiorescenze composte da ombrelle di corimbi terminali di 10-20 centimetri di diametro; i fiori, invece, sono di cinque millimetri, su corolla di cinque petali uniti bianchicci tendenti al crema, cinque stami ad antere gialle sporgenti; la pianta fiorisce da aprile a tutto giugno emanando il tipico odore intenso. I frutti del sambuco, bacche di 6 mm di diametro prima verdi, a maturità nere, molto succose, sono portate da peduncoli rossi.

Escluse le estreme regioni settentrionali, il sambuco vive spontaneo in tutto il continente europeo, dal piano fino a 1500 metri d'altitudine. Ha grande adattabilità, sia al terreno sia alle condizioni climatiche; predilige substrati poco compatti e con buona disponibilità d'acqua.

Il legno è di qualità diversa a seconda che provenga dalla parte superiore del fusto, e dai polloni, o dalla parte basale. Nel primo caso è tenero, poco durevole e con midollo tenerissimo: nel secondo caso è bianco-giallognolo, duro, pesante adatto per lavori di tornitura, per oggetti di cucina e come combustibile. I rami di questa pianta erano anticamente usati per fabbricare uno strumento musicale a corde, detto sambuca in latino.

Con le parti a midollo grosso del sambuco, un tempo, si costruiva una specie di cerbottana che poteva funzionare alternativamente con i frutti verdi della "sandina", in questo caso a soffio, o con palline di stoppa inumidite dalla saliva, fatte uscire a pressione esercitata da uno stantuffo "massa" di legno di sanguinella; per i bambini, un divertimento davvero infinito.

Il sambuco ha molteplici applicazioni come pianta officinale; tutte le sue parti attivano la sudorazione, in particolare i fiori, che insieme alle foglie e alla corteccia sono utilizzati anche per curare malattie della pelle, per favorire la diuresi e come anticatarrali.

Le bacche hanno proprietà lassative e sono usate nella preparazione di marmellate e sciroppi. Hanno inoltre proprietà tintoria molto spiccata, fornendo un colore viola; con esse si può ottenere un vino, reso celebre dal romanzo di Yoseph Otto Kesserlig e dall'omonimo film "Arsenico e vecchi merletti" per la regia di Frank Capra. In questo caso però, il vino di sambuco è da sconsigliare con forza proprio a tutti.

BUXUS SEMPERVIRENS L.

Bosso (S)

Famiglia BUXACEAE

Bos

Il bosso può arrivare a un'altezza di otto metri, molto spesso però la pianta è coltivata come arbustiva, in questo caso, la sua altezza è molto più contenuta, di solito non supera i cinque metri.

La chioma è globosa e il tronco molto ramificato, con ramuli angolosi, verdi, e corteccia: bruno-scura. Il fogliame del bosso è sempreverde con foglie semplici, ovali ellittiche di 3 cm, o meno, ottuse o smarginate, coriacee; margine revoluto, picciolo brevissimo e inserzione opposta. I fiori del bosso sono in glomeruli ascellari; fiori piccoli maschili, con quattro stami che circondano un fiore femminile con tre stili; perianzio giallo-biancastro. La pianta fiorisce da marzo fino tutto maggio, i frutti sono portati su capsule ovali che si aprono per tre valve, ognuna con due cornetti della dimensione di circa 1 cm.

Il bosso occupa un ampio areale, che va dalle coste atlantiche della Penisola Iberica e arriva fino alla Penisola Balcanica. Entra nella formazione dei boschi di quercia e faggio, fino a 700-800 metri d'altezza, su terreni calcarei, aridi, sassosi, in posizioni solatie, talvolta però anche nel sottobosco. Interessante pianta migliorativa del terreno, compie anche un'adeguata azione protettiva.

Il bosso ha crescita lenta e portamento per lo più arbustivo, per questo, gli assortimenti legnosi sono in genere di modeste dimensioni. È molto diffuso come ornamentale nei parchi e nelle siepi, soprattutto in giardini all'italiana, sopporta bene la potatura conservando la forma obbligata per molto tempo data la lentezza della crescita.

Il legno è piuttosto pregiato e pesantissimo, da secco ha peso specifico superiore a quello dell'acqua. Viene utilizzato per fare oggetti minuti, come strumenti musicali, fusi, posate, bottoni, scacchi e i raggi delle ruote dei calessi.

La durezza del legno di bosso è cosa nota fin dai tempi più remoti dei quali ci sia giunta traccia. Nel 1856, quando furono ritrovati i resti fossili dell'uomo di Neanderthal nella Valle della Düssel (Germania), furono rinvenuti anche dei fossili di legno di bosso, pare che di questo legno i primitivi abitanti dell'Europa si servissero per scalfire gli utensili in selce.

Le foglie e la corteccia del bosso hanno applicazioni officinali, sono purgative e febbrifughe; si devono però usare con estrema prudenza e rispettando le dosi, perché tutta la pianta è tossica, anche per gli animali.

GRATAEGUS MONOGYNA Jacq.

Biancospino (D)

Famiglia ROSACEAE

Spin bianco

Arbustivo, il biancospino di norma non supera un'altezza di 5 metri, chioma irregolarmente globosa, allungata. Il tronco è sinuoso e molto ramoso; rami con spine di due centimetri, ramuli rossastri, la corteccia invece è bruno-aranciata. Le foglie del biancospino sono semplici, ovali, profondamente lobate, di 4-8 cm, per lo più a 2-4 lobi laterali, il margine della foglia è grossolanamente e doppiamente dentato, le nervature sono incurvate verso l'esterno, 15-20 fiori sono riuniti in corimbi terminali eretti, calice a cinque petali bianchi, concavi e rotondeggianti. 20 stami ad entere rosate, uno stilo e ovario infero; fioritura da aprile a maggio. I frutti della pianta, sono pomi di circa 1 cm, rossi, con un seme.

Il biancospino lo s'incontra un po' in tutta Europa dove cresce spontaneo lungo le strade, le siepi sia di campagna, sia ornamentali e nei boschi, dove il suo portamento quasi esclusivamente arbustivo non fa raggiungere alla pianta l'aspetto di un vero e proprio albero, anche se piccolo.

Lo "spin bianco" è una pianta molto longeva, rustica, adattabile a qualsiasi condizione climatica e di terreno. Il legno è colore rosso-giallastro a grana fine, difficile da stagionare e da lavorare. Per le sue ridotte dimensioni è usato al più per piccoli oggetti di uso domestico e come combustibile.

Il biancospino è associato al culto di Maria nella tradizione popolare. Si dice, infatti, che in un cespuglio di biancospino la Sacra Famiglia abbia trovato rifugio durante la fuga in Egitto. Per questo, era considerato blasfemo imprecare se ci si pungeva con una dei suoi spini.

Data la sua sacralità, la pianta era legata a tutta una serie di credenze. Si pensava ad esempio, che proteggesse dai fulmini, e che, piantato davanti alle stalle v'impedisse l'entrata dei rospi e delle serpi.

Il biancospino è noto da molto tempo per le proprietà medicinali; i fiori contengono principi ad azione cardiotonica simili alla digitalina, ma più attenuati, servono a equilibrare le funzioni cardio-circolatorie, come antispasmodici e sedativi vanno usati però, con estrema cautela.

Il biancospino è una presenza ormai molto abituale in tutto il Veneto Orientale, tanto nelle siepi di campagna quanto in quelle ornamentali e protettive. A Cinto Caomaggiore s'incontra soprattutto la varietà rossa, dall'abbondante fioritura. Un esempio della distinzione di quest'arbusto si ha lungo la siepe frontestrada del Lago Furlanis in Via Grandis.

LIGUSTRUM LUCIDUM Ait.

Ligustro lucido (S)

Famiglia OLEACEAE

Ligustro

Questa specie di ligustro può arrivare ad un'altezza di 15 metri, con chioma globosa allungata, tronco eretto, sinuoso, largamente ramificato, corteccia grigio-scura, opaca, liscia. Le foglie del ligustro sono semplici, ovali acute, di 10 cm, spesse e arcuate, con i due lembi leggermente piegati verso l'alto, sopra verdi chiare, inserzione opposta.

Il ligustro ha le infiorescenze terminali a pannocchia, lunghe fino a 20 cm, largamente piramidate, formate da piccoli fiori bianchi; la fioritura si ha da agosto a settembre. Le infruttescenze sono piccole bacche nere, lucide, ovali, di 1 cm, persistenti fino all'inverno.

Oltre a questa specie, nel cintese è molto più diffusa la varietà, o specie del Ligustrum vulgaris, o ligustrello. Di queste due ultime specie, i rami erano usati per legatura e intreccio; il nome del genere deriva proprio dal latino ligo, lego.

Il ligustrello è una pianta molto rustica e frugale, ad accrescimento lento, diffusa in tutte le zone temperate dell'Europa. Questa pianta, quasi esclusivamente coltivata ad arbusto, si adatta a qualsiasi terreno e resiste sia all'aria inquinata delle città sia a quella salmastra delle località marine.

È molto apprezzata come pianta ornamentale, perché facile da coltivare e si presta a formare siepi di molti usi, compresi quelli per la fauna selvatica, infatti, le sue piccole bacche sono molto ambite da una nutrita schiera di volatili. Di questa pianta sono diffuse molte varietà, che differiscono nella colorazione delle foglie e nella loro dimensione.

CORYLUS AVELLANA L.

Nocciolo (D)

Famiglia CORYLACEAE

Noseler, Noselera

Il nocciolo, spesso arbustivo, arriva ad un'altezza di 5-6 metri con chioma irregolare e tronco eretto, ramificato fin dal basso, corteccia da bruno-rossastra a bruno-grigia, liscia. Le foglie della "noselera" sono semplici, obovate, di 7-12 cm, mucronate, dentate ad inserzione alterna. I fiori sono unisessuali, quelli maschili riuniti in amenti di 6-8 cm, penduli, che si formano in autunno, quelli femminili, invece, simili a gemme, dalle quali sporgono gli stigmi bifidi rossi di due fiori. La pianta fiorisce da gennaio a marzo. I frutti a noce, di 2 cm circa, sono avvolti da una brattea dentata fogliacea.

Il nome di questo genere di piante deriva dal greco Koris, elmo, per la forma dell'involucro membranoso che ricopre il frutto; avellana, in quanto diffuso, fin da epoca remota, nella zona di Avellino.

Albero importante presso i popoli nordici come simbolo della fertilità. Di nocciolo era, nelle pratiche medievali, la bacchetta di stregoni e cercatori di metalli. Ciò si spiegherebbe se riferito alla fecondità del ventre della Madre Terra.

Il nocciolo è pianta molto comune in tutta Europa, dalla zona mediterranea a quella montana, dove si spinge fino a 1200 metri d'altezza. Partecipa alla costituzione di boschi misti di latifoglie, prestandosi bene anche alla colonizzazione di suoli denudati e franosi. Nel Veneto Orientale e nel cintese la specie s'incontra un po' ovunque tra le nostre siepi campestri e nei gruppi coltivati per i frutti, in questo caso, per lo più, vicino alle abitazioni.

Il nocciolo si adatta a substrati diversi, pur preferendo terreni calcarei, fertili e profondi. I frutti del nocciolo (nocciole), sono molto ricchi d'olio, che è usato nell'alimentazione, nell'industria dei colori e in profumeria. Il legno è biancastro, di qualità mediocre e di ridotte dimensioni; è impiegato soprattutto per paleria e nella costruzione di botti, bastoni e come combustibile. Con i rami e i fusti più sottili del nocciolo, si costruiscono anche degli ottimi cesti.

