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L'8 settembre 1943, verso le 17.30 ebbi sentore che l'Italia aveva chiesto ed ottenuto l'armistizio. Ne feci un breve cenno ai miei soldati che mi indicarono portatrice della notizia una italiana da molti anni residente in Francia e che abitava nello stesso fabbricato dov'era stato allestito un deposito della divisione al quale io ero preposto. Le chiesi cosa c'era di vero ed ella mi rispose che a Cagne sur Mer era la notizia più chiacchierata. Tacqui, preoccupato e diffidente; più volte giorni prima s'era diffusa quella voce fra l'elemento francese e captata dalla truppa. Una nostra compagnia si abbandonò a manifestazioni di giubilo nella convinzione che fosse il prologo alla cessazione delle ostilità. Sarà stata la propaganda nemica o quel profondo intuito delle situazioni che come un contagio scende nell'animo dei soldati; certo si è che essi attendevano la fine della guerra di momento in momento. Capivano, veterani di una lunga e disgraziata guerra, nel corso della quale avevano sperimentato sulla propria pelle le armi dei nemici confrontandole con la pochezza ed insufficienza delle proprie, che in condizioni così impari l'esercito non poteva più oltre sostenere l'urto degli avversari superiori in tutto. La nostra cronaca di guerra non era che un monotono e sconcertante succedersi di episodi di valore, di disperato coraggio, ma ahimè!, improduttivi al fine di un esito favorevole del conflitto. Concorreva ad alimentare tristi presagi sul futuro della nostra Patria il ritiro delle truppe d'occupazione. Era appena passata la divisione "Pusteria", una delle più efficienti, per essere impiegata, così si diceva, in Sicilia invasa dal nemico. Non correva buon sangue con l'alleato tedesco che teneva sotto controllo il movimento delle nostre truppe. Scoppiavano di frequente screzi, sgarbi, pretestuosi interventi per ritardare la marcia. Il colonnello comandante il reggimento di artiglieria della divisione Mantova passando nei pressi del mio deposito venne a salutarmi dimostrando sicurezza e determinazione. Se tentano di ostacolare il passaggio del confine al ponte sul Varo farò uso dei miei cannoni. Passò indenne. Era stato addetto militare all'ambasciata di Berlino. Colto, amava talvolta intrattenersi con me inoltrandosi nel mondo della storia con la stessa certezza di chi evoca brani di vita realmente vissuta; e non mancava di umorismo. Saputo il mio nome Luchini, con una sola e commentò: noi veneti siamo molto parsimoniosi, perfino con le lettere dell'alfabeto. Il giorno successivo fece una breve sosta a Cagne sur Mer un battaglione della divisione Pusteria in marcia verso l'Italia. Ebbi modo di intrattenermi con il comandante, mio conoscente. Il discorso s'avviò sul morale dei soldati e mi chiese se anche qui circolasse la voce dell'armistizio. Risposi di si; non fece commenti, se ne interessava paventando mancamenti nella disciplina. Mi confidò che gli era da poco nato un maschietto e mi pregò di esprimere alla moglie, se ne avessi avuto la possibilità, tutta la sua grazia per il caro dono. Il reparto, in marcia verso la tappa prevista, fu sorpreso dall'annuncio dell'armistizio non da un comunicato particolare con ordini di comportamento, ma dall'esplosione festosa della gente che si mischiò alla truppa trascinandola nel suo entusiasmo, subito gelato, peraltro, dall'avvicinarsi di blindati tedeschi. Seguì, dopo un attimo d'indugio, un generale sbandamento cercando ciascuno una via per sottrarsi alla cattura. Da quel trambusto lo sfortunato colonnello non uscì vivo. Amava i suoi soldati, pronto ad ogni sacrificio per loro. Ero appena ritornato da Villafranca dove, in fase di trasferimento, trasportavo i magazzini divisionali proprio nella caserma nella quale aveva prestato servizio il maresciallo Petain; vi introduceva un viale fiancheggiato da mimose lambito da una piccola insenatura. Uno stretto canale immetteva nel mare aperto sfavillante al sole. Avevo negli occhi la visione di quell'incanto, di Nizza ed il lungomare cui la guerra non aveva cambiato volto e, pigro ad accettare altre emozioni, non prestavo che sgradita attenzione alle voci della armistizio, delle quali per non sembrare un credulone non feci parola a nessuno dei miei colleghi; tuttavia premevano e di proposito mi diressi alla mensa del battaglione per raccogliere notizie con l'accortezza di non lasciar trasparire un particolare interessamento. La mia attenzione fu subito attratta da un collega che si dirigeva velocemente in bicicletta alla sua compagnia dislocata da qualche giorno oltre il Varo e mi inviava segnali con ampi gesti delle braccia, atteggiando il viso a sorpresa, preoccupazione, desolazione come chi travolto da una inopinata sciagura non sa quale condotta tenere. Mi passò accanto, appena rallentando la corsa, urlandomi con angoscia che l'Italia aveva capitolato senza condizioni. Lo aveva appreso pochi istanti fa da una telefonata giunta da Nizza. Quelle parole urlatemi con tanta forza di persuasione ed i gesti non meno persuasivi mi rimescolarono il sangue, mi strinsero il cuore. Mi trovavo in quei rari momenti della vita in cui questa pesa in modo intollerabile perché la mente non le dà luce e lo spirito affonda nell'angoscia e vorrebbe liberarsi del corpo per non condividerne più la fortunosa vicenda. La Patria, cara mia Patria, mi aveva dato una divisa perché la usassi con onore come onoratamente la usarono coloro che mi avevano preceduto nel corso della sua storia dura e stentata; era Lei con la sua grande anima dolente che mi inabissava nel mare dello sconforto. Feci pochi passi e vidi il comandante della divisione accompagnato dal capitano del genio al quale chiesi se aveva notizie circa I 'armistizio. Mi rispose di no soggiungendo che venivano da Villafranche e che anche il generale ne era certamente all'oscuro. Respirai e per un po' m'illusi che si trattasse di frottole velenose. Noi eravamo gli ultimi reparti che dovevano spostarsi oltre il Varo. Il movimento doveva avere inizio nell'alba del 9 settembre. Le armi pesanti e i magazzini con poche squadre avevano già raggiunto le nuove posizioni. Così stando la situazione, il paventato armistizio ci avrebbe sorpreso, come suol dirsi, in stato di crisi tanto più pericoloso in quanto grossi reparti di tedeschi si erano già installati nei capisaldi da noi abbandonati. Nei giorni precedenti erano comparse forze corazzate dotate di "tigre" dirette in Italia, secondo la voce corrente, mentre si succedevano treni che portavano materiali e granatieri. La situazione era tutt'altro che tranquilla e la previsione più vicina alla realtà era quella di essere attaccati disponendo del solo armamento del fucile per fronteggiare 1'urto. I tedeschi stavano sospettosi e vigilanti; noi si attendeva con ansia l'alba per raggiungere i commilitoni nelle nuove posizioni. Mai mi era accaduto di notare, nell'area militare, tanta applicazione coscienziosa, ordine e senso del dovere nelle operazioni, secanti e spesso confusionarie, che precedono gli spostamenti dei reparti. C'era un affaccendarsi dei soldati direi quasi con la solennità di un rito, parchi nei gesti sommessa la parlata. Partito il generale mi diressi al comando di battaglione. Vi incontrai il maggiore al quale accennai a quanto avevo udito a proposito dell'armistizio ed alla conferma avutane poco fa dal turbatissimo collega. Non l'avessi mai fatto! Uscì in irosi rimproveri accusandolo di disfattismo e in apprezzamenti sgarbati, offensivi. Povero maggiore! Non so fino a che punto parlasse in lui l'amor proprio, ma è certo che ci teneva molto a comandare il suo battaglione; imprimergli uno stile che lo facesse primeggiare sugli altri da poterne avere meritato vanto. Ecco la sua grande ambizione che ora temeva compromessa, vederla naufragare. Ne era stato investito con una solenne cerimonia da poco più di un mese. Tutto compreso dei suoi compiti, della responsabilità che ne seguiva non si dava requie a ispezionare le compagnie alternando sorrisi a rimbrotti con quel tono di rustichezza che è propria dell'anima alpina di vecchio stampo Fraterne pacche sulla schiena e in caso di necessità piena dedizione. I suoi soldati erano stati in origine richiamati alle armi per riempire i vuoti nei reparti impegnati nel fronte di guerra russo, secondo radio scarpa. Si trattava di complementi che ebbero un'altra destinazione in seguito all'offensiva scatenata dai russi che riuscì a sfondare e imporre alla guerra un nuovo corso, a loro favorevole; allo sbarco di forze armate americane in Algeria e Marocco. Per fronteggiare tale situazione fu occupata dall'Asse anche la parte della Francia governata dal maresciallo Paitin. Quei complementi furono organizzati in unità autonome ed inviati in Provenza. No, non era ambizione, piuttosto l'accorato sfogo d'un animo profondamente prostrato per la sventura che colpiva l'Italia; la sconfitta, la più grave dalla sua costituzione in stato unitario. Quale avvenire in un mondo imbarbarito, lacerato da scoppi di vendetta? Le conseguenze finiscono nel concretarsi in tragedie personali, di famiglia, comunità e istituzioni. Nell'intento di alleviare il suo cruccio gli feci presente che ritenevo un dovere informarlo anche per sentirmi a lui più vicino e se possibile essergli di aiuto. Poc'anzi mitraglieri giungendo in paese si fecero notare con grida di gioia per la raggiunta pace. Abbracci, stretta di mano, sorrisi con uno slancio di sincerità che conquistava. Tacqui per 1'improvvisa irruzione nella sala di un capitano che corse alla radio e l'aprì: stava trasmettendo il proclama del maresciallo Badoglio. Ne udimmo l'ultima parte. Era una certezza: armistizio e reazione contro chi ne ostacolasse l'attuazione. Muti, ci guardammo negli occhi. Era l'imbrunire e l'ora della mensa. Il maggiore convocò al comando tutti gli ufficiali e chiese subito notizie e istruzioni al generale il quale ordinò di concentrare il battaglione presso la sede del commando stesso e di tenersi pronti a partire tra un'ora. Si sarebbe anticipato l'ordine di marcia fissato alla prima ora del mattino del giorno successivo. Ebbi l'incarico di recarmi al drappello automezzi per prelevarne tre necessari al battaglione. Telefonai al comando di divisione per averne il consenso; e con una sorpresa mi fu rifiutato. Ritornai al comando, riferii l'esito negativo della mia missione ed ebbi 1'inattesa notizia che il trasferimento era stato rimandato. Intanto i reparti si erano schierati in difesa, inquieti; scalpitavano per raggiungere le nuove sedi. Ogni rumore metteva in allarme tanto che si è ritenuto di disporre pattuglie mobili per tranquillizzare e se del caso proteggere i posti fissi di vedetta. Cominciavano a giungere le prime notizie. Un tenente telefonava da un .posto vicino a Nizza che i tedeschi avevano tentato di disarmarlo, che il ponte sul Varo era controllato e venivano disarmati e trattenuti tutti i militari italiani; gli autoveicoli erano sequestrati. Arrivò trafelato un capitano narrando che era stato fermato sul ponte del Varo e che a malapena riuscì a fuggire approfittando della confusione sebbene i tedeschi agissero con estrema energia e decisione. Un soldato ansante ed emozionato riferì che a stento si era sottratto alla cattura e che le strade erano battute da auto blindate alcune delle quali sostavano all'incrocio delle strade che conducevano al comando di battaglione. A questo punto il maggiore dispose che ogni ufficiale raggiungesse il proprio reparto in attesa di ordini. M'avviai tosto al magazzino dov'era anche la mia squadra; provvidi a mettere a punto ogni cosa per l'attesa partenza collocando un posto di osservazione, ben defilato, in prossimità dell'attigua strada perché fosse segnalato tempestivamente qualsiasi evento che potesse riguardarci. Si trattava della stessa strada che portava a Grasse, a sedi dei comandi militari di corpo d'armata e di divisione percorsa da frequenti auto blinde tedesche. Alle 3 del mattino del 9 settembre ricevetti l'ordine di raggiungere il comando di battaglione e di condurvi i due cavalli del generale. Seguì un viottolo poco noto per non incappare nelle pattuglie tedesche, ormai nemiche. Là vi trovai concentrato il battaglione del 5° alpini ed ebbi il piacere di salutare conoscenze fatte nella scuola di addestramento di Albenga. Anch'esso aveva lasciato la vecchia posizione e marciava per inserirsi nella nuova quando cadde dall'alto, in quella circostanza inaspettato, il proclama di Badoglio che creò nuovi problemi e l'esigenza di immediate soluzioni, peraltro non facili poiché la truppa si era avvicinata al Varo ed il proseguo della marcia era impedito dalla presenza di forze corazzate tedesche. La disparità di armamento, solo armi portatili quelle degli alpini, consigliò di soprassedere allo scontro armato e di ripiegare nella nostra dislocazione anche ai fini di una concertata valutazione dell'azione da attuare. La stanza era gremita di ufficiali, satura di brusii, di domande, risposte, commenti in un'atmosfera piuttosto tesa, quando venne notata una macchina dalla quale scesero due ufficiali tedeschi. Come chi abbia tempo da perdere e pratichi lo sport di curiosare nelle faccende altrui, si avvicinarono ad alcuni soldati presenti presso la sede del commando chiedendo se ai loro commilitoni si fossero uniti quelli del 5 alpini e si allontanarono in fretta per evitare d 'incontrarsi con gli ufficiali italiani che si erano mossi per rendersi conto del motivo della loro comparsa. Alle cinque del mattino del 9 settembre il generale chiamò al telefono il comandante. Nella stanza, che non si era sfoltita, si fece subito un silenzio di tomba. Il maggiore presentava un viso ora paonazzo ora scolorito, articolava stentatamente poche parole: signorsì... ma si deve proprio... accontentare... signorsì... e gli occhi gli si velavano e la testa si piegava stanca, desolata sul petto. Depose il microfono e guardando nel vuoto nella guisa di un trasognato disse: il generale ha ordinato di consegnare le armi ai tedeschi e, per evitare 1'umiliazione di deporle in loro presenza, di accatastarle subito. Si levarono mormorii, poi parole chiare e franche: consegnare le armi significa consegnarsi ai tedeschi, darsi prigionieri; Badoglio ha ordinato la resistenza. Il comandante del battaglione del 5° alpini si rese conto che l'atteggiamento degli ufficiali si fondava su un principio d'onore: darsi prigionieri senza combattere è tradimento. Telefonò senza indugio al generale ragguagliandolo con chiarezza, senza nulla nascondere avviandosi a prospettare possibili soluzioni. Fu interrotto con la risposta laconica: gli ordini non si discutono, si eseguono. Gli interventi ripresero animati, guidati da spinte più emotive che ragionate. Un tenente, capito che non si presentava altra via d'uscita che la resa con voce pacata e piglio militaresco, annunciò che egli con il suo reparto someggiato avrebbe scelto la via dei monti per raggiungere 1'Italia e consegnarsi a qualche nostro comando. Salutò e si rese irreperibile; di lui non si ebbero più notizie. Un altro tenente con voce strozzata dall'indignazione si distingueva per le imprecazioni contro Badoglio che avrebbe sacrificato un esercito ancora efficiente. Si licenziò dal suo superiore considerandosi non più obbligato all'obbedienza e sparì. Riuscì a procurarsi una carta d'identità francese ed in bicicletta, in treno ed a piedi fortunosamente raggiunse la famiglia. Raffreddati un poco gli animi, il maggiore illustrò la consistenza dell'armamento: solo armi portatili con quattro ore di fuoco; viveri per due giorni. Le condizioni dell'altro battaglione erano ancora peggiori. Circondati da ogni parte da reparti corazzati tedeschi qualsiasi resistenza sarebbe stata una follia, un esporsi ad un inutile massacro, sterile ai fini della guerra e sul piano sociale una colata di lutti. L'onore si salva anche con il sacrificio richiesto da chi ha più elevate responsabilità e cognizioni più approfondite della realtà. Le armi vennero accumulate, si trattava di soli fucili, nel luogo indicato. Gli alpini compirono 1'atto disciplinatamente, con compostezza, senza venir meno alla loro dignità di soldati.. Uomini sulla mezza età, solidi e ben costrutti, ordinati per intima persuasione; taluni sposati, capi fami- glia possedevano un vivo senso di responsabilità e dei propri doveri. Il rispetto dovuto ai superiori derivava non tanto dal grado o dal timore di punizioni quanto da quella profonda coscienza dell'esigenza dell'ordine del quale già avevano sperimentata la necessità nella propria famiglia. Quali i miei inquieti pensieri? Ribellione, rassegnata acquiescenza? Opprimeva una pesante e cupa tristezza e turbinavano propositi, idee fuori di ogni schema ragionato in un'orbita sfuggente. Furono svuotati i magazzini e distribuito alla truppa viveri, liquori, sigarette, calzature e oggetti di vestiario. Che fare ora? Come le rondini si raccolgono nell'autunno per spiccare il volo verso i paesi caldi seguendo i richiami del loro istinto, così i soldati, direi quasi guidati da un impulso naturale, si adunarono spontaneamente unendosi in plotoni e presero la strada dell'est sperando nella salvezza; altri alla spicciolata si rifugiarono presso famiglie italiane e francesi di loro conoscenza. Dopo avere appena percorso qualche Km. furono catturati e rinchiusi in un improvvisato campo di concentramento a Villeneuve Loubet. Nel mio reparto si videro comparire guardinghi con passo misurato, i mitra spianato, due spilungoni tedeschi, un po' impacciati quasi volessero significare che stavano eseguendo un obbligo imposto e non con malanimo. Furono accolti da pochi alpini rimasti e da me con spirito di servizio indicando la catasta dei fucili che presero in consegna. Così si era adempiuta la prima parte del dramma; erano le 10 del 9 settembre. Il sole splendeva con un cielo limpido in quella meravigliosa tarda estate provenzale. Gioiva la natura lontana dalle miserie umane. Incipit