G. F. Cromaz

 

Il Tocai:
note storiche sul contenzioso con l’Ungheria

 

 

articolo tratto dal Notiziario ERSA 1/ 2001


· Le origini della controversia
· Un po’ di storia
· Un Patriarca di Aquileia
· Da dove proviene il vitigno del Tocai?
· Vini e vinelli
· La viticoltura in Friuli nel primo novecento
· I nemici della vite non fermano l’esportazione
· Vino vero e vino artificiale
· Ancora vino adulterato dall’Ungheria
· Prime riserve Ungheresi sulla denominazione Tokaji
· Da dove nasce il nome
· I vitigni che danno il Tokaji
· Caratteristiche dei vini Tokaji
· Una questione irrisolta


Le origini della controversia

È di nuovo di attualità la controversia sulla denominazione del vino Tocai che vede impegnata l’Ungheria nella richiesta di vietare, in base ai protocolli CEE-Ungheria del 1993, l’uso della denominazione Tocai alla Francia e all’Italia.

Ora si sta valutando quali iniziative prendere per consentire per questo tipo di vino la compatibilità della omonimia geografica e storica nell’indicazione del prodotto.

Abbiamo detto che la controversia è tornata di attualità perché, come vedremo, non è da oggi che se ne discute.

Il nome del vitigno e del vino bianco chiamato Tocai nella terminologia italiana e Tokaji nella terminologia ungherese è legato ad alcune vicende storiche del Friuli e dell’Ungheria, vicende che affondano le loro radici nel XIII secolo e sono legate alla vita avventurosa di uno dei più famosi Patriarchi di Aquileia, Bertoldo di Merania.

Alle numerose e suggestive ipotesi fatte in più occasioni sulla origine e sulla provenienza di questo vitigno aggiungiamo ora queste note storiche.

 

Un po’ di storia

Bertoldo di Merania apparteneva alla potente famiglia feudale bavarese degli Andechs. Una delle sue sorelle, di nome Geltrude, era diventata regina d’Ungheria avendo sposato re Andrea II, detto il "Gerosolimitano", sul quale ella aveva molta influenza.

Grazie alla protezione della Corona Bertoldo aveva ottenuto in Ungheria elevati gradi, sia nella vita ecclesiastica sia in quella civile, tra cui il titolo nobiliare di conte. Nel 1207 era stato eletto arcivescovo della sede di Kalocsa, cittadina dell’Ungheria meridionale il cui vescovado era di antica origine. Egli non era amato dalla nobiltà locale, ma era molto temuto perché protetto dal cognato, il re Andrea. Nel 1213 Bertoldo dovette però lasciare l’Ungheria: sua sorella, la regina Geltrude, era stata in quell’anno assassinata in una congiura di palazzo da due magnati ungheresi e Bertoldo, assieme ai suoi fratelli, era riuscito a salvarsi solo con una fuga precipitosa.

 

Un Patriarca di Aquileia

Nominato Patriarca di Aquileia nel 1218 da papa Onorio III, arrivò in quell’anno in Friuli, che trovò lacerato da crudeli lotte intestine tra famiglie e fazioni tra loro rivali. Il suo patriarcato durò fino al 1251, anno della sua morte, e fu assai tumultuoso e denso di avvenimenti. Gli storici dicono che fosse benvoluto dal popolo, liberale verso la Chiesa, il clero e i conventi, operoso come principe temporale e assai generoso. Ebbe un occhio di particolare riguardo nei confronti di Udine - ricordata nel 983 come un semplice castello - di cui favorì la crescita e lo sviluppo, non solo economico e commerciale, unendola nei privilegi ad Aquileia.

Venendo al tema di questi appunti storici, secondo quanto ha scritto lo storico goriziano conte Francesco Coronini (1833- 1901) nel suo libro "I Sepolcri dei Patriarchi di Aquileia", (1889), I’Ungheria deve essere grata a questo Patriarca per uno dei suoi migliori prodotti.