Il nocciolo è una pianta dalla fioritura molto precoce, visitata dalle nostre api per darci un miele gustosissimo. Del nocciolo vengono coltivate molte varietà, sia da frutta sia ornamentali, tra queste ultime, di notevole interesse è la varietà pendula, piangente e quella contorta, a portamento tortuoso. Ancora una varietà presente anche a Cinto come le due precedenti, come naturalmente la principale, è quella conosciuta col nome di fusco-rubra, a foglie porporine.

RHAMNUS CATHARTICA L.

Spincervino (D)

Famiglia RHAMNACEAE

Spin de cervo

Lo spincervino, coltivato ad arbusto non supera l'altezza di qualche metro, coltivato ad albero non supera lo stesso i 6 metri. Ha chioma irregolare e rada; il tronco è eretto e ramoso, dove i rami si sono però trasformati in spine. Le foglie del "spin de cervo" sono ellittiche arrotondate, di 4-9 centimetri, margine dentellato, nervature subpararelle al margine, l'inserzione è parallela od opposta. I fiori sono riuniti in ombrelle ascellari, spesso unisessuali, a calice tubuloso, terminante in quattro lembi acuti, simili a petali giallo-verdi, di cinque millimetri di diametro. La pianta fiorisce da aprile a giugno. I frutti dello spincervino (drupe) a maturità nere, sono grandi come un pisello.

Lo "spin de cervo" ha areale che comprende le regioni dell'Europa centromeridionale, dove vegeta nei boschi, nelle siepi, su terreni calcarei. I fusti di questa specie raggiungono modeste dimensioni, il legno, di conseguenza, ha impieghi marginali, trova però qualche applicazione in tornitura ad intarsio. Molto più spiccato l'interesse per i frutti, che vengono usati in veterinaria per le energiche proprietà purgative, proprie anche della corteccia, che va usata comunque con molta prudenza, perché ad azione molto drastica. I frutti forniscono, come altre rammacee, un principio tintorio verde.

Nel cintese, questa specie di "spino nero" la s'incontra un poco ovunque nelle nostre siepi campestri, talvolta scambiata per il classico spino nero, il prugnolo. Negli ultimi anni la pianta ha fatto la sua comparsa anche nelle siepi da giardino.

(ROSA ARVENSIS R.CANINA). (L.)

Rosa canina (D)

Famiglia ROSACEAE

Rosa de can, Rosa de cian

La rosa canina è un arbusto della famiglia delle rosacee (arbusti aculeati), con foglie sparse, imparipennate-composte, ricettacolo del fiore ad arciuolo, con cinque sepali e cinque petali bianchi, rosei, rossi o gialli. Il falso frutto detto cinorrodio e nel cintese "stropacui o, stropacul", è costituito dal ricettacolo, una specie di bacca rosso vivo a maturità, contenenti acheni coperti da radi e rigidi peli. Questo arbusto comprende numerosissime specie quasi tutte spontanee, come appunto la Rosa Arvensis, canina, agrestis, glauca, montana, e altre ancora.

Molte le varietà coltivate per ornamento, originate da varie specie selvatiche nostrane, ed è proprio la particolare rusticità della pianta, che la fa preferire come porta-innesto per varietà di rose coltivate; ciò conferisce alla nuova pianta particolare resistenza alle malattie radicali e alle carenze organiche e minerali del terreno, rendendone più facile la coltivazione. Alcune sono sarmentose o rampicanti, altre no.

Petali, sepali e infruttescenze della rosa canina, si prestano per essere usati in erboristeria e in cosmetica. Le infruttescenze si possono usare per sciroppi, inoltre, per aromatizzare vini e grappe o confezionare marmellata o conserva salata: la prima dolce e profumata, squisita per crostate e crapfen ripieni, la seconda, alla stessa stregua di un concentrato di pomodoro, per aromatizzare pietanze a base di selvaggina.

Questa umile e incantevole rosa selvatica la s'incontra sempre con piacere, tra le nostre siepi di campagna, ora però, il rinnovato interesse per le cose "antiche", ce la fa vedere sempre più spesso anche tra le siepi ornamentali e nei nostri giardini. A Settimo, lungo le "rive" che costeggiano Via Contessini e in quelle che vi confluiscono, come su altre strade periferiche di tutta la zona Melon, si possono ammirare per tutta la primavera e l'estate i bianchi fiori delle rose canine e, in autunno, è possibile assistere al dondolante e leggero movimento delle loro bacche rosse mosse dal vento.

Si vuole che Carlomagno fosse un cultore della rosa di macchia, ne portò una pianta in dono alla moglie dal suo viaggio di rientro dall'Italia dove fu incoronato imperatore dal papa Leone III. La rosa canina messa a dimora da Carlomagno più di un millennio fa, ancora vegeta ad Aquisgrana. Il suo diametro, alla base, è di cinquanta centimetri, mentre l'altezza supera i trenta metri.

Sono sicuramente le rose i fiori simbolo del mese di maggio. Non solo quelle sofisticate di parchi e giardini, o quelle che si comprano dal fioraio, ma soprattutto le delicate rose selvatiche o di macchia. Un cespuglio verde e spinoso che, in piena fioritura, si trasforma in una impalpabile nuvola rosa tenue. Forse non tutti sanno che questo fiore comune in tutta la Penisola è così antico, che già era sulla terra un milione di anni prima che l'uomo facesse la sua comparsa. Questo è quanto ci raccontano i fossili. Poi ci sono le testimonianze delle antiche civiltà, presso le quali la rosa canina era usata per estrarne essenze e unguenti odorosi. Come medicinale fu usata da prima dai cinesi, arrivò agli arabi e poi agli esponenti della Scuola Salernitana, che usò foglie, petali e bacche per medicamenti impiegati nell'alleviare un'infinità di disturbi.

La proverbiale resistenza dei rovi al fuoco è nota da sempre. La pianta non teme il debbio, rigenerandosi con maggior vigore ogni qualvolta le fiamme deturpino la sua chioma. Una pianta generosa che cresce molto in fretta e non ha bisogno di particolari cure. In primavera vi regalerà i suoi bei fiori dal profumo dolce e delicato, in estate sarà un rigoglioso cespuglio verde, in autunno le foglie si tingeranno di giallo oro e in inverno avrete l'allegro spettacolo delle bacche rosse sui rami bruni che, potrete usare anche per abbellire le vostre composizioni di fiori da mettere in casa.

E, infine, ci piace pensare che sia stata proprio una rosa di macchia quel "roveto ardente" che il Signore scelse per parlare a Mosè sull'Oreb. Ecco dalla Sacra Bibbia il versetto che lo cita.

"Il roveto ardente" "Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: "Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?". Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: "Mosè, Mosè!". Rispose: "Eccomi!. Riprese: "Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!". Es.3,1-5.

GLOSSARIO

acido (terreno)

terreno con pH inferiore a 5, di solito privo di carbonati.

acidofíle

piante che per svilupparsi esigono suoli acidi.

achenio

frutto secco indeiscente con un solo seme.

acuminato

terminante con una con una punta aguzza (spina).

alluvionale

formato da depositi lasciati dai fiumi.

amento

infiorescenza, di solito unisessuale, formata da fiori sessili, a portamento per lo più pendulo (detta anche gattice).

amplessicaule

foglia la cui lamina, nel punto d'inserzione, abbraccia il fusto in modo più o meno completo.

Antera

parte superiore dello stame contenente il polline.

antispasmodico

sostanza chimica che decontrae i muscoli doloranti, agendo sulla stimolazione nervosa.

antociani

sostanze colorate di rosso, blu, violetto, disciolte nei vacuoli cellulari.

apicolato

elemento munito di una sporgenza acuta.

apireno

frutto che a maturità è sfornito di semi.

areale

area di distribuzione geografica di una specie o gruppo botanico, diffuso in stazioni ove condizioni ambientali sono favorevoli.

ascellare

organo inserito all'ascella (angolo tra fusto e foglia) di una foglia o brattea.

asimmetrico

elemento disposto in modo diverso rispetto a un suo omologo, in rapporto a un asse (o piano) di simmetria.

Associazione

comunità vegetale a composizione floristica determinata, stabile e in equilibrio con l'ambiente.

assortimenti

tagli di un albero che differiscono (a seconda che provengano dal fusto principale, dai polloni, o dai rami) per diametro, lunghezza e qualità.

autoctono

riferito a specie che vive spontanea in un certo habitat da tempi remoti.

bacca

frutto carnoso, con semi sparsi nella polpa.

basico (terreno)

terreno che ha pH superiore a 7, ricco di carbonati.

basifile

piante che per svilupparsi esigono la presenza di suoli basici.

bechico

calmante delle irritazioni faringee e della tosse.

bifído

organo diviso in due parti da una intaccatura piuttosto profonda.

brattea

foglia modificata, di solito con funzione di protezione; all'ascella porta un fiore o una infiorescenza.

caduco

vedi deciduo

cardiotonico

sostanza che regola l'attività cardiaca.

carminativo

sostanza che favorisce l'espulsione dei gas intestinali, bosco di latifoglie, tagliato a periodi fissi, che si rinnova per pollone.

ceppo

porzione sotterranea, alla base del fusto degli alberi, che sovente ricaccia polloni.

ciglia

peli disposti lungo il bordo di un organo.

cono

organo conico, cilindrico o sferico, formato da squame più o meno lignificate a maturità, che portano tra di loro uno o più semi (detto anche strobilo o pigna).

cupola

dilatazione a coppa, lignificata o membranacea, che avvolge in parte o completamente il frutto di alcuni alberi (querce, noccioli).

deciduo

organo che cade dopo aver assolto alla propria funzione; termine usato comunemente per il fogliame degli alberi (detto anche caduco).

dioica

pianta che porta fiori femminili su un individuo e maschili su un altro, separati.

disamara

coppia di noci alate (samare) accostate e con le ali opposte rispetto di unione; di solito si separano a maturità.

drupa

frutto carnoso che ha il seme avvolto da uno strato legnoso (nocciolo).

eliofila

pianta che per sviluppassi esige luoghi ben illuminati.

epicarpo

strato esterno del frutto; lo strato intermedio è chiamato mesocarpo, e quello interno endocarpo; i tre strati assieme pericarpo.

escursione termica

è la differenza tra i valori massimo e minimo della temperatura; E.T. annua è la differenza tra le temperature medie estreme dell'anno; E.T. diurna, fra il massimo e minimo diurno.

facies

in questo caso, formazione vegetale che si diversifica dal tipo fondamentale per la presenza di alcune specie particolari che la caratterizzano.

falcato

curvo come la lama di una falce.

frugale

pianta poco esigente per quel che concerne la sostanza nutrizionale disponibile.

fogliolina

parte di una foglia composta.

fustaia

bosco in cui gli alberi sono allevati in modo da far sviluppare il fusto principale.

galbulo

falso frutto delle Cupressacee, di forma sferica, con squame lignificate o carnose.

ghiandoloso

organo provvisto di ghiandole produttrici di oli eterei, aromatici o irritanti.

glabro

privo di peli.

glomerulo

infiorescenza composta da fiori sessili o brevissimamente peduncolati, che formano una sfera (olmo).

golenale (terreno)

fascia compresa tra l'argine e la riva del fiume, di solito asciutta.

igrofila

pianta amante dell'umidità.

infuso

preparato che si ottiene versando acqua bollente su parti vegetali, per estrarne sostanze a effetto medicinale.

imparipennata

(detto di foglia) che termina con una fogliolina e pertanto ha un numero di dispari di foglioline (come l'acacia).

infiorescenza

insieme di più fiori disposti in modo diverso a seconda della famiglia o della specie.

ipoglicemizzante

sostanza in grado di abbassare il tasso di glucosio nel sangue.

laciniato

organo suddiviso in sottili e minute frange.

lasso

a portamento molle, allentato; si riferisce di solito a un'infiorescenza o alla chioma.

latice

sostanza prodotta da vasi laticiferi, emessa dalle ferite di alcuni vegetali.