vita nova in una palude malsana. Che rimaneva della dignità del soldato costretto nel branco a subire gli umori mutevoli del ras di turno con l'aggravio di essere apostrofato traditore e minacciato di particolari trattamenti punitivi? Per la vita quale futuro? In certe circostanze lo può trovare in se stessa, nel mondo dello spirito che non si lascia rinchiudere in steccati e illumina la via della condotta onorevole anche nel naufragio dei valori tradizionali al vivere quotidiano. E la coscienza avverte di non essere sola nel travaglio se gli affetti, i ricordi familiari, le amicizie, rivivono in un abbraccio di solidarietà, animano la speranza e confortano a considerare quanto sia profondo il vero senso della vita. Giunsero all'ovile, col fiato in gola per sfuggire alla trappola tesa dai tedeschi, alcuni alpini che vedendomi, con loro meraviglia, seduto nella compostezza di chi si gode il meritato riposo, si avvicinarono esclamando: ma lei è tranquillo.!. In realtà vivevo intensamente il dramma comune; il corpo preso da una specie di catalessi simulava un 'insolita quiete. Gli occhi però non sapevano mentire, ma erano coperti da occhiali da sole. Mi si strinsero intorno in uno slancio di letizia che poc'anzi sarebbe parsa impossibile. E si brindò con liquori alla fraternità alpina. In quel medesimo momento venne un messo ad annunciarmi che ero chiamato a rapporto. Presiedeva un ufficiale tedesco che si esprimeva in un comprensibile italiano. Cominciò: voi ufficiali siete liberi, conservate 1'arma (la rivoltella), però la libertà non è illimitata e nel tentativo di chiarirne il significato, andava sempre ingarbugliando il suo discorso. Non aveva per certo ben digerito le istruzioni ricevute che dovevano coprire 1'inganno che si celava dietro la munifica parola "libertà ". In sostanza ci era consentito per il momento una rosea attività e volle da noi la solenne promessa che non saremmo fuggiti. Di ogni infrazione sarebbe tenuto personalmente responsabile il maggiore. Annotò i nostri nomi con l'aria di chi aveva stretto i lacci per impedire la fuga; alla fine annunciò che fra qualche giorno, il tempo necessario ad approntare la tradotta, saremmo ricondotti in Italia. Pretese la ripetizione della promessa di non fuggire minacciando severe pene contro i trasgressori. A sua volta riconfermò il rimpatrio con il tono di un eroe antico che nello spergiuro preferirebbe la morte. Quest'ultima parte del rapporto fu tenuta seguendo lo stile del rito solenne: trattava seri impegni. Quale prima esecuzione di essi fu la nostra riunione in un Hotel del luogo. Io e un caro amico, ritrovato dopo la baraonda causata dall'armistizio, riuscimmo a sistemarci in una cameretta della dépandance, e finalmente un po' di raccoglimento e quiete dopo le drammatiche avventure della notte e della mattinata. I nervi si distesero, la realtà sembrava profilarsi meno sconvolgente di quella temuta. Miracolo del sonno ristoratore. Nella mensa regnava un'atmosfera d'inquietudine, di diffidenza; poche parole e a bassa voce, preoccupazione segnata su facce tese. Poi un parlottare sommesso in crocchi di tre, quattro ufficiali. Si cominciava a pensare, a far progetti di fuga. lo e l'amico ci ritirammo nella nostra cameretta e il pensiero corse all'idea della fuga, allettante e irta di pericoli per noi. Non avevano una affidabile conoscenza delle strade, poche aderenze nell'elemento francese, il solo che avrebbe potuto facilitarla. C'era inoltre la promessa, la responsabilità obiettiva del maggiore e per quanto i tedeschi fossero maestri di menzogna e di inganno si stentava a credere che quello che avevano detto non fosse che un gioco di parole, scellerato. La situazione, d'altronde, avrebbe potuto svilupparsi con molte sorprese. Nei contatti che avevano avuto con soldati si ebbe 1 'impressione che il loro morale non fosse elevato e anelassero alla pace. Poco prima della mezzanotte fummo storditi da un urlare osannante di parecchie centinaia di persone e da quell'uragano di voci alcune giunsero distinte con l'effetto di un fulmine a ciel sereno: Hitler ha capitolato, la guerra è finita. Ci trovammo fuori come proiettati da una molla. Lo spettacolo sotto un cielo stellato aveva il pathos di una tragedia greca. In quella umanità delirante dalla gioia esplodeva 1'ansia dell'umanità schiacciata da inaudite sofferenze. Primeggiavano alpini dell'8° di un reparto someggiato proveniente da Antibes e avviato verso Nizza. I tedeschi fraternizzavano con loro e liberatisi della maschera guerresca si abbracciavano in segno di pace. Stemmo a guardare increduli. Un ufficiale superiore tedesco di passaggio, conosciuto il motivo di quella esultanza scomposta, pronunciò le gelide parole che la guerra durerà ancora un biennio e ripartì veloce con la sua automobile. Purtroppo fu profeta. Arrivata a Cagne la truppa fu rastrellata da pattuglie tedesche ed internata a Villeneuve Loubet. Così fu spento brutalmente l'ardore di vita nuova simboleggiata nella pace. Tuttavia il ghiaccio era rotto e pullulavano iniziative, anche temerarie. Un tenente automobilista, accompagnato da due colleghi si recò alla spiaggia dove era stato allestito un parco di auto blinde tedesche e di alcuni grossi camion italiani ben custodito dai nostri ex alleati. Il nostro simpatico tenentino, tutto brio e spensieratezza, salutò con disinvolta franchezza la sentinella, prese il suo camion e lo portò trionfante da noi. Il buon esito aveva rafforzata la fiducia che la guerra fosse davvero finita. Come spiegare diversamente il comportamento delle sentinelle ligie alla consegna, pronte a sparare, ed ora senza batter ciglio avrebbero permesso il furto di un automezzo? In questo clima fantasioso fece capolino il suggerimento di partire subito per 1 'Italia; il carburante non mancava essendo il camion dotato di un fusto di benzina. Inaspettato giunse il maggiore che bloccò 1'iniziativa soggiungendo che, in ogni caso, tutto il battaglione doveva ritornare in Patria, e armato. Detto, fatto!. Il camion partì per Villeneuve per liberare gli alpini colà concentrati e annunciare la lieta novella, mentre il nostro tenentino, accompagnato da altri ufficiali, si avviò alla spiaggia per prendere gli altri camion. Non fu fortunato. La sentinella fu sorda alle sue abili e reiterate richieste; né l'adulazione, né blande minacce servirono, anzi per evitare serie reazioni dovettero, i nostri, prendere delusi la via del ritorno. Migliore sorte non ebbe il camion che trovò la strada sbarrata dalle vigilanti pattuglie tedesche. Così si spense, nelle ultime emozionanti ore del 9 settembre, ogni illusione di ricuperare la libertà. Il giorno successivo si ebbero le prime fughe. Un simpatico tenente, aitante, energico, sprezzante del pericolo si rifugiò presso parenti residenti in Francia. Seppi al mio rimpatrio che era stato bruciato in una stalla insieme ad altri tre partigiani nel suo paese natale. E la mia commozione non fu poca quando tra le pratiche d 'ufficio lessi la lettera del desolato genitore con la quale richiedeva che fosse impedita la ricostruzione della stalla per non deturpare il luogo del martirio del figlio. Fuggì dal branco un altro tenente non atletico ne esuberante di doti fisiche, nato e cresciuto in un paesino d'alta montagna dove la neve è signora-padrona, ignorato dal grande turismo ma frequentato dagli amanti delle bellezze naturali incontaminate. L'amico non poteva non scegliere il corpo degli alpini e curava presentarsi nei panni di un rustico montanaro; giudizi perentori, poche e schiette parole impreziosite da una bella voce baritonale; ma in fondo era d'animo mite, inquieto, insicuro, non riusciva a credere in valori affidabili. Aveva inventato un nuovo profumo e sperava di trovare una grande azienda che ne curasse la produzione e la vendita. Non mancava di talento nei rapporti con le signore, specie mettendo a frutto la sua buona conoscenza nel campo della cosmetica. Si fece serie amicizie, provvidenziali nell'attuale momento. Era mesto e nell'abbracciarmi mi sussurrò: è il nostro destino, e sgattaiolò in una vicina casetta. Riuscì a raggiungere la desiderata Milano nella speranza di realizzare uno sbocco positivo alla sua invenzione. Lo colse invece la morte, vittima della tirannia tedesca. Lasciò la mamma vedova in povertà; era l'unico figlio. Con altri due amici andai a far visita ai nostri alpini concentrati a Villeneuve Laubet. Grande animazione, tante domande che non potevano ricevere che vaghe risposte. Alloggiavano in un caseggiato guardato da poche tolleranti sentinelle che consentivano a civili italiani e francesi di intrattenersi con i soldati e di donare cibarie. Incontrai un 'emiliano conosciuto al comando di divisione, sereno come sempre, confidava in Dio e non disperava del futuro. Ebbi un esempio e molti altri ne avrò lungo il calvario della prigionia quanto possa la fede nelle ore tempestose della vita. Nel ritorno incontrai il comandante dell'autoparco e mi informò che attendeva di avere un colloquio con un francese conoscitore dei valichi montanari per concertare la fuga. Mi promise che in serata me ne avrebbe riparlato. Non lo vidi, ne seppi più nulla di lui. Faceva già buio quando un tedesco ordinò di salire con i bagagli su camion già pronti per partecipare ad un rapporto. Temendo qualche tranello evitai di partire. Di lì a poco il convoglio fece ritorno dopo aver effettuato un viaggio inutile perché non ci fu nessun rapporto, solo una breve sosta in una radura per contare gli ufficiali presenti. Tutti ci chiedemmo quale fosse lo scopo reale. La domanda era inquietante conoscendo l'etica teutonica. Il maggiore coinvolto nell'emozione con un gesto che poteva avere il senso di un commovente commiato dispose la concessione ciascuno dei suoi ufficiali di 5000 franchi. La tensione incoraggiò i tentativi di fuga di coloro che confidavano di poter contare sull'appoggio di elementi locali. L'11 settembre fummo improvvisamente fatti salire su un camion, trasportati a Villeneuve Laubert e scaricati in uno spiazzo erboso circondato di elevati argini. Ci trovammo in circa 200 ufficiali. Un nugolo di civili, fra i quali molti italiani, curiosavano dimostrandosi amareggiati della nostra sorte. In terra straniera ci eravamo comportati rispettando le persone e i loro beni; condotta che aveva contribuito a superare i primi atteggiamenti di sopportazione, adottare quelli di reciproca comprensione, a mettere alla prova salutari confronti fra il nostro comportamento e quello degli occupanti tedeschi. Ebbi la fortuna di udire da persone della buona borghesia una valutazione, direi incredibile, di un aspetto positivo della nostra occupazione, nel senso che aveva permesso la conoscenza diretta di molti elementi di varia estrazione sociale tanto da sfatare proverbiali pregiudizi sul conto di noi italiani tratti dalla diffusione di squallide vite di emigranti o da interessati fini politici. D'altra parte i gestori della cosa pubblica, pur così smanio si di apparire attori di primo piano in questo nefasto conflitto, non risulta che abbiano perseguito italiani come criminali di guerra; se ne avessero avuto qualche serio elemento non l'avrebbero lasciato cadere nel dimenticatoio. In realtà i rapporti ufficiali tra il comando delle truppe ed i titolari del potere civile si svolsero su un piano di reciproco disconoscimento esercitando ciascuno in libertà le proprie attribuzioni, salvi quei contatti necessari per conciliare le particolari esigenze dovute alla coesistenza di due entità: l'una armata per la guerra; l'altra preoccupata di uscirne con il minor danno possibile. I militari dal canto loro non tardarono ad inserirsi nell'ambiente cittadino con i riguardi dell'ospite che vuole ben figurare, accolto tuttavia con l'animo di chi è alieno da ogni forma di ostracismo. Parecchi nostri alpini trovarono buona accoglienza nelle famiglie. Nelle ore libere dal servizio collaboravano alla buona coltura di orti e giardini godendosi il premio di un buon bicchiere di vino e quel tepore familiare che richiamava a comuni valori. Prima del crollo della Francia qui stanziavano milizie africane. Ne raccontavano delle belle, non allettanti per la tranquillità pubblica. D'altronde che c'era d'aspettarsi da elementi pagati per fare un mestiere pericoloso lontani dalla cultura e dal contesto civile dei loro padroni? Giunse, preannunciato, il comandante di divisione. Si sapeva che aveva avuto contatti con i tedeschi e con ansia si attendevano da lui dichiarazioni in merito. Il campo in cui eravamo riuniti mostrava la sporcizia e il disordine che lasciavano di solito, bivaccando, le truppe di passaggio. Scatolame, paglia, cartaccia, qualche elmetto, stracci erano avvisaglie di reparti in dissolvimento. All'arrivo del generale fu dato l'attenti, ma in modo svogliato, parecchi continuarono a parlottare, altri non si mossero sbalorditi dalla anomala scena. Il generale ordinò il riposo e uscì in una sdegnosa reprimenda biasimando la mancanza di disciplina che offende la dignità della milizia in qualsiasi caso. Al secondo comando tutti si misero sull'attenti peraltro senza calore, lo scatto delle parate. Venendo poi nel vivo delle attese parlò chiaramente senza indulgere a commenti ed in forma breve e concisa. Disse: sono stato fascista e lo sono ancora, i tedeschi mi hanno invitato a passare dalla loro parte; risposi che quale ufficiale del Re restavo agli ordini di Sua Maestà. Nell'attesa che la nostra posizione fosse chiarita dal Governo chiesi che ci lasciassero presidiare i posti che tenevamo. I tedeschi rifiutarono e concluse che ci avrebbero trattato come prigionieri di guerra. E immediatamente un ufficiale tedesco a capo di un plotone di soldati armati di tutto punto salì su un podio e lesse con duro e arrogante accento un epitaffio del seguente tenore: Il colonnello comandante la piazza: considerato che gli italiani nel giro di trent'anni hanno per ben due volte tradito la Germania; Che gli ufficiali italiani e la truppa si sono comportati indisciplinatamente; Dichiara che sono trattati come prigionieri di guerra. Chiunque da questo momento tentasse la fuga sarebbe passato per le armi. Poi soggiunse: chi intende servire la Germania si faccia avanti. Nessuno si mosse. Correndo i soldati ci circondarono, piazzarono le mitragliatrici e stesero il filo spinato, quel filo che sarà la nostra ossessione per circa due anni. Ci tolsero la rivoltella; il generale ammonì di non compiere atti inconsueti. Mi privò dell'arma quello stesso ufficiale che aveva assicurato il rimpatrio. Sono momenti che non si scordano; provai il dolore quasi fisico dello strappo di un organo del mio corpo aggravato da una prostrazione umiliante. Gli occhi di quell'ufficiale luccicavano; soffriva anche lui, costretto al mendacio dalla brutalità della guerra. Compiva un servi- zio con la riluttanza di chi non ha potuto sottrarvisi. Mentre i militari erano indaffarati nel loro mestiere, un'altra scena, peraltro significativa, stava svolgendosi tra un nostro soldato e un francese addossato al reticolato. Si trattava la vendita di un mulo conclusasi con il corrispettivo di una gallina. Si è offerto un prezioso regalo fatto da un intraprendente venditore che riuscì a gabbare gli altezzosi nuovi proprietari, perché il povero animale era ormai loro preda bellica. Ebbene il soldato riuscì a dispetto dei reticolati, delle sentinelle, delle mitragliatrici a consegnare il mulo al compratore. Il giorno precedente un caso della stessa ispirazione si è verificato a Cagne. Un deposito divisionale con giacenze di viveri e indumenti non trasferiti altrove, com'era in programma, per improvvise difficoltà fu aperto alla folla simulando un'aggressione. Fu ripulito di tutto. Ne beneficiarono gli abitanti che furono lasciati in pace dai tedeschi in tutt'altre cose affaccendati in quei giorni; se fosse stato incendiato non sarebbero mancate rappresaglie. Meglio quindi aver ceduto all'impeto irresistibile della folla! Ad onor del vero è da ricordare che i civili, in quel trambusto, furono aperti e compiacenti verso gli italiani sia nell'occultarli nelle loro abitazioni che nel dotarli di abiti civili per favorirne 1'allontanamento. A Nizza invece i depositi furono incendiati; così disse un sott'ufficiale tedesco, mentre eravamo in viaggio per i campi di concentramento, per giustificare la mancata distribuzione di viveri da due giorni. Incontrai nel campo il capitano dal genio. Simpatico, aperto alla cordialità, fugava le ombre opprimenti con le sue uscite dialettali che presentavano squarci di allegra vita popolare; ora pareva incurvato, tanto gravava su di lui il peso della nuova condizione. Non era il caso di indulgere alla facezia, ma impressionava la repentina caduta all'opposto, in uno così evidente scoramento. Chissà quale sarebbe stata la reazione di chiunque a fronte del dramma che mi raccontò? Alle dieci di sera dell'8 settembre due auto blinde tedesche bloccarono la sede del comando di divisione e due militari condotti alla presenza del generale gli puntarono contro i mitra imponendogli, con piglio minaccioso, di ordinare alle sue truppe la consegna delle armi. Non gli fu permesso di prendere contatto con il comando di corpo armata a Grasse. I fili del telefono erano già stati tagliati. Si incominciarono le mortificanti operazioni di svuotamento degli zaini per controllare quello che contenevano. Le armi di ogni genere, macchine fotografiche, apparecchi radio, bussole, binocoli, preziosi furono sequestrati. Era giunto il momento di partire e di separarmi dalla mia ordinanza. Gli diedi metà dei miei franchi, gli feci coraggio prospettandogli una prigionia di breve durata. Nel darmi la mano pianse; con lo sguardo accompagnai commosso quel fedele mio soldato che s'allontanava a capo chino; poi d'improvviso me lo vidi ricomparire sorridente un po' mortificato della scena di poc'anzi annunciandomi che sarebbe partito con me. Sa, mi soggiunse, quando stringo la mano ad una persona dalla quale dovrò