Il re ungherese Bela IV, salito al trono nel 1235 quale successore del padre Andrea II, avrebbe, proprio con la cooperazione di suo zio Bertoldo, portato nel suo regno dal Friuli la vite del Tocai lì coltivata e divenuta poi così celebre. Prove storiche di questo fatto sono di difficilissimo reperimento, ma l’affermazione pare suffragata dal fatto che il Coronini, come da lui stesso affermato, ebbe modo di attingere notizie direttamente da fonti ungheresi.

 

Da dove proviene il vitigno del Tocai?

Si deve però tenere presente a tale riguardo che vitigni non autoctoni riconducibili al Tokaji vengono descritti da molte fonti storiche come originari della Francia e della Germania, nazione quest’ultima in cui la famiglia degli Andechs aveva vastissimi possedimenti terrieri. Pare anche che vitigni simili fossero coltivati anche in Austria e in Croazia dove pure vi erano vaste proprietà di quella famiglia. Altre fonti storiche attestano che nel secolo XIII i re d’Ungheria avevano fatto venire viticoltori dall’Italia, dalla Francia e dalla Germania. Costoro, con degli opportuni innesti, sarebbero riusciti ad ottenere un vitigno denominato "Furmint" (termine di derivazione francese) che dava un vino di color giallo- frumento. Alcuni storici riferiscono che i vitigni erano portati direttamente dall’Italia. Vini ungheresi, provenienti dalla attuale regione del Tokaji vennero mandati a più riprese nel XV secolo al pontefice Giulio III (1487- l 555), che pare li avesse sommamente graditi.

 

Vini e vinelli

Lasciando le vicende storiche lontane e venendo a tempi a noi molto più vicini dobbiamo dire come anche all’inizio del 1900 l’Ungheria fosse alle prese, per motivi di origine e di denominazione del suo vino Tokaji, con la consorella Austria. Quest’ultima nel 1903 stava studiando una nuova legge sui vini al fine di introdurre misure protettive contro la produzione e il commercio dei vini artefatti, dei vini artificiali e dei cosiddetti secondi vini, o mezzi vini, ottenuti con l’aggiunta di acqua e di zucchero alle vinacce parzialmente esauste. Questi vinelli erano di bassissimo grado alcolico, ma erano prodotti in quantità rilevanti dato che in molte province agricole ciò che rimaneva nel torchio era solitamente lasciato ai contadini e ai mezzadri per loro uso.

Agevolati da un sistena fiscale irrazionale grandi quantitativi di vinacce non torchiate, provenienti per mare dall’Italia meridionale, dalla Grecia e dalla Turchia, andavano in Istria, a Fiume e in Dalmazia, destinate alle grandi distillerie industriali che ne ricavavano alcool, acquavite e acido tartarico.

Notevoli quantità di vini giungevano in Austria da paesi esteri ed anche dall’Ungheria. Va tenuto presente che la questione in quegli anni riguardava anche una parte del Friuli, il cosiddetto "Friuli austriaco" o "Friuli orientale" parte integrante fino al 1918 della Principesca Contea di Gorizia e Gradisca appartenente all’impero austro-ungarico degli Asburgo. Si trattava dell’estremo angolo orientale della terra friulana che dalle alture del Collio e da Gorizia scendeva, fin oltre Aquileia, alle marine di Grado, una vasta pianura senza confini naturali, fatta astrazione del fiume Iudrio, che segnava il confine con il Friuli udinese per un tratto, e del torrente Aussa per un altro.

La parte pianeggiante della Contea (o provincia) di Gorizia e Gradisca era di nazionalità italiana, quella montuosa di nazionalità slovena. Il Collio era abitato nella regione occidentale da popolazioni italiane e in quella orientale da popolazioni slovene.