lenticelle

lacune nella corteccia attraverso cui sono possibili scambi gassosi tra i tessuti profondi e l'ambiente estero.

loculicida (capsula)

frutto secco deiscente che si apre a metà di ciascun scomparto di cui è costituito

masticatorio

principio attivo o sostanza che, masticata, produce secrezione di saliva.

mellifera

pianta produttrice di nettare, bottinata dalle api che ne producono miele.

mesofila

pianta legata a condizioni climatiche medie, senza eccessi.

microterma

pianta che tollera basse temperature.

naturalizzata

pianta introdotta in nuove regioni dove si è ambientata, riproducendosi spontaneamente.

obovato

a forma d'uovo rovesciato,con la parte più larga verso l'apice.

oceanico (clima)

clima a umidità relativamente costante, piogge frequenti ed escursione termica poco marcata.

ombrella

infiorescenza i cui peduncoli fiorali partono tutti dallo stesso punto.

ovario

parte dell pistillo contenente gli ovuli.

patente

organo disposto perpendicolarmente all'asse principale.

peduncolo

asse che sostiene fiori o frutti.

pelosetto

ricoperto di radi peli, corti.

pennato

(detto di foglia). Composto da due file di foglioline che possono essere in numero pari o dispari (come l'acacia).

perfogliato

vedi amplessicaule.

perianzio

insieme di calice e corolla, involucri esterni del fiore.

persistente

struttura che dura per pi anni.

piano altitudinale

fascia altimetrica con condizioni climatiche uniformi, caratterizzata da una formazione vegetale predominante.

pistillo

organo femminile del fiore, composto dall'ovario, dallo stilo e dallo stimma.

polipioidia

caratteristica di un organismo il cui corredo cromosomico cellulare non si presenta in coppie (2n) di cromosomi omologhi, bensì questi sono a tre (3n), a quattro (4n) e così via.

pollonifero

qualità che possiedono molti alberi, di emettere ricacci dal ceppo basale.

pronube

impollinatore.

pruinoso

si dice comunemente di frutto cosparso da uno strato di pruina o cera.

pubescente

coperto di peluria, corta e morbida.

racemoso

con l'aspetto di un grappolo.

ricettacolo

dilatazione apicale dell'asse fioraie su cui si inseriscono le parti del fiore.

riflesso

elemento rivolto in fuori e piegato in basso.

rinnovamento

capacità di ripristino della copertura vegetale (bosco) per disseminazione e moltiplicazione vegetativa spontanea.

ripariale

pianta che si sviluppa e vive sulle rive e sui greti dei fiumi.

rustica

pianta adattabile a qualsiasi condizione climatica o di terreno.

sepalo

elemento del calice. Deriva dalla trasformazione di una foglia.

siliceo

che contiene siliceo (Si02) o silicati.

sincarpo

frutto che deriva dalla fusione di diversi carpelli (foglie modificate che costituiscono l'ovario) concresciuti.

spadice

spiga densa, su asse spesso e carnoso, avvolta da una brattea detta spata.

sporadico

che si manifesta di rado

stilo

parte del pistillo che sorregge lo stimma e lo collega all'ovario.

stimma

parte terminale dello stilo che riceve il polline.

stipite

fusto a portamento colonnare, privo di rami, con alla sommità un ciuffo di foglie; proprio delle Palme.

strobilo

vedi cono.

succedaneo

sostanza sostitutiva, surrogato.

temperamento

caratteristiche peculiari di ogni specie, in rapporto alle esigenze climatiche pedologiche e fisiologiche.

tenifugo

che fa espellere la tenia (verme solitario) dall'intestino.

tepali

elementi fiorali a funzione vessilare, senza distinzione di calice e corolla, ma tutti uguali.

termofila

pianta legata a condizioni di temperatura elevata.

tomentoso

con peli densi, lunghi, di aspetto feltroso.

umoso

terreno ricco di humus.

unicefalo

con un solo fiore (o infiorescenza a capolino) terininale.

unisessuale

fiore o infiorescenza con soli elementi riproduttivi maschili (stami) o femminili (pistilli).

vermifugo

che provoca l'espulsione di vermi dall'intestino.

verticillati

organi disposti in più di due, allo stesso nodo del fusto.


LA SIEPE E IL FOSSO NEGLI USI E COSTUMI CINTESI

"I luoghi della memoria"

In inverni lontani, quando andavo orgoglioso con le scarpe sfondate ed i pantaloni frusti, rattoppati dietro con i "tacconi" quasi mai del colore giusto a mimetizzare il "sette", un tale che la sapeva lunga mi fissò negli occhi dicendomi: "Bocia, quando che mi gavevo la to età saltavo i fossi par lungo". Dei tanti grilli che mi giravano in testa, non trovai un luogo dove alloggiare "l'insegnamento"; adesso che mi servirebbero le sue conoscenze sulle siepi e sui fossi, per confrontare le mie conoscenze con la sua saggezza antica, questa reincarnazione locale del "Tremal Naik" di salgariana memoria, se n'è andato da questo mondo oramai da molti anni. Voleva mettermi nel "sacco" da giovane, devo ammettere che vi è riuscito anche adesso, che giovane, ahimè, non lo sono più.

Quel "tantin de stieluta" autobiografica, mai misurata abbastanza, se da un lato, rende partecipi dell'impegno, del coinvolgimento sempre necessario in quel che si va facendo, dall'altro t'incammina in un turbinio d'esperienze, di ricordi, di quel vissuto che sta dentro a questo lavoro. "Chiamato o non chiamato, qualcuno c'è vicino". Qui, su due piedi, non so dire dove abbia letto questa frase, o dove io l'abbia sentita, sarà per questo che, ogni giorno che passo davanti al computer, mi convinco sempre di più d'aver dietro di me l'uomo dalla saggezza antica. Sarà l'occasione per ripagarlo di tutti i suoi insegnamenti e dividere così, con lui, la responsabilità di quanto vado dicendo.

"E, vist che el fouc a le impiat", non sprechiamo altra "legna" e, inoltriamoci subito negli usi e costumi locali. Dentro la siepe, per andare oltre, assieme alla gente cintese. Nell'incamminarci, preghiamo i nostri lettori di volerci comprendere se in questa parte di trattazione prevarranno le note "sentimentali" su quelle tecniche.

Nel complesso delle usanze e delle credenze locali si fa spesso ricorso al costume, nel tentativo di rendere chiaro quel che chiaro forse non è.

Discorrendo quotidianamente, la nostra gente campagnola anteponeva i sostantivi casa, famiglia, chiesa, stalla, campo, fosso, "riva", dando a loro una sorta di precedenza.

Sette fondamenta di un mondo, di una vita, di uno "stile" di vita, che aveva il suo inizio nella casa e il suo confine nella "riva". In questa priorità, fatta di cose come cardine del vivere, sta la difficoltà di "rendere chiaro quel che chiaro forse non è". Infatti, nell'immaginario collettivo, il numero sette va ben oltre il puro significato numerico, assumendone uno più fantastico e magico.

Non sembri strano se per farci condurre in un mondo dove realtà e sogno, vero e verosimile, scomodiamo il numero sacro per eccellenza. Per quei pochi che s'incuriosiranno, aggiungiamo: sette sono i sacramenti e sette i doni dello Spirito Santo, sette i dolori e le allegrezze della Madonna; sette sono anche i vizi capitali e l'elenco potrebbe continuare all'infinito, tanto per i cristiani, quanto per i musulmani e gli ebrei.

Per restare in argomento, sette erano in origine anche le torri di guardia dell'abbazia benedettina di Sesto al Reghena. Negli anni '30, proprio un parroco, abate di Sesto, fu pregato di recarsi con urgenza presso una famiglia di Settimo (in quel periodo Settimo era sprovvisto di curato) a benedire i bachi da seta falcidiati dai topi. Il monsignore fece rispondere ad un cappellano, che non si tenne per sé il commento del priore, costui informò il buon uomo che entro un'ora il sacramentale sarebbe stato impartito; ma, per il futuro, contro i "surditi" e le "pantegane" migliori garanzie si potevano avere tenendo per la casa dei buoni gatti.

Il novello sacerdote, non si limitò solo ad eseguire gli ordini, ma pensando al viaggio straordinario e scomodo fuori parrocchia, esternò il suo disappunto, anticipando, forse, il cambiamento necessario da apportare ai canoni che regolano le cose sacre. Chiese se gli abitanti di Settimo non fossero per caso battezzati anche loro. Avutane, è il caso di dire, meravigliata e positiva conferma, il cappellano lasciò esterrefatto "l'ambasciatore": "Allora anche quei da Sietin i ze re, sacerdoti e profeti, la benedision i se la pol dar anca da soi".

Jòj ven dai ciamps; è il titolo di una poesia del friulano Eddy Bortolussi che trovate in: "Itinerari poetico-musicali nel Sanvitese" 1998 in ciclostile presso la Biblioteca di S.Vito al Tagliamento. Di seguito le prime quattro, delle dodici terzine del componimento, e sotto la traduzione in lingua dalla parlata friulana di S. Vito:

"Jòj ven dai ciamps/ col còur di arba alta/ e pras anciamò di seâ./ Se pòssiu dîvi... Jò soi di tiara viarta e dentri di me al cianta/ un flum di aga clara./ La riva 'a è alta/ e coma un sgrìsul d'ala/ a' trìmin parsòra i pòi./ Se pòssiu dîvi.../ Uchì dùciu i fioi/ sidìns pai ciamps/ a' si batièin bessòi...(...)".

Io vengo dai campi- Io vengo dai campi col cuore d'erba alta e prati ancora da falciare. Che cosa posso dirvi... Io sono di terra aperta e dentro di me canta un fiume d'acqua chiara. La riva è alta e come un brivido d'ala vi tremano sopra i pioppi. Che cosa posso dirvi... Qui, tutti i fanciulli, in silenzio per i campi, si battezzano da sé... (...) -.

Sacro e profano s'intrecciano nella cultura e nella mentalità "popolare" della gente dei campi, dove le "Colonne d'Ercole" son spesso individuate nella siepe che, con il fosso, crea un unico limite tipicamente campestre a delimitare non solo la proprietà, ma uno spazio non misurabile, infinitamente più intimo e grandioso. È in questo spazio "chiuso" che ci si sente a casa. Forse, sta in quest'ancestrale necessità di protezione il luogo dove nascono e s'ingigantiscono i nostri fantasmi, dove vanno ricercate le nostre ansie e le nostre paure dell'ignoto.

"Nulla si sa, tutto s'immagina" amava dire il grande Federico Fellini. Applicando questo concetto "intellettuale" moderno alla gente dei campi, ci si trova un poco spiazzati davanti allo stridente contrasto tra cultura contadina, mai sufficientemente decantata, e la totale mancanza di istruzione delle popolazioni rurali. Una carenza in grado di trasformare ogni cosa nella più cupa delle immaginazioni e quasi mai nel suo esatto contrario. A scanso d'equivoci, va detto subito che, cultura, in questo caso, comprende quel bagaglio di conoscenze, di regole, di atteggiamenti non scritti, con le quali la gente delle campagne interagiva con l'ambiente e con le risorse che esso offriva. Tale bagaglio di "sapienza" non può essere sostituto da conoscenze create dai codificati metodi didattici; porta del sapere dell'autocoscienza e dell'emancipazione.

"L'uomo ha una grande plasticità di comportamento che deriva dal fatto che quasi tutto il suo modo di agire è di origine culturale -spiega l'etologo Danilo Mainardi- Questo ci consente di essere buoni o cattivi, di comportarci come crediamo, ma non è un fatto genetico. L'aver sostituito gli istinti con l'apprendimento ci consente, se non proprio il libero arbitrio, una grande varietà di comportamenti. Siamo l'unica specie in grado di dare un giudizio etico sui nostri atti".