separarmi non posso trattenere le lacrime. Sotto la sua scorza apparentemente ruvida nascondeva un animo dolce e sensibile. Era un brav'uomo, retto, attaccato al suo ufficiale, essergli fedele era suo punto d'onore. Preceduti da un tedesco in motocicletta con al petto una strana insegna ci avviammo alla stazione di Cagne sur Mer. E' doloroso percorrere in cattività la strada dianzi amica come un gregge guidato a cambiare pastura sotto lo sguardo sbalordito e preoccupato della gente per il cambio dell'esercito di occupazione. A ve va sperimentato la nostra vigilanza e conosceva per fama quella del successore, e mossa forse più per avversione ai tedeschi che per autentica simpatia per noi non esitava a manifestarla in modo corale. Alla stazione assunse un tono così caloroso da indurre le sentinelle a sparare in aria per intimidire la folla. Era una notte mite con uno stellato incantevole; il mare leggermente mosso scrollava le onde, con delicato sciacquio, sulla spiaggia. I conversari si svolgevano a bassa voce sotto un pieno di luna che pareva intenzionato a parteciparvi. Ad un tratto un collega si mise a suonare, con una fisarmonica a fiato, la canzone in voga "ritornerai". La musica discese nell'animo con la dolcezza di una cara voce familiare. Sul palcoscenico della vita sono chiamate anche le avversità a recitare la loro parte e concorrere ad arricchire la scena di autentiche valenze. Il carattere per approdare a lidi tranquilli non può esimersi dall'affrontare anche le dure prove che mettono allo scoperto i reali talenti. Il treno finalmente si mosse. Ecco Antibes, roccaforte costruita per vanificare le scorrerie dei saraceni. Si dice che da qui si sia imbarcato su un sommergibile il generale Giraud, fuggito temerariamente dalla Germania, per raggiungere il Marocco dove in un primo tempo si atteggiò ad antagonista del generale De Gaul. Presto, come a tanti altri personaggi calò su di lui il silenzio. Tolone appariva stretta, quasi abbracciata al porto, circondata da plaghe paludose utilizzate per postazioni di armi in difesa della città. Così secondo i bene informati. Nella stazione, con pochi passeggeri in attesa, ci fecero discendere dal treno, fu cambiata la scorta armata e sostituita con le S.S. che ci presero in consegna dopo averci contati. Il comandante, un giovane ufficiale, presentò le sue credenziali gracchiando agitato, a piena gola, parole che tradotte suonavano così: siete indisciplinati e per punizione sarete tenuti un giorno senza vitto. Curiosi tedeschi! Per giustificare loro inadempienze non sanno trovare altra scusa che l'indisciplina. Se la disciplina si confonde con il comportamento di marionette meccanizzate il rimprovero sarebbe meritato; ma non era il caso nostro. Gli ufficiali erano consapevoli della esigenza di tenere una condotta che non offrisse motivo a offensive reazioni, pronte a sferzanti specie in luogo pubblico. Poi Marsiglia, a prima vista cupa, coperta di vapori, come donna in gramaglie sotto una calura che toglieva il respiro; e poi la Valle del Rodano, ampia fertile non intensamente coltivata. Il treno correva veloce, sfuggivano alla vista pascoli e boscaglie, radi paesi agricoli. Nella stazione in cui il treno sostava i soldati di scorta piazzavano le mitragliatrici e rimboccate le maniche della giubba, le gambe divaricate posavano davanti alle armi con un cipiglio risoluto da scoraggiare i curiosi dall'avvicinarsi ai malcapitati prigionieri. Tuttavia un vecchietto coperto tutto il viso da una barba brizzolata incolta, si fece avanti offrendo le sue bevande. Una guardia lo allontanò, ma ad un mio gesto di penosa rassegnazione rivolto al brav'uomo la guardia che seguiva umanamente permise la vendita di una bottiglia di sidro. Bevvi avidamente; la sete era la sofferenza fisica più sentita, più degli stimoli della stessa fame sebbene fossimo digiuni da due giorni. Suppliva al rancio la forte tensione nervosa in quel vorticoso svolgersi di eventi. Lione, al nostro sguardo, che non spaziava al di là del vasto reticolo delle linee ferroviarie, non si presentava allineata alla sua fama di opulente città mercantile. L 'ordine lasciato al caso, la pulizia in qualche modo rabberciata davano un senso di abbandono, di disinteresse, di strettezza nelle persone e nelle cose. Il treno ha fatto sosta per qualche ora. Non siamo discesi, le S.S. facevano buona guardia. Incrociammo un treno che trasportava marinai italiani provenienti da Tolone, ammonticchiati in carri bestiame, boccheggianti dal caldo, assetati. Tutti giovanissimi: alcuni guardavano dalle strette aperture del vagone con grandi occhi immalinconiti come chi non sa concepire la clausura; loro educati all'aperto mare alla libera natura. Non era imprigionato solo il corpo, lo era anche l'anima ferita nel rimpianto del passato. Altri si davano la voce, si agitavano quasi volessero risuscitare la loro tradizionale vivacità; ma ahimè! quanta amarezza in quelle bocche che avrebbero voluto sorridere. Con la stranezza di un lampo in ciel sereno si diffuse la notizia, di cui sarebbe vano indagare la fonte, probabilmente individuabile in cervelli malati di protagonismo spinti più dal disordine mentale che da quello reale, che il convoglio era stato fermato in obbedienza all'ordine di ricondurci in Patria. Calò presto il sipario sulla panzana; il treno riprese la sua corsa in direzione del nord. La Provvidenza donava un settembre delizioso; mese delle vendemmie, delle tenue tinte e dai lunghi e rosei tramonti; ma per il contrasto con il nostro stato appariva un dono prossimo al supplizio sofferto da Tantalo. Il viaggio attraverso paesi nuovi, conosciuti solo a scuola per la loro storia, serviva quale sonnifero alle nostre irrequietezze ed ansie per la sorte che ci sarebbe stata serbata nei campi di concentramento. L'occhio coglieva le immagini con la medesima freddezza e lontananza dell'obiettivo di una macchina fotografica. Il paesaggio galvanizzava la nostra attenzione, ma non con il fremito, la passione del turista in cerca di svago o di nuove emozioni e conoscenze. Al momento di partire chiesi, ad un impiegato ferroviario che si era avvicinato al finestrino, notizie su quanto accadeva nel mondo a noi vicino; rispose che la nave da battaglia "Roma Il era stata affondata trascinando nell'abisso l'equipaggio, che nella pianura padana erano state aviotrasportate truppe alleate con l'obiettivo di raggiungere Milano dove la resistenza collaborava accentuando la lotta contro i tedeschi, mentre truppe alpine controllavano i passi delle Alpi ed a Genova erano sbarcati gli anglo-americani. Coraggio, mi sorrise accomiatandosi, ancora due mesi di triboli e poi tutto sarà finito. Era la frase corrente come se si fosse diffusa per un fenomeno ipnotico collettivo. La sentii a Cagne e a Marsiglia equi a Lione. Un'alba nebbiosa e fredda ci colse nella stazione di Strasburgo con i primi brividi del mondo germanico: ordine, parlare sommesso, cenni del capo, parchi gesti, indifferenti i pochi viaggiatori a quanto accadeva intorno a loro. Ci fecero discendere a turno dal treno per prendere una tazza di surrogato di caffè, la prima bevanda calda dopo cinquanta ore. Veniva somministrata da ragazze del servizio ausiliario dell'esercito. Compivano il loro dovere con garbo e precisione, tanto da imprimere ai movimenti alcun che di meccanico senza peraltro velare la premurosa attenzione. V'era innata semplicità, animo sereno pur nella fatica da ritenerle sorelle di carità. Un miracolo, 1'umana dolcezza familiare nelle ferree maglie della milizia, miracolo che paga amarezze e aiuta a bene sperare. Riprese la corsa in un quadro suggestivo di basse colline, leggere ondulazioni solcate da rapidi corsi d'acqua, abbellita da lindi villaggi. L 'incanto cessò dall'inaspettato fermarsi del treno in una stazioncina cinta da aiuole fiorite e dalla comparsa di un plotone di territoriali ai quali furono consegnati trecento soldati fatti scendere dal treno. Si seppe poi che vennero utilizzati nei lavori agricoli presso aziende familiari e non ebbero a lamentarsi della loro sorte. Quel plotone dalle lunghe baionette brunite innestate ai fucili accelerarono il batticuore ad alcuni anziani ufficiali. Sia che si ritenessero di possedere più retta conoscenza della nostra situazione; sia, più probabilmente, che si considerassero le vittime designate ad essere immolate sull'ara della rappresaglia, caddero in un torpido stato mentale che preoccupò gli amici. Si sollevarono alfine ma non si liberarono del tutto della loro ossessione. Facevano pena. Nulla accade di quello che paventavano ed i famosi trecento soldati furono i più fortunati di tutti i componenti del convoglio. Nella chiusa e soffocante vita del vagone si andavano manifestando le doti spontanee e naturali del carattere, non più controllate dalla disciplina, dall'esigenza di convivere con dignità e nel rispetto della persona secondo un codice di comportamento osservato nel corso di una esistenza ordinata. L'interminabile viaggio accompagnato da disagi senza fine, lunghi digiuni metteva a dura prova la volontà di sopportazione; i nervi pur inquieti soggiacevano alla più urgente esigenza di non dissipare in gesti avventati le logorate energie fisiche. Conservarle con i propri mezzi era dovere irrinunciabile; la speranza di aiuti esterni una pietosa illusione. Non mancava di udire qualche scoppio d'ira. Taluno non nascondeva nel confuso eloquio un certo compiacimento per il totale livellamento in basso sotto ogni aspetto; sfogo di chi si riteneva appagato nella comune sofferenza delle ingiustizie subite nella vita quotidiana. E quale triste maestro di sciagure ne pronosticava di peggiori, con 1'accento di chi non sbaglia. Un altro con la prosopopea di un sapiente, florido d'aspetto e in ottima salute, come avesse potuto conservarla restava un mistero, iniziò un sermone su Dio, o meglio su 1'inesistenza di Dio, accusando i potenti della terra di averlo inventato per potere, quali interpreti di Dio stesso, comandare alle persone e disporne dei beni. Se veramente esistesse come giustificare le immani tragedie che colpiscono l'umanità? Con la sua lontananza, indifferenza, proprio lui luce d'amore infinito? Non esiste. Un grande filosofo cantò il suo necrologio. E con grande rispetto pronunciò il nome Nietzsche. Si concesse una pausa come per consentire alla platea di rianimarsi e volse gli occhi ad una visione panoramica. Si accorse, in preda allo sgomento, che i suoi cari uditori non davano 1'impressione di interessarsi alle sue chiacchere impegnati nei propri pensieri e preoccupazioni. Risentito da quel comportamento giudicato frutto di ancestrale ignoranza su temi delicati, notato un cappellano gli si avvicinò e con un deferente inchino e un più malizioso complimento gli chiese cosa ne pensasse. Oh! Lei è un grande uomo, io sono un piccolo uomo e ho bisogno di tutti e anzitutto di Dio. Indispettito e brontolando si diresse in un luogo per lui più accogliente. La tradotta correva velocemente senza soste. Ecco il Reno, il grande fiume della storia; un libro sempre aperto a contenerne le vicende. Un corso d'acqua silenzioso, fluente con ritmo regolare e la possanza di una grande arteria. Lungo le rive alte querce, vegetazione arborea, verdi radure; le colline si di spiegavano come se volessero stringerlo in un affettuoso abbraccio. La notte ci ingoiò nell'oscurità e fummo presi da un torpore prossimo al dormiveglia non tanto da impedire che la breve fermata in una stazione avvolta in una densa nebbia non attirasse la nostra curiosità. Parsimoniose lampadine spandevano la luce sulla fitta nebbia illuminando goccioline in guisa da farle figurare mobilissimi brillanti. Premuroso dono della madre natura a ingentilire un cupo paesaggio. Riuscii a conoscere il nome della stazione. Ulma e affiorarono le reminiscenza scolastiche. E' la città passata alla storia per la vittoria della strategia di Napoleone sui suoi avversari il cui esercito, nerbo della coalizione, fu imbottigliato costringendolo alla resa senza combattere. Al nostro caso suggerisce un triste pensiero: noi elementi di un esercito senza piani strategici, tattici, offerti alla sorte; non costretti alla resa ma sbandati inseguiti per la cattura usando trappole, tranelli inghippi e in caso estremo le armi. Eccoci finalmente a Muntzinghen, prima tappa e primo incontro coi campi di concentramento. In un pulito paese di agricoltori è stato costruito un vasto accampamento militare capace di contenere parecchie migliaia di soldati. Una cittadina con case decorose, servizi, capaci baracche, vie diritte, ampie, lastricate e naturalmente numerosi stadi di addestramento, esercitazioni a fuoco. Durante la marcia verso il nostro alloggiamento subimmo i primi insulti. Un tedesco di media età acceso in viso e occhi spiritati in segno di disprezzo sputava in terra e calpestava irato lo sputo emettendo suoni gutturali dai quali si indovinavano il nome di Badoglio e la parola tradimento. Alla operante degradazione si aggiunse 1'insulto del tradimento. Ma quale? Obbedire alle patrie leggi, nessuna imputazione di crimini di guerra, di violenza alle persone sono elementi di colpevolezza nella valenza disonorante del tradimento? Alla gente comune sarebbe uscito spontaneo il commento: poveretti. Come per dire: gli eventi sono più grandi di loro e sono meritevoli di comprensione. Purtroppo non è una guerra condotta nel rispetto della normativa internazionale diretta ad impedire il coinvolgimento della popolazione, limitarla ad un leale duello tra belligeranti. Guerra crudele, caratterizzata dalla faziosità in cui odio, vendetta covano nell'animo dei militanti; indirizzata allo sterminio dell'avversario nei suoi componenti militari e civili comunque stiano le cose. Guicciardini scrisse nei suoi ricordi che è grave sventura essere dalla parte soccombente. Verità immutabile. L 'accampamento appariva sguarnito di soldati occupati in esercizi di addestramento. Sorgeva sul dorso di una collina dai leggeri declivi coltivati da esperti agricoltori. Non lontana era la Svizzera, il lago di Costanza e mi colse un pensiero sfuggente come il lampo: la fuga, soffocato dalla nostra immediata introduzione in uno spiazzo periferico circondato da filo spinato, inquinato da ogni sorta di lordure. L'ingresso nel nuovo mondo stese così la sua mano accogliente. La latrina consisteva in una buca profonda due metri larga uno con qualche stanga di legno buttata per traverso. Utilizzare il rozzo impianto per i propri bisogni era un invito a perdere l'equilibrio e precipitare nel lordume ammorbante prodotto dagli escrementi umani. Per evitare il paventato pericolo le feci furono seminate altrove dilatando nel suolo recinto dal filo spinato. Era un caso raro non lordarsi, eppure per poter mangiare il rancio, il primo dopo giorni di astinenza, dovetti raccattare in questo terreno una gavetta incisa di nomi. I poco fortunati possessori vollero lasciare un loro segno prima di abbandonarla. Affaticai un poco a cancellare le tracce delle sporcizie che si erano incrostate e soprattutto ad eliminare il fetore che emanava. Vidi prigionieri occupati nel riparare una baracca. Il comportamento e l'aspetto era quello di normali operai in buona salute e ne trassi buoni auspici. Eravamo in 250 tra ufficiali e soldati fra cui due colonnelli e tutti fummo introdotti in una baracca usata come scuderia di cavalli. Lo sterco ammuffito e coperto da un leggero strato di paglia fu il nostro giaciglio. Ammucchiati con zaini e cassette era impossibile distendersi senza incappare nella testa o nei piedi dei vicini. Il colmo del disagio si ebbe quando scoppiò un furioso temporale e la pioggia attraverso il tetto bucato penetrò abbondantemente trasformando la lettiera in una fanghiglia maleodorante, insudiciando vesti e bagagli. Con il cappotto si cercò un riparo alla meglio e quando fattosi giorno fu aperta la porta uscimmo sfatti dalla stanchezza, infreddoliti egli abiti bagnati. Per fortuna c'era il sole che guarì i nostri malanni e anche l'oppressione psichica che s'accompagna a privazioni solo pochi giorni fa incredibili. Divennero, purtroppo, in seguito sempre più credibili. Comandava il campo un ufficiale che parlava la nostra lingua; si vantava di avere visitato Firenze e ammirate le eccellenti opere d'arte. Rapito dai ricordi, volendo rendere omaggio alla terra che generò preclari ingegni, annunciò che ci avrebbe restituiti alla nostra dignità di ufficiali. Infatti ci separò dai soldati alloggiandoci in una accettabile baracca. Il vitto era quello dei militari tedeschi sufficiente se non appetitoso. Disgraziatamente questa tollerante prigionia ebbe brevissima durata. Poi tra sorrisi appena abbozzati, locuzioni a tratti sospese come per lasciare indovinare il significato inespresso, fece comunque capire che il nostro avvenire potrebbe mutare in breve. Alfine il segreto fu svelato: il duce era stato liberato. I due nostri colonnelli gli giravano attorno con l'ostinazione dei mosconi nell'intento di carpirgli qualcosa in più circa le possibili conseguenze nei riguardi di noi prigionieri. Uno di essi, per facilitare 1'avviamento del colloquio, si rese interprete, senza esserne autorizzato, della gioia di tutti per la liberazione del duce e professando lealtà all'alleato tedesco. Montò in scanno ritenendosi moralmente investito del comando, e per compiacere ai guardiani e darne prova delle sue capacità, pretese una esemplare disciplina vigilando con lo zelo del cane pastore nei riguardi del gregge. Venne in uggia, perché era solo un gioco interessato. Non era certo l'ambiente di calzare scarpe e stivali lucidi; e si rese insopportabile considerando che il suo zelo di vigilante si esprimeva nelle esternazioni più plateali quando cadeva sotto lo sguardo dei padroni. Appariva evidente la sua preoccupazione di cancellare ogni dubbio sulla sua lealtà e allontanare ogni preoccupazione di essere chiamato, come più elevato in grado, a rispondere dei comportamenti censurabili dei