Terra di uomini

 

dalle note di copertina del libro

Il 6 giugno 1350 cadeva assassinato nelle boscaglie della Richinvelda il Patriarca di Aquileia Bertrando di Saint-Geniès. La notizia della sua morte, avvenuta in prossimità dei guadi del Tagliamento, destò sorpresa e cordoglio in moltissimi Friulani e in quanti si erano dichiarati sostenitori della Chiesa Aquileiese. Grande fu anche l'impressione che lasciò nella Cristianità l'uccisione di un Vescovo così famoso e venerando. Le cronache dei contemporanei ci lasciano molte testimonianze dello sdegno popolare, del cordoglio dei castellani e del popolo, del dolore del Papa e dei Cardinali, del rammarico dei Vescovi suffraganei. I documenti ci riferiscono anche le reazioni dei vari Signori dell'Italia: il dispiacere di quanti avevano potuto apprezzare l'opera del Patriarca, la soddisfazione dei nobili e dei Principi che avevano lungamente tramato per la sua morte.
L'età di Bertrando costituì un periodo eccezionale nella storia dell'Italia del Nord-Est. Fu un tempo di odi e di fazioni, di intrighi, di lotte e di contrapposizioni violente. Negli anni in cui fu signore temporale e Principe ecclesiastico (1334 al 1350) il Patriarca Bertrando operò energicamente per rinnovare la Chiesa al suo interno, per mantenere saldo il dominio della Chiesa Aquileiese, cercando di difendere i deboli dai soprusi e, nel contempo, di tenere a freno i riottosi castellani che erano alla continua ricerca di autonomie e privilegi.
Nell'anno 1349, in una regione già fortemente indebolita dal terremoto (gennaio - marzo1348) e alla peste (la famosa peste nera che spopolò gran parte dell'Europa), la situazione gli sfuggì di mano. Un pericolosa e vasta congiura trovò appoggi, aderenze e sostegno in uomini e in denaro. Si giunse così al tragico epilogo del 6 giugno, con l'assalto al convoglio patriarcale e l'assassinio del Patriarca.
Terra di uomini è la documentata ricostruzione di quel fatto di sangue e della sua genesi. Romanzo storico che si legge in un fiato, delinea magistralmente il tragico scenario che tanto impressionò i contemporanei e che sempre restò impresso, memoria indelebile, nel ricordo dei Friulani.

 

Terra di uomini è la ricostruzione puntuale e romanzata degli ultimi mesi di vita di Bertrando di Saint-Geniès. Le scarne parole del Chronicon Foroiuliense (riportate nelle prime pagine del testo) già delineano tragico epilogo della vita del Patriarca di Aquileia: Nell'anno del Signore 1350, il venerabile S. Bertrando, Patriarca Aquileiese per Grazia di Dio, fu ucciso presso la chiesa di S. Nicolò di Richinvelda dalla gente del Signor Conte di Gorizia.
Questo libro è un romanzo avvincente, scritto in un lessico particolarmente scorrevole, ricco e curato insieme. L'Autore, che si avvia a una maturità stilistica di buon effetto, è in possesso di un'eccellente tecnica narrativa e di grande capacità evocativa: le emozioni, i personaggi, i fatti, i sentimenti sono frutto di uno stile che ha ritrovato sicurezza ed efficacia, arte splendida capace di scolpire figure e personaggi che difficilmente saranno dimenticate: Orsola, prostituta venduta al denaro, ma interiormente tenera e ricca di sentimenti, che alla fine cederà all'amore; Bertrando di Saint-Geniès, Patriarca per grazia di Dio, uomo pensoso, credente, grande vecchio divorato dalla passione per la sua Chiesa, personalità forte, intensa e generosa che non cederà davanti alla morte; Rizzardo di Buttapietra, capitano rude, dotato di un istinto animale e di un'intelligenza forte, condottiero di uomini senza scrupoli e senza pietà; Castrone dè Bardi, mercante freddo e calcolatore, cosciente del potere del denaro.
Alla sua quarta prova letteraria, Guerrino Ermacora conferma la sua matura sapienza narrativa che già altre volte ha dato buona prova di sé (nel 1999 ha vinto il premio letterario Latisana per il Friuli.) Con Terra di uomini si presenta come scrittore di talento e, a buon titolo, come l'astro emergente tra gli scrittori del Friuli-Venezia Giulia.


brani dal libro

 

La peste

La peste nera ha devastato il mondo intero per molti mesi. E' finita ormai da un anno, ma Orsola
non dimenticherà mai quello che ha visto: cadaveri dappertutto, bambini gonfi per le pustole,
vecchi, uomini, donne abbandonate dai parenti, ruberie, rapine, le strade piene di morti, corpi
putrefatti che galleggiavano nei canali, gli uomini dei Provveditori che infuriavano e bruciavano le
case, le taverne piene di gente che s'attaccava alla vita. Quanti sono stati i morti in Venezia? Forse i
tre quinti della città. Dicono cinquantamila a Firenze, forse centomila nella sola Milano.