I primi giorni di novembre, a vendemmia finita e quando ancora la raccolta del granoturco era in corso, alcuni componenti della famiglia contadina erano destinati alla "riva". In quell'occasione, chiedere dove si trovasse quel tale componente del nucleo familiare, la risposta non poteva che essere questa: "Le drio la riva sora Siut che el taia stanghe". Naturalmente questo è un esempio, che c'indica subito tre cose importanti, la prima: come ormai abbiamo imparato a riconoscere, nella parlata cintese siepe s'identifica con il termine "riva" e così la chiameremo fino alla fine di questa trattazione. La seconda: la frase ci propone un toponimo agrario, "sora Siut", assegna esattamente il nome del luogo dove la riva è collocata, "sora", sta per sopra, vale a dire vicino, mentre "Siut" è il corrispondente Veneto del cognome friulano Ciut. La nostra riva segna. per questo, un confine tra due proprietà e ne delimita con estrema chiarezza lo spazio e il luogo. La terza indicazione, data dalla nostra frase, è quella della funzione alla quale è stato destinato il componente familiare, "el taia stanghe"; si sta occupando del taglio della riva.

È questa una funzione primaria della normale "manutenzione" della riva che, come tutte le funzioni che si svolgono in campagna, ha delle regole codificate dalla pratica, dall'esperienza e dalla consuetudine. Quattro o cinque anni sono passati dall'ultimo taglio, la riva ha quindi bisogno di essere curata in tutti i suoi elementi. La prima operazione non può che essere quella di preparare la riva, raccogliendo dapprima le foglie, che nel frattempo si sono andate ammassando sotto gli alberi e gli arbusti, una volta accatastate sotto il portico di casa, serviranno da ottima lettiera per il bestiame. Si è così liberata la capezzagna (el rival) dal soffice tappeto autunnale che, se da un lato rende l'ambiente della riva romantico e caratteristico, dall'altro non ne agevola i movimenti e il comodo accesso alle ceppaie.

Questo primo approccio, che va svolto quasi interamente con il rastrello, dà anche la piacevole occasione di rinvenire qualche lumaca (sciosi) (Helix aspersa; H. pomatia) già in sonno per l'inverno, accasate a qualche centimetro sotto il terriccio molle nelle immediate vicinanze delle ceppaie (soche). Una volta rientrati per la cena, la quiescenza delle bestiole era bruscamente interrotta. Tolte le "cappe" e messi due chicchi di sale grosso per ogni mollusco, s'accostavano alle braci dentro alla stufa, si illudevano le poverette che fosse giunta anzitempo la primavera, ma era un'illusione che durava un attimo. Neanche il tempo di friggere (sizola) per qualche istante e finivano come antipasto nello stomaco del contadino. Una pietanza servita oggi nei ristoranti a quattro stelle, dove il solo mettere le ginocchia sotto i tavoli, costa fior di quattrini e la prenotazione è d'obbligo con un mese d'anticipo. La scomparsa quasi totale delle stufe a legna, ha reso anche la vita delle chiocciole un poco più serena. (La pratica è, lo stesso, ancora in uso presso di chi pratica la campagna e le sue tradizioni e cuoce fortunatamente a legna).

Desueta, invece, è la pratica di ingoiare vivi due o tre lumaconi (slacais) (Limax agrestis) con la speranza di risolvere un'ulcera gastrica. Simili "stomaci", che una volta si curavano con tali "rimedi", non potevano certo temere per una semplice ulcera, o una banale gastrite se dotati del coraggio di ingoiare vivi tali molluschi. Erano, però, i tempi in cui i salassi si praticavano applicando sul paziente le sanguisughe (sanguete) (Hirudo medicinalin), e l'Helicobacter Pylori, che si associa al malanno e alle sue complicanze, benché noto da moltissimi anni, si combatte con efficacia attraverso un farmaco venutoci in aiuto solo recentemente.

Lungo la riva, il lavoro continua con il togliere, meglio sarebbe dire "estirpare" i rovi (roie) (Robus fruticosus; R. ulmifolius). L'approccio, sempre fastidioso alle spine "spini", va fatto con la roncola a manico lungo (qualche metro), aiutandosi all'occorrenza "col rampin": un lungo ramo usato dalla parte della cima, dove un rametto accorciato all'estremità opposta serve per "ancorare" i rovi e poterli trainare (strasinar), senza danni per le mani, nei luoghi di raccolta dove attenderanno la sera del cinque di gennaio per ardere sulla "casera".

 

L'agricoltore, che nel frattempo ha già individuato le specie di "primo" interesse, di solito il salice da ceste (vencher de sache zale) (Salix triandra) e la sanguinella (sandina) (Cornus sanguinea), si "arma" di forbice da vite (la forfese da vide) per la raccolta dei "venchi": serviranno per tutte le legature che si praticano in campagna. Un impiego di pari importanza a quello delle legature, questo sì andato definitivamente in disuso, consisteva nel fabbricare proprio con i vimini, le "crigole" e i "crigoloni": una sorta di canestri, le prime, che servivano per l'allevamento dei pulcini, mentre le seconde, più larghe e basse e con l'apertura superiore molto più ampia, s'adoperavano per allevarvi le piccole oche, ma, all'occorrenza, si trasformava anche in comodo e pratico passeggino per i bambini.

I rami di "sandina" sono invece impiegati per la costruzione delle scope da stalla e per quelle da cortile, semplice e pratica operazione che consiste nell'accostare uno all'altro una decina di rametti e arbusti di "sandina", legandoli con fil di ferro, magari riutilizzando quello già impiegato per legarvi le "balle" di paglia o, direttamente con la "saca zala". Si ottiene in questo modo un pratico e robusto arnese per la pulizia di tutti gli ambienti rustici. Per le zone abitative, invece, la scopa per eccellenza era quella costruita sempre artigianalmente, ma con il sorgo. L'avvento delle materie sintetiche ha relegato la scopa in sorgo, unicamente per i luoghi industriali.

Il riccio (ris da bar) (Erinaceus europaeus), s'è già accomodato nella cavità di qualche tronco o presso un ammasso di foglie secche e di rovi dove dormirà per tutto l'inverno. Mentre il riccio sogna scorpacciate di lombrichi (lombricus terrestris), la riva si anima dei "nuovi" ospiti autunnali. Tra tutte, la più numerosa "compagnia" con le ali, è costituita dalla cesena (ciac) (Turdus pilaris), si fermerà tra i medicai e le stoppie e i prati per buona parte dell'inverno; ripassandovi nel viaggio di rientro verso i luoghi di nidificazione nella primavera successiva. Confidente e poco timorosa, la cesena, ama sostare nelle cime dei pioppi e dei salici dove, qualche esemplare, soccombe sotto le fucilate di chi poco avvezzo al tiro al volo, le insidia, celato, dal capanno, stando comodamente seduto magari in una sedia impagliata ad ascoltare la "batteria" di richiami che per suo conto sbraita, tentando di convincere le compagne libere a fermarsi proprio a pochi metri dalle canne del fucile.

Tutt'altra astuzia era necessaria, invece, per insidiare i tordi (Turdus p. philomelos, T. musicus) con il vischio. Per questa forma di uccellagione tradizionale ormai in disuso e da anni vietata dalla legge, bisognava apprestare dei veri e propri artifici. Tolto un ramo ad un olmo, lo si accostava subito sopra le cime di un giovane salice in quelle "rivete" (giovani siepi curate e poco fitte, di norma di salici), di recente impianto. Al momento della tesa, la "butada" era armata con delle panie (le visciade). Anche in questo caso i richiami abbondavano, ma si aveva la certezza di applicare tranelli pari alla furbizia dimostrata dagli uccelli.

Presso i greci i tordi erano tenuti in conto di cibo tanto prezioso, che, secondo Atene, era proibito ai servi di mangiarne. Presso i romani poco mancò che non gli inalassero un tempio. Capitani, consoli, imperatori, gareggiavano coi poeti a magnificarlo. Quando si dice che Sacile non ha inventato nulla.... A sollevarlo ai primi onori Locullo, padre di ogni voluttà, aveva sempre tordi cantori ingabbiati sulle finestre, i quali dilettavano l'udito, ed aveva ogni giorno tordi cotti sulle sue mense, i quali prima solleticavano le narici col loro profumo, poi deliziavano il palato col loro sapore. Stupendi, senza dubbio, come dovevano essere quelli che fecero esclamare ad Orazio: " Nil melius Turdo...", che suggerirono a Marziale il celebre epigramma: "Inter aves Turdus, si quis me indice certet. Inter quadrupedes mattea prima Lepus". Come non essere d'accordo con Orazio e Marziale sui tordi, ma, anche sulla lepre.

È giunto il momento di fare il "filo" al coltellaccio (cortelas), con la mola ad acqua si rende la lama tagliente avendo cura che il mordente abbia la giusta inclinazione, pena, se troppo sottile, la possibilità di rifare l'operazione una seconda volta. Nel caso che il lavoro fosse fatto a regola d'arte bisognava finirlo con la pietra a mano (el codul); togliendo con puntiglio la "bava" prodotta dalla mola.

I giorni, intanto, si vanno accorciando, mettendo fretta all'agricoltore che passerà, spinto dall'incipiente inverno, a "tagliare" le stanghe dalle ceppaie dei salici, ontani e platani, depositandole dapprima lungo "el rival", riprendendole successivamente, ad abbattimento ultimato per sramarle e dividerle secondo le dimensioni e degli usi che ne vorrà fare in campagna, o in cortile. Non sarà solo il contadino, ora le donne l'accompagneranno per "farsù" le fascine per la stufa.

Adesso, non più, i moderni sistemi di riscaldamento e della cottura dei cibi, hanno fatto sì che anche questa pratica rimanga un retaggio dei tempi andati e le ramaglie adesso ardono nei campi come tante epifanie, senza data e senza senso.

Con il taglio della riva anche il "paesaggio" rurale che la circonda ha cambiato aspetto, benché gli alberi d'alto e medio fusto siano rimasti al loro posto o abbiano subito solo lo sfoltimento dei primi grossi rami.

Nella primavera che verrà, la riva s'affretterà a riprendere, anche se con fatica, il suo aspetto naturale e tipico della nostra campagna; nei primi anni, porterà il segno della recente "scotennatura".

In tempi di mezzadria, il taglio di un albero d'alto fusto da parte del mezzadro, senza la preventiva autorizzazione del padrone, poteva significare la cacciata del mezzadro dal fondo. A questa "trasgressione" non vi era appello alcuno; una sorta di diritto iniquo, come ben documentato nel fil di Ermanno Olmi L'albero degli zoccoli. Benché la vicenda narrata da Olmi sia ambientata nella bergamasca, fatti del tutto simili si sono verificati anche a Cinto fino ai primi anni '50. Il passaggio dalla condizione mezzadrile delle campagne, a forme più eque d'affitto, ha definitivamente e con gran sollievo, messo la parola fine a questo barbaro esercizio del potere.

Ancora un toponimo, viario questa volta, ci soccorre nel nostro viaggio tra le rive cintesi. Ci viene proposto da Pier Carlo Begotti che lo ha studiato per la sua ricerca della toponomastica del comune di Chions, si tratta di Via Basedat nella periferia della frazione di Basedo. Il professor Begotti, dopo aver consultato e citato i sacri testi della linguistica e della toponomastica, quali il Nuovo Pirona; Frau, Dizionario e il Desinan, Agricoltura, lo mette in relazione con la parola celtica (BAR), passata al friulano e a vari dialetti dell'Italia settentrionale col valore di "cespuglio, cespo, zolla erbosa" e simili. Poi, il professore continua con: "Collegato con questi poniamo anche Basedo (col bellissimo Basedat, ai confini con Settimo, che a nostro modo di vedere rafforza il concetto, per via del dispregiativo - at) dal latino BACA, ad indicare macchie di vegetazione cespugliosa (anche rovi, forse), con frutti carnosi (le bacche, appunto)".

