Tarcisio Petracco:
una vita per il Friuli

 

Uomo della resistenza

 

 

LOTTARE di più quando c'è più opposizione, più resistenza. Così riassumeva la lotta per l'università del Friuli il prof. Tarcisio Petracco. E di sé, della sua partecipazione a questa lotta, diceva: "Non ho pensato a qualcosa che fosse nei miei interessi, ma che fosse nell'interesse del Friuli". Se n'è andato "il professore", in silenzio. Ancora una volta, per un'altra vita. Riscattato finalmente da ogni "tirannide dell'indigenza". Rappacificato, dopo tanto lottare, dopo tanto resistere. Prima per la fame, come ogni buon friulano; poi per il lavoro, poi ancora per la dignità e la libertà, infine per la cultura. Per sé e per la sua famiglia, dapprima; poi, per il riscatto morale di tutto il popolo friulano.
Nell'emigrazione, durante l'ultima guerra, nella lunga lotta per l'università friulana. L'uomo della resistenza, potrebbe essere detto. Col significato che lui stesso attribuiva alle sue scelte di libertà: "L'uomo della resistenza... non poteva dire per quale fine egli combatteva, eccetto che per la libertà, e per una libertà che consisteva nella sua scelta". E annotava anche: "La scelta era un rischio e una scommessa e la sua vita ne era la posta". Si tratta di una citazione di J.D. Mabbott, che il prof. Petracco aveva scelto come ingresso alla descrizione della sua lotta partigiana al confine orientale. Quella definizione di uomo della resistenza può bene ritenersi appropriata per qualificare tutta l'esistenza del prof. Petracco.
Una vita incalzante la sua, fin da ragazzo. Impietosa, senza tregua, sempre in salita e di corsa. Geniale, come i teoremi o i brevetti che sapeva escogitare; ferma come le sue decisioni irremovibili. Per questo ha potuto diventare punto di riferimento di tutto il popolo friulano per la sua emancipazione culturale.
Oltre gli egoismi di parte, gli interessi di partito o di bottega, le furbizie della politica e l'ignavia di tanti responsabili. Oltre anche i tradimenti degli "occhialuti profittatori di ogni rivolgimento politico", gli uomini in maschera.
Dal 71 al 1996 ne ha viste di cose il prof. Petracco e, soprattutto, ne ha patite. Alcune si sanno, molte non si sanno.
Perché, fatta l'università, inaspettatamente molti l'hanno fatta. Parrebbe una schiera oggi a leggere certe dichiarazioni. Petracco direbbe: la "schiera agguerritissima in tempo di pace" di quanti avanzano perché "messi ormai al sicuro dai rischi". Infatti, scriveva, "i testimoni dei rischi affrontati volontariamente sono tanto più rari quanto maggiore nei rischi è stato il pericolo". E, invece, chi ha lottato per l'università sa che molti, troppi o quasi tutti i "grandi" di allora, erano contrari. Non soltanto a Trieste, non giustificabile ma comprensibile, ma anche e soprattutto a Udine, fatto anch'esso non giustificabile e difficilmente comprensibile dagli spiriti liberi. Chi ha lottato per l'università del Friuli sa quanto alto è stato il prezzo del riscatto. Petracco l'ha pagato per intero, come rischio e come scommessa. La scommessa almeno, anche in questo caso, l'ha vinta.
L'università c'è. E il Friuli sappia e i docenti e gli operatori universitari sappiano e gli studenti sappiano che l'università del Friuli è stata il frutto della volontà di tutto il popolo friulano, interpretata con ferma onestà e con totale disinteresse personale da un uomo straordinario, Tarcisio Petracco.
A vent'anni dal terremoto, la "sua" università ha distribuito diverse lauree "honoris causa". S'è dimenticata soltanto del promotore.
Scrivevamo nel 1986 che non potevamo certo noi attribuirgli un tale riconoscimento, ma che di sicuro al prof. Petracco andava riconosciuta, per meriti eccezionali, la laurea ben più titolata della causa friulana. Appunto, quel che il Marchetti direbbe uomini e tempi.