Attorno al tavolo, tutti tacciono. Certo, la vita continua, ma un morbo simile non si era mai visto a
memoria d'uomo. A ben guardare, ci sono ancora in giro volti sbigottiti, stralunati, quelli della gente
uscita di cervello: uomini e donne che vivono stupefatti, quasi estranei alla vita, trascinando nei
borghi e nelle campagne un'esistenza stanca, abbattuti da una disgrazia alla quale non intendono
rassegnarsi. Ma ogni giorno è un giorno nuovo. A poco a poco, stentatamente, tutti cercano di
arrampicarsi verso qualcosa, o attaccarsi a una speranza, al momento che fugge, alle cose di sempre.
Senza dirselo, tutti si sforzano di vivere ancora un poco, per ricostruire il mondo triste e devastato,
nel quale, si spera, almeno i figli vivranno più a lungo.

 

Il Patriarca, in una sala del castello di Udine, pensa e scrive

 

Nella sala del camino, il Patriarca è solo. La stanza, che è grande, sta presso la torre principale ed è
stata scelta a causa del buon camino che dà calore. Seduto al tavolo, Bertrando guarda i fogli che ha
davanti. Quel giorno non si sente bene. L'artrite lo tormenta e preferirebbe distendersi sul letto e
dormire. Dormire per dimenticare, per scivolare nell'oblio, lontano dalle preoccupazioni e
dall'angoscia di chi è costretto a prendere decisioni. Ma ciò non è possibile. Deve preparare quella
lettera, il testo deve essere scritto da lui, di suo pugno, gli argomenti devono risultare convincenti.
Egli ama scrivere. Quand'era più giovane, era penna famosa, augusto oratore dall'eloquio
irresistibile. Ma ora, cosa dire al Cardinale Legato? Innanzitutto bisogna spiegare il senso di quello
che si sta facendo e di ciò che è stato fatto, illustrare gli scopi di ogni azione: ricostruzione dello
stato, consolidamento della sovranità della Chiesa sopra le terre e sopra i vassalli su cui Aquileia
vanta diritti e consuetudini, riforma della Chiesa dall'interno. Dopo essersi aggiustato il mantello
con la sinistra, allunga un braccio, afferra la penna, intinge l'inchiostro e termina la frase. Ut supra
diximus, necesse est pro bono Sanctae Ecclesiae bene operare come abbiamo detto più sopra, è
necessario agire nel migliore dei modi per il bene della Santa Chiesa. Finito di scrivere la parola
'Chiesa', si arresta di nuovo. Altri occhi devono leggere quei fogli, altra mente deve prendere atto
dell'impietosa realtà. E' improbabile che Cardinale Legato sappia ciò che giova o non giova alla
Chiesa aquileiese.

Mentre scrive, il Patriarca fa ordine dentro si sé. Trova nella memoria cose da rileggere, da
riordinare e da pensare, argomenti che galleggiano su un passato recente o su quello più antico, o
anche fatti di cronaca di cui è stato spettatore inconsapevole. La bianca pergamena aiuta a dar corpo
ai personaggi veri, alle cose accadute, celando chi sta in disparte, testimone oculare della
sconvolgente monotonia del vivere: triste litania di Signori, di prevaricazioni, di ruberie, liti,
malanimo. Con fredda lucidità lascia che le tensioni occulte del mondo sprofondino fin dove
possono arrivare, catturate dall'impietoso arabesco giuridico di quello scritto che imbriglia
situazioni, analizza i dati e i fatti, invoca giustizia. La mente, però, tende a spingerlo lontano. Sono
strane le teste dei vecchi, capaci a volte di richiamare indietro minuzie o frammenti scollegati del
passato o anche di sprofondare il corpo e l'azione nell'ottusità ovattata delle cose difficili da capire,
o nell'incapacità di agire, di vedere, di comprendere, quasi catturati da un'incipiente paralisi. Il
giorno prima, per un attimo non aveva riconosciuto Gros-Jean, quando gli era venuto davanti. "Chi
è quest'uomo?" si era chiesto. Dopo un po' si era ricordato che si trattava dell'amico servitore, e la
consapevolezza del riconoscimento tardivo l'aveva spaventato, angosciato. Aveva tenuto la cosa per
sé, ma aveva capito che si era imbattuto nel pericoloso segnale della memoria che cedeva.

