Silvia Pillin

 

MONICA

Mi ritrovo qui, con questo foglio e questa penna, per scriverti, Monica. E mi sento stupida perché in fondo dovrei odiarti, invece ho bisogno di te. Ho bisogno di mandarti questa lettera, voglio che tu sappia esattamente come mi sento. In fin dei conti se davvero provi un sentimento sincero nei confronti di mio marito, abbiamo molto in comune.

Sai, quando ho conosciuto Fabio, stavo attraversando un periodo molto difficile della mia vita. Un uomo mi aveva abbandonato, o almeno questo era quello che pensavo. In realtà non mi aveva lasciato sola, una settimana dopo che se n’era andato ho scoperto di essere incinta.

Avevo poco più di vent’anni, non sapevo che fare, la famiglia non mi era molto d’aiuto, probabilmente avrebbero voluto che abortissi nel silenzio, la vita che mi stava crescendo dentro. Non volevo farlo. Ho portato a termine la gravidanza. Non è stato certo facile, solo la gioia di avere tra le braccia una bambina splendida mi dava ogni giorno il coraggio e l’entusiasmo per affrontare le difficoltà. Cercavo di essere forte, anche se in realtà ero profondamente ferita. Mi sentivo sola, mi sembrava di aver fallito. La mia bambina cresceva e volevo che avesse un padre, non volevo che si sentisse “figlia di nessuno”. In fondo anche se non volevo ammetterlo, anch’io avevo bisogno di avere un uomo accanto. Desideravo per me e per la mia piccola un marito e un padre, dolce, sensibile, affettuoso e sognatore. Una persona protettiva, capace di darci sicurezza.

È la realizzazione di questo sogno che ho visto in Fabio. Quando l’ho incontrato per la prima volta stava suonando la chitarra. Vedevo le sue mani muoversi sicure su quelle sei corde e sentivo uscire dei suoni splendidi. Osservavo il suo sguardo perso e rapito dalla musica e mi sembrava che fosse questo, quello che stavo cercando. Una persona capace di emozionarsi, di coinvolgersi profondamente.

Così ho cercato di conoscerlo meglio: attraverso degli amici comuni siamo usciti insieme. Sentirlo parlare era proprio come sentirlo suonare. Anche se avevo cercato di difendermi e nascondermi ad emozioni così forti perché le consideravo rischiose ero davvero innamorata di lui. Volevo che diventasse il padre di mia figlia. Dopo qualche mese gli ho chiesto di sposarmi. Ha accettato di buon grado.

Speravo che il matrimonio diventasse un vincolo abbastanza forte per tenerlo legato a me. Mi illudevo che con il tempo io sarei riuscita a fargli provare le stesse emozioni e lo stesso trasporto che la sua musica sapeva donargli. Abbiamo passato molti anni assieme, fatti di quotidianità, qualche sfuriata e interminabili sere ad aspettarlo. Sere come questa, in cui lui tornerà tardi, mangerà qualcosa di riscaldato, entrerà in bagno si spoglierà e si farà una doccia. Poi si infilerà il più silenziosamente possibile nel nostro letto, e mentre lui cercherà di addormentarsi io continuerò a sperare in una carezza, in una parola dolce che non arriverà.

Sarà così, come è diventato da quattro anni: da quando ti ha conosciuto.

Anzi no, se devo essere sincera all’inizio era molto, molto diverso.

Sai, è stato facile, per me, accorgermi del tuo arrivo nella sua, ma a questo punto nella nostra vita. Non avevo mai visto Fabio così “vivo”. Appena tornavo a casa prendeva in mano la chitarra e suonava per ore e poi scriveva e ancora suonava e scriveva. Lo vedevo leggero ed entusiasta ma anche pensieroso e malinconico. Non sapeva e non poteva nasconderti. Una sera mi ha parlato di te, ed era così coinvolto nel raccontarti che non ho potuto far altro che tacere. Ero disarmata davanti alla sua sincerità, alla sua spontaneità. Le sue parole e i suoi atteggiamenti mi provocavano rabbia e paura, tenerezza e tristezza. Avrei voluto abbracciarlo, dirgli “non abbandonarmi”. Temevo che potesse sentirsi in gabbia. L’ho lasciato libero di amarti. L’avrebbe fatto ugualmente, lo sapevo. E così, anche se per pochi mesi, l’uomo che avevo accanto si è trasformato. Ha riacquistato vivacità, colore, come una pianta che rivede la luce dopo tempi bui. Per la prima volta ho visto Fabio innamorato. Era bello sentirlo sereno, per quanto mi facesse soffrire sapere che non era felice grazie a me. E poi tu te ne sei uscita dalla sua vita. Mi è bastato un istante per vederlo scritto nei suoi occhi, in ogni suo gesto e parola e movimento. L’ho visto disorientato come un bambino che non riesce più a distinguere i genitori tra una folla di sconosciuti.