Un toponimo del tutto identico lo troviamo anche nella nostra frazione di Settimo, che confina proprio con Basedo, ed è lì che adesso ci trasferiamo per continuare il nostro discorrere sulle rive cintesi e sugli usi e costumi a loro collegati.

Ci siamo un poco dilungati, nel tentativo di auspicare, anche per il nostro comune, un serio studio sulla toponomastica, che verrebbe tra l'altro a completare il pregevole lavoro: Cinto Caomaggiore e la sua storia e Cinto Caomaggiore Annali, pubblicati dalla Pro Loco nel dicembre del 2000.

Abbiamo scelto Via Basedat di Settimo anche perché da questa strada, -la prima a sinistra dopo la chiesa, andando verso Marignana- partono (da sempre), alcune rive con fosso che si possono definire interessanti sia sotto il profilo paesaggistico, sia sotto quello naturalistico. Infatti, Via Basedat interseca, tra le altre, la riva e il fosso del "Trattor", che assieme alla "Rogiuzza" (la Roia) e allo scolmatore "Melon" sono gli unici tre fossi con riva ad avere acqua per tutto l'anno.

Un altro motivo che ci pare interessante sta alla base di questa scelta; la riva ed il fosso del Trattor formano un reticolo ideale di corridoi ecologici con oltre il 50% delle rive e dei fossi del nostro comune e con gran parte delle rive di due comuni limitrofi della vicina Regione Friuli: Chions e Sesto al Reghena. In più, la riva con fosso del Trattor mette in comunicazione i laghetti di Cinto con la parte Nord del territorio comunale.

Par bene ricordare che i laghetti di Cinto costituiscono una delle zone umide tra le più interessanti della Provincia di Venezia, zona di prossima inclusione nel costituendo "Parco Naturalistico Provinciale del Caomaggiore, Reghena e Lemene.

La riva ed il fosso del Trattor, hanno origine nell'estremo angolo di Nord-Est del comune di Cinto Caomaggiore al confine con il comune di Chions e quello di Sesto al Reghena. Si sviluppano, poi, serpeggiando per 5-6 chilometri, fino a passare tra la vecchia latteria di Settimo ed il Centro Civico, continuando verso la località "Palù", per affluire nella Roiuzza quando questa sta per sboccare nel nostro Caomaggiore.

Eleggeremo la nostra "residenza" nella riva con fosso del Trattor, e da qui vi parleremo degli arrivi, delle partenze, degli amori, di alberi e di uccelli, di rettili e di insetti per un intero ciclo "produttivo" di 12 mesi

Con le prime nebbie e i primi venti di novembre, gli alberi e gli arbusti abbandonano il fogliame estivo, il rovere, però, "cocciuto" com'è, si ostinerà a tenersi salda la sua chioma ingiallita per dire a tutti che quella è la stagione delle tinte pastello; cederà il suo manto dorato solo quando la primavera lo convincerà con lo sbocciare delle nuove gemme.

Gli alberi spogli si arricchiscono adesso dei nuovi ospiti autunnali. L'avifauna di passaggio ha, infatti, preso possesso della riva e delle sue immediate vicinanze. Già dal mese di settembre l'arrivo delle prime pispole (tordine) (Anthus pratensis) segnava l'inizio della "transumanza". Per alcuni volatili è questo un viaggio di poche centinaia di chilometri (specie erratiche), per altri no, la sosta tra i nostri alberi significa, un meritato riposo dopo molte migliaia di chilometri, è il caso di un lucherino (lugherin) (Carduelis spinus), nato ed inanellato a Mosca e catturato a Cinto Caomaggiore nel 1970.

Nessuno mi muoverà rimprovero, se ricorderò qui, che fino agli anni '50 alcune tordine si fermavano a nidificare nella nostra palude di Cinto Caomaggiore, invece che affrontare il lungo viaggio verso Settentrione e deporre le sue uova ed allevare la prole in terra d'Africa. Poi, la nostra palude non fu più tale e la pispola dimostrò nei fatti di non gradire manomissioni di sorta.

O, come la peppola (pacagnoso) (fringilla montifringilla) che nasce e passa l'estate nei paesi scandinavi e viene a svernare da noi. Illustri ornitologi dei primi del '800 sostenevano che la peppola emette uno stupendo canto primaverile, altri, più informati, sostenevano il contrario. Tra questi, il bolognese Alberto Bacchi della Lega che, nel suo studio "Cacce e costumi degli uccelli silvani" Bologna 1875, così liquida la questione: "Alcuni sostengono che la peppola sia un melodioso cantore, forse, là nel suo paese, dove costruisce il nido, ma qua da noi, tenuto in prigionia con tutti i riguardi, più di un modesto "meec-meec" non fa. Probabilmente, lo intristisce il pensare alle sue foreste di betulle lasciate in Scandinavia.

Altri uccelli silvani come lo zigolo giallo (rosula) (emberizia citrinella), il fanello (faganel) (Garduelis cannabina), si sono aggiunti ai nostrani e sedentari passeri. A godersi gli arrivi ci pensa lo scricciolo (sclins) (Troglodytes parvulus), la beccaccia in miniatura la natura si compiace nei contrasti e lo scricciolo ne è la prova. Parrebbe che un uccello così piccolo dovesse essere dei più timidi, ed è invece uno dei più arditi, parrebbe che dovesse essere uno dei più delicati, ed è invece uno dei più robusti. Tutti lo sanno, perché lo scricciolo è popolare. Col mestiere che fa...? Instancabile nella parte bassa della riva; questo minuscolo esserino ha davvero pochi grammi di vita, che vanno e vengono da un rametto all'altro a cercare gli ultimi insetti e controllare così, con il ripetitivo "cric-cric", quante "lingue" nuove si parlino oggi nell'albergo dei volatili.

Un poco più sopra, invece, è il pettirosso (petaros) (Erihacus rubecula) che "comanda", se non mangia, litiga con tutti e, tra un vermetto e l'altro, se la prende anche con i suoi simili che solo tentino di invadere il suo territorio, una sorta di "guerra corsara" quella del pettirosso che, non di rado, vede soccombere l'intruso a furia di colpi di becco.

Tra i salici e i pioppi sta la cinciallegra (sarpignola) (Parus major), con il suo richiamo insistente, una sorta di "sarpir-sarpir" che in primavera i nostri contadini traducevano in "potare-potare" a significare la fretta necessaria a chi ancora non aveva ultimato il lavoro di potatura (sarpir) appunto, nella vigna. Da quest'interpretazione va, forse, ricercato l'origine del nome dialettale della cinciallegra.

Nei suoi pellegrinaggi è sovente accompagnata dalla cinciarella (Parus caeruleus), ma si tiene a debita distanza dalla cugina maggiore, che ha fama d'essere invadente, pettegola e, spesso e volentieri anche "aggressiva". La cinciarella è la sola cincia europea a sfoggiare una livrea azzurra. Una caratteristica sottolineata nel nome con cui è nota in Francia (mèsange bleue); anche in Germania, rilevano nel nome il suo bel colore celeste (blau meise). Quello italiano ne evoca invece le piccole dimensioni e la confidente familiarità.

Novembre è anche il mese nel quale ci fa visita il ciuffolotto (subiot) (Pyrrbula pirrbula), gli esemplari che giungono da noi, per lo più, sono quelli che hanno nidificato nelle nostre Prealpi, o che lì sono nati. Raramente ci fanno visita esemplari nati e cresciuti nei paesi dell'Europa Centrale o in quelli balcanici.

Il ciuffolotto si riconosce facilmente per la sua tinta rosso-viva sul petto, testa e gola nere, dorso cenerino, groppone bianco, coda nera, zampe e becco neri. Il becco è corto e bombeggiante. I giovani hanno il piumaggio di un colore grigiastro-marrone-chiaro. Sono privi del rosso, del nero sul capo e della tinta cenerina. La lunghezza totale è di circa 15 centimetri. La femmina è priva del rosso, che è sostituito da un colore nocciola-vinato.

Lo zufolo del ciuffolotto è il caratteristico "fiou-fiou" e serve da guida infallibile per scorgere il volatile, col suo petto rosso che spicca magnifico sui rami del salice o su quelli dell'ontano. Se madre natura ha voluto riunire in un unico uccello l'essenza del bello, non c'è dubbio che quest'uccello sia proprio il ciuffolotto. Linee, portamento, colore e grazia, e un'innata confidenza con l'uomo, fanno del ciuffolotto una visione unica e "sublime". Una perla vivente che il Padre Eterno ha voluto mandarci in dono. Il cintese Adriano Daneluzzi che, di queste cose se ne intende, è concorde con questa tesi, ma aggiunge di suo: "Se solo avesse metà del canto del cardellino, allora si, non avrebbe rivali". Il ciuffolotto conosce l'efficacia delle frasi brevi e, se non ti basta il suo "fiou", per noi impara a zufolare qualche motivetto, ma non esagera di certo con le frivolezze dell'uomo e la sua regalità è mantenuta anche dopo anni di prigionia.

Con l'irrigidirsi delle temperature notturne, gli insetti si sono andati eclissando tra le cortecce dei grossi alberi, negli steli rinsecchiti dove occupano l'incavo del midollo e nel sottosuolo; dai rifugi invernali attenderanno la primavera per riprendere il volo.

La quiescenza invernale ha messo a dormire anche i rettili e gli anfibi. Orbettini, ramarri e lucertole si sono messi in "condominio" tra le radici degli alberi e tra quelle degli arbusti o, approfittando delle gallerie scavate dai topi, sovente sono accostati a rospi e rane. C'è chi dorme e chi no, come nelle comunità umane, alcuni attendono la sera per portarsi a casa, con il favore delle tenebre, il pranzo che altri hanno pagato.

Tra questi, la donnola (bilita) (Putorius nivalis), piccolo e vorace mustelide bruno-rossicio, bianco sul ventre che, se non trova un merlo a portata di mano tra i rovi o i rami bassi del salice, non si perde certo d'animo, arrivando fino al pollaio. I guai allora diventano seri, la "cattiva" non si limita solo al bisogno, già che c'è, s'intrufola dappertutto e lungo il suo camino, i morti non si contano. A farne le spese sono soprattutto i coniglietti, prediligendo quelli appena svezzati, ma polli e tacchini soccombono lungo il suo passaggio con la stessa facilità.

Capita che la strage sia opera della faina (fuin) (Mustela faina), o della martora (martorel) (Martes martes) che, in quanto a vizi notturni, paiono del tutto identici a quelli della bilita. Ma, a sopportarne le conseguenze è lei, sempre lei, la donnola. Quando si dice una pessima nomea..! Un po' come Nerone: "Lo vedi all'ultimo come è il popolo? Quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo!".

Il fiorrancino (sterlin) (Regulus ignicapillus), a branchetti di 5-6 individui ispeziona rametti e foglie secche, nella continua ricerca del cibo e quel poco che è rimasto, è segnalato ai compagni con un incessante "si-si-si-si". Oltre ad informare il gruppo sugli ultimi afidi e vermetti da mettere nello stomaco, approfitta per avvisarci che lui se ne sta andando verso luoghi più protetti, scegliendo allo scopo i pini delle valli dolomitiche. Un proverbio locale puntualmente conferma: "sterlin de sera, neve de matina". Non occorrerebbe neanche spiegarlo, tanto è esplicito, comunque, eccolo in lingua: se vedi un fiorrancino alla sera, aspettati la neve di mattina.