commilitoni. Una prova dello stato d'animo oppresso dal timore di rappresaglie si ebbe quando i due colonnelli dopo un guardingo confabulare ordinarono al cappellano, in procinto di celebrare la messa domenicale, di stralciare dalla preghiera finale il nome del Re conservando quello del duce. Cominciò la sequela delle numerose e meticolose ispezioni, condotte con lo scrupolo che si usa nei confronti dei galeotti, degli abiti, bagagli non risparmiando le scarpe calzate. Poi la compilazione di formulari con un 'infinità di domande che richiedevano risposte. Ho notato in uno di essi la distinzione tra nazionalità italiana e una inventata nazionalità trentina che mi fece ricordare la solenne promessa di Hitler, consacrata in un patto, che il confine del Brennero è intangibile, termine definitivo, immutabile tra l'Italia e lo Stato tedesco. Venne chiesto di apporre le impronte digitali e assegnato un numero. A me toccò il n. 40.075 scritto su una targhetta metallica con l'obbligo di conservarla con un cordoncino appeso al collo. Venni infine fotografato di fronte tenendo nelle mani all'altezza del petto una tavoletta nella quale spiccava chiaramente il mio numero. Il rito si è compiuto affogando la persona in un'espressione aritmetica, sanzionando la condizione non ancora ben definita di individuo nel branco. Da qui incomincia senza più inganni la mia avventura di prigioniero schedato, fotografato, numerato. Il trattamento è conseguente. Riuniti in uno spiazzo udimmo la voce dell'ufficiale, che poco fa aveva lodato l'arte italiana uscire con un sermone di tutt'altra natura, proprio di chi ha solo comandi da imporre con il corollario delle relative punizioni per i trasgressori: obbedite agli ordini durante il viaggio che state per iniziare; vi accompagneranno questi soldati ed il mio maresciallo; pure formalità, almeno lo spero; tutto dipende da voi, dal vostro contegno, ma tenete bene in mente che se sarà necessario saranno usate le armi. La scena, pur nella sua gravezza aveva un che del teatro dei burattini. Mentre 1'ufficiale parlava il maresciallo, che stata impettito al suo fianco muoveva i prominenti muscoli del viso in guisa da assumere una maschera intonata al patetico o al tragico in sintonia con il sermone. I soldati dal canto loro, una quindicina, schierati su due file dalla posizione di riposo passarono a quella di combattimento caricando i fucili proprio nel momento in cui 1'ufficiale con tono duro annunciava la possibilità del ricorso alla forza, al fuoco. Anche il maresciallo caricò ostentatamente la sua rivoltella. Poi i soldati a passo di corsa si schierarono ai lati di noi, il maresciallo in testa e iniziammo la partenza con i nostri bagagli conservati dalle ispezioni, e l'animo turbato perché Mutzinghen al primo incontro non ci aveva mostrato il suo vero volto di caserma prussiana. La discesa verso la stazioncina fu addolcita da un carezzevole sole che donava le ultime colorazioni ai campi ancor verdi e alle piante cariche di frutta. Ci attendevano tre vagoni merci ciascuno dei quali destinato ad accogliere cinquanta ufficiali. Vi salimmo e furono tosto chiusi e sigillati in guisa da poterli aprire solo dall'esterno. Ingenuamente protestammo per la violazione della convenzione di Ginevra a tutela dei prigionieri di guerra poiché il trattamento attuato poteva essere sopportato da animali non da persone umane. Due strette aperture sotto il soffitto costituivano le sorgenti di aria e luce per cinquanta bocche. Bisognava subito disciplinare l'affluenza a quella fonte di vita dovendo ciascuno di noi in eguale misura beneficiarne, o meglio alleviare i disagi della stretta clausura. Il calore dei corpi stipati, del sole ancora vivo crearono un'atmosfera pesante, uno stato di faticata sopportazione aggravata dalla mancanza d'acqua, dalla sete. Non era possibile distendersi tutti senza urtarsi a vicenda, specie coi piedi non sempre governabili, e creare il sorgere di battibecchi, insofferenze, lamentele. Per evitare incresciose situazioni fu convenuto l'avvicendamento nelle posizioni di seduto, in piedi e disteso. Era il solo possibile optimum realizzabile nella speranza di perdurare, tanto più che non finirono i guai. Qualche caso di diarrea complicò le cose; la soluzione migliore sarebbe stata quella di lavare il paziente, ma per passare dal sogno alla realtà venne escogitata la raccolta di pezze, scatole vuote, per raccogliere le feci da gettare dalle finestrelle del vagone, senza trascurare le necessarie pulizie, avendo cura di evitare disgustose seminazioni. Non mancarono improvvisi malori complice l'aria greve del sudore dei nostri corpi, ammorbata da afflati e flatulenze causate dal pane di segala che fermentava nell'intestino gonfiandolo. Più che l'affanno per l'impotenza, una spinta emotiva di ribellione spinse a tambureggiare coi pugni le pareti del vagone. Il maresciallo - guardiano non si fece vivo. Certo non gli piacque la motivata musica. I nostri tre vagoni erano agganciati ad un treno merci, soggetto a brevi, a interminabili soste, dopo corti o lunghi percorsi, nelle ore più impensate su binari fuori mano. In quei luoghi venivamo liberati per sgranchire le membra, fare qualche passo, prendere boccate d'aria buona sognandola fresca; e ricevere la razione giornaliera della fetta di pane di segala e una cucchiaiata di margarina. Si riempiva d'acqua la gavetta e se possibile sciacquare il viso, la bocca. Di buon mattino del quarto giorno ebbe fine il sofferto viaggio. Scendemmo storditi e meravigliati: passeggeri s'affrettavano a prendere il treno, facchini indaffarati a portare bagagli, operai impegnati a svuotare dalle merci i carri ferroviari; insomma una operosità dianzi nemmeno immaginabile. Circolavano vigilanti che portavano un singolare berretto a tre punte. Eravamo nella stazione di Czestocowa.
CZESTOCHOWA Ci mettemmo in cammino, il maresciallo impettito in testa mostrava il contegno sussiegoso di chi aveva bene meritato per il servizio reso alla società con la cattura di saccheggiatori e si aspettava segni di riconoscenza dal pubblico. Il quale si soffermava a osservare incuriosito i non consueti personaggi dai faticosi movimenti rattrappiti. Le loro scarpe raschiavano il suolo o si ravvivavano in passettini. Non c'era in essi nulla che inducesse a pensare ad incalliti bruti, faticosamente tolti dalla circolazione e contenuti nei ranghi dopo una ponderata cura. Non occorreva particolare sapienza psicologica per notare nel loro contegno lo smarrimento per una ventura sfuggita di mano che li vide coinvolti da un destino inafferrabile e tuttavia consapevoli della loro condizione, dei doveri che ne derivavano dal legame alla Patria lontana. La gente, donne, fanciulli, anziani guardava e taceva. Un uomo muovendo leggermente il capo riuscì con un commento non giunto fino a noi, ma intuibile: in questi tempi c'è d'aspettarsi ogni cosa; una donna si fece il segno della croce. Compassione? La risposta alle speranze del maresciallo venne da quanto stava accadendo su un tram incontrato durante il nostro cammino. Era diviso in due classi, la prima quella in testa serbata esclusivamente ai tedeschi la seconda ai polacchi e ad altri cittadini. Tutti quelli che erano in attesa di salire vi si uniformavano. La norma era in pieno accordo con una civiltà che privilegiava 1'etnia, il popolo migliore chiamato alla guida dei popoli rientranti nell'orbita della sua influenza. Noi appartenevamo alla categoria degli "altri" affiancati ai polacchi, uniti anche negli umori verso i "migliori " . Continuando il cammino un emozionante incontro con il Leone di San Marco scolpito in basso rilievo su marmo bianco. Signoreggiava sulla facciata di un decoroso palazzo. Sensazioni indimenticabili in quell'onda improvvisa di ricordi di amati luoghi che mi sfiorò quali refoli primaverili profumati dai primi fiori. Giungemmo in una caserma polacca, centro di raccolta di ufficiali catturati in conseguenza dell'8 settembre. Era esattamente la mattina del 17 settembre; il nostro maresciallo se ne andò senza rimpianti. Fummo alloggiati in camerate pulite provviste di brande con materassino e coperta; solenne una stufa rotonda in ogni camerata alta circa tre metri e uno di diametro. La caserma era composta di più fabbricati dotati di ampi spiazzi, collocata alla periferia della città che permetteva di notare pregevoli costruzioni, soprattutto il santuario della Madonna Nera eretto su una piccola altura protetta da imponenti opere contro le quali si misurarono i mongoli negli anni delle loro temibili incursioni. Famoso monumento religioso e civile consacrato al culto o al sacrificio di intere generazioni per salvare con 1'indipendenza la propria fede e cultura. Mi ricordai che all'inizio della guerra i giornali accennarono alla distruzione del santuario. Alla meraviglia si aggiunse la gioia vederlo ancora ergersi possente come fortezza spirituale inespugnabile dalla brutalità dei tempi. Mi stesi sul letto con quel senso di rispetto che si usa verso un dono della provvidenza; e tale lo considerai dopo la dura lettiera del vagone. Un amico che mi aveva preceduto di qualche giorno mi ragguagliò sulla vita di caserma. Si calcolava che vi fossero già entrati oltre quindicimila ufficiali di tutti i gradi; alcuni anziani, catturati in tranquilli distretti militari del Mezzogiorno; si rimproveravano la dabbenaggine di essersi lasciati cogliere mentre avrebbero potuto assentarsi dall'ufficio e aspettare che la situazione si chiarisse. Gli ospiti della caserma non si presentavano con l'abito fiero del militare sottoposto a un preventivo turno di addestramento prima dell'impiego in guerra; piuttosto il loro stile era quello di pazienti in un convalescenziario per rimettersi in sesto. Il letto era caro amico: permetteva di stendere le membra e abbandonarsi a pensieri per lo più senza risposte tranquillizzanti. Pochi scendevano per dare anche ai muscoli la loro parte di movimento: i passi erano misurati determinati ad uno scopo serio per risparmiare le energie fisiche e tanto meno dissiparle. Se hanno vissuto la nostra stessa avventura tinta di diete, treni e vagoni non sarebbe da dubitare che si fosse verificato un declassamento dall'abilità all'inabilità. La dieta da suo canto si premurava di conservarlo e a poco a poco le buone usanze, la cura della propria persona andranno via via spegnendosi.. Col passare del tempo il barbone, il poveraccio non privo d'intelletto, ma dalle privazioni ridotto a un coso, si potrà considerare l'archetipo dell'ultimo traguardo dell'internato militare. Già si notavano, anche nel viso, i segni del processo di decadimento; si scolorava insecchiva, mentre l'occhio vivace che anticipava all'interlocutore la parola si volgeva imbambolato nella attesa di qualcosa di nuovo; il corpo tutto si assottigliava.. Almeno noi primi mesi era un trattamento voluto al fine di piegare la resistenza ad accettare la nuova realtà: la proclamazione della repubblica di Salò e 1'esigenza di questa di possedere un proprio esercito. Infatti chi vi aderiva veniva subito trasferito in locali a parte con il trattamento alimentare dei militari tedeschi nella attesa del suo trasferimento in appropriata sede. L'amico mi invitò alla conversazione che terrà nel pomeriggio un giornalista e scrittore, anche lui ufficiale internato. La sala si è riempita e parlò solo lui, sebbene fossero graditi altri interventi, in tono discorsivo, senza enfasi o slanci oratori, soltanto preoccupato di esporre chiaramente il suo pensiero. Non era facile inoltrarsi in una situazione esplosiva aperta a preoccupanti soluzioni. I sogni imperiali di grandezza maturati in terreni coltivati di utopie e costrizioni ideologiche si sono arresi alla realtà portando al disastro la Patria e il suo popolo. Le profonde ferite vanno medicate, opera alla quale siamo tutti chiamati a collaborare con impegno e senso di responsabilità. L'orizzonte è confuso: allo stato monarchico, esistente con le sue istituzioni fondamentali, ma controllato dagli alleati, si contrappone ora una repubblica voluta dai tedeschi come entità alloro servizio. E si propone spontanea la domanda: il risorgimento che promosse la nazione divisa in più stati in stato unitario è naufragato? Purtroppo si stanno creando presupposti che potrebbero spandere il mal seme della guerra civile. Catastrofe che aggraverebbe quella che già ci sta soffocando. Sono tempi procellosi che richiedono meditazione e scelte ponderate per dare inizio al nuovo risorgimento della nostra Patria. Tale se ben ricordo e interpreto è il senso della conversazione. Non si udirono applausi bensì cenni di assenso e alla fine molte strette di mano. Tutti furono coinvolti a valutare la gravità della situazione; pensosi sulla parte che ciascuno di noi è chiamato a compiere. L'uditorio era composto di ufficiali dei vari gradi, giovani e anziani e con essi, non v'è dubbio, pulsava anche il cuore dei colleghi che non avevano partecipato alla conversazione. La vita in caserma era scandita da due suoni di tromba effettuati da un abile bersagliere: la sveglia alle sette del mattino, il silenzio alle nove di sera. Alle otto i componenti di ogni camerata si schieravano negli spazi prestabiliti: dove i capi contavano i presenti e il risultato lo comunicavano al colonnello di turno, osservando il rito rigoroso delle esercitazioni in piazza d'armi. Il colonnello, a sua volta, lo trasmetteva in posizione d'attenti ad un ufficiale tedesco dei primi gradi. In pochi giorni una rivoluzione copernicana: un colonnello sottoposto a un tenente tedesco. Quanta pena! In proposito un ricordo riguardante la sorte dei colonnelli catturati da Pietro il Grande spediti senza esitazione in Siberia a consumare il resto della loro vita. Seppero sopravvivere trasformandosi in artigiani e maestri acquisendo il merito di avere gettato i fondamenti della civilizzazione in una terra ancora poco conosciuta. L'impegno del giorno cessava con l'adempimento della conta, salvo una breve replica per la distribuzione della sbobba e fetta di pane. Il giorno proseguiva sognando ad occhi aperti sdraiati sulla branda o a chiacchierare con amici rivisti dopo anni di lontananza e quasi usciti dalla memoria. Ognuno aveva la sua storia guerresca, ma non da tutti ritenuta di rilievo analogo a quello di altri colleghi. Particolare sensibilità, predisposizione ad addentrarsi nei fatti con 1'intensità di una partecipazione personale, magari solo perché visti o sentiti raccontare, ponevano argini a conversazioni distensive. Dopo dieci giorni burrascosi, parlarne ancora veniva in uggia, mentre premeva un senso di abbandono nel nulla, nell'oblio. Il corpo disteso, supino agiva a suo piacimento, ma la mente sfuggiva al controllo. Toccava tasti ora dolenti, ora si tuffava nella casa famigliare, avvicinava i cari occupati sereni nelle loro funzioni e 1'animo in pace. In questo suo saltellare dal male al bene stordiva e apriva la via ad un breve e confuso sonno. Avevano un cappellano che non si dava tregua a diffondere parole di conforto. Sapeva trovarsi a suo agio pure tra persone non domestiche con la religione. Grazie al suo saper fare era riuscito, facilitato dagli eventi, a rendere accettabili da tutti le sue opere di fede. Alla sera, ad esempio, subito dopo il silenzio, preceduto da poche parole di presentazione recitava il rosario con la partecipazione corale dei presenti. Il silenzio fuori ordinanza, un privilegio di breve durata. Non c'era musica che lo potesse eguagliare; suggestiva voce della Patria lontana. Il bersagliere era un maestro; modulava i toni con talento evi aggiungeva 1'anima, la passione che distingue il vero artista. Il rosario dopo il silenzio non era casuale, completava l'omaggio alla misericordia divina. La caserma sia per i servizi che per l'ubicazione era un alloggio confortevole, però non conciliabile con il normale trattamento ai prigionieri. Le comodità sovente si trasformano in sapienti Sirene nel confondere il dovere con l'inganno. E' da sperare che il nuovo regime di vita che ci sarà serbato non scenda troppo in basso. A tutelarlo operano convenzioni internazionali e soprattutto la Croce Rossa con interventi diretti. Purtroppo come si vede, la guerra è guerra e brucia nella sua marcia ciò che l'ostacola. Alla fine gli autori di atti criminali saranno puniti soprattutto se compiuti dai vinti, tuttavia le ferite lasciano le tracce in coloro che le hanno subite. La realtà ci insegna che l'autentica tutela dei prigionieri è affidata alla sensibilità di chi osa riconoscere in essi se non proprio dei fratelli degli esseri umani degni di rispetto, tanto più che alloro livello può venirsi a trovare chiunque; è affidata a una coscienza ancorata a un costume di vita generalizzato comune al popolo e alle istituzioni.