 

ABBRACCIO della gente e il saluto all'uomo che raccolse 125 mila firme per l'ateneo friulano tra le macerie del terremoto.
Alle solenni esequie celebrate dall'Arcivescovo di Udine, il ricordo di un'esistenza interamente dedicata alla promozione della cultura e dell'identità friulana. Un'eredità preziosa da valorizzare per il futuro di un popolo che il professore amò e al quale rimase sempre fedele. La città di Udine e l'università si apprestano a rendere onore alle benemerenze acquisite da Petracco in tanti anni di civili battaglie.
Un fulgido esempio per i friulani. Un uomo di alta statura spirituale e morale, spirito integro, mite e tenace, "combattente" non violento, affamato di giustizia, contraddistinto da grande lucidità di pensiero. Così l'arcivescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, ha ricordato la figura del prof. Tarcisio Petracco, il padre dell'università friulana, spentosi a quasi 87 anni domenica 5 gennaio nell'ospedale di Udine, dove era ricoverato dal mese di dicembre per distrubi cardiaci.
Nell'omelia pronunciata per le solenni esequie concelebrate da Battisti insieme ad altri 12 sacerdoti mercoledì 8 gennaio nella chiesa udinese di S. Paolino gremita da tanti friulani e dalle massime autorità civili e religiose della regione, l'Arcivescovo ha ripercorso le tappe essenziali della vita di un «friulano autentico e cristiano impegnato per il bene del suo popolo». Dall'avventurosa giovinezza dedicata allo studio e al lavoro, all'esperienza della lotta partigiana, fino al grande impegno per la nascita dell'università autonoma in Friuli, di cui «il momento più esaltante - ha detto Battisti - fu la raccolta delle 125 mila firme sottoscritte nel 1976 anche dalla gente nelle tende, in mezzo alla macerie del terremoto» «Con questa battaglia, condotta attraverso il Comitato da lui presieduto - ha aggiunto Battisti - egli divenne l'anima di un risveglio culturale del Friuli. Sentì alle spalle il popolo e sentì vicina anche la Chiesa friulana che già nel '67 aveva chiesto con una mozione un'università per questa terra». «Ora quel cuore, che ha tanto amato il Friuli - ha proseguito l'Arcivescovo -, si è fermato, ma la sua vita resta una pagina luminosa.
Sorgano figure simili, di alta statura morale e spirituale. Basterebbero dieci, venti friulani come Tarcisio Petracco per scuotere il Friuli e sollevarlo da una certa opacità e indifferenza. Sorgano questi grandi spiriti, queste coscienze integre. E' questa la nostra preghiera, la nostra speranza»..
Infine, presentando le condoglianze alla moglie Nadia e alle figlie Marinella e Annalisa, Battisti ha chiesto loro «di consentire la pubblicazione del libro sulla storia dell'ateneo» a cui Petracco stava ancora lavorando. «Una storia alla quale - ha concluso l'Arcivescovo - il professore ha consegnato le sue fatiche e le sue speranze».

Duilio Corniali

 

DEDICARE UNA VIA O UNA PIAZZA alla memoria di Tarcisio Petracco è ferma intenzione del Comune di Udine. A dichiararlo è il primo cittadino, Enzo Barazza. «Valuteremo al più presto - afferma il sindaco - la possibilità di deroga alle disposizioni che richiederebbero il trascorrere di un decennio dalla morte prima dell'intitolazione».
Secondo indiscrezioni, a prendere il nome di Petracco potrebbe essere la centrale piazza Venerio, per anni teatro delle tante manifestazioni organizzate dal Comitato per l'università friulana. Intanto, mercoledì 15 gennaio, in Consiglio comunale si terrà una commemorazione ufficiale.
Di Petracco il sindaco sottolinea soprattutto «i meriti conquistati come "combattente" tenace e mite, sorretto da una fiducia incrollabile nell'affermazione dell'identità del popolo friulano». «Il partito repubblicano, cui appartengo - prosegue Barazza -non è stato certo uno dei protagonisti della battaglia per l'ateneo friulano, ma oggi, a posteriori, va senza dubbio riconosciuto a Petracco e a quanti si sono impegnati su questo fronte come l'università per cui si sono battuti rappresenti un grande fattore di crescita per il Friuli e per la città di Udine».

 

IL SOGNO di Tarcisio Petracco, quello di avere un'università friulana completa di tutte le facoltà, sarà relizzato.
Parola del rettore dell'ateneo di Udine, Marzio Strassoldo. «E' stato Petracco - afferma il rettore -, a far capire a questo popolo che non c'è sviluppo senza un'istituzione capace di occuparsi d'alta formazione e di ricerca scientifica, affrancandolo da una secolare dipendenza dall'esterno».
Poi, ricordando i giorni dell'impegno di Petracco, fondamentale perché fosse accelerata la nascita dell'università friulana, aggiunge: «Stiamo muovendoci costantemente nella direzione da lui indicata per realizzare un'università non specialistica e settoriale, ma al servizio dell'intera comunità friulana e delle sue esigenze formative, e cioè dotata di tutti i corsi di laurea di base.
A dirlo - continua - è il nostro impegno per l'attivazione di corsi come ingegneria meccanica, elettronica, matematica, lettere, e speriamo anche fisica».
Infine, una promessa: «In occasione dei 20 anni dell'ateneo, nel '98, nell'anniversario di attivazione del primo corso -afferma Strassoldo -, l'università di Udine non mancherà di apprestare un'iniziativa per ricordare il grande contributo dato da Petracco e dal Comitato per la costituzione di un'università autonoma in Friuli».