Siamo già a dicembre e se imbianca? Tocca al toporagno (Sorex araneus), far gli straordinari per procurarsi la cena. Uno dei più piccoli mammiferi viventi, una decina di centimetri in tutto, coda compresa. Le sue dimensioni e il suo peso di pochi grammi, contrastano con la fame insaziabile; il toporagno uccide esseri assai più grandi di lui, come i topi, fa vere stragi d'insetti e non di rado, se spinto dalla fame, divora i suoi stessi simili. Tanta è la voracità che alla fine tocca proprio a lui e all'arvicola (surdit) (Clethrionomys glareolus), far da preda e sfamare il gufo comune (Asio otus), la civetta (suita) (Athene noctua) e l'assiolo (Atus scops). Sovente, a questi cacciatori della notte si unisce anche il barbagianni (doanat) (Tyto alba S.- Strix flammea L.) che, pur cacciando esclusivamente di notte, come tutti i suoi cugini (della famiglia degli strigidi), predilige i granai, le stalle e più in generale tutte le vicinanze con le case coloniche, spingendosi solo sporadicamente a far provviste lungo la riva.

Per il toporagno e l'arvicola saranno perdite contenute, in pochi mesi la prolificità delle due specie di roditori avrà colmato, con molto margine, gli individui andati ghermiti dai rapaci notturni.

Il deciso abbassamento della temperatura del mese di gennaio rende la riva silente, chi non se n'é andato, ha ridotto ha propria attività al procacciamento del cibo. Le schematiche assonometrie degli alberi e degli arbusti in questo lungo e freddo mese, quasi contrastano con l'allegria dei ragazzi che, provato il ghiaccio per giorni e, accertato il giusto spessore, sono pronti ad immemorabili "discese" con le slitte emulando i bob dei "Rossi di Cortina" con Monti-Alverà e Della Costa-Conti. Un brivido ad ogni scricchiolio del ghiaccio che, oltre a farti tornare a casa sudato, non di raro ti "permetteva", anche, di portarti a casa "el lus" e la garanzia -se passavi indenne le sberle dei genitori- di un raffreddore tanto appiccicoso che per alleviarlo occorrevano chili di "papete" di lino.

Con il mese di febbraio gli alberi e gli arbusti proiettano ombre sempre più corte, l'allungamento delle giornate anima di nuova vita la riva.

Per tutti è il saltimpalo (favrut) (Saxicola torquata L.), ad annunciare la prossima fine della stagione fredda. Il nome dialettale del saltimpalo, che alcuni chiamano oltre a favrut anche fevraiut, (piccolo febbraio) si vorrebbe far risalire direttamente al mese di febbraio, periodo nel quale costruirebbe il nido. Se così non è, pare indubbio, invece, che in questo mese l'uccelletto si predisponga alla cova con la definitiva scelta del luogo, dove costruirà il talamo; solitamente sceglie le zone erbose nelle scarpate delle scoline.

Gli fa da contraltare il merlo, che, dalla sommità degli alberi dispiega (da prima sottovoce, poi come in una sinfonia, le fughe fendono nette l'aria) il suo canto d'amore, mentre, tordi bottacci e sasselli, fringuelli e peppole, lucherini e zigoli, nel viaggio di rientro verso i luoghi di nidificazione, accrescono il numero degli individui, che, dal loro arrivo autunnale, hanno scelto da "posticci" la nostra riva per passarvi l'inverno.

L'annuncio delle prossime cove è segnalato anche con la mutazione delle livree invernali in quelle dell'amore (i colori nei maschi si ravvivano; il fringuello ad esempio, muta il colore del becco da cenere a blu scuro). Così come il colore, anche il carattere degli uccelli subisce una trasformazione evidenziata dalla diminuzione della distanza di sicurezza, nei fringillidi da una decina di metri, a meno di cinque.

A fine febbraio anche le gazze hanno formato le coppie, (ma, i giovani dell'annata precedente si prenderanno ancora una trentina di giorni di "libertà"). Il nuovo status è annunciato a tutti con spavaldi "gheregheghez".

Se il biotopo della riva si risveglia, l'ecosistema fosso non perde certo tempo. Lo sciogliersi del ghiaccio ha messo il luccio (lus) (Esox lucius) in frega e qualche esemplare risalito dal Caomaggiore attraverso le piene autunnali, ora sfiora l'acqua del Trattor affiancato alla femmina molto più grande di lui. L'attesa dell'estro rende gli esemplari vulnerabili, facili prede; un tempo non lontano si tentava la cattura anche con un laccio all'estremità di una bacchetta di salice, dove il cappio formato con la parte terminale dello stesso ramo, s'infilava direttamente nel corpo del predatore d'acqua per tirarlo a secco.

Più efficace, ma anche più straziante, la cattura con la fiocina che molti praticavano di notte con l'ausilio della lampada a carburo.

Dal mese di marzo il falso salice o salicone (Salix caprea L.), ha messo i fiori, chiassosi fiocchi gialli (i giatus), quelli maschili. Lo segue il salice purpureo che riveste i suoi amenti di stami rossi i rami sono ancora senza foglie; e il salice di ripa (Salix elaeagnos Scop.). Sbocciati i bucaneve (Galanthus nivalis), anche le primule (viola de can) (Primula vulgaris) e le campanule (Campanula glomeratta) hanno già chiazzato di giallo e di bianco le sponde della riva, le viole (Viola cfr. reichenbachiana) ed altre specie di viole silvestri (Viola sp. div.), le violette odorose mettono il loro "blu" tra l'erba quasi a non farsi vedere. Un contrasto evidente con le sottospecie "candide", ad imitare piccoli fiocchi di neve altrettanto delicati e profumati.

Le spire del luppolo (bruscandui o vidisoni) (Humulus lupulus), - ottimi in frittata o come ingrediente del risotto - hanno iniziato ad avvolgere gli arbusti dell'ontano e, le giovani piante, della sanguinella e dei salici. Con la fioritura del prugnolo e degli altri pruni, le api hanno iniziato la stagione della raccolta nel nettare. Ora nella riva è tutto un formicolio di vita e di suoni, e, come nelle sinfonie che si rispettino, avrà un crescendo nel mese d'aprile.

Lungo la riva, il mese d'aprile è caratterizzato dalla fioritura del ciliegio selvatico (serese marascine) (Prunus ovium L.) e degli altri ciliegi coltivati per i frutti; aceri campestri e olmi, al pari dei ciliegi, brulicano d'insetti. Nel frattempo ha preso possesso della riva l'usignolo (rusignol) (Luscinia megarhynchos), è questa una presenza che non ha certo bisogno di venire presentata, per essere notata anche dai profani. L'usignolo, infatti, ha fatto dell'arte di combinare i suoni, la sua stessa ragione di "vita". Un po' Bach, l'usignolo lo è davvero, "tocca e fugge" col favore delle tenebre e, dal folto della macchia, naturale cassa di risonanza, dispiega il suo "Agnus Dei"; elevando la propria melodia così al disopra delle normali attribuzioni che si danno al canto degli uccelli da meritarsi l'appellativo per nulla esagerato di "cantore divino".

L'usignolo ha abitudini crepuscolari-notturne, il suo canto si diffonde così anche nel cuore della notte. E da Euripide e da Virgilio, al Lamantine e a Paolo Mantegazza e molti altri ancora, chi in prosa, chi in versi, ne dissero le lodi.

È lontano quel tempo in cui l'usignolo presentato all'imperatrice Agrippina costava seimila sesterzi, una fortuna ai nostri giorni. È lontano anche il tempo in cui gli usignoli di Druso e di Britannico parlavano correntemente in greco e in latino; e il tempo in cui i cuochi dell'antica Roma, se si arrischiavano ad arrostirli e mandarli in tavola, pagavano con la vita. Oh! Le son favole, direbbe il poeta veneziano conte Gaspare Gozzi. Oggi lo dicono tutti, posso sottrarmi? Ma è però indiscutibile che l'usignolo odierno, benché non costi più seimila sesterzi e non parli più greco, latino e nemmeno italiano, è sempre la "sirena dei boschi", è sempre il virtuoso maestro dell'alato stuolo.

Lo imita, ma solo nel nome e nel colore, un poco più slavato e di forme più contenute, l'usignolo di fiume (Cettia cetti), che, nella parte bassa della riva del Trattor dove confluisce nel Caomaggiore, nidifica da sempre. Qualche metro più in alto, nello stesso areale s'incontra anche il pendolino (Remiz pendulinus L.) ma, le coppie che scelgono la parte terminale della nostra riva sono davvero poche e, per scorgere il nido del pendolino, bisogna armarsi di pazienza e di un po' di fortuna. Con i due usignoli, dividono l'area la capinera (Sylvia atricapylla L.), la cannaiola (cavanela) (Acrocephalus scirpaceus H.) e il codibugnolo (codon) ( Aegthalos caudatus L.), il luì piccolo (buit) (Phylloscopus collybita) e la cannaiola verdognola (Acrocephalus palustris).

Dentro al fosso sono iniziati gli amori della rana verde (Rana esculenta) e della rana bruna (Temporaria), la rana agile (rana pisona) (Rana dalmatina),sceglie, invece, per gli amori, le zone umide della riva, per concludere l'atto riproduttivo dentro al fosso. Aprile è anche il mese degli amori del rospo (raspat) (Bufo vulgaris) e del rospo smeraldino (Bufo virdis).

Fino a qualche anno fa, lungo il fosso del Trattor, nelle zone dove l'acqua ristagnava, come in tutte le pozzanghere della nostra zona, si potevano scorgere anche molti rospi della specie ululone (guf) (bombinator igneus) assai comuni fino agli anni '70, andato rarefacendosi a causa dell'inquinamento ambientale, essendo questa specie particolarmente sensibile alla salubrità dell'ambiente in cui vive, tanto da essere ritenuto uno dei più validi indicatori ambientali.

L'ululone mutua il suo nome dagli strani suoni che emette al calar della sera, molto simili ad ululati di cani. È di piccole dimensioni, e, strutturalmente, si avvicina al rospo comune, dal quale differisce soprattutto per la vivacissima colorazione giallo-aranciata a tonalità fosforescente del ventre, questo gli è valso anche il nome di "rospo del fuoco".

Sentendosi minacciato, l'ululone mette in atto una particolarissima strategia di difesa; si mette a pancia all'aria in un baleno fingendosi morto, vi resta fin quando il pericolo non è cessato. In questo modo, l'innocuo rospetto mette in bella evidenza il colore del ventre che pare imiti alla perfezione i colori di una piccola e assai velenosa rana arborea la Dendrobates leucomelas che vive nella foresta tropicale della Guyana francese. La pelle di questa rana secerne una sostanza usata dagli indios per avvelenare le frecce da caccia, che, provocano la morte istantanea alle prede colpite.

Questa resta, tuttavia, una teoria da provare, anche se simili casi non sono per nulla sporadici nel mondo animale ed è noto, ad esempio, il caso di due serpenti che vivono in America: il falso corallo di nessuna pericolosità, che imita in modo perfetto gli anelli colorati del serpente corallo, velenosissimo, anche se nelle due specie gli stessi colori sono disposti in maniera diversa.

A fine aprile, a volte anche prima se il clima lo consente, si alza il canto della raganella (rana bocola) (Hyla arborea). "Se canta la bocola, vola la lanterna", per affermare che se cantano le raganelle volano anche le lucciole. Non sarà un proverbio, ma è sicuro un detto popolare pratico ed efficace che mette in relazione due simpatici animaletti ed il mese di maggio.

Le lucciole appartengono all'ordine dei Lampiridi, lungo la riva ed il fosso del Trattor si possono ancora vedere tutte e due le specie di lucciole che vivono in Italia: la lucciola (Luciola italica) e la Lampiride (Lampiryris noctiluca). nella prima maschio e femmina sono entrambi alati, nella seconda specie solo il maschio è provvisto di ali, mentre la femmina appare larviforme anche allo stato adulto. Dalle mandibole, le lucciole secernono una sostanza velenosa-anestetica che non uccide, ma immobilizza le prede.