Ho cercato di essergli accanto, di fargli sentire che c’ero. Ma tutto quello che aveva negli occhi e nel cuore eri tu, che con la tua ombra continuavi ad essergli dentro.

Anche se sono passati tre anni e mezzo da quando te ne sei andata Fabio non vede nient’altro che te. Io? La nostra famiglia? Il nostro matrimonio? Un’immagine sfuocata, lontana, sullo sfondo.

Speravo che il matrimonio diventasse un vincolo abbastanza forte da tenerlo legato a me. Solo ora mi rendo conto che era un’amara illusione: è impossibile intrappolare una persona libera come Fabio. Me ne accorgo solo ora, davanti alla prigione quasi vuota in cui avevo cercato di rinchiuderlo.

È buio fuori, il cielo è punteggiato da miliardi di stelle, e mentre guardo questo spettacolo gratuito, non posso fare a meno di pensarti. È da molto tempo che desideravo scriverti questa lettera, solo che le parole sembravano non volersi decidere ad uscire. Allora stasera ho deciso di andarle a prendere, una ad una, appositamente per te.

Adesso voglio essere finalmente e completamente sincero con te. È passato troppo tempo da quando te ne sei andata. Non voglio che scorrano ancora altri mesi di silenzio tra noi. Per questo ti scrivo.

Sai, innamorarmi di te è stato un dono inestimabile. Forse per la prima volta nella mia vita ho capito davvero cosa significa, per me, amare. Ho capito che per me l’amore non ha niente a che fare con il sesso. Quello che ho sempre cercato, e che ho trovato in te, è il sentimento che non ha bisogno dell’unione fisica, l’amore che fa godere per la sintonia di pensieri, per le emozioni che l’incontrarsi di due mondi, completamente diversi per esperienze, ma profondamente affini per sensibilità, provoca. Con te ho riscoperto il senso delle cose. Mi hai spinto a mettere in gioco sentimenti, sogni, ideali, passioni, energie come non mi capitava da anni. Ogni tuo gesto, parola, sguardo e movimento era musica e danza per me, stimolo per nuove scoperte. Mi hai travolto con la tua dolcezza e la tua brillantezza. Mi hai fatto sentire come un adolescente. Sei stata capace di donarmi vita: senza che ti chiedessi nulla mi hai regalato a piene mani tutto quello di cui avevo bisogno. Solo che poi te ne sei andata. E avresti potuto dirmi addio, sommergermi con un sacco di parole ragionevoli piene di giustificazioni e spiegazioni, magari avresti potuto dirmi che non ero l’uomo giusto per te, snocciolandomi davanti tutti i miei irrimediabili difetti. Invece te ne sei andata con un ciao non troppo cordiale. Mi hai sbattuto la porta in faccia, piena di finta rabbia e finto orgoglio, facendomi credere che tutte le emozioni provate insieme fossero solo mie. Facendomi credere che i nostri momenti di pura gioia fossero solo pura illusione. No, davvero. Ti è riuscito male il tentativo di odiarmi. E adesso non so dove sei, che vita fai, se hai un uomo accanto capace di farti sentire amata e allo stesso tempo libera. Perché in fondo lo sai anche tu che sei troppo leggera per permettere a qualcuno di imprigionarti. E allora vorrei solo che ti ponessi questa semplice domanda: “sono felice?”. Se la risposta è “no” vorrei che ti chiedessi anche: “ero felice con Fabio?”. Non m’importa quali saranno le conclusioni. L’importante è che tu sia sincera con te stessa. Non ti chiedo di tornare se non lo vuoi, se credi che non sia la cosa migliore per te, per me, per noi. Ti chiederei di farlo soltanto se tu fossi ancora in grado di credere nel miracolo che ci permette di volare, di alzare lo sguardo verso il cielo e sollevarci da terra lasciandoci alle spalle tutta la fatica e la tristezza e l’insoddisfazione. E sai che sono sincero in questo. Sai che nascosto in qualcuno dei tuoi cassetti, ci sono ancora due fogli di poesie, pieni di tutto quello che hai saputo essere e che sei stata capace di donarmi. Non permettergli di sciuparsi e ingiallirsi prima di diventare aerei, capaci di puntare verso il sole. Mi manchi mia piccola grande Monica.