 

La viticoltura in Friuli nel primo novecento

Nella provincia la viticoltura era un’attività assai diffusa che interessava, nei 1910, una superficie di 10.844 ettari, pari al 1,5 per cento di quella dell’intera provincia. Nel Collio prima tra le coltivarioni era proprio la vite, favorita da un terreno particolare caratterizzato da strati di sabbie calcificate (arenaria) e argille calcaree (marna) alternati tra loro, e da un clima ottimale lungo tutto l’arco delle stagioni. Qui all’inizio del 1900 molti mezzadri erano obbligati per clausola contrattuale a mettere a dimora annualmente da 200 a 400 viti per ciascun podere. Lo stesso avveniva nella zona di Aquileia, dove entro tre anni dall’inizio del contratto mezzadrile dovevano essere impiantati quattro campi friulani (un campo friulano piccolo corrisponde a 35 are) di vigna. Sopra Gorizia, a San Floriano, vi erano coltivazioni quasi esclusivamente di vigneti e frutteti. Lo stesso a Dolegna e a Russiz (Capriva), dove l’economia si basava quasi esclusivamente sulla vite. In quest’ultima località nel 1869 il conte Teodoro de La Tour, di origine francese, che aveva sposato Elvina Ritter, una baronessa goriziana di ascendenza tedesca e di religione protestante, aveva dato notevole impulso alla viticoltura introducendo dalla Francia nuove varietà di vitigni pregiati. A Farra e a Villanova nel 1909 si producevano 12.000 ettolitri di vino: una tenuta agricola locale con annesso stabilimento vinicolo (azienda Concina) esportava da sola annualmente 4000 ettolitri di vino. Vini rinomati erano
anche quelli di Medea, Chiopris e Viscone. Anche a Terzo d’Aquileia la viticoltura prevaleva sulle
altre colture. Ottimi vini bianchi erano prodotti nella zona di Mossa e San Lorenzo.

 

I nemici della vite non fermano l’esportazione

La vite era però bersagliata da numerose calamità: prima fra tutte la propagazione della fillossera, che distruggeva le coltivazioni costringendo a onerosi reimpianti con materiale vivaistico resistente all’afide filosserico, in second’ordine la grandine, assai frequente, e sistemi di conduzione agraria scarsamente efficienti. Ciononostante la viticoltura nella regione forniva ottimi vini, esportati in tutte le province del vasto impero e più volte premiati in esposizioni nazionali. Nel 1909- 1910 i successi maggiori li ottennero le varietà Riesling del Reno, Borgogna bianca, Ribolla e Malvasia.

In Austria si cercava di agevolare il commercio del vino: si chiedeva a tal fine che la pesante tassazione che lo colpiva venisse diminuita e portata alla pari di quella sulla birra, prodotto che godeva di un trattamento fiscale di favore. Si voleva inoltre che le Ferrovie accordassero una riduzione dei noli per il trasporto dei vini dalle province meridionali dell’impero (fra cui quella di Gorizia) alle province dell’interno e l’esenzione dal nolo per il trasporto delle botti vuote.

 

Vino vero e vino artificiale

La produzione del vino artefatto e dei vini definiti artificiali, di cui è stato detto, arrecava gravi danni economici per la fortissima concorrenza alla produzione di vini di qualità. I vini artefatti venivano venduti a prezzi molto bassi e la produzione vinicola indigena, di conseguenza, rimaneva invenduta. Vino artefatto era prodotto in quantità enormi nel Punto Franco di Trieste. Tale adulterazione veniva effettuata utilizando la polpa grezza ricavata dai frutti del Tamaindo (Tamarindus indica) una pasta molle e succosa di sapore dolce acidulo, di colore bruno-rossastro, contenente, oltre a zuccheri e pectine, un 12-13 per cento di acidi, in prevalenza tartarico, civico e malico. Questa sofisticazione era allora irriconoscibile all’analisi chinica, e il vino che si otteneva, chiamato "vino di tamarindo", era spesso addizionato con spirito glicerinato e saccarina, sostanze ritenute tossiche in quegli anni. Tuttociò accadeva nonostante la vigilanza dell’autorità di finanza, che aveva elevato numerose contravvenzioni e avviato procedimenti penali. Controlli erano eseguiti anche dalle Stazioni chimico- agrarie sperimentali, dai medici distrettuali e dai maestri ambulanti di agricoltura.