UCRAINA PALUDI DEL PRIPET La successione dei giorni era preceduta dalla istanza rivolta alla prima luce del sole: hai la novella del trasferimento? Venne annunciata dalla sveglia mattutina e dall'aggiunta di partecipazione alla conta con lo zaino affardellato, ignota la destinazione. Il caso volle che fosse il quattro novembre, cielo nuvoloso e sbuffi di un fastidioso nevischio. Festa nazionale celebrativa della vittoria con particolari solenni cerimonie al sacrario dei caduti a Redipuglia. Mi sale improvviso un groppo alla gola: la gloria di Vittorio Veneto infangata? Ignorate le pie donne, la testa coperta da uno scialetto nero, in ginocchio in preghiera nel piazzale della stazione di Udine dove sostava la carrozza che portava a Roma la salma del milite ignoto per essere inumata nell'altare della Patria? Alle domande non avevo risposte, solo 1'umile preghiera: misericordiosi spiriti invochiamo perdono nella speranza di meritarlo con opere degne di Voi. Alle prime ore del pomeriggio, gravati da lunga estenuante attesa ci avviammo alla stazione, pronto il treno e il vagone merci sul quale ci fecero salire. Partì senza le solite lungaggini e incominciò la monotona cadenza dello stridore delle ruote, 1'unico rumore nel silenzio che ci avvolgeva. Si aveva la sensazione di avventurarsi nell'ignoto, in un mondo fantastico. Alle prime luci dell'alba dalle finestrelle comparve a perdita d'occhio una liscia pianura. Non isbe, paeselli, non fili di fumo annuncianti la presenza dell'uomo; di tanto in tanto maestose macchie boschive movimentavano il paesaggio. Finalmente la ininterrotta corsa veloce ebbe termine al cadere del mezzogiorno in un luogo solitario senza presenza di stazione o di altre segnalazioni. Seguì una marcia lenta e faticosa di qualche chilometro fino ad incontrare in una bassura il nostro ostello. La residenza era composta di varie baracche di legno, al primo impatto poco invitanti. Erano da tempo inutilizzate e lasciate in balia degli elementi atmosferici che qui non sanno burlare. Sono state costruite sollevate dal suolo un mezzo metro, usando la tecnica delle palafitte, unite da corsie di legno larghe circa un metro. Era 1'unica via disponibile per raggiungere la propria baracca, muoversi per i vari bisogni. Il suolo era accidentato con sporgenze taglienti e grumi gelati; in estate si presentava paludoso, attanagliava i piedi in una morsa vischiosa, d'inverno il gelo ne induriva 1'intricata superficie rendendone impraticabile 1'uso. La destinazione originaria del complesso era stata quella di una infermeria avanzata per i combattenti situata nelle cosiddette paludosi del Pripet in Ucraina. Il luogo agli occhi di un profano non parrebbe il più indicato per ammalati, ma per averlo scelto doveva avere qualche pregio. Certamente sorgeva lontano da rumori molesti, protetto da una invidiabile quiete, e non facilmente individuabile da terra e dall'aria. In seguito all'avanzata dei russi l'infermeria non dava più affidamento di sicurezza per i pazienti e fu abbandonata. Al nostro arrivo il fronte si era stabilizzato e non dava segnali di nuove azioni per cui si decise di trasformare 1'infermeria in luogo d'accoglienza di ufficiali italiani promotori di una improvvisa emergenza di notevoli proporzioni. Tale la voce diffusa da radio fante. Le ore di luce, mancava 1 'energia elettrica ed altri sostituiti, furono impiegate a otturare buchi e fessure della baracca a noi assegnata utilizzando il materiale che si poteva raccattare. Si sono impediti spifferi che avrebbero peggio dei tafani rovinato il riposo. La sfortunata baracca era esposta ai capricci dei venti, ora gelidi, sopra il tetto, sotto il pavimento ed ai quattro lati. Nella prima notte mancò il tempo per il sonno. Raggomitolato sul mio giaciglio le braccia strette intorno al corpo provavo la sensazione che le ossa si fossero scarnificate e scricchiolassero sotto la morsa del gelo. Farneticavo che fosse davvero raggiunta l'ultima tappa; per fortuna le cose cambiarono. I castelli erano guarniti di pagliericci ancora utilizzabili per impedire di ammaccare le ossa, non per conservare un po' di tepore. Il peggio stava peraltro nel fatto che qualche collega indossava la divisa estiva di tela e maglietta di cotone a mezze maniche, esposto al pericolo dell'assideramento. E veniva il miracolo espresso nello spirito di solidarietà che permise a chi possedeva una maglia di lana di scorta di offrirla a chi ne era privo; ne seguì uno sviluppo di contatti fino a colmare lacune con gli oggetti a disposizione. La movimentata notte ebbe nondimeno il merito di aver messo in luce spontanei slanci di altruismo e avviato a una convivenza fraterna. La baracca racchiudeva tutto il mondo dei suoi occupanti; in essa veniva trascorso il giorno; le uscite avvenivano per soddisfare necessità inelusibili. Il rancio composto della solita sbobba di rape arricchito di qualche patata e fetta di pane veniva distribuito nella baracca. La permanenza all'esterno anche per breve tempo, sia per l'insufficienza del vestiario che per la pochezza del vitto era sconsigliabile e le guardie, poche comandate da un graduato, dimostravano disponibilità ad alleggerire i nostri disagi nei limiti delle loro facoltà. Qui, non lontano dal fronte, non si applicava quel rigorismo formale indisponente sopportato in altri luoghi. Non perché si volesse eludere la disciplina, sebbene per conservare l'impegno per eventi di ben altro livello dello stereotipo della piazza d'armi; e per 1'apertura dell'umano alla precarietà dell'esistenza che pendeva sulla testa del guardiano e su quella del prigioniero. Il giorno si annunciò con un filo di speranza grazie alla guardia e al suo secchio di carbone per il riscaldamento della stanza che ostentava una spenta stufa, prelevato dalla riserva rimasta dopo la chiusura della infermeria. Suggerì di accendere il fuoco alla sera quando il freddo si fa' più intenso. Così tutte le sere si ebbe il carbone, la stufa calda, e la riunione intorno ad essa dei suoi devoti. Per diletto e far correre il tempo nelle interminabili ore di oscurità si iniziò a favoleggiare all'inizio su cose futili; finche un simpatico ingegnere della Rai si mise a raccontare i segreti del suo mestiere introducendoci in un mondo per noi tutto da scoprire: il miracolo di udire voci e musiche lontane migliaia di chilometri. Altri seguirono con storie interessanti di province e villaggi finche divenne un'abitudine riunirsi al richiamo del neo focolare, ricostruendo un novello clima famigliare. Un vero balsamo a superare senza traumi psichici un isolamento vicino a quello di ordini religiosi; dei trappisti ad esempio. Il sole tramontava presto e l'eredità della lunga notte veniva compensata dal tramonto, meravigliosa scena di giganti: protagonisti il maestoso, disco del sole brulicante di un rosso intenso, corposo, ornato da fluttuanti veli radenti la pianura, e la terra trepida muta prostrata nella riverenza. Il tempo scorreva monotono condotto da un misterioso orologio che scandiva le ore e modi di comportamento ripetendoli a puntino. Sfuggì all'impietoso demiurgo un ufficiale tedesco che entrò nella baracca sorprendendoci nel consueto conversare. Non aveva l'aspetto del prussiano ritto come una pertica, meccanizzato dalla disciplina, piuttosto del latino: capelli castani, statura media, occhi chiari, viso aperto. Si notava 1'impegno ad avviare un colloquio con noi; e uscì la frase recitata in un italiano stentato: ritornerete nella vostra bella Sicilia, dopo una breve pausa aggiunse: anche calda. Il brav'uomo desiderava in altre sue uscite, più a gesti che a parole, far presente che la guerra non risparmia nessuno sia chi la fa e chi la subisce e richiede forza d'animo e serio impegno per uscirne. Stette una mezz'ora, se ne andò agitando la mano alla guisa di un amico. La sua visita ci fece piacere ponendoci la domanda: effettuata su incarico per accertare la nostra condizione, o per un trasporto tutto suo personale, umano? Il suo modo di agire potrebbe significare 1'una e 1'altra ipotesi. Si cominciarono a udire lontani tambureggiamenti a ore fisse. Il fronte non era più tranquillo e cominciava a serpeggiare la preoccupazione di venirci a trovare investiti da azioni belliche, destinati a subirle quali cose abbandonate al caso. Qualche giorno dopo la visita di due colonnelli italiani. Ci chiesero senza tanti preamboli di aderire al costituendo esercito repubblicano, di farne parte: è la sola possibilità per uscire dai campi di concentramento. Insistettero su questo motivo, il più consistente come mezzo di pressione. Non fecero nessun cenno alla situazione politica in Italia, ai particolari compiti assegnati al costituendo esercito, insomma a quelle notizie che sono di supporto a qualunque forza armata. Nella nostra baracca non vi aderì nessuno. I guardiani, si avvicinava il Natale, ebbero la pensata che ci fece rabbrividire, di sottoporci alla doccia, calda naturalmente. Una baracca si notava attrezzata a tale scopo, ma era chiusa e si riteneva inutilizzabile tanto più che le finestrelle erano prive di vetri. poiché da queste parti è in uso la sauna che si svolge in due fasi; prima il bagno di caldi vapori poi il rotolarsi del corpo sulla neve, si chiesero chiarimenti. La doccia si fece malgrado gli spifferi dai quali si trovò riparo in un angolo anche per toglierci di dosso 1'acqua mancando gli asciugatoi. Andò tutto bene, dopo tante peripezie il corpo fu ripulito per presentarsi decentemente alle prossime feste. Alla vigilia del Natale il cappellano ci riunì nell'attigua piattaforma di legno per ricordare insieme una solennità tradizionale e favorire nell'incontro lo scambio reciproco di auguri. Mancava la possibilità della celebrazione della messa e in sua sostituzione recitò preghiere intonate alla circostanza, ci diede l'assoluzione collegiale dei peccati, con gesti sacramentali, raccomandando di fare la confessione secondo il rito normale alla prima occasione. Ci benedisse e urlò con voce commossa: Buon Natale fratelli, il Signore sia sempre con voi. La cerimonia durò un quarto d'ora e con la sua suggestione ci accompagnò nella baracca. Non tristezza, ma meditazione, un avvicinamento ai cari lontani, colloquio dell'anima che supera le strettezze corporee, apre spiragli di luce e speranza. Giunse l'ordine della partenza alle prime luci dell'alba del dieci gennaio 1944, sconosciuta la nuova destinazione. Un soldato ci mise in guardia raccomandando di essere prudenti perché la strada che percorreremo era frequentata da partigiani. Raggiungemmo il vagone camminando su un manto di neve cristallina. Verso 1 'imbrunire il treno si fermò una mezzora in aperta campagna innevata per permettere a noi di discendere, fare qualche movimento e soddisfare bisogni fisiologici. Non lontano si notava 1'oscura presenza delle montagne. Il treno corse veloce tutta la notte senza intoppi. Nel tardo pomeriggio si fermò su un binario decentrato della stazione di Cracovia. Scendemmo nel marciapiede attiguo in attesa di riprendere il viaggio. Di fronte a noi si fermò un treno passeggeri dal quale un giovane e aitante ufficiale si affacciò sulla scaletta e con cenni della mano richiamò la mia attenzione gettandomi un pacchetto di sigarette che afferrai al volo. Sull'attenti lo salutai commosso mentre ritornava nel suo scomparti- mento agitando la mano in un saluto amichevole. Per me? No certo. Non ho appartenuto al corpo alpino che si è segnalato alla universalità per il suo valore; ho solo adempiuto il mio servizio di leva nel battaglione di Cividale della Divisione Giulia. Quei prodi meritano il tuo ricordo, quello di un ufficiale ungherese franco e leale, e per essi grazie collega. Sono un territoriale fiero tuttavia della mia penna nera, fiducioso nella speranza che non resti vana la mia preghiera di essere illuminato per il meglio sulla condotta secondo la deontologia e onore alpini. Oggi, giorno baciato dalla fortuna. Furtivo mi si avvicinò un giovane polacco; mi bisbigliò a un orecchio: ltalicus? ltalicus risposi e all'istante fece cadere nella tasca del mio pastrano una decina di sigarette; e saggiamente si eclissò. La tappa durò parecchie ore. Fummo agganciati ad un altro treno e cominciò la corsa che diventava sempre più spezzettata in un continuo alternarsi di fermate e di riprese. Noi cheti nel nostro ostello come animali ingombranti. Non saprei ricordare quanto durò il viaggio tra abbandoni su binari isolati, oscurità incombente e allarmi, i primi che udimmo. Non si videro né aeroplani né bagliori in cielo delle bombe per abbatterli. Avranno cercato pascoli altrove. La fine si ebbe in un vasto parco ferroviario dove il treno si fermò e scendemmo per essere avviati alla toeletta. Ne avevamo assoluta necessità. Consisteva in una tettoia di legno con apertura sotto il tetto in funzione di sfiatatoi. All'interno una buca profonda due metri, larga uno lunga una ventina, con un tavolone per poggiare la schiena e robusti travicelli per il sedere costituivano la struttura tecnica studiata al fine di consentire al paziente di soddisfare i bisogni senza precipitare nell'immondezzaio. Non occorreva fantasia per immaginare la pesante atmosfera che stagnava in quell'ambiente mentre turni di venti, trenta persone alla volta si avvicendavano, sedere fianco a fianco. Una vischiosa nebbia gialliccia, male odorante spingeva a cogliere d 'urgenza 1 'uscita rinunciando perfino a fruire dell'acqua scorrente da due rubinetti per lavarsi mani e faccia. Radio scarpa informava che la pulitura dell'intestino nella toletta era un prescritto atto di purificazione prima di mettere piede nel grande Reich. Mi avviavo al vagone stordito dalla disgustosa esperienza quando in un vicino binario si fermò un treno e da un finestrino si affacciarono giovani esagitati urlando in italiano: Oh! alpino, e giù sghignazzate, risate beffarde, sconcezze agitando le mani. Proseguii senza scompormi come chi nulla ha visto e nulla ha udito, ma con l'animo in tumulto. Si può capire il tedesco che sputò in terra non potendo sputarci in faccia; il pover'uomo ci considerava traditori e il disprezzo ne era la conseguenza; ma quei giovani di sano aspetto, jugoslavi dalla parlata italiana, prigionieri come noi dei tedeschi cosa potevano chiamare a loro giustificazione? Solo settarismo, crudeli ideologie, cultura cresciuta su ceppi barbarici potevano far scadere 1'uomo a tale livello. La sosta fu lunga, cambiammo treno e scorta; la nuova, rigorosa nella forma, non era paragonabile a quella che dalle paludi Ucraine ci accompagnò fino alla soglia della Germania. Veniva da pensare di avere cambiato stato. Prima, certo i disagi non mancavano, tanto più pesanti in quanto non ancora entrati nella quotidianità, ma la comprensione non mancava, una attenzione a lenirli, e quasi partecipazione ad essi; ora non più; comandi imperiosi da una parte, dall'altra cieca ubbidienza. Due mondi divisi, incomunicabili, uniti solo da ordini di servizio. Il nostro percorso era indirizzato su linee secondarie lontane dai centri urbani e, da quel poco che si poteva vedere dal vagone, diligentemente chiuso, non si notavano danni prodotti dalle incursioni aeree. Più volte il treno si è fermato in luoghi meno esposti per sfuggire ai bersagli. La scorta, preoccupata di tenere in soggezione i prigionieri, vigilava con la foga usata in condizioni di pericolo ad evitare fughe, pressoché impossibili, impedire contatti con i viaggiatori in attesa nelle stazioni con una meticolosità quasi volesse evitare contagi di lebbra o di malattie incurabili; i quali curavano gli affari propri risparmiando il tempo di curiosare su quegli altrui, collaborando così, a loro modo, con le forze dell'ordine facilitandone il compito. Presenza di prigionieri? Non notata; se ciò significava disciplina ne avevano in abbondanza. Eravamo in corsa nel profondo della Germania; si udivano più frequenti gli allarmi, il rombo dei velivoli e scoppi di bombe, per fortuna non vicini da investire, imponendo peraltro al treno soste talvolta di ore. Il viaggio si faceva vieppiù accidentato, condizionato da priorità che esigevano soluzioni urgenti e purtroppo la posticipazione della nostra partenza. Comunque venne la fine con 1'ingresso in un vero campo di concentramento circondato dall'immancabile filo spinato che n'è la macabra insegna.
WIETZENDORF Era una notte scura e piovigginosa passata all'addiaccio negli spiazzi davanti agli alloggi: costruzioni basse interrate, in muratura con appendici di topaie per uso igienico. Non è stata una notte tranquilla, si udivano lamenti di ammalati infortunati non accolti, nel senso che mancavano i mezzi per aiutarli. Il giaciglio era la terra innaffiata di tanto in tanto da piovischio ed era un miracolo cambiando posizione di averne qualche ristoro. Quindi stati d'animo sofferenti, tesi, insulti usciti dai limiti della sopportazione. Nella mattina le immancabili ispezioni prima di introdurci nell'alloggio. Uno attendeva agli zaini e un ufficiale si occupava dei documenti seduto con sussiego davanti ad un tavolino. Gli consegnai il portafogli che conteneva tutto ciò che poteva interessarlo in mio possesso, in particolare le fotografie dei miei cari sulle quali indugiava con particolare attenzione. Temendo che me ne volesse privare sillabando uno stentato francese gli dissi che non mi restava che la libertà di morire. Mi rispose che bisognava saper aspettare e mi consegnò intatto il portafogli. Per raggiungere la camerata che mi è stata assegnata dalla stradella che vi porta occorreva scendere per due scalini e porre le scarpe su un pavimento di terra battuta. I castelli a due piazze erano appaiati; il tetto poggiava sulle pareti un poco più in alto della pane posteriore dei castelli destinata al riposo dei piedi. Le tavolette non coprivano tutto lo spazio dell'alcova; rimanevano dei vuoti che senza particolari accorgimenti ammaccavano il corpo, tanto più che il saccone di paglia polverosa per 1'uso, giaciglio in dotazione, avrebbe potuto fare solo un debole scudo. Due basse finestre simili a quelle delle baite di montagna illuminavano lo stanzone in mezzo al quale troneggiava una grande stufa in mattoni, naturalmente spenta, già requisita dall'occupante che vi aveva steso sopra il suo saccone. Tutto nuovo: ambiente, guardiani e inquilini. Nel giro di meno quattro mesi dalla Provenza salimmo all'Alsazia, alla Baviera, alla Polonia all'Ucraina e attraverso i Carpazi riprendemmo i viaggio inverso da Cracovia a Wietzendorf nell'Annover .Uragani a ripetizione. Si immagina lo stato d'animo del naufrago cui manca una sola bracciata per agganciare la riva e l'onda lo ributta in mare e l'evento si ripete con la durezza del cuore arido? Amicizie appena avviate interrotte, un continuo rimescolamento di caratteri, iniziative, per rendere più tollerabile l'esistenza, incompiute. In quel coacervo di casi viene da dubitare della propria identità. che sa però ritrovare se stessa anche in situazioni tragiche nel conforto di una persona amica. E' come la scoperta di un'oasi in un deserto. La comunione solleva dalla solitudine interiore, apre le porte ai sentimenti che si incontrano e rivivono. Il livellamento del campo di concentramento