Quando arriva a metà lettera, depone la penna accanto alla boccetta dell'inchiostro e si appoggia
allo schienale della sedia. Non sa se debba parlare anche di sé, se sia opportuno informare il
Cardinale sulle emozioni, su quello che prova, sul tormento della vita. Protetto dal calore del
mantello e dei ceppi che bruciano, chiude gli occhi, inclina la testa di lato e si lascia andare. Quel
giorno è stanco. Dormirebbe volentieri se i dolori non gli rodessero le giunture. Sotto gli occhi
chiusi, vede piccoli bagliori rossastri, strascico di chi ha contemplato la fiamma troppo a lungo.
Assieme ai lievi guizzi di luce, arrivano i lampi dei ricordi, cose di un tempo, che allora erano
importanti e che hanno plasmato la vita come le mani della serva quando lavora la pasta.

Da piccolo è un ragazzo vivace, ma anche contento quando può aiutare in Chiesa a disporre i fiori
per gli addobbi. Odore d'incenso e di cera d'api, i monaci dell'abbazia che innalzano una melodia
che ferisce, che spacca l'anima. Lontano richiamo dell'immensità, anelito a qualcosa che lo strazia
per anni. C'è anche il volto di una fanciulla, balenio candido tra le cortine della stanza del bagno,
corpo spiato da lontano. Infine donna vicina, meta raggiunta nel singulto, mai abbastanza
contemplata. Il ricordo di lei è ancora nitido e chiaro. La prima volta che se la vede davanti, è scalza
e porta una veste di lana. Sul busto, la camicia ha il ricamo di una rosa; è aperta e lascia il seno un
poco scoperto, biancore di petalo fiorito al buio. Lui china la testa e allora la camicia si apre. I due
seni, liberi dalla costrizione, hanno un movimento elastico e sembrano frutti improvvisamente
sgusciati.

E' strano, però, come il ricordo un tempo ossessivo, conturbante, più volte confessato al
penitenziere, sia ormai diventato senza vita, rinsecchito, del tutto orfano di potere e incapace di
mordere. Che l'uomo segua solitari abbagli, miraggi strani? Ingannevoli menzogne rubate dove?
Frantumi dell'età, vecchiaia. Immensa palude che smorza gli orizzonti. Vanitas vanitatum, et omnia
vanitas, vanità delle vanità e tutto è vanità. A cosa si attaccano le strisce dei ricordi che ora gli
appaiono come su una superficie d'acqua incerta ma iridescente, dei quali può seguire i riflessi
senza poter sceverare del tutto l'inganno o scandagliare l'intera profondità di senso? S'attaccano alla
lunga litania dei novant'anni, filo lungo, interminabile, di cui non si sa l'inizio né si conosce il
termine. Anzi, dove finisca il Patriarca lo sa. Perché improvvisamente la parola più volte letta,
consigliata, spesso sussurrata, a molti svelata, gli ritorna in mente come fosse lontano suono di
campana che chiama a mattutino: Ego sum via veritas et vita, nemo venit ad Patrem nisi per me, io
sono la via, la verità e la vita; nessuno viene ad Padre se non per mezzo di me.

Sente Bertrando che questa parola è vera. Più vera del cuore che batte, vicina a lui come il sangue
che pulsa nella vena iugulare. Evidenza larga, che si espande dentro il respiro e che esige silenzio
per imporsi sovrana. E' diventata parte del suo essere, come il corpo stanco è suo, interamente suo,
di cui l'anima partecipe é forza vitale. E il sentire l'anima come elemento di sé, fa innalzare la
colomba dal tetto basso del castello, e allora vola anima mia. Cadi in basso, giù nella nebbia rosata,
luce chiara di conoscenza, episcopale sapienza vissuta nel disfacimento, tratto chiaro di penna che
separa il vero dal falso, linea diritta, ultimo canone, inutilità del diritto nel pollaio chiassoso.
Miserere nostri Domine, miserere nostri. Abbi pietà di noi, Signore, abbi pietà. Io, quasi prossimo
alla morte, Vescovo per grazia, io in procinto di passare la porta, cosa posso fare? Forse dalla mia
stanchezza posso trovare affermazione, dall'effimero una misura scossa, traboccante d'eternità e da
questa mia spossata inerzia, - stanco esitare - l'energia del dogma. Calcea, Domine, pedes meos in
preparationem Evangelii pacis mettimi, o Signore, le scarpe ai piedi e preparami al Vangelo della
pace. E improvvisamente è soltanto pace ciò che vuole e quel luogo il posto dove può raggiungerla.
Il Cardinale Legato deve capire che è questo il compito della Chiesa. Pace. Oblio.