 

Si incoraggia il vino di qualità

Per la stesura di una nuova legge sulla produzione e il commercio del vino e dei mosti l’Amministrazione provinciale di Gorizia diede un valido contributo a partire dagli anni 1903- l 904. Si attivò anche la Società Agraria della Contea con pareri e suggerimenti, tra i quali quelli relativi al permesso di aggiungere alcune sostanza ai mosti e ai vini, all’autorizzazione al loro zuccheraggio e alla denaturazione dei cosiddetti secondi vini con acido citrico e fenolftaleina. La Società Agraria diede poi una precisa definizione dei vini spumanti, aromatizzati e profumati.

Questa società era stata sempre in prima linea nello sconsigliare la viticoltura su terreni non idonei, nell’orientare gli agricoltori alla coltivazione di uve fini, di commercio mondiale, e nell’incoraggiare l’impianto di vigneti in terreni votati, specialmente in collina. Parimenti fece la Camera di Commercio e Industria di Gorizia che propose la nomina di ispettori provinciali alle cantine per gli opportuni controlli. Una nuova legge sui mosti e sui vini venne sanzionata in Austria il 12 aprile 1907; essa andava a sostituire la vecchia legge che datava dal 21 giugno 1880.

 

Ancora vino adulterato dall’Ungheria

Dall’Ungheria però continuavano ad arrivare in Austria grandi quantità di vini adulterati, specialmente vino di tamarindo. Là erano riparati in massa i sofisticatori: a Fiume (che allora apparteneva all’Ungheria) vino adulterato veniva prodotto e smerciato in quel Punto Franco.

Le Giunte provinciali e le rappresentanze comunali delle regioni vinicole dell’Austria votarono al riguardo numerose risoluzioni e pretesero che una regolamentazione legislativa fosse attuata anche nella nazione sorella, l’Ungheria. Di ciò venne tenuto conto nel compromesso doganale stipulato tra l’Austria e il regno ungarico, reso esecutivo con la legge 30 dicembre 1907. L’articolo XXI di tale trattato concerneva e regolava le reciproche relazioni commerciali tra i regni e i paesi dell’Austria e dell’Ungheria. Esso era vincolativo per quest’ultima essendo controfirmato dal presidente dei ministri magiaro, Wekerle, dal ministro del Commercio, Kossuth, e dell’Agricoltura, Daranyi. L’Ungheria si impegnava inoltre a promulgare, al più tardi entro un anno, una nuova legge sulla produzione e il commercio del vino, del mosto e delle vinacce, legge che avrebbe dovuto contenere disposizioni altrettanto severe di quelle contenute nella legge austriaca. Ciò fu puntualmente fatto con l’eccezione di alcune norme particolari, ad esempio quella che consentiva la colorazione con zafferano dei vini bianchi di tinta scadente. Questo creava una concorrenza censurabile nei confronti dei vini bianchi di qualità superiore prodotti anche nel Goriziano.

 

Prime riserve Ungheresi sulla denominazione Tokaji

Nel contempo l’Ungheria avanzò però pesanti riserve: richiamandosi ai paragrafi 11 e 12 della legge sui viveri del 16 gennaio 1896, precisò che doveva essere intesa come " falsa indicazione", quella che contrassegnava come Tokaji, Tokaji- vergine, Tokaji di Hegyalj di Maslas Szamorodni e altri facentii riferimento all’origine dalla zona vinicola di Tokaj, i vini che non provenivano da tale territorio. Ribadì l’esclusività del prodotto e della denominazione per i vini di Tokaj, zona vinicola che comprendeva trenta Comuni nel territorio del Comitato (Contea, provincia) di Zemplen e un Comune nel territorio di Albanj- Torna (Atti Dietali, 1902- 1907 e 1908).