tende a spogliare della personalità e portare alla sbobba per sopravvivere, quivi esaurendo gli impulsi. L'amico tende la mano ed è già luce, 1'umano si spiritualizza ed il deserto è terra redenta. Il castello era dotato di una mensola per ogni occupante utilizzata per porvi la gavetta e oggetti che potevano sembrare cianfrusaglie ma necessari: scatolette di latta da usarsi come bicchiere, sottili fili di ferro in sostituzione di introvabili fili di cotone, pezzi di stoffa di ogni genere, tavolette di legno da fissare con pochi tocchi sopra le suole delle scarpe evitando il contatto con il fango dominatore della piazza, bottoni, ecc.. L'esposizione di essi qualificava il livello di agiatezza degli inquilini, più spiccato se confrontato con il pavimento di terra vergine ed il soffitto bucato che subendo la pioggia lacrimava. Un panorama interessante, non comune per chi ama intrattenersi su ciò che offre la piccola storia. L'abbigliamento s'avviava alla consunzione per cui occorreva essere previdenti nella raccolta di oggetti utili a tamponare alla meglio i danni. Una sola camicia, un solo paio di scarpe, una sola cosa di tutto il necessario. Il rancio agiva come spinta irresistibile ad averne cura, costringendo a riposi inesausti sul saccone risparmiando energie corporali e ciò che le copriva. Quante calorie ci si chiedeva? Settecento, ottocento, novecento? Erano voci non accertate scientificamente. Si riscontrava tuttavia con certezza che i muscoli cresciuti nel benessere sparivano mettendo sempre più in evidenza le ossa. Per campare restavano le calorie fornite dal rancio ed era un'impresa non facile e molto impegnativa. Giovanotti robusti, simpatici che nei viaggi si erano distinti per il brio e le facezie nell'intento di alzare il morale della compagnia, si erano ridotti ad uno straccio. Il vitto avvilente li aveva prostrati e per non perire si decisero ad arruolarsi quali lavoratori avendo avuta 1'assicurazione che il cibo era quello spettante agli operai. Furono destinati al governo di quadrupedi. Si venne a sapere che uno di essi non riuscì a riprendersi e perse la vita. Venne un medico a preoccuparsi della nostra salute, in particolare a sottoporci a vaccinazione contro malattie contagiose. Scoperto il petto si scoprì che era sparito il muscolo scelto per infilare l'ago da siringa per l'iniezione; ne aveva preso il posto una striscia carnosa a coprire le costole. Guardai il medico in procinto di chiedergli: ora che si fa? Modulando un cenno di sorriso infilò deciso l'ago. Un francese avrebbe risposto ironico: c'est la vie, monsieur! Mi si gonfiò il petto e per tre giorni mi fu compagna la febbre. La preoccupazione maggiore dei guardiani del campo era quella di accertare se risultavano immutate le presenze rilevate nel giorno precedente e se le eventuali variazioni trovavano giustificazione. Il conteggio veniva quotidianamente effettuato nel mattino dal capo camerata che ne comunicava le risultanze al nostro colonnello che a sua volta le riferiva al comandante del campo col quale teneva i contatti in merito ai problemi che riguardavano la nostra convivenza. L 'adunata avveniva nel vicino spiazzo in qualunque tempo. Nell'inverno predominava il cielo plumbeo con pioggiolina e nevischio; più del freddo intimoriva il suolo fangoso che succhiava le scarpe, 1'umidità che imbottiva gli abiti e la lunga immobilità esposta alle intemperie. Quanti eravamo? Sicuramente più di un migliaio. Non si notava però una presenza stabile; quasi fosse un campo di transito si alternavano flussi e riflussi di prigionieri; situazione che comportava cambiamenti frequenti nelle camerate incidendo in rapporti già consolidati. E non sempre la pazienza, la tolleranza riuscivano a creare il buon umore necessario a dare il benvenuto ai nuovi arrivati. La fata clemente si ricordò di noi facendoci recapitare un cesto di galletta e un barattolo di marmellata; la prima ridotta in frantumi, il secondo sforacchiato da un bombardamento aereo. Il capo distribuì equamente il dono secondo misure adottate collegialmente. Col nostro consenso si tenne il barattolo ricavando la sua parte raschiandone il fondo ed i lati. L'operazione si rivelò rumorosa, la lingua non aveva freni a decantare la bontà del dolce al punto che un suo vicino, indispettito, iniziò a deplorare il contegno fino a sollevare dubbi sulla regolarità della distribuzione che sarebbe stata violata dal capo in suo favore. L'accusato, finito il pasto, leccandosi le labbra da persona soddisfatta si presentò umile davanti all'accusatore e implorando le sue grazie gli ficcò in testa il barattolo assicurando che era stato ripulito. lo della galletta feci una polentina riscaldandola con acqua nella gavetta; poi la coprii con la mia razione di marmellata e la mangiai meravigliandomi del buon gusto e che nessuno in famiglia si fosse mai sognato di preparare un simile dolce poco costoso e di facile cottura. In condizioni normali sarebbero stati rifiuti per gli animali; ora sono generi ambiti da usare con il garbo dovuto ad una manna piovuta dal cielo. In realtà fra le note dolenti del campo il cibo era la più sofferta. Dell'arte culinaria si cominciò a parlare. Intorno ai più esperti si formarono circoli di buongustai nella speranza che anche lo stomaco allietato dalla evocazione di piatti appetitosi si acquietasse nell'attesa di tempi migliori. Ci vennero consegnati moduli per la corrispondenza valevoli nell'area del dominio tedesco. Così in febbraio potei scrivere ai miei cari dando il mio indirizzo, in codice naturalmente. Nell'esprimermi, essendo ovvia l'emozione, cercai ispirazione negli insegnamenti di frate Francesco a frate Leone e per quanto mi sforzassi non arrivai a considerarmi in perfetta letizia, tuttavia apersi l'animo alla speranza confidando nella prossima fine delle loro preoccupazioni tacendo le mie. La guerra si faceva sentire nelle incursioni aeree. Un allarme ci costrinse in camerata tutto il giorno, così la sbobba potemmo consumarla alla sera fiaccati dal digiuno. Una bomba cadde in prossimità del campo, illuminandolo con una fulminea vampata di fuoco. Frequenti sordi rumori di lontani bombardamenti e nella notte sinistri bagliori. Operazioni da apparire non più frutto dell'umano agire ma da entità meccanizzate a strumento di distribuzione e morte. Era nell'aria il messaggio di impegno a tutto rischio, a tutto osare con ogni mezzo per porre fine al conflitto. Spuntavano, in lembi di terra verde, le primule figlie dei primi tepori, nunzie della incipiente primavera. Da lungo letargo si svegliarono pidocchi pulci cimici avidi di sangue prezioso per loro e per noi. Per combatterli, ed altri fini d'ordine sanitario, fummo sottoposti ad una calda doccia; pure i vestiti beneficiarono di una semi arrostitura in un forno particolare in grado di sterminare i parassiti. Vennero allo scoperto anche tutti i nostri lineamenti: le costole si mostravano in bella evidenza; la carne rivestiva le ossa come fossero strutture di manichini; il ventre appiattito in posizione d'attesa, pronto ad espandersi alla prima abbuffata. Il caldo ci avvolgeva, veniva coccolato, ma la stanchezza pose fine a un godimento che aveva assunto 1'incanto del sogno. Madre natura apre i suoi pascoli a tutte le sue creature. Aria mite sole tiepido ci trassero dalle camerate a far quattro passi, cercare conoscenti, dare e ricevere notizie; come si usava nella felice campagna chiacchierare del più e del meno nella piazzetta della chiesa nei giorni festivi. Negli incontri attirò l'attenzione la nuova di industriali che avevano chiesto ed ottenuto il rimpatrio di prigionieri per riprendere nell'azienda il posto di lavoro, che avevano abbandonato in seguito al richiamo alle armi. In un primo tempo 1 'uscita dal campo era condizionata dall'arruolamento nell'esercito repubblicano; poi dalla istanza di lavorare quale operaio in aziende tedesche, infine dal richiamo di aziende italiane. Si sperava in una attenuazione della stretta vincolante al campo. In ogni caso era determinante la propria volontà guidata più dall'istinto che da una ragionevole conoscenza della realtà. Quale? Le conoscenze erano frammentarie di svariati episodi, briciole nel marasma che affliggeva, recepite spesso in stato emozionale. Nell'Italia della repubblica vassalla dell'Impero germanico spuntava lo spettro della guerra civile, della lotta fratricida. A nobili ideali, come insegna la storia, s'intrecciano faide, fervori settari; riemergono sopiti rancori animati da propositi di vendetta mascherati da superiori interessi. Un mattino fui chiamato da un ufficiale tedesco e passeggiando mi comunicò che l'organo statale da cui dipendevo aveva prospettata l'esigenza che io riprendessi le normali funzioni in ufficio sospese per il richiamo alle armi, e a tal fine aveva chiesto l'autorizzazione al mio rilascio. Soggiunse che non v'era ostacolo ad accoglierla a patto che firmassi una dichiarazione di fedeltà alla repubblica. Rimasi impietrito. Lo guardai come a chiedergli conferma e lui ripeté: è necessario il suo formale assenso. Gli feci presente che sono cittadino di uno stato che ha un secolo di vita, un proprio statuto al quale ho giurato fedeltà. La mia attuale condizione è quella di militante in un esercito regolare sia pure quale prigioniero soggetto ad un codice che contiene la norma universale: proibisce e punisce la diserzione. Come potrei cancellare tutto questo con un atto di mia volontà? Mi rispose che in merito v'è un patto Hitler-Mussolini e tra le clausole poste c'è appunto quella dell'assenso dell'interessato. Con ciò aggiunsi non sono liberato dai principi posti a guida della mia condotta. Se questo è il suo pensiero continui pure 1'avventura degli internati. Lo salutai dicendogli che la mia legittima posizione era la loro. Se ne andò sorpreso forse indispettito e compatendo un povero svitato che aveva perso un'occasione unica per abbandonare la topaia del campo di concentramento. Non fu una bravata impulsiva, un inconsulto gesto di ribellione. La decisione fu sofferta, investiva la mia vita in tutti i suoi rapporti, non solo quello pubblico, il più appariscente, anche quello famigliare che tocca nel profondo. Che diranno i miei cari, come giudicheranno la rinuncia a riabbracciarli? Nelle incertezze che pesavano su tutto, la via diritta era la più raccomandabile e sopportabile. La convinzione di muoversi nella legalità fuga dalla coscienza inquietudini, smarrimenti, insicurezza che non durano una brutta stagione, spesso incidono negativamente sull'intera esistenza. Santo cielo! L'uomo non può essere considerato soprattutto banderuola, mercenario disponibile a tutti i servizi. Non è una vana specie; la difesa della sua dignità non misura i sacrifici. Non fui né perseguitato né premiato, rimasi uno dei tanti. Dopo il breve assaggio della primavera le nubi presero possesso del cielo e una coltre di stagnazione si impossessò di noi. Rifugiati nel saccone in compagnia della noia, stanchezza, dell'insofferenza anonima: era lì nell'ambiente sordido. Chiusi in se stessi a inventare favole nella solitudine di un mondo in tempesta di cui si sentiva solo il lontano brontolio degli aeroplani impegnati alla caccia grossa. Noi prede meschine non valevamo la pena di spendere una cartuccia. Saliva prepotente 1'impulso di batterci il petto e chiedere al mistero dell'esistenza: pronunciati, chi siamo? Internati è storia vecchia ormai. Ignorati dalle Istituzioni, razziati dalla mano forte del predone che spedì la bassa forza al lavoro e quella superiore, avendo rifiutato l'occupazione servile, trattenne a meditare nel lager: non è un mistero, è la legge del tempo. La vita è non di meno il bene privilegiato della creazione che non cessa mai di sorprendere. Sembra percorra note strade e tuttavia mai ripetibili le sue opere; si esalta in impennate spaventose e in meravigliosi slanci di bontà, carità. Non è una novella. La terra non riesce a contenere e soddisfare tutte le ambizioni del suo spirito che subisce il fascino della chiamata a più alte mete, alla città celeste cantata dal punico S. Agostino. Cominciarono ad arrivare le risposte ai nostri moduli. L'interesse a conoscere cosa accadeva in patria era una priorità che interessava tutti. Non potevano toccare temi politici perché la censura avrebbe cancellato ogni riferimento e più probabilmente cestinato 10 scritto. Solo cronache di famiglia tra le cui righe peraltro i diretti interessati sapevano cogliere stati d'animo indicativi di situazioni reali. Le zone da cui provenivano le più numerose erano le retrovie del fronte nelle quali si addensavano gli strascichi della guerra. Preoccupazioni per 1'incolumità, l'acquisto degli alimenti diviso tra tessere e mercato nero. Su tale instabile e difficoltosa situazione gravava 1'impegno di governare la famiglia secondo gli usi tradizionali, soprattutto per 1 'educazione dei figli. Allo sbando le pubbliche Istituzioni restava la famiglia a tenere uniti i suoi componenti, a fare del focolare il custode dei valori morali da opporre alla pressione degli elementi disgregatori. Anch'io ebbi la gioia della risposta al mio scritto. La moglie e il bambino avevano lasciato la città e si erano sistemati dalla mia mamma, vedova, per darsi reciproco aiuto e coraggio, residente in un tranquillo paese rurale, lontano da rumori bellici. Meravigliosa la notizia; la salute era di casa, stavamo tutti bene. Per solennizzare insieme la Pasqua furono raggiunti da parenti di Treviso. Vi restarono non potendo ripartire poich6, nel frattempo, un bombardamento aereo causò molti morti e danni, distruggendo anche la loro abitazione. Così i signori della guerra osarono misurare la loro arroganza anche contro le celebrazioni sacre alla fede della gente. Arrivarono anche i pacchi di generi alimentari spediti dalle famiglie con grandi sacrifici. lo pure ne fui beneficiato, spiritualmente introdotto nel desco familiare. Tutto mi parlava dei miei e me li trovai vicino affettuosi in un clima di tenerezza, di intimità che riempivano il cuore in una atmosfera irreale; quasi quasi avrei benedetto la prigionia che mi aveva rapito in un inimmaginabile stato di beatitudine. Sorgeva il problema di utilizzare quella grazia di Dio con parsimonia, farla durare a vero beneficio del corpo e di conservarla. La notte richiamava dalla tana i topi; s'arrampicavano fino alla mensola, ispezionavano le gavette e altri contenitori attratti dal profumo delle vivande. La spedizione e il ricevimento dei pacchi era una concessione molto aleatoria. L 'andamento della guerra andava sempre più riducendo il territorio utile e la sicurezza dei mezzi di trasporto; le crescenti ristrettezze alimentari ne diminuivano la disponibilità. Si andavano di pari passo assottigliando i beneficiati che rispetto alla massa degli esclusi figuravano dei veri privilegiati. Qualifica non gradita e, salvo qualche eccezione, immeritata. Le strettezze non consigliano per il meglio; né l'abbondanza. Emblematico in proposito è stato l'episodio verificatosi in camerata. Un collega di bell'aspetto ben nutrito si vantava dei numerosi pacchi che riceveva; esaltava la bontà delle leccornie e la specialità che contenevano. Tutto lo devo ai miei verso i quali non ho adeguate parole di riconoscenza per le loro inesauribili attenzioni. Nell'ultimo pacco trovai una soffice ciambella di gomma affinché i glutei non soffrissero a contatto con la durezza della pietra e delle legnose panche. Un dono originale, di animo signorile. Esplosero risate ironiche e parole di indignazione. Se ne rese interprete il capo camerata ordinando l'espulsione per indegnità dell'incauto collega. Se ne andò mortificato non comprendendo i motivi di una reazione tanto severa. Non si fece più vedere. Fece l'inattesa comparsa un caldo sole e il campo si coprì di panni esposti ai suoi raggi; non solo, ma anche petti e schiene formicolanti di rischiosi amici. Si era riprodotta la grossa tribù dei parassiti e quale occasione migliore per stanarli e distruggerli? L'operazione richiese intese bilaterali al fine di coordinare le reciproche prestazioni. Il panorama aveva radicalmente cambiato aspetto: mostrava una popolazione affaccendata in travagli casalinghi, in apprendimenti di tecniche particolari, quali la pulitura di indumenti, rattoppi, tacconi utilizzando ciò che il mercato offriva: le cose più strane. Non mancava il tempo per incontri, scambi di parole, le consuete che il sole abbelliva. Una notizia si diffuse rapidamente: un commilitone era stato restituito alla famiglia colpita dall'assassinio del famoso filosofo Gentile. Si diceva bene di lui, giovane, serio, modesto sebbene figlio di un personaggio qual era suo padre. Prima della sciagura era passato inosservato salvo alla stretta cerchia degli amici. Impressionò 1'abbattimento di un uomo di alta cultura noto e studiato anche all'estero, alieno dalle armi, vittima di rozza brutalità, di briganteschi istinti. Soffocato 1'umano, sono essi che si presentano vincitori, sia pure per breve tempo, bastante tuttavia a ricordare la bassezza morale. Non mi è mai accaduto di parlare di politica: quella trionfante era affidata alle armi. Discussioni teoriche potevano servire a distrarre la mente da serie preoccupazioni, non escludendo, peraltro, il rischio di delatori e di rappresaglie. Mancavano serenità, interiore equilibrio, conoscenza della realtà, quella vera non manipolata, su cui avviare confronti. Colleghi ed amici erano solidali nell'evitare temi del genere, quando premevano quelli primari di salvare la stessa esistenza. La macchina bellica continuava il suo corso portentoso. In tutti i fronti avanzava la formidabile tenaglia tesa a costringere alla resa i tedeschi. Giungevano vaghi cenni, ma nel comportamento dei guardiani si notava- no crescenti preoccupazioni. Le confermavano gli stormi di bombardieri sempre più frequenti nel cielo senza incontrare seri ostacoli. Nelle città, martellate senza tregua, la vita civile era pericolosa alla pari di quella