Il Patriarca si addormenta e riposa a lungo, d'un sonno inaspettato, ristoratore.

 

Gli Udinesi, vincitori, entrano in città

Alla vista del messaggero, i bambini corrono verso casa per annunciare che arrivano i padri, i
fratelli, i parenti. Le donne lasciano i lavatoi delle rogge, dimenticano le liti e le accuse,
abbandonano gli orti e i baiarzi e con i piccoli in braccio corrono verso porta Gemona. Dai quintieri
e dalle zone esterne di Bertaldia, Cascanan, Ongaresca, Ronchi, Grazzano e Poscolle, i vecchi
escono dai tuguri e confluiscono nella via del mercato dove le schiere sfileranno per mostrarsi alle
case dei ricchi e alle botteghe. E' fatto così il grande borgo, che respinge verso la cinta esterna i
poveri, i servi e la feccia. La città vuole che se ne stiano rintanati nella massa compatta delle
baracche che si assiepano attorno alle ultime strade, contorti budelli fangosi che chiamano la
miseria. Per molti la guerra è l'estrema risorsa e il pezzo d'argento che gli uomini portano a casa,
fortunatamente sottratto alle taverne, è una benedizione, una manna, un mese di vita per i bambini
dalla pancia gonfia.

Le donne tacciono, mentre arrivano i primi quattro con il tamburo e i cavalieri di Pugno di Ferro. Le
vecchie e le giovani hanno l'occhio esercitato e capiscono subito che le gualdrappe sono state
lavate, i mantelli tirati a nuovo. Non le impressiona il tintinnio delle sonagliere, i superbi cavalli da
battaglia con gli zoccoli dipinti di nero, né il lustro delle criniere, né la freschezza delle code
attorcigliate. Guardano con diffidenza le facce dei cavalieri barbuti che hanno l'elmo sotto il braccio
e che ammiccano alle ragazze. Le madri stringono a sé le figlie giovani e aspettano con pazienza
che passi anche la fila dei balestrieri che marciano a due a due, con la faccia soddisfatta di chi si è
arricchito ancora un poco, ma con coraggio. Dopo un lungo intervallo, arrivano altri cavalieri, i
Signori dei numerosi castelli fedeli al Patriarca assieme alla loro gente. Sono in molti, con fanti,
pedoni, stendardi, insegne, balestrieri a piedi e servi che guidano i muli e gli asini. Le donne più
anziane si aggiustano sulle spalle gli scialli neri e schierano davanti alle ginocchia, quasi per
proteggersi, i figli o i nipoti più piccoli. Aspettano i loro uomini e allungano il collo e vedono
l'ultima schiera che sta per entrare dalla porta. Allora fanno silenzio e guardano se arriva il marito, o
il figlio, o il nipote.

Eccoli che arrivano. Mano a mano che gli uomini passano sotto porta Gemona, le donne e i bambini
riconoscono i loro, salutano, gridano, ringraziano la Vergine che anche quella volta li ha salvati. Ma
quando gli ultimi hanno finito di entrare, alcune incominciano a preoccuparsi e chiedono notizie di
chi non si è visto insieme agli altri. Dov'è? E' successo qualcosa? Allora vengono a sapere che è
morto, o storpiato, od ustionato e che sta sui carri di fieno che sono entrati dall'altra porta, da porta
Grazzano. Le donne si mettono a piangere, corrono via per la strada più breve e vanno a Grazzano.

Improvvisamente tutte le campane di Udine si mettono a suonare. Suonano insieme, quasi per un
ordine, con rintocchi disordinati ma festosi. Sembra che vogliano salutare gli stendardi che
guardano il sole, la fila muta dei prigionieri, la gente della città che ha attaccato alle lance corone di
erba e di fiori, il sollievo di chi è tornato vivo con l'orgoglio della vittoria. In realtà suonano perché
così è prescritto dalla tradizione immemorabile, che chiama il popolo cristiano a prepararsi alla
Pasqua e ai giorni che la precedono. Ma per la folla, quel suono è di buon augurio, un segno di
festa.

 

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