Fabio.

 


 

Vorrei tanto avere accanto Fabio. Vorrei essere con lui, sdraiata su una coperta colorata, in una notte stellata d’estate. Vorrei poter tenere la sua mano, ascoltare il suo respiro, il battito del suo cuore, le sue nuvole di pensiero, il tocco leggero delle sue mani sulla mia pelle. Vorrei potergli sussurrare all’orecchio quanto gli voglio bene, quanto per me è importante la sua presenza, quanto mi rende felice sapere che lui c’è, quanto mi affascina il suo modo di fare, di sorridere, di raccontare e raccontarsi. Vorrei potermi sentire, una volta ancora, sicura e amata e protetta. Vorrei vedere con lui una stella cadente ed esprimere insieme il desiderio di poter restare così per sempre.

Vorrei sentire ancora, forte come l’emozione di un primo bacio, tutto l’affetto e la sintonia e la dolcezza e il rispetto e la comprensione reciproca che solo con lui ho sentito.

Vorrei poter vivere per sempre in quel disegno, nitido e tenero, senza che la non comprensione e la fretta e l’orgoglio e il tempo e gli spazi, sbiadiscano e cancellino e strappino quel foglio sottile di felicità e leggerezza. Vorrei che tutte le parole non dette, le carezze rifiutate per paura, i baci abortiti per dolore, diventassero luce, per far splendere le stelle, dare sicurezza ai nostri passi timidi, smarriti nel buio di scelte troppo difficili.

Sarebbe splendido che il sole di questo gelido autunno diventasse caldo, luminoso e avvolgente come nelle lunghe giornate d’agosto.

Sarebbe bellissimo che i gialli e gli azzurri dell’estate cancellassero con prepotenza la nebbia di questo autunno, confuso e sbiadito, che si sta prendendo giorno per giorno, la mia felicità, la mia voglia di vivere, amare, capire, scoprire. Vorrei che il sole illuminasse tutto il buio che ho dentro, e scaldasse tutto il freddo che è fuori.

Vorrei che la rabbia e l’avversione che provo verso tutto e tutti svanisse, e mi lasciasse respirare nonostante i gas che mi avvelenano e il progresso che toglie fascino ed essenzialità alle cose e alle persone e ai modi di comunicare.

Vorrei smettere di prendermela se il verde viene inghiottito dal grigio del cemento che mi imprigiona.

Vorrei non provare insofferenza, disgusto, ostilità, per tutta la gente così maledettamente legata alle mode, all’apparenza, alle comodità, che per essere tali tolgono purezza all’aria, orizzonte agli occhi.

Vorrei che almeno per un attimo, il desiderio di intimità e confidenza di cui ora ho bisogno si realizzasse e mi permettesse, almeno per un breve istante, di sentirmi di nuovo importante e capita e amata e non più sola.

Vorrei che tutto questo fosse possibile, ma la realtà non lascia spazio ai miei sogni. Non basta esprimere un desiderio perché questo si avveri, non basta nemmeno crederci intensamente, molto spesso non basta nemmeno impegnarsi e faticare e impiegare tempo ed energie, perché i dati di fatto sono molto più forti di qualunque aspirazione. Perché Fabio ha una famiglia, perché vederlo così profondamente innamorato mi spaventa, perché ho paura di non saper custodire e ricambiare un sentimento così intenso, perché è così complicato per me gestire le emozioni, perché ogni volta che ho amato sono stata tradita o delusa o abbandonata o illusa.

Perché se Fabio mi amasse ancora sarebbe venuto a cercarmi. Non avrebbe lasciato passare tutto questo tempo!

Monica

 


BIZZARRO

Il sole splendeva alto. La giornata era davvero luminosa, allegra. Di quelle giornate che a guardarle, se non fosse per il freddo pungente e per lo scricchiolio delle foglie sotto ai piedi, sembrerebbe estate. La stessa atmosfera, carica di gioia e attesa. Invece era una fredda giornata d’autunno, che cercava di celare la malinconia con la luce. E forse ci riusciva visto che mi ero decisa ad uscire di casa quel giorno. In fin dei conti avevo sempre amato le foglie secche. Il loro colore, il loro volo, leggero e gioioso dal cielo alla terra, il loro rumore allegro sotto le suole, non potevo privarmi di una festa del genere. E solitamente avrei preso la giacca e sarei andata a passeggiare in solitudine nel parco, ma se fosse stato così non avrei mai potuto scrivere questa storia. Quel giorno infatti decisi di chiamare un’amica. Qualcuno con cui parlare, qualcuno cui legare quell’azzurro nel ricordo. E così tra una nuvola di pensiero e l’altra, il paesaggio ci scorreva sopra e sotto e accanto a ritmo costante. Le parole ci riscaldavano il cuore e il desiderio di raggiungere le stelle ci illuminava lo sguardo.