Con la complicità della luce di un nuovo giorno, le lucciole si "spengono" e al loro posto, vicino alla riva, si vede il ramarro (bis sbor) (Lacer virdis), verde smeraldo nel dorso, gialliccio nel ventre, pronto ad eclissarsi ad ogni minimo rumore. "Dove sta il ramarro, non c'è la vipera", si diceva una volta. Pare che questo sia vero, com'è altrettanto vero che dove trovi el bis sbor, trovi anche la lucertola (biricola) (Lacer muralis) e l'orbettino (bisa orbiola) (Agnus fragilis).

L'orbettino è un Sauro che per il suo aspetto esteriore può facilmente essere scambiato per un Ofidio, manca, infatti, completamente di arti.

Un altro ospite fisso della riva e del fosso del Trattor è la "bisa ranera" (Coronella austriaca), anche se ama crogiolarsi al sole, la bisa ranera preferisce il fosso e le sue sponde.

Fino a qualche decennio fa, lungo la riva ed il fosso del Trattor si poteva incontrare anche il marasso palustre (madras) (Vipera berus). Non escludendo del tutto che, nelle vecchie "Cave Acco", qualche esemplare di questa specie di afidio vi possa ancora essere. Chi scrive però, mai lo ha veduto, nè ha avuto conferme di avvistamenti recenti.

Il mese di maggio è anche il mese del maggiolino (la pitacoca) (Melolontha melolontha). Il maggiolino è un tipico rappresentante della famiglia degli Scarabei. Il suo nome popolare -è facile intuirlo- s'ispira al mese in cui l'insetto adulto fa la sua comparsa; anche i tedeschi lo chiamano Maikäfer e gli inglesi May-bug. In entrambe le lingue il mese di maggio sta alla radice del nome.

Ricordo i maggiolini che, negli anni '50, ragazzini, facevamo cadere scuotendo le giovani piante dei pioppi, per assicurarli a un filo e farli volare al "guinzaglio" come degli aquiloni, povere bestiole!

Ora il simpatico maggiolino è diventato una visione rara, anche lungo la riva del Trattor. Neanche le larve, che vivono per anni sotto terra, hanno vita facile: nei terreni coltivati sono sparsi, sistematicamente, granuli di "geodisinfestanti", veleni capaci di uccidere qualsiasi forma di insetto. Ma la sconfitta del maggiolino e degli altri insetti rappresenta per noi una sorta di vittoria di Pirro.

Non fu sempre così, nel 1479 i maggiolini furono citati davanti al Tribunale Ecclesiastico di Losanna, e , per quanto fossero ben difesi da un avvocato di Friburgo, i giudici non poterono far altro che condannarli al bando... Questo oggi fa sorridere, ma il fatto è realmente accaduto!

Le invasioni di maggiolini, citate nei vecchi libri, hanno il sapore di racconti mitici, eccone ancora alcuni esempi.

Nel 1574 questi insetti comparvero, numerosissimi, in alcune località dell'Inghilterra e impedirono ai mulini di girare. Louis Figuier riferisce che nel 1688, nella provincia di Galway, in Irlanda, i tanto temuti scarabei formarono una nuvola così fitta che il cielo ne fu oscurato e i contadini non riuscivano ad andare avanti nei luoghi dove essi si posavano. Le loro mandibole producevano un rumore simile ad una sega che taglia un grosso pezzo di legno, mentre il ronzio sincrono di miriadi di ali poteva essere scambiato per il rullo lontano di un tamburo.

I racconti e le straordinarie apparizioni di maggiolini, non s'interrompono; nel 1804 in Svizzera, nel 1833 in Italia e Francia, per finire con una invasione "distruttiva" in Austria nel 1911. Tutto questo ci appare oggi quasi una "Leggenda campestre", inverosimile, perché i maggiolini sono diventati rari anche nei paesi che furono visitati dagli sciami ciclopici citati nei racconti antichi.

Nella parte a monte della riva del Trattor sono iniziate le parate d'amore dell'upupa (gialut de montagna) (Upupa epops). L'upupa ha un caratteristico becco lungo e arcuato ed un bel ciuffo erettile di penne fulvo-nere sulla nuca. Il piumaggio è di colore cacao chiaro, con fasce bianche e nere sulle ali e sulla coda. Il volo dell'upupa è molto leggiadro e leggero. Depone le uova da cinque a sette di colore blu-olivastro, nei buchi dei salici e di altri alberi grossi a ceppaia bassa; si nutre d'insetti.

"E usir dal teschio ove fuggìa la luna/ L'upupa, e svolazzar su per le croci/ Sparse per la funerea campagna,/ E l'immonda accusar col luttüoso/ Singulto i rai, di che son pie le stelle/ Alle oblïate sepolture...". In questi versi (81-86 dei Sepolcri), il Foscolo dimostrò di non amare per nulla l'upupa. Uno dei più belli, uno dei più amabili ospiti della nostra riva, e non si spende tanta fatica a dimostrarlo. L'upupa non fugge la luna nascondendosi nei teschi, non svolazza su per le croci nei cimiteri, né tantomeno accusa col luttuoso singulto le stelle, perché la notte dorme sugli alberi, anche tra quelli della riva del Trattor, e solo quando albeggia, torna, come tutti gli uccelli silvani, alle fatiche dell'esistenza. Ma l'accusa resta, e rimane immortale nei versi immortali.

Il Foscolo non fu il solo a calunniar l'upupa, neanche ha il merito dell'invenzione. Prima di lui il Parini nella Notte, vv. 14-16, aveva scritto: "E upupe e gufi e mostri avversi al sole/ Svolazzavano...e con ferali/ Stridi portavano miserandi augurii". Vennero dopo il Byron nel Manfredo (versione di Guido Mazzoni): "...Mentre l'acuto/Querulo strido dell'Upupa uscia/ Dalla magion dei cesari...". E il Sestini nella Pia de' Tolemei , III, 53: "...Chiama un estinto/ L'Upupa immonda in luttuoso metro...".

Ci fu, però, anche chi ne cantò gli elogi: Leopoldina d'Austria, per empio, nel 1809 si consolò proprio con un'upupa, dalle sventure della sua famiglia e della patria. E, dalla fitta corrispondenza con la sorella Maria Luigia, traspare tutto l'affetto per l'upupa che lei stessa allevò. Dal cimitero alla reggia, curioso contrasto!

In Egitto l'immonda è uccello sacro dei geroglifici, l'araldo del Nilo, l'augure delle messi, è anche l'emblema della pietà figliale. Questo è il trattamento riservato all'immonda dagli egiziani. Quanto al feral srido, esso non è altro che un lamento che par preghiera, che l'upupa emette garrendo sommessa tanto da farci tenerezza.

Nutrita è anche la famiglia delle Averle che comprende individui i quali, nonostante le loro dimensioni mediocri o decisamente piccole, hanno un'indole straordinariamente portata a cacciare, tanto da renderli i più efficaci uccelli predatori, insieme ai rapaci.

Le averle hanno il becco adunco e robusto, ma le loro zampe possiedono dita non troppo forti, comunque, non in grado di uccidere le prede (grossi insetti, lucertole, piccoli mammiferi, uccelletti): "Ed allora, dopo essere piombate loro addosso dall'alto dei rami ove, immobili, stavano all'agguato, le afferrano e le comprimono contro lunghe spine o ramoscelli aguzzi, trafiggendole e lasciandole poi morire".

Questo si legge in un vecchio manuale di ornitologia, che continua: "Ovunque una coppia di Averle costruisca il suo nido, si trovano tutto attorno ad esso cadaveri di animaletti impalati". Simili esagerazioni, più adatte al conte della Transilvania, che alle averle, ci lasciano alquanto perplessi, né si comprende il motivo di tanto accanimento nei loro riguardi. Noi, che abbiamo avuto la "residenza" per un anno intero lungo la riva del Trattor, luogo di nidificazione di tre specie d'averle tra le diverse specie presenti in Italia, mai abbiamo visto simili cimiteri di animali impalati dalle averle.

Tantopiù che, le osservazioni fatte nei siti di cova durante il periodo invernale -privo perciò di vegetazione-, non hanno mostrato "cimiteri" come poco sopra descritti. È purtroppo vero, invece, che il nome latino del genere è Lanius, va tradotto in "macellaio". Andando oltre le bizzarrie dei classificatori, le averle restano uccelli la cui indole è paragonabile a quella del "buon" pettirosso, della cinciallegra e del gheppio (falchet) (Falco tinnuculus).

La prima averla ad arrivare è l'averla piccola (giarla) (Lanius collurio), la seconda è l'averla cenerina (giarla) (Lanius minor) e la terza è l'averla capirossa (giarla stella) (Lanius senator). Tra tutte, la più rara è l'averla cenerina, che oltre agli arbusti della riva, sceglie per nidificare anche le viti e gli alberi tutori del vigneto, purché siano a ceppaia alta come i salici da "venchi". L'averla piccola, invece, costruisce il nido quasi unicamente tra i fitti cespugli di sanguinella, sambuco e frangola, dove i rovi e il luppolo rendono la luce impenetrabile. La giarla stella ama costruire il suo nido tra le ceppaie alte dei pioppi e dei salici, ma non disdegna altri alberi di media altezza con grosse biforcazioni dei rami.

I piccoli delle averle se presi in mano, o solo toccati, anche da implumi, hanno il vezzo di non rimanere più nel nido andando incontro, cadendo, a morte quasi certa.

I primi giorni di giugno il gheppio (falchet) (Falco tinnuculus), fa lo "Spirito santo", si ferma in pratica a mezz'aria per meglio "puntare" la preda al suolo e ghermirla con più sicurezza. Ma il suo nido non è posto lungo la riva del Trattor. Qui, il piccolo rapace viene a cacciare o si riposa sulle cime secche dei rami di salice. I piccoli nidiacei del falco attendono l'imbeccata nei crepacci dei muri, o nei sottotetti delle vecchie case coloniche disabitate, sparse nella campagna cintese.

Come il gheppio, anche il cuculo (cucuc) (Cuculus canorus), è uno degli ospiti abituali dalla riva del Trattor, ci viene per cantare e far provvista d'insetti, prediligendo i bruchi, specie di processionaria. Solitamente il cuculo si posiziona sulla cima di un ramo secco e ben in vista, ad ali abbassate, a coda sparpagliata e gonfia la gola, e strilla dalla mattina alla sera, quel suo "cu-cu, cu-cu, cu-cu", che in Francia ha dato il nome a lui, agli orologi a muro e ai mariti ingannati.

Il nido no, troppo "faticoso" per il cuculo, che lo lascia costruire agli altri uccelli, di solito dei passeracei, la femmina depone un uovo di dimensioni relativamente ridotte, approfittando di qualche momento d'assenza dei... titolari. Il resto della storia, credo la conoscano tutti.

Da bambini, s'interrogava il cucuc per sapere quanto fosse vecchio. Il giochetto funzionava così: sentito il suo canto, s'attendeva che l'uccello facesse una pausa e, al momento giusto, si gridava la domanda: "Cucuc, quanti ani atu". Il "senza casa", lasciava il posatoio con giusto rammarico, emettendo una serie di "cu-cu... cu-cu... cu-cu...", dal numero delle battute di canto determinavamo l'età e l'immancabile affermazione finale, poteva essere, nel caso di sei "cu-cu...": "La dita sie", cioè, vecchio di sei anni.

Poteva capitare che l'uccello stizzito, di dover lasciare il posatoio, non cantasse per niente, allora il rammarico dei bambini era così esternato: "No l'è che n'onl se ricorda quanti ani ch' el gà, l'è che l'è proprio un cucuc". Questo, si diceva anche di chi sposandosi sceglieva di andare ad abitare nella casa della moglie, invece di costruirsene una propria: "Le andà cuc".