Alberto Rochira

 

Tarcisio Petracco ha vissuto una vita davvero avventurosa, ma lui preferiva finirla «complicata». Era un uomo schivo, senza fronzoli e smancerie. Gli appunti che presentiamo sono essenzialmente il frutto di una lunga conversazione, avuta con lui sul finire del 1987.
Era in preparazione la strenna natalizia de «la Vita Cattolica» e uno come lui non poteva certo mancare fra i 100 personaggi del «Friuli che conta». In quell'occasione la sua era stata una narrazione, più che un'intervista.
Un fatto sorprendente, considerata l'ampiezza e la profondità delle confidenze. Ed infatti al «professore» è bastato il tempo che il redattore facesse ritorno al giornale, per ordinargli-, dolcemente ma risolutamente, - con l'abituale telefonata dedicata alle battaglie inerenti l'Università, che «quelle cose non andavano assolutamente scritte».
Ma quegli appunti non sono stati gettati e oggi divengono un piccolissimo tributo alla sua generosità instancabile e al suo impegno senza pari per lo sviluppo del Friuli.
«Fin di frut, a è stada una vita complicada». Così aveva iniziato il suo racconto Tarcisio Petracco, nato a San Giorgio della Richinvelda il 29 marzo 1910. Alla vigilia della "rotta" di Caporetto, fugge profugo con la sua famiglia, prima a Firenze e poi a Massa Carrara. Nel '19 fa ritorno in Friuli, ma soltanto un anno dopo perde la mamma, il padre morirà più tardi, dopo aver badato con grandi sacrifici ai suoi 6 figli, e come tanti friulani sempre - «sumiant la cjase».
A 16 anni, Tarcisio riceve la notizia che non può proseguire gli studi, deve pensare anche lui alla famiglia, lavorando prima al Bertoni, poi come impiegato delle assicurazioni. Lavoro e studio: saranno il cruccio e la passione della sua vita.
Nel 1928 a La Spezia, insieme ad altri 18 compagni, su 200 iscritti, supera il corso per ufficiale marconista della marina mercantile, un diploma internazionale che però - ricordava -«non mi è servito a nulla». Il servizio militare lo svolge in Marina, dove si arruola nel 1931. La «ferma» dura 28 mesi; viene congedato, ma poi il 13 luglio 1935 viene richiamato.
Fra il congedo e il richiamo, grazie alla sua passione e alla sua tenacia, riesce a conseguire la maturità classica. Il giorno dell'esame finale coincide beffardamente con la data del ritorno sotto le armi. La notizia la riceve proprio durante la stessa telefonata in cui comunicava il sudato successo scolastico.
Già durante la leva, nel 1932 a Bari, aveva dato ampiamente prova delle sue capacità e della sua volontà di ferro, ottenendo il diploma di maestro (professione esercitata per un breve periodo, a Rauscedo).
Una volontà di ferro, quella di Petracco, per un'intelligenza non comune e un fisico non meno efficiente. «Se potevo, facevo sport», confidava. Infatti, vince a Taranto le gare nazionali della Marina. Le «sue discipline»; 100 metri piani e salto in lungo. Sotto le armi rimane fino al 1937, nonostante la guerra coloniale sia finita nel '36. In quegli anni diviene anche radiotelegrafista, studiando su libri presi a prestito, assillato dalla necessità di trovarsi una professione redditizia. Ancora una volta sorretto - come diceva lui stesso - dalla "forza della disperazione".
Durante il servizio militare guadagna qualche soldo dipingendo e facendo ritratti. Altrimenti le 25 lire al mese dello stipendio son troppo poche. «Non avevo neanche i soldi per comprare i lacci delle scarpe», ricordava. Un'altra fonte di reddito - che continuerà anche negli anni futuri - sono le lezioni private. Ne impartisce ai militari per una lira l'ora, sempre spinto dalla preoccupazione di dover mantenere la famiglia. Nel 1936 decide anche di iscriversi all'Università. Sceglie la facoltà di Lettere e Filosofia, a Padova. Come al solito è senza libri e continua a fare il marinaio.
Quando viene congedato è a Pola, raggiunge Udine in bicicletta e si mette alla ricerca di un lavoro che possa garantire una sicurezza economica alla famiglia. Trova lavoro a Parenzo, dove insegna all'istituto magistrale e continua a dare lezioni private. In più «dà gli esami universitari a tutta forza, sempre di corsa, fra Parenzo e Padova, studiando di notte. Non potrò mai dimenticare -ricordava il prof. Petracco in quel nostro incontro - quei miei compagni di viaggio triestini che, esentati dal militare, se ne andavano a sciare, mentre io...».