militare. Una mattina le guardie annunciarono la visita imminente di un prete, senza dirne il nome, ma quel loro affaccendarsi a mettere un po' d'ordine significava che non era un ecclesiastico qualunque. Infatti si presentò il nunzio apostolico a Berlino. Un monsignore distinto di una signorile semplicità. Ci avvicinò con paterno garbo, a stento conservando il senso del decoro inerente alla sua carica. Verso noi si è considerato pastore di anime e ha saputo usare parole di comprensione, di incoraggiamento e di speranza, senza sfoggio di sapienza come un educatore esemplare. Non gli è stato concesso di convocarci e rivolgerci la parola; ha solo potuto nel suo peregrinare nel campo, sempre seguito dalla guardia, avere contatti con chi occasionalmente incontrava. Gli ammiratori si infittirono sempre più. Alla fine cappellani militari e lo stesso nunzio confessarono e comunicarono coloro che lo desideravano; furono numerosi. La sua presenza durò poche ore; nel lasciarci fu applaudito suscitando la meraviglia dei guardiani. Applaudire un prete! Vigilanti di poco senno a proibire la predica. Immischiandosi con noi portò l'italiano, la nostra terra, la nostra gente, la loro anima. E' stato il solo italiano a farci visita disinteressata, non a soldati da redimere e recuperare per la guerra, ma a uomini con cui solidarizzare in momenti difficili. Grazie monsignore. Da queste parti la festa del sole dura poco e la grande pulizia segue la stessa sorte. Non ho visto nessuno lavare camicie e maglie che più esigono nettezza ricevendo direttamente dal corpo odori e sporcizie. Mancava il sapone, mentre l'acqua utilizzabile era quella del rubinetto dell'acquedotto. Il problema grave era però, data la carenza di sole, 1'impossibilità di asciugare la biancheria in breve tempo. Pochi erano nella condizione di indossare un indumento asciutto nell'attesa di potere disporre di quello lavato. Una lacuna che soltanto il caldo sole mediterraneo poteva colmare. Qui purtroppo ha vita breve; ai primi soffi dall'est si offre già ingrigito. Un tempo si leggeva che in Cina, prima del progresso, i poverelli si proteggevano dal freddo, man mano che avanza- va, aggiungendo ai panni estivi quelli invernali; quando si invertiva il corso delle stagioni si procedeva in senso inverso fino a conservare solo i panni estivi essenziali. Veniva rispettato dalla ,contaminazione dell'acqua anche il corpo allo scopo di preservarne lo scudo protettivo dalle variazioni atmosferiche. Infatti sotto 1 'influsso del caldo solare la pelle, pronubo il sudore, si copre di sostante utili a ostacolare i dannosi effetti dei cambiamenti della temperatura. La natura collabora con gli accorgimenti dell'uomo per proteggerne la vita. Massima accettata quale dono gratuito e provvidenziale. Lo stato di necessità si affida alle sorgenti naturali che partecipando alla vita le affiancavano anche i mezzi per conservarla. Non che si fosse caduti al livello dell'uomo delle caverne, ma qualche passo in quella direzione si fece. Le originarie fonti della saggezza sonnecchiano per risvegliarsi quando si è fatto il deserto di più efficaci sostituti. Nel campo di concentramento ci hanno preceduto prigionieri italiani del primo conflitto mondiale. Ne fanno testimonianza libri scritti nella nostra lingua ancora conservati e una piccola stanza adibita al culto allestita da appassionati artigiani che col filo spinato costruirono emblemi consoni alla meditazione e alla preghiera. E' un insieme di costruzioni che non nascondono i segni del degrado causato dal corso del tempo. Ha conservato i servizi indispensabili. Ad esempio il gabinetto di decenza è costituito dalla solita lunga e profonda buca scavata nell'interno di una tettoia chiusa da un lato da una parete di legno; gli utenti sono protetti dal pericolo di cadervi dal consueto steccato. Durante 1'estate una strana specie di vermicelli col codino si arrampicavano in fila indiana per uscire dal nauseante buco in cerca di terra più pulita. In prossimità del recinto spinato vennero collocate baracche di legno di recente costruzione adibite ad infermeria e ricovero di ammalati. Non si ebbe notizia di misure particolari contro il diffondersi di malattie contagiose. Un solo evento mise in allarme tutta la residenza. Improvvisamente i guardiani uscirono dal campo, rinunciando perfino ad eseguire il dannato appello del mattino; introdussero i contenitori della sbobba appena entro il recinto affidando a noi il compito di raccoglierli e distribuire il rancio. Dopo due giorni ritornò ogni cosa nella normalità. Era accaduto che due commilitoni furono colpiti da febbre sospettata infezione di tifo petecchiale molto pericolosa. Gli esami eseguiti diedero una risposta negativa. Il problema salute avrebbe trovato rapida soluzione somministrando una adeguata alimentazione. In parte venivano in soccorso i pacchi viveri familiari, soggetti però a condizionamenti e rischi che rendevano sempre più aleatoria la disponibilità dei viveri ed il recapito. Come ultima ratio v'era la possibilità di optare per il lavoro, scelta sofferta che per talune costituzioni fisiche significava scegliere tra una speranza di continuare a vivere o una morte in agguato. Non mancavano i decessi, ma non diffusero panico, accettati nel quadro della nostra particolare condizione. La salute in generale andava via via impoverendosi del sussidio delle forze immunitarie, prima difesa contro gli attacchi della malattia, normali nei soggetti adeguatamente nutriti e deficitarie in quelli denutriti. Addio monti sorgenti dalle acque, ed elevati al cielo... è il tuo accorato saluto all'amata terra, costretta ad abbandonarla da oltraggiosa prepotenza. Come vorrei disporre delle tue parole, dolce Lucia, nel mio saluto a frate sole. Non è immoto come i monti, è peregrinante con certezza di ritorno. Sempre audaci le Furie a cavalcare i venti; le nubi ad oscurare il sole che, vigilante, coglie ogni spiraglio per segnalare la sua presenza. Un malinconico arrivederci di un premuroso amico che ha permesso il nostro svagolare. I quattro strascicati passi illudevano il domenicale spensierato passeggio al centro cittadino; la gioia incontrando 1 'amico; e ricordi tanti e lieti aprivano l'animo alla serenità. Come il paziente che s'avvia in un incerto equilibrio sorretto da affettuose mani a ritrovare piante, fiori, oggetti del suo giardino e incoraggiato muove le membra obbedienti agli stimoli dell'attesa rinascita? Non proprio così; per noi era il ritorno all'ovile, al monotono grigiore della camerata. Se piove il soffitto piange lacrime di liberazione che per noi sono gingilli di sofferta sopportazione. In un ambiente caldo le favole uscirebbero spontanee a fugare il tedio; ma la realtà presentava uno scenario tutt'altro che propizio a interessare, scuotere la sensibilità di esseri chiusi e sfiduciati. Non era uno stato d'animo eccezionale, era una componente generalizzata dell'u- more che condiva i comportamenti nelle varie situazioni. Si udivano brontolii non tranquillizzanti, scoppi di insofferenza ed anche calorosi abbracci. Si erano assemblati gerghi provinciali tanto da costituire un testo per un linguaggio sintetico schietto che raramente consentiva chiarimenti e ripensamenti. Mai comunque fu sfiorato il pensiero di intendi- menti offensivi. Era radicata convinzione della esigenza di reciproca sopportazione essendo, più o meno, tutti colpiti dalla medesima infezione: lo star male senza prospettive di prossimi cambiamenti in meglio. Solo la speranza, che sa guardare lontano, non si arrende alla realtà che inclinava piuttosto al peggio. E' approdato nel nostro campo, dopo averne conosciuti altri, un ufficiale albanese arruolato nell'esercito italiano. Ne aveva facoltà essendo il suo paese una monarchia retta dal Re d'Italia, Mi disse che in questa unione la sua patria poteva progredire civilmente ed economicamente. Anch'essa fu travolta dal demone della guerra ed era all'oscuro degli avvenimenti dopo il ritiro degli italiani. Si leggeva in viso la sua preoccupazione; mi faceva pena. Sentiva il bisogno di amicizia, di farsi conoscere, di sentirsi come uno di noi, italiano. Scelse me e gli sono grato. Riuscì a vincere l'austerità trappista della camerata; si sedeva sul mio castello e a bassa voce per non irritare il venerabile collegio mi sciorinava con ordine il nutrito pacchetto di notizie raccolte durante le peregrinazioni. Conosceva il tedesco, aveva fatto l'interprete venendo a conoscenza di fatti ignoti ai più. Era dotato di buona memoria di spirito critico, cercando di pulire il grano dalla bula, togliere il superfluo dal necessario e di ricavarne conclusioni ragionevoli secondo la logica comune. Non glielo chiesi, ma ero certo che il suo attaccamento alla storia aveva radici in seri studi. Cercava di trarre pronostici non dettati da impulsi emotivi, quanto mai presenti nella mostra condizione, ma da una valutazione obiettiva dei fatti. M'informò dell'attentato a Hitler che per un miracolo è scampato alla morte. Concepito per porre fine alla guerra, gli esecutori, che pagarono con la vita l'insuccesso, ritenevano la pace possibile e conveniente per tutti i belligeranti. Il fronte era ancora lontano dal suolo tedesco. La guerra non si esaurisce con il cessate il fuoco. Il seme della violenza rimane attaccato come un parassita allo spirito, e non sa tacere anche nella cosiddetta "ricostruzione", ed è tanto più influente quanto più è durato l'impero delle armi. L'avanzata non si arrestava, un nuovo fronte si era aperto sul suolo francese. Come il torchio schiaccia lentamente le vinacce fino a sottrarre ad esse l'ultima goccia, così l'inesorabile mole meccanizzata premeva sulla nazione tedesca. La via della pace è conosciuta solo dagli uomini di buona volontà. Taluni la percorsero conoscendo i pericoli, sacrificando la vita. Con le teste coronate sarebbe già realtà; non aveva bisogno di vessilli strappati al nemico per conservare il trono. In secoli di storia avevano accumulato patrimoni di prestigio da sopportarne gravi cadute. I potenti in sella si erano già manifestati quando 1'Italia chiese la pace: risposta che si, ma, tacendo, accettare le condizioni imposte. La ostentata umiliazione del postulante aveva anche il significato di messaggio rivolto a chi volesse presentarsi con iniziative del genere. Messaggio arrogante, scoraggiante. Lo spirito puritano si arrogava il diritto di sottomettere al comodo del vincitore 1'insegnamento biblico, usandolo con la sacralità sacerdotale di un giudice. La vittoria cioè non premiava solo laiche virtù, affidava anche al vittorioso la missione di essere il braccio secolare della giustizia divina che indicava nello sconfitto il peccatore da punire. Gloria in cielo ed esultanza in terra. La coscienza in pace, sta onorata per la missione compiuta sotto la quale trovano definitiva sepoltura le stragi di innocenti, l'offesa all'umano. Dimenticato l'altro insegnamento biblico: chi è senza peccato scagli la prima pietra. I potenti in sella invasati da spirito profetico avevano la certezza di possedere la versione vincente dell'organizzazione sociale; consideravano la lotta il mezzo più efficace per la realizzazione dei loro programmi. Il ricorso alla guerra era 1'ultimo approdo, ma il suo spirito presiedeva al normale svolgimento degli adempimenti sia attinenti a problemi interni che esteri. La famiglia era oggetto di particolari cure quale procreatrice. I figli venivano allevati ed educati con la vigilante collaborazione delle pubbliche istituzioni fino a confluire in masse organizzate, previa selezione dei suoi componenti, dove la persona si identificava in un numero. La selezione era l'opera più delicata e impegnativa alla quale era affidato il futuro della struttura statale. Si trattava in sostanza di fare pulizia eliminando le scorie: gli inetti, gli inaffidabili, i seminatori di zizzania, e tutti quelli che non si adeguavano al nuovo catechismo politico. In evidente contrasto con il vanto di avere combattuto 1'oscurantismo religioso liberando il popolo dai condizionamenti del dogma. La massa costituiva la forza d'urto per le realizzazioni più importanti sul piano sociale e fonte dei consensi in impegni all'interno ed all'estero. Si tratta di un modello di regime soggetto in via permanente ad alta tensione; lo spirito guerresco è nell'aria, si respira. Fanno fede i campi di concentramento aperti per isolare i rifiuti, le scorie umane secondo la voce statuale. La guerra esterna appare come una conseguenza fisiologica del sistema spinto ad espandersi per giustificarsi. Eluderla, adeguarsi alla quiete, alla stagnazione che ne seguirebbe, significherebbe rinnegare il sorte di un popolo chiamato per i suoi meriti ad un alto e privilegiato destino. Se 1'occasione non si presenta spontaneamente si crea cercando di risolverla nelle vie diplomatiche, in caso contrario saranno le armi a decidere la soluzione dei contrasti. La vittoria, quale che sia, sarà sempre incompleta, una tappa verso una meta senza fine. Lo spirito profetico, fanatico, non conosce tregua e limitazioni, deve avanzare nella realizzazione di un programma che ponendosi al vertice delle aspettative avrà costantemente da misurarsi con i rivali. La sconfitta è veramente l'ultima tappa che seppellisce il sistema e i potenti che 1'hanno costruito, certi che il mito caduto per codardia e pusillanimità risorgerà dalle ceneri in tempi più maturi. In quelle menti la realtà si identifica col mito che non patteggia essendo inconcepibile il bene fuori di esso. Nel suo regno non ha senso la pace in spirito di libertà e di rispetto della dignità umana verso tutti, anche le scorie. I fatti sono realtà, le valutazioni, i commenti sono opinioni soggettive opinabili, discutibili, influenzate da svariate fonti. Il panorama visto dal campo di concentramento era fosco, non prometteva nulla di buono. I pensieri si disperdevano inconcludenti. Chi poteva trarre conclusioni sulla fine di un regime che stava scavandosi la fossa giorno dopo giorno? A quale ostello rifugiarsi per ritrovare un po' di serenità? .Nelle scuole della mia giovinezza s'insegnava che lo scopo della guerra non era la morte del nemico bensì la sua messa fuori combattimento, usando armi modellate a tale fine. Le pallottole del fucile fabbricate in Italia erano considerate umanitarie, colpivano, ma raramente uccidevano. Altro insegnamento riguardava gli attori: erano solo i soldati, i cittadini risparmiati. Il sinistro rimbombo degli stormi di aeroplani richiamavano alla memoria quello di elefanti in travolgente fuga. Con quegli stormi di morte diretti su anonimi bersagli la civiltà mostrava il suo volto indurito. Il progresso aveva diffuso prosperità, offerta crescente di beni accompagnata da un accentuato egoismo per goderli. L'aridità di cuore congelava impulsi di solidarietà particolarmente sentiti in tempi calamitosi. La guerra è anche scuola di egoismo; mette in palio la vita e 1 'istinto di difesa non va tanto per il sottile per salvarla. L'esistenza oscillava con le sferzate degli eventi che s'avviavano alla corsa finale. Nella impossibilità di sfuggirli si faceva affidamento alla consapevolezza dei custodi. L'unico efficace aiuto risiedeva peraltro in noi stessi, nella forza d'animo, attingendo ai valori acquisiti nella formazione etica e culturale che, purtroppo, pigolavano aggrediti da spinte di rigetto. Il perdono la pace la carità aggregatrice di ogni virtù risuonavano come favole di un eden per bambini. Intorno la realtà mostrava il volto di una guerra spietata, a fronte della quale gli sbandamenti dell'anima assumevano anche una funzione educativa mostrando 1'abisso del male, il terrore del vuoto aperto da deliranti passioni senza altro costrutto che quello di umiliare facendo del corpo un rottame. Se il senso della dignità riacquista il suo ruolo la vita non sarà mai un rudere da buttare. Lo sarà quando al servizio dei potenti viene meno il loro apprezzamento. Mondati dalla presunzione di giudicare ed emettere sentenze, frutto più da spinte emotive che da maturo senno, conviene confondersi con la gente comune che cura gli interessi propri senza ledere quelli altrui, rispetta il prossimo, affronta le inevitabili difficoltà, diffida da chi cerca di eluderle vagando nell'utopia, e può esprimere tanta saggezza da raddrizzare la mente perfino ai potenti. Non è sapienza di oggi dire che solo su uno zoccolo sano si possono costruire solide opere; insegna pure che può attenuare i vandalismi di improvvisati legislatori. Non mancano certo triboli, dolori, disgrazie, sigilli della condizione umana, ma è suo merito lo spirito di solidarietà che accomuna e aiuta a sopportarli. S'avvicinava il secondo natale di internamento. In umiltà, pensoso, più povero partecipai alla messa celebrata da un cappellano militare nella nostra camerata. Un commovente silenzio seguito da profonda devozione, conferiva una particolare solennità al rito, avvicinava nel ricordo a cari lontani. All'esterno sbuffava il vento agitando fitto nevischio. Il comandante del campo ha deciso di concorrere a rendere meno pesante la solenne ricorrenza assegnando la razione di rapa cruda al mattino anziché a mezzogiorno cotta con la sbobba. Le diavolerie della guerra hanno graffiato ancora il nostro campo che ha accolto prigionieri francesi sistemandoli in un isolato protetto da una rete metallica. Ufficiali vestiti decorosamente in buona forma mostravano già l'orgoglio dei vittoriosi ansiosi di regolare i conti con i nemici interni ed esterni. In confronto a loro sembravano ridotti in stracci nell'attesa di conoscere la nostra sorte ancora nebulosa. Faceva pena veder passeggiare qualche collega lungo la rete divisoria e offrire quello che gli era rimasto di più caro per una galletta, una scatola di carne, sigarette. La fame scava a fondo nella miseria umana e sa coprire anche 1'umiliazione. Del resto era così sincera e accorata l'offerta che suscitava compassione anche a chi la riceveva affrettandolo allo scambio. L'alloggiamento