Il grigio della città sembrava meno triste, quando vidi venirci incontro un uomo molto magro, non tanto alto, un po’ curvo.

Aveva un’andatura sbilenca. Non che zoppicasse, solo camminava a gambe larghe e piegate, in modo buffo, e questo era perfettamente in sintonia con la sua figura. Portava un impermeabile color marrone chiaro, lungo e sbottonato che lasciava intravedere una camicia bianca con del pizzo, infilata in un paio di pantaloni neri, eleganti, chiusi molto sopra la vita. Attorno al collo aveva un foulard giallo scuro che probabilmente copriva una gran quantità di rughe, le stesse che il volto regalava generosamente.

Lo guardai con curiosità e quando passammo oltre non potei fare a meno di voltarmi e fissarlo per parecchi secondi, mentre con il suo passo strano pareva cavalcare il marciapiede. Sembrava un personaggio appena uscito dai cartoni animati.

Dopo averlo spiato fino a vederlo sparire non potei fare a meno di esclamare con allegria “che tipo bizzarro!”. E già nella mia testa lo immaginavo allegro nell’abbracciare gli alberi, nel rotolarsi su prati verdi o su tappeti di foglie secche. Lo immaginavo sdraiato a naso in su a raccontare favole alle nuvole, o accoccolato ai piedi di una grande quercia, silenzioso, teso in ascolto dei racconti dei fili d’erba o dei sassi, o ancora con una mano nell’acqua intento ad accarezzarne il suo scorrere. E mentre queste immagini viaggiavano nella mia testa la persona accanto a me, cancellando velocemente ogni pensiero disse…

“Sai, quel tipo lo vedo spesso piangere, davanti ad una lapide, in cimitero”.

Risposi: “Io non gli farei mai fare una cosa del genere!”

 


LA STORIA DI FAITH

Faith ha 17 anni. È una bella ragazza. Alta. Occhi scuri. Fisico tonico e proporzionato messo in evidenza da vestiti attillati e scarpe col tacco alto. Faith parla inglese. È qui in Italia da poche settimane. È venuta per studiare. A casa ha lasciato sua madre e i fratelli. Il padre è morto. E lo dice con un tale distacco che sembra che parli del padre di qualcun altro. Faith ha passato le sue prime settimane a Torino. Poi ha preso un treno. Ha aspettato cinque o sei ore ed è arrivata qui, in questa stazione ferroviaria. Stanca, spaventata, affamata. Faith è nigeriana. Ha lasciato il suo paese insieme ad altre ragazze perché le avevano promesso l’Italia. Le avevano promesso che avrebbe terminato gli studi, affinato le sue doti atletiche e guadagnato molti soldi. Faith ha lasciato la Nigeria con un futuro migliore negli occhi. Faith ha lasciato la Nigeria per venire a prendere il suo sogno nel Paese dei Balocchi.

E mentre parla attraversiamo la città in autobus.

Faith è invitata a pranzo a casa mia. Saliamo. La faccio accomodare in cucina. Mi chiede se si può togliere le scarpe col tacco. Evidentemente le stanno strette. Le porgo le mie ciabatte. Le infila, poi appoggia lo zaino accanto a sé. Non se ne vuole separare. Probabilmente lì dentro c’è tutta la sua vita, penso.

Le offro dell’acqua. Beve.

Poi inizia a raccontare davvero.

“ A Torino hanno portato me e delle altre ragazze in un appartamento. Qui, la prima sera, le stesse persone che ci avevano regalato il sogno di un futuro migliore ci hanno fatto cambiare d’abito e ci hanno obbligato ad andare in strada. Mi sono prostituita per due settimane. Venivo picchiata ogni sera. Sostenevano che non guadagnavo abbastanza. Io stavo male. Avevo dei forti mal di pancia. Loro mi obbligavano a prostituirmi. Poi mi picchiavano. Mi picchiavano. Mi picchiavano.

Alla fine sono scappata, ma non potevo certo rimanere a Torino. Se mi avessero trovato sarebbero stati capaci di uccidermi”.