Prescrizioni di esclusività della denominazione erano poi pretese per indicare i vini dolci da dessert prodotti con l’impiego di uva passa o corintia. L’Ungheria intendeva così proteggere la denominazione d’origine dei suoi vini pregiati e contrastare l’abuso che di tale denominazione si faceva nelle province dell’Austria.

 

Da dove nasce il nome

La regione vinicola di Tokaj prende il nome dall’omonima cittadina dell’Ungheria settentrionale nel Comitato di Zemplen, posta alla confluenza dei fiumi Tibisco e Bodrog. Il territorio si estende per quasi 5.000 ettari e i terreni hanno una struttura geologica particolare essendo costituiti da un substrato lavico misto a loss su cui i raggi del sole sono intensamente riflessi. Nel corso delle ere si sono andate modellando morbide colline molto fertili e ben coltivate in cui la vite dà un prodotto non molto abbondante ma eccellente. L'autunno lungo e asciutto consente vendemmie tardive. Le uve attaccate dal marciume nobile sulla pianta vengono conservate dopo la vendemmia in locali appositi e lì lasciate appassire fino ad autunno inoltrato. Ripulite dagli acini deteriorati vanno infine fatte fermentare in appositi contenitori.

 

I vitigni che danno il Tokaji

I vitigni sono principalmente tre: il Furmint, lo Harslevelu (un vitigno autoctono ungherese) e una varietà di Moscato giallo. Dall’unione delle uve si ottengono i mosti che forniscono gli squisiti vini Tokaji aventi un grado alcolico che va da 13 a 18 gradi. Queste varietà di vitigni non sono le sole ad essere coltivate: tra gli altri vanno ricordati i vitigni Tallya, dal nome dell’omonima cittadina a 20 chilometri a nord-est di Tokaj, nel cui circondario vi sono estese coltivazioni.

 

Caratteristiche dei vini Tokaji

I vini che si ottengono sono di colore ambrato, dolci e profumati: alcuni di essi sono liquorosi, da dessert, ed uno, lo Szamorodni, di grado alcolico elevato (circa 17 gradi), con l’invecchiamento tende a diventare secco. È la tecnica enologica di preparazione che rende questi vini particolari. Il famoso Tokaji di Hegyalj, prodotto nella parte più settentrionale del territorio, viene ottenuto con un metodo complesso particolare che fornisce qualità di vino più o meno dolce e una maturazione in botti di quercia per un periodo che va da quattro a otto anni in cantine basse, spesso scavate nella roccia, ed aventi una temperatura costante intorno ai 10 gradi centigradi.

Questo vino dolce, ottimo da dessert, si sposa in maniera eccellente anche con cibi raffinati come l’anatra all’arancia, il patè di fegato d’oca e alcuni formaggi erborinati secondo le indicazioni di accreditate accademie del gusto e della cucina.

 

Una questione irrisolta

I vini descritti nulla hanno a che vedere con l’omonimo Tocai friulano, vino secco con un grado alcolico di 11-13 gradi, dal colore paglierino, tendente al verdognolo, e dal gusto asciutto e vellutato con una venatura caratteristica di mandorla amara.

L’Ungheria con tutto ciò continua a pretendere l’esclusività della denominazione: la questione, come si è visto, non è di questi giorni, ma ha precedenti assai discussi e assai lontani.

 

Bibliografia

Francesco Coronini, I Sepolcri dei Patriarchi di Aquileia, prima versione italiana di G. Loschi. Udine, Tipografia del Patronato, 1889.

Relazioni alla Dieta provinciale della Contea principesca di Gorizia e Gradisca sulla gestione della Giunta Provinciale nel sessennio 1902- l 907 e 1908.

 

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