degli ufficiali francesi, evacuati da campi probabilmente investiti da azioni belliche, cagionò varianti in base alle quali fui trasferito in una baracca attigua al reticolato in origine destinata ad infermeria. Mi caricai sulle spalle le masserizie, il saccone e mi avviai alla nuova sede. Vi giunsi stremato, inciampai in un buco del dissestato pavimento e per evitare la caduta mi aggrappai ad un tubo di una stufetta a legna e lo travolsi; i miei beni schizzarono all'intorno rumoreggiando ed io mi trovai ammaccato, disteso sul pavimento tra due castelli. Quando vi entrai vidi seduti quattro anziani, immoti, seri, santoni in contemplazioni che non mi degnarono di uno sguardo. Al fracasso che accompagnò la mia caduta, si accertarono con segni del capo che erano incolumi e quello che appariva possedere lo scettro di un Mosè redivivo mi chiamò e mi raccomandò di non distrarmi quando mi muovevo perché madre natura, a suo dire, aveva fatto di me uno squilibrato, fisicamente soggiunse, risparmiandomi il cervello. Lo ringrazia per tanta bontà, ma da quell'istante il mio nome fu "lo squilibrato". Quando mi alzavo si volgevano a scrutare i miei passi; credo per continuare nello scherzo riuscito oltre la loro speranza. Con me sono arrivati altri novizi e ciascuno ebbe il proprio nomignolo appropriato ad una evidenza fisica. Il bello è che nessuno se 1'ebbe amale; anzi fu un felice incontro. Gli anziani soddisfatti, dimisero 1'austerità di mummie da circo equestre mettendo in luce in sospettate qualità di persone navigate a contatto con la gente comune senza fronzoli che tira a campare e si prende ciò che il mercato può offrire. Vizi, virtù che si ripetono nel quotidiano andare della vita, esposti con la serietà di sacri canoni, fecero scoppiare alla fine sonore risate. Maestri di rispettabile levatura; in un gruppetto di barzellette davano 1'allegra impressione di avere raccontato la realtà, senza ipocrisie, quella vera. Mosè con la sua voce baritonale teneva in pugno la piccola tribù. Non mancavano laconiche sentenze. Le cose d'Italia così le disegnò: quando fui chiamato alle armi formulai due ipotesi: o si costruisce un vero impero o si ritorna al granducato. Qui si fermò, ma farfugliando fece capire che abbiamo affossato tempi in cui il granduca, licenziato dalla rivoluzione liberale, se ne andò da Firenze in carrozza salutato rispettosamente dalla gente che incontrava. Un altro santone alto e secco, ogni tanto chiamava in causa il "Sommo Pontefice" come intercalare incastrato nel suo eloquio o reprimenda? Immancabilmente si udiva in occasione di sciagure. Già il "Sommo Pontefice" recitava a piena bocca. Re o Imperatore non avrebbero suscitato le stesse emozioni del solenne "Sommo Pontefice". Lo collocava al vertice e necessariamente figurava primaria la sua responsabilità; oppure significava invocazione rivolta al supremo giudice delle vicende umane? Non sarebbe un 'ipotesi azzardata considerato che il nostro si premurava di ricordare la promessa della preghiera serale, ad ogni silenzio ed omissione. Era un collega incaricato di avviare la recitazione, simpatico a tutti e sempre disponibile a rendere con la sua collaborazione più sopportabile la nostra precaria esistenza. Breve parentesi inserita nel nostro quotidiano, iniezioni di buon umore, di conforto Provvidenziali. La guerra si faceva ora sentire con tutte le sue armi, pesanti e leggere. Un aereo colpì un fabbricato a non più di duecento metri da noi, trasformandolo in un falò. L 'esplosione fece tremare la baracca, ne spalancò la porta ed io che stavo per uscire fui scaraventato fuori finendo addosso al reticolato. La sera si fece una distribuzione straordinaria di due Kg. a testa di patate cotte. Fatto eccezionale di cui non riuscivo a rendermi conto. Ebbi l'imprudenza di riempirmi lo stomaco abituato alla nostra magra dieta e, poiché affaticava ad assimilarle, mi decisi a fare quattro passi per facilitare la digestione. Mi venne incontro, premuroso e sorridente, un ufficiale tedesco che a stento mascherava inquietudine, mi offrì una sigaretta accompagnata dalla cortesia di accendermela. Meravigliato lo ringraziai e ci salutammo. Frastornato da quel comportamento inusitato in un giorno per altri versi strano, cercai invado di darmi una spiegazione plausibile. La sorpresa ottenne risposta al mattino quando si venne a sapere che il campo era stato abbandonato dai tedeschi. Vi entrarono gli americani, su un carro blindato, che affidarono ai prigionieri francesi di amministrarlo e se ne andarono. L 'indomani altra sorpresa: vi fecero ingresso le S.S.. Corse voce che avessero fucilato l'ufficiale che s'era allontanato. La realtà è che nelle vicinanze si combatteva e si temeva di colpire il campo, evento che avrebbe causato strascichi, compromesso i comandanti, e pertanto da evitare tanto più che il conflitto volgeva alla fine. I francesi prigionieri facevano parte dei vincitori; che sarebbe accaduto se fossero stati investiti dai bombardamenti? Ed ecco la sorpresa definitiva: venne l'ordine di sgomberare il campo. In testa alla colonna sventolava la bandiera bianca seguita da una milizia impoverita: il corpo immiserito nella categoria degli invalidi, lo spirito provato da umiliazioni, emarginazioni ancora dolenti, salvata dalle ultime fiammate di guerra dalla coscienza civile dei vincitori, guardata dalle finestre da gente tappata in casa come fosse uno spauracchio che finalmente se ne andava. Camminammo per circa un chilometro quando incontrammo una colonna di camion americani che ci attendeva per trasportarci in un vicino villaggio. Non tutti vi trovarono posto ed io fui tra questi. Furono preferiti i più deboli ossia i più fortunati. Arrivai nel villaggio sfinito, febbricitante. Mi infilai nella prima stanza che vidi e mi accorsi che era stata appena evacuata. Sulle tavole erano allineate ciotole per la refezione dei bambini; era la sede di un asilo. Mi buttai in un angolo, lo zaino per cuscino preso da un febbrone che mi aveva avvolto in un 'atmosfera nebbiosa, una specie di sauna ora calda ora fredda. Mi raggomitolai staccato dal mondo esterno da un brusio che mi stordiva. La memoria perduta, un animale, peggio ancora un nulla nel nulla, disponibile ad ogni evento, ad un passo dall'al di là, dall'aprirsi del mistero, dimenticato il passato come non fosse mai esistito. La stanza si popolò di altri inquilini, ma nessuno si accorse di me. Nel mattino mi si avvicinò un amico che si era sistemato in una stanza attigua; mi svegliò da uno stato pressoché di coma. Ebbe buone parole di incoraggiamento e la premura di una persona sensibile. Mi fece bere un tè ben caldo che lo trangugiai come un automa ma ne sentii subito i benefici effetti. Mi aiutò ad indossare un giaccone imbottito usato nei grandi freddi, trovato nella sua stanza. A poco a poco ripresi tutte le mie facoltà e la febbre diminuì. E' stato il più grande pericolo che mi colse durante il servizio militare. Il giorno successivo, aiutato dall'amico e dal bastone di appoggio, potei recarmi a prelevare la mia razione viveri di due giorni: pane abbondante, carne in scatola e formaggio, cibi allettanti; una settimana fa avrei fatto salti di gioia a poterne disporre, ora il mio organismo li rifiutava. Un vero supplizio di Tantalo perché ardentemente li desideravo. Mi ripresi presto gustando la nuova dieta che mi rimise in forze. Una borgata del villaggio era stata fatta evacuare dalla popolazione in tutta fretta per alloggiare noi senza un relativo piano; sicché i primi fecero le scelte, gli ultimi occuparono i locali rimasti liberi, quali che fossero pur di dare un tetto al corpo. Gli americani si assunsero la cura di noi ed il demiurgo ci assicurò che eravamo liberi, nell'attesa del rimpatrio, però ci raccomandò di fare un uso accorto della libertà: di non passeggiare mai soli bensì in gruppo; nel caso di lamenti, invocazioni di aiuto accorrervi senza peraltro intervenire materialmente, limitarsi a guardare la scena nella speranza che 1'autore vistosi scoperto se ne andasse. Soggiunse che erano frequenti casi di violenze sessuali e di stupri. Il villaggio era anche luogo di raccolta di prigionieri russi sotto la direzione di loro connazionali. Le truppe americane e russe si preoccupavano di evitare ogni forma di attrito tra loro, limitando l'opera allo stretto adempimento del compito ricevuto. E 1'ordine sociale affidato al caso concesse ampi spazi alle soperchierie. Nella mia stanza riposavamo in dieci distesi sul pavimento, quando nella notte fonda ci fecero visita due sconosciuti che si appropriarono delle scarpe dei dormienti, risparmiarono le mie perché bucate, di un orologio da polso e di altri oggetti. Il tempo scelto indicava una tecnica di intenditori: di giorno certe imprese, di notte altre, tanto era sicura l'impunità, 1'unica incognita la preda. I russi avevano allestito per il rimpatrio dei loro commilitoni un treno ornato da grandi strisce di tela rossa sulle quali spiccavano scritte inneggianti alla grande Madre e a Stalin. Con quale animo gli ex prigionieri si disponevano al ritorno? Non si notarono segni di esultanza. Due incognite gravavano sul loro capo: essere considerati combattenti inadempienti al dovere di non posare le armi; avere trascorso la prigionia in paesi capitalisti con il pericolo di avere assimilato concezioni di vita in contrasto con le realizzazioni del socialismo. Di qui "la prospettiva di finire in un campo di rieducazione per essere ripuliti da ogni contaminazione. Il tempo trascorso a Begen-Belsen fu breve, una quindicina di giorni e coincise con la fine della guerra. Fummo ricondotti a Wietzendorf, nel campo trovato nelle condizioni in cui l'avevamo lasciato con la significativa eccezione che era stata abbattuta la muraglia di filo spinato. Potevamo come nelle caserme uscire e rientrare in determinate ore limitando la nostra libera-uscita nel raggio di cinque Km: Il cibo era sufficiente anche al fine del ricupero dello stato fisico verso la normalità. Una crescita nella carne e pensieri sereni. Il campo aumentava di giorno in giorno per l'arrivo di nuovi compatrioti in cerca di un punto d'appoggio per il rientro. Non vigilavano militi armati per la tutela dell'ordine, assicurare la disciplina. Provvedevano a tali esigenze il comandante del campo, un nostro colonnello, aiutato da collaboratori. Manteneva il contatto con l'autorità militare che provvedeva a fornire i viveri e ad altre esigenze di una comunità numerosa, composita in continua mutazione. E' bello annotare che mai circolarono voci di violenze, furti, atti di teppismo. Pesava il ricordo delle costrizioni del recente passato per provocare nuove edizioni. Si cercava 1 'incontro con conoscenti ripescati dopo dispersioni ai quattro punti cardinali. Ciascuno aveva le sue esperienze da raccontare, finalmente senza spintonate di militari, incursioni aeree, in tranquillità. Benefica pace senza crampi allo stomaco. Certo rimaneva il vuoto doloroso della famiglia di cui da tempo mancavano notizie, tuttavia era aperta la strada per raggiungerla. Fece ottima impressione 1'ambasceria composta di donne del Dodecaneso, pur'esse internate, che presentarono al nostro comandante le assicurazioni del loro attaccamento alla patria comune, 1'Italia. Desideravano ritornare nelle loro isole e collaborare con le autorità a riparare i danni causati dalla guerra. Il precedente dominio dei turchi era detestato, il nostro apprezzato. In un clima di cordialità si svolse il colloquio e il commiato. Godevo la libertà passeggiando in una vicina pineta dove il profumo della resina mi richiamava quello che mi allietava il riposo in terra amica. Era popolata da camosci e caprioli decimati da improvvisati bracconieri che prosperano dove l'ordine è concepito e osservato facendo il proprio comodo. Incontrai un giovinetto anche lui assiduo frequentatore della pineta. Raccoglieva funghi e mirtilli. Non mancò 1'occasione di rivolgergli la parola in un francese scolastico, sperando che lo comprendesse. Aveva l'aspetto di uno studente diligente, dal comportamento rispettoso di persona educata. Mi rispose usando la stessa lingua. Non ebbe difficoltà a dirmi che viveva con la mamma, profughi da Amburgo per sfuggire ai bombardamenti. Abitavano in una baracca mal messa di due sole stanze. Era preoccupato per il cibo; la mamma aveva già seminato patate nell'orticello. Ricordo quegli occhi tristi che mi fissavano quasi volessero indurmi a partecipare pienamente alle sventure che avevano infierito sulla sua famiglia. Il babbo, ammiraglio, morto il fratello disperso in Russia, lui studente per seguire la carriera del padre, dimesso perché l'accademia venne chiusa. Quando accennava alla mamma dimostrava l'attaccamento e la riverenza di chi vede in lei il solo sicuro sostegno illuminato d'amore ed intelligenza. A sentirlo mi commuovevo e l'ammiravo. Più volte c'incontrammo, lui sempre occupato in funghi e mirtilli. Mai indugiò a spendere parole sulla rovina del suo paese, sui responsabili dei quali si stavano occupando i vincitori. Il dramma aveva proporzioni tanto enormi da far ammutolire? Il suo dramma, quello del giovinetto, assorbiva tutti i suoi pensieri. Il campo di concentramento si era trasformato in sala d'aspetto del treno indirizzato alla stazione desiderata. Un grande alloggiamento movimentato da gente che arrivava e partiva. Si erano già effettuati rimpatri a cura di associazioni, specie religiose, a mezzo di corriere. Segnali d'incoraggiamento e nulla più. Occorreva 1'intervento dell'autorità militare per liberare il campo dai numerosi occupanti. Non era il solo; in Germania i prigionieri ammontavano a molte migliaia. Nell'attesa, a poco a poco si oscurava la figura del militare ed emergeva quella del civile coi suoi particolari problemi. La solidarietà che il comune degrado aveva favorito durante la prigionia si era anch'essa differenziata in suddivisioni fra persone dello stesso ceto sociale, di affine occupazioni, di idee confluenti in ancora confusi quadri politici. Non si erano organizzate cellule di partiti; se ne parlava come fatto di cronaca. A questo riguardo merita un particolare cenno 1'interessamento per la politica di un gruppetto di giovanotti che assicuravano di avere avuto rapporti coi fondatori del partito D'Azione, nuovo di zecca che, a sentir loro, avrebbe rivoluzionato la scena politica italiana, assumendo la guida del paese. Il nome faceva intendere che fondasse il suo costrutto non tanto sulle parole quanto sulle opere. L 'azione per il suo successo non si affida alle alte speculazioni del pensiero, non è diretta a un élite bensì alla gente comune fatta di carne, ossa e cervello. Si sentì anche parlare di Tito e ci si chiedeva chi fosse quello strano e personaggio che aveva fondato un partito imponendogli il nome di un imperatore romano, qualificato delizia del genere umano, indubbiamente benemerito, tuttavia non tanto carismatico da essere riesumato a guida morale di una moderna corrente politica. Un amico mi prese sottobraccio e mi condusse in un'aula dove, in mezzo a due frati, un oratore illustrava il programma di un nuovo partito d'ispirazione cristiana chiamato appunto "democrazia cristiana". Con i due angeli custodi ai fianchi più che di problemi sociali il coscienzioso conferenziere insisteva su quelli morali. Pochi gli ascoltatori; il tono di una lezione per studenti; lo scopo di divulgare le linee generali di un programma lasciando agli uditori le loro riflessioni. Erano affluiti al campo prigionieri, giornalisti di professione i quali usando notizie captate via radio compilavano un notiziario che affiggevano sulla porta della camerata. La curiosità di conoscere ciò che accadeva in Italia era grande e numerosi accorrevano a leggerlo. Fece molta impressione l'ondata di odio che contaminò la nostra terra; lo spirito di vendetta contro indifesi; la feccia arrogatasi inappellabile giudice e giustiziere. Insorse indignato lo stesso comandante militare americano. Se questa era la conquistata libertà dalla tirannide c'era da essere sgomenti. Se ne discorreva con amici e si era convinti che non fosse opera di italiani, bensì di mercenari al servizio di capi stranieri. Preoccupava la lunga assenza dalla attività professionale, la ripresa del lavoro condizionato da fattori non conosciuti ma probabilmente esistenti, la condizione della famiglia, la situazione generale della società frustrata dalla guerra che ha corso dalle Isole alle Alpi tutto il territorio nazionale lasciando segni devastanti, e ripetuto dopo XIV secoli 1 'impresa di Giustiniano contro i goti. Erano trascorsi quattro mesi dalla fine della guerra quando giunse 1'ordine del rimpatrio. Il campo di concentramento si presentava avvolto dal leggero velo dei vapori del primo mattino, quasi aggraziato. Non ti dimenticheremo. L'esperienza acquisita sta scritta nel libro della memoria: un monte roccioso da salire, calli alle mani; ai piedi e tanto sudore; pericolo di precipitare travolgendo anche 1'anima. La volontà di resistere all'impulso della resa ebbe in premio la vetta, la sua aria pulita, la coscienza in pace. Giunsi a casa nel pomeriggio del dieci settembre dopo un viaggio movimentato, ricco di sorprese a contatto con realtà irriconoscibili rispetto a quelle conosciute tre anni or sono. Munito di un bastoncino non permisi a nessuno dei miei familiari di avvicinarmi per evitare di contagiarli degli insetti che in numerosa tribù mi avevano fatto fin qui buona compagnia. Salii difilato nel gabinetto e gettai dalla finestra i miei lerci panni, con mio grande dispiacere anche il cappello trasformato in un nido di cimici. Ardeva nel cortile un fuocherello che li ridusse in cenere. Mi rivestii in borghese con 1'animo triste di chi rincasa da un funerale. Tutto il mondo è in gramaglie, tuttavia la vita continua nella speranza che si realizzi nell'orbita di quella giustizia che ha fondamento nella coscienza morale della persona umana.
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