In Svezia, invece, -è il poeta Giosuè Carducci che ci fa memoria- le fanciulle svedesi domandano al cuculo quanti anni ancora debbono attendere prima di maritarsi: e se il cuculo nella risposta ripete uno dopo l'altro troppo spesso i suoi versi, o posa sopra un albero magico e non dice più il vero, o fa la burletta e se canta dalla parte di tramontana, è fatale annunzio di tristezza e dolore per tutta la vita... A significare che lo stato di zitella non avrà mai fine. "Tout le monde est pays", direbbero nel paese dove il cuculo ha dato il nome... anche ai mariti ingannati.

In tutt'altro registro per Carducci, il canto del cuculo, eccolo: "-Cu- Sei tu la voce dell'amore onde natura risponde consentendo ai sensi delle sue emozioni? -Cu- O sei La voce della ironia che ella manda su 'l mistero dell'essere nunzia della distruzione? -Cu- Che cosa è l'amore, o savio uccello? Bene o male? Sale egli dalla terra a farsi stella, o cala dal cielo a farsi verme? -Cu- Quanto dura la fede e la gioia dell'amore, profeta uccello? Dura ella la fede quanto il fiore della rosa e quanto lo schianto del fulmine la gioia? -Cu- E quanto durerà l'amor mio, o uccello indovino? -Cu, cu, cu, cu..."

Dentro al fosso, intanto, si stanno consumando gli ultimi atti d'amore delle tinche (Tinca tinca) e delle carpe (Cyprinus carpio) e qualche sussurro si percepisce anche dalla riva. Tutto è però quasi ovattato, come si conviene alle conversazioni intime, dal gracidare delle rane e dal concerto dei grilli (gri) (Grillo campestris) e dei grillucci canterini (Oecanthus pellucens). Per questi ultimi amori acquatici, non può mancare un tocco "romantico", ecco allora lo sbocciare dei gialli ranuncoli (Ranunculus) e dell'altrettanto giallo caglio zolfino (Galium verum).

Le anguille, risalendo il corso del Trattor, si sono eclissate nel fango, attenderanno il favore della notte per dare la caccia agli avannotti delle sgardole e dei barbi.

Se tutto ha inizio nell'acqua, a luglio qualcuno lascia il fosso del Trattor per la terraferma e le sue immediate vicinanze. Le piccole rane ora saltellano tra l'erba della riva finendo nel becco della nitticora (Nycticorax nycticorax), del martin pescatore (pescamartin) (Alcedo atthis) e del tarabuso (Botaurus stellaris).

L'airone cinerino (Ardea cinerea), che ha la sua garzaia nei vicini "Laghi Furlanis", fa spesa nel fosso del Trattor da abituale cliente, i suoi fendenti non si curano indubbiamente di guardare "l'etichetta"; voraci e sgraziati come sono i suoi piccoli, non badano certo a quel che ingurgitano purché sia commestibile.

I giovani dell'usignolo osservano il mondo sotto di loro dai rami del sambuco e da quelli della sanguinella. Le giovani capinere, invece, dopo aver esercitato le ali si eclissano tra i fiori della rosa canina e negli intrichi del luppolo. Le averle della prima covata imparano il difficile mestiere di aggredire le prede, le prime catture non potranno che essere delle minuscole cavallette e dei grilli, le vere prede si tenteranno dopo un lungo periodo d'apprendistato.

Il tirocinio finirà con la fame autunnale e nel corso dell'inverno. Il lanius che sta dentro le averle prenderà il sopravvento e qualche incauto cardellino perderà la vita e le sue belle piume, appeso alle spine di un'acacia ormai senza foglie.

Nel mese d'agosto la gran parte del fosso del Trattor ha perso l'acqua fino alla vecchia latteria di Settimo. Qui, le fontane del paese, quelle poche rimaste, contribuiscono a mantenere nel fosso una discreta quantità d'acqua per tutto il periodo dell'anno. La vita acquatica si è per questo concentrata nella parte a valle del fosso, in mancanza di piogge estive, o in presenza di siccità prolungata, c'è sempre il Caomaggiore pronto a ricevere i fuggiaschi del secco.

La stagione riproduttiva degli uccelli è finita, lungo la riva del Trattor, i gorgheggi d'amore lasciano il posto ai suoni metallici delle giovani gazze e a quelli altrettanto striduli dei giovani usignoli di palude, ma solo nella parte a valle della nostra riva. Un concerto, ancora un poco incerto, ci viene offerto anche dai nuovi arrivati della salciaiola, del cannareccione (Acrocephalus arundinaceus) e del cannapino (Hippolais polyglotta V.). Un concerto assonnate di nuovi ritmi si mescola con quello della "ninna nanna" delle novelle capinere.

Mentre maturano le more, i falsi frutti della rosa canina avvertono l'arrivo del prossimo autunno quasi arrossendo, le bacche del prugnolo e del sambuco iniziano a mutare il colore dal verde alle tinte sempre più scure. Prima anneriranno i frutti del sambuco, poi, quelli del prugnolo.

La metà d'agosto se n'é andata, mentre il biotopo della riva si va preparando al periodo autunnale, i "foresti" che hanno scelto la riva del Trattor per riprodursi e passare l'estate, si preparano all'emigrazione verso i paesi temperati dove trascorreranno l'inverno. Non passeranno più di sei mesi e qualcuno di loro tornerà nella nostra riva, pronto a perpetuare un rito che le stagioni codificano come madre natura regola e dispone da sempre.

Nel fosso, l'ecosistema entra in fibrillazione, migliaia d'individui nati nel corso dell'anno stanno lottando per la sopravvivenza. È questo un periodo di massima vulnerabilità per le giovani rane, chiocciole, vermi, ratti, bisce e pesci, che finiranno i loro giorni in pasto ai predatori. Chi salva la vita di giorno, la può perdere durante la notte. Civette, gufi e allocchi approfittano di questo periodo di secca, per visitare il fosso del Trattor, il loro intento è sempre quello: accaparrarsi il pranzo.

Quando le piogge colmeranno la fanghiglia, gli esemplari sopravvissuti saranno davvero pochi, chi non si affretterà a guadagnare la via del letargo invernale andrà incontro ad altri pericoli. Ghiri e arvicole, faine e donnole, martore e rapaci, sanno che il "super mercato" del Trattor non chiude mai.

Come nei più lussuosi luoghi di villeggiatura, quando qualcuno parte, altri arrivano. Le prime pispole (tordine) (Anthus pratensis), gli ortolani (Emberiza hortulana L.), si sono fatti vedere negli alberi secchi della nostra riva: le tordine a caccia di cavallette e di grilli, gli ortolani dei morbidi semi delle graminacee.

Settembre fa da contraltare al mese di maggio; in primavera tutti gli ospiti della riva e del fosso del Trattor si preparano alla riproduzione, a settembre ci si prepara, invece, alla quiescenza invernale. Ecco allora che tartarughe e ricci individuano gli anfratti dove trascorrere i lunghi e freddi mesi invernali. Le tartarughe si scavano faticosamente la galleria per il letargo invernale direttamente tra le sponde del fosso; il riccio, approfittando delle riole prodotte dall'acqua piovana tra le radici delle ceppaie, raccoglie ammassi di erbe secche dove, al momento ché, le notti s'allungheranno e diventeranno troppo fredde, s'intrufolerà per il sonno del letargo.

Ottobre: il pettirosso si è già insediato nella nostra riva e ha iniziato a difendere il suo territorio con caparbietà; lo scricciolo, "elettrico" e baldanzoso, non ha delegato ad altri il suo compito. Tordi e fringuelli (savatui) sono arrivati lungo la riva del Trattor assieme ai frosoni (frisoni) (Coccothraustes coccothraustes), agli zigoli gialli (rosule) (Emberiza citrinella) e al crociere (bec in crose) (Loxia curvirostra). Anche lo strillozzo (petas) (milaria calandra) non è mancato all'appuntamento annuale con i prati e i cespugli vicini alla riva del Trattor.

In tempi andati, quando anche a Cinto si costumava dar la caccia ai fringuelli e altri uccelli con le reti e con il vischio, quella ai savatui assumeva l'importanza di vera e propria arte venatoria. Ammirabile oltre ogni credere, tanto per il tenditore quanto per chi l'accompagnava. Degna di osservazione costante e minuta, è la finezza dell'istinto, anzi l'intelligenza dei fringuelli: per chiamarli nella tesa nulla tanto giovava, quanto la leva sollevata a tempo; dato il segnale, essi troncavano il volo, si accalcavano alla butada. "La butada diventa rossa" dicevano i nostri vecchi uccellatori: solamente in certi giorni però. In altri e in special modo nei giorni di gran passaggio, restavano insensibili al canto dei richiami, al muovere delle leve, alla vista dei giuochi, seguitando la loro strada come se nessuno stesse tendendo per loro, come se nessuno stesse ad attenderli.

Ottobre era ed è il mese dei fringuelli, "...Il di famoso è quello/ del serafico padre san Francesco;/ - Il giorno quattro - Si vantano nei paesi posti in buca/ Il gran passo dei giorni di san Luca". - Il giorno diciotto -. Lo testimonia questo verso di Filippo Panati che un secolo e mezzo fa, dedicò molti scritti a questo suggestivo, ora, tramontato mondo.

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Lo scricciolo ha visto, sentito, ed approvato tutti i nuovi arrivi, con qualcuno l'amicizia era vecchia di anni, con altri la farà nel corso dell'autunno. Come nei più lussuosi alberghi, spetta al portiere dire se c'è posto e lo scricciolo non ha mai rifiutato ospitalità a nessuno.

Ontani e salici, rovi, olmi e acacie, roveri e pioppi ingialliscono il fogliame; i frutti del prugnolo mostrano ora il bel colore nero lucente, al pari delle rosse e perlate bacche della rosa canina. È questo il periodo migliore per raccogliere i frutti della rosa di macchia, ma si possono trovare in abbondanza fino a novembre inoltrato.

Per chi vuol fare una marmellata con le bacche della rosa canina, ecco una pratica ricetta. Fate una bella provvista di bacche e spaccatele a metà una per una. Mettetele, smezzate, a macerare nel vino bianco per una settimana facendo attenzione che il liquido copra sempre per intero le bacche. Versate quindi vino e bacche in una capiente pentola, aggiungete 250 grammi di zucchero per ogni kg di bacche e fate cuocere lentamente, passate tutto al setaccio in modo da togliere bucce e semi. Ultimate la cottura fino alla consistenza desiderata, versate la marmellata in vasetti di vetro sterilizzati e tappate ermeticamente.

Allorché, si volesse ottenere con le bacche della rosa canina una salsa insolita e gustosa da mettere sulla selvaggina e sulle carni rosse, il procedimento è uguale a quello per la marmellata, solo che, al posto dello zucchero, si devono mettere 50 g di sale per ogni Kg di bacche.

Ottobre è finito, il cuculo non canta più volando tra gli alberi: se n'è andato lontano oltre il mare a passare l'inverno tra gli oliveti della Tripolitania o più giù oltre il Sahara, là dove svernano le upupe.

La nostra riva ed il fosso del Trattor sono ancora là come da secoli e nel mese di novembre di ogni anno, qualcuno taglierà ancora stanghe in uno dei suoi tratti.

A noi rimane un po' di malinconia nell'abbandonare un luogo che ci è stato tanto familiare. Tristezza, solo parzialmente mitigata dal ricordo di quel che abbiamo vissuto, veduto e sentito in quei dodici mesi di "residenza nella riva del Trattore. E, infine, modestia, che ha fatto da guida fin dall'inizio di questa parte di lavoro sia pure madre della speranza che ci ha accompagnato nella stesura di questa fatica affinché si rifletta sull'importanza di tutto ciò che vive in simbiosi con l'ambiente e con l'uomo.

 


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