Il giorno di Pasqua del '39 è nuovamente richiamato sotto le armi e deve imbarcarsi a La Spezia. Il 17 giugno del 1940 si laurea, usufruendo di un congedo di 24 ore. La sua tesi, in antropogeografia, è dedicata al fiume Meduna.
Fino all'8 settembre del 1943, vive l'esperienza della guerra nel Mediterraneo, imbarcato su 10 navi diverse. Deve combattere anche nel mar Egeo, costretto a solcare la terribile "Rotta della morte", ma lui è felicissimo di essere finalmente nella Grecia, che ama. E poi, in questo modo, riesce anche a sfuggire l'incarico di corriere segreto dello Stato maggiore, che ritiene un posto da "imboscato".
Il giorno dell'armistìzio è a Fiume, scappa ai nazisti e giunge a Cividale, dove può insegnare al liceo «Paolo Diacono» e dedicarsi con la solita determinazione alla lotta partigiana, entrando nell'Osoppo. Già sottotenente di vascello, comanda il battaglione Spilimbergo e, dopo la strage di Porzus, diviene commissario della VII Brigata, a Cividale.
Alla fine della guerra chiude il capitolo Resistenza, senza pretendere riconoscimenti o favori. Il suo problema è trovare un'occupazione sicura, per avere il necessario. Insegna a Cividale; poi assume la direzione della Scuola mutilati, a Udine; torna nuovamente a Cividale fino al '47. Dal 1947 al '49 è al liceo classico «Stellini». «Ma l'insegnamento non bastava e allora sono andato in Canada, all'avventura. E' stato durissimo, ero disoccupato, d'inverno...».
In Friuli ha lasciato la moglie Nadia, originaria del Comelico, e la sua prima figlia. Gli altri due figli (di cui uno, morto in giovane età) nasceranno in Canada. A primavera ottiene un posto da manovale, lavorando 8:9 ore al giorno.
L'emigrazione del professor Petracco dura fino al 1955. «Ho Fatto tutti i mestieri - ricordava - fino al vertice, quando sono diventato pittore. A Toronto sono riuscito a vincere anche una gara di decorazione». Per 5 anni, durante le serate, è impegnato nell'insegnamento dell'inglese agli emigranti. Il suo vero scopo: «Insegnare loro ad avere dignità».
Quando ritorna in Friuli, con la famiglia, insegna dapprima alle scuole medie, alla Manzoni di Udine. Sono anche gli anni in cui riprendono, con grande intensità, le lezioni di latino e di greco.
Dopo altri trasferimenti fra il liceo classico e lo scientifico, 5 abilitazioni e un concorso, ottiene finalmente una cattedra allo «Stellini», dove il 18 marzo 1971 inizia la sua personale lotta per l'Università, organizzando una prima petizione fra i docenti.
Il 10 febbraio 1972 fonda il Comitato per l'Università friulana e inizia una battaglia estenuante contro l'opposizione triestina e l'ottusità dei maggiorenti friulani.
Una lotta nella quale il professor Tarcisio Petracco ha investito tutte le sue energie e le sue risorse. «Per 12 anni - ricordava in un'altra occasione - non ho potuto dare lezioni. Ho percorso non meno di 100 mila chilometri in automobile, subendo vari incidenti e finendo 4 volte nel fosso». Ma anche di questo egli non voleva che si parlasse o scrivesse. Come della sua passione per la Grecia, la sua storia e la sua letteratura, che ogni anno gli ispirava vere e proprie spedizioni esplorative nella sua seconda patria. E con sé, oltre alla cinepresa, aveva sempre i classici della letteratura greca, che conosceva a menadito.
Altrettanto riservato era a proposito della sua passione per le invenzioni tecniche, che realizzava nella cantina-laboratorio. Preferiva invece ricordare il suo «progetto», che rimane l'impegno per quanti hanno collaborato con lui e ne intendono proseguire l'opera: «Operare affinchè l'Università di Udine diventi l'Università del Friuli e si completi con gli altri corsi e le altre facoltà, per soddisfare tutte le scelte degli studenti friulani che meritano di continuare a studiare».
Con il grande cordoglio per la sua scomparsa, resta il rammarico che non abbia potuto vedere pubblicata la sua ultima fatica, ovvero la storia della sua ultraventennale battaglia per l'Università, mentre era riuscito a pubblicare la sua memoria partigiana: «Lotta partigiana al confine orientale (La bicicletta della libertà)». «Gli amici e i collaboratori del Comitato per l'Università friulana - assicura il notaio Marino Tremonti - faranno il possibile per pubblicare il libro che il professor Petracco stava rivedendo, prima dell'ultimo ricovero».

Luca Nazzi

(tratto da "La Vita Cattolica" sabato 11 gennaio 1997)

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