Si interrompe per qualche secondo. Si guarda attorno. Non sta piangendo. Le chiedo se è stanca. Accenna un sì con la testa. La porto sul divano. Le offro una coperta. Le prometto che tra una mezzora sarà pronto il pranzo. E mentre lei si avvolge nella coperta io torno in cucina. Metto a bollire dell’acqua per la pasta e apparecchio la tavola e mi chiedo com’è possibile che una ragazza di soli diciassette anni possa essere tratta come un oggetto, venduta e barattata e sfruttata e picchiata. Mi chiedo chi potrebbe fare una cosa del genere e chi con il silenzio asseconda quell’orrore. E nel frattempo due bei piatti fumanti di spaghetti con il pomodoro aspettano le nostre bocche affamate. Così vado da Faith, le dico di venire in cucina. La osservo, cercando di essere il più discreta possibile, mentre mangia avidamente. Poi alza la testa. Mi sorride. Le sorrido.

Riprende a raccontare.

“ A Torino, mentre stavo piangendo seduta su una panchina, un uomo mi ha chiesto il perché. Ho cercato di spiegarglielo. Mi ha dato un numero di telefono”. Le chiedo se ha provato a chiamarlo. Dice di No. Poi infila la mano in tasca e ne estrae un libricino. Lo sfoglia fino a trovare un pezzo di carta ripiegato che mi porge. Guardo il numero, secondo quello che leggo sul foglietto si riferisce ad un organismo ministeriale che si occupa delle donne vittime della tratta. Le restituisco quel piccolo ritaglio di speranza e mentre chiamo l’assistente sociale mi accorgo che il libricino è un Vangelo.

È questa la storia di Faith.

 


EMOZIONI

Ci sono quei giorni strani, a volte, nei quali tutto sembra perfetto, cominciato bene o per lo meno normale.Normale perché tutte le abitudini cui ci aggrappiamo, per quanto fastidio possano procurarci a volte, sono lì esattamente dove ci aspettiamo che siano.

La luce entra sempre dalla stessa finestra, che è nello stesso posto.

Le ciabatte sono proprio dove sappiamo che i nostri piedi le incontreranno.

Nel bagno c’è l’abituale ordine o disordine che speriamo di vedere.

La tovaglia per la colazione è nel cassetto che ogni mattina apriamo a colpo sicuro.

E questa mattina era iniziata proprio così, con tutte le rassicurazioni nel giusto posto, perfette per arginare la paura che qualcosa nel frattempo potesse essere cambiato senza il mio consenso.

I miei sensi stavano già registrando esattamente quello che già conoscevano.

In fin dei conti è stato così facile addomesticare la mia vista ai luoghi e alle persone che frequento quotidianamente. Fare in modo che i miei occhi catturassero e considerassero scontate alcune immagini e che queste diventassero poi le “foto riferimento” delle mie giornate.

E lo stesso ho fatto con gli odori, i sapori, i suoni e le consistenze.

Mi sono appropriata di tutte le percezioni che sentivo più forti e le ho archiviate con ordine nella mia mente. Ho ingrandito e incorniciato le sensazioni piacevoli e ho nascosto e trascurato quelle che mi facevano più male.

Ogni sera modifico e aggiorno un po’ l’archivio. Ma non mi capita di soffermarmi molto sul materiale vecchio. Preferisco riflettere su quello che mi sembra nuovo. Poi rimetto ogni cosa al suo posto. E va tutto alla perfezione.

Raccoglitori grandi per immagini suggestive, canzoni piacevoli, gusti appetitosi, profumi intensi e consistenze importanti. Raccoglitori piccoli per foto sgualcite, rumori assordanti, sapori, consistenze e odori sgradevoli. Così matematico.

Mi sembrava di aver trovato un posto per tutto. E la giornata era rassicurante proprio perché tutto era sotto controllo.

Solo che poi è capitato un imprevisto. Ho visto A. Ma la sua foto non c’era più in archivio, perché prima era stata sommersa da altre immagini e poi negli ultimi tempi si era rimpicciolita così tanto che l’avevo buttata via. Ma oggi lui è tornato. E non me l’aspettavo, e mi ha abbracciata. Mi ha detto “mi sei mancata”. E nell’archivio lui non risultava più, ma da qualche parte sapevo che c’era, forse era rimasto il suo profumo. Allora mi sono accorta che non avevo mai pensato a un raccoglitore per le emozioni perché di solito erano così piccole che non ce n’era bisogno. Ma poi è tornato lui, e quell’abbraccio, quelle parole…una sensazione che non ci sarebbe mai stata nella mia mente nemmeno se avessi eliminato tutto il resto.Così ho preso quell’emozione e ho deciso che avrebbe trovato posto nel mio cuore.

 

 

Email: siliviapillin@libero.it


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